Francesca Mannocchi

giornalista italiana

Francesca Mannocchi (1981 – vivente), giornalista e scrittrice italiana.

Francesca Mannocchi (2017)

Citazioni di Francesca Mannocchi modifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • [Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022] Credo e lo dico a me stessa per prima, che dovremmo tutti fare lo sforzo, davvero complicato ma necessario, di sollevarci dall'urgenza della cronaca. Perché questa guerra è già una guerra che coinvolge molti più paesi, molti più interessi, molte più potenze e molte più aspirazioni di quelle che siamo in grado di vedere. Contemporaneamente è una guerra che in meno di un mese ha già sintetizzato alcuni dei paradigmi che abbiamo visto già in molte altre guerre in cui sono stati protagonisti alcuni dei protagonisti di questo conflitto, naturalmente la Russia. Credo che nella concitazione di raccontare in fretta e da vicino queste settimane, abbiamo perso di vista, un po' tutti, la visione di insieme. A forza di raccontare storie esemplari, ma davvero lo dico a me per prima, storie di resistenza e di patriottismo, abbiamo davvero forse smarrito l'orizzonte complessivo. E l'orizzonte complessivo è che questa guerra è già una guerra che si disegna e si profila come una guerra lunghissima. Lo è già. È una guerra che non vedrà vincitori e vinti velocemente, che determinerà un flusso migratorio costante e lunghissimo, che altererà gli equilibri interni europei, che porterà migliaia di combattenti stranieri in Ucraina, questo lo sta già facendo, non dobbiamo aspettare di vederlo perché sta già succedendo mentre noi cerchiamo le storie esemplari. Credo che dovremmo raccontare tutti meno stereotipi e leggere un po' di più tra le righe di quello che accade.[1]
  • La malattia non è una guerra. I pazienti non sono vincitori o sconfitti. Eroi o perdenti. Sono esseri umani che cercano di sopravvivere e talvolta non ce la fanno. Ma chi non ce la fa non è un perdente, è solo – purtroppo – un paziente meno fortunato.[2]

«Io non sono malata. Io ho una malattia», ci racconta Francesca Mannocchi

Intervista di Arnaldo Greco, linkiesta.it, 15 febbraio 2021.

  • Lo sguardo degli altri ci determina così che il nostro corpo nello spazio si muove come un burattino guidato dai fili di altri, e quei fili, i fili del burattinaio sono le definizioni, le lenti con cui l'altro ci guarda. [«Cosa comporta lo sguardo?»] Ti diagnosticano un male, ergo diventi quel male, sei malato. Credo dovremmo ripartire da qui nel raccontare le malattie: sono Francesca, ho ricevuto una diagnosi di SM, non sono malata, ho una malattia. Questo è il principio dell'incomunicabilità per un malato. Viviamo in un tempo che ha bisogno di griglie definite, riluttante a convivere con la complessità e le sfumature. Perciò se sei portatore di un handicap diventi un "handicappato", se ti è capitato di vedere due guerre in vita tua diventi un "inviato di guerra", se fai un figlio sei prima di tutto "madre", questo è sufficiente a definirti e rischia di corrispondere con la tua identità. Lo sguardo che è ansioso di definire rischia di determinare l'identità, incarcerandola.
  • Quando entra un accidente nella vita, nel mio caso la malattia, ma lo stesso vale per un lutto, un inciampo casuale, la linea del tempo si frattura. E la gestione del futuro dipende anche da fattori esterni. La convivenza con l'imprevisto squaderna il passato e il futuro, o meglio l'idea di futuro che avevamo prima. La persona cui viene diagnosticata una malattia lo pensa in ogni singola attesa nelle anticamere dei reparti ospedalieri, quando si siede nella farmacia territoriale in attesa delle medicine, quando i giorni della settimana assumono un calendario intimo, privato. E i nomi dei giorni cambiano. Oggi non è domenica, è il giorno che segue alla terapia, forse avrò effetti collaterali che non mi faranno alzare dal letto. [«Ti fa rabbia?»] Tanta, non come il primo giorno, però sì. Ma mi ha fatto fare i conti con la nostra hybris. Non siamo invincibili. Viviamo in corpi finiti. In corpi talvolta ostili.
  • [Sulla pandemia di COVID-19] Non credo che torneremo quelli che eravamo. Ci illuderemo di farlo, nell'allucinazione collettiva di tornare alla vita-di-prima, ma la leggerezza dei nostri viaggi, o il divertimento, l'esperienza ludica di un bicchiere di vino con gli amici, nasconderà un ronzio, un'inquietudine. Penso che il post-Covid sarà lunghissimo e che la stessa espressione post-Covid sia un errore. Dovremmo fare lo sforzo individuale e collettivo di vivere in continuità con il Covid, non aspirando a una macchina del tempo che non esiste. Dovremmo, credo, come nelle esperienze di alcune malattie, ricordare che la Natura possa tendere contemporaneamente alla perfezione e contenere l'origine del suo danno.
  • In questi anni ho capito, sulla mia pelle, che corpo del malato e malattia sono stati monetizzati, che hanno un valore economico e quindi hanno un valore di scambio. [...] Il valore di un'ora di risonanza magnetica genera due tipi di cittadini: il convenzionato e quello che può permettersi di pagare. La forbice – economica – tra i due, determina uno stato di minorità nel primo e di potere nell'altro. La monetizzazione della malattia genera, o meglio amplifica, le disuguaglianze. Questo tema non si può affrontare se pensiamo di curare la malattia solo con l'assegnazione di una terapia, non ci si cura solo clinicamente. Ci si cura davvero se ripensiamo la vita del malato e delle malattie come eventi inseriti nel complesso delle società. Ci si cura solo collettivamente.

Francesca Mannocchi: la guerra è soprattutto un racconto dei vivi

Intervista di Laura Di Gennaro, ecodibergamo.it, 8 settembre 2022.

  • [«Il ruolo di un reporter è contribuire a una narrazione [...] a volte d'impatto [...] o piuttosto di contrastarla, modulandola?»]: Io sono per il raccontare sempre il più possibile. Il punto, però, non è cosa far vedere o quanto, ma come lo mostriamo e lo spieghiamo. Quando il nostro scopo è emozionare, ovvero indignare la platea che ci ascolta o ci guarda, non costruiamo una consapevolezza di medio o lungo termine. L'unico risultato è suscitare un'emozione: compassione, vicinanza, solidarietà umana oppure rabbia, sconforto, finanche il desiderio di vendetta, indignazione. Io credo che il nostro ruolo non sia questo, ma piuttosto trovare all'interno delle storie con la s minuscola il senso della Storia, quella grande. Siamo chiamati non tanto a consegnare allo spettatore o al lettore il corpo della vittima, quanto a spiegare perché [...] è diventato vittima. [...] Evidentemente noi giornalisti o narratori siamo un po' distratti dal contesto.
  • [...] ho capito che anch'io sono stata per anni inghiottita dall'idea che raccontare la guerra fosse sostanzialmente il resoconto di un catalogo dei morti. E invece no: c'è chi lotta per sopravvivere e sopravvive. Quindi in realtà il racconto della guerra è un grande racconto della vita che resiste, o perlomeno ci prova. [«Quindi cosa cerchi nelle storie delle persone?»] Nelle storie delle persone cerco quello che ci rende tutti simili, cioè l'istinto di sopravvivenza. Ognuno ce l'ha modulato nella realtà in cui vive. Ogni scenario mi ha insegnato molto, anche quelli non di conflitto; penso ad esempio al racconto delle zone dimenticate della nostra società [...]. Chi, come me, si è erroneamente sentito meno esposto al rischio di catalogazione del mondo in realtà ne è influenzato. Le persone, quando le ascolti, ti insegnano sempre che la realtà è tanto diversa da come la si schematizza. E questo vale a Corsico, in periferia di Milano, come a Baghdad.
  • [Sulla guerra in Afghanistan] Dal '96 al 2001 il primo governo talebano è stato profondamento oscurantista. Usciti da lì, l'idea di consentire alle ragazze di sedere sui banchi di scuola era un enorme progresso. Ma il tema è che questo processo si è costruito a macchia di leopardo. Le zone che ne sono state attraversate sono perlopiù aree urbane, in cui l'amministrazione era più incline e morbida a un processo di acquisizione dei diritti. Ma altre zone non sono state sfiorate e qui, allora come oggi, l'idea che una donna studi, addirittura lavori è vissuto come una vergogna. Questo 40% di donne parlamentari forse rappresentava noi, ma difficilmente rappresentava l'Afghanistan; forse la popolazione delle aree urbane. Nel menzionare quali sono stati i progressi di vent'anni di occupazione, l'Occidente dovrebbe avere l'onestà intellettuale di ricordare i radicali fallimenti. [«Quali sono secondo te i fallimenti più grossi?»] A un anno di distanza risulta evidente che la modalità di uscita da questa guerra è stata fallimentare. Questo, peraltro, non ha colore: l'accordo con i Talebani inaugurato dall'amministrazione Trump è stato rinnovato senza condizioni dall'amministrazione Biden. Non ci sono buoni o cattivi in questa storia. Gli Stati Uniti volevano uscire dalla loro guerra più lunga e per riuscirci hanno fatto accordi con gli stessi con cui combattevano vent'anni prima, parte dei gruppi considerati terroristici, escludendo da questo accordo il governo dell'allora Repubblica Islamica e in qualche modo delegittimandolo.

Dalla Cecenia all'Ucraina: Anna Politkovskaja e il "metodo Putin"

Prefazione ad Anna Politkovskaja, Un piccolo angolo d'inferno (2003), traduzione di Isabella Aguilar, Milano, Rizzoli, 2023, pp. i-xii, ISBN 978-88-17-18149-5.

  • Anna Politkovskaja conosceva la paura come la conoscono gli esseri umani coraggiosi, affrontandola con la solitudine cui spesso sono destinati mentre gli altri assistono in silenzio alla loro morte annunciata.
  • Anna Politkovskaja arrivava dove gli altri si fermavano, continuava a partire quando per gli altri non c'era più nulla da dire, sfidava gli ostacoli del potere per concedere ai lettori il lusso e la responsabilità della verità. Lo ha fatto per anni, parlando con la lealtà ai civili e dei civili, ascoltando le vittime innocenti, ascoltando i sopravvissuti che timidi e impauriti chiedevano giustizia, lo ha fatto per anni parlando con la medesima lealtà con i leader politici, i signori della guerra, i portaborse di Putin in Cecenia.
  • È questa parola, responsabilità, che ha inchiodato il destino di Anna Politkovskaja alla realtà, all'osservazione più nobile e partecipata del mestiere di giornalista, a un ascolto in purezza, senza pregiudizi, senza sentenze emesse in anticipo.
  • Molti hanno paragonato l'invasione russa dell'Ucraina alla seconda guerra cecena e in effetti le guerre in Cecenia raccontate da Anna Politkovskaja possono essere lette come l'avvertimento di quello che sarebbe accaduto altrove, l'allarme inascoltato di una Cassandra che tanto più denunciava e descriveva gli orrori che si consumavano nella piccola repubblica, quanto più sentiva allontanata, messa ai margini da una società che rifiutava di vedere.
  • Come è stato a Grozny così è stato ad Aleppo nel 2016 e così è nelle città ucraine del 2022, è la strategia della terra bruciata, distruggere qualsiasi struttura che permetta la sopravvivenza della città che si vuole conquistare. [...] Valore strategico della brutalità significa fiaccare i civili per portarli alla resa, distruggere città, villaggi e centri urbani, come passo che precede la vittoria.
  • L'uso dell'artiglieria pesante sulle aree residenziali, l'attacco indiscriminato dei centri urbani, il rapimento e l'incarcerazione di leader e giornalisti locali e la loro sostituzione con leali collaborazionisti, l'utilizzo dei rifugiati e della fame come armi, rendono il caso ceceno il modello su cui la Russia di Putin ha pianificato la sua strategia in ogni scenario in cui è stata coinvolta negli anni successivi alla seconda guerra cecena, poco importava allora così come poco importa oggi, il costo umano di questa strategia.
  • [Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022] Le truppe russe hanno devastato terreni agricoli, distrutto attrezzature, minato campi fertili dove avrebbero dovuto crescere i raccolti, danneggiato le rotte di rifornimento e bloccato i porti, tagliato l'elettricità e distrutto le centrali elettriche. Poi interrotto le forniture di acqua e di gas. Infine i colpi di artiglieria russi hanno distrutto magazzini di cibo e depositi alimentari, colpito le code di persone che aspettavano la distribuzione di aiuti e convogli umanitari di chi provava a fuggire dall'orrore. Il cibo non entra e le persone non escono. Bloccare il cibo, assediare i civili, è un'arma di aggressione distruttiva al pari delle bombe. Significa uccidere chi viene lasciato morire di stenti ma anche fiaccare chi sopravvive, significa umiliare gli esseri umani per piegarne la resistenza, avvilire la capacità di ribellione e infine dominarli. Significa dire, a quegli esseri umani: valete meno di noi. Così tanto meno da poter morire di fame.
  • Nel 1994, durante la prima guerra, il mondo era moralmente schierato dalla parte dei ceceni perché poteva vedere cosa accadeva nel paese. I giornalisti internazionali erano accolti e facilitati nel loro lavoro, potevano descrivere le atrocità del conflitto, le conseguenze sulla popolazione civile e fare in modo di rendere il giornalismo uno strumento di pressione sui governi affinché spingessero la Russia a un confronto, un negoziato. Nel 1999, con Putin al Cremlino e Grozny che cade, i giornalisti non hanno più avuto accesso in Cecenia, si è fatto più stretto il controllo su giornali e canali televisivi russi così che i crimini commessi dalle truppe russe restassero, semplicemente, inosservati.
  • [Anna Politkovskaja] ci ha detto che le responsabilità dei conflitti sono dei leader politici, che esiste un modello Putin e dobbiamo essere in grado di vederlo per poterlo prevedere, ma ci ha fatto anche delle domande. La prima: chi sono gli altri colpevoli? Solo i governi o anche l'inazione, il cinismo dell'opinione pubblica che non riesce più a sentire, davvero il dolore di un altro?

Note modifica

  1. Dall'intervista di Daria Bignardi a Ora Daria, Radio Capital, 2022; citato in "Questa è una guerra che non vedrà vincitori e vinti velocemente", capital.it.
  2. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 16 dicembre 2022.

Altri progetti modifica