Mario Gromo

giornalista, scrittore e critico cinematografico italiano

Mario Gromo (1901 – 1960), giornalista, scrittore e critico cinematografico italiano.

Mario Gromo, 1940

Citazioni di Mario GromoModifica

  • Carlo Ninchi è un magnifico attore, quale ancora non l'avevamo veduto sullo schermo; di una sobrietà scabra e incisiva, dalla ferma maschera che tutto esprime.[1]
  • Con Centomila dollari Camerini ha voluto comporre un film spigliato e divertente, sia ricorrendo, ai motivi più cari alla sua vena, quanto innestandovi toni e ritmi più movimentati e appariscenti, di quello spregiudicato e dinamico candore proprio a molte commediole cinematografiche americane. Ne è venuto uno spettacolo garbato, assai piacevole; dove i toni calzanti e talvolta mordenti sono del Camerini più vero, il quale da sornione si centellina la sequenza sospesa al sottinteso, all'ammicco ironico, a una perspicace malizia.[2]
  • [Su Vittorio De Sica in Gli uomini, che mascalzoni] Ha saputo tratteggiare, con grande semplicità di mezzi, un tipo di giovanotto trasognato e scanzonato quanto basta e ora dopo questa prova felice De Sica può aspirare a essere quel buon attore che finora mancava allo schermo italiano.[1]
  • Il Camerini è regista che aiuta gli attori, con molta intelligenza. Con i suoi suggerimenti vedremo quasi certamente una Miranda nella sua più vera luce.[1]
  • [Su Cavalleria] Il conte Solaro [...] è un giovane Nazzari, alla sua prima interpretazione d'impegno; se dapprima ha qualche incertezza poi appare saldo e sicuro.[1]
  • [Su La porta del cielo] Il film è assai nobile, rivela in ogni istante una scrupolosa cura, ha sequenze notevoli, ma è per lo più esteriore. Gli manca quel brivido umano e profondo che avrebbe dovuto far vibrare queste diverse ed uguali vicende; si compiace dell'inquadratura (e ve ne sono di bellissime), insiste su primi piani dolenti senza supporre che finiranno per elidersi a vicenda, e la stessa insistenza impiega in effetti sonori, dai canti alle preghiere.[3]
  • [Su La freccia nel fianco] Il film è di uno dei nostri giovani meglio dotati, Alberto Lattuada, che qui sembra aver rinunciato a parecchie ambizioni, per tendere a una regia soltanto attenta e sicura. Alle prese con i due protagonisti il giovane regista non ha saputo fare dei suoi due attori due interpreti: particolarmente la Lotti, eccettuato un suo ultimo primo piano, non è attrice da sostenere un personaggio ambiguo e artificioso come questo.[4]
  • [Su Darò un milione] Il film, partito con un'andatura indiavolata, sostenuta fino a metà percorso, si placa nel patetico per riaccendersi nella girandola finale che conclude un film intelligente come pochi, sia pure con qualche squilibrio e alcune incertezze, un film quasi sempre gustosissimo e talvolta piacevolissimo.[5]
  • [Su Dopo divorzieremo] Inscenato elegantemente e piacevolmente interpretato da Amedeo Nazzari e Vivi Gioi, il film si ambienta in una America caramellata e disinvolta e ci presenta un'altra variazione del tema matrimonio in bianco [...] Il film è piacevole, scorre con garbo, si ravviva di trovatine e di battute azzeccate, ed è la rivelazione di Lilia Silvi [...].[6]
  • Maria Denis appare sobria e sicura come ancora non l'avevamo veduta; è un'attricetta sulla quale poter contare.[1]
  • [Su La dolce vita] Non sempre la materia è decantata. Appartiene, ancora e sovente, alla cronaca. Non lievita, non vibra. Sono dati di fatto. Se gelidamente posti in una loro impeccabile prospettiva, avrebbero potuto avere una loro straordinaria efficacia; così, invece, appaiono qua e là pesti, quasi sfuocati, o ripetuti, ridondanti. C'è infatti una certa monotonia, sia pure assai colorita, di tipi, di scorci, di accenti. Se codesta monotonia fosse stata soltanto apparente, e allora calibrata in un suo ritmo rigoroso, dalla sordina sempre più ossessiva, tutto ciò avrebbe potuto avere un'altra sua non meno straordinaria efficacia. Così, invece, i tipi si stingono talvolta l'uno sull'altro, o si ricalcano. Dovrebbe giustificarli un loro minimo comun denominatore; ma questo è così esplicito che lungo il cammino, per forza di cose si attenua, e si fa risaputo.[7]
  • Oggi, dopo aver visto King Kong, si potrebbero inaugurare due altre categorie: film per miopi, film per non miopi; e King Kong è fatto per un pubblico affetto da almeno una mezza dozzina di diottrie. […] Tutto ciò per lo spettatore assai miope, apparirà in una visione apocalittica, densa di brividi, d'imprevisti. […] Non tutti sono miopi, però; e ieri sera, nei momenti più volonterosamente spaventosi risuonavano non poche risate, con un nutrito codazzo di fischi finali. Siamo in parecchi a non portare occhiali. Se King Kong rinuncia a priori a ogni e qualsiasi intento d'arte, e vorrebbe invece soltanto ammanirci lo spettacolone terrificante, e specialmente in una sorta di campionario delle risorse tecniche sulle quali la cinematografia può ormai sicuramente contare, è proprio in questo assunto che il film rivela le sue pecche più grossolane. […] Prescindendo dalla cartapesta degli sfondi, questi mostri antidiluviani, dinosauri e C., sono tutti timidi ed epilettici: si muovono lentamente e a scatti, come vogliono i meccanismi ad orologeria che li governano. Si salva King Kong, che il terribile urango non è che un uomo camuffato, e le sue proporzioni sono ottenute con delle sovrapposizioni, degli schermi multipli: ma sono, questi sistemi, veramente l'ultima parola della tecnica, del trucco cinematografico?[8]
  • [A proposito di Clara Calamai] Un'esordiente assai promettente.[1]
  • [Su Umberto D.] Un film per spregiudicati e delicati buongustai; un film sottovoce. Orchestrato con una coerenza intima, con un'abilità assai scaltra, con tocchi appena accennati, quasi sempre espressivi.[9]
  • [Su 4 passi fra le nuvole] Un filmetto quasi sempre delizioso, che ha la sua importanza. Anzitutto perché ci dà una commedia sana, arguta, sentita, e poi perché Blasetti ci offre con questo film una piccola sorpresa, ci rivela cioè un volto ancora inedito del suo temperamento [...]. Il film sotto la sua apparente levità, e sotto la sua autentica grazia, dà vita e cadenze che sono schiette, umane, nostre.[10]

NoteModifica

  1. a b c d e f Citato in Massimo Scaglione, I Divi del Ventennio, per vincere ci vogliono i leoni..., Lindau, 2005.
  2. Da La Stampa, 24 marzo 1940; citato in Centomila dollari, mymovies.it.
  3. Da La Nuova Stampa, 12 gennaio 1946; citato in La porta del cielo, cinematografo.it.
  4. Da La Nuova Stampa, 4 novembre 1945; citato in La freccia nel fianco, cinematografo.it.
  5. Da La Stampa, 31 agosto 1935; citato in Darò un milione, cinematografo.it.
  6. Da La Stampa, 1° dicembre 1940; citato in Dopo divorzieremo, cinematografo.it.
  7. Da La Stampa, 6 febbraio 1960; citato in Claudio G. Fava, I film di Federico Fellini, Volume 1 di Effetto cinema, Gremese Editore, 1995, p. 96. ISBN 8876059318
  8. Da Sullo schermo: King Kong, di M. C. Cooper e E. B. Schoedsack, La Stampa, 3 dicembre 1933
  9. Da Umberto D., La Nuova Stampa, 22 gennaio 1952, p. 3.
  10. Da La Stampa, 30 gennaio 1943; citato in Quattro passi fra le nuvole, cinematografo.it.

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