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Bernardo Valli

giornalista e scrittore italiano

Bernardo Valli (1930 – vivente), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Bernardo ValliModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • Il clero sciita, che ha promosso e guida la rivoluzione islamica di Teheran, non è composto di vermi che si agitano nella sporcizia e nel fango, come diceva il defunto scià di Persia. Gli ayatollah, che lo hanno travolto quando sembrava all'apice della potenza, difendono l'umiliato orgoglio di un' antica nazione, la Persia, e una religione a lungo frustrata, che i loro predecessori non hanno saputo preservare e rispettare. Li difendono col fanatismo, con l'odio, con una crudeltà d' altri secoli, e con un pessimo gusto che arriva al punto di costruire nel cuore di Teheran una fontana da cui sgorga acqua tinta di rosso, per ricordare il sangue versato dai martiri della rivoluzione. Ma li difendono dopo i numerosi fallimenti dei laici, degli innovatori. La loro rivoluzione è contro il mondo moderno, contro le società occidentali, contro i pagani, dai quali per secoli sono stati presi a calci. È un orgoglio ferito che esplode irrazionalmente, con il conforto di una religione che ha conservato una carica, un' intensità che noi definiamo medievale. Senza tener conto di questo, non si può capire il fenomeno iraniano.[1]
  • Come molte rivoluzioni, anche quella iraniana segue un percorso schizofrenico. Moderati e radicali, girondini e giacobini, si inseguono, si distruggono a vicenda, e nelle fasi più intense si tuffano nel massimalismo, per non essere travolti dai concorrenti. Così in queste ore gli ayatollah abitualmente cauti, inclini al compromesso, per saggezza o per calcolo, pronunciano i discorsi più intransigenti, predicano la guerra totale, contro tutti e contro tutto.[1]
  • Per gli sciiti il potere temporale è inevitabilmente imperfetto fino a che non sarà assunto dal dodicesimo Imam, per ora nascosto. Il clero lo esercita provvisoriamente nell'attesa di quell'avvento, vale a dire dell'uscita allo scoperto del per ora irreperibile inviato di Allah. Le monarchie sunnite come del resto un tempo quella dell'aborrito scià usurpatore sono tutte illegittime, come lo sono tutti gli altri regimi nei paesi musulmani. Una prova della loro illegittimità è la complicità con gli americani e i loro lacché. Questi principi stravaganti per la nostra epoca, ma non tanto per una religione ibernata secoli or sono, vengono adesso espressi politicamente, non si sa con quali conseguenze.[1]
  • Il 90 per cento dei vecchi abitanti di Phnom Penh, quella che ho conosciuto, sono morti o sono rimasti nelle campagne dove li avevano dispersi i khmeri rossi. I nuovi abitanti, per lo più contadini, cominciano ad abituarsi alla vita urbana. La capitale respira ancora con fatica, ma i negozi si moltiplicano, i mercati sono meno poveri, e nei viali alberati, dove appena piove si riversano le fognature e si scatenano i topi che non vogliono affogare, il traffico è più intenso.[2]
  • Non c'è famiglia che non abbia avuto qualcuno ucciso dai khmeri rossi o morto in seguito agli stenti imposti dai khmeri rossi. I khmeri rossi sopravvivono come un incubo incancellabile. E costituiscono ancora una minaccia concreta. Sono indistruttibili.[2]
  • I cambogiani sono un popolo di filosofi. Ne sono convinto da tempo.[2]
  • [...] quando pensano ai khmeri rossi che come i gnomi malefici insidiano ancora la pace precaria, ho l'impressione che i cambogiani li considerino come la parte selvaggia di se stessi. Come l'altra metà della loro anima, quella cattiva, rifugiatasi sulle montagne e pronta a scendere per seminare terrore, e per insidiare la metà buona rimasta a valle.[2]
  • L'intervento vietnamita, condannato come un'invasione dalla maggioranza della società internazionale, ha in verità liberato la Cambogia da Pol Pot. E per quanto detestati, e arroganti, e talvolta anche predatori, i vietnamiti costituiscono una barriera al ritorno dei khmeri rossi. Ci si può intendere anche col diavolo, pur di evitare una nuova esperienza con loro. Lo si capisce. Hanno ammazzato un cambogiano su sette, hanno proibito la convivenza familiare. Hanno abolito il denaro e la vita urbana niente più città perché centri di corruzione e hanno cercato di eliminare gli intellettuali, nel senso più esteso del termine.[2]
  • Non si sa dove sia. Forse è a Pechino, capitale protettrice dei khmeri rossi. Forse è in qualche valle sperduta ai confini con la Thailandia. Ma i suoi discepoli e amici guidano ancora la guerriglia. E qui a Phnom Penh si teme che dalla trattativa in corso tra le grandi potenze, tra la Cina e l'Unione Sovietica, scaturisca un compromesso, un accordo favorevole se non proprio a Pol Pot perlomeno ai suoi discepoli che seminano le mine invisibili. E chi garantisce che lo stesso Pol Pot non ritorni, nascosto nei loro ranghi? È l'interrogativo che si pongono gli intellettuali superstiti.[2]
  • Lon Nol credeva negli indovini. Gli astri erano la sua passione. Ma gli astrologi non gli avevano mai annunciato la spietatezza di Pol Pot.[2]
  • Pol Pot, infatti, voleva ricreare le antiche glorie, voleva far risorgere la decaduta razza khmer. Ricordo questi fatti ormai lontani perché quando un cambogiano viene a trovarmi e mi esprime i suoi timori, le sue allucinazioni (Pol Pot potrebbe ritornare; Pol Pot è pronto a scendere dalle montagne) questo posto incantato, fatto per un riposo esotico, diventa subito sinistro.[2]
  • Un tempo il sorriso khmer era celebre. Si diceva che la Cambogia fosse il paese del sorriso. Ed è vero che i suoi abitanti sorridono spesso. Io stesso ne sono stato a lungo affascinato. Ma è ormai da tempo che ho qualche sospetto sulla loro autenticità, o meglio ancora sulla lettura che si deve fare di quei sorrisi. Tutte le favole, i racconti che sono alla base della cultura popolare cambogiana cominciano con dettagli ironici, a volte allegri, con episodi carichi di sensualità, sono ricchi di personaggi pittoreschi, re onnipotenti e bizzarri, conigli furbi, coccodrilli avidi, contadini sempliciotti, ma finiscono tutti tragicamente, si concludono precipitosamente con fatti irrazionali, con esplosioni di crudeltà che restano impunite. In When the War Was Over Elizabeth Baker, dice che quel gusto per il macabro sotto certi aspetti assomiglia a quello dei fratelli Grimm. Ma la morale non è la stessa. Le fiabe cambogiane cominciano col sorriso e terminano nella violenza. Una violenza che cresce a valanga, e che è fine a se stessa. Anche la storia dei khmeri rossi è cominciata con grandi sorrisi ed enormi speranze. Come si chiuderà l'ultimo atto della tragedia?[2]
  • Non che quest'ultimo ispirasse eccessiva fiducia, ma come dittatore classico era senz'altro preferibile a una rivoluzione islamica che avrebbe potuto sconvolgere ampie e decisive regioni del pianeta. Tanto preferibile che nel settembre '80 la tentata invasione irachena dell'Iran, da cui scaturì la guerra del Golfo, non suscitò uno scandalo adeguato alla gravità dell' aggressione. Quella complice indulgenza, allora comprensibile se non proprio inevitabile, ha partorito un monster, secondo la brutale espressione di un senatore americano, o un nuovo voleur de Bagdad, secondo quella più poetica di un quotidiano francese. Un mostro o un ladro di Bagdad che dispone della forza militare più importante del Golfo e del mondo arabo, tra l' altro dotata di gas nervini come ben sanno le popolazioni civili curde, e in possesso di un arsenale atomico per fortuna ancora incompleto, ma non tanto lontano dall'esserlo. Una potenza costruita grazie agli aiuti paralleli se non congiunti o concertati di Mosca e di Washington, di Parigi e di Londra, e di tante altre capitali ansiose di vendere armi, tra le quali Roma, Varsavia, Praga, Il Cairo... Nella lista non manca il Kuwait che, per proteggersi da Khomeini, finanziò lautamente Saddam Hussein, sapendo benissimo che sotto le spoglie del protettore si nascondeva un lupo ansioso di fare dell'emirato un solo boccone. Ma tra lui e Khomeini non c'erano scelte.[3]
  • L'invasione del regno degli emiri Sabah è il più recente capitolo del sanguinoso romanzo del Golfo, che dal ritiro britannico al di qua del Canale di Suez non ha ancora trovato una potenza militare capace di imporsi. Lo scià Reza Pahlevi c'era quasi riuscito. Con l'avvento di Khomeini e l'indebolimento dell' Iran rivoluzionario l' Iraq si è preso la rivincita. Adesso Saddam Hussein gioca tutte le sue carte, che non sono poche.[3]
  • Egli è formalmente ancora un esponente del partito Baas (Rinascita), un tempo il più importante movimento laico e progressista del Medio Oriente arabo, nato durante la seconda guerra mondiale, emozionalmente anche dall'ammirazione suscitata a Beirut, a Damasco, a Bagdad, dalle notizie sulla difesa di Stalingrado. Era quindi bizzarro, se non addirittura scandaloso, che il rais iracheno esortasse all'improvviso da quel pulpito tutti i credenti musulmani a impugnare le armi per liberare La Mecca e la tomba del Profeta a Medina occupate dagli stranieri. Tanto più che per otto anni, durante la guerra del Golfo, egli è stato il cavaliere degli arabi in lotta contro il fanatismo religioso del persiano Khomeini.[4]
  • C'è tra la Siria e l'Iraq un vecchio contenzioso, nel quadro della Mezzaluna Fertile, la valle tra il Tigri e l' Eufrate, che ha deliziato a lungo e ancora delizia gli studiosi mediorientali. E poi c'è l'odio tra i capi delle due correnti rivali del partito Baas: una definita militare ed è quella di Assad, e una definita in borghese ed è quella di Saddam Hussein.[4]
  • Ci fu un tempo, non tanto lontano, in Occidente, in cui il carattere laico e moderno del presidente iracheno era apprezzato, se non proprio esaltato. Il confronto con Khomeini concedeva un notevole vantaggio a Saddam Hussein. Di fronte alla rivoluzione islamica di Teheran, esportatrice di un oscurantismo inquietante, la classica dittatura di Bagdad, senza propositi missionari, sembrava un argine non solo accettabile ma provvidenziale. E' capitato a molti di noi di scrivere o di pensare qualcosa del genere durante la guerra Iran-Iraq. L'Iraq non era proprio una diga democratica, questo no, questo nessuno ha osato dirlo: ma un utile sbarramento laico e moderno, ossia efficiente, sì: un argine, appunto, in grado di contenere un fanatismo come quello iraniano ansioso di ricondurre le società musulmane ai secoli più bui della loro storia, e di aggredire attraverso il terrorismo gli infedeli dell' Occidente europeo e americano. Al contrario degli ayatollah iraniani, i dirigenti del partito Baas iracheno non erano considerati una minaccia alla stabilità del Golfo, vale a dire del mercato del petrolio. Khomeini costruiva moschee, Saddam Hussein scuole e ospedali e caserme. Egli dedicava, è vero, una particolare attenzione a quest' ultime ed anche alle prigioni, come del resto faceva Khomeini, ma, al contrario di Khomeini, era al tempo stesso favorevole all'emancipazione delle donne, alle quali a Bagdad non veniva imposto il ciador. Quando negli acquitrini della Mesopotamia meridionale, dove si incontrano il Tigri e l'Eufrate, furono scoperti nel 1984 migliaia di giovani iraniani uccisi dai gas iracheni, la nostra morale non fu affatto scossa. L' utilità di Saddam Hussein, in quanto diga del fondamentalismo musulmano, placava le nostre coscienze. Soltanto quattro anni dopo, quando i gas furono usati per mattare la città curda di Halabja, ci furono alcune reazioni.[5]
  • È vero che il regime iracheno è laico e moderno rispetto a molti altri della regione. A Bagdad non si discute come a Ryad se la terra è quadrata o rotonda. Né si lapidano le adultere. Né sono obbligatorie le preghiere quotidiane dell'Islam. Né esiste la segregazione sociale tra uomini e donne. Né sono soltanto le antiche qualità di un despota orientale che hanno consentito a Saddam Hussein di restare per ventidue anni filati il dittatore dell' Iraq. Sino al 1979 come vice presidente ma in realtà come il vero uomo forte; e da allora come l'indiscusso capo dello stato.[5]
  • Saddam non ha simpatie o antipatie, ma rapporti strumentali, pragmatici. Non ha amici, ma uomini al suo servizio e nemici. Questo gli consente di agire rapidamente, di eliminare senza esitazione coloro che gli sembrano infidi. Un errore per eccesso di velocità nella repressione è meglio di un ritardo per accertare una colpa, che potrebbe essere fatale al rais.[5]
  • Aflak era un siriano di religione cristiana, un greco-ortodosso, ed era celebre anche per le sue lunghissime immersioni nell'acqua bollente. Mi aspettavo dunque di trovarlo in una vasca da bagno, come Marat: era invece seduto accanto alla finestra e guardava il fiume gonfio delle piogge invernali. Lo scorrere dell' acqua gli suggeriva molte idee: così era anche il corso impetuoso del nazionalismo arabo guidato dal Baas (Rinascimento) verso un'inevitabile unità araba dal Cairo alle sponde del Tigri sulle quali noi ci trovavamo. I vari fiumi non si versano in un unico mare? Aflak era incerto sul dove costruire la capitale del mondo arabo unito. Per evitare un conflitto tra il Cairo, Damasco e Bagdad in concorrenza tra di loro, bisognava crearne una nuova. Ma in quale deserto? Ricordo quell'incontro come uno degli episodi più surrealisti della mia vita professionale.[5]
  • Aflak non riuscì mai ad esercitare il potere perché il suo clan era isolato, insignificante nel grande mosaico tribale siriano o iracheno.[5]
  • Si sa che l'Iraq è un paese mosaico assai complicato. I Curdi sono di origine indo-europea come i vicini Iraniani, ma mentre quest'ultimi sono sciiti loro sono sunniti. Ci sono pure dei Curdi cristiani. Gli Arabi, semiti, sono in maggioranza sciiti, ma sono i sunniti che sono tradizionalmente al potere. Saddam è uno di loro. Poi ci sono i cristiani, ortodossi e cattolici, che sono semiti se Caldei o Assiriani, oppure indo-europei se Armeni. Da non dimenticare i Turcomanni e gli Yezidi che si dice adorino il diavolo. La lista è senz'altro incompleta.[5]
  • Anche Assad è laico e moderno, è un esponente del partito Baas, una volta interarabo ma da tempo frantumato in correnti nazionali, e anche Assad ha i riflessi pronti nell'eliminare gli avversari virtuali prima che diventino reali. Assad è simile a Saddam perché la Siria è come l' Iraq un mosaico di clan. Nel grande Egitto o nella piccola Tunisia i rais sono o sono stati di un altro stampo perché quei due paesi sono più omogenei. E attorno alle monarchie più note (in particolare la marocchina e la saudita) si sono creati consensi abbastanza ampi. Nonostante abbia ormai vent'anni, per il regime di Assad il consenso è invece spesso sulle punte delle spade o meglio sulle bocche dei cannoni dei suoi carri armati. Il clan di Assad è la setta alauita, scisma dell'Islam con vaghi elementi cristiani e alcuni dogmi segreti, considerata la maggioranza sunnita siriana un'eresia o un intollerabile groviglio di laici. Gli alauiti rappresentano poco più di un decimo della popolazione, sono all'incirca un milione e mezzo. Per imporsi Assad ha sparso molto sangue, in particolare a Hama, dove i suoi mezzi blindati hanno schiacciato nell'82 il movimento dei Fratelli Musulmani che in nome dell' Islam sunnita avevano aperto le ostilità contro il regime laico e moderno del Baas siriano, guidato da Assad, come quello iracheno è guidato da Saddam.[5]
  • Hafez Assad non è Anwar Sadat. È un capo arabo di un'altra pasta ed è l'esponente di una minoranza religiosa (alauita) alla quale verrebbe esponente di una minoranza religiosa (alauita) alla quale verrebbe difficilmente perdonata quell' eresia. Non verrebbe perdonata soprattutto dalla maggioranza sunnita, in particolare dai fratelli musulmani. I quali hanno subìto persecuzioni e massacri da quando Assad è al potere.[6]
  • Come creare o semplicemente immaginare un tribunale ideale in un mondo che non è affatto ideale e che forse non è neppure fatto per esserlo? Non è tuttavia con lo scetticismo che lo si può migliorare.[7]
  • [...] il presidente Assad era a fianco degli americani durante la guerra del Golfo, era un'importante pedina araba nel fronte anti-Saddam.[7]
  • L'ex Jugoslavia è un laboratorio nel quale si sperimentano idee, progetti, morali, filosofie, linee di condotta. Una cavia. È crudele dirlo. Perché ciò sembra implicare che non si pensi tanto a salvarla quanto a sfruttare le esperienze di un "caso esemplare". Ma non è proprio cosi. L'obiettivo resta, infatti, senz'altro, quello di evitare una guerra balcanica, estesa al Kosovo e alla Macedonia, e quindi di fermare al più presto il massacro in Bosnia, di arrestare la marcia micidiale della Serbia. Tuttavia questa volontà occidentale è impregnata di scetticismo circa la possibilità di ricucire le ferite dell'ex Jugoslavia nel futuro scrutabile. Le stesse iniziative degli Stati Uniti sembrano più tese a mettere in risalto l'inconcludenza dell'Europa comunitaria, con la quale sono ormai in concorrenza, che a imporre una conclusione del conflitto.[8]
  • Per ferire dolorosamente l'avversario, per colpirlo nei suoi simboli più sacri, nelle sue tradizioni più profonde, per suscitare un'indignazione in grado di superare la monotonia dell'orrore quotidiano televisivo, insomma per attirare l'attenzione del mondo e suscitare disordine, un disordine vero, non c'è nulla di meglio che uccidere nel tempio, quando si prega il venerdì o si celebra la messa la domenica.[9]
  • Quante sono le chiese cristiane e le sette musulmane e le ramificazioni ebraiche nelle contrade di Levante? Contrade assai complicate anche per questo. Troppo complicate e quindi da affrontare con idee semplici. La religione là conta. Pesa. Appassiona. Suscita odio e fraternità. Una miscela esplosiva. L'attuale protettore del Libano, il presidente siriano Hafez el-Assad, è un alauita, appartiene a una setta musulmana assai minoritaria nel suo paese. Negli ultimi decenni nessuno più di lui ha distrutto moschee e ammazzato musulmani. Musulmani per lo più sunniti, della corrente maggioritaria dell'Islam, in gran parte considerati fratelli musulmani, vale a dire i padri o i nonni dei fondamentalisti d'oggi. In Iraq Saddam Hussein non ha risparmiato le moschee dei musulmani sciiti ed è stato generoso nel cospargere gas tossici sugli esponenti di quella comunità che Khomeini ha risvegliato con la rivoluzione iraniana. La fine del socialismo arabo e i mediocri risultati del liberismo in tutto il Vicino e Medio Oriente hanno alimentato le schiere dei fedeli attorno alle moschee, rifugi mistici in cui affogare le frustrazioni e covare nuove esaltazioni.[9]
  • Centinaia di moschee sono state distrutte non nel Levante ma in Bosnia-Erzegovina, terra europea al di là dell'Adriatico, dai serbi ortodossi. E quando i soldati russi col casco blu delle Nazioni Unite sono arrivati nei giorni scorsi sulle alture di Sarajevo, città simbolo della tolleranza religiosa, hanno salutato i serbi che li applaudivano col segno ortodosso. Come Kutusov, generale dello zar, hanno salutato alzando le dita con cui ci si fa il segno della croce.[9]
  • È come se, insieme al Ruanda, l'Africa intera stesse agonizzando nella regione dei Grandi Laghi. In un paese di sette milioni di abitanti, prima, per tre anni, ha imperversato la guerra civile; poi, per tre mesi, vi è stato compiuto un genocidio da affiancare ai più tremendi (la Shoa e la Cambogia); poi, ancora, c'è stato l'esodo in massa, l'espatrio disperato di milioni di esseri umani affamati; e adesso è il colera a mietere altre vite, all' ombra di un vulcano, il Nyiragongo, che potrebbe vomitare lava da un momento all' altro sui profughi rantolanti abbattutisi sulla città di Goma, nel vicino Zaire. In una cornice naturale tra le più preziose del pianeta, pregiata quanto un nostro centro storico di palazzi e cattedrali, anche perché il contadino africano l' ha coltivata con arte per secoli, sembra che stia proprio morendo un continente svalutato.[10]
  • Dopo essere stata una colonia tedesca, il Ruanda è diventato nel 1918, in seguito alla sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, una colonia belga, vale a dire un paese francofono. Qualità che più tardi, ottenuta l'indipendenza, gli ha consentito di entrare nel privilegiato club dei paesi africani protetti dalla Francia. In quel club conta senz'altro il fascino per la cultura francese. Conta altresì la preferenza per i prodotti e la tecnica francesi ben inteso, anche se gli scambi con l'Africa francofona rappresentano soltanto il 3 per cento del commercio con l'estero di Parigi. In compenso i vari regimi hanno la garanzia di essere assistiti dall' Armée. Così quello ruandese, dominato dalla maggioranza hutu (85 per cento della popolazione) ha avuto un appoggio militare quando è cominciato il conflitto con la minoranza tutsi. La quale aveva tra l'altro un difetto, quello di essere per lo più anglofona, per via degli stretti rapporti con la vicina Uganda, ex colonia britannica. È dunque con armi e istruttori forniti dai francesi, che è cominciato il genocidio dei tutsi compiuto dalle milizie hutu. Ed ora che i primi, i tutsi, hanno vinto, e che gli hutu fuggono per timore di essere a loro volta massacrati, i francesi intervenuti per ragioni umanitarie sono costretti a proteggerli, e con loro proteggono gli autori del genocidio.[10]
  • Strage o genocidio? La morte di ottocentomila uomini e donne di tutte le età merita un nome. Se scavi in questo paesaggio oleografico, smaltato dalle piogge, colorato e lucido come una pubblicità di safari per turisti ricchi, rischi di trovare teschi traforati dai mitra o sfondati a colpi di martello e di scure. Anche grazie al concime umano, tante piante sono rigogliose, spavalde, sui crinali delle morbide colline di quella che un tempo fu, forse, un'Africa Felix.[11]
  • Gli hutu, che, nel ' 94, furono in gran parte gli assassini (e che ora rischiano di essere le vittime), sono, in generale, di statura più bassa. Più tozzi. Si dice che fossero invidiosi, al punto da segare talvolta le gambe di quei compatrioti tanto più alti di loro. Ma ci sono anche hutu più grandi e affilati dei tutsi. Dipende dalle regioni. Le diversità etniche possono essere un' invenzione. Un incubo. Sono tuttora un' ossessione. Un' eredità, si dice, lasciata dai colonizzatori bianchi, antropologi da strapazzo, ispirati da quell' antenato dei razzisti del nostro secolo che fu l' ottocentesco conte di Gobineau; e quindi inclini come lui a dissertare sulla "disuguglianza delle razze umane" fondata su una base fisica. E furono loro, coloni e missionari, a supporre e poi a raccontare, fino a costruirci attorno la 'storia' del Ruanda, che i tutsi arrivavano dalle valli del Nilo e discendevano dai bianchi, dunque erano di origine straniera, dei conquistatori, insomma usurpatori, e di una razza superiore agli hutu, volgari bantù africani. Nel bailamme continentale delle tribù la fantasia europea poteva scatenarsi a piacere.[11]
  • La posta in gioco sono centinaia di migliaia di profughi hutu, fuggiti dal Ruanda nel timore di una rappresaglia, dopo il genocidio dei '94. Una massa umana in bilico sul confine, respinta dai tutsi: e di cui si servono invece, come di un ariete, i superstiti dell' ex regime di Kigali, autore del massacro, ora alla ricerca di una rivincita, con l'aiuto dello Zaire. Là il dramma ruandese può essere il detonatore che fa saltare quell'autentica polveriera tribale che è l'ex Congo belga. Un paese disegnato sulle frontiere coloniali, senza tener conto della storia - non scritta - di quelle regioni: e che adesso rischia, come già accadde al momento dell' indipendenza, di andare in frantumi e di destabilizzare l'intera Africa centrale. È al tempo stesso allucinante ed esemplare. A conclusione di un secolo che ha conosciuto la morte del colonialismo, e che ora, arrivato alla fine, assiste alla non tanto lenta rovina del continente nero, questo dramma ruandese è in definitiva il risultato di quello che gli scrittori africani riuniti a Roma, nella primavera del '59, denunciarono come uno dei più gravi peccati occidentali: l'avere accettato, senza discutere, e diffuso, la nozione di un popolo, quello africano, "senza cultura". Ed anche "senza storia", perché, appunto, la si tramandava per via orale. Partendo da questo principio, coloni e (spesso) missionari hanno creato una storia africana con un calco occidentale e hanno imposto la loro cultura come se prima ci fosse stato il vuoto. Ne sono uscite delle mostruosità.[11]
  • Ogni volta che, in Ruanda, si varca la soglia di una chiesa, si cercano sul pavimento e sulle pareti le tracce di sangue dei cristiani, per lo più tutsi, ma anche hutu amici dei tutsi, che vi sono stati macellati.[11]
  • Il genocidio ruandese viene spesso accostato a quello degli ebrei. Il meccanismo africano è stato, ben inteso, diverso; le vittime designate si sono riversate spontaneamente là dove i carnefici le avrebbero ammazzate; speravano di trovare un rifugio sicuro nelle chiese; e invece si sono rivelate dei mattatoi.[11]
  • Un pellegrinaggio nelle chiese ruandesi non manca di emozioni. Crea un profondo malessere. Se aggiungi le migliaia di croci appuntate sulle colline, e le fosse comuni, hai l' impressione di essere capitato in un cimitero sterminato, dove per i becchini, senz' altro un po' pigri, viste tutte quelle ossa ancora in mostra, c' è un lavoro di anni. Per i giudici e gli storici c' è invece un lavoro di decenni. Forse più. Ci vorrà del tempo prima di far giustizia, anche perché esiste una Norimberga africana, ma spesso i giudici non hanno neppure i soldi per pagare la bolletta del telefono, che gli viene puntualmente tagliato. La giustizia internazionale non ha fretta di conoscere la verità. Ci vorrà ancora più tempo per scrivere la vera storia di questa parte dell' Africa. Larga parte della classe dirigente è stata creata dall'educazione coloniale. Disprezza la cultura africana ed è imbevuta di quella occidentale. Quest' ultima è adeguata all' economia, alla tecnica, a tutto ciò che regola il mondo moderno, ma non alla società africana. Gran parte dell' élite africana è dunque alienata.[11]
  • Era il frutto della manipolazione genetica compiuta in quel continente con l' innesto della storia occidentale sulla società africana. Nel momento di maggior gloria, Bokassa chiamava papà il generale de Gaulle, fratello il presidente Giscard d'Estaing, e cugino Amin Dada, allora sanguinario dittatore in Uganda. Questa era la composita, eterogenea famiglia cui sentiva di appartenere.[12]
  • Lumumba era di gran lunga superiore a Mobutu. Mobutu era un uomo di clan. La sua forza iniziale fu la sua tribù. Lumumba trascendeva i clan e le tribù. Per questo era vulnerabile. Ma era un visionario. Come lo erano i suoi alleati, il guineiano Seku Touré e il ghanaiano Nkrumah.[12]
  • Seku Touré si è anche reso colpevole di crimini che possono essere affiancati a quelli di Bokassa. Lumumba sarebbe sfuggito alla regola? L'interrogativo non serve per Mobutu. Egli ha rovinato il Congo. L'ha depredato e ha decimato i nemici. Oggi lo Zaire rischia di disintegrarsi, trascinando con sé parte del Continente, come un ghiacciaio che si scioglie. Mentre riusciva in questa ardua impresa, Mobutu era lusingato, incoraggiato e protetto come Bokassa.[12]
  • Senghor è sfuggito a quella che sembra una dura regola del continente. Prodotto al tempo stesso della società africana e della cultura francese, occidentale, Senghor non è il mostruoso risultato di una manipolazione genetica: al contrario è stato un saggio, democratico presidente del Senegal.[12]
  • Fu Mobutu a consegnare Lumumba ai suoi assassini (nel 1960); e ora Kabila si dichiara fedele alla memoria di Lumumba. È come se trentasette anni dopo spuntasse dalla foresta "il vendicatore".[13]
  • Lumumba fu una meteora. Non restò abbastanza a lungo al potere per sporcarsi la coscienza. Gli dettero soltanto il tempo di essere vittima.[13]
  • Dietro indicazione dei belgi, gli americani (la Cia) puntarono su Mobutu. Mobutu non si sarebbe mai rivolto a Mosca. Avrebbe fatto del Congo, diventato Zaire, una roccaforte antisovietica al centro dell' Africa. In questo senso fu un investimento proficuo per l' Occidente. Non lo fu altrettanto per il paese. Mobutu l'ha infatti saccheggiato, spogliato, rovinato.[13]
  • Mi è capitato da giovane reporter di frequentare i principali personaggi di quella lunga tragedia africana - Lumumba Tschombé, Kasavubu, Mobutu...- e francamente non so se l'avvenire del Congo-Zaire sarebbe stato diverso, migliore, se invece di Mobutu fosse rimasto in sella uno dei perdenti. Ma il ricordo che ho di Lumumba è quello di un uomo che non ebbe il tempo - come ho detto - di corrompersi. Era un ambiziosissimo sognatore. Mobutu era un uomo d'azione. Un uomo di mano.[13]
  • Gli uomini di Parigi - diplomatici, militari, consiglieri - sono dietro molti troni dell' Africa Occidentale. Non era raro, nel passato, che i partiti francesi venissero finanziati dagli amici africani, con i fondi ricevuti dalla Francia. I più ricchi usavano le loro risorse per dimostrare riconoscenza ai protettori parigini. Le società francesi, in particolare le compagnie petrolifere, usufruiscono di privilegi eccezionali. In cambio l'esercito francese offre il suo aiuto ai regimi in pericolo.[13]
  • Il Congo-Zaire del maresciallo-presidente Mobutu Sese Seko è diventato col tempo un terreno di forte competizione tra Parigi e Washington. E lo scontro politico si è accentuato quando Washington ha cominciato a sostenere Kabila e Parigi ha continuato a sostenere Mobutu. Fino all'ultimo, o quasi. Al punto che la sua fine appare adesso una sconfitta francese. E, bizzarria della storia, gli Stati Uniti che sostennero Mobutu, e indirettamente contribuirono all' assassinio di Lumumba, ora accompagnano al potere Kabila, l'uomo che esalta, o addirittura "vendica" Lumumba.[13]
  • La decolonizzazione è stata l'esperienza più importante della mia vita professionale. Era esaltante, per il giovane cronista degli ultimi anni Cinquanta e poi dei Sessanta, veder nascere tanti Paesi africani, sulle coste mediterranee, atlantiche e dell' Oceano Indiano. Dal Congo alla Somalia, dall'Algeria al Madagascar. Come poi fu deprimente assistere alla rapida degradazione di molti di quei Paesi, dove i capi della lotta per l' indipendenza si erano trasformati in tiranni spesso corrotti. Ma la storia recente non cancella quella passata. E nella storia dell' epoca coloniale, sia pur rivisitata e aggiornata con nuove ricerche e più pacate valutazioni, restano la schiavitù, il lavoro forzato, i massacri, la tortura, le umiliazioni... Tanti crimini, insomma, contro l' umanità.[14]
  • Una democrazia non nasce spontaneamente. Noi europei lo sappiamo bene. Per l'Africa va ricordato che nel tracciare i confini dei loro possedimenti, alla fine dell'Ottocento, le potenze coloniali non badarono all'omogeneità culturale dei gruppi umani. Gli stessi confini diventarono negli anni Sessanta quelli degli Stati-nazione indipendenti. Cosi, per fare un esempio, i popoli di lingua kongo furono dispersi in tre Stati, il Congo ex francese, il Congo ex belga e l'Angola ex portoghese. Nessuno tenne in considerazione il fatto che quei popoli avessero costituito nel passato un potente regno, durato assai più a lungo dell'epoca coloniale.[15]
  • [Su Hafez el-Assad] Venne battezzato il Bismark dell'Estremo Oriente. Era un uomo freddo e duro. Prese il potere a Damasco nel 1971, due anni dopo che il colonnello Muhammar Gheddafi l'aveva preso a Tripoli.[16]
  • Hafez el-Assad (Assad I) sembrava in verità destinato a una breve carriera di dittatore. Ero a Beirut in quei giorni e non avrei puntato un centesimo su di lui. Apparteneva a una minoranza, era un alauita, una corrente dell'Islam relegata in Siria sulle montagne, e quindi non avrebbe retto, secondo i sofisticati analisti di Beirut, all'inevitabile rivalità delle altre comunità, assai più numerose e assuefatte a governare. Uno dopo l'altro, gli amici e colleghi libanesi e siriani autori di quella profezia morirono invece prima di lui. Furono uccisi nella interminabile guerra civile libanese, in cui Hafez el-Assad ebbe sempre un ruolo determinante e deleterio.[16]
  • Gli Assad sembrano o sembravano eterni. Ma, a dispetto delle apparenze, l'abile, spregiudicato equilibrio su cui si è appoggiato per decenni il loro clan, basato in gran parte sulle forze armate, cominciava a traballare. Per questo non mi stupisce quel che sta accadendo in queste ore. Anche se non è facile scalzare Assad. Il suo potere ha radici profonde. E il sangue scorre facilmente in Siria.[16]
  • Gli Assad si sono destreggiati nei rapporti con i palestinesi. Hanno fomentato le rivalità tra le correnti. Li hanno combattuti, uccidendone più di quanti ne abbiano uccisi gli israeliani. Con Hamas, Bashar, il figlio, va d'accordo. Ne ospita i dirigenti. Esercita inoltre un'influenza sugli hezbollah libanesi, con i quali sa essere severo quando deve placare le preoccupazioni all'interno del suo paese, dove è vivo il timore di essere trascinati da quegli alleati sciiti libanesi esaltati in disordini simili a quelli che tormentano, insanguinano il vicino Iraq. Inoltre la Siria è sempre ufficialmente in guerra con Israele, che occupa un territorio siriano sulle alture del Golan. Con il clan degli Assad hanno conti da regolare i Fratelli musulmani, che il padre Hafez massacrò nella città di Hama, poi demolita con i bulldozer. Nella rivoluzione araba che infuria, la Siria di Assad presenta la peculiarità di essere antiamericana, al contrario della Tunisia dei Ben Ali e dell'Egitto di Mubarak. La Libia di Gheddafi sfuggiva ad ogni classificazione prima di essere tragicamente isolata.[16]
  • Bashar el-Assad è accusato dai manifestanti di essere un falso riformatore. Laureato in medicina, e poi convertito alla politica per prendere la successione del padre, egli si prestava come un uomo aperto alla modernità, appassionato d'informatica ed esperto internauta. Ma ha fatto disperdere brutalmente le timide manifestazioni dei giovani armati di candele riunitisi la sera a Damasco per appoggiare l'insurrezione del Cairo. Il caso di Tal al-Malluhi, una ragazza di diciannove anni, autrice di blog impertinenti, arrestata, maltrattata, condotta in tribunale con gli occhi bendati e le manette, e condannata a cinque anni per spionaggio a favore degli Stati Uniti, non ha reso credibile la conversione democratica di Bashar.[16]
  • La Siria è una terra con profonde radici cristiane. Non solo perché Paolo di Tarso si convertì a Damasco. Da secoli qui vivono ortodossi armeni, siriani e greci; e cattolici siriani e greci. L' elenco non è certamente completo. Nell' insieme rappresentano più del dieci per cento della popolazione. Un' élite con un notevole peso economico è insediata nei quartieri attorno alla Cittadella (dove si trovano importanti chiese e santuari), o comunque nella zona controllata dall' esercito lealista. Per tradizione le minoranze sono in balia dei regimi autoritari, possono esserne le vittime o gli strumenti. O entrambe le cose. Anche se con cospicue eccezioni, il mosaico cristiano è stato trattato con riguardo, o più ancora, dal potere degli Assad che si basa, appunto, essenzialmente su un' altra minoranza, quella alawita.[17]
  • Gli alawiti temono la vendetta dei sunniti, e si aggrappano al regime di Assad; e a loro volta i sunniti temono la vendetta di Assad, che potrebbe seguire l' esempio del padre.[17]
  • Hafez el-Assad è morto nel suo letto, e gli ha dato il cambio Bashar, il figlio, il quale rischia una fine molto più agitata. Quando nell' 82 si scopri che il vecchio Assad aveva fatto massacrare ventimila tra uomini e donne nella città di Hama, dove i Fratelli musulmani si erano ribellati allo strapotere di Damasco, pensai, e non fui il solo, che presto o tardi qualcuno avrebbe vendicato i sunniti sepolti sotto le rovine di Hama da centinaia di bulldozer. Eppure sono passati più di trent'anni e gli Assad se la sono cavata. Almeno finora. Penso che a proteggerli sia stata anche la loro fama di rais "laici". Eh sì, laici. Una specie di licenza di uccidere veniva infatti accordata ai capi arabi considerati laici. Si pensi a Saddam Hussein che quando, negli anni Ottanta, sfidò la teocrazia iraniana di Khomeini ebbe la simpatia dell' Occidente. Il suo partito, il Baath, non era forse laico e considerato eretico da molti musulmani zelanti? E il Baath (sia pure in una versione siriana, diversa da quella irachena) era anche il partito degli Assad. Una prova di laicità guardata con un certo interesse, anche se con diffidenza, da chi temeva l' ondata islamista. Ai Fratelli musulmani, non sempre rinsaviti, non sempre moderati, gli Assad, padre e figlio, non hanno mai risparmiato la galera o nei casi estremi la sepoltura con il bulldozer. Veri laici d'Oriente. Generale d' aviazione, Hafez aveva lo sguardo celestino. Due ferritoie e due occhi fissi. Pugnali avvelenati col sorriso. Il figlio Bashar è un medico. Ha l'aria di un bravo ragazzo. Persino un po' pirla. Un simpaticone, fino al giorno in cui l' esercito ereditato dal padre ha esagerato, accelerando la dinamica omicida. In realtà sempre in servizio permanente. A cominciare le "primavere arabe" non sono stati i Fratelli musulmani. Sono stati i giovani figli del web, un tempo si sarebbe detto giovani di sinistra, adesso è più appropriato l' altrettanto generico aggettivo "modernizzati". I Fratelli musulmani e i derivati integralisti, salafiti ed altri, si sono intromessi nella folla in rivolta. Avevano sulle spalle anni, decenni di galera e di torture e avevano il diritto di ribellarsi.[18]
  • C'è chi descrive Bashar el Assad politicamente agonizzante. Ma fin che il grosso dell' esercito è al suo fianco può resistere. Di giorno in giorno cresce tuttavia il rischio che le forze armate ereditate dal padre lo abbandonino. Questo dicono e temono amici e nemici. La Siria ha tanti confini. Gli interessi dei paesi limitrofi non sono sempre chiari. Non coincidono sempre con quelli di Damasco. Cambiano secondo le stagioni. Ma tutti hanno paura di una Siria in preda all' anarchia.[18]
  • Per ammazzare una settantina di esseri umani e per ferirne quasi duecento bisogna sparare parecchio. Ma gli afrikaner non lesinavano i mezzi per imporre l'Apartheid, istituzionalizzato al fine di separare lo sviluppo di bianchi e neri, vale a dire di segregare i neri, privati dei diritti civili e politici riservati ai bianchi.[19]
  • Mandela non ignorava certo l'eredità di Gandhi. Ma è rimasto un uomo d'azione. I suoi modelli non erano i pacifisti. Lui non lo era. Sarà non violento quando potrà esercitare la violenza e non lo farà. Questa è stata la sua nobiltà. Una nobiltà africana, senza odio e desiderio di vendetta, o di rivalsa, che ne ha fatto un grande leader carismatico.[19]

NoteModifica

  1. a b c Da La piaga iraniana, la Repubblica, 4 agosto 1987.
  2. a b c d e f g h i Da Le due anime della Cambogia, la Repubblica, 3 settembre 1988.
  3. a b Da Il ladro di Bagdad, la Repubblica, 3 agosto 1990.
  4. a b Da Anche per i leader arabi Saddam va eliminato, la Repubblica, 12 agosto 1990.
  5. a b c d e f g Da Anatomia di un tiranno, la Repubblica, 12 settembre 1990.
  6. Da Il miracolo di Baker, la Repubblica, 2 novembre 1991.
  7. a b Da Ma il tribunale non è imparziale, la Repubblica, 4 aprile 1992.
  8. Da Il Saddam dei Balcani, la Repubblica, 30 maggio 1992.
  9. a b c Da Guerre di religione, la Repubblica, 28 febbraio 1994.
  10. a b Da La grande tenebra che oscura il Ruanda, la Repubblica, 23 luglio 1994.
  11. a b c d e f Da Stragi e odio razziale così affonda l'Africa nera, la Repubblica, 2 novembre 1996.
  12. a b c d Da Un mostro creato dalla Francia, la Repubblica, 5 novembre 1996.
  13. a b c d e f Da La fine di Mobutu sconfitta francese, la Repubblica, 6 maggio 1997.
  14. Da Colonie. La cattiva coscienza dell' Occidente, la Repubblica, 16 dicembre 2005.
  15. Da Africa. Dalla tirannia al Darfur le piaghe di un continente, la Repubblica, 10 marzo 2009.
  16. a b c d e Da I signori di Damasco una dinastia spregiudicata, la Repubblica, 26 marzo 2011.
  17. a b Da Tra i bambini di Aleppo, la Repubblica, 12 dicembre 2012.
  18. a b Da Assad e la sindrome irachena, la Repubblica, 20 luglio 2012.
  19. a b Da Quando Mandela prese le armi, la Repubblica, 7 dicembre 2013.

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