Guia Soncini

giornalista e scrittrice italiana

Guia Soncini (1972 – vivente), giornalista, editorialista e scrittrice italiana.

Citazioni di Guia Soncini

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  • [Sui social network] Il guaio non è che i nuovi strumenti ci abbiano resi arroganti, o vanitosi, o scemi. È che ci hanno liberati dalla vergogna di esserlo.[1]
  • Parecchi anni fa, arrivò su Wikipedia una voce a mio nome. Ora, quel che vi serve sapere per capire l'inutilissima storiella che segue è che Wikipedia, enciclopedia basata sul volontariato dei compilatori che nei paesi seri riesce a essere comunque una cosa seria e con una sua attendibilità (certo, non considera Philip Roth una fonte attendibile circa le opere di Roth, ma diciamo che di media non è malvagissima), in Italia è il regno della cialtroneria. Per dire: quando obiettai che la voce che mi riguardava era piena di minchiate (sostanzialmente trattavasi di un curriculum preso dall'ufficio del personale Rai e ricopiato male – con l'aggiunta di alcune bislacche opinioni spacciate per fatti: ricordo un delizioso «si è detta a favore dell'editto bulgaro» – e comunque all'epoca già datatissimo, visto che non lavoravo più per la Rai da anni), il tizio che rispose alla mia mail mi disse che, «nello spirito collaborativo» dell'opera, potevo correggerla, il che dice tutto sul conto in cui la gestione italiana tiene la regola wikipediana (ovvia e sensata) secondo cui sulle voci enciclopediche non possono intervenire coloro che ne sono oggetto. D'altra parte io non conosco un italiano cui sia dedicata una voce Wikipedia che non se la sia scritta da solo, e quindi tutto torna (comprese le medaglie d'argento a gare di nuoto delle medie di cui sono ricche le pagine Wikipedia dei giornalisti italiani). Insomma dico a 'sto tizio che gli mando l'avvocato, e loro oscurano la pagina. Seguono alcuni spassosi anni in cui ciclicamente qualcuno, nel mezzo di qualche fessa polemicuzza, salta su dicendo «d'altra parte tu sei un'antidemocratica che ha fatto causa a Wikipedia, tu e Facci» (il novanta per cento della mia stima per Filippo Facci si basa su questa comunanza).[2]

  Citazioni in ordine temporale.

  • La maglietta fina sarà sempre il marchio baglioniano per i distratti, per quelli che giurano di non sapere chi sia Claudio Baglioni (mentono: tutti quelli che non lo citerebbero mai tra i pilastri della cultura popolare italiana sanno a memoria almeno una dozzina di sue canzoni; non sanno di saperle, ma se ne metti su una poi partono i cori, è un riflesso indomabile).[3]
  • Tutte abbiamo un'amica gatta morta. Se non ce l'hai, significa che la gatta morta sei tu. Tutte abbiamo un'amica che non sa badare a se stessa (cioè: produce disastri dai quali, poverina, come si fa a non salvarla), che non ha il senso dell'orientamento (cioè: che arriva regolarmente in ritardo, fa un'entrata con tutte le attenzioni, e poi per mezz'ora monopolizza la conversazione dicendo quant'è stata sbadata a sbagliare il posto dell'appuntamento), che con quella modalità da vittima ha trovato marito e quindi non ritiene di disinnescarla mai, neppure quando ha a che fare con altre donne. Donne che nei momenti più benevoli meditano di metterle il cianuro nel tè verde, ma non lo dicono, perché se sei aggressiva con una così gatta e così morta poi passi per stronza tu.[4]
  • Da piccole siamo tutte piene di fidanzati cattivi, per una ragione semplice: abbiamo tempo libero. Non siamo distratte da mille minuzie che c'impediscono di concentrarci sulla nostra vita sentimentale. Se uno non chiama, è un dramma. Da grandi, se uno non chiama, tra un rubinetto che perde e un 730 da pagare è praticamente impossibile che ce ne accorgiamo. Il poverino investe tutta la sua strategia seduttiva nel non chiamare, certo che così ci farà disperare e ci conquisterà, e noi siamo impegnate a capire quale sia la farmacia di turno e a trovare qualcuno che ci consegni l'acqua a casa perché c'è l'ascensore rotto.[5]
  • La soglia dell'inaccettabilità per gli americani è chiara, e non sta nel waterboarding ma nell'infilarsi in mutande estranee prima di aver divorziato [...][6]
  • Avevo quindici anni [...] quando mi cominciarono a piacere le discoteche. Non ricordo perché; probabilmente piacevano a qualche ragazzino per cui avevo una cotta, e io ho sempre avuto poca personalità: non saprei niente di cinema francese, se verso i diciassette non avessi sostituito quello da seguire in discoteca con quello da seguire in cineteca. Proprio non mi ricordo, della gente con cui andavo a Riccione nel weekend, o nelle discoteche bolognesi durante la settimana, chi s'impasticcasse e chi no: adesso mi sembra impossibile sopportare quella musica se non sei drogato, ma è perché sono una vecchia bacucca, come d'altra parte tutti quelli che scrivono articoli sui giovani che si drogano.[7]
  • L'obbligatorietà di certa droga in certi posti è così una falsità che, quando non ero così vecchia e così bacucca, sono riuscita a fare due vacanze in Giamaica senza farmi canne: non perché avessi remore morali, ma perché ero troppo goffa per riuscire ad aspirare.[7]
  • [...] viene il sospetto che gli stroncatori da tastiera non siano umani. E invece, altroché: sono quelli che, se t'incontrano, sono più emozionati nel chiederti un autografo.[8]
  • Ero al liceo quando uscì Attrazione fatale. Ero moralista come sanno esserlo solo le adolescenti, e ricordo che m'indignò molto un articolo in cui Natalia Aspesi diceva che il personaggio di Glenn Close, che il pubblico amava odiare, pagava lo scotto dell'essere una donna che andava a letto con chi le pareva. Aveva ragione la Aspesi, ovviamente: ce la prendevamo con Alex Forrest, la bollitrice di conigli, non perché c'importasse dei cuccioli lessati, ma perché non c'era neanche un trauma infantile che la motivasse. Se Attrazione fatale lo girassero oggi, ci sarebbe almeno un flashback in cui la piccola Alex Forrest sorprende il padre a letto con una donna che non è la madre; fuggendo, viene inseguita dalla coppia fedifraga che, nella foga, investe l'animale domestico della piccina. La scena, assente dalla sceneggiatura originale, verrebbe però pretesa dal produttore. Consapevole che al cinema, se vai a letto con la gente sbagliata, devi almeno avere la giustificazione dello psicologo.[9]
  • (avrete notato che di recente gli uomini si sono messi a spiegarci il femminismo: era meglio quando si limitavano al fuorigioco).[10]
  • Ho capito che quella britannica era una civiltà superiore la prima volta in cui su un treno inglese ho visto una silent coach, una carrozza silenziosa. Quelle in cui gli altri non possono costringerti ad ascoltare le loro conversazioni al cellulare. Quelle in cui si abbassano le suonerie e si sta zitti. Le conversazioni altrui sono sempre state fastidiose ma, da quando nessuno usa più il telefono per telefonare, hanno anche un sovrappiù di esibizionismo molesto: se in un luogo pubblico, invece di mandare messaggi, parli a voce alta, quella non è una conversazione, è una performance. Che mi viene imposta: dalla galleria di Marina Abramovic posso andarmene, dal treno in corsa no.[11]
  • Se non esistono madeleines condivise da un'intera generazione per chi si è formato quando c'erano pochi canali in tv, figurati adesso: tra vent'anni sarà impossibile trovarne due che siano cresciuti con lo stesso cartone animato. Ma il tuo – di cartone animato, di disco, di ricordo d'infanzia – sarà sempre il più denso, la tua Madeleine sempre la più profumata, la tua determinazione a pucciarla di nuovo nel latte sempre più forte man mano che invecchi.[12]

Da elle.com, 6 novembre 2015

[Su Supergirl]

  • Siccome sono scema, mi sono messa a vedere la prima puntata di Supergirl [...] piena di aspettative. I critici americani avevano scritto che era un manifesto femminista. Critici maschi, ovviamente: gente che non sa distinguere un golfino malva da uno pervinca, ma vuole spiegarci le donne. Polla io a starli a sentire. Supergirl è una cui la madre dice «Sii sempre te stessa». È una cui un cattivo dice «Sul mio pianeta, le donne si inchinano davanti agli uomini» (presto, per passare per femministe, basterà rifiutarsi di servire a tavola). È una che, tredicenne, viene mandata sulla Terra per badare al cuginetto Superman, e ventiquattrenne si trova a lavorare in una versione minore del Diavolo veste Prada.[13]
  • Forse la cosa più femminista di Supergirl è il collega corteggiatore trasformato in stylist (se non puoi liberarti del corteggiatore indesiderato, fagli scegliere i tuoi mantelli da supereroina). La più antiquata è il terribile appuntamento con un tizio contattato via app: ormai il dating online è, per gli sceneggiatori pigri, il simbolo di tutti i mali contemporanei, tipo il cellulare per gli autori satirici negli anni Novanta – anni che non sono mai finiti, se mi offri una supereroina senza maschera che, nell'era in cui la fotograferebbero in migliaia coi cellulari, mantiene il proprio anonimato.
  • Quando Supergirl era stata mandata sulla Terra, era finita in un congelamento spaziotemporale per vent'anni, dopo i quali era arrivata qui ancora tredicenne. Tutto questo per permetterle, oggi, nella serie, di avere 24 anni, invece degli oltre quaranta che le toccherebbero. Perché la supereroina che è-sempre-se-stessa è femminista, ma la protagonista ultraquarantenne sarebbe una vecchia.
  • [Su Revenant - Redivivo] Non l'ha fatto per prendere finalmente l'Oscar, no. Leonardo DiCaprio l'ha fatto, questo film in cui un orso gli fa una tracheotomia, e lui dorme dentro una carcassa di cavallo, e mangia bufali crudi senza posate, per rispondere alla nostra disperazione. Per compiacere noialtre che da anni ci lamentiamo di uomini che passano a farsi belli più tempo di noi, che si depilano le sopracciglia, che ci occupano gli scaffali del bagno con le loro creme. L'ha fatto per ricordarci quel dogma che diceva: l'uomo deve puzzare.[14]
  • Di solito Via col vento si vede la prima volta – quella che conta, quella dell'imprinting – quando si è abbastanza piccole da non aver ancora studiato la guerra civile americana. Io avevo sette anni; se qualcuno, nei decenni successivi, mi avesse detto che, facendo il tifo per Rossella, stavo dalla parte degli schiavisti, mi sarei offesa moltissimo. Loro sono i buoni, non vedi? Gli schiavi sono più contenti di stare in famiglia! Non ti ricordi che il nero Sam, quando la incontra ad Atlanta dove lavora da uomo libero, la prega di rimandarlo alla piantagione? Lui con quella gentaglia mica voleva starci. Il nord sarà pure emancipazione e liberazione, ma la schiava Mamy lo trova volgarissimo. E i sudisti agli schiavi vogliono bene: Rossella non frusta nemmeno Prissy, che pure se lo meriterebbe moltissimo.[15]
  • Tutte le mie zie, nate nella prima metà del Novecento, avevano un lavoro: sia quelle senza figli, sia quelle che i figli li avevano, sia quelle che non solo li avevano ma le aveva pure piantate il marito. [...] Era quel secolo lontano in cui mia madre non mi ha mai allattato (mio padre diceva che l'allattamento faceva cadere le tette, e lei alla tenuta delle sue tette era affezionata), non mi ha mai accompagnato né mi è mai venuta a prendere a scuola [...], non ha mai pensato di cancellare un impegno per una recita, un saggio, un compleanno. D'accordo, a mia madre fare la madre faceva schifo, ma non ho mai visto una delle mie zie, che pure erano madri più presenti, fare i compiti con i figli o programmare le proprie giornate adulte in base alla dittatura degli impegni dei ragazzini. [...] Era un secolo più consapevole del fatto che i figli li fanno anche i gatti, mica è una roba eroica. Poi siamo arrivate noi e abbiamo preso due decisioni. La prima è stata di far pesare le incombenze della maternità in modi che avrebbero fatto assai ridere le nostre nonne (quelle che spingevano l'aratro con un neonato attaccato a una tetta). La seconda è stata di spacciarci per indispensabili: [...] appena qualcuna cerca di far la madre con un po' di disinvoltura, arriva un'altra a rimproverarle che non stia allattando i figli fino all'università (il che avrebbe fatto ridere le più benestanti tra le nostre nonne: quelle che i neonati li mollavano alla nutrice [...]). In questo secolo in cui si allattano neonati occidentali con camerette sterilizzate come gli servissero anticorpi per sopravvivere nella foresta, e in cui devi fare i compiti con tuo figlio fino alle medie e restargli attaccata come una cozza allo scoglio, la domanda [...] è come si faccia a trovare il tempo di fare il punto croce.[16]
  • Chiunque non abbia figli lo sa: ti dicono «Ma vedrai che poi cambi idea» fin oltre le soglie della menopausa. Per lo stesso principio – e cioè grazie alla petulanza di chi fatica a comprendere l'esistenza di chi vuole per sé cose diverse: se ho un marito io, se ho faticato tanto per procurarmene uno, devi volerne uno anche tu – a chiunque viva sola vengono proposti candidati al ruolo di marito o convivente. A me succede più di rado che alle altre. Non perché nessuna persona sensata rischierebbe di presentarmi un suo amico, trovandomi magari in una giornata di malumore – anche per quello, ma non solo. Principalmente perché le persone che mi conoscono sono prima o poi passate da casa mia. Una casa che dice forte e chiaro: non vi voglio qui; che farebbe dubitare qualunque uomo delle mie doti di buona moglie, e scoraggerebbe anche il più avventuroso.[17]
  • Nel 1991, al Festival di Cannes c'era il peggior film con due donne protagoniste che sia mai stato prodotto. S'intitolava Thelma e Louise, e per un'illusione collettiva passò per un film femminista. Era un film in cui la presa di coscienza delle due sfociava nel lanciarsi in un burrone con la macchina. Abbiamo trascorso [...] anni a raccontarci quant'era entusiasmante che le due s'ammazzassero.[18]
  • Non è vero che serve la sensibilizzazione, che bisogna spiegare bene che non si fa, che la violenza sulle donne si risolve educando i maschi. Sanno tutto quel che c'è da sapere: che non va bene picchiare o stuprare o ammazzare è chiaro almeno quanto lo è che è illegale rubare una macchina. Le macchine vengono rubate lo stesso. Nessuno invoca sensibilizzazione nelle scuole contro i furti. E, se lasci le chiavi attaccate, può pure essere che qualcuno dica che te la sei cercata: non per questo sta assolvendo il furto. Siamo molto più sensibili di quindici anni fa (per non parlare del secolo precedente), è confortante per chi subisce violenza, ma non aiuta a risolvere la questione. La violenza è un reato, non un attestato di merito per la vittima: non accade solo alle sante, alle immacolate, alle migliori di noi. Come per ogni reato, c'è la possibilità che la vittima simuli. [...] si può decidere di distruggere la reputazione di qualcuno facendosi fotografare con un livido. Prendere in considerazione il fatto che magari un'attrice che accusa l'ex di violenza menta, o che l'ex fidanzata di un cantante imbastisca una storia di botte solo per rovinarlo, non è una lesione del sacro diritto delle donne a non essere maltrattate. È il modo per cominciare a trattare i reati come quello che sono: reati. E magari smetterla col dualismo per cui la vittima viene santificata sui giornali prima che sia stato provato che è tale, e il carnefice non viene fermato mai, se non quando è troppo tardi.[19]
  • Il principale problema di tutti i genitori che conosco sono gli altri genitori. Il principale problema di tutti i genitori che conosco sono le notifiche dei gruppi WhatsApp creati per tenersi in contatto coi genitori dei compagni di scuola dei figli. Come per certi partiti politici che nessuno ammette di votare ma che misteriosamente vincono le elezioni, nessuno dei miei conoscenti è mai animatore di questi gruppi. Tutti giurano di detestarli, di aver silenziato le notifiche, di disprezzarne le preoccupazioni: nessuno è il genitore ansioso, tutti sono spettatori sprezzanti.[20]
  • Quel che dovete sapere di Bill Cunningham è che fu il primo a capire che non conta niente come quelli che disegnano i vestiti decidano di farli sfilare: conta come quelle che li comprano decidono di indossarli, e quindi era la strada che bisognava fotografare, mica le passerelle. Ora si chiama street style e lo fanno cani, porci e blogger; alla fine degli anni '70, c'era solo Bill Cunningham sul New York Times.[21]
  • Una cosa utile per combattere il sessismo è: non diluirlo. Non chiamare tutto «sessismo», altrimenti il concetto perde potenza. Se tutto è sessismo, il sessismo smette di preoccuparmi: mica posso stare preoccupata ogni minuto. A volte c'entrano altri fattori, in un comportamento che non ti piace, e non il fatto che sei una donna. In quei casi, non bisognerebbe fingere di credere che c'entri il sessismo solo perché è un'etichetta à la page. Magari sul breve termine funziona (se strilli «sessismo», qualcuno si volta), ma è un po' offensivo verso chi viene davvero discriminata solo perché donna.[22]
  • Non credo d'aver mai visto un giornale scrivere di Jennifer Aniston senza precisare «ex moglie di Brad Pitt», sebbene i due siano stati sposati per cinque anni a inizio secolo e dalla loro separazione sia ormai passato più del doppio del tempo di quanto fosse durato il matrimonio. Questo nonostante Aniston negli anni '90 facesse uno dei telefilm più visti al mondo (Friends, per chi è così vecchia da ricordarselo). È perché domina il maschio, seppure ex? No: è perché, se vi chiedo il titolo di un film di Jennifer Aniston degli ultimi dieci anni, dovete cercare su Google la risposta. Non è che siamo sessisti, noi dei giornali: è che la cosa più popolare che ha fatto Jennifer in questo secolo è stata sposare Brad.[22]
  • Warren Beatty [...] è stato il più figo del mondo. Io ho sempre preferito il suo amico Jack Nicholson [...], da giovane perché aveva l'aria più maramalda, da vecchio perché si è sfasciato in una maniera più spettacolare – ma insomma, Warren è stato il figo per eccellenza. Quello che ha spezzato il cuore a tutte, da Madonna in giù. Quello che non s'è redento finché, ultracinquantenne, ha incontrato Annette Bening [...]. Quello che quindi ci illude che «Con me sarà diverso» non sia una frase disperata, che a volte basti lasciar passare gli ormoni di gioventù e quelli dell'età adulta e poi metterci il fin lì cattivo soggetto in casa quando, ormai senile, non vuole far altro che esserci fedele. Se ha funzionato per Warren, che fin lì tutti identificavano col personaggio che interpretava in Shampoo, quello che diceva «Ammettiamolo: le ho scopate tutte, mi fa sentire immortale», beh, allora funzionerà anche per il disgraziato che abbiamo deciso di redimere noi, no?[23]
  • Sono stata aggiunta al gruppo WhatsApp di una redazione, e ho visto cose che le mie notifiche non avrebbero immaginato mai. Ho visto maschi ultracinquantenni rispondere a ogni messaggio con una sequela senza senso di emoticon: faccette che piangono e ridono contemporaneamente, mani che applaudono, meretrici che ballano. Tutte a gruppi di tre; dev'essere quel tremolio degli anziani: vogliono schiacciare la faccetta che piange dal ridere una volta, gliene scappano tre. È una delle molte ragioni per cui bisognerebbe vietare gli emoticon a chi abbia più di 19 anni. E poi decine di «ok» in risposta a qualunque ipotesi di lavoro (cosa rispondi «ok» a fare, che hai visto il messaggio lo so, c'è la doppia spunta, rispondi se hai obiezioni). E poi i messaggi vocali. A cosa servono? A risparmiare sullo scatto alla risposta? A non farmi mai sapere cos'hai da dirmi, perché ora sono in pubblico, non posso ascoltarlo, lo faccio poi, e poi ovviamente mi dimentico? L'anno prossimo, il Nobel per la pace datelo a quello che ha inventato il tasto «silenzia le notifiche da questo gruppo».[24]
  • Ci piace così tanto lamentarci, che votiamo chi alimenta il nostro vittimismo. Se quel personaggio di Paolo Virzì che diceva «Siete brutti, siete poveri» si candidasse, lo voteremmo gongolando.[25]
  • Mastroianni non è solo il simbolo di quando "Italia" e "bellezza" erano sinonimi (chiedete a qualcuno di non esperto di citarvi un'immagine cinematografica che rappresenti la bellezza, e vi dirà La dolce vita. Oppure Otto e mezzo, se preferisce Marcello con gli occhiali da sole); Mastroianni è il più colossale figo di un'epoca in cui il cinema italiano produceva fighi con disinvoltura invidiabile: i suoi concorrenti erano colossi come Vittorio Gassman o Ugo Tognazzi, mica bellocci televisivi col carisma d'un comodino.[26]
  • Quando ero piccola, mio padre rientrava a casa a pranzo e, prima di tornare al lavoro, faceva un pisolino. Una volta mi azzardai a mettermi a giocare nella stanza vicina a quella in cui dormiva. Fu per la reazione di mio padre che, anni dopo, a scuola, capii immediatamente che cosa voleva dire quel verso sull'ira funesta. E fu allora che giurai che non sarei mai diventata come quel mostro: il mio sonno non sarebbe mai stato sacro. Naturalmente ho fallito, come tutti quelli che s'impegnano a non assomigliare ai genitori: ogni mattina alle sette e mezza, io divento mio padre.[27]
  • Della prima volta che andai negli Stati Uniti ricordo [...] lo stupore [...] per l'entità delle mance. Una nazione che dà per scontato che non sia il tuo datore di lavoro a doverti pagare, ma pretende che chi passa di lì si occupi del tuo sostentamento. Se a cena (o dal parrucchiere) non lasci il 20 per cento di mancia, ti guardano come un criminale. Se sei un ricco che non fa beneficenza, la tua reputazione crolla a picco. L'elemosina è un obbligo sociale. I miei giovani neuroni l'annotarono come caratteristica americana, ma continuai a considerare una prepotenza quel 20 per cento in più rispetto al totale del conto. Anni dopo lessi una frase di Jack Nicholson: diceva che lui non fa beneficenza, lui paga le tasse e si aspetta che dei bisognosi si occupi lo Stato. Pensai: finalmente uno che mi capisce.[28]
  • La comunicazione nell'era in cui chiunque ha uno smartphone e alcuni giga da ammortizzare funziona così: che guardi distrattamente la tv mentre scrivi su Facebook un pensierino che un tempo avresti avuto il pudore di condividere sì e no con familiari e amici; e invece ora, sempre con la formulazione frettolosa e imprudente che useresti parlandone sul tuo divano, lo esponi al mondo. La comunicazione nell'era in cui tutti sono portatori d'opinione su tutto – specie su temi di cui non sanno niente: tv, moda, astrofisica – funziona così: che tu vai in tv e tutti hanno un'opinione su cosa dici e cos'avresti invece dovuto dire, cosa indossi e cos'avresti invece dovuto indossare, e i giornali – quelle entità che una volta servivano a dare la loro opinione a chi non ne capiva, e perciò ragionavano e se ne facevano una – il giorno dopo mica spiegheranno chi abbia sbagliato più forte, macché: titoleranno Bufera sui social. [...] La comunicazione nell'era in cui guardi senza vedere, perché stai già pensando che ti urge dir la tua, funziona così.[29]
  • Sono costantemente preoccupate, le madri di bambine in questo secolo. Se le vestono di rosa, le piccine non diventeranno abbastanza volitive; se ricevono il Dolceforno, ne trarranno il messaggio «Il tuo posto è in cucina»; se la mamma non sta abbastanza con loro, si sentiranno abbandonate e precipiteranno in qualche gorgo (droga, anoressia: vale tutto, purché sia spaventevole), ma se la mamma è sempre a casa non avranno un esempio su cui modellare le proprie ambizioni. Sono qui per rassicurarle: cresceranno a casaccio e non ci si può fare niente. [...] Mia madre non ha mai lavorato un giorno in vita sua, il suo unico scopo nella vita è sempre stato spendere soldi altrui, ha iniziato a dirmi di trovarmi marito che ero ancora alle elementari (giuro: non sapete l'imbarazzo quando gli amici ricchi smisero d'invitarci in piscina perché capirono che mia madre intendeva accoppiare il loro erede novenne con la sua figliola – oltretutto pessima nuotatrice). Le mie amiche [...] raccontano infanzie in cui i genitori si raccomandavano che studiassero, che avessero una carriera, che fossero indipendenti. Io al liceo sono stata bocciata non so più quante volte e nessuno mi ha mai detto «Studia, asina»: a casa mia erano così mitomani che dicevano senza mettersi a ridere: «I professori sono spaventati dalla tua intelligenza» (ero così intelligente che preferivo guardare Quando si ama che aprire un libro). Tuttavia, io lavoro da quando avevo 22 anni e le mie amiche hanno perlopiù fatto le universitarie fuori corso fin dopo i 30; loro non sono state tranquille finché non sono riuscite a mettersi un vestito bianco e un anello al dito, e io ho del matrimonio l'idea che aveva Alberto Sordi («Mettersi un'estranea in casa»); loro si fanno allegramente pagare mutui e vacanze da genitori e suoceri e io pur di essere indipendente rinuncerei alle vacanze a vita. Certo, non ci vogliono degli specialisti viennesi per dire che mica significa che la mia formazione non m'abbia influenzata: mi sono formata in opposizione a quel che ho visto da piccola. Però, se può funzionare sia per emulazione sia per contrasto, capite bene che vale tutto, e tanto vale rilassarsi.[30]
  • Non ricordo com'ero vestita, quando uscendo da un'intervista pensai che potevo anche smettere di fare questo mestiere, tanto ormai il più figo del mondo l'avevo incontrato. Ricordo però perfettamente che l'allora sessantaseienne più figo del mondo aveva un maglione blu, con dei buchini da tarli di quelli che solo i più fighi del mondo possono permettersi di non far rattoppare. Quand'è che Jack Nicholson è diventato Jack Nicholson? Per me, nei pomeriggi dei sedici anni, quando il tizio di cui ero innamorata, un diciannovenne che si dava arie da poeta maledetto, mandava a ripetizione il vhs di Shining. Chiunque altro avesse riempito fogli e fogli di "Il mattino ha l'oro in bocca" mi sarebbe sembrato un cretino; lui no: era Jack Nicholson, poteva permettersi tutto [...][31]
  • Cosa si resta incinte a fare, se non per poter dire «Caro, quella cosa sul soppalco devi prenderla tu, io sono fragile»?[32]
  • I miei genitori si sono detestati finché morte (di lui) non li ha separati, come aveva ordinato loro il prete trentasette anni prima. Sono rimasti sposati in salute, malattia, amanti (di lui), abbandoni del tetto coniugale (indovinate un po': sempre di lui), ricchezza (di lui) e tracolli finanziari (inevitabili, visto che il bilancio di famiglia lo teneva lei, che era capace di farsi prestare i soldi dalla cameriera pur di non rinunciare a un tenore di vita comprensivo di autista – non è un esempio di fantasia). Di solito dico che è un problema generazionale: c'è stato un tempo in cui era un'eccezione che le donne lavorassero, un'eccezione che confinava con la follia; la norma non era certo un genio della matematica come la prima moglie di Einstein, ma una che dicesse il rosario come la moglie del Gattopardo. Ma so di mentire: sì, era così all'epoca di mia nonna (che rimase vedova a quarant'anni e non uscì mai più di casa se non per andare in chiesa); ma pochi decenni dopo era già tutto diverso. Di tutte le parenti di entrambi i rami familiari, mia madre è l'unica donna che non abbia mai lavorato [...]. E stiamo parlando dello sprofondo del Molise o della Brianza o di Bologna, neanche vado a scomodare casi di parti più avanzate del mondo, neanche cito il fatto che Nora Ephron era coetanea di mia madre e quando ha scoperto che il marito la tradiva il suo primo pensiero non è stato come tenerselo comunque né come farsi mantenere a vita: si è messa a lavorare [...][33]
  • Era l'inizio degli Anni 90, i giornali americani la chiamavano bye-bye blues, addio tristezza: il Prozac era una capsula bianca e verde che esercitava un certo fascino su noi ragazzine che frequentavamo solo teppisti di buona famiglia, e l'eroina non era mai stata un rischio perché non avremmo saputo dove trovare uno spacciatore (e meno male: eravamo così ignare di tutto che come minimo ci avrebbero venduto qualcosa che ci ammazzava), e non avremmo mai preso in considerazione la cocaina (ritenuta volgarissima). Nel 1994 Elizabeth Wurtzel scrisse un memoir, Prozac nation, che celebrò la capsula bianca e verde come desiderio cool di quegli anni. Non solo fa dimagrire, leggevamo: cancella retroattivamente l'infanzia infelice; già allora credevamo a qualunque stronzata leggessimo (e non sapevamo che l'infanzia infelice devi tenertela stretta: c'è tutto il repertorio da romanzo che ti serve, lì dentro).[34]
  • [...] la prova costume non esiste. Nessuna adulta ha bisogno di andare nel camerino d'un negozio per sapere come le stia un bikini: le sta nello stesso impietoso modo in cui sta, nuda, nello specchio di casa. Non sarà la copertura di venti centimetri quadrati di carne che cambierà il risultato. Anzi, il sole non potrà che essere più impietoso delle luci di casa, che tutte abbiamo imparato a rendere soffuse quella volta che abbiamo visto Un tram che si chiama desiderio.[35]

Il Foglio

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  Citazioni in ordine temporale.

  • Voglio condurre il prossimo Sanremo non perché sia in grado di mandare a memoria gli ormai almeno sei nomi che ci vogliono per scrivere una canzone (non mi ricordo neanche il mio numero di telefono), non perché sappia scendere la scala coi tacchi (al primo gradino mi cappotterei, al secondo mi sfilerei le scarpe imprecando), non perché abbia talenti tipo ballare, intrattenere, cantare (t'ho mai raccontato di quando mi bocciarono al provino per lo Zecchino d'oro?). Voglio condurre Sanremo perché voglio fare l'ultimo gesto rivoluzionario possibile. Ieri l'ennesimo assessore ha ringraziato in conferenza stampa [...] perché avevano parlato dei fiori di Sanremo, inquadrato i fiori di Sanremo, regalato i fiori di Sanremo. Voglio salire su quel palco e dire "io quando mi regalano dei fiori li lascio morire perché non possiedo un vaso".[36]
  • Solo una cosa desta la mia attenzione e accende il mio entusiasmo: Elettra Lamborghini. Elettra che, agitando una latteria là davanti ed esprimendosi con una certa qual calata emiliana, dice che lei Lou Reed non sa chi sia: "Non ero neanche nata". Elettra che assolve tutte noi, che non siamo arrivate col programma alla Seconda guerra mondiale, ma cosa pretendono i nostri interlocutori: non eravamo neanche nate. Elettra che, benché emiliana, si ostina a usare espressioni napoletane donando loro sensi tutti suoi: dice "hai una bella cazzimma" e chissà che intende — piglio, energia, scollatura? Elettra che ha girato il mondo, e quindi non dice "moda", dice "hype", che vuol dire un'altra cosa, ma non cavilliamo. Elettra è tutte noi che non abbiamo studiato. Elettra, che se le fanno una battuta sul complesso di Elettra scommetto che non la capisce, è la nostra rivincita.[37]
  • [...] meno male che oggi finisce maggio, il più crudele dei mesi. Chiunque si lamenti dei lillà da terra morta non ha mai avuto a che fare con gli scontrini che genera la polvere viva in cui vado a rimestare ogni anno mentre il commercialista mi minaccia e io non trovo quella ricevuta del dentista che mi farebbe così comodo scaricare (forse nel 2018 dal dentista non ci sono neanche andata, ma sai come siamo noialtri che confondiamo memoria e desiderio); in compenso si risvegliano le radici sopite di tutti gli scontrini d'ogni cappuccino del 2012 (perché non li ho buttati? Non avrei potuto detrarli neanche nel 2013, perché li ho conservati? Speravo forse di finire in un programma di accumulatori su RealTime?).[38]
  • [...] ho un amico romano che s'è trasferito a Milano, e soffre. Qui, dice, sono gay anche gli etero.[39]

la Repubblica

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  Citazioni in ordine temporale.

  • Avrete notato anche voi che i talk-show, presenti in numero crescente nei palinsesti italiani, fanno sempre più affidamento sul servizio montato. Cioè non la diretta del dibattito, ma il filmato di un inviato andato a verificare cosa succeda nel paese reale, acciocché il paese irreale presente in studio possa poi commentare. I veri problemi della vera umanità sono ciò che il pubblico vuole sentire; mica le chiacchiere dei politici. È una scelta grandemente sensata, giacché qualunque minutaglia di vita vera è più rappresentativa dei bisogni della società di quanto lo siano le chiacchiere teoriche.[40]
  • Quand'è che Marco Travaglio è diventato un tronista di Uomini e donne, di quelli che litigano con la corteggiatrice, sclerano, se ne vanno dallo studio, e alla De Filippi tocca attendere pazientemente seduta sui gradini che una redattrice li convinca a rientrare?[41]
  • Ci sono parole che s'incontrano solo quando si legge della tv degli altri. Uno spettatore americano che leggesse un qualsivoglia articolo sulla tv italiana si chiederebbe cosa fosse il "traino", la mancanza del quale tutti coloro che fanno programmi d'insuccesso scelgono come capro espiatorio. Negli Stati Uniti [...] se il tuo programma va male è perché non sei stato abbastanza bravo, non perché non lo è stato quello che andava in onda prima, e tu non hai potuto beneficiare della forza d'inerzia [...][42]
  • [...] blogger, che è la parola che noialtri che scriviamo sui giornali usiamo quando non abbiamo due intere righe per scrivere "io questo non ho mica ben capito cosa faccia, ma mi sembra sveglio".[43]
  • Uno dei grandi crucci delle spettatrici di questo secolo è la sparizione della commedia romantica. Abbiamo provato in tutti i modi a rispondere alla domanda "Perché non se ne fanno più?": è perché i film con un pubblico adulto incassano meno di quelli per tredicenni brufolosi? È perché è morta Nora Ephron, e anche Woody Allen non si sente tanto bene? È perché quel che costituisce tre quarti della trama d'ogni buona commedia romantica – il bisticcio, il flirt, l'incomprensione scontrosa ma carica di tensione erotica – ora si svolge tramite messaggi sul cellulare, e poche cose sono meno cinematografiche di gente che prende a ditate uno schermo?[44]
  • Gli italiani pensano che ogni volta che accade qualcosa la tv pubblica debba trasformarsi da generalista in all news. Gli italiani si chiedono cosa paghino il canone a fare, sennò. Almeno, gli italiani che stanno su Twitter.[45]
  • L'era del subtweet è iniziata da un paio d'anni, perfetto complemento all'era della mitomania: chiunque si riconosce in ogni invettiva generica (contro una qualunque categoria: madri invadenti, lavoratori assenteisti, giocatori di calcetto così scarsi che vengono messi a fare il portiere, proprietari di cani che girano senza sacchetto), e chiunque si convince che quel subtweet sia proprio per lui. Siccome è anche l'era in cui i giornali si fanno compulsando i Twitter dei famosi, ogni tweet che possa sembrare un regolamento di conti tra celebrità non passa inosservato: il subtweet tra famosi funziona molto meglio del comunicato stampa.[46]
  • C'è stato un tempo in cui il varietà del sabato sera faceva venticinque milioni di spettatori: la tv si guardava in tv, e si guardava mentre andava in onda. Se volevi prepararti a diventare un adulto nostalgico che sapeva a memoria Cicale Cicale, dovevi essere un ragazzino che all'ora giusta si sintonizzava su Fantastico. Non lo recuperavi il giorno dopo su YouTube [...] e per sempre ovunque in clip sparse qua e là. [...] In Italia, la fine della must-see tv (termine utilizzato dalla Nbc per indicare quelle sere degli anni Novanta in cui non uscivi perché c'era Friends) è un problema soprattutto per i comunicati stampa del mattino dopo: se non puoi dire d'essere stato visto a milioni, ti tocca il patetico rifugio del dirti trending topic, cioè hashtaggato a decine.[47]
  • C'è un metodo sicuro per farsi venire una crisi d'invidia e inadeguatezza, allorché sceneggiatori: andare a leggere le descrizioni dei sei personaggi di Friends buttate giù dagli autori quando iniziarono a ideare la serie. Sono di tre righe l'una, e sono perfette. Ci sono dentro dieci anni di puntate e di stratificazioni e di universi. Monica che "ha sempre dovuto guadagnarsi tutto" e Rachel che "non ha mai dovuto guadagnarsi niente", per esempio.[48]
  • Succede una cosa, coi personaggi ben scritti: che gli attori diventano quella cosa lì. E quindi Matthew Perry, il maggior talento comico della sua generazione, è per sempre rimasto Chandler. In serie che non hanno mai lontanamente avuto il successo di Friends, né la sua precisione di scrittura. Dopo Friends, Perry è diventato il Robert De Niro dei telefilm: un talento sprecato in brutti copioni e produzioni sbagliate, il più bravo che fa le cose più brutte.[48]
  • [Sullo scandalo Clinton-Lewinsky] [...] Monica Lewinsky ha tenuto un'applauditissima conferenza [...] in cui riassumeva la sua vicenda in termini semplici quanto strazianti: a 22 anni mi sono innamorata del mio capo, a 24 mi sono accorta delle devastanti conseguenze. Vent'anni dopo, è ancora quella che andò a letto col capo, nessuno ha intenzione di dimenticarsene e quindi ora deve aver deciso di approfittarne: se va di moda parlare di bullismo on line, io dirò che sono stata la prima vittima. Dopotutto, è persino vero. A quasi nessuno viene in mente, vent'anni dopo, di rinfacciare quella vicenda lì a Bill Clinton. Perché lui nella vita si è fatto conoscere anche per altro, sì. Ma un po' anche per quella grande verità contenuta in I colori della vittoria, romanzo e poi film sulla campagna elettorale di Clinton e le sue digressioni sessuali. La voce della saggezza, affidata a Kathy Bates, diceva alla moglie del candidato che non è mai il traditore, quello che va all'inferno. "È sempre la tradita", si concludeva la battuta del film, ma potremmo allargare a: sono sempre le donne.[49]
  • [Sui quarantenni] [...] generazione la cui sfumatura preferita è la nostalgia. Siamo allo stesso tempo infantili e i nostri nonni: sempre a dire com'era meglio ai nostri tempi, sempre a rievocare i consumi della nostra giovinezza. Parliamo del modello di cellulare che c'era quand'eravamo giovani coi toni con cui i nostri nonni rievocavano la ricostruzione dopo la guerra.[50]
  • Il problema siamo noi, e la nostra smania di trasformare in editorialisti e pensatori quelli che dovrebbero potersi permettere di non avere un'opinione sul fatto del giorno: cantanti, attori, e altre categorie una volta sepolte in terra sconsacrata.[51]
  • [...] quella cosa che le tv dei paesi in cui si sa fare la tv si risparmiano, e in Italia invece ci sembra irrinunciabile: la diretta. Quella in cui gli imprevisti e le probabilità sono così frequenti che ci siamo persino inventati lo slogan per gli inciampi: il bello della diretta.[52]
  • Farrah Fawcett era la più famosa delle Charlie's Angels. E, in quanto tale, era scontato pensare sarebbe stata, alla sua morte, descritta e rievocata come icona pop, che negli anni Ottanta stava sui prodotti per capelli e sui poster: le toccavano coccodrilli e pezzi di riflessione sulla fine di un'epoca. Senonché, povera Farrah, è morta lo stesso giorno di Michael Jackson. Icona enorme annichilisce icona media, e la fine di Farrah fu ridotta a boxino a fondo pagina.[53]
  • [Su Quelli della notte] [...] la pochezza dell'umorismo d'epoca – che solo chi in quegli anni era alle scuole medie può mitizzare. Soprattutto [...] c'è una sola ragione per cui l'intellettuale italiano medio parla da decenni della genialità di battute che potrebbe tranquillamente aver pronunciato Alessandro Siani. La ragione è [...]: tutto siamo disposti a trovare struggente e insuperato, tutto, purché appartenga a tempi dei quali ricordiamo montagne verdi e conigli dal muso nero. Tutto quel che è avvenuto quando il nostro principale problema era il compito in classe ci pare bellissimo, artistico, poetico, irripetibile. Non contano niente i fatti: che sia un'ideuzza andata in onda per meno di due mesi, cioè la negazione del concetto di programma televisivo (la tv è quella cosa che si fa tutti i giorni per anni: la tv la fanno Fazio e la De Filippi, non Celentano e Guzzanti); che fosse trasmessa nel deserto della concorrenza, non esistendo allora il concetto di seconda serata; che il ritornello "Arbore, scopritore di talenti" si traduca in: Marisa Laurito. Contano solo i sentimenti: quelli per cui, se qualcuno pronuncia le parole "Quelli della notte", chiunque non voglia fare brutta figura aggiungerà in riempimento automatico "Capolavoro".[54]
  • C'è sempre qualcuno di cui lamentarci, qualcuno che non si doveva permettere, qualcuno cui dare la colpa. L'era che ha inventato internet, strumento per insultarsi senza incontrarsi, è anche l'Era della Suscettibilità. Una volta si chiamava Holocaust Card, era il trucco retorico "non puoi muovermi obiezioni perché io ho avuto l'olocausto", poi abbiamo abbassato l'asticella: anche noi che non abbiamo avuto traumi storicamente riconosciuti abbiamo diritto a zittire l'interlocutore, anche un'infanzia infelice può bastare per uno "zitto tu ché io" [...][55]
  • Chi ha intorno ai quarant'anni appartiene all'ultima generazione per cui la risposta ai capricci e alle maleducazioni dei ragazzini non era uno psicologo né maggior empatia dei genitori né il lasciarlo libero di esprimersi. Chi ha intorno ai quarant'anni è stato piccolo in un tempo in cui, se ti comportavi male, prendevi due schiaffi. Oggi che questa modalità viene guardata con più orrore delle torture ai prigionieri di guerra, condannata più fermamente dell'abbandono dei cani in autostrada, e considerata irricevibile persino (soprattutto) da chi a quei due schiaffi è sopravvissuto, oggi l'estate è difficilissima. Perché i figli (specialmente quelli degli altri, ma non solo) sono ovunque, e ovunque spadroneggiano con la naturale invadenza della gioventù e la sicumera di chi sa che le sue azioni non conosceranno conseguenze.[56]
  • Se i premi letterari fossero una cosa seria, andrebbero tutti agli autori di Temptation Island.[57]

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  Citazioni in ordine temporale.

  • Il femminismo ha sempre riguardato quelle che ci stavano simpatiche, quelle che la pensavano come noi, quelle che dicevano le cose giuste secondo i nostri schemi.[58]
  • Tra le molte ragioni per cui essere grati d'esser gente d'insuccesso, la possibilità di morire senza un lutto pubblico è sicuramente la principale. Morire da famosi, nell'era dei social, è un fenomeno che, alla milionesima replica, ancora sfonda i rilevatori di senso del ridicolo e fa venir voglia di staccare tutte le connessioni e andare a vivere nella capanna di Unabomber. [...] Le foto col morto, postate sempre da gente un po' meno famosa del morto ma smaniosa di cogliere l'occasione per un po' di luce riflessa, sono tutte uguali: il morto ha sempre l'aria «non so chi sia questo tizio che m'ha chiesto di farci una foto», chi pubblica la foto dopo il decesso aveva già nella foto l'aria «questa me la metto da parte come prova che l'ho conosciuto». [...] Morire su Instagram è la vera livella.[59]
  • [...] Tomaso Montanari, uno su cui si può sempre contare per leggere un'opinione pensata male [...][60]
  • [...] la moda, l'unica forma d'arte che contribuisce al prodotto interno lordo e che, se si presta a fare da traino a commerci minori quali i biglietti d'un museo, deve pure prendersi gli insulti come una zia ricca e magnanima che t'abbia pagato gli studi e perciò – giacché la gratitudine è un peso insostenibile – sia oggetto di sempiterno rancore.[60]
  • [...] l'abbronzatura, il rifugio delle bruttine convinte che la pelle dorata le renderà bellocce.[61]
  • Quand'avevo vent'anni feci le prove d'intolleranza alimentare, una delle mille truffe di quando sei giovane e ti pare di non esser mai abbastanza magra. Mi dissero che ero intollerante al grano e ai latticini. Non sono mai stata sottile come in quel periodo. Non perché quei due alimenti mi facessero davvero male – o forse sì, ma non lo sapremo mai: ero magra perché digiunavo. E digiunavo perché è impossibile, è un insegnamento che mi lasciò quella formativa esperienza, trovare cibi che non contengano lattosio o grano. O almeno, così era allora, magari l'industria alimentare si è evoluta, all'epoca ero talmente stremata dalle ricerche, dalla scoperta che in tutti i biscotti dichiaratamente d'altri cereali una percentuale di grano c'era, che persino i wurstel contenevano lattosio, che facevo prima a digiunare.[62]
  • Non è kitsch, cioè una burinata consapevole e divertita. È trash, cioè una burinata che si dà un tono.[63]
  • [...] Tiziano Ferro, l'uomo che da solo riempie infinite caselle di politica identitaria: gay, ciccione, alcolizzato, e chi più ne ha più ci muova a compassione.[63]
  • Pensate a un seguito del Sorpasso, ma ambientato al giorno d'oggi. [...] Un seguito che sia oggi ma che sia allora, un attimo dopo la fine del film originale. Un attimo dopo che Bruno Cortona ha detto al poliziotto, riferendosi al morto precipitato giù per la scogliera nella spider, «Si chiamava Roberto. Il cognome non lo so, l'ho conosciuto ieri mattina». In quel seguito col mondo di oggi, la vita di oggi, i media di oggi, Bruno Cortona si sentirebbe in colpa per due minuti e mezzo [...]. Poi inizierebbe il giro dei talk show, dei settimanali, dei posti semifissi nei reality. Sarebbe irresistibile, naturalmente. È Bruno Cortona, cioè il più impunito degli impuniti, la massima espressione del carattere italiano, il carnefice per distrazione. Molto più interessante delle vittime. [...] Si atteggerebbe a vittima, naturalmente, com'è d'uso fare nella pubblicistica del presente. Sciorinerebbe ogni scusa per il proprio essere diventato un mascalzone: dall'insonnia all'infanzia infelice. Venderebbe esclusive a giornali concorrenti, sbruffoneggerebbe sui cachet che la tv gli paga per raccontare le sue malefatte, sarebbe il bullo perfetto. Insomma: sarebbe Fabrizio Corona.[64]
  • Corona [...] è uno che si è fatto la galera per una cosa che tutti i fotografi degli ultimi sessant'anni hanno fatto: proporre al ricco e famoso di comprarsi le proprie foto invece di farle uscire su un giornale. Per la stessa azione per cui quelli che fotografavano Gianni Agnelli incassavano l'assegno, Fabrizio Corona è finito in carcere.[64]
  • Io non so cos'abbiano fatto di male le ventenni di oggi. Non so quale maledizione sia stata lanciata sulle loro culle. So però che – là dove noi avevamo Alessandro Baricco – hanno Stefano Massini. Il divulgatore culturale che nemmeno loro, con la colpa d'essere ventenni, meriterebbero.[65]
  • A Roma hanno tutti un aneddoto su Nanni Moretti. Tizio racconta di quella volta che gli ha tolto il saluto perché amico di uno che aveva riportato una sua frase senza autorizzazione; Caio di quando passò dalla sua scuola mentre faceva la maturità; Sempronio del bar di Prati in cui l'ha visto pochi giorni fa e voleva avvicinarsi per scusarsi d'un articolo che scrisse nel Novecento e che non gli piacque [...] ma poi si è vergognato, perché insomma, è Nanni Moretti, mica lo avvicini in un bar come fosse Magalli. Ho abitato a Roma per diciassette anni, naturalmente ho il mio aneddoto su Nanni Moretti, e naturalmente è un aneddoto miserabile. [...] Era un convegno d'intellettuali che dovevano dire alla sinistra dove sbagliava, o qualcosa del genere. Non mi pare lui parlasse, era solo venuto a vedere, se ricordo bene. Ero lì a scrivere una cronaca, lo avvicinai chiedendogli se per caso volesse rilasciarmi una dichiarazione, mi rispose con la migliore imitazione del tono della ragazza che dice a Woody Allen «Sparisci, sgorbio». Fine del mio aneddoto su Nanni Moretti (che, come tutti quelli che non lo conoscono, chiamo «Nanni» come fosse un caro amico). Naturalmente fu una fortuna, come lo fu quella volta che Arbasino mi attaccò il telefono in faccia. Se i santini della mia giovinezza non mi avessero pescinfacciata, magari sarei diventata una di quelle che si sentono amiche d'un poster solo perché il poster una volta ha rivolto loro la parola col sussiego che si riserva ai devoti.[66]
  • Il fatto è che Bologna vuol essere una città moderna: alle donne arriva a casa l'invito a farsi la mammografia gratis, prenotando sul sito; ma poi è una città del Novecento, e il sito mica funziona, e le signore che rispondono al centralino del servizio [...] sospirano come chi ha il figlio scemo: lo sanno, ma che ci possono fare. Non è necessariamente un male, essere una città del Novecento. Il sindaco fa la campagna elettorale parlando di cosa farà per la musica, come fosse la città di "Vota la voce" che era quando avevo otto anni. Glovo la mattina è desolatamente vuoto d'offerte: il bolognese non ordina uova a domicilio, vive in una provincia del Novecento, mica a Santa Monica (dov'è convinto di vivere il milanese, che ha avuto i cantautori sbagliati e ignora la grazia e il tedio a morte del vivere in provincia). [...] Al Lumière, il cineclub dove andavo a vedere Truffaut a sedici anni, stasera e domani fanno Effetto notte: tutto è rimasto immobile. Bologna è la risposta a Michele Apicella: non è sempre vero che le merendine di quand'eravamo bambini non torneranno più, a volte ci sono scorte di merendine infinite. Essere una città del Novecento va benissimo, anche se i bolognesi si fanno le mappe dei cassonetti ad apertura libera come i milanesi mappano i bar in cui puoi mettere in carica il cellulare. [...] Essere una città del Novecento non è grave. Lo diventa quando, se parli del delirio della spazzatura con qualcuno del settore, quello ti risponde giulivo: ma abbiamo la app Il Rifiutologo, puntesclamativo. Non avevo mai sentito niente di così milanese, così da epoca di Instagram, così romanamente cialtrone: la spazzatura non sanno raccoglierla, però hanno la app. Bologna, sai: la te del Novecento mi manca un casino.[67]

Da linkiesta.it, 28 agosto 2021.

  • Mi sono rotta i coglioni della vita che imita i social e induce gli sconosciuti che t'incontrano in luoghi dove prima l'avrebbero dato del lei – i bar, i negozi, gli ospedali – a darti del tu come se fossi un nomignolo social, a darti del tu come prima avrebbero fatto solo con Maria De Filippi o con Lino Banfi e come oggi farebbero con Paperina76.
  • Mi sono rotta i coglioni dell'allargamento della platea che una volta era larga abbastanza da imporre Carmelo Bene al pubblico del Maurizio Costanzo Show, e adesso si teme così tanto che si restringa da non osare usare parola più complessa di "cane" o di "pane", e se fai un riferimento non dico al Soccombente o a Massa e potere, ma anche solo al Sorpasso o alla Ragazza con la pistola, vieni accusata di voler fare scena con le tue citazioni colte.
  • Mi sono rotta i coglioni dell'idea che chi vive di pubblico debba coltivarselo, compiacerlo, blandirlo, e mai mai mai dirgli che se mi fai arrivare una notifica social per dirmi una cosa sciatta, noiosa, ignorante, ridondante, compiaciuta, se mi fai arrivare una notifica senza porti il problema se a me quella notifica interessi, se smani per fare conversazione ma non per rendere la tua conversazione avvincente, sei come quei parenti che salviamo nella rubrica del cellulare col nome e il cognome di "Non Rispondere" (ma almeno quelli sono parenti, almeno da quelli un giorno magari erediti).
  • Mi sono rotta i coglioni di quelli per i quali dovrei in più morfologicamente corretta maniera dire che mi sono rotta le ovaie.
  • [Sui social network] Mi sono rotta i coglioni d'uno strumento che ha avuto il merito di rendere superflui gli uffici stampa ma il demerito di far sentire a ogni calciatore, cantante, valletta il dovere di dirci senza filtri la sua sull'emergenza climatica e sull'evacuazione di Kabul, sui diritti civili e sul razzismo, sul costo del lavoro e su quello di lettini e ombrelloni.
  • Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, ho l'impressione che i social siano diventati quei matrimoni in cui giuri che lo lascerai dopo Natale, dopo l'estate, dopo che i bambini avranno finito questo ciclo scolastico, poi non lo lasci mai e l'amante pensa che tu abbia sempre mentito e in realtà quel marito lo ami, e tu non sai come spiegare che è invece inerzia, pigrizia, tirchieria (con quel che costano i divorzisti), ma che non menti quando dici che ti sei rotta i coglioni, quando lo diciamo tutti, quando poi restiamo tutti lì, in una specie di sindrome di Stoccolma collettiva.
  • Il principale problema della minore presenza delle donne in alcuni settori, siano essi la presidenza della repubblica o la direzione artistica di Sanremo, è che poi scatta il tic della rappresentatività. Se un maschio fa un record sportivo o vìola una legge o scopre un vaccino o dice una stronzata, l'ha fatto lui; se una femmina esiste, lo fa a nome delle donne, ci rappresenta. Ma chi, ma cosa, ma stai a vedere che Angela Merkel e Valeria Marini hanno qualcosa in comune per il solo fatto d'avere una vagina, ma Helena Christensen se le dite che mi rappresenta vi denunzia per vilipendio estetico.[68]
  • Una cosa di cui mi accorsi [...] è che la Vitti non somiglia mai alla Vitti. Le sue foto sono tutte diversissime, e non è per le ragioni di chirurgia o altri ritocchi per cui cambiano le attrici di oggi: c'è qualcosa nella sua faccia che è mutevole in modo persino più destabilizzante di quanto lo fu la sua carriera. La Vitti ha fatto il contrario di quello che fanno in genere i comici e le belle donne, due categorie che invecchiando virano sul drammatico per esser presi sul serio. Lei era partita da «Mi fanno male i capelli» e diventò Assunta Patanè e Adelaide Ciafrocchi, cioè La ragazza con la pistola e Dramma della gelosia. Aveva quasi quarant'anni, e cominciava la sua seconda vita, e diventava quel che era sempre stata.[69]
  • I miei coetanei sono determinati a ritenere intelligenti i figli. Ditemi se mai è esistito un segno di scemenza più clamoroso, per un adulto, che stimare i quindicenni. Ci parli e ti dicono «ai bambini piace», e non implicano «quindi è una puttanata», implicano «quindi è sicuramente un prodotto di valore essendo i quindicenni di casa dei piccoli geni». L'altro giorno un padre mi ha detto entusiasta che la figlia rideva per i Blues Brothers, e neanche ha lasciato implicita l'implicazione: ha ben pensato di esplicitarmi quant'è orgoglioso della scarrafona che ride per commedie intelligenti. Non vi dirò che gli ho detto che una commedia intelligente è "Scandalo a Filadelfia": i Blues Brothers è una puttanata per cui io e lui ridevamo a otto anni, e i quindicenni di oggi sono i nuovi ripetenti di terza elementare. Non ve lo dirò perché oggi ho da fare e non ho tempo di smistare i vostri «Tu Belushi me lo lasci stare capitoooo».[70]
  • La ragazza con la pistola [...] fu un'ossessione della mia adolescenza, e oggi non lo girerebbero mai: mettere in burletta il rapimento, la violenza, il matrimonio riparatore, tre anni prima di Franca Viola, le donne non hanno diritti e voi ridete, ma non vi vergognate. Che fortuna che sia esistito un tempo meno scemo in cui i Monicelli e le Vitti avevano voglia di fare ciò che è più necessario e utile fare delle cose orrende: riderne.[69]
  • Quando avevo vent'anni, la mia più cara amica faceva l'attrice. Una sera la invitarono al Costanzo Show, ed è difficile spiegare, in questo secolo di frammentazione del pubblico e moltiplicazione delle nicchie, cosa significasse per un'aspirante qualcosa comparire al Costanzo Show. Il giorno dopo, raccontava la mia amica, il panettiere che non l'aveva mai salutata in tutti gli anni in cui aveva comprato il pane da lui, le aveva detto con gli occhi sgranati "Signorina, l'ho vista in tv". L'esempio non rende, giacché ancora oggi c'è una distorsione percettiva per cui, in qualunque programma tu compaia, il giorno dopo ti sembra tutti l'abbiano visto. Solo che oggi vai a guardare i dati e quelli che ti sembrano "tutti" sono in realtà poche centinaia di migliaia di persone; nel Novecento i mass media erano davvero di massa.[71]
  • [...] c'è una regola abbastanza ovvia riguardo alle celebrità anglofone: se c'è una notizia su di loro, ci sono testate anglofone che se ne occuperanno. Lo sa chiunque scriva in Italia di celebrità americane, anche perché quelle sono le testate da cui in genere scopiazza il proprio pezzullo.[72]
  • Uno dei pochissimi casi mondiali di vertiginosamente figo a trent'anni e vertiginosamente figo a settanta; uno che ti fa venire voglia di lanciargli le mutande quand'è arrogante (quasi sempre) e quand'è umile (quasi mai); quand'è esile (nelle immagini d'epoca) e quand'è inquartato (in quelle del presente); quando racconta versioni dei fatti diverse da quelle degli altri e gli altri sono Bertolucci e i due sembrano Sandra e Raimondo a distanza, e quando invece (con Pietrangeli) s'incazza se le versioni divergono. Insomma: Adriano Panatta – dio o chi per lui ce lo conservi.[73]
  • Twitter è lo stato sociale che nessuno Stato era riuscito a inventare: un posto dove, a costo zero per la fiscalità generale, Carneade possa sentirsi rilevante, sentirsi alla pari con la popstar, l'ospite televisivo, il politico, il ballerino, l'imprenditore, ai quali rimarca quanto essi non godano della sua approvazione, quanto gli facciano schifo, quanto non possano illudersi di contarlo tra i suoi fan. E, mentre annoiati dal volo privato il ballerino e l'imprenditore e il politico scorrono le notifiche, alzeranno forse mezzo sopracciglio e penseranno a Troisi con Savonarola [in Non ci resta che piangere]: sì, mo me lo segno.[74]
  • Qualcuno deve pur cominciare a scusarsi, quindi comincio io. Io che dodici anni fa andai a un convegno organizzato dal Pd e, sentendomi Gramsci, dissi loro che dovevano smetterla di snobbare il paese reale, cioè Carolina Invernizio, cioè Maria De Filippi. Col risultato che l'inseguimento del nazionalpopolare da parte della classe dirigente di sinistra è diventato così smanioso che mi chiedo chi sarà il primo aspirante qualcosa di sinistra a farsi un turno da tronista. [...] Se per tre quarti d'ora la sinistra smettesse di coprirsi di ridicolo, io magari avrei tempo per occuparmi del ridicolo di destra.[75]
  • Al funerale del garantismo prendo sempre parte con una certa qual allegria, mentre quelle persone serie dei miei amici mi tolgono il saluto. Che schifo, le intercettazioni, che schifo, le accuse non verificate, che schifo, la gogna mediatica. Fingo di annuire, ma si capisce benissimo che [...] dentro di me canticchio: here we are now, entertain us.[76][77]
  • Una volta Enrico Vanzina disse d'aver capito che c'era stato uno slittamento tra la destra e la sinistra com'eravamo abituate a pensarle quando aveva visto che, al cinema dei Parioli, la borghesia romana andava a vedere i Dardenne: annoiandosi moltissimo, ma non correndo il rischio d'apparire impresentabile. Io non ho capito dove saremmo andati a finire con Instagram prima che Instagram esistesse, nonostante la vita si fosse impegnata a spiegarmelo. Successe all'inizio di questo secolo, quando il consumo televisivo che piaceva ostentare a chi al cinema guardava i Dardenne era quello di Desperate Housewives. La Rai organizzò un giro promozionale romano delle attrici che interpretavano le massaie dei Parioli americani, e la giornata si concluse con una cena sulla terrazza del Campidoglio. In quegli anni il sindaco era Walter Veltroni, garbatamente spazientito dal ritardo delle attrici. Doveva, spiegò, di lì a poco presenziare a un altro incontro che in confronto il vertice tra Arafat e Rabin era niente: al capo opposto di via Nazionale c'era la prima d'un film (con Bruce Willis? Con Tom Cruise? L'ho memorizzato come qualcosa d'azione, ma vatti a ricordare). Poiché ero giovane e sciocca, dissi: anche stasera ti ammazzi di lavoro. Poiché era adulto e saggio, rispose: questo è il mio lavoro. Poiché rimasi a lungo giovane e sciocca, passai anni a spernacchiarlo per questa risposta (quando sei famoso, qualunque frase tu dica diviene aneddoto alle cene delle carneadi). Poi arrivò Instagram, e lo slittamento tra lavoro e promozione fu più sismico di quello dei Parioli, e mi ritrovai quasi ogni giorno a sospirare: scusa, Walter, avevi capito prima.[78]
  • Non l'avrà mica inventata internet, la categoria dei lettori incapaci di leggere ma che ci tengono a dir la loro. Però internet ha inventato quella micidiale combinazione di lettore che non legge e urgenza di commentare tutto; urgenza che ci era, sembra incredibile a dirlo oggi che è così pervasiva, ignota fino a non moltissimo tempo fa. Non riusciamo neanche a ricordare come fossero le nostre conversazioni quando non avevamo sbirciato tutti gli stessi titoli di articoli non letti, tutti le stesse due righe fotografate da Vongola75 d'un articolo di cui ignoriamo il contenuto sia noi sia lei. Veramente il 29 settembre del 2001 c'era qualcuno che non aveva un'opinione su La rabbia e l'orgoglio?, ci chiederanno increduli i nostri nipoti con lo stesso tono a occhioni sgranati che avevamo noi quando chiedevamo come fosse questa Radio Londra a chi l'aveva ascoltata durante la guerra. Ebbene sì, piccini: c'era gente che la mattina d'abitudine comprava altri giornali, e il Corriere non l'aveva visto, magari gente che lo lesse due giorni dopo perché qualche amico che invece comprava il Corriere e aveva capito l'epocalità di quelle righe cortesemente le imprestava il proprio ritaglio. No, non c'erano i giornali su Internet. No, nessuno ti mandava le foto degli articoli sul telefono. No, la conversazione collettiva non era una gigantesca cagnara in cui devi dire qualcosa di tutto senza sapere niente di niente. Era meglio? Beh, non potevi ordinare così facilmente la pizza a domicilio, né fotografarla per far sapere che l'avevi mangiata: ogni epoca ha i suoi vantaggi e i suoi limiti.[79]
  • L'unica volta che ho avuto paura del Covid è stata a marzo del 2020. No, non per i contagi, Bergamo, le bare. Avevo paura perché Altan aveva fatto una vignetta, su Repubblica, in cui uno diceva «Ce la faremo», e l'altra rispondeva «E se no, ce la faremo». Se anche Altan pensa ci voglia incoraggiamento e non sberleffo, empatia e non scazzo, ottimismo e non nichilismo, allora siamo proprio fottuti.[80]
  • [...] se l'internet non trova niente da rimproverarti vuol dire che non hai proprio mai detto niente d'interessante.[81]
  • George Orwell era ricco di famiglia. Altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente d'elaborare il lussuoso concetto che gli intellettuali avessero il dovere di dire alla gente ciò che la gente non vuole sentirsi dire.[82]
  • [Sul Grande Fratello VIP] C'è stato, incredibilmente, un momento culturale, nel lunedì sera di Canale 5. Come sa chiunque non sia appena tornato da Marte, lunedì sera c'è stato lo stallo alla messicana del Grande Fratello (Vip, teoricamente). Come sa chiunque eccetera, un concorrente è uscito dichiarandosi depresso, e a quel punto è partita la caccia all'insensibilità. L'Italia ha scoperto che un'accolita di disperati che per poche decine di migliaia di euro sono disposti a stare in diretta ventiquattr'ore al giorno, a vivere con le telecamere nel gabinetto, a non avere alcun intrattenimento che li distragga dalla loro mancanza di vita interiore, l'Italia s'è accorta con sconcerto che questi disperati non spiccano per intelligenza emotiva. Scusate, dimenticavo un dettaglio: questi disperati che, dagli autori dei reality, vengono scelti per la loro vocazione a entrare in conflitto e a ripetere «empatia» come didascalie di Instagram mentre cercano l'inquadratura che più facilmente possa diventare gif e fare di loro, solo di loro, sempre di loro il concorrente cui il pubblico presta attenzione. Questa carne da zoo di vetro ci saremmo aspettati avesse voglia di dar retta a un depresso. Ma certo.[83]
  • Per quanto sia stato rilevante nella mia vita Ivano Fossati – a vent'anni non ascoltavo praticamente altro – non potrà mai esserlo quanto Sandy Marton. So che, se dovesse leggere questo rigo, Fossati chiamerebbe l'avvocato (e farebbe bene), ma non è colpa di nessuno: People from Ibiza è uscita l'estate dei miei undici anni, e non sei mai più carta assorbente quanto lo sei tra le medie e il liceo; nulla di ciò che consumi dopo lascia tracce nel tuo dna come le frasette che trascrivi sul diario in quegli anni, nessun saggio sottolineato e citato da grande, o fiaba della buonanotte che ti leggevano all'asilo, ti segna come ti segnavano i testi delle canzoni pubblicati su Tutto Musica e Spettacolo.[84]
  • Giorgia Meloni non dice mai «è perché sono una donna». Non quando racconta a Francesca Fagnani che Berlusconi le ha suggerito di farsi il botulino alla fronte o che Ignazio La Russa la sgrida se non mette i tacchi; non quando Salvini e Berlusconi proprio non si capacitano che tocchi far governare lei, una pischella bionda; non quando i giornali intervistano la sua manicure. Giorgia Meloni conosce le regole del gioco e ce ne farà dono: è donna, è madre, è una che non ha tempo per le lagne, è quella che quando vince ha vinto lei e si fa come dice lei.[85]
  • Scrivevo per le pagine domenicali d'un quotidiano [...]. Mi chiesero un articolo per la sezione cucina, non mi ricordo il tema ma c'entrava la pasticceria. Erano le pagine domenicali, il che significa che chi ci lavora ha persino meno voglia di faticare di quelli che fanno il quotidiano: ti chiedono di mandare l'articolo molti giorni prima, così si portano avanti e vanno a fare l'aperitivo con calma. Quindi io mando il mio pezzo e, a metà settimana, mi arriva una mail che dice che l'impaginato è cambiato, ho meno spazio del previsto, e quindi hanno tagliato il mio articolo come segue, dicci se ti vanno bene i tagli. Una volta letto, svenuta, rianimata, e preso un cardiotonico, chiamai il caporedattore, e iniziarono i tre giorni più stremanti di quasi tre decenni di lavori intellettuali fatti quasi sempre interagendo con gente che è incredibile abbia superato le scuole dell'obbligo. Accadde infatti che nel mio articolo fosse ripetuta la parola «pasticcieri», e tutte le volte in cui io l'avevo scritta giusta il fulmine di guerra che aveva redatto l'articolo aveva ben pensato di privarla della «i». Prendo il telefono e lo chiamo, certa che ci si trovi nell'àmbito delle basi, quelle che magari ti sei distratto e te le sei scordate, ma se te le rammento dirai «ah sì certo» e tutto tornerà a posto. Illusa. «La desinenza dei mestieri è in -iere: ferroviere, corazziere, pasticciere». «Eh ma questo è plurale». «E secondo te al plurale perde la i? Ferroveri?». «Evidentemente "pasticceri" è un'eccezione: il sito dell'Associazione Pasticceri lo scrive senza i». «Ti dirò che la cosa non mi stupisce poi tanto, considerato che essi, diversamente da noi, sono pagati per saper tirare la sfoglia e non per conoscere l'ortografia». «Tu hai modo di provarmi che il plurale di pasticcieri non costituisca eccezione?». «Cioè secondo te c'è un'eccezione non segnalata da nessun dizionario o libro di grammatica ma io devo provarti che quest'eccezione non esiste?» – immaginate questa conversazione protratta lungo tre giorni, lui sempre col tono di uno che non deve tornare a scuola, io sempre col tono di una che spera non si senta che vorrebbe dargli delle testate sul naso (si sentiva, si sentiva). Al quarto giorno chiamai il suo capo. Lo so, non si fa. Non si chiama il capo di qualcuno che non sa lavorare per dirgli che non sa lavorare, almeno non nei paesi in cui il capo se non sai lavorare magari ti licenzia. In Italia, dove puoi licenziare gli infermieri precari che fanno i video su TikTok, ma non i capiservizio che non saprebbero rispondere a quesiti grammaticali da seconda media, il capo si limitò a dirgli qualcosa come: ma sei sicuro? Egli ovviamente si rifiutò di ripristinare la grafia corretta ai miei pasticcieri. Al quinto giorno, per evitare che uscisse un pezzo sgrammaticato con la mia firma sopra, cambiai la frase per evitare il plurale (ricordiamo che Fulmine di Guerra aveva compreso e accettato la regola della «i» al singolare, era sul plurale che non lo fregavi mica). Fu una forma di resa, ma voi cos'avreste fatto al mio posto? Niente, ve lo dico io, perché non vi sareste accorti che «pasticceri» era sbagliato.[86]
  • Nel 1986, Kevin Spacey è un attore agli inizi: [...] mancano nove anni ai Soliti sospetti, cioè a quando ci accorgeremo tutti di lui. È, all'epoca, soprattutto un attore di teatro: quell'anno, a Broadway, è in una pièce di Eugene O'Neill. L'ottobre del 2017 comincia con gli articoli del New York Times su Harvey Weinstein, ed è l'inizio di quell'autunno che nei libri di storia verrà riportato come la stagione di un porco al giorno: ogni mattina ci svegliamo e andiamo a guardare i giornali americani per vedere chi è indicato al pubblico ludibrio per le sue impresentabilità sessuali oggi. [...] Nell'ottobre 2017 Kevin Spacey è il più formidabile attore di questo secolo, tiene in piedi col suo solo talento quella porcheria di House of Cards, i migliori ruoli sono giustamente i suoi. [...] Poi un attore mai sentito, Anthony Rapp, dice che nell'86 Kevin Spacey lo molestò, lui quattordicenne e giovane attore di Broadway, l'evento più traumatico della sua vita (beato lui, che vita serena), non l'aveva mai denunciato ma non aveva mai smesso di pensarci. [...] Da lì, a valanga, un po' chiunque accusa Spacey di molestie (no, ma che dite, non esistono mode né contagi sociali nelle denunce di reati sessuali così come non esistono nella transizione di genere). [...] Si istruiscono vari processi, che pian piano perdono i pezzi per strada [...]. L'altroieri, a New York, una giuria stabilisce che no, Spacey non deve risarcire Rapp, perché dalle ricostruzioni non emergono prove che le molestie siano avvenute e anzi sembrano essercene che non siano avvenute. [...] Rapp si è sentito escluso (Spacey dice d'aver avuto un flirt col terzo ragazzo che era a cena con loro) e questo trauma gli ha costruito un falso ricordo? Spacey ci ha davvero goffamente provato [...] e Rapp ci ha proiettato su chissà cosa e ha rimuginato su questa stronzata ipertrofizzandola fino a renderla gravissimo trauma? I piani si sono mescolati e Rapp ha confuso il teatro e la vita (la scena della presunta molestia è molto simile a una scena dell'opera teatrale che Rapp interpretava nell'86)? Quello che so è com'è andata dal 2017 a oggi. Che Kevin Spacey [...] non ha più potuto lavorare [...]. Che noialtri siamo stati privati del talento del miglior attore contemporaneo, e quello ha dovuto passare cinque anni in giro per tribunali. Che adesso mica lo so se sono capaci di dire «scusi tanto, ci siamo sbagliati», e offrirgli tutti i ruoli che merita. La differenza tra il 2022 e il 2017 è l'evoluzione da «uomini, tutti porci stupratori» a «gli unici che sicuramente sono non porci non stupratori non gente che s'approfitta delle circostanze sono quelli che dicono di percepirsi donne»: se Spacey si fosse messo una parrucca da femmina, le accuse oggi verrebbero liquidate come transfobiche. Non capisco come mai gli avvocati non ci abbiano pensato.[87]
  • La sinistra, le questioni di diritti civili, le ammanta sempre di ricatto morale che sottintende: non è un diritto cui abbiamo diritto perché è incivile non avercelo, è una concessione che ci fate perché sennò succedono cose bruttissime che succedono nello zero virgola qualcosa dei casi che questo diritto dovrebbe regolamentare.[88]
  • Non mi faccio una ragione che, sull'internet, la gente cerchi perlopiù di dimostrarsi saputa. Di dirti che ha colto la citazione banale che hai fatto, di farti una battuta che ritiene la farà sembrare sagace, di esporti la propria opinione sul mondo o anche solo sulla notiziola del giorno. Sull'internet come altrove, io cerco un don Raffae'. Sì, quello di De André. No, non nel senso di padrino mafioso che possa raccomandare mio fratello o prestarmi un cappotto elegante. Nel senso di quel verso prima del caffè: uno che «mi spiega che penso». Non ne trovo mai.[89]
  • Non ho niente [...] contro Amici miei; la trovo un'ottima commedia, che soffre del problema di ricezione di cui soffre ormai ogni prodotto: gli imbecilli istruiti scambiano ogni protagonista di parabola satirica, dal conte Mascetti a Carrie Bradshaw, per un modello comportamentale.[90]
  • Se proprio non riusciamo a essere famosi, vogliamo almeno che un famoso ci si fili [...][91]
  • Una delle caratteristiche italiane più note, la raccomandazione, è un'invenzione di fantasia: chissà chi è stato il primo che ha addebitato il proprio insuccesso all'altrui raccomandazione, invece che assumersi la responsabilità della propria mediocrità. Raccomandati (così come evasori fiscali) son sempre gli altri.[92]
  • [...] Italia. Forse il paese meno competitivo del pianeta. In gara con la Francia, diciamo, ma non con molti altri. [...] In Italia abbiamo inventato l'estate, facciamo tre mesi di vacanze, i docenti si offendono se qualcuno insinua che una settimana lavorativa di diciotto ore non sia proprio la miniera, chiunque abbia un ristorante ha centinaia di storie di ragazzi che vanno a fare colloqui per l'assunzione e poi dicono che no, loro il weekend e la sera mica lavorano (chissà quando pensano si vada al ristorante), qualunque cialtrone in qualunque ufficio risponde «eh vabbè succede» (una frase che dovremmo mettere come motto nazionale sulla bandiera) a qualunque nota su un suo errore: siamo il paese meno competitivo del mondo [...][92]

Da linkiesta.it, 4 luglio 2022.

  • Non riesco a capire come sia nato questo luogo comune del «non si può più dire niente»; quando, se c'è un problema evidente di quest'epoca, è che si può dire veramente tutto. Di tutti i temi in tutti i contesti [...] Ma anche, e soprattutto, si può dire qualunque enormità, insensatezza, si può spacciare qualunque opinione inattrezzata per analisi del reale, e nessuno mai ti fa una pernacchia, che tu sia intervistato o commentatore o monologhista o celebrità da reality o esponente del paese reale.
  • [Su Tommaso Zorzi] [...] la celebrità gay più detestata dai gay milanesi.
  • Che lavoro usurante dev'essere riempire pagine degli spettacoli in un Paese [l'Italia] da decenni privo d'uno star system.
  • Mai fare i giornali con delle idee, mi raccomando: sempre far parlare gente che non ha niente da dire, così si possono mettere i neretti e gli a capo e i lettori non si spaventano pensando gli tocchi leggere.

Da linkiesta.it, 8 settembre 2022.

  • [...] Elisabetta piaceva a tutte. Alle ventenni perché l'avevano vista, in The Crown, essere come loro non sapevano si potesse essere: ventenne e col senso del dovere. Alle trentenni perché sono convinte che tra lei e Diana abbia vinto la bionda: le concesse i funerali di Stato, se non fu una resa quella. Alle quarantenni perché era l'ultimo baluardo della realpolitik che se ne fotte dei cuoricini e dei sondaggi e può permettersi di capire che no, Meghan Markle non vale lo scostamento di protocollo d'una Diana. Alle cinquantenni, le ultime con un qualche senso della storia, perché era l'ultima istituzione, e ora andrà tutto a puttane. Alle sessantenni perché Camilla non le ha mai convinte, e ora veramente ce la ritroviamo moglie di re? Alle settantenni per i completini pastello. Alle ottantenni perché loro c'erano, quando le regine erano una cosa seria, prima del sistematico sputtanamento della monarchia fornitoci negli ultimi decenni dalla collaborazione tra principesse smaniose e rotocalchi compiacenti. Alle novantenni perché non puoi non tifare per la sopravvivenza d'una tua coetanea: se riceve il primo ministro lei, puoi farcela anche tu a non mancare alla partita di burraco.
  • La monarchia è un'istituzione retrograda? Certo che sì, ma è anche un'enorme fonte di profitti: il cambio della guardia fuori da Buckingham Palace attira più turisti del Colosseo, i souvenir con le facce dei personaggi della famiglia reale si vendono quanto quelli di Disneyland. Agli americani, con la loro smania d'emanciparsi dal regno, è toccato inventarsi Topolino, per risultare commercialmente altrettanto appetibili. E, anche accantonando l'anima del commercio, solo gli imbecilli pensano che la storia si faccia indicendo referendum, mica tagliando nastri.
  • Elizabeth Windsor era quella il cui motto era «mai lamentarsi, mai spiegare, mai scusarsi», e ha fatto in tempo a vedere un mondo in cui queste sono le uniche tre attività che l'umanità consideri irrinunciabili.

Da linkiesta.it, 12 ottobre 2022.

  • È l'ottobre del 2022, sto per compiere cinquant'anni, scendo da un treno accaldata, prendo un taxi e apro il finestrino come in quelle scene di caldane degli sceneggiati televisivi, arrivo sotto casa e penso: io quasi quasi ora salgo e accendo l'aria condizionata. È il global warming? È la menopausa? È che sono mignotta?
  • Roma, tra le altre cose, ha questa caratteristica da relazione disfunzionale: convince i suoi abitanti che cose assurde, come gli adulti che girano in motorino, siano perfettamente normali [...]
  • Siamo diventati un mondo in cui il cappottino sfoderato che compri come lusso da mezza stagione te lo metti nei più freddi giorni di gennaio, e i più freddi giorni di gennaio non sono freddi una frazione di quanto fossero gelide quelle mattine in cui andavi a scuola in ottobre. Non so dire se sia il riscaldamento globale o una delle molte cose che con la vecchiaia e la pratica inizi a tollerare molto meglio: la pulizia dei denti, la ceretta, l'inverno. So però che tutti quelli che sembrano avere la memoria ancestrale di inverni gelidi trascorsi all'addiaccio a chiedere l'elemosina coi mezzi guanti sono mie coetanei che, coi termosifoni a diciannove gradi e un paio di calzini di cachemire, dovrebbero stare bene quanto me. Certo, soffriranno i figli che devono alzarsi per andare a scuola, ma senza il trauma del piumone strappato da educatori impietosi poi 'sti ragazzini tra trent'anni che memoir scrivono?
  • [...] forse non sbagliamo mica, noi italiani, a fare giornali ai quali puoi cambiare la preposizione (da, su, per) tenendo sempre identico ciò che segue: giornali fatti da imbecilli, su imbecilli, per imbecilli.[93]
  • Una quindicina d'anni fa vidi su Entertainment Weekly [...] quella che all'epoca mi sembrava la lettera più stupida di tutti i tempi. Non ricordo i dettagli perché non ho mai guardato "Lost", ma sul numero precedente c'era uno strillo di copertina sulla morte di non so che personaggio di "Lost". Morte andata in onda prima dell'uscita in edicola del settimanale, e la cui segnalazione risultava tuttavia inaccettabile: il lettore che si era preso il disturbo di scrivere al giornale l'aveva registrata e non ancora vista, quella puntata, come osavano non tener conto di lui e della sua agenda. «Spoiler» è stato il primo modo in cui abbiamo deciso di sentirci tutti speciali, e se io non ho mai visto "Via col vento" tu devi rispettare la mia verginità e non dirmi come finì la guerra civile.[93]
  • Quand'avevo vent'anni, minacciavo il suicidio per noia ogni volta che qualcuno avviava uno dei due dibattiti che più andavano in quel secolo: che cos'è la satira, e che cos'è la sinistra. Adesso che ne ho cinquanta, ogni tanto qualcuno prova ancora a chiedersi cos'è la satira (ma non attecchisce), nessuno più si chiede cosa sia la sinistra (sarebbe come chiedersi cos'è un calesse, e non in senso troisiano) [...][94]
  • Una volta, in un tempo così lontano che non esistevano i social, la gente che smaniava per esistere pubblicava libri. Stiamo parlando dell'Italia: quel luogo di fantasia, patria della cottura al dente, in cui un libro è alla portata di tutti; non di paesi dall'editoria selettiva in cui «published author» è una definizione che fa colpo sugli impressionabili. In questa penisola di fiaba, dunque, pubblicare un libro era più semplice che comparire al Costanzo Show, e a qualcuno ogni tanto portava la gloria, e quel qualcuno pensavamo sempre di essere noi. Almeno finché un libro non l'abbiamo pubblicato praticamente tutti, e non abbiamo iniziato ad aver praticamente tutti il numero di qualcuno che lavorava nell'editoria, e quindi a chiedere ogni giovedì quant'ha venduto Tizio e quanto Caio. Almeno finché non ci siamo resi conto che la profezia di Troisi si era avverata: tantissimi a scrivere, uno solo a leggere.[95]
  • Meno male che Concita De Gregorio c'è, anche quando la do per scontata e – sessista che sono – mi accorgo che ha ragione solo quando i concetti li ripetono i maschi.[96]
  • [Sulla morte e funerali di Stato di Silvio Berlusconi] Sarà che il Duomo di Milano è più grande della chiesa degli artisti di Roma, ma le regie [...] non mi hanno dato una frazione della soddisfazione di quella dei funerali di Maurizio Costanzo nel farmi capire la geografia politica delle panche. Osservare l'ovvio era facile: nella Milano del Vedovo, Marta Fascina non solo si nota, non solo è vicina a Marina, ma somiglia tantissimo a Leonora Ruffo, che nel film di Risi era colei che tentava invano di prendere il posto di Franca Valeri, che però mica moriva. Si capisce dov'è seduta Maria De Filippi (vicina alla Toffanin), ma non dove sia Francesca Pascale. Per non parlare della prima moglie che nessuno si sogna di didascalizzarmi: molte inquadrature di Veronica Lario [...] che so riconoscere da sola, per la Dall'Oglio mi sarebbe servito del giornalismo divulgativo, e invece niente. Grande soddisfazione mi dà però il commento di Canale 5, che continua per ore dopo la fine del funerale, e dove non manca niente e nessuno. Mimun che precisa che la cravatta che indossa è di Berlusconi [...]. Cesara Bonamici che commenta i palloncini azzurri con «è il colore dell'Italia e del nostro cielo» e sintetizza lo sguardo che Zangrillo rivolge al feretro con «scusa se non sono riuscito a salvarti la vita». [...] Mi tornano in mente i necrologi di chi gli dà anche da morto del lei nonostante ci abbia lavorato tutta la vita [...]. Durante la messa s'invoca un «perché morissimo per sempre» (per vivere in dio o qualche fantasia del genere), e mi torna in mente Ceccarelli che martedì scriveva che Berlusconi faceva gesti scaramantici al fessissimo «siam pronti alla morte» del nostro (orrendo) inno nazionale. Dopo la cerimonia Barbara Palombelli dice che insomma, parliamo sempre male dell'Italia, ma questa favolosissima cerimonia ci ha dimostrato che «è un grande paese, Milano è una grande città», e mi viene da ridere e mi si concretizza il sospetto d'avere un problema coi riti e i cerimoniali [...][97]
  • Le vestali del femminismo (per così chiamarlo) instagrammatico ci spiegano da giorni che le ragazze in rosa che vanno a vedere "Barbie" con le amiche sono la vittoria d'un po' tutto: della rivoluzione e dell'industria cinematografica, dello specifico femminile e di quello filmico [...]. E io da giorni penso meno male che non erano nello specifico femmine quelle che si vestivano da cretine per andare a vedere il "Rocky Horror Picture Show" alle proiezioni di mezzanotte, meno male che non erano in particolare femmine quelli che si vestivano da Darth Vader per andare a vedere "Guerre stellari" (o come s'intitola in questo secolo), meno male che loro li ho potuti sempre considerare dei poveri imbecilli privi di senso del ridicolo senza prendermi della sessista.[98]

Da linkiesta.it, 13 giugno 2023.

  • Qualche anno fa, osservando non ricordo quale degli scappati di casa politici di questo secolo, un mio coetaneo ha sospirato «ma ti rendi conto che noi pensavamo che l'abisso culturale e la fine della democrazia fosse un parlamento con Lucio Colletti», e io allora ho iniziato a usare per ogni verifica di scemenza quella frase della de Beauvoir cinquantaduenne a proposito dei propri vent'anni: «Avevamo torto pressoché su tutto». Loro, quelli che erano già adulti allora e sono attaccati alle loro convinzioni di allora, hanno accolto irritati la notizia precisando che, certo, Berlusconi avrà pure cambiato l'Italia, ma loro preferivano l'Italia di prima. Seriamente convinti che esistesse un'Italia di prima – l'Italia di cui si fantastica ogni 25 aprile, quando decine di milioni di italiani accorrono sui social a ricordarci genitori e nonni e bisnonni partigiani, cento milioni di partigiani – e anche che il mondo di prima sarebbe continuato, se non fosse stato per l'egemonia d'un signore ricco di pessimo gusto (della preferenza italiana per i soldi ereditati dei quali non si percepisce la fatica, e quindi del nostro vezzo di trovare Gianni Agnelli più elegante di Silvio Berlusconi [...]). Quando gli dici che no, che l'Italia è com'è per colpa degli italiani, non di Silvio Berlusconi, che le tv scollacciate negli anni Ottanta le hanno avute l'Inghilterra e la Germania, e questo non ha impedito molti anni di Merkel al potere, e se le donne italiane faticano a imporsi non è colpa di Tinì Cansino, e che ci sono state la Brexit e Trump e un intero mondo che ha avuto esattamente la nostra stessa deriva senza aver mai guardato i tg di Emilio Fede, prendono i toni dei cinquenni che non vogliono sentire che babbo Natale non esiste e ti dicono no, tu non capisci, il berlusconismo è stato una rovina morale. Ne concludo che Silvio Berlusconi è parimenti sopravvalutato da estimatori e detrattori.
  • [...] parliamo di quella volta che l'ho incontrato. Non ero più la ventenne convinta che il futuro fosse del Pds (che tenerezza), ma neanche ero un'adulta con una qualche lucidità. Ero una trentaequalcosenne in uno studio televisivo in cui Berlusconi dava un'intervista elettorale, dovevo scriverne, ero dietro le telecamere e osservavo. A fine diretta, il conduttore me lo presenta, e lui ci resta male: ah, ma quindi è qui per lavoro, io pensavo fosse un'ammiratrice, «le avevo anche schiacciato l'occhio». La me trentenne raccontava questa scena dicendo ma ti rendi conto, che uomo viscido, e poi passava a concentrarsi sulla stranezza estetica di Berlusconi visto dal vivo, l'hai visto tante di quelle volte in foto che sei convinta lo riconoscerai, e invece è una specie di contrario delle anoressiche che sembra sempre abbiano la testa enorme: lui aveva le spalline della giacca talmente imbottite che la testa sembrava minuscola. La me adulta sa che il dettaglio notevole è che non dice «le ho fatto l'occhiolino», dice «schiacciato l’occhio», un'espressione che non credo d'aver mai sentito da nessuno ma che sarebbe stata benissimo addosso a mia nonna, che diceva «bàule» e beveva il rosolio.
  • Dov'eri quando morì Berlusconi, mi chiederanno tra decenni. Ero senza un coccodrillo pronto, perché come si fa ad affrontare la morte d'un pezzo di paesaggio, non sai da che parte prenderla.
  • Siamo sempre stati tifosi, e Berlusconi ha incarnato con la tigna di nessuno quella polarizzazione lì, quella vocazione di noi gente qualunque a stare con qualcuno o contro qualcuno. Mentre lui aderiva a un'unica curva, quella di sé stesso.

Da linkiesta.it, 10 luglio 2023.

  • Nel secolo scorso, le femministe erano intellettuali che si prendevano il disturbo di ragionare sulla realtà, e di dirci cose che non avevamo voglia d'ascoltare. [...] In questo secolo, le femministe sono adulte che fatturano assecondando le fragilità delle ventenni, invece che incoraggiandole a procurarsi spalle larghe con cui muoversi nel mondo.
  • Ho passato ubriaca tutti gli anni del liceo e forse anche qualche anno successivo, e ho due cose da dire su quegli anni. La prima è che tendo a pensare che l'ultima cosa che volevo avere fosse il controllo della situazione: cosa passi anni perpetuamente sbronza a fare, se non perché ti succedano cose che non vuoi sapere, di cui non ti vuoi ricordare, di cui ti toccherebbe sennò vergognarti? La seconda è che mi sono – come qualunque donna adulta, anche meno dissoluta di me – svegliata in letti nei quali non avevo memoria d'essere entrata, o sono entrata in letti in cui non avevo voglia d'entrare perché era più semplice che mettersi a discutere, e comunque sono stata con uomini di cui vergognarmi vent'anni dopo, venti minuti dopo, e a volte persino in anticipo. L'hanno fatto tutte quelle che non hanno avuto in sorte la monogamia dagli anni di scuola in poi (e di gente che stia con quello con cui s'è messa a scuola non ne conosco moltissima).
  • [...] la natura ha dato agli uomini maggior forza fisica, la possibilità di approfittarsene, e quindi reso noialtre a perpetuo rischio-stupro; l'invenzione della reputazione ha dato a noialtre la possibilità della ripicca (non esiste essere umano che non abbia mai voluto vendicarsi d'un inciampo relazionale), di sputtanare uno con un'accusa che, anche se non provata, resterà sempre un sospetto. La differenza fondamentale è che noialtre avevamo il lusso di dimenticarceli, gli inciampi. Che svegliarci in un letto nel quale eravamo entrate non troppo lucidamente era una cosa di cui potevamo scordarci in un attimo, perché la società non ci aveva convinte che se non c'è il consenso informato allora la mascolinità tossica si sta approfittando di noi [...], se non ci ricordiamo cosa sia successo allora il paradigma vittimario è la scelta migliore.
  • [...] c'è l'ancora più concreta possibilità che il problema principale d'una ventenne di oggi non sia la notte in cui non si ricorda d'aver fatto sesso, ma il libero arbitrio di cui l'abbiamo privata: quella notte di cui non si ricorda deve diventare un problema, perché se lei e quelle come lei esulano dal paradigma vittimario viene meno tutto un indotto comunicativo ed economico. E quindi noi adulte siamo qui, a dire alla ragazza che il modulo di consenso informato non risulta firmato, e quindi ci spiace, ragazza: ti tocca catalogare quel che non ricordi come trauma, e occupartene per tutti gli anni che durerà un processo, e ricordarti per sempre d'una notte dimenticata. A dirglielo rovinandole la psiche e la serenità e la leggerezza, e sostenendo che lo facciamo per tutelare la sua salute mentale. Scusateci, ragazze.

Da linkiesta.it, 12 luglio 2023.

  • Esiste un caso «cinquantenni narcisi che tengono in ostaggio la comunicazione italiana», una grande chiesa che va da Diego Bianchi a Giuseppe Cruciani, da Andrea Scanzi a Roberto Saviano, da Corrado Formigli a Filippo Facci. Sono fintamente divisi tra sinistra e destra, ma davvero accomunati da ciò per cui li riconosci. Certo: li riconosci perché per la battuta si farebbero ammazzare; certo: li riconosci perché si piacciono moltissimo; ma soprattutto: li riconosci perché hanno gli anelli d’argento. Hanno madri e mogli che, smaniose di percepirsi moderne, non dicono loro «tu conciato così non esci» [...]
  • [...] i danni che ha fatto Marco Travaglio alla prosa degli elzeviristi italiani, non c’è risarcimento che basti, ci vorrebbe una class action.
  • [...] Facci contiene in sé un abisso che separa come si percepisce (un raffinato prosatore e un serio studioso) e come è (uno che scrive pezzi pieni di sciatterie, refusi, imprecisioni) [...]
  • Diversamente dagli indignati, leggo spesso i giornali italiani. [...] Non è che essi giornali siano zeppi di Michele Serra e Mattia Feltri. Non è che lo standard sia umorismo raffinato, prosa invidiabile, precisione lessicale chirurgica. Se iniziate a chiedere la testa di tutti quelli che fanno battute brutte, non ne rimane praticamente nessuno.

Da linkiesta.it, 18 luglio 2023.

  • La mia regola è che bisogna intervistare solo gente che abbia superato i settant'anni, perché è l'unica che si salvi dal dualismo «tremebondi perché poi l'internet si offende» vs «la sparo grossissima per far vedere che non ho paura dell'internet che si offende»: la gente che è per età più vicina alla morte che alla nascita si permette il lusso di dire quel che le pare non per provocazione ma perché sì.
  • [Sulla competizione sportiva] [...] quella forma di teatro inventata per chi è troppo analfabeta per andare a teatro [...]
  • Le leggende su RaiSport sono meravigliose, gente che torna dalle trasferte con interi blocchetti di ricevute in bianco dello stesso ristorante, e per carità sono di certo solo leggende (a nessuno di noi è mai, il primo giorno in una redazione, stato insegnato come rubare sui rimborsi spese, mai e poi mai).
  • Ancora una volta, l'internet ha chiesto la testa d'un pesce piccolo e l'ha ottenuta, illudendo Carneade di contare qualcosa, e noialtri che esista l'accountability (un concetto per cui in italiano neppure c'è la parola).
  • [...] la meraviglia è questa: un'epoca che ha i libri di Orwell sul comodino epperò ambisce a regolamentare non solo i discorsi che le persone fanno in onda, ma quel che dicono in privato, anzi addirittura i pensieri che è consentito avere.
  • Sottile è il confine tra cancel culture e coglionaggine, per chi si rifiuta di prendere atto del secolo in cui si muove e di misurare il proprio potere personale e chiedersi se gli sia consentito dire cose che scandalizzeranno i carneadi con uso di wifi.

Da linkiesta.it, 12 agosto 2023.

  • Una cosa che non avevo mai immaginato [...] era che ci fossero persone convinte che, se non sei d'accordo con qualcuno, allora ne desidererai la morte, o comunque ne gioirai. Sì, certo che [...] mi ero accorta che i social erano pieni di gente che si augurava – meglio: dichiarava di farlo – la morte mia o di altra gente che, senza mai averla incrociata, riteneva fosse il più grave problema del mondo. Ma che il mondo sia pieno di scemi non mi pare una notizia.
  • Michela Murgia ha fatto della sua vita una militanza e quindi è – inevitabilmente, e direi persino con una certa voluttà – entrata in collisione con chi avesse idee diverse dalle sue. L'ha fatto da che ha avuto una voce pubblica, l'ha fatto come scelta identitaria. Se ogni tanto ricordava Skunk Anansie non era perché, per il cancro, si era rasata a zero: era per quel titolo di canzone del quale sembrava aver fatto un manifesto di vita. "Yes it's fucking political".
  • Nell'ampio campo intellettuale di coloro le cui idee non mi convincono, Michela Murgia era evidentemente l'unica in grado di argomentare un pensiero. E quindi, inevitabilmente, circondata di emule goffe, di ancelle volenterose, di allieve che ripetono a memoria la poesia di Natale ma cui manca il guizzo.
  • Nell'anno e mezzo trascorso tra quel ricovero d'urgenza e la sua morte [...] Michela Murgia tutto ha fatto tranne che lasciarsi morire. È stata un'agonia piena di vita, come se avesse voluto rendere più denso il tempo che le restava, per compensare quello di cui si era distrattamente privata [...]. È andata alle sfilate e alle fiere letterarie, ha instagrammato la chemioterapia e le canzoni coreane, ha scritto quattro libri [...] e non so quanti podcast, dato interviste, fatto servizi fotografici vestita in haute couture. Non si è mai dimenticata di vivere, e io la osservavo senza capire. Come fa ad avere così voglia di esserci, con tutta quella sofferenza? Come fa a cercare così disperatamente di dare un'immagine di forza, quando sa che la fine è nota? Non sono mai passati più di tre giorni senza che parlassi di lei, di una scrittrice che non leggevo e non mi stava simpatica e di cui non m'ero mai interessata prima che s'ammalasse, e di quello che mi sembrava svelasse di me, di noi, di quell'inaccettabile ingiustizia che è la morte. Michela è contenta di questo anno e mezzo, mi giuravano le persone che le volevano bene, ha fatto tante cose, e io non riuscivo a venirne a capo: io che chiedo la morfina se ho un giradito, e lei che aspetta di chiudere l'ultimo libro prima di farsi sedare, lei che ha ancora voglia di baccagliare [...] mentre è in chemioterapia. Com'è possibile, chiedevo a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, che abbia questa voglia, questa forza, questa energia sovrumana, mentre sta morendo. Una volta una sua amica mi ha risposto «ma stiamo tutti morendo», e ho pensato che brutta fatica dovesse essere, essere l'ape regina in mezzo a gente che si esprime per frasi fatte e banalità trite.

Da linkiesta.it, 30 ottobre 2023.

  • Joan Collins ha iniziato a lavorare all'inizio degli anni Cinquanta, ha condiviso film con chiunque, da Paul Newman in giù, eppure la ragione per cui nel 2023 riempie un teatro londinese è che tra il 1981 e il 1989 è stata Alexis Carrington in "Dynasty": la potenza con cui hanno fatto parte delle nostre vite coloro che ci entravano una volta a settimana quando guardavamo tutti la stessa cosa alla stessa ora seduti su divani analoghi, quella roba lì chi è famoso nel nostro cellulare se la sogna.
  • L'altro giorno guardavo la canissima performance d'una persona che m'è simpatica, e osservavo che gli attori sono forse gli unici che non m'importa sappiano fare il loro lavoro. Volete dirmi che voi invece stimate meno qualcuno perché non sa fare in maniera convincente un lavoro che consiste nel fare le facce? Dai, su.
  • Il grande non detto di "Friends" [...] è che era scritta malissimo. È che veniva salvata da quelli che facevano le facce. E, di quelli che facevano le facce, il più bravo era indubbiamente Matthew Perry.
  • I giornali stanno sui social in quel modo delle donne sposate con uomini senza qualità: con gli estranei che osservano trasecolando e chiedendosi «ma cosa ci fa con quello?». I giornali stanno sui social a farsi dire «ma non vi vergognate» da gente che, nella più impegnativa delle ipotesi, ha letto dell'articolo la frasetta che sta sulla card di Instagram (a farsi dire «vergogna» oppure a farsi dire «genio», che è una forma di demenza del commentatore di questo secolo forse un ciccinino meno diffusa ma non meno grave). I social dei giornali, di tutti i giornali, non sono mai mai mai commentati da lettori, ed è una cosa abbastanza ovvia: chi commenta su un social vuole sentire il suono della propria voce, dirci che esiste, mica fare lo sforzo di leggere altri e magari addirittura imparare qualcosa. A quei tredici [...] che ancora leggono, a loro non verrebbe mai in mente di commentare in pubblico.[99]
  • Nell'estate del 1998, Affleck promuoveva "Armageddon". A uno degli incontri stampa, un giornalista gli chiese di "Dogma". [...] era un film di cui la Disney si diceva avesse bloccato la distribuzione ritenendolo blasfemo (c'era Alanis Morissette che interpretava Dio, Affleck e Matt Damon erano due angeli), e insomma era un tema a rischio polemico [...]. La cronaca della risposta di Affleck è forse l'unica frase d'un attore ch'io abbia mai memorizzato: mancava un anno alla scena Cavalli e segugi di "Notting Hill", e in quel momento quella risposta era la più prodigiosa sintesi esistente di quella sindrome di Stoccolma che è il giornalismo di spettacoli. Noi vi facciamo venire qui, aveva detto Affleck al tapino, vi diamo le tartine, vi offriamo da bere, vi regaliamo le magliette e i cappellini: e voi ci mettete in imbarazzo facendoci queste domande?[100]
  • Grandi firme del giornalismo contemporaneo (parlandone da vivo) spiegano che se non conosciamo Geolier non conosciamo il mondo, e io provo a immaginare i nostri genitori alla nostra età: si ponevano il problema di non conoscere e apprezzare Sandy Marton, o facevano vite da adulti?[101]
  • Chiunque guardi i programmi americani [...] sa che il pubblico in studio è un rumore, mai un'immagine. Neanche quando, succede spesso, l'ospite si rivolge direttamente alla platea, ah ecco anche voi siete di Kansas City, neanche in quel caso la regia stacca sul pubblico. Si fa eccezione se Scorsese parla della figlia e quella è in platea e allora la inquadri: ma è una faccia famosa, è la figlia di Scorsese, mica Sempronio di Kansas City. Credo lì valga la regola che c'era qui negli anni remoti in cui facevo la radio. La prima cosa che ti dicevano quando cominciavi il mestiere era che i messaggi – che allora erano fax, pensa di che preistoria parliamo – degli ascoltatori percaritadiddio guai a leggerli: ogni secondo che dedichi a Tizio da Ancona è un secondo in cui chiunque non sia Tizio da Ancona stesso si annoia a morte e gira la rotellina sintonizzandosi su un'altra radio. È una delle molte cose che sono radicalmente cambiate: adesso la radio è tutta fatta coi messaggi di Tizio da Ancona, perché se ascolto i non interessanti e del tutto irrilevanti problemi del gatto di Tizio da Ancona, del matrimonio di Tizio da Ancona, del capufficio di Tizio da Ancona, allora so che, se resto sintonizzata su quel canale, prima o poi daranno spazio anche a me e ai miei irrilevanti guai. Solo se posso specchiarmi in un prodotto mi ci affeziono abbastanza da diventarne consumatrice. La tv americana funziona sullo star system: abbiamo George Clooney in studio, perché mai dovremmo inquadrare Sempronio di Kansas City. Quella italiana funziona sullo specchio: il pubblico inquadrato si sta divertendo, applaude, se fosse a casa non cambierebbe canale; quindi, devo trovare divertente questo programma anch'io.[102]
  • [...] la messa in vetrina delle proprie fragilità, il fare dei propri limiti un'identità, tutta quella roba che chiameremo per comodità l'economia del sé, quel settore del commercio lì l'ha inventato Maurizio Costanzo, mica Instagram.[103]
  • A un certo punto la Ferragni dice una cosa che vale interi trattati sul presente. La dice per dirci che vuole solo essere amata, che è proprio come noi, che è ancora una bambina insicura, ma comunque la dice. Dice che quando lei da piccola guardava le attrici e le modelle pensava che se avesse avuto il loro successo nulla l'avrebbe più turbata, e invece. [...] Chiara Ferragni è cresciuta prima di TikTok, prima di Instagram, prima dei telefoni con la telecamera, persino prima di "Non è la Rai" (era troppo piccola quando andava in onda). Chiara Ferragni era un'adolescente prima di tutto ciò che riteniamo guasti il sistema di valori degli adolescenti di oggi, eppure quando si ricorda di sé non dice che delle modelle e delle attrici voleva il talento. Dice: il loro successo.[104]
  • Siamo quelli che avevano venti e poco più anni nel 1994: certo che eravamo scemi. [...] È forse il 1994 l'anno in cui abbiamo – noi italiani, noi di sinistra, noi con velleità intellettuali – smesso di capire il mondo? [...] Li vedo, quelli che nel '94 erano splendidi intellettuali quarantenni che mi convinsero che la giacca marrón di Occhetto avrebbe sicuramente vinto [...][105]
  • Mettere i verbi al presente e sostituire Meloni a Berlusconi, antifascisti a antiberlusconiani: eccoci. [...] capaci solo di esistere in antitesi. Che va bene, è fisiologico, se sei una delle categorie che occupano le università e le scuole. Ma noialtri che intanto abbiamo raggiunto l'età dei datteri, noi che scusa abbiamo?[105]

Da linkiesta.it, 29 aprile 2024.

  • In tempi meno scemi, questa convinzione che la cosa più grave che possa accaderti è che qualcuno rida di te la superavamo verso i quindici anni, quando se avevamo la fortuna di studiare francese ci facevano leggere Balzac e capivamo che il fatto che le amichette sparlassero appena uscivamo dalla stanza era un fenomeno altrimenti noto come «società», e non una tragedia che dovevamo far di tutto per impedire. Poi sono successe due cose, e non so proprio quale delle due sia responsabile dell'altra [...]. Una è che i trenta sono diventati i nuovi dodici e i cinquanta i nuovi quindici, e insomma i problemi che una volta erano dei piccoli ora sono dei grandi (dei teoricamente grandi). L'altra è che i telefoni non si usano più per telefonare, i messaggi sono inoltrabili, le schermate fotografabili, e insomma questa cosa che stai dicendo a me ora io la sto in contemporanea ripetendo ad altre quattordici persone, spesso aggiungendo anche considerazioni su quanto tu sia scemo a dirmela. Questo dettaglio della moltiplicazione degli interlocutori viene spesso usato da chi vuole leggi che limitino la libertà di dire puttanate: la ragazzina cui una volta davano della culona nel cortile della scuola, ci spiegano, era meno traumatizzata; ora quel «brutta culona» lo leggono in centomila e lei ne verrà devastata. Nessuno, poiché è una verità non fatturabile, dice alla ragazzina che non c'è ragione di devastarsi, giacché questa cosa che tutti parlino di tutti, tutti leggano tutto, tutti ricevano notifiche su tutto brasa la nostra capacità di assorbire informazioni. [...] si chiama «economia dell'attenzione»: più siamo esposti, meno siamo memorabili. [...] Se resisti la prima mezza giornata, poi ce ne dimentichiamo tutti. La reputazione è un cascame d'altri secoli, non esistono veri danni reputazionali nel secolo che più ciancia di danni reputazionali e in cui più gente fattura dicendoci che lei sì sa arginare i danni reputazionali.
  • La tragica verità, che abbiamo rimosso da centoventicinque anni, da quando un austriaco annoiato s'inventò la psicanalisi che mise d'accordo tutti, i belli coi brutti, è che della maggior parte delle cose di cui ridiamo non ridiamo per negarne l'importanza, o perché ci spaventano, o perché ci toccano, non ne ridiamo perché ci fanno da specchio: ne ridiamo perché fanno proprio ridere.
  • [...] se scrivi una cosa a mille tizi che non conosci e non ti conoscono, quella cosa non è al sicuro come nel diario col lucchetto. Chissà cosa accadrà quando la classe dirigente scoprirà che spesso neppure le cose che dici a cena a quattro vecchi amici restano segrete, e che in generale se una cosa vuoi tenerla segreta non devi proprio dirla. Insomma: quando i quindicenni diverranno adulti.

Interviste

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  Citazioni in ordine temporale.

  • [Sulla cancel culture] Di tutte le cose americane che avremmo dovuto emulare, per esempio la colazione salata, abbiamo invece deciso di prendere il peggio dell'America colta. Studenti di costosissime università americane chiedono che dai programmi di letteratura venga tolto Shakespeare perché con Otello "crea una cultura ostile agli studenti di colore e andrebbe sostituito con autori femmine e gay", e poi Uomini e topi è violento, in Lolita c'è un pedofilo, nel Buio oltre la siepe gli epiteti razziali con cui si parlava all'epoca. Testi che hanno fatto la storia cancellati con una bizzarra smania revisionista.[106]

Intervista di Adele Sarno, huffingtonpost.it, 15 maggio 2021.

  • In Italia abbiamo un rapporto complicato con i soldi, ma non siamo gli unici. L'altro giorno in un editoriale sul New York Times c'era scritto: "La mia generazione ha fallito perché l'obiettivo che c'eravamo preposti era l'eliminazione dei miliardari". Prego? Ma come? Allora rivolete il comunismo, diceva Corrado Guzzanti. La verità è che anche il capitalismo più capitalista, cioè quello americano, è diventato apologetico come il nostro, pronto ad andar dietro a istanze poveracciste un po' a caso. Un americano mi spiegava come gli americani abbiano smesso di essere quelli che desideravano fare carriera per comprare una limousine, per diventare quelli che alla limousine vorrebbero dare fuoco. [«Si sono allineati?»] Ci emulano in molte cose. Hanno avuto Trump dopo che in Italia abbiamo avuto Berlusconi. Ora si sono adeguati anche a questo rapporto contraddittorio che noi abbiamo con i soldi. Alla nostra stupidissima voglia di trovare il denaro una cosa brutta. Il sogno americano era diventare ricchi: se eri un ragazzino povero, pensavi a come risolvere i problemi che avresti avuto una volta diventato un adulto ricco. Oggi gli americani contestano i guadagni di Jeff Bezos.
  • D'Alema è stato Fedez prima di Fedez. Quando noi diciamo al marito della Ferragni che non deve fare l'elemosina in Lamborghini, gli stiamo dicendo che avere una macchina da ricco è una cosa che ci offende. Non consideriamo che in quel modo fa lavorare gli operai della Lamborghini. L'Italia produce lusso: macchine, vestiti, vini buoni. Non produciamo componenti. Che sia D'Alema che si compra le scarpe fatte a mano o una barca, o Fedez che compra la Lamborghini, o io che mi compro una borsa costosa, tutti stiamo facendo lavorare il Made in Italy. Provvediamo come Bezos a far guadagnare l'operaio, che dello stipendio che discende dal lusso vive. In che modo il mondo sarebbe migliore se Fedez andasse in bicicletta?
  • [...] ormai hanno vinto loro, quelli delle polemiche dei social, e non c'è modo di sottrarsi. Perché oggi o ti scusi, ti spieghi, e fai tutte quelle cose che la Casa Reale inglese ordinava di non fare, ovvero mai scusarsi mai spiegarsi ("Never complain, never explain, never say I'm sorry"), oppure sei un mostro che non tiene conto dello spirito del tempo, del sentimento popolare. Gli americani dicono "Read the room", Cerca di capire quello che vuole la stanza in cui entri. Ma sono gli americani senza personalità: Steve Jobs diceva che il compratore non sapeva cosa desiderava finché non glielo diceva lui. Non mi viene in mente nessuno che abbia combinato qualcosa di rilevante assecondando le folle.
  • Se stai sui social oggi non puoi non rispondere. Decidere di fregarsene è una scelta possibile ma non per chi fa un mestiere che dipende dal consenso popolare, come l'attrice, il politico, o il marito dell'influencer.
  • [...] nessuno dirà: "Ehi ragazza, pensavo di darti più soldi perché così mi costi di più". Non è vero che le donne vengono pagate poco perché le aziende pensano che valgano meno degli uomini, vengono pagate meno perché non chiedono di essere pagate di più. [«Non hanno capito che chiedere fa parte del lavoro?»] Il voler essere simpatici è il problema delle donne e del divario salariale. Spesso si preferisce restare tranquille, non creare problemi, perché così si può tornare a casa appena il bambino ha la tosse all'asilo, invece di essere quelle che siccome vengono pagate tanto devono anche essere più responsabili.

«Come sopravvivere nell'era suscettibile dei linciaggi social? Non replicando mai»

Intervista di Candida Morvillo, Corriere della Sera, 11 agosto 2021.

  • C'è il momento in cui vai al bagno e apri i social come un tempo La Settimana Enigmistica, non proprio con l'attenzione che dedicavi a Kant al liceo. Leggi una battuta e non ti poni il problema che sia una citazione che non conosci e, come prima cosa, ti offendi. Poi c'è l'incomprensione dell'antifrasi, figura retorica che consiste nell'esprimersi con termini di significato opposto a ciò che si pensa. Tipo:l'attrice Diana Del Bufalo fa un video, struccata, dice che due uomini le hanno urlato "a 'bbona", dice che a lei il cat calling piace, ma che quelli erano due falsi perché non puoi dire "bona" a una donna in tale stato pietoso. Gli offesi del giorno l'hanno sommersa di insulti, rivelandosi persone per le quali un fischio per strada equivale allo stupro, ma capaci di augurare la morte per un'antifrasi non capita.
  • Il nuovo glossario dell'era della suscettibilità è tutto di parole inglesi e quindi una più brutta dell'altra. Representation matters e identity politics dicono che, anzitutto, è importante appartenere a una categoria identitaria. Per cui Gal Gadot ha interpretato Cleopatra e si sono scatenate le polemiche perché è israeliana e troppo bianca. Senza arrivare a Simone de Beauvoir che diceva che, per scrivere dei corvi, non devi essere corvo, il surreale è che l'attrice fa quello: interpreta ciò che non è. E se Golda Rosheuvel può fare la regina nera in Bridgerton, dovresti poter fare Cleopatra bianca, ma non puoi, perché la linea di pensiero dev'essere che l'etnia bianca deve smettere di sopraffare quella nera.
  • [«Un neologismo sopravvalutato?»] Il trigger warning, l'avviso che, in un film, libro o altro, può esserci qualcosa che ti turba. Viviamo in un'epoca in cui tutto ti può turbare. C'è chi vuole il trigger warning se c'è un piatto di spaghetti, perché turba chi ha problemi alimentari; e chi sostiene che, se sei anoressica, il trigger warning associato al cibo ti convince di più che il cibo è traumatico. Noi adulti abbiamo detto ai giovani che saranno protetti anche dagli spaghetti, invece di avvisarli che nella vita avrebbero visto anche di peggio. E non è solo questione di giovani, ma di woke, un'espressione tipo radical chic, che ha avuto una transizione semantica. Vuol dire "occhi aperti", "essere sensibili alle ingiustizie", e ora è la rivendicazione di chi sta dalla parte dei buoni. Anzi, è: taci tu, che non sei woke.
  • La molla del linciaggio è la ricerca del cretino del giorno. Ti svegli e c'è il deputato che "se vuoi il green pass per il Covid, lo devi volere pure per i sieropositivi" e, per mezza giornata, tutti danno addosso a lui. La mattina dopo c'è un altro che l'ha detta più grossa. E i più accaniti cacciatori di cretini del giorno sono quelli che, a loro volta, sono stati il cretino del giorno, perché pensano che un giorno in cui do addosso a un altro è un giorno in cui nessuno dà addosso a me.

Intervista di Arnaldo Greco, rivistastudio.com, 17 marzo 2022.

  • Quando ho scoperto il concetto di "economia dell'attenzione", mi sono chiesta perché non fosse un concetto utilizzato di continuo; mi sembra la chiave fondamentale di comprensione del tempo in cui siamo: è arrivata la guerra e non c'è più la pandemia. Non riusciamo a occuparci di due cose alla volta, non abbiamo spazio mentale, non abbiamo concentrazione, non abbiamo abbastanza cuoricini per due guai alla volta. [...] Era già successo, in qualche modo, con Black Lives Matter e con il #MeToo. I grandi eventi vengono assorbiti e le persone che di mestiere vendono prosciutti riescono a creare quello che era il sogno proibito di Freccero per la televisione, e cioè un flusso perfetto in cui non c'è nessuna soluzione di continuità fra "questo è il video di mio figlio che mangia la sua prima pappa", "questa è la mia dolenza per la guerra", "questi sono i miei ombretti che vi dovete comprare", "questo è il video dell'ospedale bombardato", "queste sono le borsette che mi hanno regalato".
  • Una citazione che ho fatto un milione di volte nella mia vita e credo che continuerò a fare è quella di William Goldman, lo sceneggiatore del Maratoneta e di Butch Cassidy, che ha scritto anche alcuni libri su come funzionava Hollywood e che, quando gli chiedevano "come si fa a sapere se un film funziona?", rispondeva: "Nobody knows anything". Nessuno sa niente. Per il commercio è sempre così, altrimenti esisterebbero solo i successi.
  • C'è una frase nel libro di Yasmina Reza [Serge] che dice che una volta, quando non si capiva che lavoro facessero le persone, si parlava di import/export, mentre adesso si dice "fare le consulenze". Per me tutto è cominciato quando abbiamo iniziato a dire "manager", perché è da quando abbiamo cominciato a usare "manager" che sono nati dei lavori misteriosi. E con internet questi lavori misteriosi si sono moltiplicati e molti di questi lavori misteriosi ruotano proprio attorno all'"engagement" e al modo con cui scavalcare il "nobody knows anything". Ovviamente è tutto un bluff. Secondo me sono proprio loro i primi a saperlo.
  • Il mondo non è mai stato così diverso rispetto a cinquant'anni prima come lo è adesso. Nemmeno quando è stata inventata l'elettricità.
  • Anni fa ho chiesto a un cantante se si vedeva ancora sul palco a settant'anni, come Mick Jagger, perché mi sembrava che Jagger fosse ridicolo. La sua risposta fu: "Non fai questo mestiere se hai il senso del ridicolo". Aveva a tal punto ragione lui che oggi quasi tutti ci comportiamo come se fossimo delle popstar, nonostante quasi nessuno di noi lo sia.

Intervista di Sara D'Ascenzo, corrieredibologna.corriere.it, 17 marzo 2022.

  • [«[...] abbiamo tutti qualcosa da vendere nell'economia del sé?»] Sì e chi non ce l'ha è pericolosissimo: chi non è sui social per piazzare il suo libro, il suo salone di manicure, il suo studio dentistico, sarà sui social per mettere in vetrina i suoi lutti, le sue opinioni sull'universo, le sue malattie, i suoi amori.
  • [«Da chi diceva: "In Tv guardo solo classici e documentari" a chi dice: "I social? Ce li ho ma li uso solo per lavoro", cosa è cambiato?»] Niente: mentono entrambi. Ci sono, da sempre, forme d'intrattenimento di cui ci vergogniamo: ai tempi di Gramsci erano i romanzi di Carolina Invernizio, ai nostri tempi sono le storie Instagram di Elisabetta Franchi.
  • [«Il giornalismo che costruisce pezzi e interviste sui profili social è giornalismo, pigrizia o approfittare di quanto si trova pronto?»] Se posso scegliere una quarta opzione, è disastro e colpa di Benedetto Croce. Se non fossimo un Paese che crede nel primato della cultura umanistica, sapremmo la matematica quel tanto che basta a renderci conto che non ha nessun senso ripubblicare tale e quale su un giornale che vende qualche decina di migliaia di copie una cosa uscita su una piattaforma con decine di milioni di iscritti.
  • Il mio editore dice che se citi troppa cultura popolare non fai sentire intelligenti i lettori, che vogliono dalla saggistica riferimenti che non siano pop. Ma le luminarie in via D'Azeglio le fai con le canzonette, mica con Pasolini: canzoni e film sono il codice condiviso con cui gente che non ha letto gli stessi libri si capisce. Non so se questa cosa durerà, ora che escono cento serie televisive a settimana e nelle prossime generazioni non avranno tutti visto e ascoltato le stesse cose, ma per noi relitti del Novecento è così.
  • [«Potrebbe mai fare a meno dell'ironia?»] Forse sì, ma poi sarei noiosissima e lei non m'intervisterebbe.

Intervista di Roselina Salemi, iodonna.it, 1º luglio 2023.

  • La lotta contro il tempo esiste solo nelle pubblicità dei cosmetici, e nelle vite delle signore abbastanza ottuse da preferire che le chiamino "signorina".
  • Soffro di uno sfrenato complesso di superiorità nei confronti di chiunque altro, qualunque età abbia. Non ho la patente, ma la prenderei solo per investire sulle strisce la me trentenne. Anzi, no: Ritorno al futuro insegna che in quel caso poi non avrei la preziosissima me cinquantenne. Diciamo che, se la incontrassi, quella sciocchina della me trentenne, cambierei marciapiede.
  • [«Basta un compleanno per diventare adulti?»] Ci vuole una vita, per diventare adulti, temo.
  • [...] io non vivo in una casa foderata di specchi. Neppure mi faccio foto in continuazione, è un tic da cui per fortuna sono immune. Quindi, il mio aspetto non è un mio problema. Sono gli altri che guardano la mia faccia che casca: la mia bellezza o la mia vecchiezza sono un dramma o un diletto altrui. Figuriamoci se m'affatico a lavorare per loro, egoista come sono.
  • Non userei, per dire che qualcuno è vecchio, nessuna parola che non fosse "vecchio": quando leggo "è scomparso" penso sempre si tratti di un caso per Chi l'ha visto?, poi capisco che è semplicemente un titolo fatto da qualcuno che ha paura delle parole e non osa dire "morto". Certo bisogna decidere cosa significhi "vecchio": per una cinquantenne e per una novantenne forse non ha senso usare la stessa parola. Io per me uso "vegliarda", ma più che con l'età ha a che fare con l'antiquariato, con l'essere – nei gusti, nella formazione, nelle attitudini – una ragazza del secolo scorso.

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  Citazioni in ordine temporale.

  • Sogno un pezzo su Weinstein d'una sola riga: quello sarà un vecchio porco, ma voi gliela tiravate con la fionda, finché pensavate servisse.[107]
  • La Sardoni sa tutto, parla con tutte le fonti, è in onda cento ore a settimana, e di domenica ha la piega fatta. Altro che Beyoncé.[108]
  • Io avrò partecipato a mille conversazioni nelle quali gente sbuffava quando dicevi «che vita di merda che fa Saviano, povero»; l'unica differenza era che non avrebbero mai sbuffato in pubblico: fino a qualche tempo fa, l'umanità ancora si vergognava d'avere idee imbecilli.[109]
  • Quando vedo i ministri che usano tuìtter come i disadattati nelle chat di lavoro usano whatsapp – facce che ridono, mani che salutano, troie che ballano – mi viene una struggente nostalgia di Forlani.[110]
  • Una vita sprecata ad ascoltare Guccini pensando m'illuminasse su questo povero paese, e invece il verso che racconta il presente l'aveva scritto Max Pezzali.
    Una quotidiana guerra con la razionalità.[111]
  • L'Italia è quel paese dove un 27enne chiama un quiz domenicale e dice che è studente, e la conduttrice invece di chiedergli perché ci stia mettendo otto (and counting) anni a laurearsi gli chiede perché non sia ancora fidanzato.[112]
  • [Su Dimartedì] Caro assistente di studio di Floris, far applaudire il pubblico a ogni frase non fa sembrare il tuo un programma di grande successo: fa sembrare quelli in studio degli schizofrenici che applaudono tutto e il contrario di tutto.[113]
  • Una delle mie cose preferite dei social – luoghi dove alla plebe viene data la possibilità di leggere gratis gente che altrimenti dovrebbe pagare per leggere: il minimo che ci si aspetti in cambio è educato silenzio – è la sincera indignazione del cretino allorché bloccato.[114]
  • Piccolo promemoria: se siete sensibili al parere di chiunque sia famoso su qualunque argomento, il problema siete voi.[115]
  • La mattina dopo un rivolgimento, anni fa, l'umanità sarebbe andata a comprare un giornale per capirne di più. Adesso è convinta, anche quand'ha sì e no gli strumenti culturali per fare l'orlo agli strofinacci, di poter spiegare lei le cose al mondo; quindi apre un social e lo fa.[116]
  • Niente ti fa capire il tuo valore di scrittrice come il festival letterario che, in un albergo sul mare, t'assegna la stanza vista parcheggio.[117]
  • [...] l'internet è una forma di welfare: serve a far sognare chi non combinerà mai un cazzo nella vita, e a illuderlo ci sia un posto in cui vale. È L'Oréal, ma coi cancelletti.[118]
  • Mi scuso coi giornali per aver tardato ad avvisarli che in italiano gli articoli determinativi e indeterminativi hanno i generi, e quindi non si scrive «un pm donna» ma «una pm»: ero distratta perché stupidamente convinta che avessimo tutti frequentato le elementari.[119]
  • [Su Cesare Cremonini] Che poi sì, i giovani di norma son scemi, poi ci son quelli che al liceo scrivono 50 Special.[120]
  • Quelli che spiegano cos'avrebbe dovuto chiedere Fazio al Papa, curiosamente, non sono mai conduttori televisivi di successo, né intervistatori di papi, ma neanche solo presentatori di previsioni del tempo.[121]
  • Ogni volta che vedo Francesca Mannocchi mostrare pezzi di cadavere dal fronte mi chiedo se sia più umano pensare «meno male che c'è qualcuno che ha i coglioni di andar lì e farci vedere» o «sì però adesso torna a casa che ti si devasta la psiche» (nel dubbio le dico sempre la seconda).[122]
  • Abbiamo preso in considerazione l'ipotesi che la notizia non sia che il libro di Renzi è il più venduto in Italia, ma che sia un periodo in cui non si vende talmente niente di niente che si va primi in classifica con settemila copie?[123]
  • [Sugli attivisti di Ultima Generazione] Se ho capito bene, questo cazzo di caldo che fa a ottobre potremmo risolverlo lanciando del minestrone sulle Tre grazie del Botticelli.[124]
  1. Citato in Mattia Carzaniga, Quando abbiamo smesso di capire il mondo (e iniziato a occuparci solo di noi stessi), rollingstone.it, 19 marzo 2022.
  2. Da Nata a Bologna, risiede nel regno della livorosa superiorità, e ogni dettaglio le dice che fa bene a restarci, guiasoncini.com, 3 giugno 2013.
  3. Da Claudio Baglioni: «quando ero cretino», elle.com, 1º dicembre 2014.
  4. Da Fisiologia della gatta morta, elle.com, 3 luglio 2015.
  5. Da L'uomo sbagliato è come le scarpe che fanno male, elle.com, 29 luglio 2015.
  6. Da Il vero castigo è sposare l'amante, elle.com, 28 agosto 2015.
  7. a b Da Quel che penso dei giovani d'oggi, elle.com, 14 settembre 2015.
  8. Da Gli inutili sforzi delle malelingue sulla rete, elle.com, 9 ottobre 2015.
  9. Da Se una va a letto con tanti..., elle.com, 16 ottobre 2015.
  10. Da Perché le donne sono meno pagate dei maschi, elle.com, 26 ottobre 2015.
  11. Da Se la carrozza silenziosa è rumorosa lo stesso, elle.com, 11 dicembre 2015.
  12. Da Francesco Guccini è la mia Madeleine: con le sue canzoni torno adolescente, elle.com, 21 dicembre 2015.
  13. Da Supergirl una supereroina? Ma per piacere!, elle.com, 6 novembre 2015.
  14. Da Leo Di Caprio, era meglio metrosexual, elle.com, 14 gennaio 2016.
  15. Da Al Family Day sono buoni come Rossella O'Hara in Via col vento, elle.com, 15 febbraio 2016.
  16. Da Fare la mamma non impedisce di avere un lavoro, elle.com, 30 marzo 2016.
  17. Da Ok, voglio un marito anch'io, ma solo a certe condizioni, elle.com, 25 aprile 2016.
  18. Da La pazza gioia di Virzì, storia di due donne in fuga ma felici, elle.com, 15 maggio 2016.
  19. Da Violenza sulle donne, reato a rischio simulazione, elle.com, 13 giugno 2016.
  20. Da Gruppi WhatsApp: tutte le mamme li detestano, nessuna li lascia, elle.com, 28 giugno 2016.
  21. Da Chi era Bill Cunningham, il fotografo che ha inventato lo street style, elle.com, 12 luglio 2016.
  22. a b Da Jennifer Anniston, condannata a essere per sempre l'ex di Brad Pitt, elle.com, 7 agosto 2016.
  23. Da Warren Beatty e Obama, i più fighi 
del mondo, elle.com, 9 ottobre 2016.
  24. Da Se poi ti ritrovi in un gruppo di WhatsApp, elle.com, 15 novembre 2016.
  25. Da (E)lezioni americane: basta che sia uomo, elle.com, 20 novembre 2016.
  26. Da Marcello Mastroianni e le donne: il bello della condivisione, elle.com, 18 dicembre 2016.
  27. Da Il mio sonno è raro, non come quello di mio padre, elle.com, 3 gennaio 2017.
  28. Da Quel che non avevo capito dell'America, elle.com, 19 gennaio 2017.
  29. Da Quanto è social lo spacco di Diletta, elle.com, 18 febbraio 2017.
  30. Da Consigli per madri di figlie femmine, elle.com, 5 marzo 2017.
  31. Da Jack Nicholson «Quando ho capito di essere me», elle.com, 22 aprile 2017.
  32. Da Non prendete esempio da Serena Williams, elle.com, 7 maggio 2017.
  33. Da Quando sposarsi era meglio che lavorare, elle.com, 21 maggio 2017.
  34. Da Un po' di Xanax e passa tutto, elle.com, 24 giugno 2017.
  35. Da La priorità dell'estate? Capire che la prova costume non esiste, elle.com, 29 giugno 2017.
  36. Da Appello per Guia Soncini valletta spettinata al prossimo, rivoluzionario, Sanremo, ilfoglio.it, 8 febbraio 2019.
  37. Da Il complesso di Elettra Lamborghini, ilfoglio.it, 5 maggio 2019.
  38. Da Maggio, il più crudele dei mesi, ilfoglio.it, 31 maggio 2019.
  39. Da Il maschio che si fa la barba con i cocci di bottiglia non si è estinto, ma non vive a Milano, ilfoglio.it, 9 giugno 2019.
  40. Da Downton Abbey, più reale dei talk, repubblica.it, 3 ottobre 2014.
  41. Da Il simpatico oste di Palazzo Chigi, repubblica.it, 17 ottobre 2014.
  42. Da I buoni sono noiosi in tv e nella vita, repubblica.it, 31 ottobre 2014.
  43. Da Gazebo, le strane vie del giornalismo, repubblica.it, 7 novembre 2014.
  44. Da Quando la lite in tv nasconde un flirt, repubblica.it, 5 dicembre 2014.
  45. Da Charlie Hebdo in tv solo a Chi l'ha visto, repubblica.it, 9 gennaio 2015.
  46. Da Te lo mando a dire con un tweet, repubblica.it, 30 gennaio 2015.
  47. Da Heather Parisi non era un hashtag, repubblica.it, 6 febbraio 2015.
  48. a b Da Un capolavoro in tre righe, repubblica.it, 20 febbraio 2015.
  49. Da Monica e Lena unite dallo scandalo, repubblica.it, 20 marzo 2015.
  50. Da Bei tempi andati tali e quali a oggi, repubblica.it, 17 aprile 2015.
  51. Da Gli zigomi di Garko e la nostra ipocrisia , repubblica.it, 8 maggio 2015.
  52. Da Favino tra i libri, è il bello della diretta, repubblica.it, 24 aprile 2015.
  53. Da Dave, ci vediamo su Facebook?, repubblica.it, 22 maggio 2015.
  54. Da Se il fattore nostalgia trasforma tutto in cult, repubblica.it, 19 giugno 2015.
  55. Da Internet e l'era della suscettibilità, repubblica.it, 26 giugno 2015.
  56. Da Se i bambini della tv meritano due ceffoni, repubblica.it, 17 luglio 2015.
  57. Da L'isola di Aurora batte True Detective, repubblica.it, 10 luglio 2015.
  58. Da Il giorno in cui è finito il MeToo, forse, linkiesta.it, 19 maggio 2020.
  59. Da C’era una volta una persona famosa che ho conosciuto, agevolo la foto, linkiesta.it, 7 luglio 2020.
  60. a b Da Duemila anni di storia, i musei, l'arte e i peggiori intellettuali del mondo, linkiesta.it, 20 luglio 2020.
  61. Da I neri vengono uccisi, ma gli intellettuali si attaccano a stronzate come l'abbronzatura di Di Maio, linkiesta.it, 29 agosto 2020.
  62. Da Storia del mio disordine (e di un atto di eroismo durato una settimana), linkiesta.it, 19 settembre 2020.
  63. a b Da Tiziano Ferro e l'era della generazione lagna, linkiesta.it, 9 novembre 2020.
  64. a b Da L'Italia è quella commedia mitomane di cui Fabrizio Corona è autore e protagonista, linkiesta.it, 11 novembre 2020.
  65. Da Il cuscino di Massini e la scomparsa definitiva del senso del ridicolo, linkiesta.it, 16 marzo 2021.
  66. Da Crescere con Nanni a Bologna (o di Soncini che si sposta e ci lascia vedere Moretti su Instagram), linkiesta.it, 4 giugno 2021.
  67. Da Oggi la città italiana che peggio gestisce la spazzatura avrà già un sindaco (non è Roma), linkiesta.it, 4 ottobre 2021.
  68. Da Sul palco del Festival, la rappresentatività di genere femminile fa ciao ciao alle donne, linkiesta.it, 4 febbraio 2022.
  69. a b Da Se n'è andata Monica Vitti e questo tempo scemo non ha né aneddoti né selfie per ricordarla, linkiesta.it, 2 febbraio 2022.
  70. Da La crudeltà di mettere Corrado Guzzanti (e Virginia Raffaele) assieme a comici che non fanno ridere, linkiesta.it, 4 marzo 2022.
  71. Da Il Maurizio Costanzo show e il tentativo impossibile di spiegarlo ai nativi digitali, linkiesta.it, 29 aprile 2022.
  72. Da In Italia ci sono ancora i giornali di una volta, approssimativi oggi come allora, linkiesta.it, 2 maggio 2022.
  73. Da Il favoloso documentario sui Sandra e Raimondo che vinsero la Coppa Davis in Cile, linkiesta.it, 11 maggio 2022.
  74. Da Ho scoperto il segreto di TikTok e ora so perché è meglio dei penzierini su Twitter, linkiesta.it, 20 agosto 2022.
  75. Da Con un centro e una sinistra così, la destra dorme tra guanciale e pancetta, linkiesta.it, 29 agosto 2022.
  76. Cfr. Nirvana (gruppo musicale), Smells Like Teen Spirit, traccia n. 1 di Nevermind (1991): «With the lights out it's less dangerous. | Here we are now, entertain us.» («Con le luci spente è meno pericoloso. | Eccoci qua, fateci divertire.»)
  77. Da Il funerale di Elisabetta, del garantismo, della satira, dell'ottimismo (e di tante altre certezze), linkiesta.it, 20 settembre 2022.
  78. Da Il narcisismo dei politici che fanno storie su Instagram anziché amministrare, linkiesta.it, 21 settembre 2022.
  79. Da L'insostenibile urgenza di commentare tutto pur non sapendo niente di niente, linkiesta.it, 24 settembre 2022.
  80. Da Non so chi abbia vinto le elezioni, ma so che Altan lo sapeva da mo, linkiesta.it, 26 settembre 2022.
  81. Da Se l'internet non trova niente da rimproverarti, vuol dire che non hai mai detto niente d'interessante, linkiesta.it, 3 ottobre 2022.
  82. Da Il vescovo influencer e quelli che chiedono a te, proprio a te, che non sai nulla, linkiesta.it, 4 ottobre 2022.
  83. Da La psicologia spiccia di Signorini e il mancato lodo Nudo del Grande Fratello (Vip, teoricamente), linkiesta.it, 5 ottobre 2022.
  84. Da I 60 anni di Luca Carboni e i favolosi dischi dell’adolescenza (che non capivo), linkiesta.it, 13 ottobre 2022.
  85. Da Meloni è una donna forte, ma le femmine vittimiste non se ne sono ancora accorte, linkiesta.it, 17 ottobre 2022.
  86. Da La domenica in cui l'Italia sgrammaticata si è indignata per l'ignoranza di Fontana, linkiesta.it, 18 ottobre 2022.
  87. Da L'assoluzione di Kevin Spacey e la fine della stagione di un porco al giorno, linkiesta.it, 22 ottobre 2022.
  88. Da Un filmato della Meloni ventinovenne che avrebbe dovuto svegliare la sinistra, e invece no, linkiesta.it, 26 ottobre 2022.
  89. Da Don Raffae', gli stivali di Soumahoro e il nostro diritto di dare di stronzo a un deputato nero, linkiesta.it, 31 ottobre 2022.
  90. Da Non è la destra a essere impresentabile, è la sinistra che è troppo ridicola per smuoverla dal potere, linkiesta.it, 4 novembre 2022.
  91. Da Matthew Perry e la dannazione di diventare famosi prima che tutti fossero famosi, linkiesta.it, 5 novembre 2022.
  92. a b Da La società non competitiva di massa e l'invidia dei puccettoni per una laureata ventitreenne, linkiesta.it, 7 novembre 2022.
  93. a b Da Il necrologio di Logan Roy, i paroloni di Succession e il pubblico di bamboccioni, linkiesta.it, 12 aprile 2023.
  94. Da Il diritto di essere un'altra Annalena e la lezione del "Tempo delle mele", linkiesta.it, 17 aprile 2023.
  95. Da Nessuno ascolta i podcast, ma titillano l'ego degli intellettuali nutriti con i sott'olio di mammà, linkiesta.it, 29 aprile 2023.
  96. Da Il declino della conversazione e il pubblico che vuole solo annuire forte, linkiesta.it, 12 giugno 2023.
  97. Da Analisi geopolitica delle panche al funerale di Berlusconi, linkiesta.it, 15 giugno 2023.
  98. Da Barbie come metafora del mondo, e altre banalità del femminismo instagrammabile, linkiesta.it, 25 luglio 2023.
  99. Da Giochini, soffritti e altre idee per salvare l'editoria (finché non compra tutto Zuck), linkiesta.it, 25 gennaio 2024.
  100. Da Il Gladiatore, le scarpe super ospiti e lo strano rapporto di Sanremo con i loghi, linkiesta.it, 8 febbraio 2024.
  101. Da L'adulto Geolier e il successo misurato in cuoricini, linkiesta.it, 12 febbraio 2024.
  102. Da L’italianità del paese reale che guarda la tv per specchiarsi, linkiesta.it, 13 febbraio 2024.
  103. Da Il Maurizio Costanzo Show era Instagram ben prima di Instagram, linkiesta.it, 22 febbraio 2024.
  104. Da La verità che la Ferragni non può dire a Fazio, non essendo Jennifer Lopez, linkiesta.it, 4 marzo 2024.
  105. a b Da Il berlusconismo è il paese che ignoro, e altre analoghe illusioni della sinistra, linkiesta.it, 15 marzo 2024.
  106. Dall'intervista di Natalia Aspesi, Guia Soncini e Natalia Aspesi: dialogo sul politicamente (s)corretto. Senza offesa..., elle.com, 6 aprile 2021.
  107. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 10 ottobre 2017.
  108. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 27 maggio 2018.
  109. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 21 giugno 2018.
  110. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 12 luglio 2018.
  111. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 5 agosto 2018.
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  116. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 7 gennaio 2021.
  117. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 19 giugno 2021.
  118. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 3 agosto 2021.
  119. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 20 dicembre 2021.
  120. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 3 febbraio 2022.
  121. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 7 febbraio 2022.
  122. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 5 aprile 2022.
  123. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 31 maggio 2022.
  124. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 17 ottobre 2022.

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