Plutarco

biografo, scrittore e filosofo greco antico

Plutarco (46 circa – 120), scrittore e filosofo greco antico.

Plutarco

Citazioni di Plutarco

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Moralia, 1531
  • [...] conviene che il governante infino a che non acquista per la confidenza e buona riputazione che s'ha di lui, tanto d'autorità che possa guidare il popolo a suo piacere, s'accomodi a' costumi presenti del popolo che ha fra mano, e faccia coniettura, e consideri quello di che prende piacere, e che più gli piace.[1]
  • Crisippo è colui che tesse le lodi della provvidenza per il fatto che ci ha procurato i pesci, gli uccelli, il miele e il vino.[2]
  • Da una parte il discorso è seducente, ma chi parla è inattendibile.
Ο μέν λόγος θαυμαστός, ο δέ λέγων άπιστος.[3]
  • [Anassimandro] Dice che la terra ha forma cilindrica e altezza corrispondente a un terzo della larghezza. Dice che quel che dall'eterno produce caldo e freddo si separò alla nascita in questo mondo e che da esso una sfera di fuoco si distese intorno all'aria che avvolgeva la terra, come corteccia intorno all'albero: spaccatasi poi questa sfera e separatasi in taluni cerchi, si formarono il sole, la luna gli astri. Dice pure che da principio l'uomo fu generato da animali di altra specie.[4]
  • Egli [Anassimene] sostiene che, solidificatasi l'aria, per prima si forma la terra la quale è molto piatta – e pertanto a ragione si mantiene sospesa nell'aria –: il sole, la luna, le altre stelle hanno il principio della nascita dalla terra. Afferma infatti che il sole è terra, la quale per la rapidità del movimento si è molto infocata ed è diventata incandescente.[4]
  • I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere.[5]
  • La morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto.[6]
  • La pittura è poesia silenziosa, e la poesia è pittura che parla.[7]
  • Ma la pesca con l'amo e le reti, per qualsiasi tipo di pesce, è chiaramente un colpevole atto di ghiottoneria e avidità da parte di chi desidera mangiare pesce; rappresenta inoltre un intorbidire le acque del mare, e un penetrare nelle sue profondità senza una buona ragione. [...] Infatti non soltanto tra gli Egizi e i Siriani, ma anche tra gli Elleni c'era un elemento di santità nell'astenersi dal mangiare pesce. Con l'aiuto della giustizia, penso che dovremmo respingere con orrore il lusso inutile del mangiare pesce.[8]
  • Perché le lupe in un determinato periodo dell'anno partoriscono tutte nel giro di dodici giorni? Antipatro, nel suo libro Sugli animali, asserisce che le lupe espellono i nati quando gli alberi che producono ghiande gettano a terra i loro fiori. Una volta che le lupe li assaggiano, il loro utero si schiude. Quando invece non c'è abbondanza di questi fiori, il feto – a detta di Antipatro – muore dentro il ventre della lupa e non può venire alla luce. È per questo motivo che le regioni che non sono ricche di ghiande e di querce non sono infestate dai lupi.[9]
  • Sovente avviene che gli amici nostri sono malati e muoiono, e noi prolungando le visite, o dispregiandoli nol sappiamo; ma de' nemici nostri andiamo curiosamente investigando infino a' sogni.[10]

Attribuite

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  • La barba non fa il filosofo.
Versione tuttora conosciuta del proverbio greco «ἀπò πώγωνoς φιλóσoφoι / σoφoί / σoφισταί» («(riconoscere) i filosofi / i sapienti dalla barba»). Abitualmente, si cita come sua fonte un passo delle Quaestiones convivales di Plutarco (709b), senza però accezioni proverbiali: «[...] sofisti che emettono gravi sentenze dalle loro barbe»[11].[12]

Iside e Osiride

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  • Il principio dell'essere, dello spirito, del bene, infatti è più forte della distruzione e del mutamento. Da esso derivano le immagini che improntano il mondo sensibile e corporeo. Ma le regole, le forme, le somiglianze che questo riceve sono come suggelli sulla cera. (citato in Giulio Busi, Qabbalah visiva, Einaudi, 2005, p. 22)
  • La cosiddetta tetraktys, ossia il trentasei, era la forma più alta di giuramento [per i pitagorici], come è stato rivelato, ed ha avuto il nome di Mondo perché è formata dalla somma dei primi quattro numeri pari e dei primi quattro dispari. (pp. 140-141)
  • Si potrebbe dedurre che anche gli Egiziani visualizzino la natura dell'universo con la figura del triangolo più bello, proprio come Platone nella Repubblica sembra averlo impiegato per impostare graficamente il concetto dell'unione matrimoniale. Questo triangolo ha l'altezza di 3 unità, la base di 4, e l'ipotenusa di 5, tale cioè che il suo quadrato è uguale alla somma dei quadrati degli altri due lati che la delimitano. L'altezza, dunque, può essere paragonata al maschio, la base alla femmina, e l'ipotenusa al figlio da entrambi generato; allo stesso modo Osiride si identifica con l'origine, Iside con l'elemento ricettivo, e Horos con il loro prodotto compiuto. (p. 118)
  • I Pitagorici hanno in odio il diciassette più di ogni altro numero, e lo chiamano "ostacolo". Esso infatti cade fra il sedici, che è un quadrato, e il diciotto, che è un rettangolo, i soli fra i numeri a formare figure piane che abbiano il perimetro uguale all'area; il diciassette si pone come un ostacolo fra di loro, e li separa uno dall'altro, e spezza la proporzione di uno e un ottavo in intervalli disuguali.

Apophthegmata Laconica

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Agesilao II

  Citazioni in ordine temporale.

  • Aveva l'abitudine di dire che un comandante deve distinguersi dai soldati semplici non per il lusso e le comodità, ma per resistenza e coraggio. (210 A)
  • Agli amici diceva che dovevano tentare di arricchirsi di virtù e di coraggio, non di denaro. (210 E)
  • Rispondendo a un tale che accusava gli Spartani di "medizzare", disse che erano piuttosto i Medi a "laconizzare". (213 B)
  • Quando gli fu chiesto quale virtù fosse migliore fra coraggio e giustizia, disse che il coraggio non serviva a niente in assenza della giustizia; d'altra parte, se tutti fossero stati giusti, non ci sarebbe stato nessun bisogno del coraggio. (213 B-C)
  • Diceva che gli abitanti dell'Asia non valevano nulla come liberi, ma erano schiavi eccellenti[13]. (213 C)
  • Diceva che un comandante doveva dar prova di coraggio con i nemici, di bontà con i subordinati e di sangue freddo nei momenti difficili. (213 C)
Agide II
  • Diceva che gli Spartani non mandavano a chiedere quanti erano i nemici, ma dove erano. (215 D)
Anonimo spartano
  • Vedendo uno che faceva una colletta per le divinità, uno spartano disse che non aveva nessuna stima per un dio che fosse più povero di lui. (235 E)
Cleomene I
  • Cleomene, figlio di Anassandrida, diceva che Omero era il poeta degli Spartani e Esiodo quello degli Iloti, perché il primo ha insegnato come si combatte, il secondo come si coltiva la terra. (223 A)
  • Quando lo accusarono di aver violato i giuramenti [dopo aver stipulato con Argo una tregua di una settimana, il terzo giorno l'aveva assalita, uccidendo alcuni abitanti e facendo prigionieri tutti gli altri], disse che aveva stipulato una tregua per sette giorni, ma che non aveva preso alcun impegno per le notti; aggiunse che, a giudizio sia degli dei sia degli uomini, qualunque danno si riesce a infliggere ai nemici è più importante della giustizia. (223 B)
Epeneto

Epeneto diceva che la colpa di tutti gli errori e di tutte le ingiustizie era dei bugiardi. (220 C)

Lisandro
  • A volte qualcuno lo rimproverava per la sua tendenza ad agire prevalentemente con l'inganno: dicevano che era indegno di Eracle vincere con trucchi, senza battersi a viso aperto. Egli rideva e rispondeva che, se la pelle di leone non serviva, bisognava cucirsi una pelle di volpe. (229 B)
  • Sosteneva che la verità è meglio della menzogna, ma il valore dell'una e dell'altra è determinato solo dall'uso che se ne fa. (229 A-B)
Pausania
  • Diceva che il medico migliore è quello che non fa marcire gli ammalati, ma li seppellisce direttamente. (231 A)

Bruta animalia ratione uti

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I traduzione

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U.: Parmi, o Circe, d'aver ben compreso, e ricordarmi di tutto; ma volentier saprei da te, se fra questi, che d'uomini trasformasti in lupi e lioni, sono alcuni Greci.
C.: Molti, o caro Ulisse: ma perché ne domandi?
U.: Perché mi si mostra, che torneria a mia gran gloria appresso a' Greci, se, la tua mercé, ottenessi di veder questi amici ritornati in forma umana, e non lasciassi invecchiarli contra natura dentro a' corpi di bestie con vita sì miserabile e lorda.

[Plutarco, Che i bruti usano la ragione, in Opuscoli di Plutarco, traduzione di Marcello Adriani, vol. 5, Sonzogno, Milano, 1829.]

II traduzione

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Odisseo: Circe, credo di aver capito queste cose e che me le ricorderò. Mi piacerebbe però sapere se ci sono altri greci che tieni presso di te fra quelli che hai trasformato in lupi e leoni.
Circe: Eccome! E sono per giunta molti, caro Odisseo! Ma perché me lo chiedi?
Odisseo: Per Zeus, ma perché penso che potrei guadagnarmi la gloria e la stima dei Greci se, con il tuo favore, potessi prendere con me – dopo che sono ridiventati uomini – i miei compagni, risparmiando loro una vecchiaia contro natura, dedita a una condotta di vita così turpe e ingloriosa in corpi bestiali.

[Plutarco, Bruta animalia ratione uti, traduzione di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1]

Citazioni

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  • E questo per ritornare a essere uomini, ovvero per trasformarci di nuovo negli esseri più disgraziati e infelici che ci siano al mondo? (cap. 2; 2015)
  • [...] l'anima migliore infatti è quella che produce la virtù senza fatica, come se fosse un frutto spontaneo. [...] Pertanto [...] l'anima delle bestie è naturalmente più nobile e compiuta quanto a produzione di virtù. Essa infatti, senza ricevere alcuna disposizione e senza che nessuno glielo insegni, produce e fa sviluppare in maniera conforme a natura, come se fosse un terreno non arato e non seminato, le virtù appropriate per ciascun essere vivente. (cap. 3; 2015)
  • Tu vedi i combattimenti delle fiere fra di loro e con gli uomini, come sieno senz'inganno e senz'arte, e come si difendano e facciano vendetta con palese e nudo ardire e con verace forza, e come non per comandamento di legge, né per temenza di pena da darsi a chi abbandona il campo, ma per natura fuggano l'esser vinti, e soffriscano gli ultimi mali per mantenersi invitti. [...] E quant'a quelle fiere che con lacci ed inganni furon prese dagli uomini, allorché sono in matura età e perfetta, tutte sdegnano il cibo e soffrono la sete, conducendosi a tale stremità, che ben mostrano d'amar meglio la morte che la servitù. [...] Onde è manifesto che gli animali sono ben disposti per natura all'ardire e al valore [...]. (cap. 4; 1829)
  • [...] nelle bestie la tendenza all'ardimento è ben connaturata. Al contrario, negli uomini la fermezza è del tutto innaturale. (cap. 4; 2015)
  • [...] quanto a forza e coraggio, pantere e leonesse non sono in nulla da meno rispetto ai loro maschi. (cap. 4; 2015)
  • Quanto alla temperanza di Penelope, migliaia di cornacchie gracchianti la metteranno in ridicolo guardandola dall'alto in basso. Ognuna di loro, infatti, quando muore il marito, rimane vedova non per poco tempo, bensì per nove generazioni di uomini. Di conseguenza, la tua bella Penelope è nove volte inferiore, quanto a temperanza, rispetto a qualsivoglia cornacchia.[14] (cap. 5; 2015)
  • E dunque, la temperanza è una forma di privazione e, al contempo, di ordinamento dei desideri, che elimina quelli estranei ed eccessivi e regola, secondo le circostanze opportune e in modo conforme alla giusta misura, quelli necessari. (cap. 6; 2015)
  • Le bestie, infatti, vivono la loro vita tenendosi del tutto a distanza dalle false opinioni così come si tengono lontane dal mare. Esse non amano vivere nell'eccesso, né amano le raffinatezze. (cap. 6; 2015)
  • E pertanto, gli uomini stessi concordano nel dire che alle bestie, più che agli umani, si addice la temperanza e che gli animali non sono abituati a fare violenza alla natura nel seguire le proprie pulsioni. (cap. 7; 2015)
  • L'uomo, invece, è stimolato dalla ghiottoneria verso ogni forma di piacere, e tutto vuole provare e assaggiare. Come se ancora non avesse scoperto quale cibo sia appropriato e adatto a lui, è il solo fra tutti gli esseri viventi a essere onnivoro. (cap. 8; 2015)
  • Piuttosto, egli, spinto dalla dissolutezza e dalla sazietà di alimenti necessari, va in cerca di quei cibi non idonei e impuri che si procura facendo a pezzi gli animali, rivelandosi così molto più crudele delle bestie più feroci. Il sangue, le carogne e la carne sono cibo appropriato per il nibbio, il lupo, il serpente, mentre per l'uomo rappresentano una prelibatezza. (cap. 8; 2015)
  • Chi ha insegnato alle capre cretesi a cercare il dittamo quando vengono colpite dalle frecce, per espellerlo dopo averlo brucato? Se infatti dici che è stata la natura la loro maestra – il che è vero –, allora elevi l'intelligenza delle bestie al più importante e saggio dei principi. (cap. 9; 2015)
  • Cavalli e buoi, se ammaestrati, nei teatri riescono a sdraiarsi e a eseguire alla perfezione danze, posizioni ardite e movimenti che non sarebbero facili neanche per gli umani. Ricordando le istruzioni che sono state impartite, danno così prove che non sono utili a null'altro che a mostrare quanto facile sia per loro apprendere. (cap. 9; 2015)
  • Le pernici, quando fuggono, abituano i loro piccoli a cadere giù sul dorso e a nascondersi coprendosi con le zampe con una zolla di terra. E poi, non vedi che, quando le giovani cicogne si allenano provando a volare dai tetti, le cicogne adulte stanno loro accanto a dare istruzioni? Quanto agli usignoli, essi insegnano ai loro piccoli a cantare. Se però vengono catturati quando sono ancora in tenera età, e vengono allevati dagli uomini, allora cantano peggio, come se fossero rimasti prima del tempo senza un vero maestro [...]. (cap. 9; 2015)
  • Come non c'è un albero che sia più o meno inanimato di un altro albero, ma sono tutti ugualmente privi di sensibilità (perché nessuno di essi ha una vera e propria anima), allo stesso modo un animale non potrebbe apparire più lento di comprendonio o meno capace di apprendere di un altro animale se non fossero tutti dotati di capacità di ragionare e di comprendere, chi in misura maggiore, chi in misura minore. Considera che le debolezze e la stoltezza di alcuni di essi attestano l'astuzia e l'ingegno di altri. (cap. 10; 2015)

Odisseo: Gryllos, stai molto attento che non sia una cosa mostruosa e sacrilega assegnare la capacità di ragionare a esseri che non hanno insita in sé alcuna idea della divinità.
Gryllos: Allora non diremo, caro Odisseo, che tu che sei così straordinariamente saggio sei nato da Sisifo?[15]

[Plutarco, Bruta animalia ratione uti, traduzione di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1]

De defectu oraculorum

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Narrano le favole, o Terenzio Prisco, che certe aquile, o cigni che fossero, dalle contrarie estremità della terra fino al mezzo di essa portate a volo, calassero nel medesimo luogo, a Delfo, presso del così detto umbilico; e che, tempo dopo, Epimenide di Festio volendo sapere dall'oracolo se vero fosse il racconto, n'avesse in risposta oscura ed ambigua, che:

Né della terra, né del mare in mezzo
Evvi umbilico, o se ve n'ha pur uno,
Solo agli Dei, non ai mortali, è noto.

[Del mancamento degli oracoli, traduzione di Marcello Adriani il giovane]

Citazioni

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  • Inoltre è anche più convenevole a Dio, che non esista un solo isolato mondo, imperciocché essendo egli perfettamente buono non gli manca niuna virtù, e molto meno la giustizia e la benevolenza; virtù nobilissime, e sommamente a lui Dio principe, non che agli altri Dei, convenientissime. Or dunque: In Dio per natura nulla può esistere di vano ed inutile; bisogna perciò che sussistano fuori di lui altri Dei minori, e più mondi, su i quali esso eserciti le virtù sociali; poiché, né verso di sé stesso, né in veruna parte di sé può esercitare la giustizia, la grazia, la benignità; ma è necessario che l'eserciti verso degli altri; sicché non è probabile che questo mondo, unico, senza vincoli amichevoli, senza vicinanza e comunione con altri mondi, vada solitario errando in un vuoto infinito. Ed in vero osserviamo, che natura tutte le cose singole e solitarie raccoglie ed involve nei generi e nelle forme, come in tanti recipienti, o seminali involucri ; imperciocché nulla cosa esiste nel numero degli esseri talmente solitaria, che non abbia qualche relazione in comune; né potrebbe avere una, od un'altra speciale denominazione ciò, che nella comunanza, non si conservasse insieme particolare; il mondo adunque non è chiamato con vocabolo di comunanza, ma di specialità, ossia di differenza da un'altra cosa del medesimo genere e della medesima forma. In oltre se natura non fece un solo uomo, un solo cavallo, un solo astro, un solo Dio, un solo Genio, che difficoltà ci può essere che la stessa natura abbia non un mondo solo, ma più? (1827, pp. 213-14)
  • Il grande Pan è morto!
Πὰν ὁ μέγας τέθνηκεν.[16]

De esu carnium

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Tu ti chiedi per quale motivo Pitagora si astenesse dal mangiar carne? Io per parte mia mi domando stupito quale evenienza, quale stato d'animo o disposizione mentale abbia spinto il primo uomo a compiere un delitto con la bocca, ad accostare le labbra alla carne di un animale morto e a definire cibo e nutrimento, davanti a tavole imbandite con corpi morti e corrotti, membra che poco prima digrignavano i denti e gridavano, che potevano muoversi e vedere. Come poteva il suo sguardo tollerare l'uccisione delle vittime sgozzate, scuoiate, smembrate, il suo olfatto resistere alle esalazioni, come ha fatto il senso di contaminazione a non dissuadere il palato, a contatto con le piaghe di altri esseri, nel ricevere i succhi e il sangue putrefatto di ferite mortali?

[Plutarco, I dispiaceri della carne. Perì sarcophagìas, a cura di Alessandra Borgia, Stampa alternativa, Roma, 1995. ISBN 88-7226-269-0]

Citazioni

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  • Sarebbe il caso di discutere su chi cominciò per primo a mangiar carne, non su chi troppo tardi smise! (I, 1; 1995)
  • Non sarebbero tutti d'accordo nel sostenere che i primi che si misero a mangiar carne lo fecero spinti dal bisogno e dall'indigenza? (I, 2; 1995)
  • Non vi vergognate a mescolare i frutti commestibili con il sangue e con la morte? Osate definire feroci i serpenti, le pantere e i leoni mentre siete voi che vi lordate di morte senza esser affatto da meno di queste fiere in fatto di crudeltà? Per essi, infatti, l'animale ucciso è fonte di nutrimento, mentre per voi è solo un boccone prelibato. (I, 2; 2015)
  • Per un pezzetto di carne togliamo il sole, la luce, il tempo della vita a un'anima che per nascita e per natura ne ha diritto. I gridi che emettono, poi, ci sembrano suoni inarticolati, non preghiere, suppliche, apologie, con cui ciascuna dice: "Non ti chiedo di rinunciare a ciò che ti è necessario, ma alla violenza; uccidi per nutrirti, ma non per soddisfare un capriccio del palato". Che crudeltà! È terribile veder apparecchiare una tavola di uomini ricchi che si servono di cuochi e gastronomi che han cura dei morti, ancora più terribile vederla sparecchiare: sono di più le vivande lasciate di quelle mangiate. (I, 4; 1995)
  • Noi siamo così ricercati nella nostra crudeltà che chiamiamo la carne "companatico" e poi abbiamo bisogno di companatico per accompagnare la carne stessa, mescolandovi olio, vino, miele, garo, aceto, spezie siriache e arabe, come se veramente stessimo imbalsamando un cadavere per seppellirlo. (I, 5; 1995)
  • Diogene si azzardò a mangiare un polpo crudo nel tentativo di eliminare la necessità di cuocere le carni. Attorniato da molti uomini, coperto da un mantellaccio, porta la carne alla bocca e dice: "Per voi io mi espongo a questo pericolo e metto a repentaglio la mia vita". Bel pericolo, o Zeus! Non l'ha infatti affrontato come Pelopida, per la libertà dei Tebani o come Armodio e Aristogitone, per quella degli Ateniesi! Il filosofo ha lottato contro il polpo crudo per rendere la vita umana più simile a quella delle bestie! (I, 6; 1995)
  • Non solo dunque il mangiar carne è contro natura in relazione al corpo, ma rende ottuso anche lo spirito con la sazietà e il disgusto che ne deriva. (I, 6; 1995)
  • Gli Attici avevano l'abitudine di chiamare noi Beoti grossolani, stolidi e sciocchi soprattutto a causa della nostra ingordigia. (I, 6; 2015)
  • Ma, indipendentemente da questo, l'attitudine alla filantropia non sembra una cosa meravigliosa? Chi infatti, avendo un'attitudine così benevola e umana nei confronti di esseri appartenenti ad altre specie, potrebbe arrecare offesa a un uomo? (I, 7; 1995)
Ma a parte tutto questo, non vi sembra meraviglioso fare l'abitudine a comportarci con senso di umanità? Chi infatti potrebbe trattare ingiustamente un uomo se ha già sviluppato un sentimento di mitezza e umanità verso esseri a lui estranei e non appartenenti alla sua stirpe? (2015)
  • Gli Egizi gettano via le viscere dopo averle estratte dai cadaveri e averle esposte al sole, in quanto le considerano causa di tutte le colpe commesse dagli uomini. (II, 1; 2015)
  • Se non si attengono a una norma naturale, gli organi di senso si ammalano contagiandosi a vicenda, si lasciano traviare e si abbandonano alla dissolutezza. (II, 2; 2015)
  • E dunque quale pasto per cui si uccide un essere vivente non costituirebbe un lusso? Riteniamo quello della vita un dispendio di poco conto? [...] parlo comunque della vita di un essere senziente, dotato di vista, udito, della facoltà di rappresentazione e di comprensione intellettiva che ogni essere vivente ha ricevuto in sorte dalla natura [...]. (II, 3; 2015)
  • Così dapprima fu divorato qualche animale selvatico e feroce, poi un uccello o un pesce trovato già dilaniato; una volta che l'istinto aveva cominciato ad assaggiare il sangue degli animali selvaggi, passarono al bue aratore, alla pecora mite e al gallo custode della casa e così a poco a poco, acuendo l'insaziabilità di nostro desiderio, ci siamo spinti all'uccisione di uomini, alle guerre e alle stragi. (II, 4; 1995)

De sollertia animalium

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  • Ma c'è qualcuno che dice che questa pratica [la caccia] abbia causato il diffondersi, fra gli uomini, dell'insensibilità e della ferocia. (cap. 2)
  • E nello smembrare e fare a pezzi l'oca domestica e il piccione – «l'abitante del focolare» di Sofocle –, non per fame e per procurarsi un nutrimento, come farebbero le donnole e i gatti, ma per puro diletto e per ghiottoneria, gli uomini hanno dato vigore alla componente ferina e sanguinaria della loro natura e l'hanno resa inflessibile alla pietà, smussando invece la loro componente per gran parte mansueta. In modo diametralmente opposto, i pitagorici hanno scelto la via della cura e della gentilezza nei confronti degli animali al fine di fare sviluppare i sentimenti della filantropia e della compassione: la consuetudine, infatti, ha un potere incredibile nel condurre gli uomini, a poco a poco, a un graduale insinuarsi degli affetti. (cap. 2)
  • La natura, infatti, di cui dicono giustamente [gli stoici] che faccia tutto in vista di una finalità e di uno scopo, non ha generato l'essere animato con la capacità di percepire solo perché senta semplicemente quando gli accade qualcosa. Ma dal momento che molte cose sono per lui appropriate, altre invece aliene, non sarebbe capace di sopravvivere neanche un secondo se non avesse appreso a guardarsi dalle seconde e a giovarsi delle prime. Ed è la facoltà di percepire per mezzo dei sensi che permette si generi la conoscenza di entrambe le cose. Del resto, per esseri che non abbiano per natura una qualche attitudine al ragionamento, al giudizio, alla memoria e all'attenzione, non ci sarebbe nessuna possibilità di essere coinvolti nelle attività che seguono la percezione per mezzo dei sensi, che consistono nel prendere o cercare ciò che è vantaggioso e nello scartare o evitare le cause di morte o di dolore. E anzi, gli occhi e le orecchie, pur essendo presenti, non sarebbero di alcun aiuto per quegli esseri che hai privato della capacità di prevedere gli eventi, della memoria, del proposito, della capacità di pianificare, di sperare, di desiderare, di provare paura o dolore. (cap. 3)
  • [...] l'allocco viene preso da malia se dei danzatori ballano al suo cospetto mentre lui si sforza di muovere contemporaneamente le spalle seguendo un ritmo piacevole. (cap. 3)
  • [...] la ragione in sé è generata dalla natura, mentre la ragione al suo stadio compiuto e perfetto si raggiunge con la cura e l'apprendimento. (cap. 4)
  • [...] se mettiamo a confronto gli ippopotami e le cicogne: queste ultime [...] nutrono i loro padri, mentre i primi li uccidono per accoppiarsi con le madri. Ma pensiamo anche alle pernici e ai piccioni. I maschi delle prime fanno scomparire le uova e le distruggono perché la femmina, mentre cova, rifiuta l'accoppiamento; i maschi dei piccioni, invece, si avvicendano alle loro femmine nella cura delle uova scaldandole e imbeccano per primi i neonati; inoltre, il piccione colpisce con il becco la sua femmina se si è allontanata per troppo tempo, e la riconduce alle uova e ai piccoli. E non so come Antipatro, che rimprovera la mancanza di pulizia degli asini e delle pecore, abbia omesso il caso delle linci e delle rondini. Le linci infatti, dopo averli nascosti e fatti sparire, mettono da parte del tutto, in un luogo lontano, gli escrementi e le rondini, invece, insegnano ai loro piccoli a espellere le feci volgendosi, dal nido, verso l'esterno. (cap. 4)
  • [...] Pitagora [...] ha insegnato a ricavare vantaggio dagli animali senza però commettere ingiustizia nei loro confronti. (cap. 7)
  • Io penso, infatti, che chi scherza e si diverte debba mettersi a trattare con persone allegre e che vogliono stare reciprocamente allo scherzo: Bione era solito dire che mentre i bambini giocano a colpire le rane con le pietre, le rane invece non possono più giocare a morire, ma muoiono per davvero. Ebbene, in maniera analoga si divertono le persone che si dedicano alla caccia e alla pesca, godendo delle sofferenze e della morte di animali che in alcuni casi vengono sottratti ai loro cuccioli e ai loro neonati. (cap. 7)
  • Il polipo, in inverno, mangia se stesso standosene accucciato [...] a tal punto egli è pigro o insensibile o ingordo o tutte queste cose messe insieme. (cap. 9)
  • Per non parlare degli elefanti: dal momento che gli alberi che abbattono o troncano per mangiare smussano e rendono spuntate le loro zanne, si servono di una di esse a tal fine, l'altra invece la tengono sempre aguzza e affilata per difendersi dagli attacchi. Il leone cammina sempre tenendo le zampe strette verso l'interno e con gli artigli ritratti per non smussare le punte a furia di sfregarle e per non lasciare tracce visibili ai suoi inseguitori. Non è facile, infatti, trovare le impronte degli artigli del leone, e chi si imbatte in esse le trova piccole e confuse, e per questo motivo comincia a girare a vuoto e si perde. Dell'icneumone, sicuramente, avrete sentito che non è da meno rispetto a un oplita che si arma per la battaglia. Questo animale, infatti, si ricopre di un rivestimento di fango che fa indurire sul suo corpo come se fosse una corazza quando è in procinto di combattere con il coccodrillo. (cap. 10)
  • Non certo per un solo motivo, poi, sarebbero da lodare le opere dei ragni, che sono un modello comune per le tele delle donne e per le reti dei pescatori [...]. (cap. 10)
  • Le oche, invece, prese dal timore delle aquile, quando sorvolano il Tauro prendono nel becco una pietra di grosse dimensioni, come se si volessero tappare la bocca o volessero imbrigliare la componente chiacchierina e loquace del loro carattere per passare in silenzio e inosservate. (cap. 10)
  • Né mi stupisco più di chi per primo ha scoperto il modo di aprire un'ostrica chiusa dopo che sono venuto a conoscenza degli stratagemmi degli aironi. Quando infatti capita loro di inghiottire una conchiglia chiusa, pur se infastiditi, sopportano strenuamente fino a quando non si accorgono che è stata ammorbidita e macerata dal calore del loro corpo. Allora, dopo averla sputata aperta e con le valve spalancate, inghiottono la parte commestibile. (cap. 10)
  • Sarebbe impossibile raccontare con precisione il modo in cui le formiche si organizzano e amministrano i loro beni. Sarebbe tuttavia irriguardoso trascurare completamente l'argomento. In natura infatti non esiste specchio così piccolo delle virtù più grandi e più nobili, giacché come in una pura goccia d'acqua risplende in essa, in modo evidente, ogni qualità. «Lì risiede l'amicizia», ovvero la socievolezza; nella capacità di sopportare le fatiche di questo animale vi è poi una certa immagine del coraggio, e vi sono inoltre, nella formica, molti germi – per così dire – di temperanza, molti germi di intelligenza e di senso della giustizia. (cap. 11)
  • I Traci [...] quando si accingono ad attraversare un fiume ghiacciato, si servono di una volpe per testare la durezza della superficie. Procedendo con circospezione, l'animale accosta infatti il suo orecchio alla lastra, e se si accorge che il rumore della corrente che scorre è troppo vicino [...] si arresta e, se glielo permettono, ritorna indietro. In assenza di rumore, invece, facendosi coraggio, prosegue. (cap. 13)
  • Non è facile del resto trovare un'azione degli animali meglio dotati dalla natura che riveli l'esistenza, in loro, di una sola virtù, giacché in realtà anche nell'animale più portato all'affetto si trova una componente di coraggio, anche in chi è nobile d'animo si trova la docilità e, allo stesso modo, la furbizia e l'intelligenza non sono disgiunte dall'ardore e dal coraggio. [...] i cani mostrano con ogni evidenza di avere insieme un animo docile e nobile quando desistono dall'attaccare le persone che si sono accovacciate a terra. [...] Infatti i cani cessano di attaccare chi si è gettato per terra e ha assunto un atteggiamento sottomesso. (cap. 15)
  • Le lepri, quando fanno ritorno alla loro tana, mettono i leprotti a dormire ognuno in un punto diverso e spesso anche tenendoli alla distanza di un pletro l'uno dall'altro, di modo che, se per caso dovesse avvicinarsi un cane o un uomo, non si trovino a correre pericoli tutti insieme. Le stesse madri, dal canto loro, lasciano impronte un po' dappertutto correndo di qua e di là, e alla fine, dopo avere fatto un grande balzo che le proietta lontano dalle tracce che hanno lasciato, vanno anch'esse ad accovacciarsi. (cap. 16)
  • Le femmine dei cervi preferiscono partorire i propri piccoli nei pressi di una strada, dove le bestie carnivore non si avvicinano. I maschi, invece, quando si accorgono di essere appesantiti per via dell'eccessiva pinguedine, si appartano in luoghi sicuri e si salvano nascondendosi, visto che non confidano più nella possibilità di fuggire correndo. (cap. 16)
  • È comunque ancora più raffinata l'attenzione che il porcospino rivolge ai propri cuccioli. In pieno autunno, infilandosi sotto le viti e facendo cadere i grappoli d'uva a terra con le zampe, si rotola su di essi e se li applica addosso sugli aculei. Una volta, quando ero bambino, un porcospino offrì, a me che lo osservavo, lo spettacolo di un grappolo che strisciava e camminava allontanandosi: tanto voluminoso era il suo carico di acini mentre se ne andava in giro! Ebbene, dopo avere raccolto l'uva, la mamma porcospino, intrufolandosi nella sua tana, porse gli acini ai suoi piccoli perché potessero staccarglieli dal dorso e goderne a loro piacimento. (cap. 16)
  • Sempre Giuba, poi, racconta che gli elefanti, senza che nessuno li abbia istruiti prima, sono capaci di recitare preghiere in onore degli dèi. Essi infatti si purificano nel mare e, sollevando la proboscide come fosse una mano, si genuflettono al cospetto del sole nascente. È come conseguenza di questo fenomeno che l'elefante – come testimonia Tolomeo Filopatore – è l'animale più caro agli dèi. (cap. 17)
  • Per il resto, i comportamenti dei leoni non sono da meno quanto a socialità. Gli esemplari più giovani, infatti, portano con sé, a caccia, i compagni che sono ormai divenuti lenti e anziani. Qualora questi dovessero soccombere alla fatica, si fermano e si mettono ad aspettare, mentre i più giovani continuano a cacciare. Se prendono una preda, allora li chiamano, emettendo un verso simile al muggito di un giovane toro. I leoni anziani lo sentono e avvicinandosi ai compagni consumano insieme la preda. (cap. 17)
  • Relativamente al modo di amare degli animali, in molti casi si presenta con manifestazioni violente e furiose, in altri invece si registrano forme raffinate che non sono lontane da quelle umane e modalità di accoppiamento che non disdegnano le armi della seduzione. (cap. 18)
  • Gli storni, i corvi e i pappagalli imparano a parlare e offrono ai loro addestratori un'emissione di voce estremamente duttile e capace di imitare ogni suono, cosa che permette loro di articolarla e modularla. Ebbene, a me pare che questi uccelli abbiano la funzione di difendere, come se fossero avvocati, la causa di tutti gli altri animali in relazione all'apprendimento. (cap. 19)
  • Gli usignoli che vengono allevati con le loro madri [...] apprendono non in vista di una ricompensa né per la gloria, ma semplicemente per il piacere che provano nel gareggiare nel canto e perché hanno cara la bellezza della propria voce più della sua utilità. (cap. 19)
  • Forse però ci copriamo di ridicolo quando celebriamo la capacità di apprendere degli animali; soprattutto se pensiamo che, come mostra Democrito, essi sono stati i nostri maestri nei settori più importanti dell'esistenza. Dal ragno abbiamo appreso l'arte della tessitura e del rammendo, dalla rondine l'arte di costruire edifici, e imitando gli animali che emettono versi armoniosi, come il cigno e l'usignolo, abbiamo appreso il canto. (cap. 20)
  • [...] il serpente rende acuta e rafforza la vista, se offuscata, con il finocchio, mentre l'orsa, quando esce dalla tana, per prima cosa mangia l'aro selvatico, poiché il suo gusto piccante funziona da lassativo per il suo intestino. (cap. 20)
  • Gli Egizi dicono di avere osservato attentamente – e di avere imitato – i lavaggi che gli ibis compiono nell'acqua marina quando purgano le parti interne del proprio corpo. I sacerdoti egizi, del resto, utilizzano per purificarsi proprio l'acqua da cui l'animale ha bevuto, poiché, se fosse velenosa o comunque nociva, non le si avvicinerebbe neanche. (cap. 20)
  • Dicono anche che, se le si offre un capretto, la tigre è capace, quando è a dieta, di rimanere senza mangiare per due giorni di fila. Al terzo giorno, però, viene assalita da una fame rabbiosa, chiede altro cibo e fa a pezzi la gabbia. Risparmia però il capretto, che considera come un compagno e un contubernale. (cap. 20)
  • Le capre cretesi, quando ingoiano il dittamo, riescono facilmente a espellere le frecce che le hanno colpite. In questo modo hanno consentito alle donne gravide di capire che questa pianta ha proprietà abortive. Di fatto, non c'è niente se non il dittamo che questi animali desiderano e corrono a cercare quando sono feriti. (cap. 20)
  • I Libici si fanno beffe degli Egizi, che vanno raccontando, a proposito dell'orige, di come emetta un grido proprio nel giorno e nell'ora in cui sorge l'astro che essi chiamano Sothis e noi, invece, chiamiamo Cane o Sirio. I primi, dal canto loro, affermano invece che, quando l'astro sorge in perfetta congiunzione con il sole, tutte le loro capre si volgono contemporaneamente verso di esso e guardano a oriente. (cap. 21)
  • I coccodrilli sacri appartenenti ai sacerdoti non solo riconoscono le loro voci quando li chiamano, tollerando di farsi toccare, ma per giunta spalancano le loro bocche per permettere che i denti vengano puliti dalle mani di quelli e strofinati con pezze di lino. Recentemente poi, il mio carissimo amico Filino, che è venuto a trovarmi al ritorno da un viaggio in Egitto, mi ha raccontato di aver visto ad Anteopoli una vecchia su una amaca con un coccodrillo che le si era comodamente accucciato accanto. È poi da molto tempo che gira la storia relativa al coccodrillo sacro del re Tolomeo, di cui si dice che non aveva voluto rispondere ai suoi richiami e non aveva ascoltato le sue insistenti preghiere. Secondo i sacerdoti, l'animale aveva presagito la morte del sovrano, che effettivamente avvenne non molto tempo dopo. (cap. 23)
  • [...] si dice che un grandissimo numero di animali – e soprattutto le scimmie – si avvicini alla pantera, che li attrae con il suo piacevole profumo. (cap. 24)
  • Il branzino, poi, si mostra ancora più virile dell'elefante. Quando infatti viene preso all'amo, è capace di estrarne la punta non dal corpo di un suo simile, ma dal suo stesso fianco: con un movimento alternato della testa da una parte e dall'altra, allarga la ferita e sopporta il dolore della lacerazione fin quando non riesce a fare uscire l'amo.
    Lo squalo volpe non si avvicina spesso agli ami, ma fugge l'inganno. Una volta preso, però, riesce a liberarsi subito. Grazie alla sua elasticità e alla sua agilità, infatti, gli viene naturale contorcere il proprio corpo e rivoltarlo tanto da mutare le parti interne con quelle esterne ed espellere l'uncino. (cap. 24)
  • Assieme all'uso dell'intelletto, tuttavia, si rilevano [negli animali marini] capacità sociali e attitudini di amore reciproco. (cap. 25)
  • Quando viene catturato, il delfino, non appena si accorge di essere finito nelle maglie della sagena, rimane fermo senza agitarsi; e per giunta è felice, perché si rimpinza senza alcuno sforzo con l'enorme quantità di pesci impigliati nella rete. Quando infine è in prossimità della terraferma, rosicchia la rete e ne sguscia fuori. (cap. 26)
  • In molti esseri acquatici è possibile scorgere tecniche incredibili di caccia e di attacco. Per esempio, la stella marina sa bene che tutto ciò che lambisce viene distrutto e perisce, e per questo espone il proprio corpo con indifferenza e permette di farsi toccare da ogni cosa che le corra incontro o che le si accosti. Quanto alla torpedine, sicuramente conoscete i suoi poteri. Essa non soltanto immobilizza chiunque la tocchi, ma addirittura, attraverso la sagena, getta in un profondo torpore le mani dei pescatori. (cap. 27)
  • [...] il camaleonte non cambia affatto il suo colore in virtù di un qualche piano, né per nascondersi: è solo per paura che si trasforma, poiché è per natura codardo e vile. (cap. 27)
  • D'altro canto [I polipi], se vengono afferrati dalle chele dell'aragosta, quest'ultima ha facilmente la meglio su di loro, perché la levigatezza del corpo non può trovare soccorso contro la ruvidezza. Mentre, se il polipo introduce i suoi tentacoli all'interno dell'aragosta, riesce a distruggerla. (cap. 27)
  • Presento invece gli esempi di tutti i ricci di mare presi al completo. Essi, quando avvertono che sta per scatenarsi una tempesta marina o un tumulto dei fondali, prendono come zavorra dei sassolini, per non essere sballottati a causa della loro leggerezza e per non farsi spazzare via dai marosi. In questo modo restano saldamente fermi grazie al peso delle pietruzze. Per il resto, la capacità che hanno le gru di cambiare la direzione del proprio volo con il mutare dei venti non è una cosa tipica di questa sola specie animale. Tutti i pesci, nel loro complesso, presentano nozioni analoghe e se ne avvalgono nuotando sempre in direzione opposta all'onda e alla corrente [...]. In tal modo, infatti, l'acqua del mare, divisa in due dalla testa, riordina le branchie abbassandole e, scorrendo dolcemente sulla loro superficie corporea, non la rende ruvida. [...] Fa però eccezione lo storione, di cui si dice che nuoti con la corrente e il vento a prua, senza timore che le sue squame vengano scompigliate. Le loro giunture, infatti, non sono orientate verso la coda. (cap. 28)
  • Il tonno percepisce così bene l'arrivo dell'equinozio e del solstizio che l'uomo stesso può imparare da lui senza avere bisogno di usare le tavole astronomiche. Questo animale si ferma dovunque lo sorprenda il solstizio d'inverno e in quello stesso luogo se ne rimane immobile a passare i suoi giorni fino all'arrivo dell'equinozio. (cap. 29)
  • Essi [i tonni] infatti sono arrivati a vette di conoscenza matematica tali che, amando molto vivere tutti insieme e nutrirsi in gruppo, danno sempre al loro schieramento la forma di un cubo e ne fanno, per così dire, un volume compatto che li raggruppa tutti quanti fasciandolo con sei superfici piane uguali. Quindi, nuotano in questa disposizione, mantenendo una forma quadrangolare su due lati. Ne consegue dunque che chi è preposto all'avvistamento dei tonni, una volta che ha visto il numero di pesci vicini alla superficie, può rendere noto il numero complessivo del banco, sapendo che la profondità è uguale alla larghezza e alla lunghezza. (cap. 29)
  • L'abitudine di proseguire in banchi di pesci, del resto, ha dato anche il nome alle amie. E penso che lo stesso valga anche per i giovani tonni. Quanto alle altre specie che – come è noto – vivono in comunità e si dispongono in banchi, non sarebbe possibile mettersi a contare con esattezza i componenti di questi gruppi. Piuttosto si deve passare a parlare di forme di solidarietà individuale e di simbiosi fra specie di animali marini. Una di queste, quella del «guardiapinna», ha fatto consumare grandi quantità di inchiostro a Crisippo, che – per così dire – ha insignito questa bestia della proedria in tutte le sue opere di fisica e di etica. Egli, comunque, non deve avere conosciuto il «guardiaspugna», che altrimenti non avrebbe tralasciato. (cap. 30)
  • Per il resto, la spugna non è priva di anima né è priva di percezione e di sangue, ma, come molti altri animali, sta abbarbicata sugli scogli ed è fornita di un movimento suo proprio, fatto di contrazioni e di espansioni, che ha però bisogno di stimoli che le inducano il ricordo e la istruiscano. (cap. 30)
  • I murici della porpora vivono in gruppo e, come le api, fabbricano tutti insieme favi all'interno dei quali si dice che si riproducano. Raccolgono le parti commestibili delle alghe e dei muschi marini che rimangono attaccate alle loro conchiglie e si servono reciprocamente, a rotazione, una sorta di banchetto periodico, dal momento che ognuno di loro, in serie, nutre l'altro. (cap. 30)
  • Sembra poi che Eratostene dica che sia l'orata a essere «il rapido pesce sacro dalle sopracciglia dorate».
    Molti però credono che sia lo storione il pesce sacro. Esso è un animale raro e difficile da pescare. E tuttavia viene spesso avvistato nei pressi della Panfilia, e i pescatori che riescono a catturarlo si autoincoronano e mettono corone nelle loro barche. (cap. 32)
  • Quanto all'amore paterno degli squali, essi non sono inferiori per dolcezza d'animo e buona disposizione nei confronti della prole a nessuno degli animali più mansueti. [...] Allo stesso modo è degna di meraviglia la cura che la tartaruga riserva nel generare e tutelare la prole. Essa depone le uova emergendo a riva, vicino al mare, ma poiché non ha la forza di covarle e di restare per molto tempo sulla terra ferma, le deposita sulla battigia e le ricopre facendo un mucchio con la sabbia più fine e più morbida. [...] Ma una notizia ancora più stupefacente di quest'ultima è quella secondo cui è solo dopo avere atteso fino al quarantesimo giorno [...] che le tartarughe finalmente si avvicinano a esse, riconoscendo ognuna il proprio tesoro. Quindi ciascuna lo apre al colmo della gioia, come neanche farebbe un essere umano con un baule pieno d'oro. (cap. 33)
  • Anche le foche partoriscono all'asciutto. Esse spingono a poco a poco i loro cuccioli a fare prova del mare facendoli emergere subito dopo che si sono immersi. Le madri fanno ripetere spesso questa sequenza di immersioni ed emersioni, fino a quando i piccoli, abituatisi, non hanno preso coraggio e non hanno cominciato ad apprezzare la vita acquatica. (cap. 34)
  • Mentre perdevo il mio tempo a parlare di foche e di rane, stavo per trascurare e passare sotto silenzio il più sapiente e il più caro agli dèi fra gli animali acquatici. Quale usignolo è giusto paragonare all'alcione per l'amore della musica? Quale rondine per l'affetto nei confronti dei figli? Quale colomba per l'amore nei confronti del proprio coniuge? Quale ape per le capacità architettoniche? Di quale altra creatura la divinità ha voluto onorare in tal modo la nascita, la gestazione e perfino i dolori del parto? Si racconta che una sola isola sia stata resa ferma per accogliere Leto che era sul punto di partorire. Per l'alcione femmina, che genera nel periodo del solstizio invernale, il dio sgombra invece l'intera distesa marina dalle onde e dalle brume. Una conseguenza di questo fenomeno è che non esiste animale che gli uomini amino di più al mondo. Grazie all'alcione, infatti, essi navigano senza pericolo per sette giorni e sette notti nel cuore dell'inverno, al punto che, per tutto questo periodo, i viaggi per mare sono più sicuri di quelli via terra. (cap. 35)
  • [...] Afrodite considera nel complesso tutti gli esseri che popolano le acque marine come consacrati a sé e come fratelli, e prova dispiacere se uno solo di essi viene ucciso. Sapete bene, del resto che a Leptis i sacerdoti del dio Poseidone si astengono del tutto dal cibarsi di creature marine. Così come sapete che a Eleusi gli iniziati venerano la triglia e che la sacerdotessa di Era, ad Argo, si priva di mangiare questo pesce perché lo onora. Le triglie, infatti, uccidono le lepri marine – che sono letali per gli uomini e si cibano della loro carne. Per questo motivo questi pesci godono di tale immunità in quanto animali amici dell'uomo e come apportatori di salvezza. (cap. 35)
  • A ogni modo, era naturale che il dio amasse anche l'innata propensione nei confronti della musica che mostra il delfino. [...] Ma probabilmente è il suo amore nei confronti degli uomini che lo rende caro agli dèi. Il delfino è infatti il solo animale che è affettuosamente legato all'uomo in quanto tale. [...] nel delfino soltanto si trova, in relazione all'uomo, quella cosa che vanno cercando tutti i migliori filosofi, ovvero l'amore disinteressato. Questo animale, infatti, non ha bisogno di ricevere nulla dagli umani e, dal canto suo, nei confronti di tutti gli uomini mostra la sua benevolenza e amicizia, e molte persone ha soccorso in passato. (cap. 36)

De tranquillitate animi

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Tardi ricevetti la lettera tua[17], per la quale m'invitavi a scriverti qualche concetto della Tranquillità dell'animo, e sopra alcuni luoghi del Timeo, che bisogno hanno di più diligente sposizione. Nel medesimo tempo venne occasione al nostro amico Erote di navigare in diligenza a Roma, per lettere ricevute dal virtuosissimo Fundano, che l'affrettavano a venirne via volando: così non avendo tempo per far quanto desideri (come prima credetti d'avere), e non potendo soffrire che un tal uomo, da me partito, fusse veduto da te interamente con man vuote, raccolsi sommariamente alcune memorie compilate in altro tempo da me per mio uso, stimando che tu non mi domandi questo discorso per udire ornata scrittura, ma per servirtene a tuo prò.

[Traduzione di Marcello Adriani il giovane]

Citazioni

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  • Siccome adunque ammoniva Senofonte, che nelle prosperità più che in altro tempo ci ricordassimo degli Iddii, e gli riverissimo, acciò ne' nostri bisogni con più sicurezza gli invochiamo, come già conosciuti per propizj ed amici; così conviene che i prudenti ed accorti facciano provvedimento, avanti che vengano le passioni, di que' discorsi che possono sovvenire alle passioni; affinché essendo prima presti e pronti, maggiormente profittino. Perché sicome i cani più fieri ferocemente abbaiano a tutte le voci che sentono, e s'ammansano a quella sola che sogliono udire, così non è agevole quietar le passioni dell'anima, allorché sono più inasprite e più contumaci, se non hai a mano ragioni proprie e familiari che l'arrestino, quando cominciano a travagliarla. (I; 1827, p. 322)
  • Or quanto a quelli [Democrito] che dicono che per viver vita tranquilla non è da intromettersi in molti affari pubblici o privati, primieramente dico, che troppo ci fan costar cara la tranquillità dell'animo, volendo farcela comprar col prezzo dell'ozio [...]. (II; 1827, p. 323)
  • [...] non è vero che menino vita tranquilla coloro, che non operan molto: per questa ragione dir si dovria che le donne per lo più dimoranti in casa, più riposatamente vivessero, che non fanno gli uomini. [...] [N]ondimeno i dolori dell'animo, i turbamenti, le scontentezze, rea semenza che germoglia nella selva delle gelosie, delle superstizioni, dell'ambizione e vanagloria, sì varia e numerosa, che non si potrebbe annoverare giammai, si versano in grande abbondanza nelle segrete camere delle donne. (II; 1827, p. 323)
  • Ma sì come gli uomini di povero cuore, che nel navigare sentono offendersi dal commovimento dell'onde, credono di star meglio se lasciata la scafa montano sopra il brigantino, dal brigantino sopra la galea, e non di meno nulla operano a lor profitto, perché portano, ovunque vanno, la collera e la paura; così il cangiar maniera di vita non toglie all'anima le cagioni che l'attristano e conturbano [...]. (III; 1827, p. 325)
  • Alessandro udendo discorrere Anassarco dell'infinita moltitudine de' mondi, lagrimò; e domandando gli amici, che cagione gli traesse fuori le lagrime, rispose: Non ho ragione di piangere, se, essendo i mondi infiniti, ancora non siamo signori d'un solo? (IV; 1827, p. 326)
  • [...] Platone rassomigliò la vita nostra al giuoco del tavoliere, ove conviene co' dadi fare i punti migliori, ma saper anche rivolgere al meglio i peggiori. (V; 1827, p. 328)
  • E questo è il primo punto ove fa mestieri d'esercitarsi, ed a questo addrizzare i suoi pensieri; come colui che traendo al cane con la pietra fallì, e invece del cane colpì la matrigna dicendo: E questo ancora non torna male [...]. (VI; 1827, p. 328)
  • [...] se sarai scontento del non aver figliuoli, sovvengati che niuno imperador romano lasciò l'impero a' figliuoli. (VI; 1827, p. 329)
  • [...] una lasciva figliuola di Stilpone non fece che egli non menasse vita più lieta di qualunque altro filosofo: anzi rimproverandogli Matrocle questo fallo della figliuola, rispose: Dimmi il fallo è mio, oppur di mia figlia? Il fallo è di lei, e la sventura è tua, replicò Matrocle. Com'è questo (soggiunse l'altro), i falli non son cadute? Sì (rispose Matrocle), e le cadute non sono danni di coloro che caggiono, e i danni non sono sventure de' danneggiati? Con dolce e filosofico progresso di punto in punto avendo fatto palese che la maldicenza del cinico altro non era che vano abbaiamento. (VI; 1827, p. 330)
  • [...] gli affari commessi alla tua fé non s'amministrano da persone di semplici e buoni costumi, quasi strumenti atti e ben disposti, ma per lo più con ruvidi e distorti; il raddrizzare i quali non credere appartenersi a te, nè agevole a farsi; ma se tali gli userai quali son per natura, come fa il cerusico [chirurgo] del cane [pinza] da cavar denti, e delle fibbie [grappette] da riserrar le ferite, apparirai grazioso e moderato, quanto comporta il fatto ch'hai fra mano, e prenderai più piacere dalla tua disposizione, che dispiacere per l'altrui ritrosie e malvagità [...]. (VII; 1827, p. 331)
  • [...] non fermar lo sguardo solamente nelle parti risplendenti e gloriose di coloro che ammiri e stimi felici; ma squarciato ed aperto quel fiorito velo dell'opinione e dell'apparenza che gli cuopre, penetra dentro, e vedraivi molti travagli e noie. (XI; 1827, p. 337)
  • Non meno adunque nuoce alla tranquillità dell'animo la volontà disproporzionata al potere, in guisa delle vele troppo grandi, che fanno traboccare la navetta; perché promettendosi più alte speranze che non deggiono, e non le conseguendo, ne incolpano Iddio e la Fortuna, e non la propria follia. Non è sventurato chi vuol saettare coll'aratolo, o col bue pigliar la lepre, nè s'oppone rea fortuna a chi non inviluppa i cervi con le reti da pescare; ma la propria mattezza e malvagità per aver tentate cose impossibili. Principal cagione di tale errore è il cieco amor di sé stesso, che gli fa divenire in tutte l'occasioni desiderosi de' primi onori, ed ostinati, e voler tutto per sé stessi, senza saziarsi giammai. (XII; 1827, p. 339)
  • Ma sì come il pittore i colori più lieti e più chiari mette di sopra nella tavola, e nasconde i meno piacenti e i più scuri, così conviene che nell'anima nostra i gioiosi ed illustri avvenimenti ricuoprino e adombrino i torbidi e dolorosi. (XV; 1827, p. 345)
  • [...] la ragione fa svanire tutte l'altre tempeste della mente, ma il pentimento si fabbrica da sé stessa, il quale con onta morde e gastiga sé medesimo: che sì come chi s'agghiaccia, e s'infiamma per lo ribrezzo o caldo interno della febbre sente maggiore ambascia ed affanno che quelli, i quali ricevono di fuori gelo ed arsura delle stagioni, così i casi di fortuna fanno i dolori più leggieri, comeché vengano di fuori. (XIX; 1827, p. 353)

Moralia

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  • Chiedevano secchi e rifiutavano vasche. (Sulla loquacità (Περὶ ἀδολεσχίας, De garrulitate), 512e)
Ἃμας απήτουν, οἱ δ'ἀπηρνούντο σκάφας.
  • Ciò che l'uomo sobrio ha nel cuore, l'ubriaco l'ha sulla lingua. (La loquacità, 503F, in Tutti i Moralia)
  • [Dionisio disse] [...] si dovrebbero ingannare i bambini con i dadi e gli adulti con i giuramenti. (330f)
  • Quando le candele son spente tutte le donne son belle. (da Moralia, Precetti coniugali, 144 E)
  • Quando si gioca a palla le mosse di chi riceve devono essere in sintonia con quelle di chi lancia: così in un discorso c'è sintonia tra chi parla e chi ascolta se entrambi sono attenti ai propri doveri. (da Moralia, II)
  • Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e a riceverla, nell'uso della parola invece il saperla accogliere bene precede il pronunciarla. (da Moralia, II)
  • Si narra che il tiranno Dionisio, udendo un giorno il suono di una cetra di un suonatore, promise di donargli un talento. Ma il giorno successivo il suonatore, ricordandogli la promessa, ebbe tale risposta: ieri mi donasti piacere col suonare e io te ne diedi con lo sperare, così, nell'atto del dilettarmi, ricevesti la tua ricompensa che fu la speranza. (334a)
  • Ma, al di là di tutti questi ragionamenti, occorre ricordare che fare politica non è soltanto esercitare una carica, andare in ambasceria, gridare forte nell'assemblea, dibattersi sopra la tribuna a fare discorsi o a presentare progetti di legge, cose che i più intendono per fare politica, così come la maggior parte delle persone immagina che la filosofia consista nel dibattere dall’alto di una cattedra e nel fare corsi su alcuni testi. Ciò che sfugge a persone del genere sono quella politica e quella filosofia che continuamente e in modo uniforme si può cogliere di giorno in giorno nelle opere e nelle azioni. La maggior parte delle persone immagina che la filosofia consista nel dibattere dall'alto di una cattedra e nel fare corsi su alcuni testi. Ciò che tuttavia sfugge, a persone del genere, è la filosofia che si vede esercitata nelle opere e nelle azioni di ogni giorno. Socrate non faceva disporre sedili per gli uditori, non si sedeva in una cattedra professorale, non aveva un orario fisso per discutere o passeggiare con i suoi discepoli. Ma scherzando con loro, bevendo o andando alla guerra o in piazza, e alla fine andando in prigione e bevendo il veleno, egli ha fatto filosofia. E' stato il primo a dimostrare che, con ogni tempo e in ogni luogo, in tutto ciò che ci accade e in tutto ciò che facciamo, la vita quotidiana dà la possibilità di filosofare. (da Moralia, X)

Vite parallele

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  Per approfondire, vedi: Vite parallele.

Incipit di alcune opere

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Il volto della luna

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[...] queste dottrine», disse Silla, «esse infatti convengono al mio mito e hanno origine di lì. Prima però penso che gradirei sapere se avete addotto qualche argomento preliminare contro le teorie sul volto della luna che sono oggi correnti e in bocca a tutti»[18].

Le vite di Teseo e Romolo

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Gli storici nelle loro carte geografiche, o Sossio Senecione, concentrano ai margini delle carte i dati che sfuggono alla loro conoscenza e scrivono come spiegazione «al di là non ci sono che deserti e zone infestate da belve», oppure «palude inesplorata», o «ghiaccio scitico», o «mare gelato».[18]

Sulla fortuna

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Dovuto a fortuna è l'agire dei mortali, non a saggia decisione.[19]

Citazioni su Plutarco

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  • Dinanzi alle sue creature Plutarco [nelle biografie] non ha mai un atteggiamento acritico. È longanime come può esserlo solo un drammaturgo che opera sempre con molti personaggi dai caratteri diversi e in particolare con le loro diversità. Per questo ha esercitato due generi di influenza. Alcuni hanno ricavato i loro modelli da lui, come da un libro di oracoli, e hanno modellato la propria vita in conformità. Altri hanno assunto dentro di sé i suoi quasi cinquanta personaggi e sono così divenuti o rimasti drammaturghi. (Elias Canetti)
  • E però Plutarco [...] non si può recar per modello né di lingua né di stile, essendo però stato forse più filosofo di tutti i filosofi greci, molti de' quali sono esempi di perfettissimo scrivere. Ma non erano così sottili come Plutarco. (Giacomo Leopardi)
  • E pure questo stesso Plutarco che ha gli occhi di lince nel guardare addentro il cuore umano, è miopo nel passare accuratamente a rassegna le dottrine degli antichi filosofi; monca sposizione delle loro idee; spesso pensieri smembrati; nozioni poco rilevanti sostituite d'ordinario alle cardinali; molte volte né саро, né coda nel tutto, e di frequente mostruosità nelle parti. (Francesco Lomonaco)
  • Forse più precisamente d'ogni altro accennò i danni del vitto animale ne' suoi precetti di sanità, e ne' suoi discorsi del mangiare le carni. (Antonio Cocchi)
  • I grandi uomini non sono generati dalle madri, ma dai Plutarco. (Stanisław Jerzy Lec)
  • Lo stile di Plutarco, di quanto è più sdegnoso e più sostenuto [rispetto a Seneca], è, secondo me, di altrettanto più virile e persuasivo: crederei facilmente che la sua anima avesse gli impulsi più sicuri e più regolati. L'uno, più vivace, ci stimola e ci sveglia di soprassalto, tocca più lo spirito. L'altro, più calmo, ci istruisce, ci fortifica e conforta costantemente, tocca più l'intelletto. Quello là rapisce la nostra mente, questo la conquista. (Michel de Montaigne)
  • Negli scritti di filosofi «pagani» come Plutarco e Porfirio troviamo un'etica umanitaria particolarmente elevata che, dopo avere subìto una lunga repressione ecclesiastica durante il Medioevo, è ricomparsa, seppure inizialmente in forma attenuata e irregolare, nella letteratura del Rinascimento, per riapparire in modo più definito nel XVIII secolo con la scuola denominata della «sensibilità». (Henry Stephens Salt)
  • Ora quelli [tra gli storici] che scrivono le vite, in quanto si intrattengono più nei disegni che nei fatti, più in ciò che viene dal di dentro che in ciò che accade di fuori, quelli me li sento più vicini. Ecco perché, in ogni modo, Plutarco è il mio uomo. (Michel de Montaigne)
  • [Dopo aver descritto i sintomi della ormai inarrestabile sordità] Più volte già ho maledetto il Creatore e la mia esistenza. Plutarco mi ha indicato la strada della rassegnazione. (Ludwig van Beethoven)
  1. Da Insegnamenti civili, in Opuscoli, vol. IV, p. 635.
  2. Da De stoicorum repugnantiis, 21; in Frammenti sugli animali, p. 130.
  3. Da Regem et imperatorum apophthegmata, 192b.
  4. a b Da Doxa (opera generalmente attribuita a Plutarco ma di dubbia origine).
  5. Citato in Michel de Montaigne; citato in Aa. Vv., Manuale di diagnostica per immagini, per il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, Esculapio, Bologna, 2008, p. 1. ISBN 978-88-7488-271-7
  6. Da un frammento; citato in Elena Spagnol, Enciclopedia delle citazioni, Garzanti, Milano, 2009. ISBN 9788811504894
  7. Citato in AA.VV., Il libro dell'arte, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 12. ISBN 9788858018330
  8. Da Dialoghi a tavola; citato in Rynn Berry, Da Buddha ai Beatles: la vita e le ricette inedite dei grandi vegetariani della storia, traduzione di Annamaria Pietrobono, Gruppo Futura – Jackson Libri, Bresso, 1996, p. 79. ISBN 88-256-1108-0
  9. Da Aetia physica, 38; in Frammenti sugli animali, p. 164.
  10. Da Come si potria trar giovamento da' nimici, in Opuscoli, vol. I, p. 248.
  11. Da Questioni conviviali, in Tutti i Moralia, p. 1357.
  12. Dizionario delle sentenze latine e greche, a cura di Renzo Tosi, Rizzoli, Milano, 2017. ISBN 9788858690208
  13. Lo stesso Plutarco (Apophthegmata Laconica, 222 D-E) attribuisce una citazione uguale a Callicratida.
  14. Nell'antichità le cornacchie erano considerate animali molto longevi e temperanti. Cfr. nota a p. 467 sg.
  15. «Molti editori ipotizzano che il testo sia mutilo della sua parte conclusiva. Il riferimento sardonico a Sisifo lascia però pensare, piuttosto, a un finale a effetto [...]. Gryllos qui segue la tradizione [...] secondo la quale Odisseo non sarebbe figlio di Laerte, bensì di Sisifo, il noto ateo che riteneva che gli dèi fossero stati inventati dagli uomini al fine di incutere timore ai malvagi [...]». (nota a p. 470)
  16. Da De defectu oraculorum, Gregorius N. Bernardakis Ed., sez. 17.
  17. Il corrispondente si chiamava Pancio.
  18. a b Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937
  19. Verso del tragico Cheremone divenuto proverbio (Nauck, TGF, p. 782).

Bibliografia

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  • Plutarco, Bruta animalia ratione uti, traduzione e note di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Plutarco, Che i bruti usano la ragione (Bruta animalia ratione uti), in Opuscoli, traduzione di Marcello Adriani il giovane, vol. V, Sonzogno, Milano, 1829.
  • Plutarco, De esu carnium, traduzione di Roberto Pomelli, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Plutarco, De sollertia animalium, traduzione di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Plutarco, I dispiaceri della carne. Perì sarcophagìas (De esu carnium), a cura di Alessandra Borgia, Stampa alternativa, Roma, 1995. ISBN 88-7226-269-0
  • Plutarco, Iside e Osiride, traduzione di Marina Cavalli, Adelphi, Milano, 1985. ISBN 88-459-0612-4
  • Plutarco, Le virtù di Sparta (Apophthegmata Laconica), traduzione di Giuseppe Zanetto, Adelphi, 1996. ISBN 978-88-459-1208-5
  • Plutarco, Moralia I – La serenità interiore e altri testi sulla terapia dell'anima, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1989, pp. I-LIX, 1-508.
  • Plutarco, Moralia II – L'educazione dei ragazzi, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1990, pp. I-XXXVIII, 1-451.
  • Plutarco, Moralia III – Etica e politica, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1992, pp. I-LIII, 1-490.
  • Plutarco, Opuscoli, traduzione di Marcello Adriani il giovane, 6 voll., Sonzogno, Milano, 1825-1829, vol. I, 1825, vol. III, 1827, vol. IV, 1827.
  • Plutarco, Sulla fortuna, traduzione di Antonella Marzucchi e Elisabetta Salvestrini, Millelire Stampa Alternativa, 1993. ISBN 9788872261286
  • Plutarco, Tutti i Moralia, coordinamento di Emanuele Lelli e Giuliano Pisani, traduzioni di Giuliano Pisani, Emanuele Lelli, Filippo Carlà-Uhink, Leo Citelli, Annalisa Montalbano, Mattia Balbo, Giuliana Besso, Irene Berti, Francesco Caruso, Maria G. Castello, Lucia Cecchet, Antonella D'Alessandro, Carlo Delle Donne, Daniel Di Salvo, Filippo Franciosi, Gabriella Bertolini, Anna Busetto, Pia Carolla, Enrico Cerroni, Lorenzo M. Ciolfi, Lorenzo Bergerard, Doralice Fabiano, Marco Fanelli, Laura Fanton, Luca Giorgiutti, Arduino Maiuri, Daniele Mazza, Giacomo Moro, Francesca Romana Nocchi, Fabio Orpianesi, Stefano Prignano, Mario Rocchi, Rosanna Rossa, Maria Cristina Sanna, Anna Sofia, Salvatore Tufano, Valentina Zanusso, con la partecipazione dei ragazzi del liceo Tasso di Roma, revisione generale di Leo Citelli, Emanuele Lelli, Valentina Zanusso, Bompiani, Firenze-Milano, 2018. ISBN 9788858777428
  • Stoici, Frammenti sugli animali, traduzione di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1

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