Apri il menu principale

Giorgio Candeloro (1909 – 1988), storico italiano.

Indice

Storia dell'Italia modernaModifica

Le origini del Risorgimento 1700-1815Modifica

  • Lo Stato unitario nazionale sorto dal Risorgimento fu senza dubbio un fatto nuovo, tipicamente moderno, non somigliante ad alcuna formazione politica italiana medioevale o antica. (cap. 1, p. 11)
  • È necessario [...] tener presente, quando si parla della penetrazione in Italia dell'illuminismo, che questo è nel complesso l'espressione di una società assai più evoluta in senso borghese di quella italiana, sicché gli effetti pratici dell'ideologia illuministica furono in Italia assai più limitati che in Francia e furono di varia entità a seconda del grado di sviluppo sociale delle varie parti dell'Italia stessa. (cap. 2, p. 71)
  • [Quando nel 1759 Carlo Emanuele III di Savoia gli affidò il ministero per la Sardegna] Il Bogino volle allora attuare alcune riforme, limitando anzitutto il potere dei baroni, liberando i contadini da alcune più opprimenti prestazioni personali (conservando però le prestazioni per i lavori di pubblica utilità), limitando i fedecommessi e la manomorta e cercando di favorire la formazione e lo sviluppo della libera proprietà terriera nelle mani della borghesia. Egli riformò inoltre le Università di Cagliari e di Sassari. Si delineò allora un certo sviluppo delle due principali città e si accrebbero notevolmente i legami commerciali e culturali dell'isola col Piemonte e con tutto il resto d'Italia. (cap. 2, p. 96)
  • Il Du Tillot, che era uomo di non grande coltura ma assai energico, svolse anzitutto una decisa politica antiecclesiastica (resa necessaria anche dal fatto che la Santa Sede considerava il Ducato come un suo feudo e rifiutava di riconoscere l'avvento della nuova dinastia), attuando una legislazione giurisdizionalistica di tipo gallico, abolendo l'Inquisizione, riducendo grandemente la proprietà ecclesiastica mediante soprattutto una forte restrizione della manomorta, partecipando attivamente a fianco degli altri governi borbonici alla lotta che portò alla soppressione della Compagnia di Gesù. (cap. 2, p. 107)
  • Gli elementi dirigenti, o comunque politicamente attivi, della Repubblica romana, appartenevano soprattutto alla borghesia, che poté finalmente, dopo secoli di governo prelatizio, avere una parte preminente nella vita politica ed amministrativa dello Stato. Medici, avvocati e membri del basso clero occuparono le principali cariche pubbliche e furono i più attivi tra i giornalisti e i propagandisti repubblicani. Un notevole appoggio diedero alla Repubblica, sia a Roma che ad Ancona, gli ebrei, i quali furono per la prima volta parificati in tutti i diritti agli altri cittadini. (cap. 3, pp. 248-249)
  • La situazione finanziaria della Repubblica romana fu ancor più grave di quella della Cisalpina, sia per la povertà del paese, sia per lo stato di grave crisi in cui già si trovavano le finanze romane nel momento in cui la Repubblica fu proclamata. Per far fronte alle contribuzioni imposte dai francesi la Repubblica romana dovette procedere alla vendita dei beni della Chiesa (già iniziata del resto da Pio VI) a ritmo accelerato, mentre l'inflazione, già grave sotto il governo pontificio per le eccessive emissioni di biglietti, detti "cedole", non solo non poté essere arginata dal governo repubblicano, ma raggiunse proporzioni enormi. (cap. 3, p. 251)

Dalla Restaurazione alla Rivoluzione nazionale 1815-1846Modifica

  • La Restaurazione è [...] un'età di reazione, ma anche di profondi contrasti sociali, politici e culturali. La lotta della borghesia contro la nobiltà, la lotta dei popoli divisi ed oppressi contro i loro dominatori per conseguire un'esistenza politica nazionale, i contrasti tra gruppi aristocratici tendenti ad imborghesirsi e gruppi rimasti essenzialmente feudali, la diffidenza tra Stato e Chiesa che minava l'alleanza del trono e dell'altare, infine le rivalità tra le potenze, tutte queste contraddizioni esistono allo stato latente fin dai primi anni della Restaurazione. (cap. 1, p. 14)+
  • Negli articoli di economia, di tecnica, di statistica, di geografia, come pure in una parte notevole di quelli di morale, di legislazione e di storia, il legame del "Conciliatore" col pensiero illuministico è particolarmente evidente, anche per la presenza fra i collaboratori del giornale di uomini di formazione illuministica come Gian Domenico Romagnosi e Giuseppe Pecchio. (cap. 1, p. 33)
  • [...] "Il Conciliatore" assunse un carattere che dal punto di vista puramente dottrinale può dirsi eclettico; questo eclettismo resterà tipico di gran parte del liberalismo moderato italiano del Risorgimento. (cap. 1, p. 35)
  • Ferdinando III di Lorena, tornato in Toscana alla fine del '14[1], era uomo prudente e pacifico che volle dare al suo governo un'impronta di grande moderazione; secondo certe testimonianze, sarebbe stato addirittura favorevole alla concessione di una Costituzione e ne sarebbe stato distolto solo dall'ostilità del governo di Vienna. (cap. 1, p. 53)
  • Il papa Pio VII ritornò a Roma nel 1814 con l'aureola delle sofferenze morali patite durante la prigionia in Francia, sopportate con fermezza e dignità, e con la fama meritata di uomo equilibrato, moralmente integro e sinceramente religioso. Di non grande levatura intellettuale e di scarsa capacità politica, Pio VII aveva coraggiosamente affrontata l'ostilità del dominatore del continente[2] ed aveva col suo atteggiamento riguadagnato al Papato un prestigio morale che esso da molto tempo non aveva più avuto. (cap. 1, p. 56)
  • La Rivoluzione del '31, come quella del 1820-21, fu caratterizzata in primo luogo dalla scarsissima resistenza opposta dai governi alle forze insurrezionali, pur male organizzate e mediocremente dirette, in secondo luogo dalla grande facilità con cui le forze austriache operarono la repressione. Tuttavia, sebbene fosse scoppiata sotto la spinta di un'ondata rivoluzionaria europea assai più vasta di quella di dieci anni prima e fosse stata preceduta e accompagnata da talune formulazioni programmatiche più avanzate in senso nazionale, essa ebbe un'area di espansione territoriale e una durata assai più limitate. (cap. 3, p. 192)
  • Il cattolicesimo liberale fu un movimento non soltanto italiano ma europeo, come europeo fu il movimento romantico nel quale esso rientrava. Nacque e maturò più o meno rapidamente in parecchi paesi cattolici d'Europa nel periodo 1815-1848 per effetto di una convergenza di idee liberali e di idee reazionarie, di concezioni tradizionalistiche e di concezioni idealistiche ed eclettiche. (cap. 5, p. 356)
  • La funzione storica concreta del cattolicesimo liberale fu diversa nei vari paesi in cui esso si sviluppò a seconda delle particolari condizioni sociali e politiche localmente esistenti. Tuttavia si può affermare che il cattolicesimo liberale prima del '48[3] ebbe quasi ovunque una funzione progressiva, perché, favorendo lo sviluppo di alcuni movimenti nazionali e appoggiando alcune rivendicazioni liberali, contribuì a rompere il fronte delle forze reazionarie e conservatrici e a spingere infine il Papato stesso ad un mutamento di politica. (cap. 5, p. 357)

La rivoluzione nazionale 1846-1849Modifica

  • Federico Guglielmo IV, divenuto re di Prussia nel 1840, sentiva vagamente che la situazione della Prussia e della Germania intera esigeva una politica innovatrice, ma, profondamente autoritario e imbevuto di romanticismo reazionario, credeva che bastasse modificare solo formalmente l'assolutismo amministrativo con l'adozione di istituzioni rappresentative di tipo medioevale. (cap. 1, p. 11)
  • La questione operaia, divenuta gravissima negli anni immediatamente precedenti il 1840, aveva determinato il sorgere del movimento cartista, che fu il primo tentativo fatto in Inghilterra di dare un carattere politico al movimento operaio. I cartisti infatti giudicavano che la realizzazione di un programma decisamente democratico (enunciato nella loro Carta del Popolo) fosse una condizione indispensabile per dare alla classe operaia la possibilità di ottenere una serie di riforme sociali. (cap. 1, p. 16)
  • Uomo dalla parola facile, vivace e combattivo, dotato di un certo intuito politico e di capacità organizzative, Ciceruacchio dieci o quindici anni prima dell'elezione di Pio IX[4] era entrato probabilmente in qualche società carbonara e poi forse nella Giovine Italia; comunque era stato per parecchio tempo in contatto con ambienti influenzati dal mazzinianesimo e più tardi aveva subito anche lui, come tanti altri patrioti, una certa influenza del neoguelfismo. (cap. 1, p. 20)
  • Autore di tragedie classicheggianti e di mediocri poesie non prive talvolta di sincera ispirazione patriottica, lo Sterbini era uomo ambizioso, turbolento, aspro nelle polemiche, sicché già nell'esilio era stato oggetto di attacchi personali e più tardi fu persino accusato, ma senza che l'accusa fosse mai provata, di aver denunciato al governo napoletano alcune trame della Giovine Italia. (cap. 1, p. 21)
  • [...] [Pietro Sterbini] era un democratico imbevuto di retorica giacobina che accettava il programma riformista soltanto come un mezzo per spingere avanti il movimento popolare, sicché nel corso del '47[5] venne accentuando la sua ostilità per i moderati e nel '48 divenne uno dei capi della rivoluzione romana. (cap. 1, p. 21)
  • Gioberti [...], non solo collega strettamente la storia della Chiesa a quella dell'Italia secondo lo schema guelfo ormai corrente nella storiografia cattolico-liberale, ma sostiene anche che il risorgimento della Chiesa è inscindibilmente legato al risorgimento dell'Italia. (cap. 5, p. 362)
  • La Repubblica romana rappresentò la punta più avanzata della rivoluzione quarantottesca in Italia anche per la Costituzione, che l'Assemblea romana volle proclamare solennemente nel momento in cui i francesi entravano in Roma per mostrare al mondo di non essere venuta meno alla sua funzione costituente e per lasciare all'Italia una testimonianza del proprio ideale democratico. (cap. 5, p. 451)

Dalla rivoluzione nazionale all'Unità 1849-1860Modifica

  • I miti storiografici e letterari, che il romanticismo aveva rinverditi e che fornirono un'impalcatura ideologica al moderatismo italiano prequarantottesco, come l'idea del primato italiano, il neoguelfismo, ecc., ebbero scarsissima presa su Cavour, il quale concepiva il Risorgimento essenzialmente come un movimento destinato a portare a poco a poco l'Italia al livello dei paesi più progrediti d'Europa e concentrava la sua attenzione sul complesso sviluppo economico e sociale di questi paesi e sulle ripercussioni che esso avrebbe necessariamente avuto sull'Italia. (cap. 1, p. 126)
  • Questa operazione politica [il nuovo schieramento politico guidato da Cavour e da Rattazzi], passata alla storia col nome di "connubio", datogli allora polemicamente dal Pinelli[6], condizionò lo sviluppo ulteriore della politica piemontese. Da essa derivò, se non proprio un partito, una formazione politica che bloccò le manovre reazionarie dell'estrema destra e rinvigorì le forze liberali. (cap. 1, p. 140)
  • [...] nella situazione interna e internazionale del 1852, il connubio fu un fatto progressivo importante, poiché non solo contribuì a rintuzzare le nuove minacce della destra estrema al regime costituzionale, ma permise al Piemonte di andare avanti sulla via della politica liberale e nazionale. Esso in sostanza sanzionò l'alleanza tra la parte più attiva della vecchia nobiltà e la borghesia agraria, mercantile e professionistica, i cui interessi erano in larga misura espressi dalla politica economica propugnata e in parte attuata dal Cavour. (cap. 1, p. 141)
  • [...] se si considera il connubio nell'ambito di uno svolgimento storico più ampio, si deve dire che esso ebbe anche un aspetto conservatore. Infatti non solo indebolì la cosiddetta estrema sinistra, ma pose le basi per l'assorbimento di una parte notevole di essa nel movimento cavouriano che si realizzò successivamente, In questo senso il connubio fu la prima manifestazione di quella tendenza al trasformismo, che poi caratterizzò la vita politica italiana dopo l'unità. (cap. 1, pp. 141-142)
  • La guerra di Crimea, [...], ebbe un'importanza decisiva nella storia europea del secolo XIX, poiché determinò la rottura definitiva del blocco reazionario medio-orientale e aprì la strada ad una serie di importanti mutamenti dell'assetto europeo stabilito nel 1815. Essa insomma incise sulla situazione generale dell'Europa in modo molto più profondo di tutte le precedenti fasi acute della Questione d'Oriente. (cap. 2, pp. 152-153)
  • Nobile e molto ricco, ma incline alle idee democratiche o per lo meno progressiste, il Pallavicino era un patriota sincero ed entusiasta, sebbene troppo corrivo ad autodefinirsi "martire", pronto ad utilizzare per la causa nazionale le molteplici relazioni che, grazie al suo prestigio sociale e personale, era in grado di stabilire negli ambienti più diversi. Ostile anch'egli al municipalismo piemontese, si era però convinto dopo il '49 che solo sulla monarchia sabauda si poteva contare per la liberazione d'Italia. Di questa idea per dieci anni egli si fece assertore in Piemonte e tra gli esuli delle varie tendenze esponendola in termini alquanto semplicistici, ma con grande tenacia e profonda convinzione. (cap. 3, pp. 220-221)
  • Pisacane [nel suo Testamento politico] lasciava così all'Italia un messaggio di fede nell'azione insurrezionale e insieme un altissimo insegnamento morale; ma lasciava altresì all'Italia dell'avvenire l'indicazione, sia pure permeata di estremismo utopistico, di una soluzione integrale, unitaria e socialista del problema della rivoluzione nazionale. (cap. 3, p. 269)
  • Il Boncompagni non era un diplomatico di carriera, ma una personalità in vista del partito moderato piemontese: era stato ministro e presidente della Camera ed era noto come studioso di problemi pedagogici e giuridici. Era quindi persona adatta a tenere i contatti coi moderati toscani e probabilmente proprio per questo fu scelto da Cavour per la legazione di Firenze. Tuttavia, quando gli avvenimenti precipitarono, il Boncompagni rivelò scarsa capacità di affrontare situazioni di emergenza. (cap. 4, p. 336-337)
  • Il fatto che il processo di formazione dello Stato unitario si concludesse con la vittoria del partito moderato condizionò tutta la storia successiva dell'Italia unita, ed ebbe per molti aspetti un peso negativo sullo sviluppo dell'Italia nel suo complesso. (cap. 6, p. 533)

La costruzione dello Stato unitario 1860-1871Modifica

  • La data del 1860 è da preferirsi a quella del 1870 come punto di arrivo del periodo propriamente risorgimentale e di inizio di quello dell'Italia unita perché, sebbene i fini fondamentali della lotta per l'indipendenza e l'unità possano dirsi pienamente raggiunti soltanto con le annessioni di Venezia e di Roma[7], queste annessioni non modificarono la conclusione politica del Risorgimento, cioè il sistema monarchico-moderato che aveva trionfato nell'autunno del '60, e perché nel 1860 si iniziò una continuità di vita statale, che dura ormai da più di in secolo e conserva ancora oggi in misura notevole l'impronta che le fu data nel decennio 1860-70. (cap. 1, p. 9)
  • Convinto che l'economia fosse una scienza fondata su leggi naturali, Ferrara si ricollegò essenzialmente alla tradizione ottimistica della scuola francese del Say e del Bastiat. Egli respinse perciò ogni concezione antagonistica o dualistica dei fenomeni economici, a cominciare da quella di Ricardo, e cercò di delineare una visione unitaria della produzione e dello scambio risolvendo i fenomeni di produzione in quelli di scambio in un solo sistema di armonie di mercato. In sostanza giunse al concetto di equilibrio generale, pur senza dare di esso una formulazione matematica, come fecero poi i teorici dell'utilità marginale. (cap. 1, p. 75)
  • [...] Ferrara si poneva come innovatore rispetto alla tradizione di studi fino a quel momento prevalente in Italia, poiché subordinava decisamente alla scienza economica, fondata, secondo lui, su leggi universalmente valide, ogni ricerca statistico-induttiva ed ogni problema di politica economica. (cap. 1, pp. 76-77)
  • Gli scapigliati, animati da un esasperato individualismo, assunsero atteggiamenti cinici e si sforzarono di rompere con la morale corrente anche nel loro modo di vivere. Influenzati dal Baudelaire e da alcuni romantici tedeschi essi contribuirono in una certa misura al generale processo di europeizzazione della cultura italiana. Sebbene ostilissimi al romanticismo vaporoso del Prati e dell'Aleardi, rimasero sostanzialmente dei romantici, vicini per i loro atteggiamenti ribelli ed individualistici allo spirito del romanticismo tedesco originario e di una parte del romanticismo francese; ma subirono anche l'influenza del positivismo e prepararono lo sviluppo successivo del realismo. (cap. 1, p. 87)
  • Anche la battaglia di Lissa [come quella di Custoza] in sostanza fu più un insuccesso che una sconfitta[8], perché fu uno scontro di non grande entità, che non modificò in modo sostanziale il rapporto di forza fra le due flotte[9]. Divenne una sconfitta, perché non fu seguita da un'azione di rivincita e perché determinò nell'opinione pubblica italiana, che tanto aveva sperato nella marina, un senso profondo di umiliazione e di depressione. (cap. 4, p. 291)

Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio 1871-1896Modifica

  • I grandi avvenimenti del 1870-71 conclusero un periodo di guerre e di rivolgimenti politici durato una ventina d'anni e aprirono un'epoca di pace in Europa che durò fino al 1914, turbata soltanto da alcune guerre nei Balcani, a cui fece riscontro il grande sviluppo delle conquiste coloniali in Africa e in Asia. Quest'epoca fu caratterizzata inoltre dalla relativa stabilità dei regimi politici, accompagnata in molti paesi dal consolidamento delle istituzioni liberali, da una graduale evoluzione verso la democrazia e dallo sviluppo dei partiti socialisti e dei sindacati operai. (cap. 1, p. 7)
  • La diffusione delle idee socialiste in Italia, [...], era stata tutt'altro che trascurabile già prima del '48. Tuttavia i primi tentativi di passare dalle discussioni puramente teoriche alla formulazione di programmi, che possono dirsi per vari aspetti socialisti, connessi con la concreta situazione dell'Italia, si manifestarono nella polemica antimazziniana, svolta nel 1850-51 dagli uomini dell'Estrema sinistra democratica, primi fra tutti Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Questi ultimi sulla base dell'esperienza del '48 affermarono la necessità di identificare la rivoluzione nazionale con la rivoluzione sociale e di far leva per attuarla soprattutto sui contadini. (cap. 1, pp. 35-36)
  • Il declino del cattolicesimo liberale, iniziatosi alla metà del secolo, si accelerò nel decennio 1860-70, sia per motivi ideologici di carattere generale, sia per motivi politici. Infatti, mentre da un lato il Papato accentuava col Sillabo la sua intransigenza di fronte al pensiero moderno e ai tentativi di conciliarlo con la dottrina cattolica, dall'altro la diffusione del positivismo e del materialismo favoriva l'affermarsi nella cultura e nella politica di principî laici e di tendenze fortemente anticlericali. Per di più in Italia l'aspro contrasto del nuovo Stato unitario col Papato e con la Chiesa, imperniato sulla questione romana e sui problemi della legislazione laica e dell'eversione della proprietà ecclesiastica, stimolò da una parte l'anticlericalismo dei liberali e dei democratici e dall'altra l'irrigidimento della maggior parte dei cattolici militanti su posizioni di intransigenza verso il nuovo Stato e verso il liberalismo. (cap. 1, p. 58)
  • Secondo Jacini, era urgente reagire alla politica estera megalomane e alla politica finanziaria disastrosa di Crispi chiamando a raccolta le forze conservatrici intorno a tre punti programmatici principali: politica estera di raccoglimento e di equilibrio; politica interna di decentramento regionale; politica religiosa di ravvicinamento al Vaticano in vista di una conciliazione fondata possibilmente sulla soluzione già da lui indicata nel 1887. (capitolo quinto, pp. 403-404)

Citazioni su Giorgio CandeloroModifica

  • [Commentando la pubblicazione del quinto volume della Storia dell'Italia moderna] Il Candeloro pone una distinzione tra il significato fortemente positivo che la linea politica del Cavour ebbe rispetto ad altre che furono elaborate dalla classe dirigente (si veda il paragone col Filangieri) ed il suo significato assoluto, che contemperava elementi progressivi e conservatori. Egli afferma infatti che «il liberalismo cavouriano era strettamente amalgamato al conservatorismo sociale», sicché se esso favorì il processo unitario e rafforzò l'unità politica non poté avviare a soluzione i fondamentali problemi del Mezzogiorno e della ristrettezza delle basi su cui si fondava il nuovo stato. (Aurelio Lepre)
  • [Commentando la pubblicazione del settimo volume della Storia dell'Italia moderna] Se il problema dello sviluppo capitalistico costituisce l'asse portante dell'analisi del Candeloro, va però subito aggiunto che essa non si limita a questo. Da buon lettore di Gramsci, il Candeloro sa molto bene che il rapporto tra fenomeni economici, di base, e i fenomeni di ordine sociale e politico non è un rapporto meccanico. Lo sviluppo capitalistico e l'industrializzazione non generano necessariamente una effettiva «modernizzazione», senza l'intervento delle forze politiche e sociali ad essa maggiormente interessate.
    Si comprende perciò come egli dedichi un'attenzione particolare alla ricostruzione delle vicende e degli sviluppi del movimento operaio e socialista, non limitandosi ad utilizzare per questo i lavori esistenti sull'argomento, ma in più di un caso procedendo per proprio conto a verifiche ed approfondimenti, con il risultato di delineare un quadro esauriente e ricco di sfumature. (Giuliano Procacci)
  • [Commentando la pubblicazione del quinto volume della Storia dell'Italia moderna] Si tratta, come è noto, della più importante opera generale di carattere non rigidamente specialistico, anche se mantenuta sempre ad un alto livello scientifico, che sia stata pubblicata nel dopoguerra sulle vicende dell'Italia moderna (le si può paragonare, per il periodo risorgimentale, soltanto quella Spellanzon - Di Nolfo, che però ha un impianto più narrativo, mentre in Candeloro, pur nella completezza dei dati, è avvertibile una impostazione più problematica). (Aurelio Lepre)

NoteModifica

  1. Nel settembre del 1814, dopo la caduta di Napoleone.
  2. Napoleone Bonaparte.
  3. 1848.
  4. 1846.
  5. 1847.
  6. Pier Dionigi Pinelli (1804–1852), politico italiano, presidente della Camera dei deputati del Regno di Sardegna.
  7. Nel 1866 (terza guerra d'indipendenza) e nel 1870 (breccia di Porta Pia).
  8. Giustamente l'ammiraglio A. Iachino, La campagna navale di Lissa, 1866, Milano Mondadori, 1966, pp. 484-485, rileva che il Tegetthoff non parlò di vittoria nel rapporto che fece all'imperatore e nell'ordine del giorno alla squadra dopo la battaglia. [N.d.A., p. 291]
  9. La flotta italiana e quella austriaca.

BibliografiaModifica

  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. primo, Le origini del Risorgimento 1700-1815, quarta edizione nell'"Universale economica", Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1992. ISBN 88-07-80796-3
  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. secondo, Dalla Restaurazione alla Rivoluzione nazionale 1815-1846, prima edizione nell'"Universale economica", Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1978.
  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. terzo, La rivoluzione nazionale 1846-1849, prima edizione nell'"Universale economica" - Storia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2011. ISBN 978-88-07-72293-6
  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. quarto, Dalla rivoluzione nazionale all'Unità 1849-1860, prima edizione nell'"Universale economica" - Storia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2011. ISBN 978-88-07-72281-3
  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. quinto, La costruzione dello Stato unitario 1860-1871, seconda edizione nell'"Universale economica", Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1989. ISBN 88-07-80800-5
  • Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. sesto, Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio, seconda edizione nell'"Universale economica", Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1986. ISBN 88-07-80801-3

Altri progettiModifica