Elena Kostjučenko

giornalista russa

Elena Gennadjevna Kostjučenko (1987 – vivente), giornalista e attivista russa.

Kostjučenko nel 2011

Citazioni di Elena Kostjučenko

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  Citazioni in ordine temporale.

Intervista di Rosalba Castelletti, repubblica.it, 14 aprile 2023.

  • La morte è un rischio del mestiere, ma non è un motivo per mollare.
  • Come Hitler e Mussolini, Putin sostiene che amare il nostro Paese ci obblighi a diventare assassini, a sostenere il fascismo. È una bugia. Il fascismo è un pericolo che incombe. Prima ce ne renderemo conto, prima scongiureremo questa catastrofe.
  • [Su Anna Stepanovna Politkovskaja] È stata la prima persona che ho incontrato nella redazione di Novaja Gazeta. Era bellissima, i capelli bianchi, la schiena dritta. Camminava per un corridoio a passo veloce. Quasi volava. Veniva in redazione soltanto per lavorare. Non per mangiare a mensa o chiacchierare con gli altri colleghi. Non faceva altro che scrivere o accogliere gente. Capivi che era nel suo ufficio perché in corridoio si formava una fila di persone disparate. [...] Ho capito che non avrei mai avuto la possibilità di dirle quanto fosse stata importante per me e di ringraziarla. Che anche la gente per bene può essere uccisa. Ma è inutile ammazzarci o sbatterci in galera: se uno di noi viene ucciso un altro collega gli subentra e continua il suo lavoro. In Russia c'è una sorta di solidarietà giornalistica.

agi.it, 5 luglio 2023.

  • [Su Ramzan Kadyrov] Lui e i suoi uomini dispongono dei ceceni a loro piacimento e impunemente: omicidi extragiudiziali, rapimenti, rallestramenti. [...] Se rimarrà impunita come successo finora, questa violenza rischia di diffondersi ulteriormente, anche sul resto del territorio della Federazione.
  • Cercare di tagliare le dita a una giornalista e intimarle di non scrivere è un nuovo livello di violenza e illegalità che ha spaventato anche tutti i propagandisti russi; all'improvviso non si sono sentiti sicuri e per questo la reazione della politica e dei media è stata subito di forte condanna.
  • [L'assalto su Elena Milašina] è stato un segnale rivolto a tutti gli avvocati e giornalisti russi che si rifiutano di accettare che la Cecenia sia uno Stato a parte dove le persone non hanno gli stessi diritti del resto del Paese. [...] È un segnale contro tutti coloro, come Politkovskaya prima e Milashina ora, che lavorano per una riflessione critica della società su questi crimini, per consegnare alla giustizia i loro responsabili ed evitare la loro continua perpetrazione.

valigiablu.it, 16 agosto 2023.

  • Kherson era sotto occupazione. Per arrivarci e per lasciare poi la città, ho dovuto attraversare due volte la linea del fronte. All'epoca, i militari russi stavano rapendo e torturando le persone a Kherson. Sono riuscita a rintracciare alcuni superstiti persone che avevano subito quelle torture. Confrontando i loro racconti e anche attraverso il lavoro sul campo, ho trovato il luogo in cui erano stati rinchiusi. Si trattava di un ex centro di detenzione situato al numero 3 di via Teploenerhetykiv. Sono anche riuscita a scoprire i nomi di 44 vittime di rapimento, insieme alle circostanze in cui sono state catturate.
  • Mariupol stava ancora cercando di difendersi. Si combatteva pesantemente. Passavano molti giorni senza un corridoio umanitario aperto. L'unica strada di accesso a volte percorribile passava per Zaporižžja. Veniva regolarmente colpita e, man mano che ci si avvicinava a Mariupol, iniziavano a comparire posti di blocco russi lungo la strada. Ma le persone che cercavano di salvare le proprie famiglie da una città che stava per essere distrutta usavano quella strada quasi ogni giorno. I volontari stavano lavorando per organizzarli in convogli e così decisi di andare con loro.
  • Il procuratore generale russo e il Roskomnadzor avevano chiesto a Novaja di rimuovere i miei reportage sull’Ucraina dal sito web, a meno che i redattori non volessero bloccare l'intero sito. Novaja si era piegata alle loro richieste. Ero completamente pezzi. Sono scoppiata in lacrime, non riuscivo a smettere di piangere. Poi sono stata sopraffatta dalla rabbia.
  • Più pensavo ai piani per farmi uccidere, più la mia mente si stabilizzava. Se ripenso a quello che mi passava per la testa in quel momento, mi sembra tutto sciocco e imbarazzante.
    Non sapevo chi avesse dato quell'ordine. Nella mia mente, i miei potenziali assassini erano semplicemente "loro".
    Sarà stata una decisione emotiva, pensavo. La guerra non stava andando come si aspettavano e tutti erano nervosi. Ero appena tornato da Kherson, passando sotto il loro naso. Questo deve averli sconvolti. Devono aver iniziato a chiedersi cosa avrei fatto dopo. Hanno scoperto che stavo per andare a Mariupol - cioè in una città che era stata trasformata in un immenso crimine di guerra - e hanno cercato di impedirlo, usando i loro metodi infernali. C'erano diversi chilometri di terra di nessuno tra l'ultimo posto di blocco ucraino e il primo russo. I militari russi avrebbero potuto dire che ero mai arrivata al loro posto di blocco. Le persone scompaiono sempre durante una guerra. Chissà, avrebbero potuto dire, forse sono stati gli ucraini a uccidermi. Sono una giornalista russa e "tutti sanno che gli ucraini odiano i russi".
  • Come vanno le cose ora? Il dolore, la nausea e il gonfiore sono scomparsi. Le mie energie non sono tornate. Ho lasciato Meduza, perché non so quando potrò viaggiare per un reportage. In questo momento posso lavorare tre ore al giorno. Questo intervallo si sta allungando, ma solo lentamente. In alcuni giorni non riesco a fare nulla, a parte stare sdraiata e cercare di non odiarmi.
  • Sapevo che i giornalisti vengono uccisi, ma non volevo pensare che qualcuno volesse uccidere me. È stato un misto di repulsione, vergogna e stanchezza ad allontanarmi da questa idea. Trovavo rivoltante pensare che ci potessero essere persone che mi volevano morta. Mi vergognavo a parlare di un'idea del genere, così come ora mi vergogno di fronte ai miei cari per aver coinvolto la polizia. E mi sono sentita anche troppo stanca di dover scappare, ancora una volta.
  • Non siamo al sicuro e non lo saremo mai finché non cambierà il regime politico in Russia. Il nostro lavoro ne accelera la fine, ma il regime non resta a guardare e si difende.
    Se vi sentite improvvisamente male, non escludete la possibilità di un avvelenamento e parlatene anche ai medici, abbiate cura di voi stessi. E se vi succede, contattate i giornalisti di The Insider o Bellingcat. Stanno indagando su chi sta cercando di uccidervi.

Intervista di Giacomo Butti, cdt.ch, 13 settembre 2023.

  • Negli anni in cui ho lavorato alla Novaya Gazeta quattro dei miei colleghi sono stati uccisi. Molti di noi sono sopravvissuti ad aggressioni, me compresa, e alcuni sono sopravvissuti anche al carcere. Sono stata detenuta più volte di quanto riesca a ricordare. Ma tutto questo non cambia la natura del lavoro.
  • Dall’inizio della guerra, in Russia sono stati bloccati praticamente tutti i media indipendenti. La licenza di Novaya Gazeta, dove ho lavorato per 17 anni, è stata ritirata. Molti media e giornalisti sono stati etichettati come “agenti stranieri”. È accaduto poco più di una settimana fa al caporedattore di Novaya Gazeta e premio Nobel Dmitry Muratov. Alcuni media sono stati dichiarati “organizzazioni indesiderabili” e anche collaborare con loro è un reato. Intanto, nuove leggi criminalizzano qualsiasi informazione sulla guerra che contraddica quelle del Ministero della difesa russo. Molti giornalisti sono stati condannati a più di vent’anni di carcere per tradimento. Potremmo dire, insomma, che la professione giornalistica è ormai fuorilegge in Russia.
  • Purtroppo, lo Stato ha ormai un controllo quasi totale sullo spazio mediatico russo. Dall’inizio della guerra sono stati bloccati non solo i media indipendenti, ma anche Instagram, Facebook e Twitter. L’unico ancora libero è YouTube, ma il suo blocco è costantemente in considerazione. La televisione è piena di propaganda aggressiva che giustifica la guerra. Ma lo Stato non può controllare il desiderio di verità della gente.
  • Se avessi saputo che era in corso un’ondata di avvelenamenti di giornalisti russi in Europa, non sarei stata così imprudente. E mi sarei rivolta alla polizia molto prima. Non posso biasimare i medici per il fatto che l’avvelenamento non sia stata la prima diagnosi ipotizzata. Hanno prima escluso le diagnosi più comuni e ciò ha richiesto molto tempo.
  • Il fascismo, in quanto ideologia che richiede una costante mobilitazione del popolo, non può esistere senza la nozione di nemici esterni e interni. Le autorità russe hanno da tempo scelto le persone LGBT come nemici interni. Dall’inizio della guerra, sono state approvate nuove leggi discriminatorie e ampliate quelle vecchie. Ora in Russia è vietato essere trans: era permesso anche nell’Unione Sovietica! Qualsiasi informazione neutra o positiva sulle persone LGBT è vietata. La stessa legge definisce le persone LGBT come un gruppo di persone “socialmente diseguali”. In sostanza, i russi LGBT sono ora al di fuori della legge e vulnerabili sia alla discriminazione sia alla violenza diretta.
  • Gli ucraini LGBT, insieme ad altri ucraini, stanno difendendo il loro Paese al fronte. I loro commilitoni hanno iniziato a porre domande al comando e allo Stato: perché i coniugi dello stesso sesso non sono considerati coniugi e non ricevono sostegno dallo Stato in caso di morte di un loro caro al fronte? In una società in guerra la posizione dell’esercito ha un grande peso. Inoltre, la società ucraina e lo Stato vogliono distanziarsi il più possibile dalla Russia, dove l’omofobia è ormai un’ideologia di Stato. Spero che l’uguaglianza per le persone LGBT ucraine arrivi il prima possibile.

Intervista di Fabiana Testori, laregione.ch, 19 settembre 2023.

  • Il mio Paese ha molte facce e certamente sono presenti la corruzione, la brutalità ed evidentissimi problemi morali, ma la stessa nazione è anche Anna Politkovskaja, le mamme di Beslan che non rinunciano a ricordare l’uccisione dei loro figli durante la strage, la gente che dice la verità e si batte per ciò che ritiene giusto. La Russia sono tante persone differenti, ma all’interno del governo, del regime, del fascismo cresciuto nel cuore del Paese non c’è modo, né spazio, per l’umanità, al contrario, quest’ultima viene punita.
  • Purtroppo, noi russi, abbiamo sempre avuto la convinzione che essendo sopravvissuti, durante la Seconda guerra mondiale, all’aggressione nazista combattendola, questo tipo di ideologia non avrebbe mai potuto crescere e insinuarsi nel nostro Paese. Non è stato così. Se vogliamo però legare quanto sta accadendo anche al passato sovietico è certamente importante non dimenticare il risentimento che ha accompagnato la dissoluzione dell’Urss. Come ben sappiamo il rancore è un tassello chiave nella costruzione del fascismo e in Russia viene sapientemente coltivato dalla propaganda di Putin.
  • Purtroppo, in Russia, non è mai veramente esistito un lasso di tempo definibile come democratico. Ci abbiamo provato negli anni Novanta, ma non ha funzionato. La gestione del potere è passata quindi molto velocemente nelle mani degli oligarchi. In quegli anni bui, crimini e nefandezze sono stati perpetrati nei confronti della popolazione, la quale ha perso fiducia nelle istituzioni. Quando Putin è arrivato al potere, i cittadini russi si sono semplicemente accontentati che non fosse né anziano, né alcolista. Le aspettative erano molto basse. Inoltre, non bisogna dimenticare che la propaganda putiniana investe risorse illimitate al fine di apoliticizzare la maggioranza della popolazione. Le votazioni e le elezioni in Russia si sono trasformate in una specie di rituale in cui si pone una crocetta, ma la realtà è che elezioni libere nel mio Paese non esistono più da molto tempo.
  • A livello emozionale, il fascismo offre alla popolazione una visione affascinante della realtà, nella quale il cittadino non è colpevole di nulla, anzi, si considera eccezionale. In questa percezione idilliaca sono comunque presenti dei nemici, interni ed esterni, che non permettono la piena realizzazione del sistema perfetto. Putin non ha nemmeno dovuto lavorare molto per concepirla. Infatti, i nemici esterni sono stati semplicemente riesumati dalla propaganda sovietica e presentati in chiave 2.0, mentre quelli interni sono stati etichettati seguendo l’air du temps, quindi la comunità Lgbt, i giornalisti indipendenti, le minoranze religiose. In queste date condizioni, in cui si presentano avversari su tutti i fronti, la guerra è più facile da architettare, poiché la popolazione, inevitabilmente, tende a stringersi attorno al leader.

La mia Russia

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Citazioni

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  • Un giorno la mamma mi disse che prima ci chiamavamo Urss e ora Russia. E che quando eravamo l'Urss si stava meglio, c'era da mangiare in abbondanza ed erano tutti buoni. Con la Russia non era più così. Ho saputo dopo che mia madre era una ricercatrice di chimica e che a un certo punto avevano smesso di pagarla; per questo era venuta a fare la maestra nel mio asilo, dove faceva anche le pulizie e lavava le fasce dei più picoli. Per questo era sempre stanca e non giocava con me, e nemmeno mi abbracciava quanto avrei voluto. Le chiesi di chi era la colpa, se l'Urss era diventata Russia. Di El'cin, disse lei. Chi sarebbe? Il presidente. Cos'è un presidente? La persona più importante del Paese. E me lo fece vedere, al telegiornale. L'uomo più importante del Paese era vecchio e brutto e aveva una testa gigantesca. Quando parlava non lo capivo. Farfugliava come la nonna quando stava male, strascicava le parole. (pp. 6-7)
  • Io lo guardavo e pensavo: è colpa tua se la mia mamma è sempre stanca. Se si trascina a stento, se cammina come una vecchia. Se non gioca con me e non mi abbraccia quanto vorrei. Se prima c'era l'Urss e le persone erano buone, e adesso c'è la Russia e in Russia si sta peggio. Quando El'cin compariva sullo schermo, io mi incupivo e dicevo: cattivo, lui. E capitava che mia madre sorridesse. Per questo cominciai a guardare il telegiornale insieme a lei: sgridavano El'cin per vederla sorridere. (p. 7)
  • [Su Vladimir Putin] Non somigliava per niente a El'cin: era giovane, atletico, aveva gli occhi chiari. Gli occhi erano l'unica cosa della sua faccia che ti restava in mente. La voce aveva una particolarità: pareva sempre a un passo dal diventare un ringhio. In compenso, quando Putin sorrideva, tutti quelli che gli stavano intorno sembravano felici. Mia madre non aveva votato per lui. È del Kgb, diceva. Io sapevo cos'era il Kgb: nella nostra scala abitavano due agenti. Persone sospettose in modo maniacale, che bevevano come spugne e non salutavano mai. Non avevamo legato. (p. 10)
  • I soldi per la ricchezza di Mosca arrivavano dalle regioni. Questo era stato lo scherzetto di Putin. Questa la sua prima mossa: ristrutturare il sistema fiscale affinché le tasse delle regioni finissero a Mosca, che avrebbe poi deciso quanti rimandargliene. Il minimo, ovviamente. Il granito, i lampioni ricurvi e gli spazi culturali costano. Anche il granito su cui camminavo per andare a lavorare l'aveva comprato mia madre, maestra a Jaroslavl'. Eppure, più passavano gli anni, meno quella cosa mi turbava. (p. 49)
  • Mosca non è la Russia, la Russia non è Mosca, dicono i russi.
    A Mosca ci vive un russo su dieci. (p. 50)
  • [Sulla deportazione di georgiani in Russia del 2006] La Georgia aveva espulso alcuni ufficiali russi accusandoli di spionaggio. E la Russia aveva deciso di vendicarsi. In Russia vivevano molti georgiani, alcuni dai tempi di quell'Urss in cui eravamo un unico Paese, altri arrivati dopo per scappare dalla guerra, altri ancora emigrati per lavoro. Iniziarono ad arrestrarli e rimpatriarli tutti. Anche con i documenti a posto – non importava. E senza che vedessero un'aula di tribunale: i poliziotti portavano le scartoffie necessarie, e questo bastava. In due mesi furono rimpatriate più di duemilacinquecento persone.
    Intanto la tv raccontava che i georgiani erano sempre stati nemici dei russi. (p. 82)
  • [...] qui urge soffermarsi su cosa si intende con «perbene» in Russia. Essere perbene non ha a che vedere con la moralità, ma con il suo opposto. Una persona perbene rispetta le regole in uso. Per esempio, corrompe chi le fa la multa per eccesso di velocità: così fan tutti, del resto. Obbedisce ai superiori. (p. 83)
  • Tra loro i poliziotti si chiamano colleghi. Un collega fa di tutto per un altro collega: si prende le pallottole al posto suo, lo difende con i superiori, controfirma un verbale falso, gli fa entrare il figlio all'università. Il mondo fuori del comando, invece, si divide tra «cattivi» (quelli che si sospetta abbiano commesso un crimine) e «subenti», le vittime che i crimini li hanno subiti. Entrambe le categorie detestano i «colleghi». Che ricambiano con la stessa moneta. (p. 88)
  • In Russia, quando decidi di essere un giornalista indipendente, la tua vita ha delle restrizioni. Niente nemici personali, niente mazzette, niente bugie. Niente liti lunghe con i colleghi. O meglio, possono anche esserlo, lunghe, ma poi se all'improvviso loro muoiono, il dolore rimarrà per sempre. Sei ai margini del giornalismo che conta, ridono di te. Nei primi e innocui anni Duemila eravamo i pazzi del villaggio che per qualche ragione scrivevano brutte cose su una vita che invece era bella. Quando poi il Cremlino ha iniziato a chiudere una testata indipendente dopo l'altra, ci guardavano come si guarda a una setta che, invece di pensare a salvarsi, in quel deserto cercava di portare avanti un giornale nazionale. Non è alla salvezza che pensi, in quei momenti: pensi a cosa succederebbe ai tuoi cari se finissi in prigione, a vivere all'estero, o sottoterra. (pp. 102-103)
  • [Sui diritti LGBT in Russia] Gli attivisti – una decina, non di più – sfilavano per il centro di Mosca sventolando le bandiere arcobaleno. Trovavano ad attenderli nazionalisti, caucasici e ortodossi che li picchiavano. La polizia aspettava che fossero conciati per le feste, poi li arrestava. I picchiati, non i picchiatori. I giornalisti filmavano e ridevano. (pp. 140-141)
  • Un inglese, un francese e un russo vengono rapiti dagli extraterrestri.
    Gli alieni li chiudono in celle separate e consegnano due sfere d'aciaio a ciascuno di loro. Torniamo tra un'ora, dicono, stupiteci. In caso contrario vi sezioniamo come cavie da laboratorio.
    Un'ora più tardi vanno dall'inglese. Che lancia una palla contro l'altra e dice: è biliardo.
    Gli alieni lo guardano: Niente di speciale. E lo squartano.
    Vanno dal francese. Che fa il giocoliere. Niente di speciale, e squartano anche lui.
    Vanno dal russo: dorme. Gli alieni lo svegliano. Dove sono le palle?, gli chiedono.
    Una si è rotta, l'altra l'ho persa, risponde quello.
    Ahahahaha! Racontacene un'altra, dài! (p. 157)
  • Mia madre sta cantando una ninna nanna.
    Ninna nanna bel bambino, non uscire dal lettino. Viene il lupo fosco fosco, ti azzanna un fianco e sparisci nel bosco. Poi nel bosco ti trascina, tra le spine di rosa canina.
    Io sono sdraiata con una mano sotto la guancia e penso al lupo che mi trascina nel bosco e tra le spine. (p. 159)
  • Compio trent'anni. Mia madre mi regala un grosso libro. È vuoto, serve per incollarci le foto e aggiungere le didascalie.
    – Ci segneremo tutto, – mi dice lei. – Così tutto resterà.
    Sotto le foto – in bianco e nero, sfocate – non c'è scritto nulla. Mia madre detta: tuo nonno Fëdor, tua nonna Evdokija; il bisnonno si chiama Pavel, ma non ci sono sue foto.
    Tre anni fa sono finiti online dei documenti della Prima guerra mondiale. Si poteva cercare per località. Ho digitato Larino e ho trovato il mio bisnonno. Era un soldato semplice. Di suo è rimasto solo un documento: il foglietto blu del congedo. Il 12 giugno 1916 era stato ferito vicino alla città di Vilna. Che oggi si chiama Vilnius, capitale della Lituania. Il nome è scritto con l'inchiostro nero: Malyšev Pavel Opisovič. Corretto, accanto, in «Iosifovič» con la matita viola.
    Il mio bis-bisnonno si chiamava Iosif.
    Ho telefonato a mia madre.
    – Siamo ebrei?
    – Certo che no, – mi fa lei. – Siamo russi, russissimi. Più russi di così si muore. (p. 163)
  • [Sulla rivoluzione ucraina del 2014] Ero contenta della vittoria degli ucraini. Bisogna imparare da loro, pensavo. Magari anche noi, un giorno, avremmo avuto una possibilità.
    Mia madre mi telefonava e diceva: è un bene che tu non sia lì, Dio ti ha salvata.
    – Da che cosa?
    – Hai idea di quanti nazisti ci sono laggiù? Ti avrebbero impiccata perché sei russa.
    – Ma cosa dici, mamma?
    – Quelli odiano tutto ciò che è russo. L'Europa è il bene, noi i nemici. È contro la Russia, la rivoluzione. Ma come, non lo sai?
    – E tu dove l'hai sentito?
    – Alla tv.
    – Io leggo quello che scrivono i miei colleghi. Che sono russi. E nessuno li ha impiccati.
    Solo perché voi siete un giornale antirusso. Solo per questo.
    – Io non sono antirussa, mamma.
    – Urlano: Chi non salta moskal' è! E saltano, saltano tutti!
    – E quindi? Hanno freddo. Si scaldano così.
    – E quindi, dici? Ma non ti senti offesa?
    – Non me ne frega niente di cosa urlano a Kyiv.
    – Vero, cosa vuoi che ti importi, a te! Per te quello è un Paese straniero. Io me lo ricordo bene, invece, di quando Kiev era nostra.
    E abbiamo riattaccato. Probabilmente lei è andata a farsi un tè, nel suo appartamento vuoto, o ad accarezzare il gatto bianco. Per poi tornare davanti allo schermo. Io ho acceso una sigaretta e ho pensato: cazzo, ma bisognava regalarle proprio una tv? (pp. 216-217)
  • A febbraio una notizia: in Crimea erano sbarcati dei militari senza distintivi riconoscibili. Avevano occupato la Rada e gli uffici del governo. Non si erano presentati e indossavano il passamontagna. Delle «persone davvero educate», come li avevano subito ribattezzati i giornalisti. Perché educate lo erano davvero: non rifiutavano mai un selfie con la gente del posto e scherzavano di continuo.
    Le autorità ucraine sostenevano che si trattava di militari russi. Putin smentiva: no, sono le forze locali di autodifesa. Ma la divisa somiglia a quella russa! Cosa non si può comprare nei negozi. (p. 217)
  • [Sull'annessione della Crimea alla Russia] Telefonata di mia madre.
    – Te lo immagini? La gente che scende in strada a festeggiare! Tutti che ballano! La Crimea è tornata a casa. Ho vissuto abbastanza per vederlo, eh, Lena?
    – Mi fa schifo sentirlo.
    – Cosa?
    – Sentirlo. Mi fa schifo! Ci siamo presi la terra di qualcun altro! Noi, mamma, noi!
    – Che cosa ci saremmo presi? La Crimea è sempre stata nostra. Nella storia e nell'anima. Nostra: russa. La gente che ci abita vuole la Russia, non vuole stare in Ucraina.
    – E ci vengano a starci, in Russia, allora!
    – Ma ti senti? Non ti vergogni?
    – E tu? Non ti vergogni, tu? Non capisci proprio un cazzo! Hanno fatto la rivoluzione e non avevano ancora un presidente. E noi ne abbiamo approfittato!
    – Non abbiamo approfittato di niente! La Crimea è sempre...
    – Eccome se ne abbiamo approfittato! La casa del tuo vicino va a fuoco e tu gli rubi la capra: stessa storia.
    – Ma la Crimea non è una capra! E quelle persone voglione essere padrone in casa loro. Non ami la democrazia?
    – Ma che democrazia e democrazia! Ci sono persone armate per strada, e molto probabilmente sono roba nostra.
    – Putin lo avrebbe detto se fossero nostri.
    – Non ne ha dette già un po', di balle?
    – Non hai rispetto per il nostro presidente? Mi pare il minimo!
    – Non ho un solo motivo per rispettarlo!
    – E non rispetti neanche me. Parlare in questo modo a tua madre. Perché gridi?
    – Perché mi vergogno! E tu no, invece!
    – Sei una scema. Ascoltami. Ascoltami bene. A te della Crimea non interessa niente. Va bene. Così, però, se la godranno i tuoi figli. Potranno andarci loro. È così bella... Gli scogli sono così bianchi, ma così bianchi...
    – Non ce la faccio più a parlare con te. (pp. 219-220)
  • – Lo capisci che ci sarà la guerra?
    – Non ci sarà nessuna guerra. La Russia è forte, nessuno oserà sfidarla.
    – E siccome è forte può fare quello che le pare?
    – Ovvio. Non funziona così il mondo? Gli americani hanno attaccato l'Iraq.
    – Non me ne frega niente degli americani!
    – Non te ne frega niente della Russia!
    – Ti voglio bene.
    – Anche io.
    Un mese dopo, Putin ammetterà che quelle «persone educate» erano soldati russi.
    Dopo un altro mese nelle regioni di Donec'k e Luhans'k, autoproclamatesi indipendenti, inizierà la guerra. (pp. 220-221)
  • [Sulla strage di Beslan] Ricordo i giorni dell'assedio. Nessuno poteva nemmeno vagamente immaginare che i militari avrebbero attaccato: pensavamo tutti che avrebbero trattato per salvare la vita ai bambini. Niente trattative, invece. La Russia non negozia con i terroristi, disse Putin, la Russia li elimina. Ricordo il video dell'attacco: le tv occidentali lo trasmisero in diretta. Ricordo i bambini che scappavano nel mezzo del fuoco incrociato. Che correvano e inciampavano. Me lo ricordo e non lo dimenticherò mai. Quell'attacco ha rivelato la quintessenza della Russia di Putin. Il prezzo per eliminare un nemico può essere anche la vita di un bambino, e non sarà comunque troppo alto. Una verità che avevamo davanti agli occhi, che riempiva ogni spazio. (pp. 240-241)
  • [Sulla strage di Beslan] I media statali ripetevano che anche tra le forze speciali dell'Fsb che avevano preso d'assalto la scuola c'erano state delle vittime, il che faceva di loro degli eroi. Ragion per cui la strada su cui si trovava la scuola di Beslan venne ribattezzata «Via degli Eroi dell'Fsb». Così la nuova verità finì dritta dritta sulle mappe. In più, divenne consuetudine parlare di Beslan come di una tragedia senza colpevoli, eccezion fatta per i terroristi morti. A un certo punto, poi, si è proprio smesso del tutto di parlarne. E la gente si è dimenticata di Beslan. (p. 241)
  • Non sono più stata a Beslan. Ma continuo a pensare a quelle donne, penso a loro ogni singolo giorno che passa. Emilia Bzarova, Žanna Cririchova, Zemfira Cirichova, Svetlana Margieva, Ella Kesaeva, Emma Tagaeva. Il mio Paese ha ucciso i loro figli e le ha chiamate criminali perché si rifiutavano di dimenticare.
    Ricordo anche i giornalisti che hanno puntato altrove le telecamere. Non vorrei ricordarli, ma non posso dimenticare le loro facce. Erano concentrate, quelle facce. Erano le facce di chi sta solo facendo il suo lavoro. (p. 245)
  • Beslan è un buco nero. Uno squarcio nella trama del mondo.
    L'indicibile è accaduto e non se ne vuole andare.
    Quel primo settembre alla scuola Numero Uno di Beslan c'erano 1128 persone.
    Trecentotrentaquattro sono state ammazzate in modo feroce. Centottantasei erano bambini.
    I feriti sono stati settecentottantatre.
    Nessuno senza conseguenze.
    Sono passati dodici anni. Quello squarcio c'è ancora.
    E lo spiffero è forte.
    Si infila nelle vite dei sopravvissuti.
    Che provano a tapparlo in tanti modi.
    Non chiudendo gli occhi. Con qualche lacrima una volta all'anno. Sfilando accanto al ricordo con cautela, perché il rischio è sempre alto.
    Lo Stato ha più possibilità. Chiude Beslan dentro uno scrigno dorato, la ricopre di denaro, avvia programmi di sostegno, organizza eventi ufficiali.
    Alla gente di Beslan restano le fotografie e i sogni.
    I sogni sono diventati la seconda realtà di Beslan. Spuntano in ogni discorso. E cambiano a ogni nuovo racconto, facendosi sempre più eloquenti. Ci sono stati casi in cui nelle scuole di Beslan sono state sospese le lezioni proprio per i sogni che i bambini avevano fatto alla vigilia dell'ennesimo primo settembre.
    Tutti mi hanno raccontato i loro sogni spontaneamente, senza che fossi io a chiedere. (pp. 246-247)
  • [Su Jurij Ščekočichin] Nella fotografia sorride, ha un sorriso buono e impacciato. Ricordo che aveva esordito come giornalista con dei pezzi sugli adolescenti nell'Unione sovietica allo sfascio. Sapeva come parlare ai ragazzi. E a chiunque altro, a quanto pare. Dicono che la porta di casa sua fosse sempre aperta per accogliere la grande quantità di amici che entravano, si abbracciavano, chiacchieravano. (p. 273)
  • [Su Jurij Ščekočichin] Si è occupato di corruzione nelle forze dell'ordine e nei servizi segreti, di criminalità organizzata e traffico di armi, e anche dello stato dell'esercito russo. I suoi articoli hanno fatto licenziare diverse alte cariche e hanno dato il via a importanti indagini penali. Per disporre di più mezzi per arrivare alla verità si era candidato alla Duma di Stato ed era stato eletto. (pp. 273-274)
  • [Su Jurij Ščekočichin] Poco prima di morire si stava concentrando su due inchieste: le esplosioni nei palazzi di Mosca e Volgodonsk e il caso delle «Tre balene», un losco affare di contrabbando di mobili di lusso su vastissima scala operato dalle forze di sicurezza. Si era poi scoperto che per le stesse vie venivano importati in Russia anche gli stupefacenti. E il coinvolgimento dell'apparato centrale dell'Fsb era palese in entrambi i casi. (p. 274)
  • [Su Anna Stepanovna Politkovskaja] Ogni numero aveva un suo articolo, spesso più d'uno. Non si tirava mai indietro, anzi: era una giornalista vera. Lei portò in salvo da una Groznyj ridotta in macerie gli ospiti di una casa di riposo dimenticata da tutti: novantuno vecchietti, donne e uomini. Lei raccolse gli effetti personali dei soldati uccisi in Cecenia e li restituì alle famiglie. Lei negoziò con i sequestratori del teatro Dubrovka di Mosca, lei portò l'acqua agli ostaggi. E sempre lei volò a Beslan per partecipare ai negoziati con i terroristi. La avvelenarono sull'aereo. Sapevamo quando era in redazione: davanti al suo ufficio c'era sempre una lunga fila di persone. Una fila molto silenziosa. (p. 275)
  • Negli istituti neuropsichiatrici in Russia sono rinchiuse, oggi, 155878 persone. Negli orfanotrofi speciali i bambini sono 21000, tutti destinati agli istituti neuropsichiatrici suddetti. Un russo su 826 vivrà la sua vita – e la finirà – chiuso lì dentro. (p. 407)
  • Ho sei anni. La mamma mi raconta che il nonno ha fatto la guerra. Che una volta il nostro Paese è stato attaccato dai nazisti e lui lo ha difeso. Ha scelto lui di andare al fronte volontario. Era artigliere (e la ripeto, quella parola: «artigliere»). È rimasto ferito, ma si è ripreso e ha continuato a combattere, stavolta contro i giapponesi. Perché i giapponesi aiutavano i fascisti. Quella guerra si chiamava Grande guerra patriottica perché si combatteva per la Patria. Ma perché «grande»? Perché vi hanno partecipato quasi tutti gli uomini e molte donne, dice mia madre. E sono morte undici milioni di persone. Quanti sono undici milioni? La mamma muove le labbra: sta contando. Sono sedici Jaroslavl'. Immagina che nella nostra città siano tutti morti. E lo stesso in altre quindici uguali. Nessun sopravvissuto. Tutti morti ammazzati.
    E io mi immagino le città morte. (pp. 408-409)
  • [Sulla seconda guerra cecena] Ho tredici anni, nella nostra via c'è un funerale. Hanno ammazzato un ragazzo fresco di diploma: lo hanno chiamato sotto le armi, mandato in Cecenia e ammazzato. Chi è stato?, chiedo a Lenja, il mio vicino. I ceceni. Perché? In Cecenia c'è la guerra. Contro chi? I terroristi. Caspita, penso io. Uccidere i terroristi è più figo che uccidere i nazisti. Anzi no. Sempre meglio i nazisti. O forse i terroristi? Povero ragazzo, ci mancherebbe. È un eroe, certo. Lenja esagera a chiamarla guerra, però. Alla televisione parlano di operazione antiterrorismo. Se ci fosse la guerra lo sapremmo. (pp. 411-412)
  • Ho diciassette anni, studio alla facoltà di giornalismo e sono al Torneo di diritto internazionale. Partecipano le squadre di diverse facoltà di giornalismo. La squadra della Cecenia è composta da due ragazze belle e serie, Asja e Malika. Mi avvicino a loro a torneo finito e le invito da me. Andiamo allo studentato, metto su il tè. Ho molta voglia di piacergli. Dico: vi porto a vedere Mosca? E in quel momento, fuori dalla finestra, neanche a farlo apposta, scoppiano dei fuochi d'artificio. I fuochi! Guardate! Da noi ci sono spesso, dico godendomeli. Nessuna risposta. Mi giro, sono sparite. Dove sono? Sotto il tavolo. (p. 412)
  • Ho trentun anni, sto facendo un corso alla facoltà di giornalismo della City University of New York. La docente di giornalismo internazionale è Alia Malek, una bellissima donna siriana con una lucidità impeccabile e la lingua tagliente. I suoi seminari sono quelli che preparo meglio. Vorrei tanto che mi notasse, ma non ho niente che possa colpirla. Leggo poco e penso lentamente. Alia ci insegna a scrivere con cautela e onestà. Alia ci insegna a scrivere con cautela e onestà. Alia ci insegna a essere attenti e umili. All'ultima lezione porta del pane al timo e dei dolci arabi. Li mangiamo. Gli altri mettono le loro canzoni preferite. Io mi avvicino ad Alia e le dico: presto tornerò a Mosca, mi farebbe piacere se venisse a trovarmi. Lei sbianca, è come se nella stanza avessero cambiato di colpo l'illuminazione. Si china verso di me e dice in un soffio: non verrò mai a Mosca, i vostri soldati uccidono i miei fratelli. (p. 415)
  • La «Novaja Gazeta» non esiste più.
    Adesso che non ci siamo più. Che non ci sono più riunioni di programmazione e briefing, che non ci sono le cazzo di firme sui numeri, le corse pazze dei reporter, le imprecazioni, le lacrime, le piccole vittorie e gli eventi grandi e atroci che bisogna far entrare nei testi. Adesso che è successo tutto ciò di cui avevo paura e io sono svuotata, non ho altro a cui aggrapparmi, e posso pensare. (p. 444)

Explicit

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Il motto di «Novaja Gazeta» era: usiamo le stesse lettere, scriviamo parole diverse.
Quanto pesa una parola?
(a volte quanto un'intera vita)
Una parola può contrstare la tirannia armata?
(no)
Una parola può fermare la guerra?
(no)
Una parola può salvare il Paese?
(no)
Una parola può salvare chi la dice?
Ha salvato me.
Ma solo me.

Bibliografia

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  • Elena Kostjučenko, La mia Russia Storie da un Paese perduto, Giulio Einaudi editore, Torino, 2023, ISBN 978-88-06-26018-7

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