Francesco Regli

scrittore italiano

Francesco Regli (1802 – 1866), scrittore italiano.

Francesco Regli in una stampa del 1859

Dizionario biograficoModifica

  • [...] la non mai abbastanza commendata Abbadia, vanta quelle, tra le sue prerogative, di sentire in un modo singolare ciò che dice; di saper dare il necessario colorito alle passioni che imprende a tratteggiare; di sapere interpretare alla perfezione i concetti dei maestri e de' poeti, ben diversa di tant'altre sue compagne, che si accontentano di cantare, e che, quasi per un disprezzo all'arte, trascurano affatto la parte drammatica, oggidì sì essenziale. (p. 2)
  • La musica di questo infaticabile Compositore [Adolphe-Charles Adam], che anco l'Italia favorevolmente conosce, ebbe vantaggi e svantaggi, e gl'inconvenienti della fecondità; ma leggera, viva, elegante e facile qual ella si è, diletterà mai sempre i Pubblici. (p. 3)
  • A Trento, a Fermo, in Alessandria, a Roma, a Mantova, a Forlì, a Treviso, a Venezia segnò un'epoca in quegli annali. Milano, Brescia, Barcellona, Siviglia ed altre città della Spagna, furono per lui tutt'ammirazione e plauso. Pochi vantano in sì breve corso di tempo clamorose vittorie come l'Agresti, e riflettasi ch'egli è ancora sul fiore dell'età, per cui nessuno di noi potrebbe dire ove andrà la sua fama a posare le ali. (p. 4)
  • Marietta Alboni si unì in matrimonio col Conte Pepoli[1]. Per altra donna, a saziare le ambizioni della vita e del sesso, avrebbe bastato essere contessa; ma l'Alboni è nata artista, e non si spoglierà mai di quell'orrevolissimo[2] titolo, tanto più che per essa le spine sono un vano spavento, e le rose una cara realità. (p. 8)
  • [Vittorio Alfieri] In Santa Croce di Firenze il monumento erettogli dalla nobile e generosa straniera [Luisa di Stolberg-Gedern, contessa d'Albany] fa ricordare, che nel natio suo paese non fu ancora onorato di marmoreo o metallico monumento. Basterebbe quest'uomo ad elevare l'Italia su tutte le altre nazioni. (p. 9)
  • [Antonio Ambrosi] Possedeva un'eccellente voce di basso, bella soprattutto ne' tuoni gravi. Attore mediocre, cantante di un gusto poco sicuro, nondimeno era il solo che, senza tanto svantaggio, potesse allora eseguire un duetto con Lablache. (p. 9)
  • Di figura simpatica, di carattere vivo, di forte sentire, d'azione ragionata e animatissima, e dotata dalla natura d'una delle più soavi e più pieghevoli voci di mezzo soprano e contralto che mai si vantassero, [Elena D'Angri] corse una carriera tutta contesta di fiori. L'Italia, la Russia, la Germania, la Spagna ne fecero un oggetto d'ammirazione. (p. 14)
  • Nel mezzo dei brillanti, ma poco lucrosi suoi successi teatrali, egli [Francesco Antonio Avelloni] conobbe il Principe De Sangro, che, volendo conquistare a tutto costo la gloria, ed avendo più danari che ingegno, non seppe far meglio che affidare all'Avelloni la fabbrica di quaranta commedie, delle quali si dichiarò Autore, pagando per ciascheduna otto ducati ed un presciutto al povero figlio d'Apollo. Il Poetino[3] accettò il miserabile contratto [...]. (p. 16)
  • Se avesse scritto meno, [l'Avelloni] avrebbe provveduto meglio alla sua gloria [...]. (p. 18)
  • Auber è forse il più popolare dei maestri francesi. [...]. La sua musica è d'ordinario leggera e facile, quasi sempre graziosa, sovente originale. Egli esprime le gradazioni con molta finezza, ma nella passione manca di energia. (p. 20)
  • Fecondo come Rossini, [Daniel Auber] ha altrettanta azione e chiarezza, ma minor distinzione e profondità. Alla fine della sua lunga carriera, egli ripete talvolta se stesso, e la sua facilità sembra triviale ; ma essa non discende mai alla trivialità ed al plagio. (p. 20)
  • [Daniel Auber] Gli si rimprovera di negligentare l'istromentazione, che egli sacrifica più volontieri che la melodia alla foga del far presto. Finalmente, dicono che ei non ama la musica, e che affettando per essa lo stesso disprezzo che ne dimostra Rossini, ei trionfa pel solo motivo del fastidio che il lavoro della composizione gli inspira. (p. 20)
  • [Cesare Badiali] Rossini suole paragonarlo al vino di Cipro, che quanto più invecchia, si rinforza e migliora. La lunga carriera del Badiali non fu che un solo applauso: onore toccato a pochi, perché quasi tutti mischiarono ai trionfi qualche sconfitta. (p. 21)
  • Tra il 1826 e il 1827, davasi al Teatro del Condominio a Pavia Il Barbiere di Siviglia con un giovine baritono, piacente della persona, biondo di capelli, pieno di fuoco e di brio, che rompeva col maggior piacere del mondo i piatti e i vetri di quel dabbenuomo di Don Bartolo. La scolaresca, la padrona assoluta di quella platea, facevane un idolo e l'affogava ad applausi. Egli saltava in teatro, saltava per le vie, forse saltava anche dormendo, e aveva avuta la fortuna di ammaliar tutti. Era Guglielmo Balfe. (p. 22)
  • Vi fu un momento nella professione musicale, che non si parlava che della Barbieri. La sua stupenda voce, i suoi arditi slanci, il suo esteso repertorio la resero per moltissimi anni la delizia e il sostegno dei Pubblici e degli Impresarii. L'Accademia di Santa Cecilia di Roma, il Liceo di Belle Arti e la Filarmonica di Firenze, tante altre accreditate Accademie la fecero loro Socia, e il Gran Duca di Toscana la creò sua Cantante di camera. (p. 29)
  • La sua carriera fu tutta un trionfo. [Giovanni Basadonna] Formò la delizia di ogni Teatro, e in ogni Teatro applausi colse e corone. La sua voce e più forse i gentili suoi modi andavano al cuore, tantoché in breve tempo collocare si seppe fra i più illustri tenori d'Italia. (p. 32)
  • Giacinto Battaglia è uno degli ingegni che sortirono attitudine ad ogni maniera di studi, e che perciò appunto, correndo volontieri da un campo all'altro, non si fermano di proposito in nessuno; potrebbero eglino in ogni ramo lasciare imperitura memoria di sé: ma, sempre in cerca del meglio o del più opportuno, trascurano dopo un po' di tempo il presente, e corrono a nuove idee, a nuove speranze, a nuovi progetti.
    È uno di quegli ingegni che, non mai ultimi, non riescono primi in cosa alcuna, solo per incertezza di quel che si vogliono, e per non ferma volontà nel volere, quando pur sappiano quel che si vogliano. (p. 36)
  • Giacinto Battaglia fu studioso di medicina, musicomane, giornalista, storico, drammaturgo, traduttore, romanziere, libraio, editore, Conduttore di Compagnia comica, ristoratore del Teatro italiano, politico, e beato lui! che fra tanti onorati mestieri la fortuna gli concesse ora anche quello sì comodo di vivere da ricco, senza cure, volendo, e senza fastidii. (p. 36)
  • [Gaetano Bazzi] L'Arte gli deve moltissimo, e se ai dì nostri fossevi uno che solamente gli somigliasse, il nostro Teatro Drammatico non tornerebbe a diventare un campo di giullari e d'istrioni. (p. 41)
  • [Gaetano Bazzi] Era uomo senza ricercatezza nella persona, di severo aspetto, di vivace ingegno, di schietti modi, d'ottimo cuore e di liberissima favella. De' suoi artisti era più padre che direttore [...]. (p. 41)
  • Nel 1836 [Antonio Bazzini] udì a Parma Paganini, che, innamoratosi di lui e del suo talento, gli disse, stringendolo fra le braccia: Viaggiate subito. (p. 42)
  • [Antonio Bazzini] Gli accenti derivano in lui dal cuore; il suo arco, d'una varietà ammirevole, gli è sempre fedele ministro per imprimere alle corde i moti più svariati e d'infinita gradazione. Sono molti anni (e chi sa ancora per quanto tempo!) che la gloria del violino in Italia è affidata al Sivori[4] ed al Bazzini, i due legittimi eredi del sapere di Paganini. (p. 43)
  • È bello e terribile al tempo stesso rammentare che il Blanes s'investiva siffattamente della parte, che dimenticando essere un attore, nell'Aristodemo si ferì veramente e gravemente. Allora fu che la Pellandi[5], atterrita da quella spaventevole verità, e temendo che un giorno o l'altro la veemenza della passione lo portasse a ferire lei stessa, impetrò ed ottenne dal Governo che non più stili veri si adoperassero sul Teatro. Da quel fatto in poi, tutti gli attori raccontano essersi per troppa ardenza feriti veramente sulla scena, ma nessuno lasciò vedere un rivo di sangue non finto come avvenne al Blanes. (pp. 50-51)
  • Lo scopo di Berlioz era di dare alla musica tutta la potenza espressiva della poesia, e di dipingere tutto mercé gli effetti. Egli non si preoccupava per nulla della melodia. (p. 56)
  • La maniera di Berlioz è d'impiegare i grandi mezzi per produrre grandi effetti. La sua musica, che vuol esprimere troppo, ha spesso bisogno di commentarii. L'esempio di Beethoven, che egli invoca, non giustifica agli occhi del più gran numero le sue stranezze. (p. 57)
  • Abilissima tragica, eccellente comica, [Amalia Bettini] non aveva rivali nel genere drammatico ch'era proprio il suo arringo prediletto, ove ci commoveva alle lagrime, e tutto ci faceva sentire l'entusiasmo delle passioni, il fuoco degli affetti, le lunghe miserie e le brevi felicità della vita. (p. 59)
  • [...] dal momento che il Bignami sedette a Capo dell'Orchestra Cremonese, questa migliorò siffattamente, che in breve tempo si acquistò nome di una delle più distinte di Lombardia. Il Bignami, sebbene a tutti inspirasse confidenza, pure, allorché si trovava al suo posto, sapeva imporre il maggiore rispetto, e mantenere nell'Orchestra quella disciplina e subordinazione, senza le quali non ponno mai ottenersi buoni risultati. (p. 66)
  • Modesto oltre ogni dire, ed alieno da quelle pratiche che ordinariamente giovano a far meglio valere il proprio talento, il nostro Bignami, sebbene riverito e stimato nel proprio paese, e più ancora fuori, doveva lottare alcune volte con tali strettezze economiche, che se ne sentiva umiliato. Né credasi che egli non sapesse far calcolo dei proprii guadagni, che anzi, di costumi semplicissimi, non conobbe mai le occasioni per isprecare denaro; ma affezionato oltremodo alla propria famiglia egli concorreva coi suoi guadagni al soddisfacimento di impegni, cui i genitori suoi non avrebbero bastato a sostenere, perché, se onesti erano, non erano però ricchi. (p. 66)
  • Il Bignami era suonatore di una robustezza unica: egli riusciva maravigliosamente soprattutto nella esecuzione della musica brillante e nel genere staccato. Scarse sono le composizioni dal Bignami pubblicate. Noi crediamo che non giungano che a tre o quattro soltanto [...]. Il Bignami era troppo modesto e rispettoso dell'Arte per abbandonarsi a scrivere e pubblicare dippiù ch'ei noi facesse. (p. 69)
  • [...] sarà difficile, quasi impossibile trovare un maestro che in sé accoppii le qualità peregrine del nostro Blasis, artista ad un tempo, coreografo, e dotto ed elegante scrittore. Egli è riguardato qual capo-scuola, e diamo un'occhiata ai suoi imitatori; egli allargò i confini dell'arte sua; egli le diede dignità, importanza, e ciò che è più, assegnolle uno scopo. Una volta pareva che la danza non s'insegnasse che in Francia: insegnasi anco in Italia, basta che i maestri siano i Blasis[6], o artisti com'essi valenti. (p. 72)
  • Non meno fecondo nello scrivere che nel compor Balli, pensatore non men che coreografo e illustratore della bell'arte che professa, [Blasis] crebbe sui libri; sui libri sì è formato, e de' libri ha vissuto e vive. (p. 73)
  • Se la Coreografia e la Danza avessero una pubblica cattedra di Estetica e Storia (come averla dovrebbero), Carlo Blasis sarebbe oggidì il solo che la potrebbe degnamente occupare. (p. 73)
  • Dotata di bellissima voce di soprano acuto, flessibile, nitida, argentea, Virginia [de Blasis] spiegar potea all'uopo un tesoro di corde basse, chiare, soavi, di quelle che hanno la potenza di far piangere le genti. (p. 75)
  • Facile per natura alle impressioni del bello, [Giuseppe Boccaccio] educò gli occhi e l'ingegno a discernerlo con tale prontezza e securtà, che nulla uscì mai dal suo pennello di non gentile, sicché la grazia formò il carattere d'ogni opera sua. Questa grazia, questa gentilezza di linee, che scorgonsi fin anco nel tronco arido, nel dirupo, nella terra, non andarono mai disgiunti da una semplicità, da una nettezza, da un tocco facile, sciolto e leggero, che davano alle opere sue una impronta tutta originale e spontanea [...]. (p. 78)
  • [Giuseppe Boccaccio] Dipinse all'acquerello, a tempera, all'olio, a fresco; trattò l'ornato ed i fiori, toccò l'eccellenza nel ritrarre l'aria e il vago muovere delle nubi, nel variare degli alberi, nel siepare e rilevar delle fronde. Riuscì quasi con pari artificio nel piccolo e nel grande, nel paese e nella prospettiva, nei quadri da cavalletto e nelle tele sceniche. (p. 79)
  • [Pasquale Borri] Non abusa di mimica, ma la mimica alla danza sa innestare per guisa, che se ne va pago il buon senso, ne è vivamente dilettato lo sguardo. I suoi gruppi non sono fuor di natura, non diaboliche le sue figurazioni; i secondi ballerini non saltano, ma ballano, e il suo genere, perché variato e logico, non verrà mai in uggia. (p. 90)
  • Senza intrighi, senza ciarlatanismo, senza annoiare i giornalisti con lamentanze e con lettere, senza consumare quello che guadagna in orgie ed in brindisi, senza vendersi agli Impresarii e agli Editori, che un monopolio fanno di tutto, [Pasquale Borri] divenne tosto di moda, e le sue elaborate e divertevoli produzioni sono ormai una necessità pei primarii Teatri d'Italia. (p. 90)
  • Si conservi il Borri sull'intrapresa via, e non vedrà morire i suoi lavori nei portafogli degli Impresari. Cerchi l'effetto, ma all'effetto non sagrifichi la verità e la ragione. Cerchi l'insieme, ma non trascuri le singole parti. Il Ballo lo faccia egli, non il vestiarista, né il macchinista, che debbono soltanto secondarlo. (p. 90)
  • Colpito in un combattimento contro i Cosacchi da un colpo di lancia nel fianco, si getta a terra, e vede il soldato feritore correre sopra di lui per derubarlo. Bosco lo lascia fare; ma, pensando che va a trovarsi senza un soldo, esplora egli stesso, le tasche del Cosacco, e seguitando a fingersi morto, spoglia a piacere il suo ladro. (p. 91)
  • Uomo di spirito e di cuore, egli [Bartolomeo Bosco] sa segnalarsi non solo coll'agilità delle dita, ma co' suoi succosi epigrammi, ed è sempre pronto a giovare i bisognosi. Per avere una adeguata idea di questo Merlino, di questo Negromante, di questo novello Ismeno, o più tosto, di questo demone senza corna, d'uopo è vederlo, ammirarlo. Egli ha curiose e bellissime macchine, con le quali vi fa strabiliare dalla maraviglia, e non solo si piace di giuochi complicati e misteriosi, ma di divertenti malizie, di innocenti trastulli, di gherminelle ridevoli. (p. 92)
  • [Angiolina Bosio] La sua voce di soprano sfogato non potea dirsi potente, ma in quella vece era simpatica, facile, voluttuosa e docile allo smorzo. Di scuola corretta, d'un fraseggiar largo e toccante, di un raro buonsenso musicale, d'un'azione nobile e mai fuor di natura, di piacente persona e di modi gentili, aveva trovato il segreto di far suo ogni Pubblico: il segreto de' grandi artisti! (p. 93)
  • La Bosio avea preso il posto delle Malibran, delle Sontag, e Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi trovavano in lei una sublime esecutrice. (p. 94)
  • Quando, con un sentimento che poteva dirsi unico, [Angiolina Bosio] cantava nella Traviata le commoventi parole: Gran Dio morir sì giovane! chi mai avrebbele detto che a lei pure doveva toccare tal sorte, a lei fiore di bontà e di valentia! (p. 94)
  • Egli [Antonio Buzzi] ha più dottrina che inspirazioni, più scienza che originalità. (p. 98)
  • [L'opera La Lega Lombarda di Buzzi] Fu trovata una bellissima musica, ma monotona di forma e povera d'immagini; tanto è vero che nel 1859 si tentò invano di farla risorgere dagli scaffali degli Editori, ove tornò ben presto a dormire placidi sonni. (p. 98)
  • [Antonio Buzzi] Scrisse altre Opere, che, appena nate, morirono. (p. 98)
  • [Carlo Cambiaggio] La sua intelligenza, la sua vivacità, il suo brio, la sua prontezza, i suoi sali comici gli assicurarono un distintissimo e primario seggio nell'arte, che, sebbene sparsa di invidiosi e maligni, l'ebbe sempre in grande stima. (p. 104)
  • La sua voce non potea dirsi delle più soavi e pastose, ma in quella voce[7] [Giovanni Orazio Cartagenova] spiegava un'anima che pochi cantanti ponno vantare; era attore sublime e perfetto. (p. 114)
  • [Carlotta Cattinari] Attrice non meno che cantante, padrona della scena come della gola, ella ha un vastissimo repertorio, e può eseguire tutti i generi, pregio che le altre prime donne non posseggono sempre. (p. 121)
  • La Cazzola è una di quelle poche attrici, che hanno il magnetismo negli occhi; un suo sguardo è spesse volte un pensiero. (p. 124)
  • [Fanny Cerrito] A Firenze Ibrahim Pascià, fattele per mezzo del suo interprete le proprie gratulazioni in modo orientale, le avventurò la proposta di seguirlo in Egitto. La Cerrito, che aveva molto spirito, quantunque ballerina, gli rispose, senza sconcertarsi , che stavale troppo a cuore di mostrare il suo viso, per andare in un paese, nel quale le donne non ponno comparire in pubblico se non interamente velate. (pp. 126-127)
  • A Londra [Fanny Cerrito] ottenne inaudito successo: s'ebbe tre superbe medaglie colla sua effigie in oro. Una sera, danzando nell'Alma, le si staccò il nastro d'una scarpa, e un Inglese, che stava al proscenio, si precipitò sul palco, e preso il nastro, se lo recò alle labbra, tornando trionfante al suo posto fra i plausi di due mila spettatori. (p. 127)
  • [Fanny Cerrito] Il suo genere era pieno di attrattive e di poesia: il suo ingegno segnatamente splendeva per grazia, leggerezza, spontaneità, e, per giovarci d'un'espressione tecnica, pel ballon. Danzava come la rondine vola, come il camoscio salta, perché Dio avevala creata per danzare. (p. 127)
  • Demofoonte e Lodoviska provarono che l'autore [Luigi Cherubini] vantava due maniere assai distinte di scrivere: l'una tutta semplicità, siccome quella di Paisiello e di Cimarosa; l'altra severa, più armonica che melodica, ricca d'istrumentale, e tipo allora inapprezzato di una novella scuola, destinata a cambiare all'arte le forme. (p. 127)
  • [Domenico Cimarosa] Ei fu uno dei più maravigliosi intelletti che sieno sorti in Italia. (p. 129)
  • Colla Clotilde [Carlo Coccia] insegnò come si scrivessero i cori, e quindi l'Italia non l'ha collocato soltanto fra i suoi migliori Maestri, ma fra i ristauratori dell'Arte. (p. 132)
  • [Filippo Coletti] La facilità, con cui vocalizza, fa sì ch'ei conservi mai sempre un'intonazione perfetta, porgendo all'uditorio il timbro della voce sempre uguale, sempre sonoro, e senza paragone. (p. 135)
  • [Filippo Colini] Vienna, Pietroburgo, Parigi, e, a finirla, una buona parte d'Europa, proclamaronlo valentissimo fra i valenti, e gli impartirono gli onori che solo ai grandi artisti si largiscono. Bello della persona (e d'una bellezza maschile), gentile di modi, e molt'addentro nell'arte, desta ad un tempo simpatia e stima, e fruisce d'una fama che mai non trovò oppositori. La dolcezza fu mai sempre la dote principale del suo canto, e con questa si parla al cuore, e si risvegliano emozioni ed affetti. (p. 136)
  • [Pietro Antonio Coppola][8] La sua Nina, pazza per amore, Opera tutta sentimento e sparsa di leggiadri ed affettuosi motivi, lo fece ben presto annoverare fra i migliori Compositori italiani, e non sapremmo quale Teatro e quale città d'Europa non udisse quelle affascinanti melodie, che avevano tutta l'impronta della passione e dell'anima. Fuvvi un tempo che codest'Opera si canticchiava dai dilettanti per le vie, come le più conosciute di Rossini, di Donizetti e di Bellini. (p. 138)
  • Il Coppola[8], se addentro conosce le eleganze dell'arte, se scrive col cuore e pel cuore, non ha sempre la fantasia a compagna e ad amica, né sempre sa inspirarsi ed inspirare. (p. 138)
  • Non potendo dedicarsi al canto, perché priva di voce, [Teresa De Giuli-Borsi] sperava solamente di poter divenire una buona istitutrice nel Collegio medesimo [ove suonava il clavicembalo]. Ma à quelque chose malheur est bon! Una grave malattia le donò la voce che non aveva; ad un tratto si vide diventata cantante, con sua non lieve sorpresa. È facile supporre come allora ella si desse con amore al bel canto, e come ponesse subito in opera i nuovi doni. (p. 154)
  • Nel 1842 Giuseppe Verdi riprodusse alla Scala di Milano il Nabucco, e volle che la De Giuli fosse Abigaille; accettò, e da quel momento ella rifulse fra le più splendide celebrità dell'arte. Verdi non si era ingannato! (p. 154)
  • La sua carriera non ha bisogno d'illustrazioni: a scuotere tanti e sì diversi Pubblici, a cogliere dovunque fiori e corone, si esige un gran merito, il merito di Teresa De Giuli. (p. 155)
  • Due furono gli artificii che condussero De Marini a tanta elevatezza: la imitazione della natura per mezzo dei più riposti precetti dell'arte, e lo studio elaboratissimo di rilevare e trasfondere nell'uditorio le spirituali dolcezze del bello morale. Egli sentiva, e facea altamente sentire; aveva bella, imponente, maestosa la persona; sonora la voce; dignitoso il portamento. Aveva studiato il cuore per commuovere i cuori, e assaliva con troppo potenti mezzi lo spettatore, perché non lo facesse piangere e palpitare a sua voglia. (p. 160)
  • Nulla trascurava [De Marini], inquantoché da tutto, anche dalle inezie, può scaturire l'effetto, e ne sovviene che nel Benefattore e l'Orfana del Nota[9], quando sua sorella gli faceva perdere la pazienza, girava senza parlare una sedia, e levava a clamore la sala. Un altro artificio non meno utile usava il De Marini: declamava tre, quattro scene con alquanta calma, e poi ad un tratto, quando l'azione il chiedeva, quando l'interesse drammatico incalzava, quando il poeta spiegava tutte le sue forze e gli affetti erano in lotta, irrompeva nell'ira o nel pianto con tanta violenza, con tanta dolcezza, che bisognava rimanere per forza sbalorditi e compunti, e gridare al miracolo. (p. 160)
  • Ricco di sì rare e preziose doti non si domandi in qual parte riescisse maggiormente Giuseppe De Marini, il Roscio d'Italia: ogni sua apparizione era per lui una vittoria, ogni città una nuova corona d'alloro. Peccato che non si potessero annotare tutte le magiche inflessioni della sua voce, tutti i suoi gesti, tutti i suoi sguardi di fuoco, tutti i suoi più inspirati momenti (che erano innumeri) per potere con essi illuminar l'arte e gli artisti, e infervorarli all'amore del bello e del vero! (p. 161)
  • Sempre nuovo ed immaginoso, ora gaio ed or triste, quando severo e sublime, quando tutta eleganza e tutto fiori, [Gaetano Donizetti] ci fa provare il vero incanto della musica, e una non avvi delle Opere sue, dalle più belle alle più leggere, dalle meno alle più fortunate, che non racchiuda un pezzo da potersi propriamente chiamare maraviglioso. (p. 172)
  • [Fanny Eckerlin] D'ingegno pronto e vivace, atta per istinto alle più vive e nobili impressioni, buona di cuore, se nonché alquanto bizzarra di mente, questa carissima creatura univa intorno a sé, nelle città ove recavasi, quant'eravi di migliore e d'eletto. I gentili suoi modi avrebbero incantato il più freddo apatista. (p. 187)
  • [Fanny Elssler] A Vienna contò fra' suoi adoratori Napoleone II, e la malignità pretendeva che le sue moine e i suoi vezzi avessero accelerata la morte del giovine Principe. (p. 187)
  • A Milano, al massimo Teatro alla Scala, [Fanny Elssler] trasse tutti al delirio, e per verità si trovò in lei un insieme di qualità da destare a buon diritto la maraviglia. La Russia ha voluto pure arricchire il numero de' suoi preziosi braccialetti e delle sue infinite broches a diamanti. L'Inghilterra, nella sua serietà, le consacrò un sorriso, che poteva dirsi da lei rapito. Dovunque ammiraronsi la sua bellezza fréle et delicate, come dicono i Francesi, la sua eleganza, la sua maravigliosa leggerezza. (pp. 187-188)
  • Virginia [Ferni] è la dolcezza, la tenerezza che geme, la melanconia che piange e sospira: Carolina [Ferni] è l'ardore della passione, l'energia, il calore, la fantasia, la vigoria: è il fuoco del cielo d'Italia, come sua sorella ne è la voluttà seducente, la grazia insinuante e tenera. La sua vena poetica comprende e fa comprendere la lingua universale del violino, e comincia a sentire quel santo amore dell'arte, quella passione di cui Pigmalione ardeva per la sua statua. Virginia di contro rappresenta la scuola classica.
    Riepiloghiamo. Virginia è lo stile personificato, la correttezza, il sentimento: Carolina s'inspira al capriccio senza freno, è la foga indomabile e febbrile. L'una è l'angelo del suo istrumento, l'altra ne è il demonio. (pp. 194-195)
  • Esordì alla Scala nell'autunno del 1844, danzando un passo a due col rinomato Merante[10]. Da questo momento incominciarono per la [Amalia] Ferraris le acclamazioni, i trionfi. Era una stella, che, appena sorta, brillava fulgidissima sul teatrale orizzonte. (p. 196)
  • È qualch'anno che [Amalia Ferraris] forma la delizia dell'Opéra di Parigi, e lo sarà per lungo tempo, mentre appartiene al grembo di quegli eletti artisti, che onorano un Teatro ed entusiasmano un Pubblico. Poche danzatrici riuniscono in sé tante doti. In essa s'ammirano una forza straordinaria, flessibilità, elasticità di membra, punte che direbbonsi d'acciaio. Come il suo fisico, il suo intelletto vanta tutte quelle prerogative, che costituiscono il vero artista. (p. 196)
  • [Amalia Ferraris] La sua compostezza, la sua nobiltà la separano da certe pseudo-celebrità, che affidano i loro successi ai sottanini corti ed alle capriole. (p. 196)
  • [Paolo Ferrari] La Prosa, deforme composizione, senza impronta e senza scopo, valse soltanto a dimostrare l'albagia e l'abbondanza d'amor proprio dell'Autore, il quale, fingendo ignorare che il campo della critica è libero, tenta vendicarsi di chi non lo encomia. (p. 197)
  • Racconteremo un aneddoto, il quale attesterà vieppiù com'egli [Adolfo Fumagalli] rapidamente salisse a non labile fama. Uscendo da Milano, nei tempestosi giorni dell'agosto 1848, consegnò nella confusione la sua musica e i suoi manoscritti a militare convoglio che aveva trovato per via, ma non ne seppe più nulla. Smarritisi, caddero nelle mani di un cenciaiuolo, che come inutile merce li vendette ben tosto a un organista d'una modesta borgata in Piemonte. Il dabbenuomo, più di buon senso per avventura di molti, non indugiò un istante a farli pervenire al suo proprietario in Torino, e tenutone un pezzo per uso suo, sopra vi scrisse : Il brano che manca me lo sono preso io per vostra memoria... e datene colpa alla vostra riputazione e al vostro ingegno. (pp. 213-214)
  • [Adolfo Fumagalli] Napoleone III colmollo di gentilezze e di laudi, e Rossini, quando udillo, esclamò maravigliato e rapito: Quando si suona in tal modo può dirsi di saper cantare. (p. 214)
  • Natura l'aveva favorita d'una di quelle voci che dolcemente s'insinuano nel cuore degli uditori, o vibrano con forza dove la situazione il richiegga. Rita Gabussi, con rara perizia, sapeva prevalersi di questo dono prezioso, e destare ne' Pubblici tutte le sensazioni della gioia, del dolore o dello sdegno esprimenti le melodie, di cui facevasi interprete. (p. 216)
  • Giovanissimo, [Filippo Galli] esordì a Napoli come tenore, che tale fu la sua voce fino a quell'epoca. Per mala o lieta sorte egli si ammalò, dalla quale infermità gli è derivata la perdita dei mezzi vocali. Nel ricuperar questi e la salute, si accorse di un fenomeno non ordinario avveratosi in lui: egli era divenuto un basso. (p. 218)
  • [Filippo Galli] [...] attore-cantante per eccellenza, e l'arte, se non fosse per abitudine ingrata, dovrebbe erigergli un monumento, siccome quegli che insegnò ai bassi ad unire maestrevolmente il canto all'azione. (p. 218)
  • Quando si vuol fare un elogio a un cantante che conosca la scena, suol dirsi – si move alla Galli; così come quando si vuol encomiare un attore drammatico, si dice comunemente – si move alla Modena. (p. 218)
  • [...] l'impulso per migliorare le sorti delle comiche scene Italiane, Gattinelli l'ha dato! Riescano pure altri nell'intento, egli non ne è invidioso; egli non ha fisso in mente di raccogliere ei medesimo i frutti dell'albero, alla cui coltura dedicò ogni suo studio; gli basta di avere concorso con tutte le sue forze a quella riforma, che a tempi più tranquilli non potrà più fallire. Un Teatro Drammatico-modello è troppo necessario ad una Nazione, perché i Rappresentanti di questa possano ancora disdirlo. (p. 229)
  • Marietta Gazzaniga è da più anni in America, e certamente con dolore lascerà quel cielo, poiché le ovazioni piacciono[11] a tutti, e non è lieve conforto essere applauditi e ad un tempo accumulare danari. (p. 231)
  • [Marietta Gazzaniga] La sua voce è di soprano, bella, chiara, limpidissima, ne' bassi soprattutto mirabile; il suo canto è agile ed all'uopo vibrato ed energico. (pp. 231-232)
  • Halévy è una di quelle nature studiose, tenaci e positive, che hanno due Muse per condurle, la coscienza ed il sapere. Discepolo di Cherubini[12], rivale di Meyerbeer[13] e amico di Hérold[14], sembra avere saviamente studiati quei tre grandi uomini. A Cherubini tolse la purezza scientifica dello stile, a Meyerbeer la ricercatezza e l'abuso della modulazione, e, per colui che sa rimontare alle sorgenti, è cosa chiara, che le parti tenere del Lampo, di Guido e Ginevra e dei Moschettieri procedono dalla melanconia dell'anno che scrisse il terzo atto del Pré aux Clercs. (p. 259)
  • Jenny Lind è forse più attrice che cantante. Meritò persino d'essere paragonata alla Rachel, la più grande tragica di questo secolo. La Lind, come la Sontag, non cantò in Italia. I cantanti amano le corone ed i fiori, ma preferiscono l'oro. Come si dice di quando in quando che Rossini torna a scrivere, si dice ad ora ad ora della Lind che torna a cantare, ma sono pii desiderii, e se avesse voluto riprendere la carriera, prima v'avrebbe pensato. (pp. 278-279)
  • [Franz Liszt] Egli è artista che vive unicamente di musica, e per la musica. Quando viaggia, scrive per piano-forte, Les Années de Pélerinage. In Isvizzera, inspirato alla serenità dei laghi, al verde dei prati, alla maestà delle ghiacciaie, ai casolari pittoreschi, alle idee pastorali, ai fremiti della nostalgia, compose alcuni idillii, romanze e soliloquii, che pur divagando e farneticando nel recondito, hanno bellezze sorprendenti di concetto, di espressione morale e di armonia imitativa. (p. 281)
  • [Benjamin Lumley] Sarebbe ingiustizia non encomiare in questo benché breve cenno biografico la sua straordinaria intelligenza, il suo buon gusto, la sua operosità, il suo modo di conchiudere con vantaggio e con prestezza gli affari. Quant'egli sia potente, lo sanno i suoi rivali, che pei suoi improvvisi colpi di stato andarono spesso con la testa rotta. (p. 285)
  • Il sig. Lumley non è solamente un solerte Impresario , ma anche un accorto speculatore; se scopre in qualche giovane artista un talento, lo arruola sotto le sue bandiere, lo prende ai suoi stipendii, e offrendogli le più belle occasioni, producendolo ne' più accreditati teatri, dando pubblicità coll'organo de' giornali al suo merito qualunque, ne fa quandochessia un campione, ed ha il conforto di schiudergli dinanzi un avvenire di rose. (p. 285)
  • La malignità umana sogna di quando in quando di vedere il sig. Lumley rovinato, fallito, fuori di combattimento; ma, come l'araba fenice, egli sempre risorge, ed ha sempre una grande influenza negli affari teatrali. (p. 285)
  • [Maria Malibran] Vuolsi che suo padre [il tenore Manuel García], protagonista nell'Opera [l'Otello] suddetta, avvisandosi di trovarla troppo fredda alla prima rappresentazione, protestasse di volerle davvero immergere il pugnale nel seno, se al terminare dello spettacolo non ispiegava maggior nerbo. Tale minaccia, proferita da un genitore cotanto severo, feri il cuore della giovanetta. Ella fu sublime nella successiva sera fuor d'ogni confronto, onde Garcia colmolla di carezze e di baci. (p. 289)
  • [Maria Malibran] Era contralto e soprano, cantante d'anima e di genio, di un'intelligenza che non avrà mai paragoni, assoluta padrona dell'arte sua, un fenomeno. (p. 290)
  • Mayr è il secondo Compositore alemanno, che seguendo l'esempio di Hasse[15], sentissi chiamato da una segreta voce artistica a fissare l'Italia per sua patria adottiva, e ad entrare in quella scuola, il cui carattere principale è la facilità, la semplicità ed il canto. (p. 313)
  • [...] fu dalle opere di Palestrina, di Pergolese, di Jomelli, che egli [Johann Simon Mayr] attinse quella delicata e squisita espressione dell'affetto, quel fare spontaneo e semplice, con cui è sempre mantenuto il disegno del canto, e giovò immensamente, e per voto di tutto il mondo musicale, la parte che riguarda l'istrumentazione. (p. 313)
  • La fuga è la splendida corona delle opere sacre di Mayr; essa caratterizza interamente, e nel più ampio senso, la sua maniera. È degno seguace di Haydn in quella sempre nuova maestria di svolgere e variare un tema il più semplice, di presentarlo sotto un diverso aspetto, e, come dice il Carpani, di tenerci sospesi, di farci passare di sensazione in sensazione senza un momento di riposo, fino a che, pervenuti alla fine del pezzo, il nostro entusiasmo trabocca, né conosce confini. (p. 314)
  • [Alberto Mazzucato] Sono curiosi i giudizii che si pronunciano sopra codesto Maestro: chi lo eleva ai sette cieli, chi lo confina nelle bolge di Dante, non sapremmo quale. Le solite esagerazioni: le solite antipatie causate da ragioni estranee all'arte, ed ingiuste. Fatto è che nessuno gli può negare molta dottrina nelle discipline musicali. (p. 317)
  • [Saverio Mercadante] Modesto e benevolo, egli è uno de' più sublimi artisti di questo secolo. S'egli avesse saputo meno, se d'un'arte di diletto non avesse fatto un emporio di scienza e di dottrina, se i nostri Pubblici fossero meno ignoranti, i suoi lavori fruirebbero di maggiore popolarità. (P. 320)
  • Modesta non men che valente, [Henriette Méric-Lalande] abbandonò presto le scene, quantunque le avesse già troppo illustrate per temere d'esser posta in oblio. È questa un'attrice cantante, che l'Italia, per la sua rara espressione, pei suoi slanci e per la prepotente sua voce, non ammirò, ma idolatrò, siccome disse molto a proposito un savio critico. (p. 322)
  • L'originalità è il marchio, la divisa d'ogni produzione di Meyerbeer. Le sue note sono calda e vera poesia, un'ispirazione perenne: tutto con esse dipinge, anche gli oggetti soltanto visibili. La notte, il sonno, la solitudine, il silenzio, la burrasca, la calma prestano i colori ai suoi quadri. (p. 326)
  • Noi vorremmo che Gustavo Modena scrivesse la propria vita, la quale sarebbe in pari tempo la storia dell'arte drammatica italiana. (p. 337)
  • [Giuseppe Moncalvo] Fu attore unico nel suo genere, e d'una popolarità straordinaria: di motti arguti e pungenti, d'una naturalezza e disinvoltura senza paragoni, malizioso e satirico, pronto più che un poeta improvvisatore. (p. 339)
  • [Giuseppe Moncalvo] Al suo apparire sulla scena l'ilarità e il buonumore comunicavansi allo spettatore come una favilla elettrica: poteva chiamarsi il Guadagnoli parlante, e la Polizia lo chiamava spesso... per tenerlo in freno. Né solo amava le lepidezze e gli scherzi; istruiva il popolo alla buona e sana morale, e sulla ciurmaglia di Porta Ticinese o di Porta Comasina deve avere operato più d'un miracolo con le sue satire e le sue allusioni. (pp. 339-340)
  • [Giuseppe Moncalvo] Ecco il suo testamento: Lascio il corpo alla terra, lo spirito a Dio, il cervello all'Italia ed il cuore a Milano. E basta questo a mostrare come all'artistica valentìa fosse in lui pari la bontà e la generosità dell'animo. (p. 340)
  • Rosa Morandi fu somma nell'arte del canto, e specialmente nel canto appassionato. Nessuna prima donna al paro di lei seppe interpretare le divine melodie dell'Otello. (p. 345)
  • Il Morelli è generalmente chiamato il secondo Modena[16] dell'epoca. Di svegliato ingegno e di non ordinaria coltura, afferra di sbalzo ogni più difficile carattere: è Faust nel Fausto, Masaniello nel Masaniello, Guglielmo nel Guglielmo Tell. La sua figura, gentile e simpatica, annunzia la sua sensitività. La sua voce non tuona, né è molto bella: eppure trova la via del cuore, e ti strappa una lagrima. (p. 346)
  • Alamanno Morelli vuol essere contemplato e commendato sotto tre rapporti: come eccellentissimo attore, come espertissimo Capo-comico, come instancabile sostenitore dell'arte. Ove consista e s'informi la sua valentia, lo sa ognuno: se sia superiore a qualunque elogio nel dirigere una comica truppa, ne fu prova la cessata Compagnia Lombarda: s'egli promova il bello, e trarre lo sappia dalle più occulte sorgenti, mille fatti lo dicono. (p. 346)
  • [...] Morlacchi, ne' suoi bei giorni, si distingueva per una fresca fantasia e una facilità senza paragone, fuoco che si estingue coll'avanzarsi degli anni, o per lo meno diminuisce. (p. 348)
  • [Antonio Morrocchesi] Alto e ben conformato di corpo : dignitosa, espressiva fisonomia: nobile, elegante, naturale movimento: somma delicatezza d'animo e molta altezza di mente. Con tali doni, uniti ad una perseverante volontà , chi potea dubitare dei più splendidi effetti! (p. 350)
  • [...] un genio erede della terribilità di Dante: di natura sdegnoso, e fornito di tutti gli impeti tragici, d'ingegno sublime, di spiriti audaci, di mirabile originalità: inventore d'una nuova lingua tragica, concisa, tremenda, insanguinata: creatore di nuovi piani semplicissimi, ben ordinati: emulo d'Euripide: ritrovatore di possenti caratteri, ben pronunciati, sempre seguiti con una singolare sublimità: e altamente veggente nella scelta di argomenti atti a destare i due grandi commovimenti tragici, lo spavento, e la misericordia: diciamo l'immortale Vittorio Alfieri. (p. 351)
  • Le onorificenze sono la manna dell'artista: le disprezza solamente chi non può conseguirle. (p. 355)
  • Il Nava ha scritto un gran numero di solfeggi per ogni genere di voci, che adottati vennero da tutte le Scuole di canto sì nazionali che estere, molto fruttando ai suoi Editori e pochissimo a lui, se pure la sua celebrità non gli fu di danno; stanteché certi suoi antagonisti, che nulla fecero mai per l'arte, mettendo a loro profitto la comune ignoranza, lo tennero in conto d'un semplice maestro di solfeggio, riservando a se stessi l'esclusiva capacità d'alto perfezionamento. Quindi a lui tutto l'impegno di un buon iniziamento, e ad essi tutti i vantaggi... (p. 357)
  • La voce del tenore Neri-Baraldi è tutta di petto, ma soavissima, facilmente piegandosi, e scendendo sino al si b-quadro senza cangiare di timbro, e senza la menoma alterazione. Gli è il vero tenore di Bellini. Il suo metodo è puro, la sua intonazione intatta; fraseggia bene, e pronuncia con chiarezza. (p. 359)
  • [Angelina Ortolani] [...] può dirsi che ogni Teatro da lei percorso sia stato un trionfo. Bergamo, Milano, Londra, Madrid, Barcellona non ebbero per essa che fiori e ghirlande. La soave sua voce, la chiarezza della sua pronuncia, la facilità della sua vocalizzazione, in una parola il suo perfetto metodo, l'hanno collocata ben tosto, e senza intrighi ed umiliazioni, in uno splendido seggio. (p. 367)
  • [Gaspare Pacchierotti] Ecco un altro cantante che fa andare in galloria[17] i nostri vecchioni. [..]. Fu un celebre soprano. Era d'alta statura e d'aspetto piuttosto brutto, ma tutto faceva superare la bellezza del suo organo, la maravigliosa messa di voce (che tanto oggigiorno trascurano i nostri cantanti), e l'espressione, la vita, il fuoco, onde animava il suo canto. Trasse la sua carriera fra l'ammirazione e gli evviva, perché un merito reale e positivo come il suo non poteva essere conteso, nemmeno dagli invidiosi. (p. 371)
  • [Ignazio Pasini] Aveva una voce maschia, un'anima e un fuoco, che rammentavano la forte e generosa terra, ove aprì gli occhi alla luce. Ne diede una prova alla Scala di Milano nell'Otello con la Malibran. (p. 382)
  • [Ignazio Pasini] Ai doni vocali accoppiava una profonda conoscenza dell'arte, cosicché non limitavasi solo a cantare, ma componeva. (p. 382)
  • [Ignazio Pasini] Sortì da natura un umore bizzarro e stravagante, ma la sua onestà e la sua schiettezza fanno scordare in lui queste pecche. (p. 382)
  • Il nome di Giuditta Pasta è segnato ad indelebili cifre negli annali della musica italiana, e come somma cantante, e come inarrivabile attrice. Ella possedeva ad un tempo il contralto e il soprano, la voce di petto e di testa, l'ingegno di regolare queste contraddizioni secondo il bisogno musicale, e le inspirazioni di un'anima informata a sentimento squisito e sublime. (p. 383)
  • [Giuditta Pasta] Era in lei la virtù di farsi udire, non coll'imporre fatiche preternaturali alla sua gola, ma col meritarsi il silenzio della fervente attenzione da uditori rapiti ai magici suoi modi d'adoperare la voce. Era in lei la peregrina virtù di destare l'applauso con un solo gesto, con un'occhiata... tutte cose che oggidì ricordiamo, ma non troviamo. (p. 384)
  • Silvio [Pellico] diffonde sulle scene un non so che di molle e serafico, sicché d'uopo è ripetere con un suo biografo ch'egli somiglia al buon angelo, il quale, mentre scrive il peccato degli uomini, lo cancella con le lagrime. (p. 388)
  • Pellico era d'indole mitissima, né parea partecipare dei bassi affetti di quaggiù. Visitandolo, lo si trovava sempre solo, seduto ad un tavolo, pallido, sepolto in profonda contemplazione, sovente colla fronte bassa sulla Bibbia. (p. 388)
  • [...] quello ch'era notabile nell'attrice fiorentina [Maddalena Pelzet], e prova irrepugnabile di gusto sanissimo, era il vederla passare dall'un genere all'altro di tragica rappresentazione, e assumere forme cosi differenti ed opposte, senza mai né degradare la dignità del coturno, né scemare punto alla figura artistica della donna di quel decoro, di quella grazia e formosità, da cui il senso estetico non soffre che si scompagni, poniamo ch'ella si travagli in violenta passione, in orribile contrasto. (pp. 391-392)
  • La Pelzet, sia detto a maggior vanto e decoro di lei, non cooperò alla corruttela dell'arte rappresentativa, di cui si fanno complici non pochi attori del giorno d'oggi, i quali, per difetto di scienza vera, e per soverchio amore della realtà positiva, si danno a un vergognoso naturalismo, assoggettando, con improvido consiglio, l'imitazione poetica alle leggi della copia servile, che intieramente la distrugge. Quindi rifuggì animosamente dalla rea usanza di scuotere con urli furibondi, con istrazianti contorcimenti convulsivi, con riempirti di ribrezzo con quella dotta analisi di singhiozzi, di aneliti, di rantoli con cui si accompagnano i diversi generi di morte, sia per ferro, per veleno, per sincope o per consunzione; perciocché non mirava a sconvolgerti, a sbalordirti i sensi, ma a perturbarti profondamente il sentimento: non a lasciare nauseato, inorridito lo spettatore per immagini goffe, immodeste o difformi, ma pensoso e tutto compreso di quelle, le quali, sia che partano dal fatto luttuoso o dal festivo, hanno virtù di trattenerti le facoltà intellettuali e morali. (p. 392)
  • Nella Pelzet, oltre ai pregi della mente e del cuore, tutti in lei erano perfetti quei doni esteriori, nei quali poteva sempre pigliare atto vivo la bellezza, che doveva tragittarsi per gli occhi e per l'udito nell'animo dello spettatore. Persona che in tutte le proporzioni si conveniva alla muliebre eleganza: occhio eloquente, volto pronto a trasformarsi e ritrarre tutti i variati affetti, voce limpida, forte, estesa, flessibile a tutte le gradazioni dei tuoni, delle enfasi, delle pose che richiede l'idea: pronunzia pura, dolcissima nel più bel fiorentino, emendata collo studio e coll'esempio de' meglio parlanti: e la quale riportò sempre in tutta la Toscana, cosa mirabile, fra tanti esempi contrarii di accenti dissonanti, di sconce ambiguità, di sgraziati idiotismi, onde si corre rischio d'inviziarla in comunicando colle altre genti d'Italia. (p. 393)
  • Il Petrella onora i due generi, il buffo ed il serio, e in questi ultimi tempi nessuno vanta al pari di lui tanti continuati successi, sebbene per varii anni sembrasse che l'Italia non volesse udire altra musica che quella del Cigno di Busseto[18]. (p. 406)
  • Dilettatosi di raffazzonare melodrammatiche scene, [Francesco Maria Piave] ebbe la fortuna di fermare l'attenzione di Giuseppe Verdi, e di diventare il suo prediletto poeta. Il Maestro del giorno si accontentò delle situazioni, che sempre sono nel Piave concitate, vive, d'immancabile effetto, e al rimanente pensò di supplir egli con la robusta ed appassionata sua musica. (p. 408)
  • Se il Piave fosse addentro nelle bellezze della lingua, e sapesse far versi; se le sue rime non fossero così spesso bislacche e ridicole, come quando si fa a rimare stivali con cavalli, ecc., ecc., la critica non avrebbegli fatto sentire tante volte la potenza del suo flagello. (p. 408)
  • [Marietta Piccolomini] Narrasi che un suo zio Cardinale le domandasse se voleva maritarsi. Al che avrebbe ella risposto, con maraviglia non poca di quell'illustre Prelato: Io sono già maritata da un pezzo. Ella alludeva all'Arte, che era l'unico amor suo, l'unica sua passione: schiaritasi la qual cosa, il cardinale, che aveva dato un passo indietro tutto scandolezzato e tremebondo, riprese il suo rubicondo colore, e le strinse la mano, ridendo. Pare però non fosse affatto contenta d'un marito-femmina... e da qualche mese si è congiunta in matrimonio col duca Gaetani. (pp. 409-410)
  • Adelina Plunkett è nata per danzare, come era nato Giotto per dipingere e Ovidio per far versi. Può ben essere che lo studio ed il lungo esercizio abbiano in essa perfezionate le attitudini sortite da natura, ma quale oggi si ammira non si saprebbe ben dire se in lei sieno maggiori la leggerezza, la forza o l'armonia delle pittoresche movenze. (p. 414)
  • [Adelina Plunkett] In tutta la sua figura ella presenta il tipo della classica danzatrice, e tanto per questo titolo, com'anco per essere sì innanzi nella mimica, noi la collochiamo nelle nostre reminiscenze al fianco della Elssler. (p. 414)
  • Il Piemonte può dirsi la patria del violino. Vi sarebbe argomento a tessere un libro artistico d'alto interesse, e assai curioso. Pare impossibile non sia venuto ancora in mente ad alcuno. Viotti, il più grande tra i violinisti piemontesi, insegnò ai Francesi a suonare il violino, e può dirsi il capo della scuola moderna. (p. 417)
  • [Giovanni Prati] Egli ha il brutto vezzo di pubblicare tutte le inezie che gli vengono in mente per via, la qual debolezza lo compromette non poco con chi mai non suole considerare la letteratura un giuoco da conversazione. (p. 421)
  • Il talento di madamigella Rachel fece colpo per due caratteri, la sobrietà e la profondità. Il suo incesso, le sue pose, i suoi gesti, la sua voce, tutto concorreva a produrre, con una maravigliosa semplicità di mezzi, i più possenti effetti. Il giuoco della sua fisionomia era particolarmente notevole. Le passioni che meglio convenivano al suo naturale, erano le passioni suscettibili d'una violenta concentrazione. La gelosia e l'odio formavano il fondo di tutte le sue parti più belle, e interpretate da lei facevano tremare meno per ciò che esprimevano, che non per le sofferenze o le collere che lasciavano indovinare. (p. 430)
  • Luigi Ricci sortì dalla natura la scintilla del genio; essa traspare da tutte le Opere sue, che in tutte avvi del proprio e dell'originalità nel fare. Il solo difetto che gli si potrebbe rimproverare, sarebbe quello d'aver posta talvolta poca cura nelle sue composizioni, per la qual cosa alcune di esse, trascurate, e non limate dall'arte ch'egli conosceva, sentono piuttosto dell'abbozzo, ed offrono di che dire al critico. (p. 443)
  • [...] senza Luigi Ricci, senza i suoi canti vivaci e piacevoli, senza i suoi popolari motivi che in ogni angolo d'Italia si ripetono, la nostra Opera buffa sarebbe morta da gran tempo, o per lo meno, non avrebbe avuto ancora lucidi intervalli e splendidi trionfi. (pp. 443-444)
  • Adelaide Ristori oltremonte ed oltremari sarà una celebrità, ma in Italia non è che una valentissima attrice. Oltremari ed oltremonte, ella si esprime con le pose e col gesto, e le basta di poter sorprendere in qualche modo, sapendo di non essere compresa, e non ignorando che l'opinione risparmia l'incomodo di pensare: in Italia ove tutti la intendono, ove le si indovinano persino le intenzioni, è troppo manierata, troppo convenzionale, e spesso non vera, come sul fiorire dell'età sua. (p. 449)
  • Natura avea concessa al Rolla un'anima eminentemente armonica e melodiosa [...]. Non dobbiamo dunque muovere le maraviglie, se il Rolla, proclamato di buon'ora e sommo regolatore di Orchestre, ed eccellente suonatore di violino e di viola, si guadagnò una splendida fama fra i ristauratori della musica italiana, e il titolo di creatore del suono della viola che sotto il suo dito e il suo arco pompeggiò di tesori più che armonici, i quali non erano prima di lui stati scoperti in codesto istrumento. (p. 452)
  • Metastasio e Romani erano in troppo differenti condizioni per correre la medesima via: il primo proseguiva il melodramma così come avevalo avuto da Apostolo Zeno: il secondo lo toglieva alle bassezze, allo squallore, al bordello, ed uno più splendido ne componeva. (p. 455)
  • Felice Romani esercitò la professione del letterato con coscienza, con dignità, senza cabale e intrighi, senza bussare alla porta d'alcuno, senza cavare il cappello a chicchessia, senza appartenere a società o camarille, il cui scopo è di provvedere ai proprii interessi e di nuocere a quelli degli altri. (p. 457)
  • Domandate ai nostri nonni chi mai si fosse Domenico Ronconi... Vi risponderanno: un portento dell'età sua. [...]. Egli era non solo grande tenore, ma grande maestro di canto, professione ch'esercitò per tanti anni in Milano fra il plauso universale. Così avesse saputo tener conto dei suoi lauti guadagni, che allora i suoi creditori non si sarebbero divertiti a tenerlo chiuso qualche giorno nelle prigioni di Santa Margarita! (p. 458)
  • La Rosati non è solamente somma danzatrice, ma mima per eccellenza, né noi ci scorderemo mai di lei, quando nel Faust di Cortesi piangeva sulla salma del padre. Ella ci commosse... come la Marchionni, la Bettini e la Rachel. Un gesto della Rosati è un magico tocco d'inspirato pittore, come la sua danza è la danza dei silfi. Non disse male chi la chiamò la poesia in azione. (pp. 461-462)
  • Napoleone I e Gioachino Rossini sono i più grandi uomini del secolo nostro. La sua patria si vanta di lui, come la Grecia si vantò d'Omero o di Tacito Roma. (p. 468)
  • Rouget de l'Isle compose più d'un componimento teatrale (vaudeville), e specialmente una quantità d'inni patriottici, fra i quali l'Inno alla speranza, Il Canto della vendetta, ed altri che lodare si potrebbono, se non avesse composta la Marsigliese. Quando risplende il sole, che importano le stelle? (p. 471)
  • [...] soprannominato l'usignuolo di Bergamo. Se il Cigno Pesarese[19] chiamava filomela[20] del Serio Giovanni Battista Rubini, giova pur credere che quel grande uomo, nato alla gloria degli Italiani, trovasse fornito questo eccellente cantante di tutti que' pregi necessarii per eseguire le soavi armonie ch'egli dettava [...]. (p. 471)
  • Natura donava a Rubini il canto della dolcezza e dell'amore. La rara unione delle voci di petto e di testa, opera di uno studio indefesso, che egli con prodigiosa agilità e senza fatica eseguiva, lo caratterizzava per quel cantante perfettissimo che non mai abbastanza ascoltavasi, né mai abbastanza plaudivasi. (p. 471)
  • Parigi si beò nuovamente, e per molti anni [di Giovanni Battista Rubini], del suo soavissimo canto: Londra e Pietroburgo ne fecero un idolo, e colmaronlo d'oro. Fa insignito della Legion d'Onore, e lo stesso Autocrate di tutte le Russie nominollo cavaliere d'uno dei più rinomati suoi Ordini. Piccoli Principi, piccoli Duchi andarono a gara a presentarlo di decorazioni e di regali, tantoché avreste detta la casa sua un'Esposizione di Belle Arti, una galleria, un Museo di brillanti e di perle. (p. 472)
  • [Fanny Sadowski] Nel pieno della passione il suo viso brilla d'un insolito fuoco; i suoi occhi scintillano, come mesto è il viso e languido il guardo ove il dolore l'anima consumi. (p. 477)
  • Ecco un nome [Antonio Salieri] che nell'arte musicale suona quanto sommo Compositore. [...]. Le sue composizioni non furono solo celebrate in Italia, ma bensì in Francia e in Germania. Egli doveva la sua grande riputazione non solo alla sua ricca fantasia, ma alla sua vasta dottrina, pregi che non sempre trovansi insieme congiunti. (p. 478)
  • [George Sand] Le sue composizioni pel Teatro, malgrado meriti riconosciuti, non furono accolte collo stesso favore dei suoi racconti. Si pensò che l'indole del suo talento riflessivo era più propria agli sviluppi dei libri, che alla rapidità della scena. (p. 486)
  • [Gualtiero Sanelli] [...] questo Maestro, se ha dovizia d'immagini, non sa sempre coglier bene l'effetto, e la sua musica langue sovente, oltreché è spesso ineguale e scucita. (p. 488)
  • Lo Schiller è il poeta prediletto dei Tedeschi, perché egli stesso si sentì tedesco nel cuore. (p. 494)
  • Il cavaliere Francesco Schira è uno dei più profondi conoscitori di musica che oggidì vantinsi in Europa, e basti dire ch'egli dirige tutte le prove d'Orchestra, senza mai guardare la partitura. (p. 495)
  • A Lisbona, quando componeva musica da Ballo, e nasceva instantaneamente il bisogno di qualche pezzo, [Francesco Schira] andava nel fondo del palco scenico e sopra qualunque carta scriveva. Fosse pure la prova generale, per lui non eranvi contrattempi né ritardi. (p. 495)
  • [Francesco Schira] Ha quello che voleva Orazio: è nato all'arte, alla musica. (p. 495)
  • [...] dovunque [Camillo Sivori] destò un entusiasmo indescrivibile, e fu proclamato il solo erede e continuatore della grande scuola di Paganini. (p. 503)
  • Camillo Sivori è l'artista-modello, che piace ai dilettanti e agli artisti, ai dotti e agli ignoranti. Interprete sublime delle classiche creazioni di Beethowen, Mozart, Mendelssohn, come delle più semplici melodie, tutti bea e soggioga con la potenza del suo arco, e fra i contemporanei, è de' pochissimi che non temono rivali. (p. 503)
  • Il Sograffi[21] aveva studiato gli uomini, e sapeva colpirli nel vero. I vizii delle persone di Teatro gli diedero soprattutto all'occhio: volle egli coprirle di ridicolo, e riuscì a maraviglia nelle Convenienze Teatrali, lavoro che accenna un'anima caustica e generosa, un uomo che non può vedere i suoi simili imbrattati di fango, e che si lusinga di correggerli e di redimerli, col pungolo della penna. Se fosse vissuto a questi giorni, avrebbe continuato il suo soggetto in più larghe dimensioni, imperocché la famiglia dei cantanti, parlando in generale, diventò propriamente scandalosa. (pp. 503-504)
  • La Steffenone vanta una delle più belle voci di soprano, che mai siansi udite, e sa sposarla ad una scuola delle più corrette, ad un'azione nobile e ragionata, ad un accento altamente drammatico, a rara intelligenza, a non volgare sentire. (p. 510)
  • La Stoltz è la cantante della sorpresa, poiché con una nota e con un gesto diventa padrona assoluta del più esigente uditorio. (p. 511)
  • [Nicola Tacchinardi] Fu esimio Compositore, non men che valente cantante e maestro: i suoi lavori sono modello di genio e di scienza, e varrà il dire che Rossini, Paër e Spontini lo colmarono d'elogi. (p. 513)
  • [Fanny Tacchinardi-Persiani] Roma, Napoli, Genova, Pisa, Firenze, Bologna, Londra, Parigi, insomma le principali città e capitali Europee la giudicarono la prima cantatrice vivente d'Italia. Donizetti scrisse per lei Lucia di Lammermoor, Ricci Il Disertore per amore, Raimondi L'Orfana russa, Lara, e via via, imperocché tutti i Maestri andavano a gara a tesserle serti coi loro fiori. (p. 514)
  • Durante il primo soggiorno ch'ella [Fanny Tacchinardi-Persiani] fece a Napoli nel 1834, una sera che eseguiva la Beatrice da Tenda, al fine dell'Opera una donna entrò nel suo camerino. Dopo alcuni complimenti pronunciati con voce commossa: Questi capegli (che erano bellissimi) sono essi propriamente vostri, o signora? disse sorridendo la sconosciuta alla cantatrice. E resistendo l'ammirabile capellatura della Persiani alla mano curiosa, che scherzava con essa, la sconosciuta soggiunse: Ebbene, poiché qui non vi sono corone di fiori da offrirvi, permettete che una io ve ne intrecci con gli stessi vostri capelli. La sconosciuta era Maria Malibran. (pp. 514-515)
  • Il carattere luminoso, che dalle poesie degli altri improvvisatori distingue il canto della Taddei, è il lucido ordine, che sa dare agli argomenti che svolge sempre con purità di lingua, vaghezza d'immagini e di concetti poetici. Le introduzioni, le invocazioni, per lo più preparate da altri, sono a lei ignote. Entra ella di slancio negli argomenti che riceve, e senza il puntello delle similitudini e delle digressioni, le adopera brevissime ed opportune. (p. 517)
  • [Eugenia Tadolini] [...] i più celebri Maestri, da Donizetti incominciando, andarono pazzi per averla a protagonista delle Opere loro. (p. 518)
  • [Eugenia Tadolini] La stupenda ed invidiata sua voce, la sua pronuncia veracemente italiana, il chiaro e nitido suo accento, il suo metodo di canto non ammisero mai censure: ella svolgeva mirabilmente le meno facili modulazioni, e trasportavasi, o per scale, o per salti, dalle medie alle acute note: era padrona assoluta della sua gola, siccome eralo del cuore de' suoi uditori: cantava e rapiva, e quello ch'è più, lasciava profonde impressioni. (p. 518)
  • [Eugenia Tadolini] Avvenente della persona, geniale d'aspetto, mai sempre atteggiavasi con eleganza e maestria di scena. Non esagerata, non manierata, tutta natura, in lei costantemente spiccavano semplici modi e verità d'azione. (p. 518)
  • [Maria Taglioni] Nel 1832 la ammirò Berlino nella Baiadera, e dopo non arrivava a dar corso ai contratti che piovevanle dall'Allemagna, dalla Francia, dall'Italia, dall'Inghilterra e dalla Russia. A Milano ebbe un'accoglienza veramente straordinaria e festevole (1841), e per lei il palco della Scala parea tramutato in un giardino di fiori. (p. 519)
  • La leggerezza della Taglioni potea dirsi fenomenale. Ella aveva fatto allestire nel suo appartamento una sala, il cui pavimento era alquanto inclinato e spalmato di gesso. In detta sala, nel silenzio della notte, la silfide studiava quelle attitudini nobili e leggiadre, e quei passi sì perfetti che in essa ammiravansi. Il massimo degli elogi, che far si possa alla sua leggerezza, trovasi nel seguente aneddoto. Allorché [Il padre, il coreografo Filippo] Taglioni faceva costruire quella sala, un ricco inglese che alloggiava nel piano inferiore, gli fece dire che non si prendesse soggezione di lui, cui poco importava, se fosse stato svegliato dagli esercizii della signora. Taglioni gli rispose: «Se sentite mia figlia, io le la mia maledizione, perché ne sarei desolato: io, suo padre, non l'ho mai potuta sentire». (pp. 519-520)
  • I numerosi ritratti di Talma danno un'idea assai esatta della bellezza de' suoi lineamenti , ma non possono dare quella della sua fisionomia, che era nobile e molto espressiva. La sua statura, sebbene poco alta, era imponente; il suo organo di voce sonoro e pieghevole. Non possiamo terminare questa notizia senza dire che il grande artista aveva una modestia reale, e che era amabile e benevolo. Quindi, quanti ebbero la fortuna di conoscerlo, ammirarono in lui «l'accordo di un gran talento e di un bel carattere». (pp. 526-527)
  • Il suo do diesis fece delirare i Parigini, e si parlò più di questo, che delle scoperte del Galileo e del Volta. Il do diesis del tenor Tamberlich fu messo perfino in commedia; anzi venne aggiunto alle umane maraviglie, come si espresse uno di que' giornali. In età fresca, nel vigore de' suoi mezzi, egli sarà per lungo tempo la gloria dei Teatri d'Europa. (p. 527)
  • Anche il Tamberlich è de' pochi che eseguiscono tutti i generi. Oggi è Otello, e domani D. Ottavio nel Don Giovanni di Mozart. Con quattro o cinque di siffatti tenori il Teatro lirico italiano non sarebbe nella decadenza che si deplora. (p. 527)
  • Nel 1844 la Tedesco, giunta a diciott'anni, esordi al Teatro della Scala in Milano, e quel Pubblico rese omaggio a sì prodigiosa agilità di vocalizzazione, ad un'intelligenza così superiore, all'incantesimo fascinante, alla fisonomia espressiva, alla beltà ideale, complesso maraviglioso di qualità, cui l'immaginazione sogna, e tanto di rado si verifica. (p. 530)
  • Tessari Carolina era sorprendente per la robustezza de' suoi polmoni, per la voce maschia ed insinuante. Artista eccellente, sapeva far aggradire anche le produzioni più strambe e bizzarre. (p. 531)
  • Forse [Carolina Cavalletti Tessari] fu poco dignitosa, perché un po' tozza di persona e piuttosto pingue; ma nell'esprimere la gelosia, la rabbia, il furore, la pazzia, non aveva rivali. (p. 531)
  • [Sigismund Thalberg] L'esecuzione di quest'esimio pianista si distingue per l'eleganza, la nobiltà e la nettezza. Paragonandolo a Liszt, trovasi in lui minore originalità ed effetto, ma più gusto e maggior perfezione. Egli ha cercato di fondere insieme gli stili differenti di Clementi, Mozart e Beethoven, e influì non poco, sì per l'espressione, che per la scienza del meccanismo, sulla moderna scuola del gravicembalo[22]. (p. 532)
  • Luigi Zamboni aveva un ingegno comico naturale, e da tutto prendeva partito per arricchire e ricamare, a così esprimerci, la parte sua. Era colto, istruito, né i suoi modi potevano essere più piacevoli e più gentili. Un vecchio giornalista lo chiamava la vera commedia in azione. Egli possedeva la scienza dei caratteri, per servirci della frase d'un altro scrittore, senza la qual dote non si arriva a far ridere che gli sfaccendati e gl'ignoranti. (p. 575)

Morti e viviModifica

  • Egli [Gaetano Donizetti] aveva da natura sortito in altissimo grado il dono dell'improvviso. Una penna, un brano di carta qualunque, e scriveva .... e quanto scriveva, suonava all'istante o cantava, fosse in campo aperto, al piè d'un monte, in piacevole brigata, fra l'assordante schiamazzo dei brindisi, dovunque facesse sosta, ovunque gliene saltasse il ticchio. (pp. 20-21)
  • La Lucia[23] è sulle labbra e nel cuore di chiunque senta la vita, di chiunque sappia che cosa sieno amore e passione; è la prediletta delle donne, facili al riso come al pianto, al dolore come alla gioia; è la delizia, il pascolo delle anime innamorate; Donizetti poteva qui dire con Dante... Vedi, son un che piange. Poche opere fruiscono della popolarità della Lucia. Gli è un plettro, un liuto che manda suoni troppo soavi, perché non c’invada i sensi un’ebbrezza celeste. A Parigi Donizetti adattolla alle scene francesi e dopo i capi-lavori del cigno di Pesaro[24] non echeggiarono mai sulla Senna applausi sì fervorosi ed iterati. (p. 24)
  • Nelle venti opere composte finora dal Rossi, oltre la infinità di pezzi sciolti scritti in parecchie circostanze, la prima cosa che si vede si è la grande facilità e spontaneità con che sono dettate [...]. Chi pon mente a questa circostanza ed attentamente ne investiga le cagioni, è costretto a concludere che una tale scorrevolezza non è tanto un dono naturale, quanto il passo franco ed ardito di un maestro che s'impossessa del soggetto, lo padroneggia a suo talento, e lo riveste di note che non dura fatica ad accozzare, ma che sceglie dal campo della fantasia, e rende perfette con l'aiuto dell'arte. (p. 57)
  • Trovandosi al Teatro delle Muse di quella città [Ancona] un tenore per nome Querci, fu da esso pregato il giovane Capecelatro di comporre per lui un'aria finale nell'Opera Gli Arabi nelle Gallie, invece di quella del Pacini[25] che trovava troppo alta per la sua voce. Il giovane maestro, nell'età di 13 anni, compose in poche ore l'aria, e cantata dal Querci fu applauditissima, in guisa che quell'artista seguitò a cantarla in tutti i teatri ove si produsse dappoi, e sempre con generale favore. (p. 62)
  • Quando la maestria e l'operosità del nostro Sanquirico erano più che mai in auge, e uscivano dalle sue mani decorazioni e pitture sempre più belle e variate, avvisarono taluni di poter abbattere la rinomanza sua, dando ad intendere alla credula gente, che tutto questo sortisse da un fondo di disegni a lui pervenuto dal defunto suo compagno il famoso pittore Perego (come se questi per profetica visione avesse potuto preparare appunto gli abbozzi di quante decorazioni per molti e molti anni appresso venir doveano allogate al Sanquirico); ma questa ridicola, al par che calunniosa insinuazione, cade da sé sotto il martello della logica più usuale, né val la pena di porsi a confutarla, se anche tuttavia facesse breccia, per avventura, nella babbuaggine di alcuni così detti cianciabeoni. (p. 78)
  • [Alessandro Sanquirico] [...] dopo il suo ritirarsi dall'opera, meglio ancora concluderemo sull'apprezzamento degli alti pregi di questo pittore. Difatti (per dire della sua maestria come scenografo, architetto, e pazientissimo dirigente di tutto l'apparato scenico) basti il notare, che dopo la sua dipartita dalla Scala non più si vide a questo teatro un solo telone perfettamente collocato a piombo, e rasente, come si deve, l'impancatura della scena, ma, all'opposto, sempre mantenuta una tal separazione fra l'assito ed il telo del dipinto, da lasciar travedere i calzari non solo, ma le gambe ancora di quelle o quelli che dietro la decorazione passeggiano. (p. 79)
  • Nel febbraio di quest'anno 1849, in età avanzata, ma in aspetto di ancor vegeta salute, moriva questo preclaro cittadino [Alessandro Sanquirico] di un modo inaspettato al par che strano. Ci pare che, accostumato qual era a corroborarsi di volta in volta per la giornata lo stomaco infievolito con alcun liquore spiritoso, serbasse alcune fiale di tal genere sul suo deschetto da camera, ove altresì posavano diverse ampolline di liquidi forti che all'incisione ed ai ristauri dei dipinti si adoperano, e che per sbaglio o distrazione, sentendo volontà di ristorarsi, desse mano a un vasello d'acido vetriolico e ne trangugiasse un buon dato; ghermito allora da istantanei e feroci dolori, in tale stato venne subito ridotto, da non poter far uso della parola, e a malo stento coi cenni poté porgere alcun incerto indizio dell'accaduto; gli si prestarono all'istante le cure più sollecite, ma tutto fu vano, e in poche ore spirò. (pp. 88-89)

NoteModifica

  1. Achille Pepoli, cugino del poeta e politico Carlo.
  2. Da orrevole, var. arcaica di onorevole.
  3. Soprannome dell'Avelloni.
  4. Camillo Sivori (1815 – 1894), violinista e compositore italiano.
  5. Anna Fiorilli Pellandi (1772 – 1841), attrice teatrale italiana.
  6. Sua moglie, Annunziata Ramaccini, lo coadiuvava nell'insegnamento.
  7. Nel testo "vece".
  8. a b Il Coppola viene erroneamente citato nel testo come "Pietro Andrea Coppola".
  9. Alberto Nota.
  10. Louis Mérante (1828 – 1887), danzatore e coreografo francese.
  11. Nel testo "piaciono".
  12. Luigi Maria Cherubini (1760 – 1842), compositore italiano.
  13. Giacomo Meyerbeer (1791 – 1864), compositore tedesco.
  14. Ferdinand Hérold (1791 – 1833), compositore francese, autore dell'opera comica Le pré aux clercs.
  15. Johann Adolf Hasse (1699 – 1783).
  16. Gustavo Modena.
  17. In rumorosa allegria.
  18. Giuseppe Verdi
  19. Gioachino Rossini.
  20. Personaggio della mitologia greca, trasformata dagli dei in usignolo.
  21. Così nel testo viene citato il Sografi.
  22. Forma antica per "clavicembalo".
  23. L'opera lirica Lucia di Lammermoor.
  24. Gioachino Rossini.
  25. Giovanni Pacini (1796 – 1867), compositore italiano.

BibliografiaModifica

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