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Slobodan Milošević

politico serbo

Citazioni di Slobodan MiloševićModifica

  • [...] Noi non abbiamo paura. Ed entreremo in ogni guerra.[1]
  • Mi considero il vincitore morale e ho detto a mio figlio: "Vale la pena di stare in prigione almeno un giorno pur di dire al mondo la verità". Il mio giudice non starà in questo tribunale, ma sarà il pubblico.[2]
  • Si misero d'accordo croati, sloveni e tedeschi per distruggere la Serbia.[2]
  • Se la Germania voleva la secessione della Croazia, gli Usa spingevano per quella della Bosnia Erzegovina. Non si contano le insistenze sul presidente Izetbegovic sebbene gli europei vedessero male quell'uomo in quanto lo consideravano legato all'Iran e quindi un tramite per portare i musulmani verso l'Occidente.[2]
  • È una menzogna storica dire che avevo una responsabilità militare, che comandavo l'Esercito. La Costituzione non dà al presidente il potere di dare ordini alle armate. Per questo la Jugoslavia è rimasta sola. Se avessi avuto questo, la Serbia non avrebbe perduto.[2]
  • I serbi hanno sempre cercato la soluzione pacifica, sono stati gli altri, i croati per primi, poi i bosniaci, infine il Kosovo a volere la guerra.[2]

Discorso di Gazimestan

da Il discorso dei Campo di Merli, Cnj.it, 28 giugno 1989

  • Oggi come oggi è difficile dire quale sia la verità storica sulla battaglia del Kosovo, e che cosa sia solo leggenda. Oggi come oggi questo non ha più importanza. Oppressa dalla sofferenza ma piena di fiducia, la popolazione era solita rievocare e dimenticare, come in fondo tutte le popolazioni del mondo fanno, e si vergognava del tradimento e glorificava l'eroismo. Perciò è difficile dire oggi se la battaglia del Kosovo fu una sconfitta o una vittoria per la gente serba, se grazie ad essa fu precipitata nella schiavitù o se ne sottrasse.
  • I serbi non hanno mai fatto guerra di conquista o sfruttato altri nel corso della loro storia. Il loro essere nazionale e storico è stato di carattere liberatorio durante tutti i secoli e nel corso di entrambe le guerre mondiali, ed ancora oggi. I serbi hanno liberato se' stessi e quando hanno potuto hanno anche aiutato altri a liberarsi. Il fatto che in questa regione siano una nazionalità maggioritaria non è un peccato od una colpa dei serbi: questo è un vantaggio che essi non hanno usato contro altri, ma devo dire che qui, in questo grande, leggendario Campo dei Merli, i serbi non hanno usato il vantaggio di essere grandi neppure a loro beneficio.
  • In Serbia non hanno mai vissuto solamente i serbi. Oggi, più che nel passato, pure componenti di altri popoli e nazionalità ci vivono. Questo non è uno svantaggio per la Serbia. Io sono assolutamente convinto che questo è un vantaggio. La composizione nazionale di quasi tutti i paesi del mondo oggi, e soprattutto di quelli sviluppati, si è andata trasformando in questa direzione. Cittadini di diverse nazionalità, religioni, e razze sempre più spesso e con sempre maggior successo vivono insieme. In particolare il socialismo, che è una società democratica progressista e giusta, non dovrebbe consentire alle genti di essere divise sotto il profilo nazionale o sotto quelo religioso. Le sole differenze che uno potrebbe e dovrebbe consentire nel socialismo sono tra quelli che lavorano sodo ed i fannulloni, ovvero tra gli onesti ed i disonesti. Perciò, tutte le persone che in Serbia vivono del loro lavoro, onestamente, rispettando le altre persone e le altre nazionalità, vivono nella loro Repubblica.
  • Ai tempi di questa famosa battaglia combattuta nel Kosovo, le genti guardavano alle stelle attendendosi aiuto da loro. Adesso, sei secoli dopo, esse guardano ancora le stelle, in attesa di conquistarle.
  • L'eroismo del Kosovo ha ispirato la nostra creatività per sei secoli, ed ha nutrito il nostro orgoglio e non ci consente di dimenticare che un tempo fummo un esercito grande, coraggioso ed orgoglioso, uno dei pochi che non si potevano vincere nemmeno nella sconfitta.
  • Sei secoli fa, la Serbia si è eroicamente difesa sul campo del Kosovo, ma ha anche difeso l'Europa. A quel tempo la Serbia era il bastione a difesa della cultura, della religione, e della società europea in generale. Perciò oggi ci sembra non solo ingiusto, ma persino antistorico e del tutto assurdo parlare della appartenenza della Serbia all'Europa. La Serbia è stata una parte dell'Europa incessantemente, ed ora tanto quanto nel passato, ovviamente nella sua maniera specifica, ma in una maniera che non l'ha mai privata di dignità in senso storico.

Da Yugoslavia - Morte di una nazione

teletrasmesso su Raitre, 1999

  • Il Kosovo è il cuore della Serbia. La nostra storia fonda le radici nel Kosovo. Tutti i nostri monasteri sono nel Kosovo. (prima puntata)
  • Per la prima volta, ho udito la frase "etnicamente puro". Gli albanesi volevano un Kosovo etnicamente puro. Hanno ucciso i serbi e profanato le nostre tombe, hanno bruciato i monasteri. Fu così che cominciò l'esodo dei serbi. (prima puntata)
  • Gli albanesi erano riusciti nel loro intento, perché la provincia del Kosovo era di fatto una repubblica. Il consiglio locale poteva mettere in atto quella che non esito a definire una vera e propria politica nazista. (prima puntata)
  • Ecco come ebbe inizio la crisi jugoslava: furono gli sloveni a dare il via alla crisi jugoslava, però non posso affermare che sono loro gli unici responsabili. (prima puntata)
  • Se concediamo al popolo croato il diritto di lasciare la Jugoslavia, a quel punto i croati non possono negare agli altri il diritto di fare anche loro la propria scelta. (seconda puntata)

Intervista di Fulvio Grimaldi

da Milosevic, ultima intervista prima dell'arresto, Cnj.it, marzo 2001

  • È in corso una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est europeo. I terroristi dell'UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della "Grande Albania". In stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l'intera Macedonia e presto anche Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in Grecia). In Romania, invece, vengono istigate alla rivolta le minoranze ungheresi. Lo scopo strategico è di mantenere in permanente subbuglio l'intera area, contro l'interesse europeo ad una stabilizzazione, in particolare per contrastare le tendenze anti-Nato forti in Grecia e in crescita in Bulgaria e Romania e per assicurare ampi territorio al controllo della criminalità narcotrafficante diretta dall'UCK. L'approccio politico è ancora una volta inteso a sfruttare le differenze etniche.
  • La Federazione jugoslava, con la sua convivenza pacifica, era un modello di Unione Europea, fino a quando non sono entrate in gioco le trame del'imperialismo tedesco ed americano. Vivevano in pace popoli di diversa cultura, storia, confessione. Vivevano in armonia da 80 anni. In Jugoslavia non si chiedeva a nessuno di che razza o nazionalità fosse. La rottura è venuta quando da fuori si sono istigati gruppi di potere con la promessa di grandi privilegi personali e di elite. Quanto alla popolazione croata, per esempio, come si sarebbe potuto convincerla della bontà di una frantumazione, quando tantissimi croati vivevano in Bosnia, in Serbia e in Kosovo? Lo stesso valeva per i serbi, a cui invece è poi stata negata l'autodeterminazione, e per i musulmani. Non era nell'interesse nazionale di nessuna di queste comunità arrivare a una divisione e contrapposizione.
  • Quello degli Stati Uniti, del resto, è un sistema federativo obsoleto e che presto andrà in forte crisi perché riconosce solo geometriche divisioni geografiche e non le diverse comunità etniche, culturali, linguistiche, sociali. Di fatti è un sistema che non sa dare risposta alle sacrosante richieste dei latinos, dei neri, dei nativi, degli italiani, dei poveri. Si tratta di comunità emergenti che vorranno essere riconosciute. Tanto che Bush ha sentito il bisogno di rivolgersi in spagnolo agli immigrati latinos. Dovrebbe essere un principio di riconoscimento delle comunità etniche e sociali. È la dimostrazione che tutti esigono un nuovo codice, una nuova formula di convivenza. E di questi la Jugoslavia era un esempio. Anche questo spiega perché è vista come nemica dai poteri attuali.
  • Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l'unico popolo che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E con un'arma criminale e genocida come l'uranio.
  • Un meccanismo fondato sull'inganno che, dunque, ha abolito la democrazia sostanziale in America e in Europa. Si sono vendute menzogne anziché verità. È incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell'UCK), che le foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio, che i duecentomila stupri erano secondo l'ONU, tra tutte le parti e in tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni. A che servono le istituzioni democratiche e la libertà se tu, governo, non diffondi che bugie? Una democrazia non è possibile senza la verità. Le istituzioni diventerebbero delle vuote quinte.
  • Io alla democrazia ci tengo. Se non è democrazia il fatto che ci fossero i partiti d'opposizione e il 95% dei mezzi d'informazione erano in mano loro... Non hanno mai subito censure. In Kosovo c'erano 20 giornali albanesi che tuonavano contro il governo. Non sono mai stati chiusi. Da noi non c'è mai stato un prigioniero politico e ora questi concedono l'amnistia a terroristi, tagliagole, infanticidi. E così che si difene il Sud della Serbia aggredito? Da noi tutti potevano avere il passaporto, Rugova teneva conferenze stampa al centro di Belgrado attaccandomi a morte. Mai nessuna vessazione, nessuno ucciso. Eppure mi hanno accusato di omicidi quando in 12 anni nessun oppositore è stato ucciso. Sono stati invece uccisi i miei migliori amici. Se potessero mi darebbero anche la responsabilità dell'uccisione di Moro o di Kennedy. Ma le bugie hanno le gambe corte. Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato le foto satellitari delle fosse comuni. C'è stata una rivolta di 22 mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di serbi. Questo tribunale dell'Aja e le sue bugie non sono che una parte del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una spruzzata di croati e musulmani. Del resto, la Del Ponte era coinvolta, nella Commissione Europea, in un gravissimo scandalo. Poi l'hanno fatta procuratore all'Aja.
  • Gli USA devono rendersi conto che non è possibile avere la democrazia in casa propria e sottomettere altri popoli. È una contraddizione in termini. Posso capire che gli Stati Uniti, il paese oggi più potente e ricco, abbia l'aspirazione a fare da leader della squadra. Ma due anni fa ho detto a Holbrooke, quando ci minacciava: avete sbagliato millennio, non il secolo. Potevate essere i capisquadra lanciando un grande progresso per il benessere, la diffusione delle tecnologie, della giustizia, della democrazia. La vostra ossessione di dominio e di profitti vi porta invece a uccidere gente e piccole nazioni, come Giulio Cesare 2000 anni fa. Il vostro è un comportamento cesarista: comico se non fosse tragico. Per voi esiste solo la vostra economia di mercato che produce, accanto a straordinari profitti per pochi, diseguaglianze e sfruttamento. La vostra massima legge nella conquista del mondo è abbassare il costo del lavoro. Siete portatori di un nuovo schiavismo.
  • La distruzione del mio paese è la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo colonialismo. Se si trattasse di vera globalizzazione, cercherebbe l'integrazione, su basi di parità, di popoli, culture, religioni. Si sarebbe preservata la Jugoslavia, che aveva messo in atto la formula migliore. Se le nazioni, gli stati, i popoli fossero trattati da soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre i poveri diventano più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione. Non si è ma vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se si perdono l'indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono perse. Gli schiavi non prosperano.

Citazioni su Slobodan MiloševićModifica

  • Ci sono due Slobodan Milošević. Il primo è un uomo politico realista, capo del partito nazionale, già alto dirigente del partito comunista serbo. Una delegazione di studenti di Belgrado voleva incontrare questo primo Milošević, tra l'altro per chiedergli di mettersi da parte dopo una sparatoria contro i giovani scesi in strada. Si è trovata davanti il secondo Milošević, dal comportamento sfasato: come se vivesse in un mondo tutto suo; una figura di stampo folkloristico, popolar-religioso. (Demetrio Volcic)
  • Con Milošević c'era equilibrio nei Balcani; la pulizia etnica è una balla della stampa, i disastri sono venuti dopo. (Erminio Boso)
  • Di Slobodan Milošević parlo con molta commozione. Lui non è stato quello dipinto dalla stampa che era al servizio di quelli che di ciò avevano bisogno. Milošević è stato un uomo dignitoso, un politico lucido, ricco di cultura umanistica. Lui ha semplicemente difeso la Jugoslavia e quelli che volevano rimanere in essa. Si scriveva che voleva la "grande Serbia". Non è vero! Lui non era un nazionalista che difendeva la Serbia ma un umanista, che difendeva quelli che volevano la Jugoslavia. (Aldo Bernardini)
  • Dirigente disastroso, nazionalista, razzista, corrotto, che si basava solo sull'uso della forza. (Fidel Castro)
  • Era intelligente, eloquente e cordiale, ma aveva uno sguardo gelido. [...] Dopo aver trascorso un po' di tempo insieme, non mi meraviglia più che avesse appoggiato le stragi in Bosnia, ed ebbi la sensazione che di lì a non molto sarei stato costretto a entrare di nuovo in rotta di collisione con lui. (Bill Clinton)
  • Il conflitto è già incominciato. A metà marzo, per la seconda volta, gli abitanti del Kosovo avevano pacificamente votato per loro indipendenza, da raggiungere attraverso il dialogo politico. Milosevic ha colto così l'occasione per imprimere un ulteriore giro di vite, massacrando decine di civili inermi. (Sali Berisha)
  • Il politico Milošević prima o poi lascerà la scena. Il Milošević del mito avrà un posto molto più profondo nella coscienza collettiva, checché ne dicano gli intellettuali. (Demetrio Volcic)
  • Milošević sosteneva di non controllare i serbo-bosniaci, anche se tutti sapevano che questi ultimi non avrebbero potuto avere la meglio senza il suo aiuto. (Bill Clinton)
  • Oltre che un despota, lo ritengo anche un satrapo della razza dei Ceausescu, avido non solo di potere, ma anche di denaro, e credo che la sorte che si merita sia un bel plotone di esecuzione. Purché composto da serbi, al comando di un serbo, e in esecuzione di una sentenza emessa da un tribunale serbo e motivata non tanto da generici crimini contro l'umanità, che sono sempre – salvo casi di monumenti all'orrore come l'Olocausto – oggetto di discussione e dissensi; ma dal più grande e imperdonabile delitto di cui Milosevic si è macchiato nei confronti non soltanto dei serbi: la distruzione della Nazione Jugoslava, che la Monarchia serba aveva fondato dopo la prima guerra mondiale; che il croato Tito aveva difeso coi denti e restaurato dopo la seconda, dando alla Balcania un esempio e un puntello di stabilità; e che Milosevic e il suo compare croato Tudjman distrussero per poter restare ciascuno padrone in casa sua; e sulle cui macerie si scatenarono tutte le violenze (Bosnia, Kosovo) che hanno insanguinato e continuano a insanguinare quel povero Paese. (Indro Montanelli)
  • Politicamente, eravamo totalmente differenti. Era intelligentissimo, ma ideologicamente vicino al comunismo, ed io sono stato un dissidente per quattro decenni. Credeva nell'autorità e agiva unilateralmente, mentre io cercavo il dialogo e il consenso. Nondimeno, ci rispettavamo. (Radovan Karadžić)
  • Se prendessi il potere, probabilmente farei gettare Milosevic in prigione. Ma finché gli americani cercheranno di distruggere Milosevic, finché apppoggeranno quel pazzo di Vuk Draskovic e il Partito democratico, allora aiuterò Milosevic. Perché la politica della Serbia non può e non potrà mai essere fatta a Washington. (Vojislav Šešelj)
  • So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta. (Siniša Mihajlović)
  • Un despota burocratico e vendicativo che finirà prima o poi, se riesce a sopravvivere, nel reparto psichiatrico. Non è comunista, ha usato il partito per scalare le strutture gerarchiche, possiede un dizionario limitato di frasi fatte che tuttavia sgorgano libere e veloci, non avendo alcun impedimento intellettuale né sfumature. Le sue frasi sono composte da quattro, cinque parole. [...] Non è abituato a essere contraddetto, non sopporta l'opposizione. Risponde alle prime contestazioni, perché si è preparato, ma si trova in difficoltà alla seconda replica, quando bisogna reagire con velocità. Sarà difficile comprometterlo. Possiede la forza suggestiva della mentalità fanatica serba e in qualche modo affascina i suoi interlocutori occidentali. (Milan Kučan)

Madeleine AlbrightModifica

  • Al pari di altri leader nazionalisti, Milošević faceva leva sulle tradizioni letterarie, religiose e artistiche che avevano mantenuto unito il popolo iugoslavo nonostante secoli di dominazione straniera. Rinfocolava la rabbia per le sconfitte subite in passato per mano dei turchi ottomani e dei nazisti, ed esortava a tenere alta la guardia contro fantomatici nemici presenti, coma la Cia, la Germania e il Vaticano.
  • Milošević si autodefiniva democratico ma aveva una concezione tutta sua del significato di questo termine. Esercitava un controllo dispotico sui media nazionali, reprimeva gli oppositori politici e aveva creato una forza paramilitare per intimidire i nemici interni. Aveva condotto la sanguinosa guerra in Bosnia senza mai smettere di proclamarsi pacifista e aveva assistito al massacro dei civili a Sarajevo continuando a sostenere che le vere vittime fossero i serbi.
  • Slobodan Milošević non incarnava affatto lo stereotipo del fascista cattivo. Non era esuberante come Mussolini o stenotoreo come Hitler. Era grassoccio, rubicondo e informale, esibiva modi pensatamente affabili e nei colloqui tendeva a fare la parte dell'innocente.

Christopher HitchensModifica

  • È molto importante ricordare che Milosevic aveva inaugurato la sua meschina e violenta carriera, come capo di una famiglia criminale serbomontenegrina, precisamente cancellando l'autonomia del Kosovo nel 1990, riciclandosi come demagogo nazionalista anziché comunista, e provocando il crollo della federazione jugoslava.
  • Ma perché Milosevic insisteva tanto per mantenere anche il controllo esclusivo sul Kosovo, dove la popolazione albanese sfiorava il 90%? «In quel caso - rispose Milosevic freddamente - è per motivi storici». È un peccato, in retrospettiva, che ci sia voluto tanto tempo per diagnosticare questa patologia tipicamente serba, un connubio tra arroganza e vittimismo, grazie alla quale tutto quello che appartiene a loro è di loro esclusivo possesso, mentre quello che appartiene agli altri rimane sempre negoziabile.
  • Milošević era un burocrate ex comunista riciclato come nazionalista xenofobo, e la sua crociata antimusulmana, in realtà una copertura per l'annessione della Bosnia a una «Grande Serbia», fu condotta da milizie non ufficiali, operanti sotto il suo «rinnegabile» controllo.
  • Milošević non aveva esattamente il potere psicopatico d'un Saddam Hussein o d'un Osama Bin Laden. Apparteneva a quel genere più pericoloso di persona: il funzionario mediocre e conformista che resta in attesa e maschera i suoi rancori. Da burocrate ascese al potere supremo, e sebbene abbia cavalcato un'ondata di fervore religioso e xenofobo, è perfettamente plausibile che non gliene sia mai veramente importato nulla dei totem e dei simboli che egli sfruttò. Sia in ufficio che sul banco degli imputati, incarnava la banalità del male. Nell'eccellente libro del 1995, The Death of Yugoslavia, scritto da Laura Silber e Allan Little, e nella raffinata serie tv girata dalla Bbc che l'accompagnava, si può assistere alle tattiche meschine e al cinico opportunismo che egli adoperò come un pigro verme nel cuore dello stato che continua senza rimorsi ad ingozzarsi. A quanto pare ebbe un solo vero amico; la sua adorabile moglie ideologa, Mirjana Marković, che lo tirava su col morale parlando a proposito della sua figura dal volto impassibile e dalle grandi orecchie, e del suicidio di entrambi i suoi genitori. Guàrdatevi da quelle nullità rancorose che entrano in politica per motivi terapeutici.

Bernardo ValliModifica

  • Capita ai serbi di confondere storia e leggenda e di vivere la storia come se fosse attualità. L'epica popolare, che racconta ed esalta la storia - leggenda, fa parte dell'immaginario collettivo e della cultura nazionale. I romantici tedeschi la consideravano una grande poesia, pari o addirittura più alta di quella di Omero: era la riabilitazione della tragedia, l'esaltazione delle sconfitte. Spuntato dalle rovine del comunismo Slobodan Milosevic ha sfruttato quella tendenza per conquistare il potere e per arroccarvisi. Il suo stile ieratico (forse ereditato dal padre: un prete ortodosso scomunicato e suicida) e al tempo stesso senza carisma, ebbe un effetto straordinario nel vuoto di idee e di potere lasciato dalla fine del titoismo. Di fronte al liberalismo politico ed economico che avrebbe distrutto il sistema di cui si era impadronito, Milosevic ha usato il nazionalismo più esasperato. Prima per calcolo, con evidente cinismo, poi probabilmente credendoci.
  • La consegna di Milosevic a una giustizia affidata ai vincitori della guerra del Kosovo equivarrebbe a un'altra sconfitta serba. E il nuovo nazionalismo, moderato e democratico, non la vuole subire.
  • La sua nevrosi familiare sarebbe rimasta tale in tempi normali. Ma come capita spesso con gli autocrati che irrompono sulla scena nelle grandi crisi, essa ha assunto le dimensioni di una tragedia storica. Una tragedia insanguinata non da battaglie epiche ma da massacri, spesso di civili inermi.
  • Milosevic è una vistosa reliquia del nazionalismo primitivo, quello che, su scala assai più grande, con le sue degenerazioni ideologiche, ha provocato le tragedie del '900 europeo. È a questo nazionalismo, ricreatosi a pochi minuti di volo dalla nostra costa adriatica, che la Nato ha dichiarato di fatto la guerra. Quasi volesse distruggerlo prima di entrare nel nuovo millennio. È roba da lasciare al secolo che se ne va. Fallito il comunismo, anche nella sua eccentrica versione jugoslava, Milosevic si è gettato in quel nazionalismo: e nel giugno '89 ha dato solennità alla conversione recandosi nella pianura di Kosovo Polje, ai piedi del monumento alla battaglia del 1389 (da cui cominciò il dominio ottomano, durato quasi mezzo millennio), per annunciare che "mai più i serbi si sarebbero lasciati maltrattare". Con quel gesto e quelle parole Milosevic ha spazzato via tutto quel che Tito aveva fatto per contenere i nazionalismi balcanici. E ha dato il via, in modo più o meno diretto, a una serie di massacri in cui i serbi sono stati carnefici ma anche vittime, e da cui sono sempre usciti sconfitti.
  • Non è il trionfo, ma è certamente un successo della "giustizia internazionale" il fatto che il governo di Belgrado abbia consegnato Slobodan Milosevic al Tribunale Penale dell'Aja. Mai, prima d'ora, un ex capo di Stato era stato affidato dal governo del proprio Paese a una giurisdizione sopranazionale. Il processo all'ex presidente jugoslavo per crimini (di guerra e contro l'umanità) sarà dunque una prima assoluta nella storia moderna. Ed è senz'altro un avvenimento che segna una svolta nella storia dei Balcani, poiché affidandosi alla giustizia dell'Occidente il governo neodemocratico serbo ne ha sposato ancor più i principi, abbandonando una tradizione nazionalista, fondata su un orgoglio con forti connotati tribali.

NoteModifica

  1. Dal discorso pubblico di Belgrado, 19 novembre 1988. Video disponibile YouTube.com.
  2. a b c d e Da Sono il vincitore morale, la Repubblica, 19 febbraio 2002.

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