Boris Nikolaevič El'cin

politico russo, primo presidente della Federazione russa (1931-2007)

Boris Nikolaevič El'cin (1931 – 2007), politico sovietico e, dal 1991, russo.

Boris Nikolaevič El'cin

Citazioni di Boris El'cin

modifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • Gorbaciov ha portato l'Urss verso una dittatura con il bel nome di "regime presidenziale".[1]
  • Se Michail Gorbaciov bussasse alla mia porta e mi chiedesse di riconciliarci, gli risponderei: troppo tardi, il treno è già partito.[2]
  • La principale differenza tra me e Gorbaciov è che lui vuole mantenere il sistema, mentre io voglio distruggerlo. Io sono per repubbliche forti, con un centro che abbia soltanto funzioni di coordinamento. Dovranno essere le singole repubbliche, non il Cremlino, a portare a soluzione tutti i problemi.[2]
  • [Sul putsch di agosto] Ho emanato un decreto 20 minuti dopo la dichiarazione dello stato d'emergenza. Non riconosciamo il Comitato, dichiariamo illegali sul territorio della Russia tutte le misure che esso ha adottato e adotterà. Ci rivolgiamo a tutti i popoli del mondo perché ci siano vicini nella nostra resistenza.[3]
  • [Durante il putsch di agosto] Soldati, mi rivolgo a voi, pensate ai vostri cari, alla vostra gente. Non dimenticate che avete giurato fedeltà al popolo, a quel popolo contro cui loro vogliono puntare le armi. Le nuvole del terrore e della dittatura si addensano sulla Russia, in quest'ora tragica fate la scelta giusta. Non macchiate del sangue del popolo l'onore e la gloria delle armi russe.[4]
  • Si può erigere un trono con le baionette, ma è impossibile restarci seduti sopra a lungo.[5]
  • [Dopo l'abbattimento della statua di Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij] La Russia è diversa. È finalmente sulla strada del progresso e della democrazia e non tornerà mai più indietro.[6]
  • Gli avvenimenti degli ultimi quattro giorni devono essere una lezione anche per Gorbaciov. [...] Gorbaciov, non dimenticare che ti abbiamo liberato noi.[6]

Discorso pronunciato dopo il putsch di agosto, la Repubblica, 25 agosto 1991

  • I nomi di questi ragazzi diventeranno sacri per tutta la Russia. [...] Quando abbiamo saputo del golpe, i nostri cuori hanno avuto un sussulto per i nostri figli perchè proprio loro, i nostri ragazzi, sono venuti qui a difendere la Russia, la democrazia, la libertà e il parlamento e i dirigenti russi che erano il principale obiettivo dei golpisti.
  • Vorrei che voi sappiate che è stata ritrovata la lista delle dodici persone che dovevano essere fucilate per prime. I nostri nemici sono stati feroci, erano assetati di sangue. I nostri nemici sapevano che se avessero perso sarebbero stati soggetti a una severa punizione.
  • Io desidero esprimere la mia più profonda partecipazione al dolore dei genitori di queste vittime, Dmitri, Vladimir e Ilja, e desidero esprimere di nuovo la mia più profonda partecipazione al dolore delle altre vittime e ai loro genitori. [...] Voglio chiedere loro di perdonare il presidente per non essere riuscito a proteggerli e a salvarli.
  • [«Presidente, pare che lei non stia bene in salute, che soffra di cirrosi, e che la colpa dei suoi malanni sia dovuta al fatto che beve molto...»] Sono maldicenze, io sto benissimo e si vede. Queste voci le ha messe in giro Gorbaciov!!![7]
  • Perché non ce li date voi gli antibiotici? Voi siete un paese ricco. Mia madre ha avuto un attacco al cuore e non si trova la medicina per curarla. Ed è la madre del presidente.[7]
  • Ci servono milioni di proprietari e non un pugno di milionari.[8]
  • [Sulla guerra georgiano-abcasa] Se il conflitto in Abkhazia non si arresterà, sorgerà una situazione pari a cinque Karabakh messi insieme.[9]

Discorso alla nazione durante la crisi costituzionale russa del 1993, 4 ottobre 1993; citato ne L'Unità, 5 ottobre 1993

  • Questa allarmante e tragica notte ci insegna molte lezioni. Non eravamo pronti a una guerra. [...] Tutto ciò che sta avvenendo a Mosca è un ammutinamento armato premeditato. È organizzato dai comunisti che cercano una rivincita, dai capi fascisti, da alcuni ex deputati e rappresentanti dei parlamenti.
  • Uno sparuto gruppetto di politici ha provato a imporre la sua volontà a tutto il paese, con le armi puntate. I piani che volevano realizzare per la Russia sono ora chiari al mondo intero. Quesi piani prevedono ciniche menzogne e atti di corruzione. Prevedono pietre, fucili automatici e mitragliatori. Coloro che sventolano le bandiere rosse hanno di nuovo gettato la Russia in un bagno di sangue.
  • La rivolta armata è condannata al fallimento. Per restaurare l'ordine e la pace, truppe stanno arrivando a Mosca. Il loro obiettivo è di liberare e sbloccare le installazioni controllate dagli elementi criminali, così come disarmare le fazioni armate illegali. Vi prego, cari moscoviti, di sostenere il morale dei soldati e ufficiali russi. Sono la nostra milizia.
  • Mi appello a tutte le forze politiche in Russia, in nome di coloro le cui vite sono state falciate, in nome di coloro il cui sangue innocente è stato versato: vi chiedo di dimenticare ciò che ieri sembrava importante delle lotte interne. Tutti coloro che chiedono pace e tranquillità, onore e dignità per il loro paese, tutti quelli che si oppongono alla guerra devono restare uniti.
  • I Paesi dell'ex Urss hanno bisogno di una Russia forte, con un ruolo da guida. Ma anche il mondo ha bisogno di una Russia forte.[10]
  • State attenti che dalle ceneri della Guerra fredda non nasca la Pace fredda.[11]
  • [Sulla prima guerra cecena] I soldati russi proteggono l'integrità dello Stato, condizione necessaria dell'esistenza dello stato russo. La Cecenia è parte integrante della Federazione e non ha il diritto di lasciarla.[12]
  • La Cecenia è parte integrante della Federazione Russa. Perderla significa mettere a rischio l'esistenza stessa dello Stato.[13]

Intervista di Giulietto Chiesa et al., La Stampa, 19 agosto 1995

  • Non accetto l'accusa di aver ingannato il popolo. Al contrario, per la prima volta la gente si è sentita dire onestamente la verità.
  • [Sulla guerra di Transnistria] Penso che abbiamo sottovalutato questo problema. Qualcuno lo considera un'interferenza negli affari interni di un altro Stato. Ma in realtà loro sono dei «nostri», sono russi, sono nostri compatrioti. E noi dobbiamo cercare forme più attive per influenzare gli eventi.
  • Il presidente Snegur dice che ci sarebbe un'interferenza russa negli affari interni della Moldavia. Ma non è così. Mi chiedo, a mia volta, perché Snegur non concede almeno l'autonomia alla Repubblica dell'Oltre-Dnestr. Mi pare che sia quello che chiedono.
  • [«Chi, tra i grandi uomini della Russia del passato, sente più vicino? Ivan il Terribile, Pietro I, Alessandro II?»] Pietro I. Lo considero un creatore. Ovviamente, non privo di difetti da zar...
  • La vita che faccio ora è così dura che non credo proprio che vorrò prolungare artificialmente il mio mandato. Assolutamente!

Intervista di Komsomolskaja Pravda, riportato ne La Stampa, 19 agosto 1995

  • [Sul putsch di agosto] È stato il primo atto di coraggio civile commesso dal nostro popolo in molti anni. I golpisti volevano spaventare il popolo e questo ha offeso i russi nel profondo dell'anima.
  • Quelli sono stati giorni decisivi per la democrazia russa, ma anche per la dignità di milioni di persone. In quell'occasione numerose persone, forse per la prima volta, hanno superato la loro paura, si sono sentiti cittadini.
  • Per salvare l'Urss la giunta avrebbe dovuto iniziare una guerra: per il Baltico, per il Caucaso e per altre Repubbliche. Questa strategia è stata applicata nell'ex Jugoslavia. Abbiamo visto tutti a cosa ha portato: un colossale scoppio di energia mortale. Quanto dolore ha portato e quanto ne porterà ancora. E se qualcuno avesse tentato di tenere unita la vecchia Urss con gli stessi metodi? Grazie a Dio ciò non è avvenuto. Le conseguenze sarebbero state mostruose e il Paese non si sarebbe salvato lo stesso.
  • Il guaio è che in Russia c'è ancora poca democrazia, soprattutto nella testa della gente. Non parlo solo dei cittadini comuni, ma anche dei politici. Mi amareggia osservare molti "democratici" che, arrivati al potere, hanno assorbito le tradizioni e i vizi della nomenklatura comunista tanto da loro odiata. Se mi sento colpevole? Sì. Ma nessuno potrà cambiare questo stato delle cose. Dobbiamo cambiare noi stessi. Sono convinto che ci riusciremo. Non posso accettare l'idea che il popolo russo sia nato per la dittatura e puà essere governato solo con la frusta.
  • [Sulle elezioni presidenziali in Russia del 1996] So che molti di coloro che al primo turno hanno votato comunista non volevano un ritorno al passato, ma intendevano segnalare il malcontento per le difficoltà della vita odierna. Li capisco, perché io stesso sono rattristato da molti aspetti della nostra vita. Ma se il 3 luglio saranno la nostra stanchezza e la nostra pena a votare, per la Russia sarà il disastro.[14]

Intervista di Eldar Rjazanov sulle elezioni presidenziali in Russia del 1996, la Repubblica, 14 giugno 1996

  • [«È proprio sicuro di voler essere rieletto?»] Ci ho pensato su sei mesi, da un lato volevo riposare, stare finalmente in pace, in famiglia; dall'altro volevo evitare ad ogni costo che un comunista diventasse presidente. Pietro il Grande non finì le sue riforme, l'imperatrice Caterina neppure, lo zar Alessandro II neanche, almeno io voglio finire quello che ho cominciato.
  • [«Non pensa a tutti i morti che ha provocato la guerra in Cecenia?»] Crede che io non senta il dolore di ogni madre che ha perso il proprio figlio? Ci penso giorno e notte. E mi fa male al cuore.
  • [«Cosa accadrà se i comunisti vincono?»] La guerra civile tra Rossi e Bianchi. Tutto ricomincerà da capo e la Russia andrà in pezzi.

Discorso di fine anno, la Repubblica, 31 dicembre 1999

 
El'cin durante il suo discorso di fine anno, 31 dicembre 1999
  • Ho preso una decisione. Ci ho pensato sopra a lungo e con sofferenza. Oggi, nell'ultimo giorno del secolo uscente, mi dimetto.
  • Mi ritiro prima del termine previsto. Ho capito di doverlo fare. La Russia deve entrare nel nuovo millennio con dei politici nuovi, con delle facce nuove, intelligenti, forti ed energiche. Noi, invece, che siamo al potere da molti anni, dobbiamo ritirarci.
  • Io non devo ostacolare questo percorso naturale del processo storico. A che serve aggrapparsi ancora al potere quando il paese ha un uomo forte, degno di diventare presidente, al cui nome ogni cittadino lega le proprie speranze per il futuro?
  • Oggi in questa giornata particolarmente importante per me, vorrei dire qualcosa di più personale di quanto faccio di solito: vi devo chiedere scusa, chiedere scusa per i molti sogni che abbiamo condiviso e che non si sono realizzati. Cose che sembravano facili da fare si sono rivelate penosamente difficili. Chiedo scusa perché ho deluso le aspettative di coloro che credevano fosse possibile con un unico salto passare da un grigio passato di totalitarismo e stagnazione a un luminoso, ricco e civilizzato futuro. Ci ho creduto anch'io, che con un bello sforzo ce la potessimo fare.
  • Ogni vostro dolore è stato anche un dolore per me, per il mio cuore. Ho passato notti in bianco, mi sono tormentato su quello che si poteva fare affinché la gente avesse una vita almeno un po' migliore, almeno un po' più facile. Non mi sono mai posto un obiettivo più importante di questo. Me ne vado avendo fatto tutto ciò che potevo.
  • Vi dico addio e dico a ciascuno di voi: siate felici. Ve lo siete meritato, vi siete meritati felicità e tranquillità . Buon anno e buon secolo

Intervista di Ljudmila Telen', La Repubblica, 22 ottobre 2003

  • [«Come ha scelto quale suo successore Vladimir Putin?»] L'avevo studiato abbastanza a lungo, e non solo per i dossier dell' ufficio personale. Conoscevo bene il lavoro che lui, allora vice di Anatolj Sobcjak ha fatto a Pietroburgo. E poi, quando si traferì a Mosca, mi sono messo a tenerlo d' occhio con maggiore attenzione, dedicandogli abbastanza tempo. E ho visto che lui è non solo intelligente e competente, ma anche un uomo onesto e dotato di autocontrollo.
  • Quando venni a lavorare in un'azienda dopo essermi laureato all'università, rinunciai alla proposta di occupare la carica di caporeparto. Pensavo di dover imparare prima a scegliere fra le persone. Lo imparai. Non ricordo, per esempio, neanche un errore nello scegliere il personale. [...] E al Cremlino invece, sì. [...] Semplicemente non le conoscevo abbastanza. La vita era talmente burrascosa, che non rimaneva tempo per studiare qualcuno per filo e per segno.
  • [«Putin ha accettato facilmente la proposta?»] Gli ho parlato due volte. All'inizio l'ha respinta: no - ha detto - questo non è per me. "Ci pensi un po' ancora. Il discorso non è finito". E ci siamo lasciati così. Due settimane dopo l'ho invitato di nuovo. E la seconda volta ha accettato.
  • Considero di non avere più diritto di condurre una vita pubblica dopo le dimissioni. Mi sono dato come regola quella di non commentare quello che fa il presidente. Quello che mi piace o non mi piace poi glielo dico a quattrocchi.
  • Mi era assolutamente chiaro il compito da risolvere. Il regime politico non andava semplicemente cambiato, andava rivoltato. Al posto del sistema politico sovietico doveva nascere quello democratico. Doveva nascere un sistema economico di mercato. Al posto della censura andava introdotta la libertà di parola. Un passaggio del genere non poteva essere indolore. Di conseguenza ci volevano misure impopolari. Ci voleva una squadra pronta a farsi bruciare, ma di agire comunque per quanto forte potesse essere il malcontento.
  • Non ci sono parole per descrivere la mia compassione per chi ha perduto i figli nella tragedia di Beslan. Penso che ogni persona adulta in Russia si senta in parte responsabile per ciò che è accaduto. Non si è riusciti a proteggere i bambini, a salvarli. È una disgrazia che ci coinvolge tutti. La vicenda di Beslan ha rappresentato una svolta. Siamo cambiati, tutti noi. È cambiata la nazione. Il potere deve rispondere con durezza e prontezza alla sfida sanguinosa di questo nuovo nemico, il terrorismo.[15]
  • Soltanto un Paese democratico può combattere con successo contro il terrorismo e contare sul fatto di avere al proprio fianco, in questa lotta, tutto il mondo civile.[15]

Il Diario del Presidente

modifica

Diario del Presidente: Quattro ottobre 1993

Verso le cinque di mattina arrivarono da me il capo del servizio di sicurezza Mikhail Barsukov e il suo vice, capo della scorta del presidente Aleksandr Koržakov per chiedermi di avere un incontro con gli ufficiali dei reparti Alfa e Vympel. Dal loro tono di voce capii che c'era qualcosa che non andava, ma senza chiedere chiarimenti dissi subito di non avere tempo per incontrarmi con loro, il loro compito era molto chiaro, che lo eseguissero. Barsukov annuì e i due uscirono. Ma dopo circa mezz'ora Barsukov mi chiese ancora una volta il permesso di entrare. Entrò nell'ufficio e disse:
Boris Nikolaevič, la prego, li deve vedere, magari non tutto il gruppo, ma almeno i comandanti delle unità e gli ufficiali anziani. I ragazzi sono preoccupati con un compito così, è ben la seconda volta nella loro vita che devono assaltare la Casa Bianca...

Citazioni

modifica
  • Quella definizione di un giornale occidentale, che parla dell'«anarchia legalizzata» che regna adesso in Russia, riflette abbastanza bene il senso di quanto stia accadendo. Sembra che in Russia sia tuto a posto: ci sono tutte le strutture statali, c'è un Ministero della Giustizia, c'è un potente sistema di sicurezza, c'è un'enorme polizia.
    Ma non c'è ordine. (p. 4)
  • È facile mettere ordine col frustino cosacco; mettere ordine con la persuasione e con la buona volontà è molto più difficile. (p. 4)
  • La società è in movimento, e ciò che sta avvenendo è qualcosa di ben diverso di quanto avvenne con la rivoluzione del 1917, quando il cielo era stato scambiato con la terra. Ai giorni nostri il paese sta solo cercando la strada verso un mondo più razionale e più moderno; perciò non condivido assolutamente le note allarmiste che a volte risuonano nella nostra stampa. (pp. 5-6)
  • [Sulla crisi costituzionale russa del 1993] Che figura fa di fronte alla storia la nostra democrazia russa se la prima volta il golpe comunista aveva avuto paura a spararle contro, mentre la seconda volta la democrazia stessa non aveva esitato contro i propri nemici? (p. 17)
  • [Su Aleksandr Vladimirovič Ruckoj] Era un ex pilota di guerra con il fisico di un attore, un eroe dell'Unione Sovietica con la parlantina sciolta, insomma un combattente! Le donne di mezza età sarebbero andate letteralmente in brodo di giuggiole alla vista di un vice presidente così! Senza contare poi i voti dei militari...! (p. 29)
  • Durante il golpe Rutskoj si comportò con fermezza, da ufficiale, guadagnandosi la mia fiducia. C'era solo un piccolo dettaglio che rovinava non poco questi primi mesi di «luna di miele» con il vice presidente: Aleksandr Vladimirovič Rutskoj cominciò ad interessarsi troppo al mio abbigliamento. [...] Trovavo sorprendente questo amore per il lusso in un ex ufficiale operativo «afgano» e devo ammettere che la sua insistenza mi disorientava un poco... Ma il difetto principale di Rutskoj, e più che di difetto bisognerebbe parlare di tratto caratteriale, era il suo testardo rifiuto a capire e accettare il proprio ruolo. (p. 29)
  • [Su Aleksandr Vladimirovič Ruckoj] Aveva capito che il suo rapporto con me non funzionava e cercava una via di uscita assegnandosi un ruolo veramente paradossale, mai visto fino a quel momento in nessuna istituzione di potere: quello del moralista, del fustigatore di costumi, del Tartufo molieriano che con fare mite ed ispirato si lancia verso la poltrona presidenziale. (p. 30)
  • [Su Aleksandr Vladimirovič Ruckoj] La nostra incompatibilità si mostrava in molti aspetti, anche minimi. Ad esempio non riuscivo ad accettare la sua abitudine a farcire la conversazione con volgari parolacce e soprattutto non amavo la sua aggressività, la sua continua ricerca di un «nemico interno». Mi resi conto in seguito che si trattava in realtà di una caratteristica propria del suo carattere, un odio profondamente celato e che perciò lasciava disorientati. (p. 30)
  • [Su Vladimir Žirinovskij] Per questa persona, che con incredibile velocità appiccicava una tesi assurda dietro l'altra, hanno votato milioni (!) di elettori. Sulla gente ha certamente fatto effetto il suo slogan: è ora di allontanare dal potere i vecchi apparatčiki di partito, i membri del Comitato Centrale e «aprire la strada al governo dei tecnici»; ma penso che il succo della questione sia un altro: in una società politica come la nostra, una variabile impazzita con un'impostazione fascista o parafascista avrà sempre molte possibilità di successo. (p. 31)
  • Quel paese non poteva esistere al di fuori del concetto di un impero, d'altra parte l'impero non poteva esistere senza un'immagine di forza. L'URSS è finita nel momento in cui il primo martello ha colpito il «muro di Berlino». (p. 32)
  • Penso che il Ventesimo secolo sia finito il 19 – 21 agosto del 1991. E se le prime elezioni libere del presidente della Russia furono un evento di importanza nazionale, il fallimento del golpe di agosto è stato un avvenimento di portata globale, planetaria.
    Il nostro secolo è stato soprattutto il secolo della paura. Orrori come il totalitarismo e il fascismo, il comunismo, i campi di concentramento, il genocidio, la peste atomica non erano stati mai visti prima dall'umanità.
    Ed ecco arrivare i tre fatidici giorni, un secolo è finito, ne comincia un altro. Forse a qualcuno questa affermazione potrà sembrare troppo ottimista, ma io ci credo fermamente.
    Ci credo perché in quei giorni è crollato l'ultimo impero, mentre sono state proprio la politica e la logica imperiali che hanno giocato all'inizio del secolo questo brutto scherzo all'umanità, fungendo da detonatore di tutti i processi di cui abbiamo parlato prima. (p. 37)
  • Come spesso succede nei giorni fatidici, il tempo era splendido. L'odore dell'asfalto caldo trasmetteva un certo strano sentimento di familiare conforto. Quel mattino mi aveva svegliato mia figlia Tanja. Entrò correndo nella mia stanza: «Papà, alzati, c'è il golpe!» Ancora assonnato dissi: «Ma questo è illegale!» Lei mi cominciò a raccontare del GKCP, di Krjučkov, di Janaev, ma a me sembrava tutto troppo assurdo. Dissi: «Mi state prendendo in giro?» (p. 49)
  • [Su Gennadij Ivanovič Janaev] Riusciva a parlare all'infinito, discutere e proclamare le proprie opinioni con aria molto convinta. Sembrava nato per il lavoro di partito nel sistema sovietico. Tuttavia in attesa della prima riunione generale dei cospiratori dovette rincuorarsi ben bene con della vodka, il coraggio non gli bastava, mentre la funzione che gli era stata affidata nel golpe non era per niente secondaria. (p. 50)
  • Krjučkov, pupillo di Andropov, aveva accumulato un'enorme esperienza nei servizi segreti. Per carattere e per il ruolo assegnatogli nella struttura statale avrebbe dovuto in teoria avere una visione lucida e realistica degli eventi. Ma Vladimir Aleksandrovič era affetto da una malattia professionale, vale a dire un banalissimo complesso di persecuzione. (p. 50)
  • Dmitri Timofeevič non era più capace di guardare il mondo se non attraverso la lente deformante del dovere, dell'obbligo, degli ordini. [...] Il peso delle responsabilità crollate su di lui lo aveva spezzato. (p. 51)
  • Vedo la tragedia dei cospiratori come la tragedia di un intero strato di funzionari statali che il sistema aveva trasformato in rotelle di un ingranaggio privandoli di ogni qualità umana. Davanti alla nuova realtà dove un politico, per operare, doveva assumere punti di vista personali, espressioni proprie, elaborare regole interne, un modo di parlare individuale e un comportamento autonomo, la gente del tipo che ho appena descritto finiva frantumata. (p. 51)
  • Balzai sul carro e mi misi in piedi. È forse stato lì che ho nettamente percepito che avremmo vinto e che non potevamo perdere? La sensazione era di completa lucidità, di unione totale con la gente che stava intorno a me. Sono in molti, volano i fischi, le urla. Ci sono molti giornalisti, operatori televisivi, fotoreporter. Prendo in mano il foglio con l'appello. Le grida si interrompono, io leggo con forza, quasi mi si rompe la voce... Alla fine saluto il comandante del carro armato e scambio qualche parola con i soldati. Dai loro visi e dai loro occhi capisco che non ci avrebbero sparato. Salto giù dal carro e dopo pochi minuti sono di nuovo al mio ufficio, ma sono già un'altra persona. (pp. 63-64)
  • Credo che i russi abbiano verso Mosca un atteggiamento duplice, se da una parte le danno sempre addosso, dall'altra la amano profondamente e una minaccia alla sicurezza della città veniva interpretata da tutti come una minaccia alla sicurezza di tutta la Russia. Nella testa di ogni soggetto pensante avvenne allora una sorta di personale guerra di liberazione nazionale, l'impero sovietico si era definitivamente staccato dal concetto di Patria e la Russia dall'URSS. (p. 70)
  • I golpisti avevano sottovalutato i cambiamenti avvenuti nel paese. Durante la guida di Gorbačev erano apparsi, oltre al potere ufficiale, vari leader dell'opinione pubblica, forze politiche, intellettuali indipendenti e stampa democratica. Si poteva tappare loro la bocca solo con una repressione sanguinaria, con un'ondata di arresti e di condanne. Oppure lo si poteva fare con qualche mossa scaltra, con una qualche originale strategia informativa che giocasse sull'opinione pubblica, ma i golpisti non avevano neanche questo. Avevano perso su tutti i fronti. (p. 74)
  • In tempo di guerra esiste fra cecchini una legge non scritta per la quale se si accorgono di essere uno nel mirino dell'altro si lasciano per così dire in pace. (p. 80)
  • Lebed' è una persona interessante. È un generale che ha passato la guerra in Afghanistan mostrando un'efficienza superiore a chiunque altro, è molto duro e diretto nei rapporti con gli altri, per lui l'onore militare sta al primo posto. (p. 82)
  • Uno dei pochi dirigenti dei nuovi partiti politici ad appoggiare il golpe fu Vladimir Žirinovskij. Lo fece in un comizio che tenne ancora il 19 agosto. La sua era una posizione coerente: il Partito Liberal-democratico in Russia era sempre intervenuto a favore dell'impero, dell'inviolabilità delle frontiere, dell'ordine. E allora, evviva! (pp. 86-87)
  • Alle elezioni del 1993 Žirinovskij avrebbe riaperto certe piaghe morali e socio-psicologiche della nostra società di cui noi non sospettavamo neanche l'esistenza. Una di queste è la carenza immunitaria verso il fascismo. (p. 87)
  • In precedenza la nostra famiglia era stata sottoposta alla collettivizzazione forzata. Adesso si comincia a dimenticare che cosa questo significasse. Era molto semplice, la famiglia Eltsin [...] aveva preso cinque ettari di terra in affitto. [...] La sua colpa era lavorare molto, fare molte cose. Invece al potere sovietico piacevano le persone modeste, insignificanti, che rimanevano al loro posto. Per gli uomini forti e attivi non c'era pietà. (pp. 89-90)
  • Il Potere qui è sempre stato considerato come l'espressione di una qualche potenza totalizzante talmente tremenda e indistruttibile che l'idea stessa di tentare una rivolta o un colpo di Stato appare assurda. Il potere può, secondo questa impostazione, solo crollare da solo come avvenne nell'ottobre del '17. Lo stesso avvenne nel 1991 e stava quasi per capitare nel 1993 grazie alla nostra congenita incapacità non solo di rafforzare il potere, ma soprattutto di difenderlo in quanto cuore della sicurezza nazionale e chiave di comando del paese, parlo del potere inteso nella sua forma concreta di edifici, corridoi, uffici. (p. 97)
  • Il totalitarismo è rimasto nel passato, ma non se ne sono forse anche andate le regole morali, gli ideali senza i quali non può esistere nessuna società civile? (p. 100)
  • [Sull'Accordo di Belaveža] L'incontro si svolgeva con grande discrezione, la residenza era addirittura controllata da un reparto speciale dei servizi segreti. A volte quella cautela creava situazioni curiose, ci accorgemmo ad esempio che nella residenza non c'era neanche una fotocopiatrice. Per avere la copia di un documento bisognava ogni volta farlo passare per i due fax che fortunatamente avevamo. (p. 107)
  • Mi ricordo bene quando lì, nella foresta vergine di Belaja Veža ebbi finalmente una sensazione di liberazione, come se mi fossi scrollato un peso di dosso. Firmando quel patto, la Russia aveva scelto una nuova via per il proprio sviluppo, non si trattava tanto di parti dell'antico impero conquistate secoli prima che si separavano, l'integrazione economica, culturale e politica avrà prima o poi il suo decorso naturale e quei paesi rimarranno in una zona di mutua collaborazione. Piuttosto era importante il fatto che la Russia si era scelta una strada pacifica, democratica e non imperiale, si era scelta una nuova strategia globale rinunciando all'immagine consolidata di dominatrice di mezzo mondo, rinunciando al confronto armato con la civiltà occidentale e al ruolo di gendarme nei conflitti etnici. (p. 108)
  • Certo, un impero monolitico è un concetto potente, fondamentale, che incute timore e rispetto. Ma per quanto tempo ancora avremmo potuto restare impero? I grandi imperi del passato, quello britannico, quello francese, quello portoghese sono già tutti crollati, ancora poco tempo fa gli Stati Uniti avevano cercato di controllare quasi direttamente una serie di governi delle due Americhe, ma non ci sono riusciti...
    Non si trattava quindi di un golpe bianco contro Gorbačev, bensì di un cambio di rotta perfettamente legale, una mutazione nei rapporti tra tre importanti repubbliche dell'Unione. (p. 109)
  • Gajdar mi colpì soprattutto per la sua sicurezza. Non era una sicurezza sfrontata o la semplice sicurezza di un uomo energico e forte come ce n'erano molti attorno a me. Si vedeva subito che Gajdar era semplicemente una persona di grande indipendenza, con un profondo senso della propria dignità. Era cioè un intellettuale che al contrario di uno stupido burocrate non si sarebbe mai messo a nascondere i propri dubbi, le proprie riflessioni e le proprie debolezze andando tuttavia fino in fondo nella difesa dei propri principi, non perché l'ha detto il partito, ma perché sono cosa sua, frutto di un duro lavoro. (p. 120)
  • Gajdar sapeva parlare in modo chiaro, anche quello ebbe una grande importanza dato che prima o poi sia io che lui avremmo dovuto parlare con i nostri oppositori. Non è che semplificasse i propri concetti, ma piuttosto parlava in modo facile di cose complicate. Tutti gli economisti vorrebbero farlo, ma Gajdar è quello che ci riesce in modo più convincente. (p. 108)
  • Tutti sanno che una gran parte dell'apparato esecutivo degli Stati Uniti viene lasciato in eredità dai democratici ai repubblicani e viceversa. Noi invece, abbiamo dovuto cominciare quasi ex novo, anche se non completamente dato che bisognava cercare, dove ciò fosse possibile, di mantenere figure esperte per non compiere la mossa suicida di distruggere la totalità dell'apparato esecutivo di un paese così grande, e anche questo ci ha spinto a compiere errori. (p. 123)
  • Da cosa e da chi dipende allora il presidente Eltsin?
    Dipende soprattutto dal proprio io, dall'immagine di sé che si è creato e che ha creato chi lo circonda, l'immagine di un politico forte e risoluto. Questo in primo luogo.
    Poi è molto dipendente dall'opinione della gente che rispetta, cioè da tante persone. Non tutte le opinioni riescono ad influire su di lui, ma capita che una parola gettata di passaggio o una riga di un articolo lo costringano a cambiare opinione.
    Infine io dipendo dalle mie idee e dai miei principi contro i quali, come succede alla maggior parte delle persone, non posso fare nulla. Li ho dall'infanzia, sono più forti di me. (p. 127)
  • [Su Margaret Thatcher] Nella politica internazionale i personaggi come lei sono rari e la loro opinione è sempre molto importante, indipendentemente dalla carica che ricoprano. (p. 128)
  • Per me la personalità di Margaret Thatcher è importante anche perché è l'esempio di come un politico possa rimanere fedele a se stesso per molti anni e attraverso mille difficoltà. Le priorità cambiano, il paese attraverso mille difficoltà. Le priorità cambiano, il paese attraversa crisi politiche di tutti i tipi, quante battaglie parlamentari ha dovuto affrontare il primo ministro britannico in tutti quegli anni? Per ogni nuova proposta di legge, per ogni nuova tassa ribollivano gli animi, nascevano campagne di stampa e manifestazioni, ma il governo continuava fermamente sulla sua strada. Tutto questo veniva realizzato da Margaret Thatcher con lo stesso irrefutabile sorriso che anno dopo anno diventa sempre più incantevole. (p. 129)
  • La guerra civile deforma la psicologia della gente, la mette in condizioni estreme, annormali, e sembra non abbia nessuna intenzione di finire finché non è bruciato tutto. Ševardnadze si è trovato ad essere ostaggio di quell'odio. (pp. 135-136)
  • [...] non esiste popolo più fiero della propria indipendenza di quello georgiano. (p. 136)
  • [...] in Georgia circola con insistenza la leggenda che la Russia imperiale stia mettendo in atto una politica tesa a distruggerne l'unità. Accecati dalla loro tragedia, i georgiani non riescono a rendersi conto che la Russia non può permettersi di intervenire in favore di una fazione nei conflitti interetnici. Se la Russia prendesse le parti della Georgia nel conflitto abkhaso-georgiano, ci sarebbe una sollevazione in tutto il Caucaso settentrionale e la guerra dilagherebbe in quelle regioni, sarebbe una lunga guerra. (p. 136)
  • Per noi russi i crimini di Stalin sono un gigantesco pozzo nero nel quale è stata gettata tutta la nostra storia, neppure noi abbiamo ben chiaro cosa e come sia successo e quasi tutti i paesi, compreso il Giappone, hanno dei conti aperti con la Russia staliniana. I Giapponesi sentono l'eccidio di massa dei loro soldati nei campi di prigioni siberiani (con condizioni climatiche micidiali per loro) come una ferita aperta, alla stregua della tragedia di Hiroshima, ma mentre per Hiroshima gli americani hanno già da tempo presentato le loro scuse, noi da parte nostra non lo abbiamo mai fatto. (p. 141)
  • [...] rimasi impressionato dalla femminilità e dall'incantevole naturalezza di Elisabetta II, tutto avveniva nel più semplice dei modi, ma né io né Naina dimenticammo per un attimo di essere ospiti della Regina d'Inghilterra, era qualche cosa che andava al di là del grigio termine protocollo. (p. 143)
  • [Su Naina El'cina] Tutti i complimenti che ho sentito al suo indirizzo sottolineano la sua capacità di rimanere sempre se stessa, la sua sincerità: ammira ciò che crede sinceramente degno d'ammirazione e si indigna con tutto il cuore se la conversazione ruota su una qualche disgrazia o su qualche atto deplorevole. Questo atteggiamento le rende sempre possibile trovare qualcosa di comune con la gente. (p. 144)
  • L'Europa degli anni '60 viveva un clima arroventato, come anche il resto del mondo, era un continuo ribollire di avvenimenti: in Francia una serie di attentati a De Gaulle, la rivolta studentesca e la frattura nella società provocata dalla crisi d'Algeria; in Inghilterra l'inizio del difficile conflitto in Irland del Nord, la guerra tra Egitto e Israele [...] il nostro intervento in Cecoslovacchia. L'inizio del decennio era stato segnato dalla crisi dei Carabi e dall'assassinio di Kennedy, la fine dalla guerra in Vietnam e dalla rivoluzione culturale in Cina. In poche parole in tutto il pianeta c'era odore di guerra mondiale, ma qualcosa salvò l'umanità dalla catastrofe, non credo valga la pena di tingere quell'epoca con troppi chiaroscuri: un mondo occidentale «buono» da una parte e un comunismo «cattivo» dall'altra. Tutto era molto più complicato. (p. 156)
  • [...] le guerre etniche nei Balcani e nel Caucaso rinchiudono da due lati la Turchia, che da parte sua non può rimanere indifferente nei confronti del destino dei suoi connazionali in Europa, ai disordini razziali in Germania. C'è poi la difficile situazione degli immigrati in altri paesi europei, situazioni simili si ripetono anche in Russia: noi non lo dobbiamo permettere. Non ci si può rinchiudere nei propri egoistici interessi nazionali, se lasceremo via libera all'escalation della discordia razziale, religiosa ed etica, ci ritroveremo di nuovo, come negli anni '60, minacciati da una guerra planetaria. E se allora, come mi sembra, siamo stati salvati dalla civiltà, dalla diffusione di standard di vita che rendevano inconcepibile l'idea di una guerra, vuol dire che anche adesso si può cercare la stessa strada, senza risparmiare i nostri sforzi per raggiungere la pace. (pp. 157-158)
  • Andrej Kozyrev fu fin dall'inizio una figura molto controversa. Molta gente faceva pressione su di me dicendo che Kozyrev è un filooccidentale e un filoamericano, che le strutture statali non avrebbero mai accettato un personaggio simile. Per questo seguii con molta attenzione e per molto tempo l'operato del ministro degli Esteri. Adesso posso dire che la scelta fu giusta. (p. 163)
  • [...] trovo stupido che mi si rimproveri, come avviene, di avere modificato le secolari linee portanti della politica russa, della Russia imperiale. La Russia, in tutta la sua storia, non ha mai voluto contrapporsi al mondo occidentale, anzi, fin dal diciottesimo secolo ha voluto in tutti i modi entrare nel giro dell'Europa civilizzata con accordi e alleanze. Un paese così grande e potente incuteva sì un certo rispetto e attenzione, ma mai paura! Il concetto di storia che propagandano invece oggi i nostri «intransigenti» è antistorico, destinato agli ignoranti. (p. 165)
  • C'era un'epoca nella quale l'URSS si contrapponeva a tutto il mondo occidentale cercando di imporre la sua volontà e trascinare nella propria sfera d'influenza molti paesi mettendosi nei panni del gendarme internazionale, ma non bisogna pensare che questo sia il ruolo tradizionale e giusto del nostro paese nel contesto storico generale, era un ruolo posticcio, ai limiti del farsesco. (p. 165)
  • Il Caucaso è una regione unica al mondo dove coabitano letteralmente centinaia di popoli diversi, è come un'enorme parco che oltre ad una natura meravigliosa conserva minuscole popolazioni montane, ognuna delle quali ha una propria lingua, una propria cultura e proprie tradizioni nelle quali si riflettono tutte le epoche, tutta la storia dello sviluppo dell'umanità. Ma proprio in questa unicità si nasconde il germe dell'ingovernabilità; la psicologia dei montanari, di questi piccoli popoli in balia della guerra rifiuta i compromessi pacifici. Il governo centrale, anche volendo, non è in grado di controllare tutto il territorio e la gente continua a combattere, non più con coltelli e fucili, come succedeva nel secolo scorso, ma con carri armati e missili, distruggendo così la propria cultura, la propria riserva naturale e etnica unica al mondo. (pp. 167-168)
  • [Sulle guerre jugoslave] A nostro avviso il problema è di natura stratificata. Il primo, superficiale livello è chiarissimo a tutti: la Jugoslavia è una piccola Unione Sovietica con la stessa matassa di problemi storici legati ad una varietà di etnie, di gente diversa che si è ritrovata sotto lo stesso tetto. Tito è stato uno dei dittatori più «morbidi» del Ventesimo secolo (prima di lui c'è solo Franco) e con lui la nazione non ha fatto che fiorire, ma questa costruzione artificiale non considerava i conflitti insiti nelle popolazioni. I problemi in Jugoslavia sono iniziati, come una reazione a catena, in seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Per questo cerchiamo di rapportarci al conflitto jugoslavo con grande cautela, ci assomigliamo troppo.
    Il secondo livello della questione riguarda il nostro ruolo internazionale come «stato guida». Perché gli USA insistono così tanto nel volere la nostra partecipazione alle sanzioni armate contro l'aggressore (la Serbia, secondo loro)? Lo fanno per creare un precedente, precedente che, a dire il vero, esiste già ed è il nostro appoggio all'operazione «Tempesta nel deserto», la spettacolare azione militare del presidente Bush contro l'Iraq. Quando le nostre due nazioni agiscono di comune accordo si crea, in un certo senso, un modello di governo mondiale che colpisce inevitabilmente con le sanzioni chiunque infranga la legge. (pp. 168-169)
  • Mentre i nostri ragazzi rischiano la vita nei battaglioni dei caschi blu ucraino e russo, in Jugoslavia certi cosiddetti volontari, che mi piacerebbe proprio vedere in faccia, giocano alla guerra dalla parte dei serbi, certo, sono molto pochi, ma che risonanza hanno avuto in Jugoslavia! Gli argomenti dei politici pro serbi delle nostre parti sono che si tratta di fratelli slavi che dobbiamo difendere in nome di interessi nazional-religiosi. Ma noi li stiamo appunto difendendo! E lo facciamo in condizioni di completo isolamento internazionale. (p. 169)
  • Continuando la metafora medica mi viene in mente quando in Spagna, la mattina dopo l'operazione, con i punti di sutura ancora freschi, mi proposero di alzarmi e io lo feci, in un bagno di sudore, spaventato e teso, facendo pochi passi. Ecco, il ruolo di Gajdar consisteva nell'alzare la nostra economia paralizzata, riportare alla vita i suoi centri vitali, le sue risorse e il suo organismo. È crudele ma necessario. Mentre gli altri medici si consultavano sul da farsi, lui ha tirato fuori il malato dal letto e ha cercato di farlo camminare. (p. 171)
  • Nella storia degli ultimi due secoli la Russia ha avuto solo due capi che per la loro mediocrità si sono attenuti ad una pratica puramente conservatrice e apertamente antiriformatoria. Sotto il loro governo la centralizzazione del potere era tanto accentuata che tutta la società viveva una sensazione di oppressione, il tutto accompagnato da severi concetti ideologici e, ovviamente, dalla persecuzione dei dissenzienti. Sto parlando di Alessandro III e di Brežnev. Ambedue hanno governato molto a lungo e ambedue se ne sono andati da questo mondo odiati dalla loro nazione. Ma perché poi? Se guardiamo bene, durante il regno di Alessandro III è avvenuto un indiscutibile balzo in avanti nell'industria che se non ha portato il benessere al popolo, ha però fatto finalmente apparire sulla scena in Russia una classe media, preparando la base materiale per lo sviluppo della scienza e della cultura e facendo definitivamente entrare la nazione nel consorzio dei paesi civili.
    Con Brežnev si era sicuramente mantenuto il disumano sistema sovietico, si sono continuate le persecuzioni politiche e il confronto militare con l'Occidente, sono cose che sanno tutti: si osservava tuttavia anche un'altra tendenza, pur avendo cioè apparentemente bloccato (come Alessandro III) le riforme, Brežnev non aveva fatto fare al paese una svolta di cento ottanta gradi come allora sembrava a molti, aveva anzi mantenuto lo scheletro delle trasformazioni khruščeviane per cui la sua amministrazione ottusa ma, bisogna ammetterlo, estremamente coerente ha avuto anche conseguenze benefiche. Il concetto brežneviano di «socialismo sviluppato» e di «crescita costante del benessere dei lavoratori», mille volte deriso dai giornalisti della perestrojka non era privo di fondamento, le relazioni economiche di tipo socialista si erano, come vediamo adesso, radicate nel profondo della psicologia della gente, riguardo a un reale benessere, quello ovviamente non c'era, parlare di benessere quando manca il burro e la carne sembra una presa in giro, tuttavia, con il raggiungimento di una certa parità in campo internazionale, alla gente non veniva più chiesto di dare tutta se stessa sarificandosi per la nazione come avveniva prima. Passo dopo passo, per via amministrativa e con un'assordante cigolio si cominciavano a raggiungere certi standard occidentali: appartamenti di proprietà, garanzie sociali, elettrodomestici, minimi possedimenti di terra e addirittura automobili private, cioè condizioni più o meno tollerabili per il cittadino medio. Non voglio adesso parlare dei più complicati processi che avvennero nella società dalla metà degli anni '60 alla metà dei '70, faccio solo notare che c'era in corso una tendenza all'accumolo graduale e quasi invisibile di beni materiali. Poi il leader divenne decrepito e la sua decadenza fisica assurse a simbolo dello sfaldamento della nostra enorme ma dissennata economia. (pp. 171-172)
  • La madre è la Russia e noi siamo i suoi figli, curare la propria madre con una terapia d'urto è sicuramente crudele, ma la Russia non è solo nostra madre, la Russia siamo anche noi stessi, e io sicuramente curerei me stesso con una terapia d'urto, l'avevo già fatto, a volte l'uomo va avanti e sopravvive solo grazie a una rottura netta. Non ho scelto questa strada per un qualche astratto paese sottosviluppato, l'ho scelta per me stesso, la prima figura che ha dovuto sopportare lo schock e le reazioni dolorose sono stato io, il presidente. Ho dovuto sopportare attacchi di depressione, ripensamenti notturni, insonnie, lacrime, amarezza alla vista dello stato in cui erano ridotte Mosca e le altre città di Russia, valanghe di critiche nei giornali e alla televisione, interventi velenosi al congresso, pesanti decisioni, persone vicine che al momento giusto non mi hanno appoggiato. Senza parlare del sollevamento di ottobre. (pp. 173-174)
  • [Su Gennadij Burbulis] [...] lui mal sopportava i funzionari come classe e odiava il lavoro di apparato, d'altra parte gli piaceva molto il fervore distruttivo della squadra di ministri di Gajdar che bramavano di dilaniare letteralmente tutto quel mondo putrido di obbedienza gerarchica e controllo verticale. (p. 179)
  • [Su Gennadij Burbulis] Per me rimane un mistero come mai sia diventato per lui così importante il versante formale del potere; si tratta pur sempre di un uomo intelligente che ha diretto concretamente uno strumento strategico di potere concentrando molta influenza nelle sue mani. Ma è proprio questo mistero, questo segreto nella psicologia di Burbulis che gli ha impedito di commisurare realisticamente i suoi compiti con le sue possibilità. (p. 181)
  • [Su Gennadij Burbulis] Non nascondo che ad un certo momento cominciai a provare una certa malcelata stanchezza nei confronti di quella persona, continuavo a vedere la sua faccia in ufficio, alle riunioni, ai ricevimenti, a casa, in dacia, sul campo da tennis, in sauna... È giusto cercare di influire sul presidente per portare avanti le proprie idee, ma tutto ha un limite! E non era una mia mania di persecuzione, semplicemente Burbulis stava cominciando a entrarmi dentro con la stessa disinvoltura con la quale entrava alle riunioni. Le nostre relazioni personali cominciarono a diradarsi. Cose che succedono. (p. 181)
  • Bisogna innanzitutto dire che Skokov è una persona intelligente, ma dura e impenetrabile. Sia Silaev, con il quale è stato presidente del comitato economico, che Gajdar, che lo aveva come capo del Consiglio di sicurezza, avvertivano in lui una minaccia nascosta avendo con me non pochi conflitti sulla questione. (p. 187)
  • Il ruolo reale di Skokov nel gruppo dei miei consiglieri era quello di una sorta di primo ministro «ombra», e questo fin dai tempi del golpe d'agosto, dove ebbe un ruolo importantissimo, forse più importante di quello di altri difensori della Casa Bianca. Skokov conduceva per mio conto le trattative con i rappresentanti dell'esercito e del Ministero degli Interni Gračev e Gromov, sono stati incontri di enorme importanza e assolutamente segreti dove Skokov si distinse tra l'altro per la sua grande discrezione. (pp. 187-188)
  • La separazione, durata settantacinque anni, della Russia dal mondo civile durante la quale è stata creata la grande economia socialista, ci ha privato del vantaggio di un'entrata naturale del mercato, lì non ci aspetta nessuno. Abbiamo dovuto, per l'ennesima volta nella nostra lunga storia, distruggere quanto c'era e rinunciare ad una vita stabile basata su semilibertà e semipovertà. Ci tocca ancora una volta correre dietro agli altri, fare sforzi sovrumani solo per... diventare come tutti. (pp. 189-190)
  • [Sulla crisi costituzionale russa del 1993] Purtroppo la vicenda ebbe una conclusione tutt'altro che pacifica, questo sta a significare che non era una semplice battaglia parlamentare per la modifica di questa o quella legge o per la sostituzione dei ministri, ma era invece una lotta contro la figura del presidente, una battaglia all'inizio sotterranea e poi via via sempre più aperta, un tentativo di cambiare i fondamenti stessi dello Stato. Per essere ancora più precisi, si trattò di un lungo e ben pianificato tentativo di rovesciarmi. Se avessi capito prima che quel parlamento non aveva alcuna intenzione di accettare la nuova Costituzione, che non era in grado di scendere a patti e neanche di legiferare normalmente, si sarebbero evitati lo spargimento di sangue, le vittime innocenti, lo schock che tutti abbiamo dovuto sopportare e soprattutto quella frattura all'interno delle forze democratiche di cui tuttora avvertiamo le conseguenze. (p. 193)
  • [...] oramai conoscevo bene Khasbulatov e il suo carattere orientale, aveva sempre pronte, su una medesima questione, diverse opinioni, della quali una sola veniva dichiarata apertamente, le altre preferiva tenerle in serbo per ogni evenienza. [...] Ognuno di noi due voleva essere il leader, io per motivi, diciamo così, di servizio, e lui, per come mi sembrava, in virtù di una sua personale passione. (p. 195)
  • Oggi è il sette novembre, porta tante domande amare alla gente della vecchia generazione, anche a quella della generazione di mezzo: chi erano i «bianchi», chi erano i «rossi», chi erano i veri eroi? Non ci si capisce niente. E chi siamo noi nella nostra storia? Possibile che siamo stati solo schiavi, carne da cannone? (p. 200)
  • Cos'è successo a questi uomini? Da dove è arrivata la loro folle sete di potere? Chissà come avrebbero trascorso le loro vite questi insegnanti di provincia se una nuova epoca non li avesse fatti uscire repentinamente in primo piano. Evidentemente dietro alla loro «tranquillità» e discrezione si nasconde qualche segreto, forse da ragazzi volevano a tutti i costi diventare i capi della loro compagnia, qualcuno li aveva umiliati, forse hanno vissuto continuamente nella convinzione che chi li circondava a scuola o in università non capisse con quale grande personaggio aveva a che fare, che le ragazze facessero troppa attenzione alle apparenze senza saper scavare più in fondo... (p. 202)
  • So che l'Occidente aveva reagito freddamente alla candidatura di Černomyrdin, e lo stesso si può dire della nostra stampa che lo definiva un tipico funzionario di partito, anche se lui in realtà non lo era mai stato. Černomyrdin si è sempre occupato di produzione, ha percorso in lungo e in largo la Siberia e gli Urali, è un uomo che conosce il valore delle cose, mi è capitato di vederlo immerso fino alle cinocchia nel fango con gli stivali di gomma ai piedi, quello era il suo lavoro, un lavoro duro. (p. 206)
  • Era proprio Gajdar ad apparire il miglior garante delle riforme economiche agli occhi dei governi occidentali e io lo sapevo bene, ma un conto è vedere le cose dal laggiù, un altro è trovarsi in mezzo agli avvenimenti. (p. 206)
  • Infine, la riforma di Gajdar aveva creato un grande movimento macroeconomico, aveva distrutto la vecchia economia. Era stata un'operazione priva di qualsiasi eleganza chirurgica, che aveva strappato insieme al tumore anche parti vitali e funzionanti. (p. 207)
  • Gajdar non aveva capito fino in fondo che cosa volesse dire produzione, metallurgia, complesso petrolifero, industria militare, industria leggera; per lui questi erano concetti teorici. Era uno sbilanciamento pericoloso. (p. 207)
  • Riguardo alle sue qualità personali Viktor Stepanovič ha dimostrato di essere come me lo aspettavo: una persona affidabile. Non mi ha deluso in nessuna situazione, per quanto critica. Rispetto molto la sua laconicità e la sua discrezione, la sua lucidità, il suo coraggio. (p. 207)
  • [...] si vede che sono per natura poco disposto all'attesa, alla lotta sotterranea, non appena la situazione si mostra in tutta la sua chiarezza divento completamente un'altra persona. Può essere un bene e un male. [...] Nelle situazione estreme sono forte, in quelle normali posso anche essere appanato, completamente diverso dallo Eltsin che tutti sono abituati a vedere. Posso avere degli scatti infantili... E questa è una debolezza. (pp. 210-211)
  • Anche negli altri paesi succede che in parlamento si prendano a botte, ma non va mai a finire in questo modo. Non avevo nessun bisogno di una vittoria così, ma ho dovuto lo stesso lottare per raggiungerla a qualunque prezzo per potere mantenere almeno una base di stabilità, la speranza in una pace magari facile. (p. 219)
  • Io e Viktor Stepanovič siamo uniti, se così si può dire, da un comune stile di vita. Egli non ammette una politica di basso profilo senza principi, ma al tempo stesso non vive nelle nuvole. Questa combinazione di esperienza concreta e di solidi principi elaborati nel tempo è una peculiarità della nostra generazione. (p. 227)
  • L'atmosfera del terrore, la legge del taglione e le persecuzioni non mi si addicono. Io ho bisogno di sentire e vedere che attorno a me c'è gente normale. In poche parole avevo voglia di vivere una vita semplice, e per chiarire questo pensiero devio un poco dalla severa trattazione politica. (p. 239)
  • Da tempo ho notato che, prima di avvenimenti terribili, cala per un momento un periodo calmo e sereno, in cui non si ha proprio voglia di pensare al male, in cui la serenità diventa un'esigenza dell'anima e persino di tutto l'organismo. Evidentemente la natura ha i suoi segreti e dispone che ci sia un tempo per prepararsi ad affrontare le prove più dure. E le sciagure... Quelle sono sempre improvvise. (p. 243)
  • [...] per la prima volta nella mia vita, continuo a essere torturato da un dilemma: ho fatto bene? Esisteva una qualche alternativa, si poteva fare altrimenti, ho davvero esaminato tutte le possibilità?... La Russia sta affondando per mancanza di leggi, e il primo presidente eletto dal popolo rovescia la legge, una legge sbagliata, ottusa, che porterebbe il paese sull'orlo del crollo, ma pur sempre una legge. (p. 245)

Citazioni su Boris El'cin

modifica
  • A essere onesti, il bilancio di Eltsin non fu del tutto negativo. I paraocchi mentali del vecchio ordine furono strappati via e i cittadini russi comuni furono liberi di viaggiare e di vedere quanto fossero indietro rispetto all'Occidente. Il Parlamento, la Duma, funzionava, più o meno. Il giornalismo era molto attivo, sulla carta stampata e in modo più impressionante alla radio e in TV. Gli assassini e i corrotti erano chiamati a rendere conto sui giornali, se non nei tribunali. Ma nell'insieme fu più un fallimento che un successo. (John Sweeney)
  • Bisogna sapere che all'epoca di Eltzin, uomo debole fisicamente quanto moralmente, per ottenere una concessione di vendita di una fabbrica statale, o il permesso di aprire una nuova miniera sul territorio nazionale o di svendere sottobanco le centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio, metalli preziosi e altre ricchezze accumulate dall'URSS nel corso di decenni, era sufficiente presentarsi armati di racchetta da tennis a uno dei suoi appuntamenti sportivi e lasciarsi sconfiggere da quel lento e scoordinato individuo che per qualche motivo credeva di essere un tennista talentuoso. Tra gli oligarchi circolava la battuta secondo cui, per avere successo negli affari in Russia, la cosa più difficile era perdere a tennis con "l'alcolizzato", come era soprannominato (da tutto il paese!) il presidente. (Nicolai Lilin)
  • Boris Eltsin ha sicuramente avuto la sua buona dose di colpe, ma era una persona vera, con i suoi vizi e le sue virtù. Pensavamo fosse un fantasma che ci avrebbe imprigionato per sempre nelle tenebre, invece le file chilometriche di russi in attesa di rendere omaggio alla bara di Eltsin in una cattedrale di Mosca dimostrarono che malgrado i suoi tanti fallimenti il popolo aveva scorto nelle sue azioni la possibilità di un futuro migliore. Un futuro ben diverso da quello che invece ci è toccato vivere con il suo successore. (Garri Kasparov)
  • Boris Eltsin verrà sottoposto a una operazione chirurgica. Il vantaggio: ubriaco com'è, non ci sarà bisogno dell'anestesia. (Daniele Luttazzi)
  • Boris Nikolaievic è sottovalutato. In realtà è un gigante del Novecento. Ci voleva un essere biologicamente anomalo, eccessivo, forte bevitore, molto carnale, più adatto a distruggere che il costruire, per abbattere il corpaccione del comunismo sovietico. (Enzo Bettiza)
  • Come chiunque altro aveva i suoi difetti, ma anche un lato forte. Uno dei suoi pregi era che non cercò mai di evitare le responsabilità, le responsabilità personali. Sapeva assumersi le sue responsabilità, anche se aveva i suoi demoni. (Vladimir Putin)
  • Con [Vladimir Putin] almeno si sopravvive. Negli anni del caos di Eltsin, invece si faceva fatica pure a trovare il pane. (Ėduard Limonov)
  • Credo che Putin scelse deliberatamente di non demolire del tutto la democrazia russa fino alla morte di Eltsin. Malgrado tutti i suoi errori e i suoi scivoloni, Eltsin era un vero combattente per la libertà. Se avesse deciso di criticare pubblicamente le manovre dittatoriali di Putin ciò avrebbe avuto delle forti ripercussioni, che si sarebbero fatte sentire anche alle presidenziali del 2008. Con la sua morte, il 23 aprile 2007, però, Putin non sentiva più vincoli di alcun tipo. (Garri Kasparov)
  • Eltzin era arrivato al potere sull'onda dell'euforia che accompagnava il crollo dell'URSS, e i cittadini si attendevano da lui il benessere e la miracolosa trasformazione della società in qualcosa di simile al modello occidentale. Ma il brusco crollo dell'economia aveva spazzato via quella classe media sovietica che nonostante tutto conduceva una vita relativamente agiata, e trasformato la maggior parte dei cittadini in miserabili, esposti alle minacce del nuovo mondo, privi delle sicurezze sociali alle quali l'URSS li aveva abituati, indifesi di fronte alle speculazioni delle nuove élite politiche ed economiche che razziavano il paese. Il contrasto tra la miseria delle masse e l'osceno arricchimento degli oligarchi che si comportavano come feudatari medievali, abbassò drasticamente la popolarità del presidente Eltzin, dei suoi programmi politici e del suo concetto di democrazia. Il popolo voleva un cambiamento, e in varie parti del paese pericolose tendenze estremiste mandavano segnali preoccupanti. (Nicolai Lilin)
  • Ha pagato i salari che aveva promesso? Niente affatto, non li ha pagati. Anzi, l'indebitamento dello Stato verso i lavoratori era di 16 trilioni. Ha fatto la pace in Cecenia? Niente affatto. Lui ha fatto solo la guerra. Adesso finge di voler fare la pace, ma si combatte ancora... (Gennadij Zjuganov)
  • Il crudo coraggio di Eltsin durante il colpo di Stato del 1991 fu il suo momento migliore. Quello che seguì fu un lungo e patetico barcollamento alcolico verso la tomba. Il sogno di democrazia e di Stato di diritto della Nuova Russia lasciò il posto a un caotico pasticcio di vodka, a un'anarchia a singhiozzo in cui i ricchi gangster venivano uccisi da oligarchi più ricchi. (John Sweeney)
  • Il più radicale in questo paese è Eltsin. Lui non posso tenerlo a freno. Lui ha fatto la Cecenia, lui ha ficcato le mani nelle tasche dei russi. E poi dice che difende la proprietà privata. (Gennadij Zjuganov)
  • Io lo guardavo e pensavo: è colpa tua se la mia mamma è sempre stanca. Se si trascina a stento, se cammina come una vecchia. Se non gioca con me e non mi abbraccia quanto vorrei. Se prima c'era l'Urss e le persone erano buone, e adesso c'è la Russia e in Russia si sta peggio. Quando El'cin compariva sullo schermo, io mi incupivo e dicevo: cattivo, lui. E capitava che mia madre sorridesse. Per questo cominciai a guardare il telegiornale insieme a lei: sgridavano El'cin per vederla sorridere. (Elena Kostjučenko)
  • L'ho ammirato quando è riuscito ad opporsi al golpe, ma adesso si comporta come un paleo-comunista. Monta in collera, ordina a destra e a manca, fate questo, fate quello. Ha la stessa sindrome di Gorbaciov, che ha voluto la democrazia e poi si è indignato quando gli altri hanno cominciato ad avere idee diverse dalle sue. (Svetlana Allilueva)
  • Malgrado tutta l'ambiguità della sua figura politica, Eltsin è riuscito a fermare la prima guerra cecena, a fermare lo spargimento di sangue e a salvare la vita a molta gente. Con Eltsin noi lavoravamo in piena libertà, per questo potevamo informare su quanto avveniva in Cecenia durante la guerra e il risultato è che si arrivò alla decisione politica di fermare la guerra. Eltsin stesso capiva che nel paese esistevano milioni di indigenti che andavano sostenuti, e che senza il sostegno dello Stato non potevano fornire un'istruzione ai propri figli o curarsi della propria salute. Oggi, con Putin, di questo ci si è dimenticati. (Anna Stepanovna Politkovskaja)
  • Un giorno la mamma mi disse che prima ci chiamavamo Urss e ora Russia. E che quando eravamo l'Urss si stava meglio, c'era da mangiare in abbondanza ed erano tutti buoni. Con la Russia non era più così. [...] Le chiesi di chi era la colpa, se l'Urss era diventata Russia. Di El'cin, disse lei. Chi sarebbe? Il presidente. Cos'è un presidente? La persona più importante del Paese. E me lo fece vedere, al telegiornale. L'uomo più importante del Paese era vecchio e brutto e aveva una testa gigantesca. Quando parlava non lo capivo. Farfugliava come la nonna quando stava male, strascicava le parole. (Elena Kostjučenko)
  • Il Presidente firma molti decreti, ma non ho visto uno solo dei suoi ukaz che abbia restituito il sorriso alla gente, né fatto nascere di nuovo i bambini.
  • Lui ha in testa solo le sue alchimie, i suoi complotti. Lui ha bisogno di avere dei nemici contro i quali combattere. La rissa è la sua unica attività, quella che riempie la sua vita.
  • Non ha restituito la libertà economica. Non doveva aver paura di andare alle elezioni per confrontarsi con i suoi oppositori. Invece ha sparato contro di loro. Non pensavo fosse un codardo, invece ho scoperto che anche per lui la cosa più importante è il potere.
  • El'cin, per quanto democratico fosse, aveva l'ossessione spiccamente monarchica di scegliersi un successore.
  • Eltsin nominava un successore dopo l'altro solo per rimanere deluso in un modo drammaticamente pubblico che imbarazzava sia l'oggetto del malcontento del presidente sia tutti coloro che assistevano alla manifestazione di sfiducia.
  • Il governo di Eltsin aveva commesso il grave errore di ignorare il dolore e la paura del paese. In quei dieci anni Eltsin, che era stato un sincero populista, uno che andava in autobus o che saliva sui carri armati se la situazione lo richiedeva, si era a poco a poco ritirato in un mondo impenetrabile e rigorosamente protetto di limousine nere e di riunioni private.
  • Tutto quello che sapeva fare Eltsin era riscoprire i suoi modi populisti: non era capace di nuove sfide o di far rinascere le aspettative; non riusciva a proporre al paese nuovi ideali o una nuova visione. Poteva solo provare a dare alla gente quello che la gente voleva. E quello che la gente voleva non era di certo Eltsin. Dieci milioni di russi lo ritenevano responsabile di tutte le disgrazie che avevano subito nei dieci anni precedenti, colpevole di aver distrutto i loro sogni e le loro speranze – magari anche la loro giovinezza – e lo odiavano visceralmente. Chiunque fosse arrivato alla guida del paese dopo Eltsin sarebbe facilmente diventato popolare se lo avesse processato.
  • Giunto al potere nel 1991 mentre consegnava la dissoluzione della Russia, Boris Eltsin diede inizio a misure drastiche e decisive: rinunciò al controllo statale dei prezzi, abbatté le barriere doganali e si imbarcò in un dirompente programma di privatizzazioni. In quattro anni di terapia d'urto il suo primo consigliere, Anatolij Čubajs, il trentottenne ragazzo prodigio dell'economia russa, fece l'impossibile: mise all'asta e privatizzò decine di migliaia di imprese, spostò più della metà della forza lavoro nel settore privato e in qualche modo impedì all'economia di scivolare nell'inflazione incontrollata.
  • Il principale dilemma di Eltsin durante tutta la sua amministrazione fu stabilire fino a che punto lui stesso intendesse violare la democrazia proprio per salvarla.
  • Univa tratti apparentemente incompatibili: personalità decisa in tempo di crisi, aveva crisi di inerzia al limite dell stupor nei periodi intermedi. Era un autocrate che proteggeva la libertà di parola e le libertà civili, un ex boss del Partito comunista che odiava i comunisti, un sovietico al cento per cento che aveva scompaginato in un solo colpo l'intera Unione Sovietica.
  • Boris Eltsin non sfida soltanto i massimi organi del potere dell'Urss, ma aggiunge ulteriori elementi di contrasto, specula sulla tensione che esiste nel Paese. Io condanno questo modo di agire come un atto deliberato che incita allo scontro. Questo deve essere respinto e condannato.
  • Eltsin continuava a dire "l'Unione ci sarà". Ma aveva ben altre intenzioni.
  • Eltsin e il suo gruppo hanno costruito un sistema oligarchico che si rivela tenace e ostile a ogni forma di rinnovamento e di sviluppo. Non c'è spazio per i piccoli imprenditori, per il ceto medio. C'è una concentrazione di ricchezze in poche mani, ricchezze improduttive per il Paese, che infatti emigrano all'estero.
  • Non è compito di Eltsin decidere il suo successore. Questo è ridicolo. In democrazia questa è prerogrativa del popolo.
  • Speriamo che il compagno Eltsin non abbia perso del tutto la ragione. L'idea di creare un esercito russo è una provocazione. È come aggiungere dinamite in una situazione già esplosiva.
  • Un altro errore che ho fatto [...] è quello di non aver mandato per sempre El'cin da qualche parte a cogliere banane o cose del genere.
  • Gli anni di Eltsin ci hanno riportati indietro. [...] Noi intellettuali, che dopo il '91 ci siamo lasciati tentare dal potere, e ne abbiamo fatto l'apologia, ora ci ritroviamo imbavagliati.
  • Nei primi tempi accanto a Lei c'erano parecchie persone competenti e oneste. Ma Lei accoglieva più volentieri coloro la cui unica virtù era la fedeltà personale. Pian piano questo principio di selezione dei collaboratori, tipico del pcus, ha prevalso. Quelli che invece non possedevano nella misura giusta questa qualità venivano allontanati. Ma perfino nella ristretta cerchia dei «fedeli senza adulazione» facevano carriera solo quelli che – e ciò era evidente a tutto il Paese – perseguivano innanzitutto i propri interessi, ed è ancora una fortuna quando quegli interessi non erano criminali. Risultato? Guardi bene in faccia i suoi seguaci attuali e smetterà di stupirsi perché il Paese non si fida di loro e, quindi, di Lei.
  • Temo che non venga informato di quello che accade [in Cecenia]. Ma è comunque responsabile per essersi circondato di bugiardi e canaglie.
  • El'cin si era ritirato dalla guida effettiva del governo. Non era mai stato un democratico, e la sua età avanzata e la sua cattiva salute non davano motivo di sperare che lo diventasse mai. Era capace di regnare a modo suo e di emanare decreti, la maggior parte dei quali nessuno intendeva comunque eseguire. Aveva abbastanza forza per gli intrighi di palazzo, ma non si degnò mai di affrontare il problema della "marmaglia".
  • Eltsin non è in grado di lavorare. Non è lui che governa il paese. La Russia sta andando in pezzi. Ecco perché dovendo scegliere tra un paese di 150 milioni di abitanti e il presidente, io ho scelto il paese.
  • La salute del presidente è un dramma umano e personale, che sta diventando una tragedia nazionale. Da sei mesi assistiamo a un triste spettacolo: trasloco di Boris Nikolaevic da una casa di cura all'altra, da un ospedale a una clinica, da una dacia a un sanatorio, mentre il paese rimane senza guida. Un paese talmente in crisi che non si pagano più le pensioni né i salari né le tasse.
  • Non ho alcuna ragione per averlo in simpatia, ma rappresenta un'idea nuova, mentre i comunisti finora hanno portato solo disgrazia.
  • Il lascito di Eltsin è quello di una Russia infinitamente più libera, più emancipata di quanto non fosse dieci anni fa, ma con una rete di poteri inficiata se non addirittura corrotta.
  • Naturalmente Eltsin, come tutti i dirigenti russi, è un uomo del vecchio sistema e come tale esprime una mentalità autoritaria. Ma anche qui: è stupefacente che un uomo che fu carne e sangue di quel sistema sovietico abbia saputo “divincolarsi” dal suo passato e trovare in sé un impulso tendenzialmente democratico.
  • Un merito storico va riconosciuto a Boris Eltsin: quello di essere stato il “grande distruttore” del regime del comunismo reale. È stato lui, infatti, ad aver dato il colpo di grazia ad un sistema totalitario comunque già condannato dalle sue insanabili contraddizioni interne, acuite ulteriormente da quanti si illusero di poter riformare ciò che riformabile non era: il sistema sovietico.
  • C'era effettivamente in Eltsin una sorta di spirito di espiazione. Ma dove ha imparato, questo funzionario di partito, abituato a governare con metodi tutt'altro che democratici, una volta giunto al Cremlino (cioè con il massimo del potere nelle sue mani), a trattare i giornalisti con tanto rispetto e attenzione? Eltsin è stato attaccato dalla stampa come nessun altro presidente degli ultimi decenni, ma non ha mai pensato di chiudere un giornale, o una televisione, o di trascinare in tribunale un giornalista.
  • Io non ho mai considerato il potere di Eltsin o di qualche suo funzionario come un potere in qualche modo "amico". Ho sostenuto la maggior parte delle riforme eltsiniane, pur considerandole spesso incoerenti e non abbastanza radicali per portare il nostro Paese fuori dalla crisi. D'altra parte mi rendevo conto che nell'arena della politica russa non c'era in quel momento un altro concorrente minimamente serio più adatto di Eltsin a imboccare l'unica possibile via d'uscita per il nostro Paese: la liberalizzazione e l'introduzione dell'economia di mercato al posto del sistema centralizzato-amministrativo ormai in putrefazione, che era necessario spazzare via completamente.
  • Nonno Eltsin la sua bella missione, anche se parzialmente, l'ha portata a termine: ha dato al Paese la possibilità di respirare un po' di libertà, anche se non per molto. Chapeau.
  • Eltsin ha sempre governato con il metodo dell'esasperata concorrenzialità tra i suoi collaboratori: tutti avevano le potenzialità, la forza intellettuale per poter fare qualcosa, per «lasciare il segno», ma per poter realizzare i propri disegni dovevano necessariamente invadere il «giardino» altrui. Ma questo avrebbe scatenato, come sempre è avvenuto, una controreazione che, a sua volta, rendeva indispensabile l'arbitrato del numero uno, del Presidente. Su questa sorta di «divide et impera» Eltsin ha costruito le sue fortune politiche, garantendo, sia pur tra mille contraddizioni, una transizione non traumatica per la Russia.
  • Fino all'ultimo Eltsin sorprese tutti per la forza fisica e per l'energia vitale che lo sosteneva, anche dopo un periodo di abulia o dopo le gravi malattie. Da popolano russo non fu mai frenato né dall'educazione, né dalle formalità protocollari e proprio per questo divenne un vero zar. Poteva addormentarsi nel bel mezzo di un ricevimento o mettersi a dirigere una banda musicale di tromboni senza suscitare alcuna disapprovazione. Ma in fondo queste sono cose che da secoli succedono tra le mura del Cremlino.
  • Ha saputo inventare un marchingegno, la guerra in Cecenia, con cui unire le forze nazionali. È un fenomeno non nuovo nella storia, intendo dire lo spostamento a destra di una nazione intera, in concomitanza con il verificarsi di certi avvenimenti. Ne sono esempi l'ascesa di Mussolini in Italia, di Hitler in Germania, di Milosevic in Serbia. La specificità russa odierna è che il gioco è riuscito non ad un capo carismatico in ascesa, ma ad una figura al tramonto. Questo dimostra l'esistenza in Russia di un forte senso collettivo di frustrazione nazionale che va in cerca di una rivalsa.
  • L'ideologia non è mai stata un'idea fissa per Eltsin. Gli ho chiesto una volta se si considerasse comunista e mi ha risposto: «Non sono né comunista né anticomunista». Eppure è stato lui a scogliere il partito comunista, unica forza politica al mondo che abbia dominato su undici meridiani. La sua è stata una risposta spontanea, non dettata dalla prudenza o dall'opportunismo. Mi ha dato anche una pacca sulla spalla destra.
  • Lo hanno definito populista, perché ama le strategie semplici e si ritrova in sintonia con una società, che preferisce soluzioni immediate. Lui è con la gente, «semplice come la verità». Per questo è un leader.
  1. Citato in Gorbaciov si dimetta, La Stampa, 20 febbraio 1991
  2. a b Citato in Eltsin: con Gorbaciov ho chiuso, La Stampa, 14 marzo 1991
  3. Citato in Rapporto dal Soviet russo. Eltsin alla folla: ribelliamoci, La Stampa, 19 agosto 1991.
  4. Citato in Appello di Eltsin. "Ribelliamoci", la Repubblica, 20 agosto 1991.
  5. 20 agosto 1991; citato in Carlo Benedetti, Chi comanda a Mosca. Tutti gli uomini della vecchia e nuova nomenklatura da Abramovic a Putin, Datanews, Roma, 2004, p. 98. ISBN 88-7981-258-0
  6. a b Citato in Eltsin rivendica la vittoria, La Stampa, 23 agosto 1991.
  7. a b Citato in "Eltsin, lei soffre di cirrosi?" "No, è una bugia di Gorbaciov", la Repubblica, 16 giugno 1992.
  8. Citato in Eltsin: tutti proprietari, la Stampa, 20 agosto 1992
  9. Citato in Per l'Abkhazia polveriera del Caucaso siglato un incerto cessate il fuoco, L'Unità, 4 settembre 1992
  10. Citato in «Al mondo serve una Russia più forte», La Stampa, 25 febbraio 1994.
  11. Citato in Eltsin e Clinton, il seme della discordia, la Repubblica, 6 dicembre 1994.
  12. Citato in "Contro i ceceni fino in fondo". Eltsin sposa la linea dei falchi, la Repubblica, 28 dicembre 1994.
  13. Citato in Eltsin ordina: la guerra continua, La Stampa, 28 dicembre 1994.
  14. Citato in Il nazionalismo di Eltsin per fermare Zjuganov, la Repubblica, 1 luglio 1996.
  15. a b Citato in «La democrazia sarà rispettata», La Stampa, 18 settembre 2004

Bibliografia

modifica
  • Boris Eltsin, Il Diario del Presidente. La lotta per la Russia, traduzione di Igor Francia, Marina Ghiglione, Elena Kostjukovich, Lucia Tonini, Sperling & Kupfer, 1994, ISBN 88-200-1848-9.

Voci correlate

modifica

Altri progetti

modifica