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Dimostranti nella piazza della libertà a Teheran, 1979

Citazioni sulla rivoluzione iraniana.

Indice

CitazioniModifica

  • A un certo momento, l'Iran è apparso come il leader di un rifiorire dell'Islam, un Islam politico che si fa promotore della rivincita dell'oppresso contro l'oppressore. In quel caso si trattava di liberarsi del regime dello scià e dei paesi occidentali che lo appoggiavano. Era una guerra politica fatta in nome di una "purificazione" delle mentalità. Fu così che il fondamentalismo, vale a dire un ritorno ai fondamenti dell'Islam, assunse un forte rilievo e diede inizio a una fase di arretratezza le cui vittime furono le donne e le libertà dell' individuo. E si è puntato a scatenare una guerra tra l'Occidente giudeo-cristiano e l'Islam parlando di scontri tra civiltà. (Tahar Ben Jelloun)
  • Come lo confermano le vicende dell'Iran, le masse popolari esplicano un ruolo notevole, determinante nell'adempimento della rivoluzione. In questo paese esse si sono messe alla testa della lotta e hanno rovesciato la monarchia feudale dei Pahlavi, assestando così duri colpi all'imperialismo. Tuttavia non possiamo affermare che il cieco fanatismo medievale degli ayatollah abbia assicurato la vittoria alle masse sia di aiuto a queste per portare avanti la loro lotta. (Enver Hoxha)
  • Con la caduta dello scià, la disintegrazione dell'esercito iraniano, le massicce riduzioni del bilancio militare nazionale e il precipitare del paese nel caos, tutte le forze che lo scià aveva tenuto a freno sono ormai libere di spingersi avanti indisturbate. Il nuovo regime di Teheran si è inimicato i vicini, ponendo sciiti contro i sunniti e riaprendo contese territoriali che lo scià aveva già composto. (Richard Nixon)
  • -Dopo l'instaurazione del nostro governo, non abbiamo più prigonieri politici.
    - Professoressa?
    - Abbiamo pagata cara la nostra libertà, ma l'abbiamo ottenuta.
    - Professoressa!
    - Cosa c'è, Satrapi?
    - Mio zio è stato in prigione sotto il regime dello scià, ma è il nuovo regime che ha ordinato la sua esecuzione. Dite che non ci sono più prigionieri politici, ma dai tremila sotto lo scià siamo passati a trecentomila con voi. Come osa mentirci in questo modo! (Persepolis)
  • Il popolo ha fatto cadere lo Scià. Ed è stato il popolo che ha portato il leader islamico al potere e lo ha legittimato. Quando il popolo non è presente, quando il suo voto non c'è, questo significa la fine della rivoluzione islamica. (Ali Akbar Hashemi Rafsanjani)
  • L'Iran è piombato nel caos e bruscamente si è trasformato da bastione della forza occidentale a calderone di virulento anti-occidentalismo, mentre i suoi tesori petroliferi si offrono in modo provocante agli avidi occhi russi. (Richard Nixon)
  • Sai cosa fanno alle ragazze quando le arrestano? Sai cos'è successo a Niloufar? Sai che l'hanno fatto? Tu sai che per legge non si può uccidere una vergine. La sposano con un guardiano della rivoluzione, e lui la violenta prima di giustiziarla. Capisci che cosa vuol dire! Lo capisci! (Persepolis)

Ruhollah KhomeyniModifica

 
Dimostranti con foto di Ruhollah Khomeyni
  • Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati. O fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri, oppure di persone che avevano ordinato i massacri. Gente che aveva bruciato le case, torturato i prigionieri segandogli le braccia e le gambe, friggendoli vivi su griglie di ferro. Avremmo dovuto forse perdonarli, lasciarli andare? Quanto al permesso di rispondere alle accuse e difendersi, glielo abbiamo concesso: potevano replicare ciò che volevano. Una volta accertata la loro colpevolezza, però, che bisogno c'era dell'avvocato e dell'appello? Scriva il contrario, se vuole: la penna ce l'ha in mano lei. Si ponga le domande che desidera: il mio popolo non se le pone. E aggiungo: se non avessimo ordinato quelle fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo. E i morti, anziché cinquecento, sarebbero stati migliaia.
  • Il popolo s'è battuto per l'Islam. E l'Islam significa tutto, anche ciò che nel suo mondo viene chiamato libertà e democrazia. Sì, l'Islam contiene tutto, l'Islam ingloba tutto, l'Islam è tutto.
  • L'Iran non è nelle mie mani. L'Iran è nelle mani del popolo. Perché è stato il popolo a consegnare il paese al suo servitore, a colui che vuole il suo bene.
  • Le immense difficoltà che avete affrontato ci hanno portato ad un passo dalla vittoria. Avete cacciato lo scià, che ha rovinato il paese e venduto l'esercito allo straniero. La nostra vittoria finale sarà assicurata il giorno in cui avremo spezzato tutte le dominazioni straniere che cercano di salvare la monarchia: costoro devono sapere che il passato non può tornare e che i loro tentativi saranno vani.
  • Lo scià ha distrutto la cultura, l'economia e l'agricoltura. Noi demoliremo il sistema da lui messo in piedi.
  • Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l'operato del primo ministro e del futuro presidente della Repubblica.
  • Se vogliamo l'Islam, che bisogno c'è di aggiungere che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l'Islam e che bisogna credere in Dio.

Farah PahlaviModifica

  • C'erano dei comunisti che erano direttamente collegati all'Unione Sovietica. Così in Iran eravamo più preoccupati di una salita al potere dei comunisti. Persino i nostri alleati la pensavano lo stesso. I mullah, i religiosi, erano liberi d'andare nelle loro moschee e dire ciò che volevano dire. Credo che molti – soprattutto i comunisti – pensavano che se fosse venuto Khomeyni e lo scià fosse partito, avrebbero preso il potere. In ogni caso, nessuno di loro credeva nella religione, ma sono andati per strada con i loro veli e così via. Alcuni di questi che parteciparono alla rivoluzione oggi hanno il coraggio di dire, «Abbiamo commesso un grandissimo errore». Ma non si riesce a credere che persino degli intellettuali dicevano d'aver visto l'immagine di Khomeyni sulla luna...
  • I comunisti dall'Unione Sovietica, dalla Cina e quelli della sinistra erano contro di noi, e unirono le forze con Khomeyni. Mio marito la chiamò una coalizione nefasta del rosso e del nero, in cui il rosso erano i comunisti e il nero i fanatici religiosi. Forse non sapevamo cosa stesse succedendo nelle moschee e sottovalutavamo ciò che stesse facendo questa gente. Non potevamo credere che, dopo tutto quello che lo scià aveva fatto per il paese, sarebbe stato sostituito da qualcuno come Khomeyni.
  • La Repubblica islamica mi mise sulla sua lista nera. Al popolo d'Iran fu promesso il paradiso dai fondamentalisti, i quali aprirono la porta dell'inferno.
  • Mi ricordo d'una conversazione con Henry Kissinger in Egitto tanti anni fa quando dissi che forse avremmo dovuto aprire la società cinque o sei anni prima e la rivoluzione non sarebbe successa.
  • Molti ebrei iraniani partirono dopo la rivoluzione. Ricordo che a scuola avevo amici cristiani, avevo amici ebrei, e non c'erano discussioni.
  • Non dimenticherò mai le lacrime negli occhi dello scià il giorno in cui lasciammo l'Iran. In quella pista deserta e nell'aereo, il mio solo pensiero era se fosse l'ultima volta o se saremmo mai tornati.
  • Per anni mi sono sempre chiesto, come poterono restare in silenzio tutti quelli che all'epoca scrivevano sul tema dei diritti umani, dopo tutti gli avvenimenti disumani verificatisi in Iran negli ultimi anni? Non fu un caso che la caduta dello scià portò ad un Iran nel quale gli Iraniani non avevano più diritti umani.
  • Quando l'Iran era stabile, avevamo buone relazioni con il resto del mondo, e guarda cos'è successo in quella zona dopo la Rivoluzione iraniana: la Guerra Iran-Iraq, il talebano, la Guerra del Golfo e ora la Guerra in Iraq.
  • Volevamo creare progresso. I religiosi, ovviamente, come l'Ayatollah Khomeyni, erano contrari a tutto ciò.

Mohammad Reza PahlaviModifica

 
Studenti dell'Università di Teheran abbattono una statua dello scià
  • Alcuni interlocutori mi dicono oggi che avrei dovuto applicare la legge marziale in tutto il suo rigore. Sarebbe certamente stato possibile ristabilire l'ordine usando i mezzi di cui disponevo, ma a quale prezzo?
    Mi si dice anche che ciò sarebbe costato meno caro al mio Paese di quanto non costi l'anarchia sanguinaria che vi si è instaurata. Posso rispondere che è facile atteggiarsi a profeti a posteriori e che un sovrano non può salvare il proprio trono facendo scorrere il sangue dei suoi compatrioti. Può farlo un dittatore, perché agisce in nome di una ideologia che ritiene di dover far trionfare a qualunque prezzo. Ma un sovrano non è un dittatore; tra lui e il suo popolo esiste un'alleanza che egli non può rompere. Un dittatore non ha nulla da trasmettere; lui, e lui soltanto, rappresenta il potere. Un sovrano riceve una corona e deve trasmetterla.
  • Durante il mio regno, i rappresentanti della Croce Rossa poterono visitare tutti gli istituti di pena del Paese: è un fatto. I nostri penitenziari erano aperti a qualsiasi investigatore qualificato, e l'avvocato di qualsiasi detenuto poteva prendere conoscenza del fascicolo di accusa e aveva il tempo di preparare la difesa, di citare i testimoni necessari. Il condannato, infine, poteva appellarsi e ricorrere in cassazione, dopodiché usavo spesso del diritto di grazia. Ora non è più così; i cosiddetti «tribunali islamici» rappresentano un insulto agli elevati principi del Corano.
  • I «tribunali islamici» sono caratterizzati da un disprezzo totale dei più elementari diritti alla difesa. Secondo i «giudici» religiosi, gli accusati sono dei criminali evidenti per il solo fatto che hanno partecipato alla vita politica, sociale ed economica dell'Iran durante il nostro regno. Quanto ai «corrotti», che protestano la loro innocenza osservando anche i mollah hanno vissuto assai bene durante tutto quel periodo, aggravano la propria posizione. Inutile, dunque, ascoltare dei testimoni o delle arringhe.
  • Non posso fare a meno di interrogarmi anche sui sentimenti che devono provare coloro che oggi sono gli apparenti padroni dell'Iran. Nonostante i loro errori e i delitti che hanno fatto commettere, sono degli uomini di fede, che si appellano a Dio. Mi auguro comprendano finalmente che la rivoluzione che essi credono di aver condotta a buon esito non è offerta alla gloria di Dio, ma è al servizio delle forze del male.
  • Sono convinto che oggi la maggioranza di religiosi deplorano le prove inflitte al nostro popolo. Non parlo solo dei martiri, ma delle famiglie disperse, terrificate, sensa risorse, dei quattro milioni di disoccupati che il caos economico ha creato in un Paese che soltanto un anno prima offriva lavoro a un milione di stranieri. Coloro che hanno scelto di servire Dio non possono, senza una profonda tristezza, vedere schernire i più sacri principi della nostra religione.
  • Un fanatismo cieco ha instaurato nel Paese il regno del terrore, della follia e della stupidità.
    Ma ciò che è molto più difficile da comprendere è che gli stessi mass media che avevano visto nel nostro Paese troppi poliziotti, troppi prigionieri, dei morti inesistenti e cento volte moltiplicati nelle strade delle nostre città, all'improvviso non hanno più visto nulla, oppure hanno assistito senza indagarsi a un'ecatombe che ha fatto centinaia di vittime. Ancora più incomprensibile è il fatto che le associazioni di giuristi internazionali che ci avevano dato dei buoni consigli per «umanizzare» la nostra giustizia, abbiano taciuto all'avvento di inquisizione selvaggia.

Amir TaheriModifica

  • Al contrario della rivoluzione francese, che considerava la libertà un valore assoluto, anche, e forse soprattutto, contro l'Onnipotente, quella islamica intendeva abolire qualsiasi libertà nei confronti della legge divina e restituire gli uomini ai loro indissolubili legami con Allah. La rivoluzione islamica rifiutava anche quel concetto che considerava gli uomini di ogni fede uguali e fratelli.
  • Il successo ottenuto dall'imam nel portare la vittoria, in pieno XX secolo, una rivoluzione a carattere spiccatamente religioso, rappresenta un risultato raramente riscontrabile nella storia umana. Ma quello che appare veramente unico è il suo successo nell'instaurare il primo e solo stato teocratico che esista al mondo dalla caduta del Dalai Lama in Tibet. La rivoluzione dell'imam costituisce il solo ed unico esempio di una rivolta musulmana contro un governo occidentale, o di stile occidentale, che sia completamente riuscita laddove fallirono invece il mahdi nel Sudan, l'imam Shamel in Caucaso, le sceicco Hassan in Somalia e l'imam Ghalib nell'Oman. La storia di Khomeini e della sua rivoluzione è anche, come'è naturale, la storia dell'Iran contemporaneo. Khomeini rappresenta il prodotto quintessenziale (e sarei anche tentato di dire inevitabile) della società iraniana. Per lui la rivoluzione non è solo nazionale, ma soprattutto islamica, quando afferma con insistenza che l'Iran è semplicemente il primo lembo di terra in cui venga ristabilito il dominio di Allah.
  • La rivoluzione islamica è il primo cataclisma politico della storia che si sia svolto davanti alle telecamere. Il mondo assistette sgomento ed attonito allo spettacolo di milioni di uomini barbuti e di donne con lo chador, elettrizzati dal fanatismo religioso, che sciamavano nelle strade di Teheran per mettere fine alla più antica monarchia della storia e scacciare il monarca che sedeva sul trono da più tempo degli altri regnanti della terra.
  • Quattro decenni dopo che i mullah hanno creato la repubblica khomeinista, la loro rivoluzione non ha prodotto un solo poeta degno di questo nome. Khomeyni e Khamanei, entrambi poeti amatoriali, non hanno prodotto nient'altro che imitazioni francamente imbarazzanti del ghazal classico senza il suo fascino.

Bernardo ValliModifica

  • Come molte rivoluzioni, anche quella iraniana segue un percorso schizofrenico. Moderati e radicali, girondini e giacobini, si inseguono, si distruggono a vicenda, e nelle fasi più intense si tuffano nel massimalismo, per non essere travolti dai concorrenti. Così in queste ore gli ayatollah abitualmente cauti, inclini al compromesso, per saggezza o per calcolo, pronunciano i discorsi più intransigenti, predicano la guerra totale, contro tutti e contro tutto.
  • Il clero sciita, che ha promosso e guida la rivoluzione islamica di Teheran, non è composto di vermi che si agitano nella sporcizia e nel fango, come diceva il defunto scià di Persia. Gli ayatollah, che lo hanno travolto quando sembrava all'apice della potenza, difendono l'umiliato orgoglio di un'antica nazione, la Persia, e una religione a lungo frustrata, che i loro predecessori non hanno saputo preservare e rispettare. Li difendono col fanatismo, con l' odio, con una crudeltà d' altri secoli, e con un pessimo gusto che arriva al punto di costruire nel cuore di Teheran una fontana da cui sgorga acqua tinta di rosso, per ricordare il sangue versato dai martiri della rivoluzione. Ma li difendono dopo i numerosi fallimenti dei laici, degli innovatori. La loro rivoluzione è contro il mondo moderno, contro le società occidentali, contro i pagani, dai quali per secoli sono stati presi a calci. È un orgoglio ferito che esplode irrazionalmente, con il conforto di una religione che ha conservato una carica, un' intensità che noi definiamo medievale. Senza tener conto di questo, non si può capire il fenomeno iraniano.
  • La repressione di ogni tipo di dissenso risultò subito più severa di quella del periodo imperiale. La Costituzione approvata nel dicembre dello stesso anno conferì a Khomeini poteri assoluti a vita, in quanto guida politico-religiosa. Venne respinta qualsiasi influenza proveniente dal mondo occidentale ed ogni possibile opposizione interna al nuovo governo di stampo teocratico.
  • La rivoluzione all'inizio sconcertò i politici e gli storici. Era proprio una rivoluzione? Il significato attribuito all' espressione dal 1789 francese non sembrava calzare. Si disse che era la prima rivoluzione «a ritroso». Ossia la prima a infrangere l'idea, la certezza quasi dogmatica, che una rivoluzione equivalga a un' accelerazione dei tempi, a una spinta in avanti, che esprima in concreto, per la sua stessa natura, il concetto opposto di conservazione. Dopo tre decenni nessuno mette più in dubbio che si sia trattato di una rivoluzione, sia pure «alla rovescia», tesa a ricreare in un certo modo il passato e non a disegnare un futuro inedito. Essa ha rivoluzionato in tutti i casi l'islam sciita al suo interno, e influenzato l'assai più esteso, preponderante, Islam sunnita, che fino allora aveva tenuto in scarsa considerazione, o addirittura ignorato, la corrente minoritaria sciita (appena il 12% del mondo musulmano). Nella storia del '900, pur ricca di guerre e di rivoluzioni, l'avvento al potere dei religiosi a Teheran occupa senz'altro un capitolo importante. Nel nuovo millennio rappresenta uno dei principali problemi. Chi si trova nel mezzo di eventi tanto precipitosi riesce di rado a decifrarne il significato.
  • La rivoluzione islamica del '79 ha continuato a manifestare le tendenze repressive dello Stato modernizzatore dello scià, ma in versione teocratica (il Vélayat Faqih, ossia la sovranità del giurista teologico). Versione che ha implicato subito l'abolizione del divorzio, la proibizione dell'aborto, e, sulla base della sharia, la pena di morte per l'adulterio e per la bestemmia. Come durante il periodo imperiale l'apertura politica è stata considerata una minaccia all'unità nazionale.
  • Per gli sciiti il potere temporale è inevitabilmente imperfetto fino a che non sarà assunto dal dodicesimo Imam, per ora nascosto. Il clero lo esercita provvisoriamente nell'attesa di quell'avvento, vale a dire dell'uscita allo scoperto del per ora irreperibile inviato di Allah. Le monarchie sunnite come del resto un tempo quella dell'aborrito scià usurpatore sono tutte illegittime, come lo sono tutti gli altri regimi nei paesi musulmani. Una prova della loro illegittimità è la complicità con gli americani e i loro lacché. Questi principi stravaganti per la nostra epoca, ma non tanto per una religione ibernata secoli or sono, vengono adesso espressi politicamente, non si sa con quali conseguenze.

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