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Enzo Bettiza

scrittore italiano
Enzo Bettiza

Vincenzo Bettiza (1927 – 2017), giornalista, scrittore e politico italiano.

Via Solferino, 1982
  • Non v'era alcun nesso fra la lezione anglosassone e il giornalismo di denuncia, quasi scandalistico, che Ottone, con innegabile invettiva, confezionava quotidianamente. Egli, che diceva di credere meno ai commenti che ai fatti, finiva col fare, poi, il giornale più commentato che si fosse mai visto. Il commento filtrava da ogni parte, anche dalle notizie apparentemente più innocue. L'ideologismo goscista, favorito dall'autogestione redazionale, impregnava a tal punto il notiziario, il titolo, il taglio dell'articolo, da conferire un tono pedagogico e saccente perfino alle informazioni dello sport e della cronaca. Avveniva un rovesciamento paradossale. Il conclamato pragmatismo, la retorica del fatto per il fatto, applicati unidimensionalmente da un direttore complice di una padrona e di una redazione sempre più stregate dal caos italiano, sfociavano, alla fine, in una forma di esasperato giornalismo ideologico: la negazione anziché l'imitazione del Times.
  • L'Italia e il mondo che avevano preso a specchiarsi nel Corriere [...] evocavano una specie d'immenso Nordeste brasiliano brulicante di favelas, di derelitti, di colerosi, di handicappati, di drogati, di criminali, le cui disgrazie, sociologizzate, venivano attribuite tutte a un unico mostro dai contorni indefiniti: il sistema. L'intera umanità occidentale vi appariva retrocessa alla corte dei miracoli della prima industrializzazione manchesteriana.
  • Dalle inchieste che Ottone concordava coi redattori più arrabbiati e più pietosi veniva fuori un cupo affresco medievale. I treni non erano più treni, ma "veicoli per deportati". Le stazioni non erano più stazioni ma "bolge dantesche". Il colera del napoletano non era più una malattia, ma "la fase acuta che mette in risalto il male cronico della nostra società". L'industria non era più l'industria, ma un moloch avido di carne umana che «continua a ferire e uccidere l'operaio». Il sistema capitalistico veniva raffigurato come la metafora del sistema tout court e bollato col marchio di «istigazione a delinquere». Il mondo del lavoro appariva un vivaio di microbi portatori di «paralisi flaccida, silicosi, polinevrite, asbestosi, saturnismo». I delinquenti non erano più tali, perché vittime della società, mentre quelli veri indossavano «il camice bianco negli ospedali psichiatrici», oppure dirigevano «da una poltrona di velluto rosso i desperados della lupara». Altri ancora, dai loro grattacieli in vetrocemento, erano puntigliosamente intenti ad «avvelenare l'aria, l'acqua, il cibo». L'Italia appariva come inghiottita da un cataclisma di dimensioni apocalittiche.
  • In un Corriere che, scavalcando spesso a sinistra l'Unità, diffondeva una simile visione allucinata e misoneistica del mondo, lo spazio per un giornalismo ragionato, privo di ubbìe e d'infantilismi ideologizzanti, andava riducendosi ogni giorno di più.
Esilio, 1996
  • Il ripudio di tutto ciò che sa di monocultura, di etnocentrismo sciovinistico, è stato in me, oltreché costante, anche precoce e spontaneo. Fin dalla prima età della ragione io avevo istintivamente detestato qualsiasi forma e manifestazione di nevrosi nazionalistica. Avevo sempre resistito, proprio perché circondato dai loro canti seduttivi, alle varie sirene fomentatrici di odio e di fanatismo razzistico. Da solo, senza leggere Grillparzer, avevo intuito che c'era un nesso fatale e losco fra nazionalità e bestialità. La mia fluida psicologia di confine, il mio carattere attirato dall'ubiquità, il mio stesso bilinguismo, mentale nonché orale, mi avevano fin da bambino predisposto all'assorbimento naturale di influenze diverse e contrastanti.
  • L'esilio prolungato nello spazio e nel tempo, esilio senza ritorno, aggravato dal vagabondaggio dispersivo in altri mondi, possiede una rara quanto perforante facoltà distruttiva: lentamente carbonizza tutto ciò che siamo stati altrove, recide i vincoli di sangue, spegne i ricordi, fa impercettibilmente tabula rasa del passato. (p. 18)
  • [Tra Serbia e Montenegro] s'è formata nei secoli, più che un'intimità profonda, una sorta d'osmosi metastorica. La comune lingua e religione ortodossa, il comune alfabeto cirillico, la comune mitologia guerresca, esaltata dalla lunga fraternità d'armi contro i turchi e gli austriaci e, infine, le comuni speranze messianiche riposte nel grande protettore russo, hanno finito per conferire ai due popoli una singolare identità gemellare. (p. 28)
  • La mamma, anche se conosceva piuttosto bene il veneziano coloniale, preferiva parlare con i figli in serbocroato; il papà invece, anche se, avendo fatto le "reali" croate, conosceva e scriveva alla perfezione il serbocroato, preferiva usare con noi l'antico dialetto locale di derivazione veneta. Genitori dunque molto simili, perfino nella loro duplicità e intercambiabilità fonetica, alla lingua bifida, imbastardita, quasi esperantesca, che adoperavamo nei nostri giochi e nelle nostre chiacchiere infantili. Confusamente intuivamo di non essere né italiani né slavi completi. (p. 49)
  • [La guerra in Jugoslavia] è l'ultimo stadio di un comunismo senile che, raschiato il barile, cerca di procurarsi una seconda, orrenda giovinezza con gli estrogeni mefistofelici del nazionalsocialismo [...]. Insomma: la sindrome di Faust che rivive in forma criminale e rozza, subideologica, non più metafisica, nel corpo di un comunismo svuotato da un ininterrotto sperimentalismo e approdato infine alla sterile impotenza della senilità. (p. 145)
  • [Zara, oggi] il fantasma di se stessa: uno squallido e cariato borgo periferico dell'Adriatico orientale, fino a ieri strozzato dall'assedio dei serbi in armi della limitrofa Krajina morlacca. (p. 146)
  • [Spalato, oggi] La millenaria, suggestiva personalità archeologica (…) è stata deturpata dall'escrescenza di bituminosi e orrendi grattacieli di tipo brasiliano; pure la sua originalità umana, la sua vivacità culturale e cosmopolita, sono state sommerse e cancellate da una vera e propria eruzione di plebi semibarbare, calate con la dirompente violenza della lava dalle montagne dinariche. Basti dire che nel 1945 io avevo lasciato una città di appena quarantamila abitanti, diventati oggi, non certo per spinta demografica endogena, duecentocinquantamila. (p. 147)
  • Segnato da iniziali influssi serbi nell'infanzia, poi italiani nella pubertà, quindi croati nell'adolescenza, ai quali dovevano aggiungersi più tardi innesti germanici e russi, ho lasciato concrescere poco per volta in me multiformi radici culturali europee; non ho mai dato molto spazio alla crescita di una specifica radice nazionale. (p. 286)
Dall'intervista di Aldo Cazzullo,Corriere della sera, 12 maggio 2009
  • [Bettino Craxi] La DC per lui era l'espediente tattico. Una sinistra unita e socialdemocratica era l'ambizioso disegno strategico della sua vita.
  • [Nicolae Ceaușescu] Aveva fama di eretico, ma era diversissimo da Tito. Era il più staliniano dei tiranni comunisti balcanici. Umili origini. In sintonia con le radici della sua terra, l'Oltenia, landa di foreste oscure e di atrocità ottomane.
  • Boris Nikolaievic è sottovalutato. In realtà è un gigante del Novecento. Ci voleva un essere biologicamente anomalo, eccessivo, forte bevitore, molto carnale, più adatto a distruggere che il costruire, per abbattere il corpaccione del comunismo sovietico.
  • Il comunismo è morto di comunismo. Il moloch ha divorato se stesso.
  • Il vero modernizzatore del comunismo postmaoista è stato Deng. E conservo tre telegrammi di felicitazioni giunti da New York e firmati Oriana Fallaci.
Da La profezia dello Scià, La Stampa, 26 giugno 2009
  • Mi ritorna di riflesso in mente l’atmosfera d’insoddisfazione e di protesta che serpeggiava per la capitale iraniana negli ultimi giorni del potere, ormai scalfito e usurato, di Shahanshah Aryamehr Mohammad Reza Pahlavi. Pure lui, con il suo realismo ingegneristico e poliziesco, come dopo di lui gli ayatollah e i pasdaran, pensava che la forza d’urto e di ricatto del petrolio avrebbe potuto sanare i molti mali del regno che la politica, da sola, non riusciva a risolvere. Pure lui appariva in ritardo sulle esigenze e le aspettative di costituzionalità, di modernità democratica, che gl’indirizzavano i ceti istruiti ed evoluti di una società mediorientale tutt’altro che primitiva. Riteneva di poter mettere le cose a posto con una megalomaniaca e stonata combinazione di elementi disparati, a cui concorrevano, sul piano ideologico, il pugno di ferro di un kemalismo di riporto, poi sul piano d’immagine un classicismo anch’esso di riporto, imperniato in funzione antireligiosa sul mito di Ciro il Grande, infine sul piano della potenza una polizia segreta spietata e un esercito alimentato dai ricavi del petrolio.
  • Altro che Ciro, Dario, Serse. Erede vulnerabile di un usurpatore forestiero privo di scrupoli e di religione, seduto sul Trono del Pavone vagheggiando di congiungere gli oleodotti dell’Iran energetico al glorioso impero di Persepoli, egli ignorava quasi tutto dell’atavica anima islamica e sciita dell’Iran. Conosceva il calcolo infinitesimale, la chimica, la merceologia industriale, le lingue occidentali, ma non capiva i bottegai del bazar musulmano, che a loro volta non capivano il despota orientale che si dava le arie dell’ingegnere petrolifero.
Da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della sera, 2 aprile 2010
  • Dobbiamo cercare di capire, ed esprimere, il perché alle domande fondamentali poste dal Novecento siano state date risposte così disastrose. Il fallimento di quell'impulso, di quella fede totalitaria sarà stato anche titanico, a tratti superomistico, quasi più nietzschiano che marxiano, ma ha pur sempre portato con sé risposte criminali e nichilistiche.
  • Ho l'impressione che la grande storia dia fastidio a chi vuol raccontare solo storie minori. Costoro si levano a stento il cappello per Svevo, mentre Saba e Marin, Giotti, Slataper e Michelstaedter, e più in là, nel Veneto occidentale il grande, ignorato e frainteso Piovene, sono dimenticati. Ma io preferisco restare con loro. Della noia e dell'ammirazione stupefatta per quel Cagliostro militarizzato della letteratura che fu d'Annunzio (Italia novecentesca al cubo) oggi non mi resta che la noia. Fiume meritava più navi e commerci che puttanieri in stivali e "alalà".
  • La caccia alla totalità, nella letteratura cui apparteniamo, porta necessariamente all'incompiutezza. A differenza dello scrittore italiano, quello di frontiera è adatto a travalicare i confini e rompere le chiusure, favorendo il travaso di un secolo, il Novecento, solo apparentemente concluso. Le cinquecento pagine del mio Fantasma di Trieste, le duemilasette dei Fantasmi di Mosca sono la testimonianza di questa mia ricerca della totalità. Non per titanismo o superomismo, sia ben chiaro. Ma perché altrimenti, secondo me, non si possono più scrivere romanzi seri e credibili. Devono confluirvi vari elementi e generi contrastanti, come la narrazione, la filosofia politica, anche certe forme di giornalismo: nel tentativo di ricreare, dopo l'antiromanzo, il post-romanzo.
  • La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese... Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l'idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page... non certo Faulkner o Bellow.
  • Vogliamo essere europei di lingua italiana, piuttosto che italiani di lingua toscana.
  • Leggo volentieri Sgorlon, apprezzo Vargas Llosa, non esagero negli abbracci ecumenici. E ammiro il coraggio di Littell, un ebreo americano che scrive in ottimo francese per incarnarsi in uno sfaccettato criminale nazista tedesco.
  • Il Novecento, definito da Hobsbawn "secolo breve", si sta invece rivelando lungo, lunghissimo. Stermini, esodi, carestie, guerre regionali infinite, malattie e miracoli inauditi: non si può costringerlo nella camicia di forza della brevità, facendolo coincidere quasi al millimetro con la durata del comunismo reale. Il secolo passato si è innestato su quello attuale, senza soluzioni di continuità. Ecco perché il nichilismo dolce e pigro di questi anni zero del XXI secolo non può esprimerlo, se non stancamente.
Da E Bettiza confessò: voto Lega L'eredità asburgica è sua, Corriere della sera, 26 aprile 2010
  • Berlusconi durerà. Non so se realizzerà il sogno di salire al Quirinale eletto dal popolo. Ma durerà, perché non c'è nessuno nel partito pronto a sostituirlo. Non vedo elezioni anticipate: tutti hanno paura, molti anche di perdere l' indennità. Non vedo grandi prospettive neppure per Fini, uomo di partito rimasto senza partito: resterà nel Pdl solo perché non ne ha un altro.
  • Bossi ha un grandissimo fiuto politico. Sa bene dove va il boccino e fin dove lo può spingere. Non è certo lui che aizza Berlusconi, anzi, quando lui esagera con la sua attitudine megalomanica è Bossi a tirarlo per la manica, a esercitare una pressione sedativa. È evidente che il dopo-Cavaliere è la Lega.
  • Detesto la parola "territorio", mi fa venire in mente la mafia. Non esistono partiti territoriali né partiti cosmici.
  • Se sogno la mia balia Mare, sogno in serbocroato. Se sogno le Poljakove, madre e figlia, che mi ospitarono a Mosca quando Giulio De Benedetti mi licenziò dalla Stampa e mi tolse casa, sogno in russo. Se sogno Simone Veil, cui fui molto vicino all' Europarlamento, sogno in francese. Ma se sogno mio padre, sogno in dialetto veneto.
Dall'intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 18 dicembre 2016
  • Montanelli disprezzava la borghesia che difendeva, e ammirava i comunisti che attaccava. Era convinto che la rivolta di Budapest si dovesse a operai che volevano il vero socialismo; mentre fu una rivolta nazionalista e antisovietica. 
  • Vivevo di espedienti. Sono stato contrabbandiere, venditore di libri a rate, giocatore di poker.
  • [Eugenio Montale] Gradevole, ironico. Pacato fustigatore di chi non amava. Cioè quasi tutto il resto dell'umanità.
  • [Giorgio Bocca] Giornalista d'istinto. Capace di rendersi simpatico e antipatico. Lo incontrai a Macao, lo portai in giro, lo aiutai. Il giorno dopo lessi nel suo articolo: "C'è qui anche il decadente Bettiza..."
  • Andai a parlargli [Enrico Berlinguer] alle Botteghe Oscure dopo la primavera di Praga. Era una delle prime volte che il Corriere dava spazio a un leader del Pci. Stavo al Raphael, l'hotel di Craxi. Berlinguer volle riaccompagnarmi sulla sua 500. Guidò lui. Era molto diverso da Togliatti.
  • Ma conosco la teoria dell'antimateria: da qualche parte potrebbe esserci un mio doppio. Come se noi fossimo le copie di noi stessi, in un altro luogo, in un altro spazio.

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