John Steinbeck

scrittore statunitense
(Reindirizzamento da Uomini e topi)

John Ernst Steinbeck (1902 – 1968), scrittore statunitense.

John Ernst Steinbeck
Medaglia del Premio Nobel
Per la letteratura (1962)

Citazioni di John SteinbeckModifica

  • A meno che un critico abbia il coraggio di lodarti senza riserve, io dico, ignora il bastardo.
Unless a reviewer has the courage to give you unqualified praise, I say ignore the bastard.[1]
  • E la perla si adagiò nella dolce acqua verde e precipitò verso il fondo. I rami ondeggianti delle alghe la chiamarono, le fecero cenno, e sulla superficie le luci apparvero verdi e delicate. Si posò sulla sabbia fra pianticelle simili a felci. Sopra, il velo dell'acqua era come uno specchio verde. E la perla giacque in fondo al mare. Un granchio che zampettava sul fondo sollevò una nuvoletta di sabbia, ed ecco, era sparita. La musica della perla si consumò in un sussurro e svanì.[2]
  • La disciplina di scrivere parole punisce sia la stupidità sia la disonestà.
The discipline of the written word punishes both stupidity and dishonesty.[3]
The profession of book-writing makes horse-racing seem like a solid, stable business.[5]
  • Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.[6]
People don't take trips… trips take people.
  • Una buona ipotesi presenta sempre una difficoltà enorme. Quando è completata, le angolosità sono smussate, il contenuto si fa coesivo e coerente, è molto probabile che diventi una cosa a sé stante, un capolavoro artistico. A quel punto è come un sonetto finito o un dipinto terminato. È detestabile doverla toccare. Anche se informazioni successive dovessero produrvi una falla, resta comunque detestabile doverla smantellare, perché continuiamo ad immaginarla bella e integra.[7]

Al Dio sconosciutoModifica

IncipitModifica

Il raccolto era stato posto al sicuro, la legna fatta a pezzi a terra, quando un tardo pomeriggio, nella fattoria dei Wayne vicino a Pittsford, Joseph Wayne andò presso alla poltrona bergére di fronte al camino e si mise davanti a suo padre. I due uomini si rassomigliavano. Entrambi avevano un grande naso e alti zigomi massicci, i loro volti sembravano composti di qualche sostanza più dura a resistere della carne, una sostanza silicea che non potesse mutare facilmente. La barba di Joseph era nera e serica, ancora abbastanza rada per svelare il contorno incerto del mento. La barba del vecchio era bianca e lunga. La brancicava qua e là con dita esploratrici e ne rivolgeva le ciocche all'interno come per preservarle.

CitazioniModifica

  • Ci sono cose che non si possono guardare alla luce della ragione, ma sono così come sono. (p. 47)
  • Cristo inchiodato alla croce dovrebbe essere qualche cosa di più che non il simbolo del dolore universale. Potrebbe tenere tutto il dolore. E un uomo che stesse in cima a una collina con le braccia tese, simbolo del simbolo, dovrebbe pur contenere tutto il dolore di tutti i tempi. (pp. 72-73)
  • Cristo nel breve tempo che fu sui chiodi sofferse nel suo corpo il dolore di tutti, e in lui non passò nulla di deforme. (p. 73)
  • Non so se ci siano uomini nati al di fuori della natura umana, o se alcuni uomini siano tanto umani da far sembrare irreali gli altri. Forse un semidio vive di tanto in tanto sulla terra. (p. 90)

FuroreModifica

IncipitModifica

OriginaleModifica

To the red country and part of the gray country of Oklahoma, the last rains came gently, and they did not cut the scarred earth. The plows crossed and recrossed the rivulet marks. The last rains lifted the corn quickly and scattered weed colonies and grass along the sides of the roads so that the gray country and the dark red country began to disappear under a green cover. In the last part of May the sky grew pale and the clouds that had hung in high puffs for so long in the spring were dissipated. The sun flared down on the growing corn day after day until a line of brown spread along the edge of each green bayonet. The clouds appeared, and went away, and in a while they did not try any more. The weeds grew darker green to protect themselves, and they did not spread any more. The surface of the earth crusted, a thin hard crust, and as the sky became pale, so the earth became pale, pink in the red country and white in the gray country.

[John Steinbeck, The Grapes of Wrath, Penguin, 2006.]

Carlo CoardiModifica

Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell'Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d'erbacce e d'ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d'ogni singola baionetta verde. Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono nemmeno più di ritornare. Le erbacce si vestirono d'un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d'una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva, e risultava rosa nella regione rossa, bianca nella grigia.

Sergio Claudio PerroniModifica

Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre grigie e le terre rosso-scure cominciarono a sparire sotto una coltre verde. Nell’ultima parte di maggio il cielo si fece pallido, e scomparvero le nuvole che in primavera avevano indugiato così a lungo con i loro alti pennacchi. Il sole prese a picchiare giorno dopo giorno sul mais in erba, fino a screziare di bruno gli orli di ogni baionetta verde. Le nuvole ricomparvero, e si dileguarono senza tornare più. La gramigna si fece di un verde più scuro per difendersi dal sole, e smise di propagarsi. Il suolo si ricoprì di una crosta dura e sottile, e man mano che il cielo impallidiva, anche il suolo impallidiva, facendosi rosa nelle terre rosse e bianco nelle terre grigie.

CitazioniModifica

 
Copertina della prima edizione (1939)
  • Al diavolo tutto quanto! Non c’è nessun peccato e nessuna virtù. C’è solo quello che la gente fa. È tutto parte della stessa cosa. E certe cose che la gente fa sono belle, e invece altre non sono belle, ma questo è il massimo che qualsiasi uomo ha il diritto di dire. (Jim Casy: cap. 4, 2013)
  • “Ho pensato allo Spirito Santo e al cammino di Gesù. Ho pensato: ‘Perché dobbiamo metterlo con Dio o con Gesù? Magari,’ ho pensato, ‘magari sono tutti gli uomini e tutte le donne che amiamo: magari è questo lo Spirito Santo… lo spirito umano… tutta la baracca. Magari tutti gli uomini messi insieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino’. E allora me ne stavo lì a pensarci, e all’improvviso… ho capito. L’ho capito proprio dentro di me, e da quel momento sono sicuro ch’è vero.” (Jim Casy: cap. 4, 2013)
  • La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l'operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L'hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo. (cap. 5; 1970, p. 42)
  • Il mezzadro ragionava. “È strano come vanno le cose. Se un uomo ha una piccola proprietà, quella proprietà è lui, è parte di lui, è fatta come lui. Se la sua proprietà è grande quanto basta per camminarci sopra, e coltivarla, e rattristarsi se non rende e rallegrarsi quando arriva la pioggia, quella proprietà è lui, e in fondo lui diventa più grande perché quella proprietà è sua. Anche se non si arricchisce, è grande perché ha quella proprietà. È così la faccenda.”
    E il mezzadro ragionava ancora. “Ma se un uomo ha una proprietà senza vederla, o senza avere il tempo di infilarci le dita, o senza poterci stare per camminarci… be’, allora la proprietà è l’uomo. Lui non può fare quello che vuole, non può pensare quello che vuole. La proprietà è l’uomo, e è più forte di lui. E lui non è grande, è piccolo. È il suo patrimonio a essere grande, e lui è il servitore della sua proprietà. Anche questa faccenda è così.” (cap. 5, 2013)
  • L'uomo è un animale che vive d'abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti. (Jim Casy: cap. 6; 1970, p. 63)
  • Certe volte un uomo triste può togliersi la tristezza facendola uscire dalla bocca. Certe volte un uomo con la voglia d’ammazzare può farsela uscire dalla bocca e non ammazzare nessuno. (Jim Casy: cap. 6, 2013)
    • Uno che medita un assassinio, se può sfogarsi in tempo, alle volte non lo commette più. (1970, p. 64)
  • E mi sono messo a pensare ch’eravamo tutti santi quand’eravamo una cosa sola, e l’umanità era santa quand’era una cosa sola. E non era più santa solo quando un povero disgraziato si pigliava il morso tra i denti e se ne scappava per conto suo, scalciando e tirando e lottando per conto suo. Quelli come lui guastano tutta la santità. Ma quando lavorano tutt’insieme, non un uomo per un altro uomo, ma tutti come se hanno sul collo le corde per tirarsi tutta la baracca… quello sì, quello è santo. (Jim Casy: cap. 8, 2013)
  • C'è una cosa che in prigione s'impara: mai pensare al momento della liberazione, altrimenti c'è da spaccarsi la testa nel muro. Pensare all'oggi, al domani, tutt'al più alla partita di calcio del sabato; ma mai più in là. Prendere il giorno come viene. (Tom Joad: cap. 10; 1970, p. 102)
  • Ecco cos’è predicare. Fare del bene a uno ch’è conciato male e non può farti smettere con un pugno. (Tom Joad: cap. 10, 2013)
  • Ecco, chi fa affari deve dire bugie e dare fregature, solo che le chiama in un altro modo. È questa la cosa importante. Se tu quella gomma la rubavi eri un ladro, ma lui ha cercato di fregarti quattro dollari per una gomma scassata. E per loro non si chiama furto, si chiama buon affare. (cap. 12, 2013)
  • Casy disse: “Io ho camminato per tutto il paese. Tutti chiedono la stessa cosa. Dove andiamo? Per me non andiamo mai da nessuna parte. Siamo sempre in viaggio. Sempre in cammino. Perché a questa cosa non ci pensa nessuno? Oggi tutto si sposta. La gente si sposta. Sappiamo perché e sappiamo come. La gente si sposta perché lo deve fare. Ecco perché la gente si sposta. Si sposta perché vuole qualcosa di meglio. E quello è l’unico modo per trovarselo. Quando gli serve qualcosa, quando gli manca qualcosa, se lo vanno a pigliare. È a forza di sopportare che uno impara a ribellarsi”. (cap. 13, 2013)
  • “Le leggi cambiano,” disse, “ma le cose giuste restano uguali. Ognuno ha il diritto di fare quello ch’è giusto.” (Jim Casy: cap. 13, 2013)
  • Ma’ disse: “C’è un proverbio che dice: ‘Bimbo che nella pena nasce nella gioia cresce’. Lo conosce, signora Wilson?”.
    “Mi pare di sì,” disse Sairy. “E c’è pure quell’altro: ‘Chi nasce contento muore scontento’.” (cap. 13, 2013)
  • Una volta un tizio m’ha detto una poesia che faceva: ‘Tutto quello che è vivo è santo’. (Jim Casy: cap. 13, 2013)
  • L’ultima funzione chiara e distinta dell’uomo: muscoli smaniosi di lavorare, cervelli smaniosi di creare al di là del singolo bisogno – ecco cos’è l’uomo. Costruire un muro, costruire una casa, una diga; e in quel muro, in quella casa, in quella diga mettere qualcosa dell’Uomo, e in cambio prendere per l’Uomo qualcosa di quel muro, di quella casa, di quella diga: prendere i muscoli d’acciaio dal faticare, prendere le linee e le forme nette dal progettare. Perché l’uomo, diversamente da ogni altra cosa organica o inorganica dell’universo, cresce al di là del suo lavoro, sale i gradini delle sue idee, va oltre il limite dei suoi risultati. Ecco cosa puoi dire dell’uomo: quando le teorie cambiano e crollano, quando le scuole, le filosofie, gli angusti vicoli bui del pensiero nazionale, religioso ed economico crescono e si disintegrano, l’uomo non si ferma, procede brancolando, ferendosi, a volte ingannandosi. Fattosi avanti, può darsi che indietreggi, ma solo di mezzo passo, mai di un passo intero. Ecco cosa puoi dire, e sapere, e sapere. Ecco cosa puoi sapere quando le bombe piovono dagli aerei neri sulla piazza del mercato, quando si sgozzano prigionieri come maiali, quando i corpi calpestati si svuotano disgustosi nella polvere. Ecco come puoi saperlo. Se il passo non venisse fatto, se la smania di brancolare in avanti mancasse, le bombe non cadrebbero, le gole non verrebbero tagliate. Diffida del tempo in cui le bombe smettono di cadere mentre i bombardieri sono ancora vivi – perché ogni bomba dimostra che lo spirito non è morto. E diffida del tempo in cui gli scioperi cessano mentre i grandi proprietari sono ancora vivi – perché ogni piccolo sciopero soffocato dimostra che il passo è in atto. Ed ecco cosa puoi sapere per certo: terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo. (cap. 14, 2013)
  • Ecco il nodo, per voi che odiate il cambiamento e temete la rivoluzione. Vi conviene tenere separati questi due uomini accoccolati, fare in modo che si odino, che si temano, che diffidino l’uno dell’altro. È questo l’embrione della cosa che temete. È questo lo zigote. Perché adesso “Ho perso la mia terra” è cambiato; una cellula si è scissa e dalla sua scissione nasce la cosa che odiate: “Abbiamo perso la nostra terra”. Ecco dov’è il pericolo, perché due uomini non sono soli e confusi quanto può esserlo uno. (cap. 14, 2013)
  • Un bambino arriva tardi a scuola. Il maestro gli fa: “Perché sei in ritardo?”. E il bambino: “M’è toccato portare la mucca dal toro per montarla”. E il maestro: “Perché non l’ha fatto tuo padre?”. E il bambino: “Il toro lo fa meglio”. [Barzelletta] (Bill: cap. 15, 2013)
  • Se uno se la spassa non gliene frega niente; ma se uno è cattivo, solo, vecchio e scontento… ha paura di morire! (Jim Casy: cap. 18, 2013)
  • Se gli serve un milione di acri per sentirsi ricco, mi sa che gli serve perché si sente molto povero dentro; e se è povero dentro, non c’è nessun milione di acri che lo può fare sentire ricco, e magari è scontento che niente di quello che fa riesce a farlo sentire ricco… (Jim Casy: cap. 18, 2013)
  • “Quando sei giovane, Rosasharn, tutto quello che ti capita se ne sta per conto suo. Se ne sta tutto solo come un’isola. Lo so, me lo ricordo, Rosasharn.” Le sue labbra amavano il nome della figlia. “Tu avrai un figlio, Rosasharn, e ti sentirai sola come un’isola. Starai male, e sarà un male tutto solo, e credimi, Rosasharn, questa tenda qui è sola al mondo.” Sferzò bruscamente l’aria per allontanare un ronzio, e la grossa mosca nera fece due volte il giro della tenda e sfrecciò fuori nel sole accecante. E Ma’ continuò: “Poi un giorno si cambia, e da quel giorno una morte è un pezzo di tutte le morti, e una nascita è un pezzo di tutte le nascite, e nascere e morire sono due pezzi della stessa cosa. Allora le cose non stanno più da sole. E un male non fa più tanto male, perché non è più un male che se ne sta da solo, Rosasharn. Vorrei dirtelo più chiaro per fartelo capire, ma non lo so fare.” E la sua voce era così dolce, così piena d’amore, che le lacrime stiparono gli occhi di Rose of Sharon, e traboccarono dai suoi occhi e la accecarono. (cap. 18, 2013)
  • Quand’ero bambina mi piaceva cantare. In paese dicevano che sapevo cantare come Jenny Lind. La gente mi veniva a sentire quando cantavo. E quando loro erano tutti lì… e io cantavo… be’ , eravamo così insieme che non si può manco immaginare. Mi sentivo piena di gioia. Non capita a tanta gente di sentirsi così pieni, così vicini, come io quando cantavo e loro erano tutti lì a sentirmi. Ho pensato che magari potevo cantare nei teatri, ma poi non l’ho fatto. E sono contenta. Così non s’è messo niente tra me e loro. E… è per questo che gli ho chiesto di pregare. Volevo sentire un’ultima volta quella vicinanza. Cantare e pregare sono la stessa cosa, proprio la stessa cosa. (Sairy Wilson: cap. 18, 2013)
  • Non serve fegato per fare qualcosa quando non puoi fare nient’altro. (Tom Joad: cap. 18, 2013)
  • “Be’,” disse Casy, “se lo chiedi a me ti dico che hai sbagliato e basta, ma se per te hai peccato… allora hai peccato. Uno i suoi peccati se li costruisce colle sue mani.” (cap. 18, 2013)
  • Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre. (cap. 19, 2013)
  • “Calmo,” disse Ma’. “Devi avere pazienza. Vedi, Tom… noi ci saremo pure quando loro non ci saranno più. Tom, noi siamo quelli che restano. Non riusciranno a spazzarci via. Noi siamo tosti, noi andiamo avanti.”
    “E ci pigliamo un sacco di bastonate.”
    “Lo so.” Ma’ ridacchiò. “Magari è quello a farci forti. I ricchi germogliano e muoiono, e hanno figli che non valgono niente, sono piante che appassiscono. Ma noi no, Tom: noi non possiamo finire. Sta’ tranquillo, Tom. Ora le cose cambiano.” (cap. 20, 2013)
  • E i grossi proprietari cui una sommossa avrebbe fatto perdere tutte le terre, i grossi proprietari con accesso alla Storia, con occhi per leggere la Storia e ricavarne la grande verità: quando le mani in cui si accumula la ricchezza sono troppo poche, finiscono per perderla. E la verità accessoria: quando una moltitudine di uomini ha fame e freddo, il necessario se lo prende con la forza. E la piccola ma sonora verità che echeggia lungo la Storia: la repressione serve solo a rinforzare e unire gli oppressi. Ebbene, i grossi proprietari ignorarono questi tre avvertimenti della Storia. (cap. 21, 2013)
  • “C’era un tizio di nome Hines, uno che ha un trentamila acri a pesche e uva, e ha pure un conservificio e una cantina. E questo Hines parlava tutt’il tempo di ‘maledetti rossi’. ‘I maledetti rossi portano il paese alla rovina’, diceva, e ‘Questi maledetti rossi li dobbiamo cacciare a pedate’. Be’, un giorno lo sente un ragazzo ch’era appena arrivato all’Ovest. E questo ragazzo si gratta un po’ la testa e gli fa: ‘Signor Hines, io è da poco che sto qui. Che sono i maledetti rossi?’. Allora Hines gli fa: ‘Un rosso è qualsiasi figlio di puttana che vuole trenta centesimi l’ora quando noi ne paghiamo venticinque!’. Allora il ragazzo ci pensa un po’ su, e si gratta la testa, e poi fa: ‘Cristo, signor Hines. Io non sono un figlio di puttana, ma se un rosso è questa roba qua… be’, pure io voglio trenta centesimi l’ora. Tutti quanti li vogliono. Accidenti, signor Hines, siamo rossi tutti quanti’.” (Timothy Wallace: cap. 22, 2013)
  • Qui è come cercare puzzole sott’acqua. [Modo di dire] (Al Joad: cap. 22, 2013)
  • L’avete mai visto un fagiano, che vola tutto teso, bello con quelle penne disegnate e tutte dipinte, e pure gli occhi dipinti? Poi, bum! Lo raccattate, ed è solo un cencio insanguinato, e allora capite che avete sfasciato qualcosa che era meglio di voi; e manco mangiarlo vi cambia niente, perché avete sfasciato qualcosa che stava dentro di voi, e non la potrete riaggiustare. (cap. 23, 2013)
  • Vorrei essere sempre sbronzo. Chi lo dice ch’è male? Chi s’azzarda a dire ch’è male? I predicatori – ma quelli si sbronzano alla loro maniera. Le zitelle acide – ma quelle sono troppo infelici per capire. I moralisti – ma quelli la vita la vedono troppo da lontano per capire. (cap. 23, 2013)
  • Con un’armonica puoi suonarci di tutto: singole note filate, accordi complessi, melodie dagli accordi ritmati. Si può plasmare la musica tra i palmi delle mani, farla languida e triste come la cornamusa, corposa e grave come l’organo, secca e stridula come i pifferi dei montanari. Finito di suonare, la rimetti in tasca. È sempre con te, ce l’hai sempre in tasca. E mentre suoni impari nuovi trucchi, nuovi modi di plasmare il suono con le mani, di modulare il tono con le labbra, e non te l’insegna nessuno. (cap. 23, 2013)
  • Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro. (Ma’: cap. 26, 2013)
  • “Ho conosciuto un tizio. L’hanno portato in cella quando c’ero io. Aveva provato a fare un sindacato. Era riuscito a mettere insieme un po’ di gente. Poi le spie del padrone gli hanno mandato tutto all’aria. E la sapete una cosa? Quelli che aveva cercato di aiutare l’hanno scaricato. Non volevano più averci niente a che fare. Si spaventavano di farsi vedere con lui. ‘Vattene sennò ci metti nei guai,’ gli dicevano. Ve l’immaginate come c’è rimasto male? Poi però diceva: ‘Non fa così male quando te l’aspetti’. Diceva: ‘Prendi la Rivoluzione Francese: tutti quelli che l’hanno messa su, gli hanno tagliato la testa. È sempre così che va,’ diceva. ‘Naturale come la pioggia. Queste cose non è che le fai perché ti piace. Le fai perché le devi fare. Perché ce l’hai dentro. Metti Washington,’ diceva. ‘Lui fa la Rivoluzione, e poi quei figli di puttana se la pigliano con lui. E Lincoln uguale. E sempre gli stessi a urlare d’ammazzarli. Naturale come la pioggia’”.
    “Non mi pare una bella roba,” disse Tom.
    “No, per niente. Ma quel tizio diceva: ‘Tu quello che puoi fare devi farlo lo stesso. L’importante,’ diceva, ‘è sapere che ogni volta che c’è un piccolo passo avanti, poi c’è pure una scivolatina indietro, ma mai così indietro come prima. E la differenza,’ diceva, ‘dimostra che quello che hai fatto era giusto farlo. E non era una perdita di tempo pure se magari sembrava di sì.’” (Jim Casy: cap. 26, 2013)
  • Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione,[8] be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì. (Tom Joad: cap. 28, 2013)
  • “La donna può cambiare meglio dell’uomo,” disse Ma’ in tono rassicurante. “La donna la vita ce l’ha tutta nelle braccia. L’uomo ce l’ha tutta nella testa.” (cap. 28, 2013)
  • “Macché finita,” disse Ma’ con un sorriso. “Non è finita per niente, Pa’. E c’è un’altra cosa che sanno le donne. Me ne sono accorta. Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai.” (cap. 28, 2013)
  • A me mi pare solo che tutto quello che facciamo serve per continuare. Per me è così che vanno le cose. Pure la fame… pure la malattia: qualcuno muore, ma gli altri si fanno più tosti. Uno deve solo cercare di viversi la giornata, la giornata e basta. (Ma’: cap. 28, 2013)

Citazioni su FuroreModifica

  • È un'opera universale, scritta nel '39, ma straordinariamente attuale, in cui ogni migrazione è stata raccontata per sempre. (Alessandro Baricco)

Il breve regno di Pipino IVModifica

  • [...] il potere non corrompe. La paura corrompe, forse la paura di perderlo. (p. 106)
  • Be'... se lo acchiappassero e lo ghigliottinassero credo che si potrebbe essere abbastanza sicuri che era un Re. (p. 161)

I pascoli del cieloModifica

  • Come la maggior parte degli uomini violenti egli coltivò per tutta la vita il malinconico desiderio di finire i suoi giorni nella pace di una casa di argilla vicino a un corso d'acqua, tra mandrie di bestiame che la notte si ammassassero attorno alle mura. (p. 9)
  • I bambini, questi luogotenenti del tempo nella sua guerra contro l'opera dell'uomo, avevano rotto le finestre e portato via tutto l'asportabile. (p. 10)
  • Wicks non aveva mai alzato una mano su Alice per la stessa ragione per cui non avrebbe frustato un vaso di Dresda. (p. 35)
  • D'altro lato [la signorina Morgan] pensava che i racconti di fate avevano un influsso benefico sulla mente dei giovani e, tra i suoi amici colti, si era trovata spesso a dire che "le misere condizioni della cultura americana dipendevano in parte dalla superstiziosa incredulibtà nell'esistenza delle fate". (p. 57)
  • La vita è così irreale che noi non siamo mai sicuri di esistere... (p. 58)
  • Gli uomini non potevano perdonargli lo stato di abbandono in cui teneva la sua terra. Le donne pensavano con disgusto alla sua casa pieno di sudiciume. Uomini e donne insieme odiavano la sua pigrizia e la sua assoluta mancanza di orgoglio. (p. 94)

L'inverno del nostro scontentoModifica

IncipitModifica

Quando il mattino biondo oro di aprile destò Mary Hawley, ella si volse al marito e lo vide, coi mignoli in bocca le faceva le smorfie. «Scemo» disse. «Ethan, hai trovato l'estro comico.» «Senta, Topolina, mi vuol sposare?» «Ti sei svegliato scemo?» «Il buon dì si vede al mattino.»

CitazioniModifica

  • Mi hai insegnato una cosa... anzi tre cose. Tre cose non saran mai credute, quella vera, quella probabile, quella logica. (pp. 48-49)
  • Qualsiasi uomo che abbia intelligenza normale può far soldi, se è questo che vuole. Quasi sempre egli vuole in realtà le donne, o gli abiti, o l'ammirazione, e queste cose lo sviano. (p. 64)

La luna è tramontataModifica

IncipitModifica

Alle dieci e quarantacinque tutto era finito. La città era occupata, i difensori abbattuti e la guerra finita. L'invasore si era preparato per questa campagna con la stessa cura che per altre di maggior ampiezza.

CitazioniModifica

  • Camminando, tra la folla, alle partite di calcio e in guerra, i profili si fanno vaghi; le cose reali divengono irreali e una nebbia si distende sul cervello. Tensione ed eccitamento, stanchezza, movimento, tutto si perde in un gran sogno grigio, così che, quando è finito, è difficile ricordare come fu quando si sono uccisi degli uomini o si è dato l'ordine di ucciderli. Quindi gli altri che non c'erano vi dicono com'è andata e voi rispondete vagamente:
    «Già, dev'essere proprio stato così.»
  • I popoli non combattono le guerre per fare dello sport.
  • [...] la guerra è tradimento e odio, pasticci di generali incompetenti, tortura, assassinio, disgusto, stanchezza, finché poi è finita e nulla è mutato, se non che c'è una nuova stanchezza, un nuovo odio. (p. 26)

La valle dell'EdenModifica

IncipitModifica

La valle del Salinas è nella California settentrionale. È un canalone lungo e stretto tra due file di monti, e il fiume Salinas si snoda e si contorce lungo tutta la valle fino a sfociare nella baia di Monterrey.
Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d'estate gli uccelli – e l'odore degli alberi e delle stagioni – che aspetto aveva la gente e come camminavano; ricordo anche il loro odore. La memoria degli odori è molto tenace.
Ricordo che i monti Gabilan a oriente della valle erano monti lievi e allegri, pieni di sole, amabili e quasi invitanti; ti veniva voglia di arrampicarti per i loro caldi contraffosti come quando si vuol salire in grembo a una madre adorata. Erano montagne che ti sollecitavano con l'amore della loro erba giallastra. I Santa Lucia si ergevano contro il cielo verso occidente e separavano la valle dal mare aperto, ed erano bui e accigliati, scostanti e pericolosi. In me c'era sempre un terrore dell'occidente e un amore dell'oriente.

CitazioniModifica

  • Adam era soddisfatto di Charles al modo in cui una donna è soddisfatta di un grosso diamante, e si affidava al fratello come la donna in questione si affiderebbe al luccichio del diamante e alla sicurezza di sé implicita nel valore di questo; ma l'amore, l'affetto, la comprensione piena, non erano neppure concepibili. (p. 25)
  • Guarda un po', in tutta la storia si è insegnato agli uomini che uccidere è una cosa cattiva e da disapprovare. Chiunque uccide deve essere annientato perché uccidere è un grande peccato, forse il peggiore di tutti. E poi si prende un soldato e gli si dà in mano la morte e gli si dice "fanne buon uso, fanne un uso saggio". Non gli si impongono restrizioni. Vai e ammazza il più possibile di una certa specie o categoria di tuoi fratelli. E noi ti ricompenseremo perché questa è una violazione della tua prima educazione. (p. 29)
  • [...] del crollo degli dèi una cosa si può dire con certezza: non è un crollo da poco; si frantumano fracassandosi o affondano giù in una melma verdastra. È una noia doverli ricostruire; non tornano più a brillare. (p. 36)
  • I periodi di tempo sono qualcosa di strano e di contradditorio, riguardo allo spirito. Sarebbe ragionevole supporre che un periodo di vita abitudinaria e priva di avvenimenti debba sembrare interminabile. (p. 75)
  • [...] i periodi noiosi e senza avvenimenti sono privi di durata. (p. 75)
  • Dove non ci sono avvenimenti, non ci sono pali a cui appendere la durata. Dal nulla al nulla non vi è tempo di sorta. (p. 75)
  • Di quale libertà godrebbero uomini e donne, se non fossero continuamente turlupinati e resi schiavi e tormentati dal sesso! Il solo inconveniente di questa libertà è che uno allora non è più un essere umano. È un mostro. (p. 98)
  • Chi è giovane non pensa mai a invecchiare. (p. 115)
  • Quando uno dice di non voler parlare di qualcosa, di solito vuol dire che non può pensare ad altro. (p. 291)
  • In mezzo a tutta la mia incertezza, sono però certo di una cosa: che gli uomini sotto lo stratto superficiale di fragilità vogliono essere buoni ed essere amati. In effetti, molti dei loro vizi non sono che tentativi d'infilare scorciatoie per arrivare all'amore. Non importa quali fossero i suoi meriti, l'influenza e l'ingegno, se uno muore non amato la vita sarà per lui un fallimento e la morte un gelido orrore.

Le gesta di re ArtùModifica

IncipitModifica

Merlino
Quando Uter Pendragon era Re d'Inghilterra si venne a sapere che il suo vassallo, il Duca di Cornovaglia, aveva commesso atti di guerra contro il paese. Uter ordinò allora al duca di presentarsi alla sua corte e di condurre con sé la moglie, Igraine, famosa per la saggezza e la bellezza.
Allorché il duca si presentò al cospetto del re, i grandi signori del consiglio rappacificarono i due, affinché il sovrano offrisse la propria amicizia e ospitalità. Uter contemplò allora Lady Igraine e vide che era bella come aveva saputo; se ne innamorò, la desiderò e la esortò a giacersi con lui, ma Igraine era una moglie fedele e oppose un rifiuto al re.

CitazioniModifica

  • Esistono talune persone che, una volta diventate adulte, dimenticano quanto sia stato terribile il compito di imparare a leggere. Trattasi forse del più grande sforzo cui un essere umano possa accingersi, e deve essere compiuto da bambini. L'adulto riesce di rado nell'impresa... la riduzione dell'esperienza a una serie di simboli. Per mille volte mille anni gli uomini sono stati analfabeti e hanno imparato questo trucco – questa magia – soltanto negli ultimi diecimila anni dei mille volte mille. (introduzione, p. 9)
  • Un'avventura è un risultato ragionevole. Due sono meglio, tre meritano di essere tramandate, e quattro... nessuno potrà mai contestare quattro avventure. (p. 154)

Pian della TortillaModifica

IncipitModifica

Questa è la storia di Danny, degli amici di Danny e della casa di Danny. È la storia di come queste tre cose diventarono una sola.
A Pian della Tortilla, parlare della casa di Danny non significa parlare d'una costruzione di legno incrostata di calce e stretta dai lacci d'un vecchio cespo rampicante in rosa castigliana. No, quando unoparla della casa di Danny, parla di uomini che, costituiti in unità, largirono filantropia, e conobbero dolcezza, gioia e, infine, mistico dolore. Poiché la casa di Danny fu simile alla Tavola Rotonda, e gli amici di Danny non furono dissimili dai Cavalieri di quella.

CitazioniModifica

  • Vale la pena esser buoni e generosi. Non soltanto in Cielo uno si guadagna la ricompensa, ma anche qui sulla terra. (p. 91)

Red PonyModifica

IncipitModifica

Era l'alba quando Billy Buck emerse dalla foresteria e per un momento si soffermò sotto il portico a guardare il cielo. Era un uomo piccolo e ben piantato, con gambe arcuate e baffi da tricheco; aveva mani larghe e muscolose, grassocce al palmo, ed occhi contemplativi, di un grigio slavato; i capelli gli fuoruscivano ispidi da sotto il cappello da cow-boy, e portavano i segni del tempo. Lì, fermo sotto il portico, Billy armeggiava ancora con la camicia, fiaccandola dentro i blue jeans. Dopo essersi slacciata la cinta la strinse ancora; i segni lucidi distribuiti sulla cintura mostravano il graduale appesantirsi di Billy nel corso degli anni.

CitazioniModifica

  • Non ho bisogno di un vecchio. Questo non è un grande ranch, e io non posso permettermi di dar da mangiare a un vecchio e di pagargli il conto del dottore. Devi pur avere dei parenti o degli amici. Va' da loro. Andare dagli estranei è come chiedere l'elemosina. (pp. 68-69)

Uomini e topiModifica

IncipitModifica

Poche miglia a sud di Soledad, il Salinas capita sotto le falde dei colli, dove scorre verde e profondo. L'acqua è anche tiepida, perché è sgusciata sfavillando sulle sabbie gialle nel sole, prima di giungere alla stretta pozza. Su una riva del fiume i pendii dorati del contrafforte salgono dolcemente ai monti Gabilan forti e rocciosi; ma a valle l'acqua è orlata di piante: salici verdi e novelli ad ogni primavera, ingombre le forche dei rami bassi dal tritume della piena invernale, e sicomori dalle candide e screziate braccia penzolanti e dalle fronde arcuate sulla corrente. Sulla riva sabbiosa sotto gli alberi giacciono le foglie disseccate in strato così alto, che la lucertola fa un grande trapestio correndovi in mezzo. I conigli escono dalla macchia a sedersi sulla sabbia nella sera, e le radure acquitrinose sono disseminate delle tracce notturne dei tassi, delle larghe zampate dei cani dei ranches e delle orme a cuneo dei daini che vengono a bere all'ombra.

[John Steinbeck, Uomini e topi (Of Mice and Men), traduzione di Cesare Pavese, Bompiani, 1963.]

CitazioniModifica

  • La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. «Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l'indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d'un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l'indomani».
    Lennie era felice. «È così, è così. E adesso dimmi com'è per noi».
    George riprese. «Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso».
    Lennie interruppe: «Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché». (1963, p. 26)
  • È un bravo ragazzo. Non c'è bisogno di troppo cervello per essere un bravo ragazzo. Qualche volte mi pare anzi che il cervello faccia l'effetto opposto. Prendete uno che sia davvero in gamba, è difficile che sia una brava persona. (Slim: III; 2005, p. 45)
  • «Un uomo ammattisce se non ha qualcuno. Non importa chi è con lui, purché ci sia. Vi so dire», esclamò, «vi so dire che si sta così soli che ci si ammala». (1963, p. 123)
  • Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all'ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa. (1963, p. 125)

Vicolo CanneryModifica

IncipitModifica

Il Vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità della luce, un tono, un'abitudine, una nostalgia, un sogno. Raccolti e sparpagliati nel Vicolo Cannery stanno scatole di latta e ferro e legno scheggiato, marciapiedi in disordine e terreni invasi da erbacce e mucchi di rifiuti, stabilimenti dove inscatolano le sardine coperte di ferro ondulato, balli pubblici, ristoranti e bordelli, e piccole drogherie zeppe, e laboratori e asili notturni. I suoi abitanti sono, come disse uno una volta, «Bagasse, ruffiani, giocatori, e figli di mala femmina», e intendeva dire: tutti quanti. Se costui avesse guardato attraverso un altro spiraglio avrebbe potuto dire: «Santi e angeli e martiri e uomini di Dio», e il significato sarebbe stato lo stesso.

CitazioniModifica

  • [...] ci sono due reazioni possibili all'ostracismo della società: o un uomo decide di essere migliore, più puro e più cortese, o finisce male, sfida il mondo e fa cose anche peggiori. Quest'ultima è certo la più comune reazione a ogni marchio d'infamia. (p. 166)

Citazioni su John SteinbeckModifica

  • Forse la tendenza umanitaria mi è venuta anche dal fatto che l'autore che ha avuto maggiore influenza su me è stato Steinbeck. (Leon Uris)
  • John Steinbeck si è occupato della California più di ogni altro scrittore del gruppo [dei californiani]. I suoi romanzi ci offrono della Salinas Valley una rappresentazione approfondita e rigorosa, che non ha l'eguale nella nostra letteratura. (Edmund Wilson)
  • Lo scrittore deve essere un uomo solitario e di grande coraggio e Steinbeck lo fu, perché visse in una società che gli era diventata ostile. (Leon Uris)
  • Steinbeck appare nella narrativa americana di oggi l'unico autore autenticamente californiano. Della California egli cerca di cogliere soprattutto il lato intimo, [...] il più vero. Non sono i quartieri lussuosi ad attrarlo, né i magnati del petrolio o del cinematografo. Egli si sente più vicino ai contadini degli immensi frutteti dell'interno, ai pescatori della costa, ai vagabondi e agli avventurieri. (Giacomo Antonini)

NoteModifica

  1. (EN) Citato in John Kenneth Galbraith, The Affluent Society, introduzione .
  2. Da La perla, traduzione di Bruno Maffi, Bompiani.
  3. (EN) Da In Awe of Words, The Exonian, Exeter University, 3 marzo 1954.
  4. Citato in Gino e Michele, Matteo Molinari, Le Formiche: anno terzo, Zelig Editore, 1995, § 1833.
  5. (EN) Da The Acts of King Arthur and His Noble Knights.
  6. Da Viaggio con Charley.
  7. Da Diario di bordo dal Mare di Cortez, traduzione di Roberta Martignon, Jaca Book, Milano, 1983, cap. 17, pp. 288-289
  8. Cfr. supra: «Magari tutti gli uomini messi insieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino.»

BibliografiaModifica

  • John Steinbeck, Al Dio sconosciuto (To A God Unknown), traduzione di Eugenio Montale, I Libri del Pavone, Mondadori, Milano 1954.
  • John Steinbeck, Furore (The Grapes Of Wrath), traduzione di Carlo Coardi, Valentino Bompiani & C., Milano 1970.
  • John Steinbeck, Furore, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano, 2013. ISBN 978-88-587-6399-5
  • John Steinbeck, Il breve regno di Pipino IV (The short Reign of Pippin IV), traduzione di Giulio De Angelis, BUR, 1979.
  • John Steinbeck, I pascoli del cielo (The Pastures of Heaven), traduzione di Elio Vittorini, Arnoldo Mondadori Editore, 1965.
  • John Steinbeck, L'inverno del nostro scontento (The winter of our discontent), traduzione di Luciano Bianciardi, Oscar Mondadori, 1966.
  • John Steinbeck, La luna è tramontata (The Moon Is Down), traduzione di Giorgio Monicelli, Medusa, Arnoldo Mondadori Editore, 1972.
  • John Steinbeck, La valle dell'Eden (East of Eden), traduzione di Giulio De Angelis, Oscar Mondadori, Milano 1971.
  • John Steinbeck, La valle dell'Eden, traduzione di Giulio De Angelis, Mondadori, Milano 1994.
  • John Steinbeck, Le gesta di re Artù e dei suoi cavalieri (The Acts Of King Arthur And His Noble Knights), traduzione di Bruno Oddera, Fabbri Editori, Milano, 2001.
  • John Steinbeck, Pian della Tortilla (Tortilla Flat), traduzione di Elio Vittorini, Garzanti, 1966.
  • John Steinbeck, Red Pony (The Red Pony), traduzione di Maria Teresa Fenoglio, SEI, Torino 1989.
  • John Steinbeck, Uomini e topi (Of Mice and Men), traduzione di Cesare Pavese, Bompiani, 1963.
  • John Steinbeck, Uomini e topi (Of Mice and Men), traduzione di Cesare Pavese, Bompiani, 2005. ISBN 9788845250088
  • John Steinbeck, Viaggio con Charley (Travels with Charley: In Search of America), traduzione di Luciano Bianciardi, BUR, Milano, 2005. ISBN 8817007730
  • John Steinbeck, Vicolo Cannery (Cannery Row), traduzione di Aldo Camerino, Oscar Mondadori, 1973.

FilmografiaModifica

Altri progettiModifica

OpereModifica