Maša Gessen

Maša Aleksandrovna Gessen (1967 – vivente), giornalista, scrittrice, traduttrice e attivista russo-americana.

Gessen nel 2015

Citazioni di Maša GessenModifica

Da Quei vendicatori della Grande Russia che riaprono la stagione del terrore

Intervista di Francesca Caferri, repubblica.it, 2 marzo 2015

  • L'omicidio di Boris Nemtsov spaventa soprattutto perché la vittima non spaventava nessuno.
  • Da qualche tempo il Cremlino ha creato un esercito di cani sciolti desiderosi di vendetta che agiscono senza ricevere istruzioni esplicite, convinti di fare l'interesse del Paese. Benché privo di peso politico, Nemtsov era un primo bersaglio logico di questa forza minacciosa.
  • Nemtsov fu tra i più giovani protagonisti della politica degli anni Novanta e pareva incarnare la nuova era: non proveniva dalla nomenklatura del partito comunista, era fautore entusiasta della riforma politica e economica e il suo patronimico ne indicava l'origine ebraica che Nemtsov, rompendo con la tradizione dell'era sovietica, non cercò mai di nascondere. Nel 1997, Eltsin gli chiese di entrare nel governo di Mosca e girava voce che Nemtsov fosse destinato a succedergli alla presidenza. Ma il presidente russo, malato, si dimostrò incapace sia di cedere il potere che di governare il Paese. Sceglieva in fretta potenziali successori per poi sbarazzarsene con altrettanta rapidità, finendo per allontanare chiunque fosse dotato di un capitale politico. Nel 1999, Eltsin infine decise per un ex agente del Kgb di nome Vladimir Putin, avviando Nemtsov, suo primo delfino, sul terreno dell'opposizione.
  • Il messaggio è chiaro: si verrà ammazzati nel nome del Cremlino, in bella vista del Cremlino, sullo sfondo del Cremlino, solo per aver osato opporsi al Cremlino.

Da Due tre cose che so di Putin (e Trump)

Intervista di Francesca Caferri, repubblica.it, 18 marzo 2018

  • Quando vivevo in Russia, ho cercato di evitare Vladimir Putin in ogni modo. Ho lasciato il giornalismo politico per non occuparmi di lui. Sono finita a dirigere una rivista scientifica. Un giorno, fummo invitati a seguire un esperimento in cui alcuni uccelli venivano liberati e poi seguiti da un aereo per vedere cosa facevano. Il cronista tornò indietro e mi disse che sull'aereo c'era Putin. Scelsi di non pubblicare la storia, perché non volevo dare spazio alla propaganda e per questo fui licenziata. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata da una persona che disse di essere il presidente e mi invitava al Cremlino. Pensavo a un imitatore, ma quando arrivai dovetti ricredermi. Era davvero Putin e voleva sapere il perché della mia decisione. Subito dopo mi fu offerto di nuovo il posto di direttore, ma rifiutai. Avevo capito che sfuggire all'influenza di quell'uomo in Russia oggi è impossibile.
  • Trump parla all'emotività, mentre Putin coltiva uno stile molto costruito: sono i settant'anni di totalitarismo che lo hanno preceduto ad avergli permesso di essere quello che è. Ma ci sono anche similitudini: la maniera in cui mentono, ad esempio.
  • Per quanto riguarda l'America, è giusto dire che Trump non sta facendo gli stessi danni che ha fatto Putin, e che dopo di lui si potrà rimediare perché questa è una democrazia. Ma ci sono cose che ha fatto o che potrebbe fare che hanno conseguenze irreversibili: la scelta di usare il nucleare, per esempio. O quella di ritirarsi dagli accordi di Parigi sul cambiamento climatico.

Da "Putin e Trump dimostrano che anche un idiota può conquistare un potere enorme"

Intervista di Katarzyna Wężyk, repubblica.it, 28 agosto 2019

  • [Sugli anni 1990] Di solito, le dispute intorno a quel decennio si fanno in Russia tra coloro per i quali fu il periodo di nuove, eccitanti opportunità, e coloro che non sono riusciti a ritrovarsi nella nuova realtà. Ai bambini tutto ciò non importava: per loro fu tempo di destabilizzazione. Quando i genitori non sanno cosa sta succedendo, per il bambini è terrificante.
  • Risarcire la perdita dell’identità è impossibile. Per la minoranza che, come me, aveva una vita comoda o un’educazione occidentale, per i giovani e per quelli che alla stabilità preferiscono le nuove opportunità, fu un tempo magnifico. Ma la maggioranza pone la stabilità sopra ogni altra cosa.
  • Nella fase tarda dell’Urss le persone sapevano chi erano, il loro futuro era chiaro: se appartengo all’intellighenzia farò l’università, andrò a lavorare e magari avrò un appartamento di tre stanze, una piccola dacia e la macchina Lada. Nella storia sovietica questo fu un periodo borghese, spesso lo si dimentica. La stabilizzazione era tangibile. Ed ecco che all’improvviso il sistema cadde e la gente non sapeva più dov’era il suo posto e quali attributi avesse.
  • Dopo 70 anni di totalitarismo, la Russia ha creato un ibrido. Il regime non è totalitario, è piuttosto uno Stato mafioso, però costruito sulle rovine della società totalitaria.
  • Prima del 2012 la società era autoritaria. L’autoritarismo non chiede ai cittadini di mobilitarsi: nulla è politico, tutti se ne stanno a casa e si occupano dei fatti privati, mentre il governante fa ciò che vuole. Una società totalitaria è l’esatto contrario: i cittadini devono partecipare alla vita pubblica, tutto è politico, nulla è privato. Questo cambiamento è avvenuto dopo il 2012, in particolare dopo l’annessione della Crimea.
  • Per l’homo sovieticus è evidente che esistano regole non scritte e che tutto ciò che non è espressamente permesso, è vietato.
  • Gli economisti pensano sempre che le persone sono razionali e agiranno sempre in modo da sfruttare al meglio le condizioni trovate, come se non avessero dietro alcuna storia.
  • Se all’epoca le autorità si fossero concentrate sullo sviluppo di una narrazione critica sull’Urss, se avessero tentato di misurarsi con il terrore e di creare un’identità della Russia basata non sull’idea della sua grandezza ma della sua bontà, la storia sarebbe andata diversamente. [...] Molti Stati che in passato furono imperi ce l’hanno fatta. Prendiamo i Paesi scandinavi: hanno sostituito l’imperativo della grandezza con la bontà e questa narrazione gli ha giovato.
  • [«Lei scrive che il trauma russo si è rivelato così persistente perché non si sono fatti i conti con il passato.»]
    E non si faranno, perché come potrebbe la Russia fare questi conti? I tedeschi sono riusciti a farli con il passato nazista, ma per loro è stato più facile. Il regime era durato solo 13 anni, quindi la maggior parte degli adulti ricordava ancora i tempi precedenti. E poi hanno potuto operare la suddivisione in artefici, vittime e spettatori passivi: lo scopo di ogni totalitarismo è la loro eliminazione, solo che quello tedesco non ne ebbe il tempo. Da noi gli artefici e le vittime furono le stesse persone, per quanto in proporzioni diverse. [...] Infine, nell’Urss il terrore era diretto verso l’interno. Nella Germania nazista suo oggetto era altro: l’ebreo, lo zingaro, l’omosessuale, lo slavo. Un tedesco poteva dire: «Siamo stati orribili perché abbiamo fatto questo agli altri». Non è cosa facile, ma è molto più difficile ammettere: lo abbiamo fatto a noi stessi, per giunta senza motivo.
  • [«Perché nella Russia di Putin sono diventate capro espiatorio le persone Lgbt?»]
    Perché non solo avevano tutti i tratti caratteristici di ebrei o musulmani, simbolizzavano anche l’Occidente. Un capro espiatorio ideale. Se desideri eliminare tutto ciò che dopo la dissoluzione dell’Urss è venuto dall’Occidente, devi liberarti di gay e lesbiche. Perché ovviamente prima del 1991 non esistevano.
  • [Su Donald Trump] Perché mai il presidente degli USA incita alla violenza? In parte perché lui stesso è brutale, ma anche perché è più facile tenere sotto controllo una società in una situazione di violenza permanente.
  • Da una parte i gay in Russia sono ritenuti quasi animali, e dall’altra sono considerati individui dotati di un’enorme forza pericolosa. Un mostro è, insieme, meno di un uomo e un superuomo. Gli americani percepivano allo stesso modo i musulmani: primitivi, inferiori dal punto di vista della civilizzazione, e allo stesso tempo abbastanza forti da bucare un edificio con l’aereo.
  • È divertente che la mia biografia di Putin sia stata accolta bene, ma che in ogni recensione si riscontri la stessa osservazione: Gessen scrive che lui è stupido, ma gli stupidi non diventano così potenti. Che dire, gli americani sanno ormai che anche l’uomo più potente del mondo può avere problemi con l’ortografia, può non saper assimilare un testo senza illustrazioni o concentrarsi su qualcosa per più di tre secondi. Non ho una spiegazione intelligente per tale fenomeno, ma abbiamo stabilito empiricamente che è possibile che un idiota conquisti un potere enorme.

Da Gessen: «Putin vuole dimostrare di essere il destino dell’Ucraina. Ma Kiev è già nel futuro»

Intervista di Roberto Saviano, corriere.it, 23 marzo 2022

  • [Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022] Non c'è soluzione finché Putin sarà vivo.
  • [«Cosa risponderebbe a chi dice che questa guerra è colpa della Nato?»] Rispondo che è una cazzata, che è propaganda del Cremlino e ogni volta che vi si prende parte, la si amplifica. Penso che nella politica interna russa, e nel pensiero di Putin, ci sia un importante evento che è la guerra aerea in Kosovo, che è molto diversa dall'idea di espansione della Nato perché il Kosovo non è membro della Nato, ma sì, quella era una campagna della Nato, e la campagna era guidata dagli Stati Uniti. Penso che ciò che è accaduto in Kosovo abbia avuto un ruolo determinante nel creare una storia che premettesse a Putin di fare quello che sta facendo e di alimentare una politica di risentimento; ciò che è accaduto in Kosovo ha avuto un ruolo importante nel creare il Putinismo e il desiderio della guerra, e ha creato una connessione forte tra la guerra in Kosovo e questa terribile guerra che vediamo. Riguardo al dire che questa guerra è generata dall'espansione della Nato è una cazzata.
  • L'Ucraina, incredibilmente, a differenza di molte altre repubbliche post sovietiche, non è ricaduta nel totalitarismo. Al contrario è rimasta in uno stato transitorio di auto-invenzione nel corso degli ultimi 31 anni. È diventata culturalmente un'entità sempre più nettamente distinta dalla Russia, e non intendo a livello linguistico o per bagaglio culturale in sento stretto, che è ciò che Putin considera cultura. Intendo altro, ovvero il modo in cui si vive e il modo in cui si sviluppa la cultura, di cosa parla la gente, come pensa, come si istruisce. È un Paese molto diverso. Ci sono stati momenti, e non è più una sorpresa, il mondo ormai lo sa, in cui l'Ucraina ha avuto frangenti di coesione culturale incredibili. Mi riferisco in particolare a entrambe le rivoluzioni, la rivoluzione arancione e la rivoluzione della dignità. Le persone, per tre mesi, sono rimaste nelle piazze d'inverno, al freddo estremo e non se ne andavano nemmeno quando venivano attaccati. Anzi, arrivarono altre persone quando chi era in piazza fu attaccato. Arrivarono le madri, e quando aprirono il fuoco, nessuno se ne andò. È diventata la storia del Paese, cioè essere disposti a sacrificarsi per la libertà.
  • Per l'Ucraina storia non significa destino. Un Paese che ha fatto le stesse esperienze della Russia e cioè settant'anni di totalitarismo, oltre tre milioni di persone morte per la sete di potere di un uomo durante il terrore stalinista, la Seconda guerra mondiale — l'Ucraina ebbe in proporzione più morti di qualsiasi altro Paese al mondo — esce da tutto questo come una nazione orientata verso il futuro, capace di auto inventarsi. La Russia, al contrario, è uscita dal secolo scorso incapace di guardare al futuro. Incapace di raccontare una storia nuova, se non quella della sua grandezza passata. Quindi l'esistenza dell'Ucraina è stata ed è ancora un costante promemoria del fallimento della Russia ad andare avanti.
  • La grande guerra patriottica è servita alla Russia contemporanea per giustificare tutto: il terrore staliniano arrivato prima della guerra, il predominio su mezza Europa arrivato dopo la guerra, la rivendicazione continua contro tutti i Paesi europei. Quando sceglie di combattere una guerra, la Russia deve combattere la Seconda guerra mondiale, che era una guerra contro i nazisti. La cosa incredibile è che oggi gli ucraini stanno combattendo una grande guerra patriottica, quindi sono i russi a comportarsi da nazisti, commettendo un genocidio. Quello che Putin sostiene, cioè che non esiste la nazione ucraina, è un'affermazione genocida. Scrivono ovunque la lettera Z — che è la nuova svastica — ovunque, incluse le porte delle case degli oppositori alla guerra in Russia. Stanno avendo i tipici atteggiamenti da nazisti eppure chiamano gli ucraini nazisti, mentre gli ucraini stanno combattendo la loro grande guerra patriottica.
  • [Sui diritti LGBT in Russia] La maggior parte delle persone Lgbt avrebbero preferito essere lasciata in pace e vivere la loro vita borghese, se Putin non avesse deciso di rendere le persone Lgbt il nemico numero uno. Ma è così, e l'ha deciso quasi 10 anni fa, quando ha affrontato le proteste di massa e deciso di screditare coloro che protestavano chiamandoli "queer". Ha funzionato, in un certo senso. Denigrare la comunità Lgbtq+ è una pratica orientata al passato, anche in altri Paesi, anche negli Usa è stato così, con Donald Trump. Appena arrivato alla Casa Bianca ha iniziato a fare retromarcia sui diritti Lgbt perché rappresentano un segno di modernità, il cambiamento più recente e più rapido, ecco perché per questa politica "vecchio stile" è importante dire "torniamo al passato, al sentiero immaginario". Cosa succederà alle persone Lgbt in Russia? Quello che succede a tutti i bersagli. Saranno in maggiore pericolo.

Il futuro è storiaModifica

IncipitModifica

Mi sono state raccontate molte storie sulla Russia, e alcune ne ho raccontate anche io. Quando avevo undici o dodici anni, sul finire degli anni Settanta, mia madre mi raccontava che la Russia era uno Stato totalitario; lo paragonava al regime nazista, una considerazione e un'affermazione straordinarie per un cittadino sovietico. I miei genitori mi dicevano che il regime sovietico sarebbe durato in eterno, ed era per quel motivo che dovevamo lasciare il paese.

CitazioniModifica

  • Il regime sovietico privò la popolazione non solo della possibilità di vivere liberamente, ma anche della capacità di comprendere appieno quel che le era stato sottratto, e in che modo. Il regime si prefiggeva l'obiettivo di annientare la memoria storica e individuale, nonché gli studi teorici sulla società. L'offensiva concertata contro le scienze sociali fece sì che, per decenni, gli studiosi occidentali si trovassero in posizione migliore rispetto ai loro omologhi russi per interpretare le vicende della Russia, ma, in quanto osservatori esterni, con accesso limitato alle informazioni, essi non erano di certo in condizione di colmare quella lacuna. Ben più che una questione puramente accademica, si trattò di un attacco all'umanità stessa della società russa, che smarrì gli strumenti e persino il linguaggio necessari per comprendersi. Le uniche storie su se stessa, che la Russia raccontava a se stessa, erano quelle create dagli ideologi sovietici. Se un paese, nell'epoca contemporanea, è privo di sociologi, psicologi o filosofi, che cosa può sapere di sé? E i suoi cittadini, che cosa possono sapere di loro stessi? (p. 16)
  • Gli atenei sovietici rientravano generalmente in due categorie: quelli che non ammettevano assolutamente alcun ebreo e quelli che ne ammettevano in numero strettamente limitato. Le regole della non ammissione, ovviamente, non erano rese pubbliche; il rigetto della domanda era comunicato con modalità particolarmente sadiche. I candidati ebrei sostenevano gli esami d'ammissione insieme a tutti gli altri aspiranti studenti. Ritiravano i fogli con le domande d'esame dalla stessa pila degli altri. Ma se riuscivano a rispondere correttamente alle due o tre domande del foglio, a quel punto, soli nell'aula con gli esaminatori, erano sottoposti con nonchalance a un'ulteriore domanda, come se fosse una continuazione delle risposte già date. Era questa la «bara». In matematica, si trattava generalmente di un problema non soltanto complesso ma irrisolvibile. Il candidato avrebbe esitato e sarebbe andato a picco. Gli esaminatori, poi, sigillavano il coperchio della bara: il candidato ebreo aveva fallito l'esame. (pp. 27-28)
  • Per ottenere parità di condizioni, o qualcosa che vi somigliasse anche solo lontanamente, occorreva non essere ebrei. La propria «nazionalità» – quella che gli americani definiscono «appartenenza etnica» – era annotata su tutti i documenti d'identità importanti, dal certificato di nascita al passaporto interno, dall'atto di matrimonio alla scheda personale sul posto di lavoro o a scuola. Una volta assegnata, la «nazionalità» era di fatto immutabile e si trasmetteva di generazione in generazione. (p. 28)
  • Tutti coloro che riflettevano sull'Unione Sovietica, dentro e fuori il paese, avevano in comune due handicap: dovevano basare le loro conclusioni su conoscenze frammentarie e formulare in un linguaggio inadeguato allo scopo. Oltre a occultare tutte le informazioni essenziali e gran parte di quelle non essenziali dietro un muro di segreti e menzogne, il paese, per decenni, condusse una guerra a tutto campo contro il sapere stesso. La battaglia più simbolica di questa guerra, per quanto non la più violenta, fu combattuta nel 1922, quando Lenin ordinò la deportazione all'estero di almeno duecento (le stime degli storici variano) intellettuali – dottori, economisti, filosofi e altri – per mezzo di quella che divenne nota come la «nave dei filosofi» (in realtà le imbarcazioni furono più di una). Le deportazioni furono fatte passare per un'alternativa umana alla pena di morte. Le successive generazioni di intellettuali non furono altrettanto fortunate: chi era ritenuto sleale nei confronti del regime veniva imprigionato, spesso giustiziato, e quasi sempre allontanato dalla sua disciplina d'elezione. Con l'evolversi del regime, le restrizioni imposte alle scienze sociali si andarono ampliando e, per effetto del mero trascorrere degli anni, si fecero sempre più profonde. Mentre la corsa agli armamenti incentivava il governo sovietico a coltivare e a rammodernare le scienze esatte e la tecnologia, non c'era nulla – o quasi – che potesse motivare il regime a promuovere lo sviluppo della filosofia, della storia e delle scienze sociali. Queste discipline si atrofizzarono a tal punto che, come scrisse un importante economista russo nel 2015, i maggiori economisti sovietici degli anni Settanta non erano in grado di comprendere il lavoro svolto da quelli che li avevano preceduto di mezzo secolo. (pp. 35-36)
  • Il marxismo in Unione Sovietica si era ridotto a una semplice convinzione di vita materiali. Se l'individuo era plasmato in maniera appropriata – e non poteva essere altrimenti, dato che il sistema sovietico affermava ormai di aver sostanzialmente realizzato il progetto marxista, costruendo quello che veniva definito «socialismo reale» – doveva per forza esprimere un insieme di obiettivi perfettamente coincidenti con i bisogni della società che lo aveva prodotto. Le anomalie erano senz'altro possibili, ma rientravano in due categorie: criminalità o malattia mentale. La società sovietica disponeva di istituzione in grado di affrontarle entrambe. Nessun altro genere di discordanza era concepibile. I conflitti interiori non erano previsti. Non c'era davvero alcun motivo per affrontare il tema della psiche. (pp. 43-44)
  • L'estinzione della psicoanalisi russa decretò di fatto la fine di qualsiasi studio della psiche: da una parte perché la psicoanalisi aveva egemonizzato la psicologia e dall'altra perché il nuovo Stato adesso rifiutava qualsiasi interpretazione del comportamento umano che non fosse semplice e materiale. Le teorie lineari di causa ed effetto di Ivan Pavlov si confacevano perfettamente a tale approccio; non restava altro che condizionare l'intera popolazione, rendendola malleabile e prevedibile. (p. 46)
  • La sociologia non era propriamente bandita in Unione Sovietica, ma il nome della disciplina era stato ridotto a una sorta di parolaccia. Era stato lo stesso Lenin a inaugurarne l'uso offensivo. Il problema con la sociologia era praticamente identico a quello con la psicoanalisi: la materia non si prestava a essere una «scienza» utilizzabile per costruire una nuova società di uomini nuovi. (p. 52)
  • Paradossalmente, furono proprio le peculiarità del sistema economico sovietico a rendere le divisioni tra gruppi di cittadini valutati differentemente più rigide e più impenetrabili. La tassazione era ridotta al minimo e la redistribuzione della ricchezza non figurava tra gli obiettivi. Poiché gran parte delle gratifiche riservate ai privilegiati erano di natura non monetaria ed erano gestite tutte in modo centralizzato, gli appartenenti a una data casta si trovavano a essere raggruppati socialmente e geograficamente. I membri del Politburo vivevano tutti negli stessi edifici, si rifornivano di beni di consumo negli stessi centri di distribuzione, mandavano i loro figli nelle stesse scuole, si facevano curare negli stessi ospedali, ricevevano in concessione appezzamenti di terreno su cui costruire una dacia di legno – la casa per i weekend o per le vacanze estive – nella stessa zona e consumavano le acque degli stessi sanatori. Discorso analogo per i membri dell'Academia delle Scienze, che avevano le loro strutture riservate, e per i membri di ciascuna delle varie «leghe creative», quali quelle degli scrittori, degli artisti o dei cineasti. (pp. 66-67)
  • La perestrojka era un'idea apparentemente irrealizzabile. Il Partito intendeva servirsi della propria struttura verticistica per rendere il paese, e se stesso, meno governato dal vertice. Un sistema le cui piaghe primarie erano la stagnazione e la rigidità intendeva modificare se stesso. Il risvolto peggiore, probabilmente insormontabile, era che coloro i quali, fino a quel momento, avevano avuto come unico interesse quello di restare attaccati al potere e assicurarsi tornaconti personali, erano gli stessi che avrebbero dovuto concepire un cambiamento tale da smantellare le gerarchie di comando ed eventualmente estromettersi. Il sistema resisteva istintivamente al cambiamento e un gran numero di individui tramavano scientemente per sabotarlo. (p. 77)
  • L'Homo Sovieticus, come i personaggi di 1984, aveva la capacità di sostenere un'idea, e contemporaneamente, il suo opposto. Queste opinioni procedevano su binari paralleli, e fintanto che i binari non si incrociavano, non erano in conflitto: a seconda della situazione, l'Homo Sovieticus poteva ricorrere all'una o all'altra proposizione della coppia antinomica, talvolta l'una dopo l'altra in rapida successione. (p. 97)
  • L'Homo Sovieticus non era indottrinato. Anzi, non sembrava possedere alcun genere di opinioni particolarmente salde. Il suo mondo interiore era fatto di antinomie, il suo obiettivo era la sopravvivenza, e la sua strategia una negoziazione continua – la circolarità dei giochi del bipensiero. (p. 103)
  • Nelle democrazie che funzionano, le contraddizioni tra gli ideali professati e la realtà concreta possono essere – e sovente lo sono – evidenziate e contestate, innescando cambiamenti sociali e politici. Ciò non elimina lo scarto connaturato al sistema, tuttavia fa sì che queste società, per gradi, diventino un po' più democratiche e un po' meno inique. [...] Quel che distingue un'ideologia totalitaria è la sua assoluta chiusura verso l'esterno. Pretende di spiegare il mondo intero e tutto ciò che in esso è contenuto. Tra l'ideologia totalitaria e la realtà non vi è alcuno scarto, in quanto l'ideologia racchiude al suo interno l'intera realtà. (p. 146)
  • Il termine «totalitarismo», nella sua accezione comune in Occidente, evoca l'immagine di una società mostruosa nella quale la forza viene esercitata contro ciascun individuo in ogni istante. Ovviamente ciò risulterebbe un sistema del tutto inefficiente, anche e a maggior ragione per uno stato estremamente inefficiente quale l'Unione Sovietica. L'uso razionale della forza, nelle società totalitarie, è raggiunto attraverso il terrore. Il totalitarismo istituisce il proprio contratto sociale, in virtù del quale la maggior parte delle persone sarà al riparo dalla violenza per la maggior parte del tempo, a condizione che accettino di non valicare determinati confini e si accollino, in parte, il compito di mantenere altri cittadini all'interno dei medesimi confini. Tali confini sono in costante mutamento [...] e questo obbliga la popolazione a essere sempre all'erta per stare al passo dei mutamenti. Per sopravvivere, è essenziale l'ipersensibilità ai segnali. (pp. 147-148)
  • Nell'Urss del dopoguerra, ogni generazione aveva vissuto discretamente meglio di quella che l'aveva preceduta. Le aspirazioni dei genitori si trasmettevano pressoché identiche ai figli, salvo qualche modifica marginale. Moltissimi cittadini sovietici avevano sperato che, se non loro, quantomeno i figli, da adulti, sarebbero riusciti a passare da una stanza in un appartamento in condivisione a un monolocale di proprietà con tanto di cucina, e magari a un appartamento ancora più grande, con due stanze. Con un po' di fortuna, sarebbero arrivati a possedere addirittura una dacia e una Fiat di fabbricazione sovietica. Nessuno, a parte le élite, si spingeva a fantasticare una residenza signorile o una Volga – e le élite erano prudentemente sottratte alla vista dalle loro sette cancellate e dalle loro sette serrature. Ora, gran parte di ciò che si vedeva in televisione – pubblicità, annunci del governo e perfino le varie soap opera latino-americane che a quanto pareva tutti guardavano – sembrava dire ai russi che dovevano aspirare a qualcosa di più. Solo i vecchi film sovietici, che la televisione trasmetteva ancora, permettevano agli occhi affaticati e alle menti esauste di riposare sulle modeste e rassicuranti certezze di un'epoca ormai tramontata. (pp. 189-190)
  • El'cin, per quanto democratico fosse, aveva l'ossessione spiccamente monarchica di scegliersi un successore. (p. 247)
  • [Sulla seconda guerra cecena] Mentre il cuore dei russi era angosciato per i giovani inviati in guerra, praticamente nessuno sembrava provare compassione per i civili ceceni, in teoria loro connazionali, ancora una volta sotto il tiro dei bombardamenti. Un'altra particolarità rendeva questa nuova guerra in Cecenia diversa dalla precedente: adesso, nella percezione comune, l'offensiva russa era capeggiata da un leader. Mentre El'cin, all'inizio della guerra del 1994, dava l'impressione di qualcuno che si agita in maniera scomposta e disperata, il suo nuovo primo ministro, che cinque anni dopo ricominciò la guerra, era percepito come un impavido difensore del cittadino comune. (p. 286)
  • Crollata l'Unione Sovietica, non per questo i russi smisero di osservarsi nello specchio americano. E quello che videro era umiliante: gli Stati Uniti stavano facendo l'elemosina ai russi, inviando «cosciotti di Bush» e altri alimenti che gli americani stessi non volevano mangiare. L'America non era semplicemente più ricca della Russia – lo erano anche molti altri paesi, e alcuni di essi, come la Svizzera o l'Arabia Saudita, erano più ricchi degli stessi Stati Uniti. Ma a differenza della vecchia Europa, l'America non ripartiva la sua ricchezza secondo una struttura di classi consolidata: era un paese nel quale le opportunità e il successo erano alla portata di tutti, o almeno così sosteneva, e i russi ne erano convinti. Né era una piccola dittatura petrolifera come quella dei sauditi. L'America era la definizione stessa di modernità; era il paese che la Russia non era riuscita a diventare. Ecco un esempio lampante di bipensiero in stile sovietico: l'America era attraente e minacciosa allo stesso tempo, meritevole di essere emulata e al contempo sommamente odiosa. (p. 328)
  • [Sulla rivoluzione arancione] L'intera Russia era come folgorata dallo spettacolo di Kiev. L'anno precedente, la rivoluzione georgiana aveva attirato relativamente poca attenzione, ma ora la rivoluzione ucraina faceva sospettare, o forse sperare, che potesse esserci un modello da seguire. Potrebbe accadere anche in Russia? L'immaginario popolare ignorava le differenze fondamentali tra i due paesi. In Ucraina, ad esempio, le istituzioni si erano sviluppate, mentre quelle russe erano state svuotate di potere durante il primo mandato di Putin. E in Ucraina c'era una Corte suprema operativa e indipendente che poteva intervenire in caso di stallo, mentre l'equivalente russo, la Corte costituzionale, era stata di fatto assoggettata al potere esecutivo. (pp. 336-337)
  • La Russia aveva istituito un sistema di assistenza sanitaria obbligatoria, una politica statale che rimborsava gli ospedali in base al numero di pazienti curati. Ma questa era una struttura che nessuno avrebbe scelto volontariamente, così di notte le ambulanze portavano lì i malati in cambio di una bustarella. (p. 352)
  • Putin si rivolgeva alla maggioranza: persone di mezza età e anziani, persone di reddito medio-basso, il grande pubblico dei canali televisivi. Medvedev si rivolgeva alla minoranza più istruita e benestante che era stata per lo più ignorata durante i due mandati di Putin. (pp. 363-364)
  • In Unione Sovietica l'ideologia si rivelò mutevole. La linea ufficiale si modificò radicalmente, dall'internazionalismo alla «amicizia tra i popoli», dal ritenere la famiglia un anacronismo borghese fino a considerarla il nucleo fondamentale della società sovietica. A rimanere immutata fu l'importanza assegnata alla mobilitazione ideologica (qualunque fosse l'ideologia), e l'idea di eccezionalità del paese. (pp. 408-409)
  • Sulla carta, il dominio del partito unico era stato abolito, ma i suoi uomini erano ancora lì. La vecchia nomenklatura continuava a dominare la società, che conservava la sua struttura «capovolta». Semmai, lo sconvolgimento degli anni Novanta aveva accelerato quel processo di rotazione in virtù del quale persone sempre meno istruite e qualificate ascendevano ai vertici. La censura era stata abolita, ma dopo un breve periodo di libertà i mezzi di comunicazione erano sempre più monopolizzati dallo Stato. Il Kgb aveva cambiato nome e aveva perso parte della sua sfera d'azione (alcune funzioni, come il controllo delle frontiere, gli erano state sottratte), ma in compenso il potere giudiziario rimaneva asservito al potere esecutivo, non era stato istituito uno Stato di diritto e le forze dell'ordine concepivano come propria missione quella di proteggere lo Stato. (pp. 412-413)
  • Nella Russia di Putin, gran parte delle elezioni erano state abolite del tutto: adesso governatori e senatori erano nominati, mentre i rappresentanti della camera bassa erano eletti su indicazione dei partiti tramite una modalità di voto ampiamente spersonalizzata. (p. 527)
  • [Sulla rivoluzione ucraina del 2014] Come la rivoluzione arancione di nove anni prima, le proteste aggregavano persone di idee politiche assai diverse. Cosmopoliti che volevano che il loro paese entrasse a far parte della Comunità europea si accompagnavano a nazionalisti che volevano liberarsi dall'influenza di Mosca. (pp. 574-575)
  • Gran parte dei contenuti del discorso di Putin sulla Crimea riecheggiavano sue precedenti dichiarazioni: la tragedia del collasso dell'Unione Sovietica, l'ipocrisia degli Stati Uniti, la slealtà della Nato, l'idea che l'America orchestri le rivoluzioni e poi imponga i propri valori sulle culture tradizionali, l'immancabile colpo basso che di quei tempi doveva per forza essere di natura omofobica, e perfino il nemico interno, la «quinta colonna». Ma l'idea di una nazione divisa e di un dovere morale verso i connazionali all'estero che prevaleva sulle leggi e sui confini nazionali aveva un antecedente diverso: rievocava direttamente il discorso di Hitler sui Sudeti. (pp. 591-592)
  • Nel 2009, Dugin aveva preconizzato la divisione dell'Ucraina in due Stati separati: la parte orientale si sarebbe alleata con la Russia e quella occidentale avrebbe guardato sempre all'Europa. Per Dugin l'Ucraina era abitata da due popoli distinti – gli ucraini occidentali, che parlavano ucraino, e la popolazione dell'est, una nazionalità che includeva genti di etnia sia russa che ucraina, ma entrambe russe per lingua e cultura. I due popoli, a suo modo di vedere, avevano orientamenti geopolitici fondamentalmente differenti. Ciò significava che l'Ucraina non era uno Stato-nazione. Significava altresì che il suo smembramento era inevitabile – l'unico dubbio era se si sarebbe svolto in modo pacifico. Una guerra era nell'ordine delle cose, aveva messo in guardia all'epoca. (pp. 593-594)
  • Il concetto che Dugin stava cercando di spiegare da anni era che l'idea stessa di universalità dei valori umani fosse fuorviante: l'idea occidentale di diritti umani, per esempio, non doveva ritenersi applicabile a una «civiltà fondata sui valori tradizionali». Una delle definizioni più calzanti ed eloquenti di Dugin era: «Non vi è nulla di universale nell'universalità dei diritti umani». (p. 598)
  • Dugin voleva che Putin invadesse l'Ucraina esplicitamente, ricorrendo all'esercito regolare e prefiggendosi una vittoria gloriosa che avrebbe allargato i confini della Russia. Anzi, sarebbe stato solo l'inizio dell'espansione russa. Ma quando ciò non accadde, Dugin conosceva già il motivo: Putin era frenato dai suoi consiglieri, moderati e fondamentalmente filooccidentali. Coniò un termine nuovo di zecca per definirli: «sesta colonna». Se la «quinta colonna» era rappresentata da gente come Nemcov, che a giudizio di Dugin lavorava a soldo degli Stati Uniti, allora la «sesta colonna» era fatta da coloro che tradivano la propria civiltà, non il proprio paese. Si nascondevano in piena vista: al Cremlino. (pp. 601-602)
  • Quali opzioni offriva questo paese terrorizzante ai suoi cittadini intollerabilmente ansiosi? Potevano raggomitolarsi in uno stato di passività assoluta, oppure aderire a un tutto più grande di loro. Se qualsiasi bene poteva essere sotratto in maniera sommaria, nessuno poteva più sentirsi sicuro che fosse veramente suo. Però poteva compiacersi, assieme agli altri cittadini, che la Crimea fosse «loro». Poteva identificarsi nella visione del mondo paranoica secondo la quale il resto del mondo, guidato dagli Stati Uniti, voleva indebolire e distruggere la Russia. La paranoia offriva un po' di conforto: quantomeno, localizzava con certezza al di fuori dell'individuo, e anche del paese, la fonte di quell'ansia opprimente. Questo senso di appartenenza, e anche la possibilità di affidarsi a qualcuno più forte, era un grande sollievo. Ma appartenere richiedeva una vigilanza continua. Occorreva prestare attenzione: oggi era l'Ucraina la guerra importante che si combatteva, domani poteva essere la Siria. Nella visione del mondo paranoica, la fonte del pericolo era un bersaglio in continuo spostamento. Si poteva provare un senso d'appartenenza, ma non ci si sentiva mai in pieno controllo. (pp. 637-638)
  • Com'era possibile che persone fuggite dall'Unione Sovietica e da Putin votassero per uno come Trump? Ma, naturalmente, non si trattava di persone fuggite dal totalitarismo. La gran parte era arrivata all'epoca in cui l'impero sovietico aveva cominciato a disintegrarsi. Casomai, quello che le aveva spinte a emigrare era proprio la paura del collasso sovietico. Desideravano ritornare al loro passato immaginario: qualora fossero rimasti in Russia sarebbero stati elettori di Putin. Invece, diventarono elettori di Trump. (p. 653)

L'uomo senza voltoModifica

  • La vecchia generazione aveva perso i propri risparmi nell'iperinflazione e la propria identità nel crollo apparente di tutte le istituzioni sovietiche. La generazione più giovane era cresciuta all'ombra delle paure dei genitori e, in molti casi, del loro fallimento. Io invece avevo ventiquattro anni quando l'Unione Sovietica si sfasciò e insieme ai miei coetanei avevo passato gli anni Novanta a inventarmi una carriera in quella che pensavo sarebbe stata la vita nelle istituzioni della nuova società. Anche quando la criminalità violenta divenne ormai prassi comune in Russia, ci sentivamo stranamente sicuri: osservavamo e qualche volta descrivevamo il sottobosco criminale senza nemmeno pensare che avrebbe potuto avere ripercussioni sulla nostra esistenza. (p. 18)
  • Quello che trovai a San Pietroburgo, seconda città più grande della Russia, fu uno Stato dentro lo Stato. Un posto dove il KGB [...] dominava in modo assoluto. I politici e i giornalisti locali ritenevano che i loro telefoni fossero sotto controllo, e pareva che avessero ragione. Un posto dove gli assassinii di personaggi della politica e degli affari erano avvenimenti correnti. Dove affari finiti male potevano facilmente lasciare qualcuno in prigione. In altre parole era molto simile a quello che sarebbe diventato l'intero paese nel giro di pochi anni, quando la Russia sarebbe stata guidata dalla gente che governava San Pietroburgo negli anni Novanta. [...] Per tutti gli anni Novanta, mentre giovani come me si davano da fare per costruirsi delle nuove vite in un nuovo paese, esisteva un mondo parallelo proprio accanto al nostro. San Pietroburgo aveva perfezionato e mantenuto molte delle fondamentali caratteristiche dello Stato sovietico: un sistema di governo che lavorava per eliminare i suoi nemici; un sistema paranoico, chiuso che teneva ogni cosa sotto controllo ed eliminava qualsiasi cosa non riuscisse a controllare. (pp. 25-26)
  • Eltsin nominava un successore dopo l'altro solo per rimanere deluso in un modo drammaticamente pubblico che imbarazzava sia l'oggetto del malcontento del presidente sia tutti coloro che assistevano alla manifestazione di sfiducia. (p. 28)
  • Il governo di Eltsin aveva commesso il grave errore di ignorare il dolore e la paura del paese. In quei dieci anni Eltsin, che era stato un sincero populista, uno che andava in autobus o che saliva sui carri armati se la situazione lo richiedeva, si era a poco a poco ritirato in un mondo impenetrabile e rigorosamente protetto di limousine nere e di riunioni private. (p. 29)
  • Tutto quello che sapeva fare Eltsin era riscoprire i suoi modi populisti: non era capace di nuove sfide o di far rinascere le aspettative; non riusciva a proporre al paese nuovi ideali o una nuova visione. Poteva solo provare a dare alla gente quello che la gente voleva. E quello che la gente voleva non era di certo Eltsin. Dieci milioni di russi lo ritenevano responsabile di tutte le disgrazie che avevano subito nei dieci anni precedenti, colpevole di aver distrutto i loro sogni e le loro speranze – magari anche la loro giovinezza – e lo odiavano visceralmente. Chiunque fosse arrivato alla guida del paese dopo Eltsin sarebbe facilmente diventato popolare se lo avesse processato. (p. 31)

BibliografiaModifica

  • Masha Gessen, Il futuro è storia, traduzione di Andrea Grechi, Sellerio, 2019, ISBN 88-389-3853-9
  • Masha Gessen, L'uomo senza volto. L'improbabile ascesa di Vladimir Putin, traduzione di Lorenzo Matteoli, Sellerio, 2022, ISBN 88-389-4424-5

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