Miguel de Cervantes

scrittore, romanziere, poeta, drammaturgo e militare spagnolo
(Reindirizzamento da Miguel De Cervantes)

Miguel de Cervantes Saavedra (1547 – 1616), scrittore spagnolo.

Miguel de Cervantes

Citazioni di Miguel de Cervantes

modifica
  • [...] amore e desiderio sono due cose diverse: ché non tutto quello che si ama si desidera, né tutto quello che si desidera si ama.
[...] amor y deseo son dos cosas diferentes: que no todo lo que se ama se desea, ni todo lo que se desea se ama.[1]
  • Da un'altra nube sbucò il gran Lope
    poeta insigne che, in versi e in prosa,
    nessuno supera e nemmeno uguaglia.[2]
  • [...] il cielo [sa] trarre dalle maggiori avversità nostre i nostri più grandi giovamenti.[3]
  • [...] meglio il disonore ignorato che l'onore sospettato dalla gente.[4]
  • Brigida: [...] Solo l'altro giorno ho trovato per via un poeta, che di buonissima volontà e con molta cortesia mi regalò un sonetto sulla storia di Piramo e Tisbe, e me ne promise altri trecento in mia lode.
    Cristina: Meglio sarebbe stato per te incontrare un genovese che ti regalasse trecento reali.
    Brigida: Già, i genovesi sono in tale abbondanza e tanto facili da attirare, come falchi allo zimbello! Adesso poi, che sono tutti abbacchiati e mosci per il decreto!
    Cristina: Senti, Brigida, di una cosa ti dico che devi esser certa: che vale di più un genovese fallito che quattro poeti interi.[5]
  • [Napoli] Gloria d'Italia e ancor del mondo lustro, madre di nobiltade e di abbondanza, benigna nella pace e dura in guerra.[6]
  • Nelle sventure comuni si riconciliano gli animi e si stringono amicizie.[7]
  • [...] sciocco è, e molto sciocco colui che disvelando altrui un secreto, gli chiede ferventemente che lo celi [...].[8]
necio es, y muy necio, el que, descubriendo un secreto a otro, le pide encarecidamente que le calle [...][9]

Attribuite

modifica
  • L'onestà è la miglior politica.
La citazione è presente nella traduzione in lingua inglese di Pierre Antoine Motteux del Don Chisciotte: «Honesty is the best policy» (parte II, cap. 33); essa, però, non trova alcun riscontro nell'originale in lingua spagnola. Frase idiomatica inglese[10], attestata come proverbio anche in italiano[11].
  • Le ingiurie sono sempre grandi ragioni per coloro che non ne hanno.[12]
  • Nella bocca chiusa non entrano le mosche.
La citazione è presente in alcune traduzioni in lingua inglese del Don Chisciotte: «A close mouth catches no flies» (parte I, cap. 25); essa, però, non trova alcun riscontro nell'originale in lingua spagnola.
  • Non si possono prendere trote con i calzoni asciutti.
Proverbio spagnolo corrispondente all'italiano: «Chi vuole il pesce, bisogna che s'ammolli». In Don Chisciotte (parte II, cap. LXXI) è citato solo parzialmente: «No se toman truchas..., y no digo más».
  • Sii tardo di lingua e lesto d'occhio.
Sé lento con la lengua y rápido con el ojo.[13]

Don Chisciotte della Mancia

modifica

Citazioni in ordine di pubblicazione.[14]

Originale

modifica

En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme, no ha mucho tiempo que vivía un hidalgo de los de lanza en astillero, adarga antigua, rocín flaco y galgo corredor. Una olla de algo más vaca que carnero, salpicón las más noches, duelos y quebrantos los sábados, lantejas los viernes, algún palomino de añadidura los domingos, consumían las tres partes de su hacienda. El resto della concluían sayo de velarte, calzas de velludo para las fiestas, con sus pantuflos de lo mesmo, y los días de entresemana se honraba con su vellorí de lo más fino.

Lorenzo Franciosini

modifica

In una Terra della Mancia, del cui nome non me ne voglio ricordare, non è troppo, che si ritrovava un Cittadino, di quelli, che per ostentazione d'una certa grandezza, tengono lancie, e targhe antiche nella rastrelliera; un can d'aggiugnere, e un ronzin magro da passeggiare. Nel suo vitto ordinario, che era una buona pignatta di un poco più di bue, che di castrato, la sera il più delle volte, carne battuta, il Sabato frittate rognose, i Venerdì lente, e qualche piccioncino di più le Domeniche; spendeva la terza parte delle sue facultà. Il resto di esse consumava in farsi un bel saio di panno finissimo, calzoni di velluto per i dì delle feste, con un paio di pantofole dello stesso, e i giorni tra settimana, faceva il bello con un vestito di panno bigio, del più fino, che si trovasse.

Bartolomeo Gamba

modifica

Viveva, or non è molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che hanno lance nella rastrelliera, scudi antichi, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarti della sua rendita per mangiare più bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato intingolo di pecore mal capitate, lenticchie il venerdì, e qualche piccolo piccioncino di giunta le domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso, portando un vestito di rascia della più fina.

Alfredo Giannini

modifica

In un borgo della Mancia, che non voglio ricordarmi come si chiama, viveva non è gran tempo un nobiluomo di quelli che hanno e lancia nella rastrelliera e un vecchio scudo, un magro ronzino e un levriere da caccia. Un piatto di qualcosa, più vacca che castrato, brincelli di carne in insalata, il più delle sere, frittata in zoccoli e zampetti il sabato, lenticchie il venerdì, un po' di piccioncino per soprappiù la domenica, esaurivano i tre quarti dei suoi averi. Al resto davano fine la zimarra di castorino, i calzoni di velluto per le feste con le corrispondenti controscarpe pur di velluto. Nei giorni fra settimana poi gli piaceva vestire d'orbace del più fino.

Ferdinando Carlesi

modifica

In un borgo della Mancia, di cui non voglio ricordarmi il nome, non molto tempo fa viveva un gentiluomo di quelli con lancia nella rastrelliera, scudo antico, ronzino magro e can da séguito. Qualcosa in pentola, più spesso vacca che castrato, quasi tutte le sere gli avanzi del desinare in insalata, lenticchie il venerdì, un gingillo il sabato, un piccioncino ogni tanto in più la domenica, consumavano tre quarti delle sue rendite; il resto se ne andava tra una casacca di castoro con calzoni e scarpe di velluto per le feste, e un vestito di fustagno, ma del più fino, per tutti i giorni.

Vittorio Bodini

modifica

In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella restrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore.

Letizia Falzone

modifica

«In un borgo della Mancia», il cui nome non mi viene a mente, non molto tempo fa viveva un cavaliere di quelli con lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ronzino magro e un levriero corridore. Un piatto più di vacca che di castrato, un tritato di carne fredda in insalata tutte le sere, frittata coi ciccioli il sabato, lenticchie il venerdì, qualche piccioncino in soprappiù la domenica, consumavano tre quarti della sua rendita. Il resto se ne andava tra un mantello di fino panno nero, calzoni di velluto per i giorni festivi, con soprascarpe della stessa stoffa, e un vestito di lana greggia della migliore per tutti i giorni.

Citazioni

modifica

Prima parte

modifica
 
Illustrazione di Gustave Doré
  • [...] per il poco dormire e il molto leggere gli si prosciugò il cervello, in modo che venne a perdere il giudizio. (I; 2007)
  • [...] mai però fu molto quel che è buono [...]. (Il curato; VI; 2007)
  • [...] purché avessi da mangiar bene, mangerei altrettanto bene e meglio in piedi, e da me solo, che seduto accanto a un imperatore. E anzi, per dir la verità, mi sa molto meglio quello che mangio nel mio cantuccio senza tante smorfie e complimenti, anche abbia ad essere pane e cipolla, che i tacchini di cert'altre mense dove io sia costretto a masticare adagino, a ber poco, a pulirmi ogni momento, a non starnutare né tossire se me ne venga voglia né a fare altre cose che s'accompagnano con lo star soli e liberi. (Sancho; IX; 2007)
  • Mi pare proprio di vederla ora, con quel viso che aveva, di qua il sole e di là la luna. (XII; 2007)
  • Ma, pur dato il caso che siano uguali le bellezze, non ne viene che abbiano ad essere uguali i desideri, perché non tutte le bellezze innamorano, essendovene di quelle che sono una gioia per gli occhi ma non soggiogano il cuore. (Marcella; XIV; 2007)
  • [...] la bellezza in una donna onesta è come fuoco acceso discosto o spada aguzza; quello non brucia né quella ferisce chi non vi si avvicina. (Marcella; XIV; 2007)
  • [...] i desideri si alimentano di speranze [...]. (Marcella; XIV; 2007)
  • È proprio vero, insomma, che ci vuole del tempo per arrivare a conoscere le persone, e che non c'è nulla di sicuro in questo mondo. (Sancho; XV; 2007)
  • Tuttavia, ti faccio osservare, fratel mio Panza — replicò don Chisciotte — che non c'è ricordo cui il tempo non cancelli, né dolore a cui la morte non metta fine. (XV; 2007)
  • La sorte lascia sempre una porta aperta nelle disgrazie, per mettervi riparo. (Don Chisciotte; XV; 2007)
  • Le ferite che si ricevono nelle battaglie conferiscono onore piuttosto che toglierlo. (Don Chisciotte; XV; 2007)
  • — Sappi, Sancio, che un uomo non vale più d'un altro se non fa più d'un altro. (Don Chisciotte; XVIII; 2007)
  • [...] non è possibile che il male e il bene durino a lungo: dal che ne consegue che, essendo durato molto il male, il bene è ormai vicino. (Don Chisciotte; XVIII; 2007)
  • [...] la bocca senza denti è come molino senza mola, e molto più conto si deve fare di un dente che di un diamante. (Don Chisciotte; XVIII; 2007)
  • La paura ha molti occhi, e se vede le cose di sotterra, tanto più quelle di lassù, del cielo. (XX; 2007)
  • È il carattere naturale delle donne, questo — disse don Chisciotte: — disdegnare chi le ama e amare chi le aborrisce. (XX; 2007)
  • [...] l'eccesso di confidenza che ti ho concesso ha provocato questa mancanza di rispetto. (Don Chisciotte a Sancho; XX; 2011)
  • — Scommetto — replicò Sancio — che vossignoria crede che io abbia fatto dal corpo mio... qualche cosa che non sta bene.
    — A rimestarla è peggio, amico Sancio — rispose don Chisciotte. (XX; 2007)
  • [...] i primi impulsi non sono in potere dell'uomo. (Don Chisciotte; XX; 2007)
  • — Mi pare, Sancio, che non ci sia proverbio che non dica il vero, giacché son tutte sentenze ricavate appunto dalla esperienza, madre d'ogni scienza [...]. (Don Chisciotte; XXI; 2007)
  • [...] sii breve nei tuoi discorsi, perché nessuno ve n'ha di piacevole, se lungo. (Don Chisciotte; XXI; 2007)
  • Anzi io ho sentito dire — disse don Chisciotte, — che chi canta scaccia malinconia. (XXII; 2007)
  • [...] le disgrazie sempre perseguitano il bell'ingegno. (Ginesio; XXII; 2007)
  • [...] una delle doti della prudenza è che quello che si può ottenere con le buone non si voglia avere con le cattive [...]. (Don Chisciotte; XXII; 2007)
  • [...] è proprio di gente bennata l'essere riconoscente dei beneficî che si ricevono ed uno dei peccati che più offende Dio è l'ingratitudine. (Don Chisciotte; XXII; 2007)
  • [...] la malasorte però, la quale a giudizio di coloro che non sono illuminati dalla vera fede, ogni cosa guida, prepara e regola a suo modo. (XXIII; 2007)
  • [...] fare del bene ai villani è come gettare acqua nel mare. (Don Chisciotte; XXIII; 2011)
  • [...] ritirarsi non è fuggire, né aspettare è assennatezza quando il pericolo sorpassa la speranza. (Sancho; XXIII; 2007)
  • [...] chi cerca l'impossibile è giusto che gli sia rifiutato quel che è possibile [...]. (XXIII; 2007)
  • [...] è pur conforto nelle disgrazie trovare chi se ne condolga. (Don Chisciotte; XXIV; 2007)
  • [...] che un cavaliere errante divenga matto avendone motivo, non c'è né merito né grazie da rendere; il nodo della questione sta in perdere il senno senza un perché e nel far comprendere alla mia dama, che se a freddo faccio questo, cosa sarei capace di fare a caldo? (Don Chisciotte; XXV; 2007)
  • [...] quello che a te pare catinella di barbiere a me pare l'elmo di Mambrino, e ad un altro parrà un'altra cosa. (Don Chisciotte; XXV; 2007)
  • [...] il fare una cosa per un'altra è lo stesso che mentire. (Don Chisciotte; XXV; 2007)
  • Ah, pazzo, ch'io sono! Ora che mi trovo lontano e fuori del pericolo, dico che dovevo fare quel che non feci! (Cardenio; XXVII; 2007)
  • [...] la morte che ci coglie a un tratto fa subito finire il dolore, ma quella che si prolunga nei tormenti uccide di continuo senza spegner la vita. (Cardenio; XXVII; 2007)
  • Con la sua sparizione si addensò la notte della mia tristezza, tramontò il sole della mia gioia, rimasero senza luce gli occhi miei, senza più ragionare la mia mente. (Cardenio; XXVII; 2007)
  • Oh memoria, mortale avversaria della mia pace! (Cardenio; XXVII; 2007)
  • [...] la musica calma gli animi sconvolti e mitiga i travagli dello spirito. (Dorotea; XXVIII; 2007)
  • [...] la buona e vera amicizia non può né deve esser mai sospettosa [...]. (XXXIII; 2007)
  • È la donna un vetro, inver, | Che non s'ha a provar perciò | Se si può spezzare o no, | Ché potria tutto accader. (XXXIII; 2007)
  • [...] la passione amorosa si vince soltanto col fuggirla [...]. (XXXIV; 2007)
  • [...] tanto più la bramata felicità tormenta quanto più è vicina la speranza di raggiungerla [...]. (Lotario; XXXIV; 2007)
  • [...] la vera nobiltà consiste nella virtù [...]. (Dorotea; XXXVI; 2007)
  • [...] le armi [...] hanno per oggetto e fine la pace, cioè, il maggior bene che gli uomini possono deisderare in questa vita. (Don Chisciotte; XXXVII; 2007)
  • [...] quanti di meno sono i premiati per causa della guerra che non i morti in essa? (Don Chisciotte; XXXVIII; 2007)
  • [...] raramente, o mai, accade il bene puro e semplice senz'essere accompagnato o seguito da qualche male che lo turbi e scompigli [...]. (Schiavo; XLI; 2007)
  • Se le sue glorie Amor vende costose | Ha ragione ed il suo traffico è giusto, | Ché non ci sono gioie più preziose | Di quelle valutate dal suo gusto, | Ed è cosa evidente | Che non val ciò che poco costa o niente. (XLIII; 2007)
  • [...] ognuno è figlio delle sue azioni; e, perché uomo, posso ben doventar papa. (Sancho; XLVII; 2007)
  • [...] la virtù più è perseguitata dai cattivi che amata dai buoni. (Don Chisciotte; XLVII; 2007)
  • [...] non essendo possibile che l'arco stia sempre teso né che la debole natura umana possa sostenersi senz'alcun lecito spasso. (Don Chisciotte; XLVIII; 2007)
  • [...] al povero è impossibile dimostrare con alcuno la virtù della generosità per quanto la possegga in sommo grado; e la generosità che consiste soltanto nel desiderio è cosa morta, come è morta la fede senza le opere. (Don Chisciotte; L; 2007)
  • [...] so solamente questo: potessi io avere così presto la contea come saprei reggerla! poiché ho tanta anima quanto un altro e tanto corpo quant'altri mai; e che sarei io altrettanto re del mio stato quanto ogni altro del suo; e una volta che lo fossi, farei quel che volessi; e facendo quel che volessi, farei a piacer mio; e facendo a piacer mio, sarei contento; e quando uno è contento, non ha altro da desiderare; e non avendo altro da desiderare, è bell'e finita [...]. (Sancho; XLVIII; 2007)

Seconda parte

modifica
 
Don Chisciotte e Sancho Panza (Honoré Daumier, 1868 ca.)
  • [...] le ingiurie suscit[a]no anche negli animi più umili la collera [...]. (Prologo al lettore, 2007)
  • [...] il soldato fa più bela figura magari morto nel combattimento che sano e salvo nella fuga. (Prologo al lettore, 2007)
  • [...] l'abbondanza delle cose, anche se buone, fa che non siano pregiate, mentre la scarsezza, magari delle cattive, conferisce loro certo valore. (Prologo al lettore, 2007)
  • — Vedi, Sancio — disse don Chisciotte: — dovunque sia la virtù in grado eminente, è perseguitata. (II; 2007)
  • [...] poiché le opere stampate sono prese in esame con tutta comodità, facilmente se ne vedono tutte le manchevolezze e tanto più sono attentamente vagliate quanto maggiore è la fama di chi le compose. (Sansone; III; 2007)
  • [...] certuni dicono: «Mai seconde parti furon buone» [...]. (Sansone; IV; 2007)
  • [...] i lavori fatti in fretta e furia non si compiono mai con la perfezione che si richiede. (Sancho; IV; 2007)
  • [...] io ho sentito dire (e, credo proprio dal mio padrone, se non ricordo male), che fra i due estremi, codardia e temerità, c'è quel di mezzo, cioè, la prodezza. (Sancho; IV; 2007)
  • Ognuno è come Dio l'ha fatto e spesso spesso è magari peggio. (IV; 2007)
  • [...] chi non sa godere della fortuna quando gli si presenta, non si deve lamentare se poi gli sfugge. (Sancho; V; 2007)
  • Il miglior condimento che ci sia è la fame [...]. (Teresa; V; 2007)
  • [...] non fa felice il possessore delle ricchezze il possesso di esse ma lo spenderle, e non già lo spenderle comunque, ma il saperle bene spendere. (Don Chisciotte; VI; 2007)
  • [...] alla fine della via ampia e spaziosa del vizio, c'è la morte, in fondo invece al sentiero della virtù, angusto e difficile, c'è la vita [...]. (Don Chisciotte; VI; 2007)
  • Molti pochi fanno un assai. (VII; 2007)
  • Oh, invidia, radice di mali infiniti e tarlo delle virtù! Tutti i vizi, Sancio, recano seco un non so che di diletto, ma quello dell'invidia non reca se non dispiaceri, rancori e ire. (Don Chisciotte; VIII; 2007)
  • [...] non tutti possiamo esser frati, e molte sono le vie per le quali Dio conduce i suoi al cielo [...]. (Don Chisciotte; VIII; 2007)
  • — Dio ci metterà riparo — disse Sancio; — perché Dio manda il male e poi la medicina; nessuno sa quel che sarà; di qui a domani ci sono molte ore, e in un'ora, magari in un momento, vien giù la casa; io ho visto piovere e splendere il sole quasi a un medesimo punto [...]. (XIX; 2007)
  • Orbene, a tutto c'è rimedio meno che alla morte, sotto il giogo della quale tutti si deve passare, per quanto, quando la vita finisce, ci dispiaccia. Questo mio padrone ho visto da mille prove che è un matto da legare, e anche io, del resto, non gli rimango punto indietro, perché, se è vero il proverbio che dice «dimmi con chi vai e ti dirò chi sei» e l'altro «non donde nasci, ma donde pasci», sono più matto di lui perché lo seguo e lo servo. (Sancho; X; 2007)
  • — Signore, la malinconia, in verità, non fu fatta per le bestie, ma per gli uomini; se però gli uomini si fanno troppo prendere da essa, doventano bestie. (Sancho; XI; 2007)
  • [...] rassomigliate, come un uovo si rassomiglia a un altro uovo [...]. (Cavaliere dagli Specchi; XIV; 2007)
  • [...] l'arte non è al di sopra della natura, sì la fa più perfetta [...]. (Don Chisciotte; XVI; 2007)
  • Né crediate, signore, che io qui chiami volgo solamente la gente plebea ed umile, perché chiunque sia ignorante, sia magari signore e principe, può e dev'essere annoverato tra il volgo. (Don Chisciotte; XVI; 2007)
  • La penna è la lingua dell'anima. (Don Chisciotte; XVI; 2007)
  • [...] la valentia che confina con la temerità, più ha di pazzia che di coraggio. (Nobiluomo; XVII; 2007)
  • — Insomma, Sancio — disse don Chisciotte — si vede bene che sei un contadino e di quelli che dicono: Viva chi vince! (XX; 2007)
  • Due soli lignaggi ci sono nel mondo, come diceva una mia nonna, cioè, l'avere e il non avere. (XX; 2007)
  • Predica bene chi vive bene. (XX; 2007)
  • [...] il fondamento più sicuro nel mondo è il denaro. (Sancho; XX; 2007)
  • [...] l'amore e la guerra sono una stessa cosa, e come nella guerra è lecito e comunemente praticato fare uso di astuzie e di stratagemmi per vincere il nemico, così nei contrasti e nelle rivalità amorose si ritengono per buoni gl'imbrogli e i raggiri messi in opera per conseguire il fine desiderato, purché non siano in pregiudizio e disdoro dell'oggetto amato. (Don Chisciotte; XXI; 2007)
  • [...] la bellezza, di per sé, attrae il desiderio di quanti la rimirano e la sanno stimare [...]. (Don Chisciotte; XXII; 2007)
  • [...] più arrecano danno all'onore delle donne la troppa scioltezza e la troppa franchezza in pubblico che non le cattive azioni in privato. (Don Chisciotte; XXII; 2007)
  • [...] tutti i godimenti di questa vita passano come ombra e sogno, o appassiscono come il fiore del campo. (Don Chisciotte; XXII; 2007)
  • [...] i confronti sono odiosi, e perciò non c'è da confrontare uno con un altro. (Don Chisciotte; XXIII; 2007)
  • [...] siccome non sei esperto delle cose del mondo, tutto ciò che è un po' difficile ti pare impossibile [...]. (Don Chisciotte a Sancho; XXIII; 2007)
  • — Non fugge chi si ritira[15] — rispose Don Chisciotte; — perché devi sapere, Sancio, che il valore non basato sulla prudenza si chiama temerarietà[16] e le prodezze del temerario meglio vanno attribuite alla buona fortuna che al suo coraggio. (XXVIII; 2007)
  • Asino sei, asino sarai e asino finirai quando si compirà il corso di tua vita; perché ritengo che prima questa giungerà al suo ultimo termine che tu t'accorga e comprenda d'essere una bestia. [insulto] (Don Chisciotte a Sancho; XXVIII; 2007)
  • [...] non v'ha padre o madre a cui paiano brutti i figli; il quale inganno più spesso si riscontra fra coloro che esibiscono i parti del loro ingegno. (Don Chisciotte; XXVIII; 2007)
  • [...] a quanto ho sentito dire dal mio signore, più vale il buon nome che le ricchezze. (Sancho; XXX; 2007)
  • [...] nuovo buffone e vecchio imbecille [...]. [insulto] (Don Chisciotte a Sancho; XXXII; 2011)
  • La caccia è un'immagine della guerra: vi si usano stratagemmi, astuzie, insidie per vincere senza averne danno, il nemico; vi si soffrono freddi intensissimi e calori insopportabili; vi si hanno in dispregio l'ozio e il sonno, le forze di chi la pratica vi acquistano nuovo vigore e agilità le membra; insomma, è un esercizio che può farsi senza danno d'alcuno e con diletto di molti. (Duca; XXXIV; 2007)
  • — Signora, dove c'è musica non ci può essere cosa cattiva. (Sancho; XXXIV; 2007)
  • Ah, me sventurata! Quale pazzia o quale insensatezza mi trasporta a raccontare le colpe altrui, mentre tanto ho da dire delle mie? (Contessa Triffaldi; XXXVIII; 2007)
  • [...] cercare pere sull'olmo. [modo di dire] (Sancho; XL; 2007)
  • [...] Dio sopporta i cattivi, ma non poi sempre sempre. (Don Chisciotte; XL; 2007)
  • [...] gli uffici e le grandi cariche altro non sono che un profondo golfo di agitazioni. (Don Chisciotte; XLII; 2007)
  • [...] tu devi fissare lo sguardo della mente in chi tu sei, procurando di conoscere te stesso: la conoscenza più difficile che possa immaginarsi. (Don Chisciotte; XLII; 2007)
  • [...] egli [Don Chisciotte] svariava soltanto quando lo toccavano sulla cavalleria, mentre negli altri ragionamenti mostrava di aver chiara e libera l'intelligenza: cosicché ogni momento le sue azioni smentivano il senno e il suo senno smentiva le sue azioni. (; XLIII; 2007)
  • [...] la trascuratezza nel vestire rivela un animo negligente [...]. (Don Chisciotte; XLIII; 2011)
  • Abbi il passo lento, parla pacatamente, ma non in modo che paia che tu ascolti te stesso: ogni affettazione è cattiva. (Don Chisciotte; XLIII; 2007)
  • [...] il troppo vino né serba segreti né mantiene promesse. (Don Chisciotte; XLIII; 2007)
  • [...] stivare e infilzare proverbi a casaccio rende cascante e volgare la conversazione. (Don Chisciotte; XLIII; 2007)
  • [...] la diligenza è madre della buona fortuna, mentre la pigrizia, sua nemica, non raggiunse mai la meta di un onesto desiderio. (Don Chisciotte; XLIII; 2007)
  • [...] né può esservi brio dove non è intelligenza [...]. (XLIV; 2007)
  • [...] un disinganno a tempo vuol essere rimedio efficace nei principî d'amore. (Don Chisciotte; XLVI; 2007)
  • Mi è successo un fatto che credo mi farà cadere in disgrazia di questi signori; ma quantunque ciò sia per me di molto peso, non me ne importa nulla, poiché alla fin fine, debbo prima adempiere la mia missione che il piacer loro, conformemente a quel che suol dirsi: amicus Plato, sed magis amica veritas. (Don Chisciotte; LI; 2007)
  • «Pensare che le cose di questa vita abbiano da durar sempre ferme in un punto è pensare inutilmente; sembra anzi che la vita giri tutto a tondo, vo' dire torno torno: la primavera segue l'estate, l'estate l'autunno, l'autunno segue l'inverno, l'inverno la primavera, e così torna il tempo a roteare ininterrottamente; sola la vita umana corre alla sua fine più veloce del vento, senza aspettare di rinnovarsi, se non sia nell'altra che non ha confini che la limitino.» (parole attribuite all'immaginario filosofo maomettano Cide Harmete; LIII; 2007)
  • [...] uscendo io di qua, da come ne esco, nudo, non occorre altra prova per far capire che ho governato da angelo. (Sancho; LIII; 2007)
  • [...] voler legare le lingue dei maldicenti è come voler mettere porte alla campagna. (Don Chisciotte; LV; 2011)
  • [...] se il governatore vien via ricco dal suo governo, di lui si dirà che è stato un ladro; e se vien via povero, che è stato un dappoco e uno stupido. (Don Chisciotte; LV; 2007)
  • [...] Amore è invisibile ed entra ed esce di dove vuole, senza che nessuno gli chieda conto di quel che fa. (LVI; 2007)
  • [...] a me sembra che il tradurre da una lingua in un'altra [...] sia come guardare gli arazzi fiamminghi da rovescio, ché, sebbene le figure si vedano, sono però piene di filamenti che le fanno confuse sì che non appaiono nitide e a vivi colori come da diritto. (Don Chisciotte; LVII; 2007)
  • — La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che cuopre il mare sono da paragonare ad essa; per la libertà, come per l'onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita; la schiavitù invece è il peggiore dei mali che agli uomini possono toccare. (Don Chisciotte; LVIII; 2007)
  • — È possibile, Sancio, che ci sia uno in tutto l'orbe terraqueo il quale non affermi che sei stupido e di stupidaggini foderato, con in più non so quali frange di maligno e di birbante? [insulto] (Don Chisciotte; LVIII; 2007)
  • [...] fino alla morte, tutto è vita [...]. (Sancho; LIX; 2011)
  • Io, Sancio, nacqui per vivere morendo, e tu per morire mangiando. (Don Chisciotte; LIX; 2007)
  • [...] molte volte suole scappare la pazienza quando la stancano le offese. (Don Chisciotte; LIX; 2007)
  • [...] val meglio una buona speranza che un cattivo avere. (Sancho; LXV; 2007)
  • [...] questa che va attorno col nome di Fortuna è una femmina ubriaca e capricciosa e soprattutto cieca, così da non vedere quel che fa né sapere chi rovescia né chi innalza. (Sancho; LXVI; 2007)
  • [...] dove vi è molto amore, non suole esserci molta disinvoltura. (LXVI; 2011)
  • [...] benedetto chi inventò il sonno, copertoio di tutti gli umani pensieri, vivanda che leva la fame, bevanda che scaccia la sete, fuoco che riscalda il freddo, freddo che tempera l'ardenza, e, insomma, moneta universale con la quale si compra tutto, bilancia e peso che fa uguale il pastore al re e il sempliciotto all'avveduto. Una cosa solamente ha di male il sonno, a quanto ho sentito dire, ed è che somiglia alla morte, poiché da un addormentato a un morto c'è molto poca differenza. (Sancho; LXVIII; 2007)
  • [...] il sogno è sollievo delle infelicità per coloro che, quando son desti, le provano. (Sancho; LXX; 2007)
  • — E mi dica vossignoria, signor Àlvaro, somiglio io in qualche cosa a cotesto tale don Chisciotte che dice? (LXXII; 2007)
  • [...] le cose umane non sono eterne, ma vanno sempre declinando dai loro inizi sino ad arrivare all'ultima fine, specialmente le vite degli uomini [...]. (LXXIV; 2007)
  • [Ultime parole] [...] prego vivamente i nominati signori esecutori testamentari che se la buona sorte li portasse a conoscere l'autore che si dice abbia composto una storia, la quale va attorno col titolo di Seconda parte delle prodezze di don Chisciotte della Mancia, gli chiedano da mia parte, il più fervidamente ch'esser possa, che perdoni se io, senza pur pensarlo, gli ho dato occasione di scrivere tante e tante scempiaggini quante in essa ne ha scritte, poiché parto da questa vita con lo scrupolo di avergli dato motivo a scriverle. (LXXIV; 2007)

"Per me sola nacque don Chisciotte, ed io per lui; egli ha saputo oprare, ed io scrivere; noi soli siamo due in uno, nonostante e a dispetto del falso e tordesigliesco scrittore che si arrischiò o si arrischierà a scrivere con grossolana e spuntata penna di struzzo le imprese del mio valoroso cavaliere, perché non è peso per le sue spalle, né tema per il suo costipato ingegno; e anzi l'avvertirai, se mai ti capitasse di conoscerlo, che lasci riposare nella tomba le stanche e ormai marcite ossa di don Chisciotte, e non cerchi di portarlo, contro ogni diritto della morte, nella Vecchia Castiglia, tirandolo fuori dalla fossa in cui realmente e veramente giace, lungo lungo, nell'impossibilità di fare una terza spedizione e una nuova uscita; che per farsi beffa di tutte quelle che fecero quei cavalieri erranti, son sufficienti le due che fece lui, con tanto spasso e consenso delle genti che ne hanno avuto notizia sia in questi che negli stranieri regni. E con ciò terrai fede alla tua cristiana professione, consigliando bene chi ti vuol male, e io resterò soddisfatto e fiero d'essere stato il primo a godere per intiero i frutti dei suoi scritti, come volevo, che altro non è stato il mio intento che quello di far odiare dagli uomini le bugiarde e assurde storie dei libri di cavalleria, che ad opera di quelle del mio autentico don Chisciotte van barcollando, e finiranno per cadere del tutto, senza alcun dubbio." Vale

[Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Vittorio Bodini, Einaudi Tascabili 1994. ISBN 8806126199]

Citazioni su Don Chisciotte della Mancia

modifica
  • Allegorizza la vita di ogni uomo che non voglia solo preoccuparsi del proprio benessere personale come gli altri, ma persegua un fine oggettivo, ideale, che si è impadronito del suo pensiero e della sua volontà; per il che poi certo viene guardato in questo mondo come un essere strano. (Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)
  • Ci troviamo di fronte a un interessante fenomeno: un eroe letterario che gradualmente perde contatto col libro che l'ha prodotto; che abbandona la patria, che abbandona lo scrittoio del suo autore per vagabondare nell'universo dopo aver vagabondato per la Spagna. In definitiva, don Chisciotte è più grande oggi di quanto lo fosse nel grembo di Cervantes. Ha cavalcato per trecentocinquanta anni nelle giungle e nelle tundre del pensiero umano – guadagnando in vitalità e statura. Non ridiamo più di lui. Il suo blasone è la pietà, il suo vessillo la bellezza. L'unica cosa che conta è il suo essere gentile, generoso, puro, solitario e valoroso. La parodia è diventata pietra di paragone. (Vladimir Nabokov)
  • Don Chisciotte non cerca di evadere anch'egli, anche praticamente, dal tritume e dalla standardizzazione della vita quotidiana di un villaggio spagnolo? (Antonio Gramsci)
  • E così questo primo grande romanzo della letteratura universale si colloca all'inizio del tempo in cui il Dio del cristianesimo incomincia a lasciare il mondo; in cui l'uomo cade in solitudine e riesce a trovare il senso e la sostanza solo in un'anima, la sua, il cui domicilio è irreperibile; in cui il mondo, sganciato dal vincolo paradossale che lo teneva unito a un aldilà attualizzato, cade in balia della sua immanente insensatezza; in cui la potenza dell'esistente – inasprita dal progressivo degradarsi dei nessi utopici a mere entità – cresce fino ad assumere proporzioni inaudite e conduce una lotta furibonda e senza meta apparente contro la marea montante di quelle forze ancora inconcepibili, ancora incapaci di autorivelarsi e impregnare il mondo. (György Lukács)
  • Il Chisciotte non è tanto "scritto" quanto "detto", steso senza sottostare alle costrizioni della scrittura, ma lasciando correre la penna come se fosse la voce, quindi con lo stile della lingua quotidiana e contro la lingua letteraria. Le persone e le cose, viste sotto il prisma domestico della vita, da una prospettiva familiare, vivono sul piano dell'esperienza di ogni giorno: avere elevato questa esperienza comune a norma della finzione romanzesca rappresenta un momento di capitale importanza nell'avventura letteraria europea. (Francisco Rico)
  • In tutto il mondo non c'è nulla di più profondo e forte di questa opera poetica. Per ora, è l'ultima parola detta dal pensiero. E se finisse la terra, e lassù da qualche parte chiedessero alla gente: "Avete capito la vostra terra, e che cosa ne avete concluso?". Allora uno potrebbe porgere in silenzio il Don Chisciotte: "Ecco le mie conclusioni sulla vita: potete per questo giudicarmi?" (Fëdor Dostoevskij)
  • L'essenziale è non morire. Non morire! Non morire! Questa è l'ultima radice della follia chisciottesca. Ansia di vita, ansia di vita eterna ti dette l'immortalità. Don Chisciotte mio, il sogno della tua vita fu ed è il sogno di non morire. (Miguel de Unamuno)
  • La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia, è Sancho Pancia. (Franz Kafka)
  • La più modesta azione quotidiana suppone immaginare un progetto e confrontarlo con le limitazioni e i condizionamenti imposti dalle circostanze: alla fine, è questa la storia che ci racconta Cervantes, concretandola in una trama e – a cominciare da Don Chisciotte – in alcuni personaggi, con ineguagliata capacità di seduzione. (Francisco Rico)
  • La più rude lettura che io conosca; lo lessi nelle ferie estive e tutta la mia sofferenza personale mi sembrò ne fosse impicciolita, degna tutt'al più che se ne ridesse. (Friedrich Nietzsche)
  • Lodato sia don Chisciotte! Che seppe con tanto anticipo di secoli riconoscere un furibondo gigante sotto la maschera di un innocente mulino. (Gesualdo Bufalino)
  • Paragonato ad altri libri classici (l'Iliade, l'Eneide, la Farsaglia, la Commedia dantesca, le tragedie e le commedie di Shakespeare) il Don Chisciotte è realista; questo realismo, però, differisce essenzialmente da quello cui dette vita il secolo XIX. Joseph Conrad poté scrivere che escludeva dalla sua opera il soprannaturale, perché ammetterlo equivaleva a negare che il quotidiano fosse meraviglioso: ignoro se Miguel de Cervantes condividesse tale intuizione, ma so che nel Don Chisciotte egli contrappose un mondo immaginario poetico a un mondo reale prosaico. Conrad ed Henry James fecero argomento romanzesco della realtà perché la giudicavano poetica; per Cervantes il reale e il poetico sono antinomie. (Jorge Luis Borges)
  • Poche le opere tanto generose come il Don Chisciotte. Si direbbe che vi sono libri ingrossati dalla cupidigia e libri ingranditi dalla generosità. Senza alcun dubbio, il Don Chisciotte è tra questi ultimi; si estende per pagine e pagine, ma non per fare con esse un libro, bensì per disfarlo, proprio perché non sia un libro, per far sì che la letteratura, in esso, resti spezzata, sorpassata, tralasciata. Perché il Don Chisciotte è scritto non già contro i libri di cavalleria – quale errore! – ma contro i libri, contro il libro, così come il quadro Las Meninas fu dipinto contro i quadri, anzi, contro la pittura. (Ramón Gaya)
  • Quello che è prodigioso nel Don Chisciotte è la totale assenza di artificio e la continua fusione di illusione e realtà, che ne fanno un libro così comico e così poetico. (Gustave Flaubert)
  • Un plotone di Don Chisciotte farebbe paura; invece un Cavaliere solitario e anacronistico, fuor di senno e di tempo, accompagnato solo dal suo fido scudiero e da un grappolo di sogni, miti e allucinazioni suscita un nugolo di sentimenti: riso, tenerezza pietà e nostalgia. La solitudine è la sua follia ma è anche la nostra salvezza. Il suo irrealismo cavalleresco lo destina alla sconfitta storica e alla gloria letteraria. In palio per Don Chisciotte non c'è la conquista del potere e il dominio del mondo, ma il favore di Dulcinea del Toboso e dei suoi ammiratori. (Marcello Veneziani)

Il dottor Vetrata

modifica

Passeggiando due studenti di signorile casata sulle rive del Tórmes, vi trovarono a dormire sotto un albero un ragazzo di un undici anni, vestito alla contadina. Ordinato a un servo di svegliarlo, quello lo svegliò, ed essi gli domandarono di dov'era e com'era che dormiva in quel luogo solitario. Al che il ragazzo rispose che il nome del suo paese se l'era dimenticato e che andava a Salamanca in cerca di un padrone da servire a patto soltanto che lo facesse studiare.[17]

Citazioni

modifica
  • Alla fine, esausti per le veglie, fradici e con le occhiaie, giunsero alla bellissima e splendida città di Genova e qui, dopo essere sbarcati nella sua darsena riparata e dopo aver fatto visita ad una chiesa, il capitano e tutta la brigata ripararono in un'osteria dove annebbiarono il ricordo di tutte le burrasche passate con il gaudeamus presente. [...] Il buon Tomás ebbe modo di ammirare anche i biondi capelli delle genovesi, l'eleganza e la cortesia degli uomini, l'ammirevole bellezza della città che sembrava avere le case incastonate su per quelle rocce come diamanti nell'oro. (2002; pp. 237-238)
  • L'onore del padrone rivela quello del servo. Quindi guarda chi servi e vedrai che onore hai. (1912)
  • [...] disse che i buoni pittori imitavano la natura, ma che quelli cattivi la vomitavano. (2013)
  • C'era sul marciapiede di San Francesco un crocchio di genovesi e, passando egli di là, uno di loro lo chiamò e gli disse:
    – Venga qua, signor Vetrata, e ci conti un po' qualcosa.
    Egli rispose:
    – No, non vorrei che i miei conti venissero poi registrati a Genova. (2002; p. 256)

La conversazione dei cani

modifica

Usciva dall'Ospedale della Resurrezione, che si trova a Valladolid fuor dalla Porta del Campo, un soldato, il quale, siccome la spada gli serviva da bastone e aveva le gambe secche e il viso giallo, mostrava chiaramente che, per quanto non facesse ancora troppo caldo, doveva aver sudato in venti giorni tutti gli umori maligni che forse s'era buscato in un'ora.[18]

Citazioni

modifica
  • [...] dalla lingua dipendono i maggiori guai della vita umana. (Scipione; 1912)
  • [...] ne va in rovina piú di quei che si fidano che di quei che han prudenza. Ma il mal'è che è impossibile viver bene nel mondo se non ci si fida e affida. (Scipione; 1912)
  • [...] l'umiltà è la base e il fondamento d'ogni virtú e [...] senza di essa nessun'altra è tale; spiana ostacoli, supera difficoltà ed è un mezzo che conduce sempre a glorioso fine. I nemici te li fa amici; raffrena la collera negli sdegnati e scema la tracotanza negli altezzosi; è madre della modestia e sorella della moderazione; di fronte ad essa, insomma, i vizi non valgono a fermare vantaggioso trionfo, perché si smussano e si spuntano le frecce del male contro la mitezza e la mansuetudine dell'umile. (Berganza; 1912)
  • Di rado o mai si soddisfa l'ambizione senza danno del terzo. (Scipione; 1912)
  • [...] il viaggiare per diversi paesi e il trattare con diverse genti fa gli uomini avveduti. (Berganza; 1912)
  • [la fortuna] la trova chi muta luogo. (Berganza; 1912)
  • [...] il consiglio del povero, per buono che sia, non è stato mai accolto [...]. (Scipione; 1912)

La zingarella

modifica

Zingari e zingare pare che siano nati, in questo mondo, soltanto per esser ladri: nascono da genitori ladri, crescono in mezzo ai ladri, studiano da ladri e riescono infine a esser ladri fatti e finiti di tutto punto.[18]

Citazioni

modifica

Rinconete e Cortadillo

modifica

Luigi Bacci

modifica

Nell'osteria del Mulinello, che si trova ai confini della famosa campagna di Alcudia, sulla strada che conduce dalla Castiglia in Andalusia, un giorno de' più caldi dell'estate, si trovarono, per caso, due ragazzi dai quattordici ai quindici anni: né l'uno né l'altro passava i diciasett'anni; tutt'e due di bell'aspetto, ma in mal'arnese, sbrindellati e rotti. Cappa, non ne avevano; i calzoni erano di tela e le calze di carne; è ben vero però che tal deficienza la riparavano le scarpe, perché quelle dell'uno eran di corda, tanto logore quanto vecchie e quelle dell'altro tutte bucherellate e senza suola, che più che da scarpe gli servivano da pastoie. L'uno aveva una berretta verde da cacciatore, l'altro un cappello senza nastro, basso di capo e di tesa larga. A tracolla, l'uno portava una sudicia camicia insaldata e messa in una sacca fatta a manica; l'altro camminava scusso scusso e senza sacche, sebbene dal petto gli venisse fuori un gran fagotto che, per quello che dopo si vide, era una specie di bavera imbevuta dall'unto e sì sfilaccicata e rotta che sembrava un ammasso di fila. In essa c'era rinvolto un mazzo di carte di forma ovale, perché dall'usarle, gli si erano arrotondati gli angoli e perché durassero di più, glieli avevano smussati e lasciati in tal forma. Tutt'e due erano abbrustoliti dal sole, con le unghie lunghe listate a lutto; l'uno aveva una mezza spada e l'altro un coltello da beccaio.

Alfredo Giannini

modifica

Nella locanda del Mulinello, che è al confine della gran bella pianura di Alcudia sulla strada che dalla Castiglia va in Andalusia, un ardente giorno d'estate si trovarono, per caso, due ragazzotti tra i quattordici e i quindici anni al massimo, non piú di diciassette né l'uno né l'altro; tutti e due di bello aspetto, ma nelle vesti molto sdruciti, sbrindellati e logori. Cappa, neppur per idea; i calzoni di tela e le calze di ciccia. C'erano però, in compenso, le scarpe: di sparto quelle dell'uno, rifinite dal portarle; traforate quelle dell'altro, senza suola; così che lo impacciavano più che lo calzassero. L'uno aveva in capo una berretta verde da cacciatore, l'altro un cappello senza nastro, basso di forma e a falde larghe. Sulla spalla, l'uno portava una camicia di color camoscio, insaldata e tutta insaccata in una manica, a tracolla; l'altro camminava disimpacciato, senza bisacce; quantunque dal petto sporgesse un gran fagotto che, come si vide poi, era un collare di quelli che chiamano «alla vallona» inamidato ma di grasso, trapunto e ragnato che pareva tutto filacce. C'era involto e serbato un mazzo di carte da gioco, di figura ovale; giacché, con l'uso, gli angoli si erano sgualciti, ma, perché durassero di piú, erano stati ritagliati ed erano state lasciate in quella forma.[17]

Citazioni

modifica
  • [...] per ogni cosa c'è rimedio tranne per la morte [...]. (Cortadillo: 1916, p. 11)
  • [...] quello che dice la lingua lo paga la gola [...]. (Cortadillo: 1916, p. 22)
  • [...] le quistioni fra coloro che si vogliono bene son causa di maggior piacere quando si fa la pace [...]. (Monipodio: 1916, p. 32)

Incipit di alcune opere

modifica

Il geloso dell'Estremadura

modifica

Non sono molti anni che da un paese dell'Estremadura se ne partí un gentiluomo, nobile di nascita, che, come nuovo figliuol prodigo, per diverse parti di Spagna, d'Italia e delle Fiandre andò consumando e anni ed averi; finché, dopo tante peregrinazioni, morti ormai i genitori e scialacquato il patrimonio, venne a stabilirsi nella grande città di Siviglia dov'ebbe occasione davvero bastevole per dar fondo a quel poco che egli era rimasto.[17]

La spagnola inglese

modifica

Tra il bottino che gli inglesi presero nella città di Cadice, Clotaldo, un gentiluomo inglese che comandava una squadra navale, si portò a Londra una bimba, dell'età di sette anni all'incirca.[18]


Citazioni su Miguel de Cervantes

modifica
  • Se c'è una cosa che Cervantes, nella sua incommensurabile grandezza insegna è: attenzione, quel che vi racconto sono favole, ma de te fabula narratur.
    È di te che questa storia parla. (Antonella Cilento)
  1. Da Primera parte de la Galatea, diuidida en seys libros, Juan Gracián, Alcalá, 1585, IV, pp. 212-13. Edizione elettronica della Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes.
  2. Da Viaggio in Parnaso. Citato in José López Rubio, Lope de Vega, traduzione di Gianni Buttafava, Mondadori, 1973.
  3. Da La spagnola inglese, in Novelle esemplari, 2013.
  4. Da La forza del sangue, in Novelle, 1912.
  5. Da Il falso Biscaglino, in Farse spagnole del Secolo d'oro, traduzione di Cesco Vian, Istituto Geografico de Agostini, Novara, 1965, p. 146.
  6. Citato in Renato de Falco, Del parlar napoletano, p. 85, Colonnese, Napoli, 2007 [1997]. ISBN 978-88-87501-77-3
  7. Da Los trabajos de Persiles y Sigismunda; citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Ettore Barelli e Sergio Pennacchietti, BUR, 2013.
  8. Da Miguel de Cervantes, Le sventure di Persile e Sigismonda, 4 voll., traduzione di Enrico Zezon, Gabinetto letterario, Napoli, 1854, vol. II, p. 45.
  9. Da Miguel de Cervantes, Los trabajos de Persiles y Sigismunda, II, V, Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes.
  10. Cfr. Dizionario Merriam-Webster.
  11. Francesco Grisi, Il grande libro dei proverbi, Piemme, 1997, p. 205. ISBN 88-384-2710-0
  12. Citato in Francesco Giuntini, La sapienza per tutti, Salani, Firenze, 1871, p. 146.
  13. Citato in Arturo Ortega Blake, El gran libro de las frases célebres, Grijalbo, 2013. ISBN 9786073116312
  14. In base all'anno della prima edizione di ciascuna, per il quale vedasi Patrizia Botta, La nuova traduzione italiana del Don Quijote, in Felice Gambin (a cura di), Cervantes e l'Italia: il «Don Chisciotte» del 1615, AISPI Edizioni, Roma, 2018, p. 51, in nota. ISBN 978-88-907897-4-8.
  15. Cfr. quanto detto supra da Sancho: «[...] ritirarsi non è fuggire [...]».
  16. Cfr. quanto detto supra da Sancho: «[...] fra i due estremi, codardia e temerità [...].»
  17. a b c Da Novelle, 1912.
  18. a b c Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia

modifica
  • Michel di Cervantes Saavedra, Dell'ingegnoso Cittadino Don Chisciotte Della Mancia, 2 voll., traduzione di Lorenzo Franciosini, Baba, Venezia, 1625, I.
  • Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Bartolomeo Gamba, Edizioni "A Barion" della Casa per Edizioni popolari – S.A, Sesto San Giovanni (Milano), 1933.
  • Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Vittorio Bodini, Einaudi, 1994. ISBN 8806126199
  • Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Ferdinando Carlesi, Arnoldo Mondadori Editore, 1974.
  • Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Alfredo Giannini, Rizzoli, Milano, 2007.
  • Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, cura e traduzione di Barbara Troiano e Giorgio Di Dio, Newton Compton, Roma, 2011 (edizione elettronica). ISBN 978-88-541-2891-0
  • Miguel de Cervantes Saavedra, La storia di don Chisciotte della Mancha, Edoardo Perino editore, Roma, 1888.
  • Miguel de Cervantes Saavedra, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Letizia Falzone, Garzanti, Milano, 2014 (edizione digitale). ISBN 978-88-11-13655-2.
  • (ES) Miguel de Cervantes, Don Quijote de la Mancha, studio preliminare di Fernando Lázaro Carreter, testo critico e direzione di Francisco Rico, note di Joaquín Forradellas, Instituto Cervantes, 1998. ISBN 84-689-5988-X
  • Miguel de Cervantes, Novelle, traduzione di Alfredo Giannini, Laterza, Bari, 1912.
  • Miguel de Cervantes, Novelle esemplari, traduzione di Paola Gorla, Einaudi, Torino, 2002. ISBN 88-06-16206-3
  • Miguel de Cervantes, Novelle esemplari, introduzione di Monique Joly, traduzione e note di Antonio Gasparetti, Rizzoli, 2013 (edizione elettronica).
  • Michele Cervantes de Saavedra, Rinconete e Cortadiglio, in Racconti morali, tradotti e annotati da Luigi Bacci, Società editrice Dante Alighieri, Milano, 1916.

Voci correlate

modifica

Altri progetti

modifica

Collegamenti esterni

modifica