Marco Malvaldi

scrittore italiano

Marco Malvaldi (1974 – vivente), scrittore italiano.

Marco Malvaldi

Citazioni di Marco Malvaldi

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  • La cosa meravigliosa di questo libro [Enigma in luogo di mare] sono i personaggi. La storia si dipana esclusivamente attraverso l'interazione dei personaggi, senza alcuna forzatura, senza alcun deus ex machina, senza alcuna cosa che appaia anche solo minimamente artefatta.[1]

Romanzi

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A bocce ferme

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Ciò che rende veramente belle le feste di Natale è il fatto che il sei gennaio arriva la befana.
Per l'essere umano qualsiasi attività piacevole, se si prolunga, a un certo punto inizia a risultare inconsapevolmente molesta, per poi diventare insopportabile. Tanto più insopportabile quanto più le persone intorno a noi non si rendono conto che la nostra disposizione d'animo è cambiata, e quel particolare stato delle cose che fino a non molto tempo prima ci accarezzava l'animo adesso ci sta scartavetrando la pazienza. Invece, con le feste di Natale, questo problema te lo risolve il calendario; arriva il sei gennaio e via, si ricomincia.

Citazioni

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  • I confini della collaborazione, si sa, sono un po' come quelli geografici ai tempi delle grandi guerre: difficile andare d'accordo sul punto in cui dovrebbero stare, ma tutti concordi sul fatto che, così come sono, non vanno bene. (p. 32)
  • Io sottoscritto Alberto Corradi, nato a Pineta il ventisei gennaio millenovecentoquarantotto, lascio tutto quanto di mia proprietà, inclusi eventuali altri beni mobili, immobili e azionari di cui dovessi venire a disporre nel periodo intercorrente tra la data di questo presente testamento e il mio decesso, a mio figlio Matteo Corradi, nato a Pisa il venti settembre millenovecentoottanta. [...]
    Niente è dovuto a eventuali parenti che dovessero manifestare o avanzare diritti dopo la mia morte, essendo il detto Matteo Corradi l'unico mio consanguineo ancora in vita. [...]
    A margine delle mie ultime volontà, desidero rilasciare una confessione. [...] Confesso di aver deliberatamente ucciso il mio padre putativo, Camillo Luraschi, in data diciassette maggio millenovecentosessantotto. Segue in questa e nella seguente pagina una dettagliata descrizione degli avvenimenti relativi al crimine da me commesso. (testamento di Alberto Corradi, pp. 46-48)
  • Sai, un po' come nell'antica Grecia, che mentre gli schiavi coltivavano i campi i cittadini potevano fare filosofia. Solo che la Grecia ci ha dato Socrate, Aristotele e Talete, questi [gli studenti di estrema sinistra] ci hanno dato D'Alema. (Aldo, p. 53)
  • – Perché, ti sembra tanto brutto che l'òmini siano tutti uguali? Sei convinto d'esse' tanto migliore di me?
    – Dipende da cosa – disse Massimo. – Come sommelier sono sicuramente migliore. Come fermaporta, o come zavorra, sicuramente valgo meno. Diverso non significa necessariamente migliore, e io e lei siamo chiaramente distinguibili. Chi preferirebbe alla guida della sua ambulanza, me o Räikkönen? Se mi vuole dire che siamo tutti diversi l'uno dall'altro, sono d'accordo. Se mi vuole dire che dovremmo essere tutti uguali di fronte alla legge o allo Stato, sono dalla sua parte. Se mi dice che siamo tutti uguali, Pilade, abbia pazienza, col cazzo. (p. 53)
  • – Vedi, Ampelio, ci sono tanti modi per far rimanere il popolo immobile – disse Aldo, guardando fuori dalla porta a vetri. – Uno è quello di tenerlo fermo, e si chiama schiavitù. Un altro, molto più subdolo, si chiama demagogia. Consiste nel convincere ogni singolo essere umano che tutti gli uomini sono uguali in tutto. Alla fine, l'effetto è lo stesso: visto che ognuno fa come gli pare, non si va da nessuna parte. Non c'è una direzione, non c'è coerenza, c'è solo casino. È molto più facile da sconfiggere un esercito in cui ognuno combatte da solo di uno che sta fermo, basta aspettare che comincino a spararsi tra di loro... (p. 54)
  • De' – disse Ampelio.
    Da queste parti, il monosillabo in questione può avere uno spettro di significati pressoché autocompleto, a seconda di come lo si pronuncia, e riflette il bisogno ancestrale dell'essere umano di dire qualcosa anche quando non c'è veramente bisogno di dire niente. Si può esprimere ammirazione – de' prolungato, in crescendo come tono ma in diminuendo come volume – disapprovazione – de' corto, amaro e che lascia la bocca stretta e storta, come un caffè del distributore automatico – o anche mera accettazione dei fatti, con un de' neutro, pronunciato scuotendo la testa, esattamente come aveva appena fatto Ampelio. (pp. 57-58)
  • [...] i vecchietti sedevano con gli occhi luccicanti, orgogliosi di avere nuovamente il centro della scena e del loro social network analogico. Se è successa una disgrazia, condividila su Menagram. (p. 130)
  • Intorno a lui, nonostante il freddo, si vedeva che la pineta stava imbastendo le prove generali per il ritorno della primavera. Spuntavano le prime gemme dalle cime dei rametti nuovi, e l'aria stessa, sebbene fredda, era molto meno umida e infida di qualche giorno prima. Fra non molto, d'improvviso, il calendario avrebbe preso il sopravvento sulla meteorologia, e nel giro di alcune settimane l'ora legale avrebbe completato il lavoro. Primavera, signori, primavera. Un altro giro di giostra intorno al sole completamente gratis per tutti voi, per ognuno di voi, compresi quelli che ormai ci hanno fatto l'abitudine e non si meravigliano più per il miracolo annuale della pineta che torna alla vita, e magari invece si esaltano per un gol trasmesso via satellite di un tizio che nemmeno conoscono, segnato contro una squadra formata da undici tizi anch'essi sconosciuti ma lontani, mentre a qualche centinaio di metri la loro pineta germoglia, il loro giardino ricresce e la loro moglie si tromba il vicino di casa. (pp. 150-151)
  • Me lo riòrdo sempre quando Massimo era piccino, che sartava e chiacchierava fisso e 'un c'era verzi di tenello bòno, e se gli dicevi Massimo stai fermo ti diceva va bene nonno e andava via a corza. E la su' nonna al dottor Cipolloni gli chiese: «O dottore, ma è regolare che 'un ubbidisca mai?». E il Cipolloni la guarda e fa: «Signora, ha quattro anni. Se lo voleva buono e ubbidiente doveva farlo scemo». (Ampelio, pp. 177-178)

Bolle di sapone

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Quando era piccolo, Massimo adorava tornare da scuola e trovare la mamma a casa che lo aspettava. Era un piacere che cominciava già la mattina, in classe, perché la mamma di Massimo non c'era quasi mai, o almeno così sembrava a lui: sempre in giro per il mondo a sorvegliare la costruzione di ponti che progettava quando era a casa. O meglio, in studio. Studio nel quale spesso pranzava direttamente, perché c'è tanto lavoro da fare. Ma te che lavoro fai, mamma? Io sono un ingegnere, tesoro. Progetto ponti. E una volta che li hai progettati, perché non li fai costruire a quegli altri e te non resti a casa col tuo bimbo?

Citazioni

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  • – Bentornata nella civiltà – disse Massimo, aprendole la portiera.
    – Addirittura – rispose la mamma, entrando in auto e mettendosi la cintura. – Guarda che mica ero nel delta del Mekong. Ero negli Stati Uniti.
    – Appunto. Stiamo parlando di un posto dove hai diritto ad essere felice ma non ad essere nero, fai te. (p. 17)
  • – Ho bisogno di una doccia – ripeté la mamma – e di qualcosa che assomigli al cibo. In aereo mi hanno dato 'sta vaschetta di avanzi con scritto sopra «pollo», che non ho capito se si riferiva a quel che c'era dentro o a me che lo avevo ordinato. Io non me ne capacito, siamo nel 2020 e il cibo degli aerei continua a fare schifo. (p. 18)
  • Da autentico ingegnere, prima di ridere o ridacchiare di una battuta voleva essere sicura che fosse effettivamente una battuta. Altrimenti muovere tutti quei muscoli della faccia sarebbe stato uno spreco di risorse. (p. 20)
  • Ci sono due tipi di madri, al mondo: quelle alle quali non serve che i figli chiedano qualcosa, perché sanno già cosa stanno per dire, e quelle alle quali non serve che i figli chiedano qualcosa, perché tanto non li ascoltano. (pp. 22-23)
  • – Mah, guarda, anche vello... anche ir pallone, ormai, 'un sa più d'una sega –. Il Del Tacca scosse la testa. – Ogni dieci minuti si ferma tutto e tutti lì a aspetta' che l'arbitro abbi guardato la VAR. [...] Ormai c'è da aspetta' per tutto, 'un ti godi più una sega.
    – Ha ragione Pilade, ha – si intromise il Rimediotti. – Per sape' se è gol o fallo devo aspettare la VAR, per sape' chi ha vinto ir Tùr de Fràns devo aspetta' l'antidoping, per sape' se me l'ha data o se l'ho violentata devo aspetta' la cassazione... (p. 30)
  • Con quel tipo di amici funziona così, non c'è bisogno di sentirli spesso per sapere che ci sono, e non c'è bisogno di sentirli spesso quando stanno lontano, perché a parlarci e basta non c'è sostanza. (p. 42)
  • Io correvo in biciretta, sa? M'aveva insegnato ir mi' babbo, lui la chiamava ir cavallo de' poveri. Perché i ricchi 'un ciandavano mica in biciretta, era vergogna. Significava che 'un ciavevi i vaìni per ir cavallo [...] Mi riòrdo che ir mi' babbo mi raccontava che la marchesa Salvioni glielo chiesero, marchesa, ma lei ci sa andare in biciretta? e lei ni rispose perlamordiddio, io fra le gambe una cosa che 'un istà ritta da sola 'un ce la voglio. (Ampelio, p. 58)
  • D'altronde, da ex impiegato pubblico, Pilade Del Tacca era sempre stato consapevole che il benessere della nazione passava dal comportamento di ogni singolo cittadino: per cui, quando gli avevano chiesto di salvare l'Italia dalla pandemia stando sul divano a grattarsi le balle, aveva obbedito prontamente. (p. 88)
  • Che giornata è se non la accompagni con una bella colonna sonora di clavicembalo? E soprattutto, come si fa a trovare piacevole uno strumento che fa lo stesso rumore di due scheletri che si accoppiano? (p. 95)
  • – Vada giù fino a dove riesce. Piano piano, arriveremo alla massima accosciata. Lo conosceva, questo esercizio?
    – Lo conosco sì. Tanto ciò càato una volta e via, ner campo. Come l'ha chiamato?
    Squat.
    – Sì, anch'io ogni tanto facevo squàt. Si mangiava parecchi legumi, sa, e ogni tanto capitava. Via, arrivo. (p. 110)
  • – Ma vai in culo, vai. Te e lei. Te, lei, e chi ha inventato la spesa a domicilio, malidetto chi gli còce ir pane. Ha trovato modo di fassi arriva' a casa ogni tipo di bietola esistente ar mondo – disse Pilade tristemente, svelando così il reale motivo della sua insoddisfazione. – Son du' giorni che vado avanti a roba verde, vado in bagno e cào marziani. (pp. 120-121)
  • Eh già, la crosticina. Uno dei grandi segreti delle cose buone da mangiare. All'essere umano piace avere continuamente la sensazione di iniziare qualcosa, e poche cose ti danno la sensazione di piacevole scoperta di un bocconcino croccante fuori e tenero dentro. È come dare ogni volta il primo morso, il più buono di tutti. (p. 139)
  • Aldo mostrò il tablet, aperto su un sito di carattere medico. Uno di quei siti sui quali vai a finire quando inserisci sintomi generici e vieni a sapere che potresti avere due cose: o una patologia ad esito letale, oppure una patologia ad esito letale che prima di ucciderti ti rincoglionisce in maniera inesorabile. (p. 145)
  • Le relazioni extraconiugali. Ma che modo è? Detta così sembra una cosa impersonale, burocratica, quasi un atto dovuto. Buongiorno, dovremmo prendere appuntamento col notaio per il coito. Avrei bisogno anche dello stenografo, sa, per trascrivere i muggiti. Va bene per le sei e mezzo? Grazie. (p. 154)
  • Dire una parte della verità è come mentire: ma col tempo, a mano a mano che si cerca di reggere una parte, si vede che ci si abitua anche a quello. (p. 169)
  • I genitori, chiunque ne abbia un paio lo sa, sono dei talenti naturali quando si tratta di irritare i figli. Alle capacità spontanee, che evidentemente si acquisiscono alla nascita della prole, si uniscono delle tecniche sopraffine, tipo ricordare loro degli episodi particolarmente imbarazzanti dell'infanzia – veri o inventati non importa, tanto all'epoca avevi tre anni e non ti ricordi una sega. I genitori potenzialmente possono scordarsi qualsiasi cosa, dalla data del tuo compleanno al nome della tua fidanzata: ma qualsiasi tuo comportamento inadeguato al contesto, che siano parole o deiezioni, no. Altro che i librini illustrati di Richard Scarry, ai bambini di due anni bisognerebbe leggere il Miranda: ci farebbe piacere che tu rimanessi in silenzio, ma qualsiasi cosa dirai potrà essere usato contro di te. (p. 173)
  • Il viso di Aldo, infatti, si era voltato verso il proprio socio con la stessa espressione con la quale si guarderebbe una merda gigante: sorpresa e disgusto, ma non scevra di una certa ammirazione. (p. 178)
  • Il manifesto cominciava come tutti gli altri. Nome, cognome, e le immancabili formule di cortesia.
    È improvvisamente mancato all'affetto dei suoi cari
    AMPELIO VIVIANI
    Non fiori né opere di bene.
    I fiori portateli alla maiala della vostra mamma,
    che di opere di bene ne fa già tante lei.
    (p. 248)
  • Sai, Massimo, noi siamo vecchi. Anch'io, ridendo e scherzando, ho quasi novant'anni. Alla mia età, ogni giornata è una strada da attraversare coi cecchini alle finestre. (Aldo, pp. 252-253)

Il borghese Pellegrino

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– Questo, di cui nella lezione di oggi parleremo, è fenomeno talmente complesso che l'analizzarlo stanca il pensiero e scoraggia la scienza.
L'aula è piena, gremita, con persone persino in piedi; eppure, a parte il suono dei tacchi dell'uomo che passeggia di fronte alla cattedra, non si avverte il minimo rumore.

Citazioni

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  • Ogni cuoco dilettante gode come un papero nel potersi presentare a una nuova conoscenza con i suoi piatti, oltre che con i suoi discorsi. (p. 26)
  • La mafia, la camorra, qualsiasi nome si voglia dare alla criminalità organizzata, nasce sempre dallo stesso tacito patto: tratta i tuoi amici meglio di come tratti gli altri. Una cosa che, chi più chi meno, facciamo tutti. Dov'era, allora, la differenza tra un compagnone e un criminale? In una postilla, quella che veniva aggiunta dai criminali, fossero essi ufficiali o ufficiosi. Tratta i tuoi amici meglio di come tratti gli altri, sennò sono guai. (pp. 131-132)
  • Questa nostra società funzionerebbe assai meglio se ognuno si sforzasse di fare al meglio ciò che sa fare, tentasse di imparare ciò che non sa fare, e avesse sempre ben presente ove si trova il confine tra queste due cose. (Pellegrino Artusi, p. 207)
  • Io sono convinto che il rispetto reciproco tra i popoli possa passare proprio attraverso questa pratica sì umile. Perché tutti mangiamo, e tutti possiamo apprezzare e capire la cucina altrui. Se mi metteste di fronte un turco, o un cinese, che mi declamano nella loro lingua i poemi più elevati, ebbene, non capirei nulla; ma se mi mettete di fronte un loro piatto, sia esso di carne o di pesce o di erbaggi, sono benissimo in grado di mangiarne e di trarne nutrimento, e forse anche gusto. La cucina è un linguaggio universale, che ha bisogno di essere capito solo da chi lo pratica: forse solo la musica può stargli a pari. Eppure, si può stare per giorni, settimane e mesi interi senza ascoltare melodie, ma provatevi a stare un giorno senza mangiare! (Pellegrino Artusi, p. 208)

Il gioco delle tre carte

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Se questa era confusione, allora l'Italia doveva essere il paese più bello del mondo. Questo pensava Koichi Kawaguchi, appena sceso dal volo JL3476 che lo aveva preso in consegna all'aeroporto di Narita e lo aveva fatto atterrare, tra incomprensibili applausi degli italiani presenti sull'aereo, su una delle piste di Roma Fiumicino. (p. 11)

Citazioni

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  • La conclusione a cui erano arrivati, in sostanza, era che i precari della ricerca erano considerati dall'università e dal Ministero più o meno come la flora batterica intestinale: ovvero, dei parassiti. Parassiti buoni, s'intende; necessari per il buon funzionamento dell'organismo (in quanto sono i precari quelli che stanno realmente in laboratorio), ma mantenuti in vita con gli ultimi residui delle risorse ingerite e, in ultima analisi, in una situazione oggettivamente di merda. (p. 16)
  • La giornata in cui accadrà una disgrazia inizia sempre come tutte le altre; fino a quando non succede nulla, è una giornata qualsiasi. (p. 35)
  • Indifferenti alla presenza di un cervello all'interno della propria scatola cranica, i responsabili dell'assessorato avevano progettato e realizzato una serie di modifiche deliranti, senza alcun riguardo per il fatto che una rete stradale dovrebbe servire per farci viaggiare dei veicoli, e non le fantasie malate di sedicenti Le Corbusier con il senso pratico di una gallina faraona. (p. 51)
  • Inevitabile. Come la necrofilia di questi vecchiacci qui. Ma com'è possibile che incomincino a leggere il giornale sempre dalle disgrazie? Perché? Sembra che tengano il punteggio. Alé, n'ho seppellito un altro. Ampelio seimilatrecentododici, resto del mondo zero. Sarà l'età. Sarà che ti sembra sempre più improbabile restare vivo. (p. 60)
  • Due omicidi in due estati di fila in una frazione da cinquemila anime. Va a finire che si diventerà come il paese della Signora in Giallo. Sì, quella che vive in un paesucolo da tremila persone dove ogni giorno ne ammazzano una, poi ogni tanto la invitano da qualche parte a passare il week-end e tonfa! ammazzano qualcuno anche lì. Ma possibile che non si siano ancora accorti che la vecchia signora porta merda? Cosa la invitano a fare in campagna? (p. 60)
  • Uno degli aspetti più fastidiosi dell'essere umano è la ridicola convinzione che non siamo responsabili delle conseguenze delle nostre azioni, come testimonia l'infantile disinvoltura con cui troppo spesso attribuiamo alla volontà del Fato il disastroso esito delle nostre cazzate. (p. 70)
  • La mattina di un giorno sereno, dopo giornate di pioggia e vento, mette sempre di buon umore. L'aria è tersa, limpida e cristallina, depurata da tutte le sue nanoscopiche schifezze, e ti entra nei polmoni facilmente, senza nessuno sforzo, dandoti una meravigliosa sensazione di convalescenza. Da lontano, le montagne si mostrano in tutti i loro particolari, non più offuscate dalla coltre di polveri e smog che impesta d'abitudine l'atmosfera, e la città stessa è più netta, più definita e più reale. (p. 99)
  • A volte, quando ti girano, non c'è niente di meglio che andare in corso a comprarti qualcosa. Qualsiasi cosa, anche una scemata, anzi, preferibilmente scemata: che costi poco, che sia assolutamente superflua e il cui unico scopo sia di darti soddisfazione. Vedi una cosa, la desideri, entri e la ottieni; se si esclude lo shopping, non capita spesso. (pp. 108-109)
  • È un dato di fatto che gli uomini curiosi, spesso, sentono il bisogno di sfilarsi di dosso la propria esperienza, avvertendola più come una rigida armatura di abitudini che limita i movimenti che come una amichevole corazza protettiva, necessario usbergo contro le forze dell'Ignoto. Siamo pienamente consapevoli, quando sfidiamo le nostre consuetudini, che le probabilità di vittoria sono esigue; e proprio l'eccezionalità di tale successo gonfia il vittorioso petto di soddisfazione e lo ammanta di un'aura di eroismo, le rare volte che riusciamo a buggerare la routine. (p. 114)
  • [...] Ogni persona interagisce con gli altri esseri umani in funzione del ruolo che attribuisce ad ognuno di loro. Davanti al maestro c'è chi ascolta e chi si distrae, e alla vista del Papa c'è chi si inchina e chi si incazza. (p. 123)
  • Io 'un capisco nemmeno perché te ne devi porta' dietro uno solo [di computer]. Sei in Italia, vieni dall'artra parte der mondo, e invece d'andà un po' in giro ti porti dietro ir compiùte. Ora, poi, si portano tutti dietro ir compiuter. Prima tutti cor cellulare, ora tutti cor compiuter. Se si va avanti di questo passo, fra tre o quattr'anni ci toccherà anda' a giro colla carriola. (p. 131)
  • [...] La dote fondamentale per fare il matematico è l'umiltà. L'umiltà di riconoscere quando non hai capito una cosa, e di non tentare di prenderti in giro. Se non hai capito una cosa, o non ne sei convinto, non puoi prenderla per buona. Se fai così, ti farai solo del male. Devi essere assolutamente sincero con te stesso. (p. 139)
  • Un lavoro noioso può tirare fuori il meglio di una persona. Non devi pensare a quel che fai, vai in automatico, e intanto il tuo cervello lavora. Quando ha elaborato la teoria della relatività, Einstein lavorava all'ufficio brevetti, Böll era un controllore, e Bulgakov un medico condotto. Pessoa lavorava al catasto, mi sembra. Borges era un bibliotecario, e Kavafis un impiegato della società acquedotti.
    Dai ad un uomo fantasioso un lavoro schematico, ripetitivo, e che lo metta in contatto con altre persone, e rischi seriamente di produrre un premio Nobel. Spesso, lasciata libera, un'esistenza che non viene rimescolata continuamente dall'ansia di dover produrre lascia decantare spontaneamente i suoi pensieri, che si depositano piano piano sul fondo e cristallizzano, a volte, in forme di rara bellezza. (p. 141)
  • [...] Il tragitto in auto era un'autentica tortura perché Ampelio, pur non guidando, trovava modo di dire qualcosa con la sua bella voce stentorea a qualsiasi conducente la cui guida non soddisfacesse i suoi personalissimi canoni di correttezza: quello che va troppo veloce («Corri corri, tanto l'arberi stanno fermi»), quello che va troppo piano («Ò, già che trasporti l'ova, me ne vendi un paio?»), quello che usa troppo il clacson («Sònalo quando vai a trova' tu' madre, quer coso, lì sì che c'è traffico») e via brontolando. (p. 152)
  • Un letterato, un fisico e un matematico stanno viaggiando in treno in Scozia e ad un certo punto vedono su un prato una pecora rossa. Il letterato la guarda e dice: «Però. Interessante. In Scozia le pecore sono rosse». Il fisico scuote la testa e risponde: «No. In Scozia esistono anche pecore rosse». Il matematico li guarda con commiserazione, e conclude: «Esiste almeno un prato, in Scozia, su cui esiste una pecora almeno un lato della quale è rosso». (p. 164) [barzelletta]

Il telefono senza fili

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Sembrava un tranquillo giorno di mezza estate come tutti gli altri, a Pineta.[2]

Citazioni

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  • Per riuscire a far parlare una persona reticente, non c'è niente di meglio che fingersi competenti sul suo stesso terreno e cominciare a sparare boiate colossali: la voglia di correggere l'errore e di ristabilire la verità è troppo più forte della volontà di mantenere un basso profilo. (p. 30)
  • Ir segreto d'un ber matrimonio [...] è sta' 'nzieme 'r giusto. Né troppo, e né poco. Se uno te lo vedi sempre intorno prima o poi è pacifico che ti viene sulle scatole. (p. 44)
  • Uno stesso bar è spesso frequentato da ogni genere di persone, essendo, a voler essere sinceri, l'unico luogo oggettivamente democratico del nostro paese. Dal professore al muratore, dall'avvocato al diseredato, all'interno del bar siamo tutti uguali, e i tempi di attesa per il caffè, il cornetto e la «Gazzetta» non variano a seconda della nostra posizione nella società. (p. 53)
  • Massimo non sopportava gli uomini con i capelli tinti. Anche quelli con i tatuaggi, ma di più i capelli tinti. Un tatuaggio può anche essere un errore di gioventù, ma se ti tingi i capelli vuol dire che non sei in grado di accettare il presente. (p. 64)
  • – Lei se ne intende di giornalismo?
    – No, mi dispiace. Io per vivere lavoro. (p. 66)
  • – Voi conoscete il significato della parola «mitomane», vero?
    – Dio bòno [...] Ci se n'ha avuto uno ar governo per vent'anni. (p. 76)
  • Scompare. Buffo. In lingua parlata, significa sparire. Negli articoli di giornale, significa che sei morto da tempo. Ripercorriamo il giorno della tragica morte di Michael Jackson, a un anno esatto dalla scomparsa. Eh, sì: a volte la nostra lingua è ambigua. (p. 86)
  • I pensieri deprimenti, si sa, magari fanno il giro largo, ma non perdono mai la strada di casa. Basta un minimo appiglio, un collegamento apparentemente ridicolo, e loro si ripresentano, ancorandosi al fondale del tuo cervello come una nave: magari fluttuanti come posizione, ma impossibili da mandar via. (p. 87)
  • Ogni cosa ti può far ridere o piangere, dipende se ti riguarda o meno. (p. 106)

La battaglia navale

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Senza dubbio, in questi due anni, il Bocacito è diventato il ristorante più elegante di Pineta.
I tavoli sono rotondi, ampi e ben distanziati, con le tovaglie che cadono in impeccabili panneggi i quali mettono ancor più in risalto la perfetta stiratura; merito di Aldo, e della sua mania di passare il ferro da stiro direttamente sul tavolo. (p. 13)

Citazioni

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  • Il menù [...] coniuga con raffinatezza la tradizione e l'innovazione, due parole che, insieme con «prodotti del territorio», non devono mai mancare in un ristorante nell'anno 2016, pena la squalifica. (p. 13)
  • Si sa, spesso i discorsi inutili sono principalmente quelli delle altre persone. (p. 25)
  • C'è questo monastero, Belém, dove fanno dei pasticcini che si trovano solo lì. Pastéis de Belém. Me ne mangerei un vagone. Se andassi due mesi a Lisbona, partirei Michelle Hunziker e tornerei Platinette. (Alice, p. 27)
  • Come diceva Celentano? Chi non lavora non fa l'amore, ma chi lavora prima o poi lo piglia in culo. (Pilade, p. 39)
  • – [...] Lo sai che casino succederebbe se non ci fosse nessuno che difende i diritti dei lavoratori? Si finirebbe come la Cina.
    – Ne sono convinto. [...] Purtroppo non sento mai parlare di doveri dei lavoratori. Il che, forse, spiega il fatto che stiamo finendo come l'Italia. (p. 40)
  • Ognuno di noi ha le sue priorità, nella vita.
    Prima di una certa età, la maggior parte dei maschi preferisce una partita di calcio praticamente a qualsiasi cosa, escluso il sesso; dopo una certa età, «escluso il sesso» diventa un dato di fatto, non più un'assegnazione di massima importanza. Andando ancora oltre, e avvicinandoci alla data di scadenza, anche la partita piano piano vede sfumare il suo fascino, e ognuno di noi la sostituisce con cosa meglio crede: nipotini, tombola, bocce, omicidi. (p. 40)
  • Ormai ci si sono abituati, e non c'è niente di più difficile da estirpare di un'abitudine. (p. 56)
  • Cerrrrrrto che puoi [suggerire]. Io poi sono libero di fare come pare a me, ma mai perdere l'occasione di ascoltare la tua fidanzata. Una regola che Massimo aveva pervicacemente ignorato nel corso di lunghi anni di solitudine, quando gli mancava qualcuno con cui andare a letto, e di cui stava imparando l'importanza solo negli ultimi tempi, adesso che c'era una persona accanto a cui svegliarsi. (p. 57)
  • Altra cosa necessaria, se davvero volete arrivare a Sintra, è fare attenzione agli automobilisti portoghesi, i quali sono fermamente convinti che in autostrada si possa sorpassare indifferentemente sia a destra che a sinistra, che la distanza di sicurezza che voi intendete come espressa in metri sia in realtà da intendersi in centimetri e che il clacson abbia la proprietà di far smaterializzare il veicolo con cui stiamo per collidere. Nel corso della sua esistenza, Massimo si era chiesto oziosamente un paio di volte per quale motivo c'erano stati così pochi piloti di Formula 1 portoghesi, appena due in tutta la storia: nel corso della vacanza, il motivo era emerso in tutta la sua pericolosa obiettività. (p. 60)
  • Ognuno di noi si costruisce, nella vita, delle regole non scritte: imperativi categorici che ci impediscono di prendere in considerazione dei comportamenti che, oltre a essere perfettamente legali, non farebbero del male a nessuno.
    Se aveste chiesto a Massimo, vi avrebbe detto che la prima Regola Non Scritta di Alice era: se non lo faccio io, è da rifare. E se non ci sono io, vedi al punto precedente. (p. 61)
  • – Come il giocatore della Juve?
    – Scusa, Alice – si intromise Massimo. – Va bene che siamo al bar, ma anche alle volgarità c'è un limite. Certe parole qui preferirei che tu non le dicessi. (p. 85)
  • [...] Il lavoro d'indagine non è tutto intuizioni lampanti, come nei gialli. E non è un gioco di carte, come mi raccontavi te quando mi parlavi della prima volta che ti sei trovato dentro un caso. [...] Volevo dirti che è proprio il modello che è sbagliato. Un lavoro d'indagine vero, sul campo, è molto più simile alla battaglia navale. All'inizio spari alla cieca, e non cogli niente, ma è fondamentale che tu ti ricordi dove hai sparato, perché anche il fatto che lì tu non abbia trovato nulla è una informazione. [...] A un certo punto, quando prendi qualcosa senza affondarlo, capisci che devi continuare a sparare nei quadratini adiacenti, ma con criterio. Se ne becchi due di fila, sai che il terzo colpo lo devi sparare sulla stessa linea. Davanti o dietro, non lo sai, ma sai che è solo questione di tempo. Ecco, il nostro lavoro è così. (Alice, p. 107)
  • 'Un si va più ar cinema, tanto c'è le serie televisive coll'attori dei fìrm, che son meglio del cinema. 'Un si va più alla partita, tanto te la guardi in accadì con tre telecronache diverse, telecronista neutrale, telecronista tifoso e telecronista in ingrese. Ci manca solo ir telecronista finocchio che commenta quanto sono bòni i giocatori e poi la copertura è completa. E allo stadio e ar cinema 'un ci va più nessuno. Ma stiamo tranquilli, tanto c'è Feisbuk. (Ampelio, p. 119)
  • Uno dei contrasti più spettacolari di un ristorante è la differenza tra la sala e la cucina.
    Più la sala è calma, elegante, raffinata ed accogliente, più la cucina è incasinata, rumorosa, ansiosa ed isterica; per ottenere la tartare di scampi su crostino di pane guttiau con olio profumato all'aglio di Caraglio, che in un ristorante stellato vi giunge su un piatto di porcellana, veleggiando tra le mani di un cameriere di aspetto apollineo come se vi fosse stata deposta con tutto l'amore del mondo, di media sono necessarie sei bestemmie, due scottature, la sostituzione di un piatto sbreccato e la reiterata insinuazione da parte del maître che lo chef de partie porti un cognome opinabile.
    Se volete sapere com'è la cucina, quindi, guardate la sala e pensate al contrario. (p. 140)
  • Sono vecchio. Mi scordo le cose. Sai, la mia età comporta dei problemi grossi per lavorare in un ristorante: la perdita della memoria a breve termine e, cosa ben più grave, la perdita della memoria a breve termine. (Aldo, p. 145)
  • [...] Ricordati che farti fare quello che non vuoi fare e per di più contento di farlo è una specialità delle donne. Di tutte, non solo della tua fidanzata. (Aldo, p. 148)
  • La vita di chi è molestato [...] è fatta da due sentimenti. In primo luogo, c'è la paura: paura di incontrare il tuo persecutore, paura di cosa ti potrebbe fare, paura di fare cose normalissime. Poi c'è la non-paura. Non è tranquillità, è assenza di paura, è una condizione dell'animo che non si può capire. (Avvocato Rossi, p. 167)
  • A volte, per stare meno male, basta che gli altri capiscano perché stai male. (p. 176)

La briscola in cinque

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Quando cominci a ciondolarti sulle gambe, quando ti accendi un'altra sigaretta per far passare altri cinque minuti anche se hai la gola che ti brucia e la bocca talmente impastata da credere di aver mangiato un copertone, così anche gli altri se ne accendono una e si sta lì ancora un po', insomma quando è così è veramente ora di andare a letto.

Citazioni

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  • L'unica cosa piacevole di un giorno di metà agosto, alle due di pomeriggio precise, quando uno respira aria liquida e tenta di non pensare che alla cena mancano ancora sei o sette ore, è andare con qualche amico al bar a prendere qualcosa. (p. 19)
  • [Parlando della discoteca] Quello che non capisco è cosa ci trova la gente! Ti rinchiudano in uno stanzone con la musica a tutto bòrdone, tutti pìgiati l'uno coll'altro, invece di balla' devi dimenarti come se t'avessero messo la sabbia nelle mutande, e alla fine esci tutto rincoglionito. E per fatti tratta' così ti fanno anche paga'! Dimmi te se è regolare... [...] Ma dìo, se voi senti' tutto che rimbomba prenditi a mattonate sur cranio, almeno è gratis... (p. 24)
  • Io personalmente detesto i posti dove se ordini un vino non perfettamente in linea con quello che hai preso da mangiare o se tenti di uscire dai crismi della Gastronomia con la g maiuscola ti trattano da pellaio e ti dicono «Ma nooo, perché ti vuoi sciupare così la sella di coniglio disossato con il flan di fagiolini e anacardi? Se mi dai retta...» o anche peggio. Conosco posti dove non ci sono vie di mezzo, o sei un intenditore e allora il padrone ti adora e tutte le volte ti fa fare un'entrata che nemmeno Wanda Osiris, oppure sei un fetecchione che di vini non ci capisce una mazza e allora ti fanno capire nemmeno troppo velatamente che uno come te dovrebbe stare a casa sua e non andare lì a rompere tanto, che c'è gente che aspetta. I tuoi quattrini gli vanno bene, tu no. (p. 26)
  • Capita, talvolta, quando sei bambino piccolo, che i bimbi più grandi ti dicano di andare con loro a giocare: da soli, senza che le mamme ce li costringano. È come essere ammessi a un rito, qualsiasi puttanata facciate ti diverti tantissimo, e ti resta una giornata da ricordare. (pp. 28-29)
  • Si consolava pensando che quando andava all'università, a Pisa, un suo amico siciliano, del quale tutto si poteva dire tranne che facesse distinzioni razziste, in un momento di ebrietas aveva tracciato «l'identikit del perfetto idiota»: e tra le altre caratteristiche fondamentali, che Massimo non ricordava, doveva essere ingegnere, juventino e calabrese. (p. 36)
  • Caffè, ora. Meno male che c'è il caffè. Ma chi sarà stato il ganzo che ha inventato il caffè? Dev'essere cugino di quel genio che ha inventato il letto. Premio Nobel a tutti e due, altro che Dario Fo. A loro, e a quello che ha inventato la Nutella. In chiesa, al posto della statua di San Gaspare. Perlomeno si vedrebbe un po' più di devozione sincera. (p. 53)
  • L'importante, quando si spettegola, è mantenere l'impianto formale. Il divulgatore deve richiedere la massima segretezza, e gli astanti accordargliela; dopo, è chiaro che faranno galoppare la notizia ovunque ci riescano. È solo questione di tempo. Se uno dice «tenetela per voi il più possibile» non intende «ditela a meno persone possibile» ma «resistete un minimo di tempo prima di esplodere, così le tracce che portano a me saranno più difficili da seguire». (p. 59)
  • Altra regola fondamentale, nel farsi gli affari di persone mai viste né conosciute, è la documentazione delle proprie asserzioni con precisi riferimenti a persone, o ancor meglio a parenti di persone, la cui competenza in materia sia assicurata da qualsivoglia analogia con la persona in questione; ciò conferisce anche al più ardito sproloquio la struttura rassicurante di un sillogismo. (p. 80)
  • – Salve a tutti, belli e brutti. Che state guardando alla tele?
    – Un programma di astrologia e divinazione [...]
    – Ganzo [...] Tu pensa che ai miei tempi si diceva pigliarlo nel culo, ora invece si dice astrologia e divinazione. (p. 111)
  • Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro, bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram. (p. 120)
  • Il tono, il tono. È sempre il tono che fa la domanda. La stessa domanda, fatta con due toni diversi, può portare a una risposta o a una rissa. (p. 138)
  • Massimo pensava spesso a come l'automobile cambiasse radicalmente la personalità: più precisamente, gli capitava di pensarlo ogni volta che si imbufaliva in modo indecente con gli altri automobilisti, rei di occupare la stessa strada che a lui spettava di diritto senza saper guidare una sega. Le stesse persone le quali, se gli fossero passate davanti in panetteria, al massimo gli avrebbero strappato uno scuotimento di testa. Sei in macchina, sei nel tuo guscio, e da solo con te stesso, quindi sei totalmente sincero e non hai paura di eventuali conseguenze sociali come sguardi di rimprovero o cazzotti: per cui, ti incazzi. Gli altri esseri umani non sono più persone, ma diventano attori dentro una occasionale televisione in movimento, strani pesci rossi che ti passano accanto, alcuni troppo veloci per distinguerli, altri troppo lenti per potergli permettere di circolare ancora legalmente come questo vecchio col cappello qui davanti, settanta all'ora in autostrada, ma vedrai il giorno che mi fanno ministro dei trasporti chi ha più di settant'anni col cavolo che guida ancora. (pp. 141-142)
  • Come sono belle, le ragazze belle che tornano dal mare.
    Passi stanchi per la lunga giornata sotto il sole, ma ancora ritmati con cadenza da dea nordica che di nulla si accorge. Un'aura di naturale intoccabilità che conferisce loro un aspetto quasi ultraterreno, un ammonimento a non cercare di indovinare quale Zahir si celi sotto gli occhiali scuri e il prendisole che asseconda in uguale misura la brezza e i fianchi. Dee, appunto, di un qualche remoto Walhalla che magari crolla miseramente in una vicina Pappiana non appena aprono bocca. Non parlate, e fatevi guardare. (p. 146)
  • Troppo comodo, de'. Ci cascan tutti in piedi, con quest'incapacità di intendere e di volere. Vale a di' che se vado in comune e dìo che quando mi sono sposato ero briao, posso anda' dalla mi' moglie e dinni di levassi dalle scatole? (p. 152)

La carta più alta

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Sarebbe stato tutto perfetto.
In piedi, di fronte alla finestra aperta, Massimo rimirava il suo pratino rasato di fresco. A piedi nudi, tazzina in mano, il caffè ancora troppo caldo per tentare di berlo, il nostro stava approvando orgoglioso con lo sguardo il risultato del proprio lavoro.
Sì, sarebbe stato tutto meraviglioso.

Citazioni

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  • C'è la gelateria ayurvedica, che offre solo prodotti naturali e quindi, secondo una implicita logica distorta, salutari e benefici; ci sono persone convinte, evidentemente, che l'oppio non si estragga dal papavero, che veleni come l'atropina e il curaro siano stati sintetizzati in laboratorio e che non avrebbero nessuna obiezione ad una dieta a base di rabarbaro. (p. 15)
  • – Può provare anche qualcos'altro. L'Ace l'ha già assaggiato?
    – Senti ganzo. A' mi' tempi coll'Ace ci pulivano per terra – osservò il Rimediotti. – Ora lo bevano. (p. 41)
  • Chissà come si dice, privo dell'olfatto? Chi è privo della vista è cieco, chi è privo dell'udito è sordo, chi è privo del senso del gusto è inglese... chi non sente gli odori sarà classificato in qualche modo.. figurati se non ci hanno mai pensato... (p. 61)
  • È una delle sue manie. I grandi classici, intendo [...] Lo sai come è fatto lui, no? Io non leggo contemporanei. Te lo dice sempre. [...] Aldo parte da questa premessa: il nostro tempo su questa terra è limitato. A leggere tutti i libri che sono al mondo io non ce la farò mai. Quindi non voglio perdere tempo a leggere troiate. Allora, se un libro continua ad essere stampato, pubblicato e letto dopo trecento anni da quando è stato scritto, significa che evidentemente dentro c'è qualcosa che vale la pena. Se è uscito indenne da un filtro così lungo, è più difficile che sia un libro inutile. (p. 68)
  • Tutti i medici sbagliano, signor Viviani. Anzi, statisticamente, di solito i medici sbagliano di più proprio con le persone care. (p. 75)
  • Lei è sposato, signor Viviani?
    – Lo ero. Poi mi hanno guarito. (p. 75)
  • C'era un tempo, ormai lontano, in cui la «Gazzetta» di luglio e agosto considerava il calcio solo per cortesia, nelle pagine centrali, contrassegnate da un emblema in alto con un pallone sotto l'ombrellone e la scritta «Calcio d'estate». Il resto del giornale era atletica, nuoto, ciclismo, pugilato. E calciomercato, certo, ma solo per casi clamorosi. Oggi, invece, il calcio monopolizza: a partire dalle prime pagine su ipotesi non confermate di possibili trasferimenti di mercenari strapagati da un club a un altro. (p. 116)
  • A livello di soddisfazione personale, il top era rappresentato dai grandi tapponi di montagna del Giro o del Tour: un divano, una birra ghiacciata, un panino fragrante e ben imbottito con cui rifocillarsi assistendo allo spettacolo di un nutrito gruppo di tizi che si facevano un culo epico arrampicandosi in bicicletta alle tre di pomeriggio lungo salite ripide ma assolate, sudando come mufloni nel caldo impietoso di luglio. (p. 132)
  • – L'ignoranza aiuta a prendere la decisione giusta? – ridacchiò Ampelio. – Cos'è, il nuovo slogan della Lega? (p. 193)

La misura dell'uomo

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L'uomo si fermò un attimo, prima di entrare. Inutile guardarsi intorno per cercare di capire se qualcuno lo avesse seguito. L'entrata al castello sorgeva in una delle zone vecchie di Milano, lungo una strada umida e buia a cui si arrivava solo tramite altre strade umide e buie, e se anche qualcuno gli si fosse messo dietro lo avrebbe perso già da un bel pezzo, nonostante il vistoso panno rosa del suo vestito.

Negli occhi di chi guarda

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Per avere un'idea di che posto sia Poggio alle Ghiande, la cosa migliore è descrivere il punto di vista di ognuna delle persone che incontreremo nel corso della storia.

Citazioni

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  • Per Anna Maria Marangoni, casalinga campionessa di burraco e affittuaria dell'Appartamento Blu, Poggio alle Ghiande è il posto dove ha passato per ventisette anni le vacanze estive con il marito Giacomo. Quest'anno è il ventinovesimo. E il ventotto, direte voi? Molto semplice. L'anno scorso, in piena coerenza con la ricorrenza, il marito Giacomo ha detto a Anna Maria (parole di Giacomo) che si era rotto i coglioni di vivere con una stronza da ventisette anni ed è andato a vivere (parola di Anna Maria) con una stronza di ventisette anni. Cioè circa la metà di cinquanta, ovvero l'età di Anna Maria Marangoni: a volte, per capire veramente le cose, un po' di numeri valgono più di mille parole. Quanto al significato del numero ventotto, se avete un amico livornese ve lo può spiegare lui. (p. 15)
  • Uno degli stati d'animo più belli dell'essere umano è quello del viaggio di andata. Specialmente se uno è in treno.
    Eccessi di velocità, colpi di sonno, mancanza di benzina non ti riguardano; del viaggio da un punto di vista tecnico non hai niente di cui preoccuparti, e mentre il treno ti culla tu puoi cullare le tue aspettative.
    Se poi sei talmente fortunato che il tuo treno è sulla tratta da Genova a Roma, puoi anche spegnere impunemente il cellulare – scusa se ho visto solo ora la chiamata ma sai, con tutte quelle gallerie il segnale non prende mai – e goderti il viaggio senza dover essere costretto ad affrontare la vita che si svolge altrove. (p. 17)
  • Intorno a loro, piazza delle Vettovaglie rutilava di vita di tutti i tipi e di tutti i colori, ma con una netta prevalenza di bianco. Bianchi i tavolini, bianchi nei bicchieri, bianche le magliette e bianca la roba che alcuni spacciatori offrivano discretamente al riparo delle colonne. Un estratto di gioventù e di salute allegramente indifferente alla mazzata che aveva appena preso Piergiorgio, che pure adeguandosi alla moda era andato in bianco, e vedeva chiaramente il proprio umore virare al nero. (p. 21)
  • Una disciplina umanistica, che a Piergiorgio sfuggiva, così come spesso agli umanisti sfuggono le discipline scientifiche. In realtà, frequentando Margherita, aveva capito che erano più o meno la stessa cosa, ma nella direzione opposta del tempo: lo scienziato cerca di chiarire cose che ancora non si sanno, l'umanista cerca di chiarire cose che ci siamo dimenticati. (pp. 22-23)
  • Piergiorgio era un ricercatore. Margherita era una ricercatrice. La prima e principale passione della loro vita era quello. Si poteva avere anche una famiglia, per carità; ne veniva fuori una specie di bigamia socialmente accettabile, con due amori da poter frequentare entrambi alla luce del sole – ma sia chiaro, in questo caso di solito è il coniuge ad essere l'amante. È alla moglie del fisico che toccano vacanze in alberghi convenzionati di raro squallore nel centro di Lione, una settimana a rompersi i coglioni mentre il marito discute di leptoni pensando alla tua amica Marilena che ha sposato un chirurgo e si fa i congressi in Sardegna a fine luglio. Ed è il marito della biologa a dover preparare il pranzo a due bambini il sabato mattina, dopo averli portati in piscina, mentre la moglie è in laboratorio a misurare la crescita delle sue amate celluline che è una cosa che va fatta tutti i giorni e non è che puoi dire alle forme di vita ragazzi un attimo di pausa per il weekend, mamma torna lunedì vi vuole vedere in forma.
    Quando sei un ricercatore vero, uno che non ha orari, che vive con la testa tra le nuvole e che se non parli di equazioni differenziali nove volte su dieci non ti ascolta nemmeno, trovare persone che abbiano così tanta pazienza da essere tua moglie è quasi impossibile, figuriamoci se dovesse essere tuo marito. (p. 23)
  • – I pesticidi che può usare Raimondo sono carezze rispetto a quelli che le piante hanno già di loro. Lo sai, vero, che anche le piante producono pesticidi da sole?
    – Certo – mentì Riccardo. – Però è roba naturale. All'uomo non dovrebbe fare male, o no?
    – Manco per idea. Anche i pesticidi naturali delle piante sono roba che non ha pietà. I più potenti agenti cancerogeni a livello molecolare sono le aflatossine, che non sono altro che i pesticidi di default delle arachidi. Tieni conto solo di questo: il cinquanta per cento dei pesticidi di sintesi sono cancerogeni, e ugualmente il cinquanta per cento dei pesticidi naturali, che la pianta sintetizza da sola, sono cancerogeni. Però di pesticida di sintesi ce ne metti un velo, mentre invece la pianta è farcita. La proporzione è di diecimila a uno, o giù di lì. Se ti fanno paura i pesticidi smetti di mangiare qualsiasi cosa cresca in terra, pur biologica che sia, e datti alle alghe. (p. 29)
  • Discutere con un idiota è come tentare di scolpire una merda. È difficile, sgradevole e non otterrai mai un gran risultato. (Enrico Della Rosa, p. 36)
  • È una professoressa di chimica in pensione, e sostiene che la chimica e la cucina sono praticamente la stessa cosa, in chimica basta solo ricordarsi di non assaggiare alla fine. (Margherita, p. 49)
  • Ci sono persone con cui parlare è un piacere unico. Sono le persone che sanno quando è il caso di parlare.
    Quelli che, oltre ad udire quello che dici, lo ascoltano e lo comprendono al volo, e vanno oltre, usando quello che dici come tessera di un domino, in una partita amichevole in cui il risultato non conta, e di cui entrambi i giocatori sono in grado di riconoscere la fine, oltre all'inizio. (pp. 49-50)
  • Margherita si chinò un momento, raccolse un dente di leone da una piccola macchia erbosa vicino al sentiero e soffiò via i petali con un'espressione da bimba concentrata – l'unica espressione adeguata quando si soffia un dente di leone, a noi sembra una cosa da nulla ma se uno pensa ai denti di leone che ha inconsapevolmente contribuito a piantare quando era piccolo si ha quasi la sensazione di servire a qualcosa in questo mondo. (p. 51)
  • – Gli animali. E perché non le piante? Il tabacco è un essere vivente, sai? Che ne sai che non stia male quando viene estratto a forza dalla terra e messo a seccare al sole, poverino?
    – Il giorno in cui qualcuno mi dimostrerà che il tabacco ha una coscienza mi toccherà diventare cannibale e cominciare a mangiare avvocati, così sto tranquilla che mi nutro di qualcosa che ne è privo. (Margherita, p. 54)
  • Avere la febbre, a volte, può anche essere piacevole.
    Una temperatura di trentasette e mezzo/trentotto, per esempio, è un qualcosa che ti impedisce di andare a lavorare ma non di leggere o di guardare la televisione. Se poi sei a casa, e tutti gli altri membri della famiglia stanno bene, e accontentano magari anticipano ogni tuo piccolo desiderio – ti fa piacere un tè caldo con due tarallucci? Se non te la senti di venire a tavola la colazione te la porto a letto? Io esco a fare la spesa, vuoi che ti compri la «Gazzetta»? – quei due o tre giorni di febbre in realtà sono quasi terapeutici. Un po' come andare in una beauty farm: sudi, mangi poco e ti rilassi. (p. 134)
  • Margherita gli avvicinò la bocca all'orecchio, e mentre il cuore di Piergiorgio entrava in modalità «battere forte» un qualche vigile invisibile iniziò a dirigergli il traffico del flusso sanguigno, risolvendo l'ingorgo dalle parti dello stomaco grazie all'apertura del raccordo verso Roma sud. (p. 187)
  • In piedi, in mezzo alla piccola piazzetta di fronte alla porta a sud di Campiglia Marittima, Piergiorgio e il maestro Della Rosa stavano l'uno accanto all'altro, indifferenti alla meravigliosa distesa di colline che si sviluppava ai loro occhi, a quell'alternarsi di verdi e marroni che si sfuocavano e si smussavano, lambendo il mare e immergendocisi, per poi rassicurare il turista sul fatto che non fossero annegati uscendo fuori dall'acqua come isole sempre più piccole alla vista. A guardarli da dietro, l'impressione era quasi che fosse il panorama a guardare loro. (pp. 204-205)
  • Che Dio ce ne scampi e gamberi. [imprecazione] (Enrico Della Rosa, p. 207)

Per Piergiorgio e Margherita, Poggio alle Ghiande è il posto dove si sono guardati negli occhi, e hanno deciso di cominciare a guardare nella stessa direzione.
E comunque vadano le cose, questo rimarrà. (p. 268)

Vento in scatola

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  Per approfondire, vedi: Vento in scatola.

Incipit di Odore di chiuso

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L'aspetto della collina di San Carlo dipende principalmente dall'ora della giornata.
Di mattina, il sole si alza alle spalle del colle; e poiché il castello è stato costruito un po' sotto la sommità, i suoi raggi diretti non arrivano a penetrare nelle finestre delle camere dove riposano il settimo barone di Roccapendente, i suoi familiari e i suoi (solitamente molti) ospiti, che così possono tranquillamente dormire fino a tardi.

Racconti

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Aria di montagna

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  • In fondo gli scacchi sono un gioco molto femminile. [...] È la natura stessa del gioco. O metti a posto le tue cose come si deve, oppure sono guai. (p. 262)
  • Se non ci fossimo noi [donne] a rompere i coglioni, caro, il genere umano si sarebbe estinto da un pezzo. (p. 262)
  • Siamo in Italia, in fondo. Siamo pieni di professori emeriti, senatori a vita e centoventagenari assortiti nei posti che contano, a badare che i giovani, quelli che hanno meno di settant'anni, non facciano troppo casino quando tentano di fare le cose per davvero. (pp. 267-268)
  • Anche le donne più intelligenti, a volte, non capiscono gli scherzi: è una convinzione errata dalla quale, spesso, nemmeno i maschi più intelligenti riescono a liberarsi. (p. 282)
  • Ma come ha fatto questo qui [Al Bano] ad avere successo? [...] È un tappo, è brutto, cantava canzoni oscene, ha una voce che spaventa i bambini... (p. 284)
  • [...] Nelle cose artistiche la cosa che conta davvero è evitare l'anestesia, l'assenza di sensazioni di qualsiasi tipo. È molto più probabile che sia davvero un'opera d'arte qualcosa che offende il gusto, piuttosto che una cosa della cui esistenza manco ti accorgi, no? (p. 285)
  • [...] Noi pensiamo che le persone abbiano gli stessi gusti nostri, ma è solo perché è più probabile che frequentiamo persone simili a noi. (p. 286)
  • La cosa importante, per un artista, non è essere bravo, è essere riconoscibile. Fare una cosa in modo tale che soltanto lui la può fare in quel modo. (p. 286)

Carnevale in giallo

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  • Uno che basa il proprio approccio col mondo sul fatto che sono ottantasei anni che gli girano i coglioni è naturale che guardi di buon occhio il concetto di rotazione. (p. 208)
  • Il segreto della polìtia 'un è fare quello che la gente ti chiede, ma fare quello di cui la gente ha bisogno. (p. 212)
  • «Successe la solita 'osa che succede sempre in Italia». «La sinistra ha perso le elezioni?» (p. 214)
  • Quando voi fa' la rivoluzione, l'urtima 'osa che devi fa' è mettetti contro l'esercito. (p. 215)
  • I bimbi de' sordi 'un se ne fanno nulla. (p. 231)

Donne con le palle

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  • «Bìc soccèr. Giocano a pallone sulla spiaggia. Premio di duemila euri alla prima classificata». «Boia de'. Penza' che da bimbetti se si gioàva a pallone sulla spiaggia di giorno i vigili te lo foravano. Ora ir Comune ti dà anche un premio» (p. 224)
  • «Cioè, ora le donne le pagano per gioa' a pallone?». «Prima hanno voluto entra' ne' carabinieri, e ora vogliano mettessi a fa' ir carciatore di professione? Ora dìo io, ma ci sarà modo d'emancipassi senza fa' de' mestieri da stupidi...» (p. 225)
  • Il beach soccer è molto diverso dal calcio. È un gioco imprevedibile, dove i gol possono arrivare in qualsiasi momento, e in seguito a qualsiasi situazione. Non sono rari i gol in rovesciata, e nemmeno quelli del portiere; né tantomeno quelli dovuti a un rimbalzo imprevedibile della sfera su una delle tante cunette di sabbia, che se per caso sono vicino alla porta possono facilmente trasformarsi in immarcabili, seppur immobili, cannonieri. In più, è un gioco aereo, che richiede doti acrobatiche non comuni [...] (p. 243)

In crociera col Cinghiale

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  • E allora vado al cesso (oh, oh) / mi soddisfo da me stesso (guarda un po') / ma non posso farlo spesso (proprio no) / sennò diventa rosso (e frizza un po'). [canzone sulle note di Laura non c'è di Nek] (p. 102)
  • Su questa cosa che il Rimediotti continuasse a leggere il giornale a voce alta, dopo l'intervento alla carotide che aveva rischiato di togliere per sempre la voce alla cariatide, c'erano state al BarLume alcune divisioni. Il dottore m'ha detto che devo tenermi in esercizio e leggere a voce alta, aveva asserito il Rimediotti. Si vede che spera che tu stianti prima, aveva eccepito Ampelio. Sei lì una volta ogni trenta secondi, vede più te della su' scrivania e pover'omo non ne pòle più. Ho capito che siamo anziani e ci vòle un hobby, ma potevi mettetti a colleziona' quarcos'artro invece de' ticket. (p. 104)
  • «Ingegneria sociale».
    «Ingegneria sociale» ripeté Pilade, soppesando le parole. «Ne so quanto prima. Io sapevo che esiste l'ingegneria gestionale, ma questo la sento di' ora».
    «Diciamo che quando eravamo giovani noi si chiamava raggiro» disse Aldo. «Oggi, invece, si chiama ingegneria sociale. Praticamente, è una serie di tecniche per ottenere informazioni riservate». (p. 113)
  • «Ingegneria sociale. Non si finisce mai d'impara'» scosse la testa Ampelio. «È ma questo il problema der dumila, si chiama le cose cor un artro nome e sembran roba guasi da persone ammodo. I licenziamenti non ci son più, li chiamano mobilità. E i raggiri li chiamano ingegneria sociale».
    «E le fidanzate invece continuano a chiamatti tesoro, e poi comandan loro» chiosò Pilade. (p. 119)
  • Una ricetta universale per far felici le persone non esiste, ma una cosa è certa: facendole mangiare male, vai nella direzione contraria. (p. 122)

Voi, quella notte, voi c'eravate

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  • Per poter apprezzare un ristorante al massimo delle sue possibilità, la cosa giusta da fare è prenotare quando c'è poca gente; quindi non di venerdì o di sabato sera, quando i tavoli sono tutti occupati, la cucina è invasa dagli ordini e come piatto fuori carta ci sarebbe il coniglio fritto impanato nel panko su carpaccio di carciofi e bottarga che appena lo senti inizi a salivare, purtroppo mi dicono dalla cucina che l'ultimo l'hanno ordinato ora ora. Un ristorante, qualsiasi ristorante, dà il suo meglio quando la sala è semipiena, o quasi vuota, il personale di sala è rilassato, e si vede, quello di cucina anche, e si sente. (p. 191)
  • [...] le cèe [gli avannotti delle anguille] van messe in padella ancora vive. E le cèe non son mica l'aragosta, che se tenta di scappa' più di tanto non fa. Quelle si dimenano, se le metti in padella schiccherano via, e te in cucina ti ritrovi un tornado d'anguille tipo piaga d'Egitto. (Pilade, p. 192)
  • Nel frattempo, il rosso aveva riposato, aveva rivisto l'ossigeno dopo tanto tempo chiuso in bottiglia e aveva esaurito tutti i convenevoli e riallacciato tutte le relazioni che si interrompono quando due gruppi di molecole non si vedono per una trentina d'anni, ed era pronto da versare nei bicchieri. (p. 211)
  • Ma perlamordiddio [...] Tu qui dentro toccherai il portafogli solo quando i vulcani erutteranno panna. (Aldo, p. 218)
  • Il probrema di Interne' è che prima li scemi der villaggio avevano intorno tutto il resto del paese che ne lo diceva, che erano scemi. Ora, invece, sono scemi der villaggio globale, e trovano tante persone che sono d'accordo con loro, e si sono convinti di essere furbi. (Ampelio, pp. 228-229)

L'architetto dell'invisibile

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Oggi, quasi sicuramente, avete ingerito qualcosa che potrebbe uccidervi. Non sto parlando di polveri sottili, che potrebbero causarvi il cancro, né di terribili pesticidi di sintesi, o di pericolosissimi conservanti. No, è qualcosa di molto più comune.
L'acqua.
Assunta in dosi adeguate — dieci, quindici litri in un giorno — questo terrificante agente chimico è in grado di diluire pericolosissimamente la concentrazione di sodio nel vostro sangue, causando una condizione, l'iponatremia, che risulterà in una encefalite fulminante e, quasi sicuramente, letale.
Non sto scherzando. Quello che ho detto è assolutamente vero e verificabile.
Detto questo, qualcuno di voi ha intenzione di smettere di bere acqua?

Citazioni

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  • Secondo la definizione di Gino Malvaldi (1943-2017), indimenticato professore di Immunologia all'Università di Pisa e, incidentalmente, mio padre: "Un chimico fisico è uno che con i chimici parla di fisica, con i fisici parla di chimica, e con i suoi simili parla di calcio". (p. 17)
  • Attraverso la formazione di un composto, di una combinazione di elementi più stabile degli elementi stessi, la reazione chimica implica il cambiamento, il riarrangiamento e la condivisione di elettroni. I composti chimici, così come i rapporti umani autentici e gradevoli, le amicizie e i matrimoni ben riusciti, non solo durano nel tempo, ma cambiano gli elementi coinvolti. (p. 44)
  • Gli alogeni, proprio per la loro vicinanza con i gas nobili, sono elementi estremamente reattivi. Qualsiasi elemento tende alla configurazione elettronica di gas nobile, perché, una volta raggiunta quella, la stabilità energetica è assicurata, un po' come qualsiasi tennista desidera vincere; ecco, un alogeno — fluoro, cloro, bromo, iodio ecc. — è come un tennista che ha un match point. È sul punto di vincere, di raggiungere il risultato; gli basta un solo elettrone per arrivare al suo obiettivo, ed è disposto a qualsiasi bassezza per ottenerlo. (p. 46)
  • [...] il comportamento chimico è questione di elettroni: i gas nobili li tengono in vetrina e li contemplano, gli alogeni sono smaniosi di accaparrarsi quel singolo elettrone che gli manca per completare la collezione, e i metalli alcalini non vedono l'ora di liberarsi del loro elettrone spaiato. Rispetto agli elettroni, i metalli di transizione hanno un atteggiamento molto più equilibrato. Li condividono volentieri con gli altri elementi, e se li prestano anche fra loro, senza quella smania vendicatrice degli estremisti di destra e di sinistra; ne risulta che i metalli di transizione formano facilmente blocchi di elementi puri – lingotti di ferro, oro, rame, piombo, tungsteno – che sono più stabili, molto più stabili, degli altri elementi. (pp. 50-51)
  • Gli elementi noti prima del 1869 erano circa settanta; nel decennio successivo alla pubblicazione della tavola periodica, ne vennero scoperti sette nuovi – quasi uno all'anno. Ci sono pochi dubbi sul fatto che la tavola periodica venne usata da molti chimici un po' come un setaccio, alla ricerca degli elementi che passavano dai buchi. Questa è una costante del pensiero umano – troviamo meglio quello che sappiamo come cercare. E lo troviamo moooolto meglio quando siamo certi che qualcosa manca. La tavola periodica di Mendelev, oltre a facilitare il ragionamento chimico, ebbe questa enorme importanza: rese noto ai chimici di tutto il mondo che là fuori c'erano mattoncini che mancavano, e parecchi. (p. 58)
  • Per capire, in prima battuta, il concetto di "gruppo funzionale", possiamo pensare a un'analogia con le parole e le sillabe. Ci sono sillabe che hanno un significato come prefisso o suffisso, e ci sono gruppi funzionali, quelli che si trovano alle estremità, che hanno un significato ben preciso. Un esempio è il gruppo acido, COOH: quando vede questo gruppo funzionale in una molecola organica, un chimico gli associa subito la parola "acido". Questo perché la particolare struttura elettronica di questa famigliola di atomi fa sì che l'idrogeno abbia una spiccata tendenza a stare lontano dall'atomo di ossigeno, e venga allontanato appena possibile. Tale allontanamento accade spontaneamente perché, senza H, il gruppo COO- è molto più stabile, anche se la tendenza dell'idrogeno caricato positivamente sarebbe quella di stare attaccato al gruppo COO-, con carica negativa. Praticamente, nella famiglia COOH, C è la mamma, O il babbo, O il figlio/nipote e H è la suocera. (pp. 67-68)
  • Un enzima funziona come un locale alla moda esclusivo per molecole di un certo tipo; le fa incontrare, dopo aver permesso loro e solo a loro di entrare nel locale, e crea le condizioni ideali per farle interagire. A livello, un locale lo fa con l'atmosfera (musica di un certo tipo, cibo e vino ecc.), mentre un enzima lo fa con le vibrazioni. (p. 74)
  • Molto spesso, la chimica è considerata la scienza dell'innaturale, dell'artificiale, una concretizzazione materiale dei pensieri perversi di uno o più uomini in camice e baffi bianchi. In realtà, come detto, la chimica è semplicemente la scienza che studia la natura usando come vocabolario le molecole e come alfabeto gli atomi. Condannare la chimica "perché inquina" è più o meno equivalente a condannare la letteratura perché qualcuno ha scritto il Mein Kampf. (p. 111)
  • Il nostro cervello, ormai lo sappiamo, funziona sia con l'intuito sia con la razionalità; l'intuito è veloce, ma fallace, la razionalità è sicura, ma lenta. Usando l'intuito come un machete, e la razionalità come un bisturi, possiamo costruire in maniera veloce, efficace e precisa. Se riusciamo a capire quando lasciare il machete, e non tentiamo di abbattere un albero con il bisturi, stiamo usando il nostro cervello nel migliore dei modi possibili. (p. 155)

L'infinito tra parentesi

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Nel 1960 Alexander Calandra, prima assistente di Enrico Fermi e poi professore di fisica alla Washington University, venne chiamato da un collega a dare un parere su un esame di fisica che consisteva in un singolo quesito. Il docente avrebbe voluto dare un bello zero allo studente, che invece sosteneva di aver risposto correttamente alla domanda, ritenendo quindi di meritarsi il massimo dei voti. (p. 7)

Citazioni

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  • La memoria a lungo termine funziona in modo diverso da quella a breve termine. Quest'ultima aumenta il traffico di collegamenti già esistenti: rilasciamo cioè una maggiore quantità di neurotrasmettitori nelle sinapsi, i collegamenti tra i neuroni, che già possediamo. La memoria a breve termine, in altre parole, è liquida: è come pompare acqua in un tubo. Se pompiamo più acqua, il liquido ci mette più tempo a passare attraverso la rete idrica di casa nostra.
    La memoria a lungo termine, invece, aumenta il numero di sinapsi fra due neuroni già collegati. Costruisce nuovi canali, nuovi tubi solidi, che rimarranno lì per parecchio tempo. Per costruire questi canali, ovviamente, il cervello ha bisogno di proteine, che sono i mattoncini Lego del nostro corpo: e le proteine adatte vengono sintetizzate dal nostro sistema nervoso solo in seguito a emozioni. Più forte è l'emozione, più proteine sintetizziamo, e più canali siamo in grado di costruire. (p. 20)
  • La poesia e la fisica sono due strumenti che il nostro cervello ha a disposizione per capire il mondo; condividono la capacità di creare per induzione, automagicamente, analogie tra oggetti astratti che sembrano apparentemente scollegati.
    L'atteggiamento di chi dice che la poesia e la fisica sono due cose diverse non è molto lontano da quello di chi userebbe due pentole diverse per bollire l'acqua dei fusilli e quella dei maccheroni. E l'atteggiamento di chi si rifiuta di usare le emozioni per imparare e ricordare è simile a quello di chi sostiene che tutto quello che si può fare con un tubo può essere fatto anche con un secchio. (p. 21)
  • L'ingegnere si ferma a quello che è possibile; lo scienziato, lo scienziato nell'animo anche se laureato in ingegneria, sposta il limite un po' più in là, a quello che è capace di immaginare. (p. 42)
  • È raro trovare nella letteratura latina opere senza un modello di riferimento greco: il De rerum natura è una di queste. Ed è un miracolo vero e proprio, un'astronave proveniente da un'altra galassia che atterra su un pianeta vecchio e poco disposto alle novità. Un capolavoro di chiarezza espositiva e di maestria nella costruzione dei versi. Un libro che, riscoperto nel mondo moderno, ha avuto l'effetto di una scintilla in una polveriera. Un libro carico di idee nuove. Di tipo morale, certo: la religio è uno degli obiettivi contro cui il nostro si scaglia più violentemente, in versi indimenticabili, come quelli in cui ne mostra i lati più folli raccontando il sacrificio umano di Ifigenia, la figlia di Agamennone. Ma anche, e soprattutto, di idee scientifiche, sul materiale invisibile di cui è costituito il nostro mondo e sul modo in cui si può interagire con esso. (p. 50)
  • La scienza è l'arte di fare previsioni. Tutto il sapere scientifico nasce da regole trovate a partire da osservazioni sperimentali, da situazioni note e misurate. Se corretta, la regola ci dirà quello che succederà in situazioni analoghe mai sperimentate prima.
    A patto che la regola sia corretta. E che l'analogia regga.
    La capacità di fare analogie, di vedere similitudini e somiglianze, è necessaria per progredire. Senza, saremmo automi. Ma una similitudine, per quanto bella sia, e per quanto logica e affidabile appaia, non è scienza. Non lo è per un motivo semplice e scemo: potrebbe non essere vera. (pp. 78-79)
  • Una parola, da sola, può avere tanti significati. Dipende tutto, quasi sempre, dal contesto in cui si trova. Anche la stessa, identica molecola, inserita in contesti diversi, può avere comportamenti e significati molto diversi; un po' come la parola «calcio», che sull'etichetta del latte probabilmente rinforza le ossa, mentre nella cronaca di un incontro di arti marziali di solito le distrugge. (p. 150)
  • Ogni teoria scientifica può dirsi tale solo se ammette di essere falsificata. Ogni teoria scientifica che viene falsificata non è più una teoria scientifica. E non lo è da quel momento in poi.
    Da quel momento, è solo storia della scienza: una cosa diversa dalla scienza, ma necessaria a chi fa ricerca quanto la scienza stessa. Non si impara mai quanto dai propri errori, ma anche conoscere gli errori degli altri aiuta non poco. (p. 156)
  • Paesaggi marini, natura esausta, colori tratteggiati e accennati, lampi di luce improvvisi, volti di donna che evocano memorie indefinite ma struggenti, muri che chiudono la vista, una sensazione di totale spaesamento che improvvisamente per un attimo si ricompone in un barlume di lucidità che sembra far capire tutto: ecco alcune delle infinite suggestioni che travolgono il lettore di Ossi di Seppia, capolavoro assoluto della nostra poesia (chi la pensa diversamente dovrà vedersela con mia moglie) e opera prima di Eugenio Montale. (p. 176)
  • Come definireste il disordine?
    A me, sinceramente, viene in mente un Malvaldi che vaga per casa, cercando disperato le chiavi dello studio, mentre dietro di lui la moglie recita paziente la Litania delle Chiavi Sperdute: «Nel bracciolo della macchina hai guardato? Ieri sei andato a giocare a ping pong, potresti averle lasciate nella borsa?».
    Dopodiché, mentre il Malvaldi è lì che infrange il secondo comandamento, si ode la dolce voce della consorte: «Trovate. Erano nella cassettiera».
    «Ci avevo guardato nella cassettiera.»
    «Erano nel secondo cassetto. Lo studio pensi di trovarlo? È sempre lì al solito posto, però se vuoi ti scrivo l'indirizzo sulla mano...» (p. 183)
  • Il potere di ragionare su cose che non esistono è tipico degli esseri umani. Come ci dice Wisława Szymborska, siamo in grado di immaginarci cosa farebbe una cerva che non esiste se sentisse dei cacciatori che non esistono. C'è una definizione per questa facoltà – si chiama capacità di astrazione. Una capacità che si esercita e si sviluppa seguendo le traiettorie e le dinamiche di oggetti completamente virtuali, che non coinvolgono direttamente nessuno dei nostri cinque sensi. Oggetti che il nostro cervello crea sulla base di istruzioni ricevute. E tutti noi siamo in grado di trovare perfettamente logico che un cacciatore scritto dia la caccia a una cerva scritta, ora che sappiamo leggere.
    La nostra capacità di astrazione è la capacità di trasformare dei simboli privi di qualsiasi somiglianza apparente con un oggetto, nell'oggetto stesso. La parola cerva non ha la forma di una cerva, e come ci ricorda la poesia, anche la parola silenzio fruscia sulla carta. (pp. 225-226)

Se c'è una cosa, una sola cosa, che vorrei che vi rimanesse di questo libro, è la seguente: il destino di tutte le nostre costruzioni, di tutti i nostri ragionamenti, di tutto il nostro studio è la corteccia cerebrale.
Rifiutarci di usare il ragionamento matematico, la geometria, il numero significa costruire nel nostro cervello strutture ambigue, se non addirittura sbagliate.
Rifiutarci di usare le emozioni significa costruire con lo sputo, invece che col cemento.
Credere di poter fare a meno di uno di questi due elementi, a mio modesto avviso, sarebbe allo stesso tempo triste e cretino. (p. 235)

Le due teste del tiranno

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Citazioni

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  • La matematica è l'arte di costruire e trovare relazioni: ponti tra oggetti astratti. E una volta trovati, questi ponti sono solidissimi. Di più: sono indistruttibili. La dimostrazione matematica è l'unico modo assoluto che conosciamo per rendere concreto il nostro pensiero, per cristallizzarlo in forme solide, in ponti che possono essere usati senza alcuna paura che crollino. (p. 30)
  • Se non si sa dimostrare un teorema, siamo costretti a credere per fede a questo oggetto del pensiero; un atteggiamento religioso più adatto agli antichi egizi che al mondo classico. E se non si conosce il concetto di dimostrazione possiamo tutt'al più usare gli oggetti di pensiero come fossero utensili, ma non ne sappiamo costruire di nuovi; non siamo Homo sapiens e nemmeno Homo faber, ma al massimo Homo ITIS. (p. 44)
  • All'epoca, per risolvere problemi che mettevano a repentaglio la sopravvivenza dell'intera popolazione, i greci consultavano l'oracolo, cioè un tizio con seri problemi nei rapporti sociali convinto di parlare per conto degli dei; mica come oggi, che si affidano alla Bundesbank e alle indicazioni degli economisti, cioè tizi con seri problemi nei rapporti sociali che però sono convinti di poter risolvere col denaro. (p. 45)
  • [Su Ireneo Funes, personaggio del racconto di Borges Funes, o della memoria] Il suo modo di ricordare era multisensoriale; tutto quello che gli causava una sensazione, in pratica, gli restava appiccicato e non se ne dimenticava più. Una condizione non troppo desiderabile per l'essere umano, specialmente se tifoso dell'Inter. (p. 57)
  • Gottfried Wilhelm von Leibniz nasce a Lipsia nel 1646 e muore a Hannover nel 1716; tra queste due date si occuperà di matematica, filosofia, logica, glottologia, diplomazia, giurisprudenza e storia, con numerose intersezioni tra le varie discipline, e ancor più numerosi colpi di genio. A leggere la vita e le opere del poliedrico pensatore tedesco, si ha la netta impressione di uno che non era capace di dire cose banali nemmeno quando parlava del tempo. (pp. 60-61)
  • Spesso, quando si inizia a studiare la fisica, il professore utilizza degli esempi che hanno a che fare con oggetti ideali, oggetti che non esistono nella realtà; piani inclinati privi di attrito, palle che rotolano senza strisciare, molle estendibili all'infinito, suocere simpatiche eccetera. Deformati, lanciati, appesi e fatti oscillare e sottoposti a torture che, invece di causare sofferenza a loro, la causano a noi, poveri e imberbi studentelli che tentiamo di capire. (p. 92)
  • Se fosse un materiale, probabilmente la statistica sarebbe il pongo: si può modellare o inserire in appositi stampini fino a farle assumere qualunque forma, che mantiene per un certo tempo. Sino a quando qualcuno manipola l'oggetto per dargli una forma diversa. (pp. 104-105)

Come ci sono due modi di conoscere la Cina, visitarla con una guida affidabile o addentrandovi nella lingua e nelle usanze, ci sono due modi di conoscere la scienza: o imparate il suo linguaggio, o vi avvalete di una guida esperta.
Detto in parole povere: o studiate la materia di cui si parla, o vi fidate di chi l'ha studiata, e quindi ne sa più di voi. Sono due atteggiamenti umani e condivisibili, soprattutto il primo; ma dato il tempo limitato che abbiamo a disposizione su questa terra, e i nostri gusti personali, non sempre praticabile.
C'è il terzo modo, ovviamente. Andare all'avventura, liberi e spensierati nel paese del pensiero come un adolescente con l'iPod a manetta nelle orecchie, sicuri che le proprie convinzioni diventeranno realtà, basta crederci forte forte, e quel che succede succede.
Se poi vi fate male, o create un incidente diplomatico, non venite a romperci i coglioni. Visto che non conoscete il posto in cui siete andati a passare le vacanze, e che la cosa potrebbe non riguardare solo voi, potevate anche fidarvi.

  1. Da La mia libreria - "Enigma in luogo di mare" di Fruttero&Lucentini, youtube.com, 27 marzo 2020, min. 2:33.
  2. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia

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Voci correlate

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