Umberto Galimberti

filosofo e psicoanalista italiano (1942-)
(Reindirizzamento da I vizi capitali e i nuovi vizi)

Umberto Galimberti (1942 – vivente), filosofo, saggista e psicoanalista italiano.

Umberto Galimberti nel 2008

Citazioni di Umberto Galimberti

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  • Da centro di irradiazione simbolica nelle comunità primitive, il corpo è diventato in Occidente il negativo di ogni "valore", che il sapere, con la fedele complicità del potere, è andato accumulando. (da Il corpo)
  • Il luogo della mia passione di pensiero è il rapporto tra ragione e follia. Ben consapevole che la follia ci abita e che è il costitutivo. Che è ciò che ci tratteggia anche somaticamente, per cui abbiamo questa faccia per quel tanto di follia da cui ci siamo riusciti a far invadere.
  • Il vampiro è un morto che non vuol morire, è uno dei tanti riflessi immaginifici che dicono la difficoltà per l'individuo e per il gruppo di accettare la morte che, come Freud ci ricorda, torna nei sogni e percorre la comunità primitiva atterrendola con il timore del contagio, per cui i morti vanno sepolti, anche se poi la terra non li nasconde abbastanza e soprattutto non li sradica dall'anima. Il vampiro è allora un morto che ritorna, perché per l'anima non è definitivamente morto. Con il sangue, che è poi la vita, ghermisce vergini, immagini dell'anima, che si divincolano nelle braccia dei vampiri per resistere alla morte. (da Dracula, analisi del sangue)
  • [A proposito dei detrattori del ddl Cirinnà e del Family Day] In fondo a stabilire le relazioni è sostanzialmente la relazione affettiva, cioè l'amore. Smettiamo di pensare che gli omosessuali siano sostanzialmente "sessuali". Innanzitutto sono affettivi, hanno delle relazioni di convivenza significative esattamente come le famiglie eterosessuali. Possono benissimo adottare bambini perché non è mica detto che due persone dello stesso sesso siano "cattivi". E i bambini hanno bisogno di amore, non necessariamente di differenze sessuali. Che la smettano di dire che la famiglia è fatta da un uomo e da una donna, perché questa è una visione fondamentalmente materialista, difesa dai cattolici che parlano sempre di spirito. Perché se il criterio dello stare insieme è semplicemente quello di mettere al mondo i figli, allora è il materialismo più bieco questo. Mentre lo stare insieme ha anche il significato di volersi bene, di dedicarsi a un'opera educativa. [...] i figli sono figli non perché vai a letto con una donna e la donna va a letto con un uomo, sono figli perché li cresci, perché stai insieme [a loro], perché rispondi alle loro domande, perché stai attento ai loro bisogni. Questo significa "paternità" e "maternità", da chiunque sia svolta. (da Omnibus, LA7, 31 gennaio 2016[1])
  • In questa saldatura tra magia e storia, e nel rapporto tra storia e metastoria che ogni magia inaugura, Ernesto de Martino ha colto l'essenza del magico e ha offerto una vera spiegazione della sua ineliminabilità. L'esistenza, infatti, è sempre esistenza precaria che non potrebbe reggere senza quelle strutture protettive che la mitologia, la religione, la magia, l'astrologia, la chiromanzia e la stessa ragione si incaricano di inaugurare e sostenere.[2]
  • Io ho avuto il vantaggio di essere nato povero, in una famiglia di dieci figli, padre morto, mamma maestra, 60.000 lire al mese e dovevamo vivere in dieci più la mamma. E allora tutti già avevamo dovuto incominciare a lavorare fin da piccoli. Io poi ero destinato a fare il metalmeccanico fine, perché non andavo tanto bene a scuola. Poi mi ha salvato un prete, che mi ha messo in un seminario, e lì ho potuto studiare, senza grande successo, al punto tale che arrivato in seconda liceo non riuscivo a tollerare l'autorità sopra di me. Sono uscito da questo seminario, mi sono messo da solo a portare cinque anni di ginnasio, più tre di liceo, mi sono fatto dare un po' di lezioni di trigonometria perché non capivo bene come funzionava e mi sono presentato da solo agli esami di maturità, ma senza una scuola alle spalle. [...] ho preso 10 in filosofia, 10 in storia, il mio tema è stato pubblicato nella Gazzetta Varesina: un successo spaventoso. Allora ho incominciato a credere in me stesso, però attenzione, sempre a partire da uno strato di povertà, perché c'è gente che nasce professore universitario già in culla, io invece non sono nato in culla professore universitario. Poi volevo fare medicina ma era troppo lunga e non c'erano soldi. Grazie a quella maturità avevo vinto due borse di studio: una dall'Università Cattolica e una dalla Provincia di Milano; 400.000 lire e 400.000 lire facevano 800.000 lire e con quello ho detto: vabbè allora faccio filosofia. Sì, avevo preso 10 e 10 ma non è che basta per motivare uno a fare filosofia. [Ma le piaceva filosofia?] Ho avuto dei maestri eccezionali, che non sono più esistiti dopo.[3]
  • [In tema di aborto] Kant ci ha insegnato che l'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo. Obbligare le donne alla generazione ogni volta che sono, rimangono incinte, significa trattare il corpo delle donne come mezzo di riproduzione, ma trattare il corpo della donna come mezzo di riproduzione confligge appunto con l'indicazione di Kant, che poi non è solo quella di Kant ma anche l'indicazione cristiana, che l'uomo va trattato come un fine e non come un mezzo, che l'uomo è persona e non strumento di generazione. Il problema si ripropone in Italia a causa della sudditanza generalizzata dei politici italiani nei confronti delle esigenze della Chiesa cattolica: io quando vedo le genuflessioni sia a destra che a sinistra nei confronti della Chiesa cattolica, mi domando: dov'è mai lo Stato italiano? Il quale per definizione come ogni Stato deve essere laico, intendendo con la parola laico, laico è una parola greca che vuol dire "bene comune". Allora il laico è colui che deve farsi carico delle istanze di tutti, non delle istanze di un principio di fede: questa è una cosa molto importante. I laici ritengono poi di non poter disporre di una morale che non discenda dal voler di Dio, ma una morale che discende dal volere di Dio è tipica delle morali primitive, dove gli uomini non sapendo dare delle leggi a se stessi hanno dovuto ancorarla ad una volontà superiore. Ma dopo abbiamo avuto l'illuminismo, abbiamo cominciato a ragionare; anche se con poco coraggio, il nostro cervello lo sappiamo anche usare. E allora a questo punto è possibile benissimo costruire una morale laica, fondata innanzitutto su quel principio di Kant che abbiamo segnalato, e poi su un altro principio, molto importante: che la morale è fatta per gli uomini, non gli uomini per la morale. Questa è un'altra frase di Kant che fa, che riproduce esattamente con un altro linguaggio quello che Gesù Cristo aveva detto: il sabato è fatto per gli uomini, non gli uomini per il sabato. Cioè: guai a piegare l'uomo alla legge e assumere la legge come giudizio nei confronti dell'uomo, perché quello che c'è da salvare non è il principio della legge, quello che c'è da salvare è l'uomo. (dall'intervento radiofonico Corpo delle donne, Podcast Radio Feltrinelli)
  • L'Aids, riproponendoci questo inestricabile intreccio tra la vita e la morte, e tra l'amore e la morte, riattiva l'immagine del vampiro che, con il suo labbro leporino, i canini perforanti, il viso scarlatto, la lingua affilata, la narice unica, rappresenta in modo truculento quella morte che non si trova mai al suo posto e perciò ossessiona l'inconscio di quanti vivono sforzandosi di tenerla il più possibile lontana. (da Dracula, analisi del sangue)
  • La divisione sessuale maschile e femminile è una divisione molto rigorosa, che serve alla società più che agli individui... Però, sappiamo tutti - e biologicamente e psicologicamente - che siamo tutti maschi e femmine, ma non nella misura del 10% e del 90%, ma nelle misure del 40 e 60. Dopodiché, la società ci incanala in una divisione sessuale rigorosa, maschile e femminile ...che serve a lei per identificarci, ma non serve alle vite; e la fluidità ... è una struttura antropologica presente in ciascuno di noi. E un uomo quando ha un rapporto con la sua femminilità è molto più interessante di un uomo che ha la mascella quadrata.[4]
  • La priorità dei cristiani è salvare l’anima e questo da un lato ha messo l’individuo prima della collettività e dall’altro ha eliminato la morte e la consapevolezza della ciclicità del tempo. Per i cristiani il futuro è sempre positivo, è progresso, come per la scienza occidentale. Mentre il passato è ignoranza, e il presente è ricerca. Ma questa insensata speranza che ha sostituito la consapevolezza della morte è drammaticamente passiva.[5]
  • La realizzazione di sé è dunque il fattore decisivo per la felicità. Ma per l’autorealizzazione occorre esercitare quella virtù capace di fruire di ciò che è ottenibile e di non desiderare ciò che è irraggiungibile. Quindi la ‟giusta misura”. ‟Katà Métron” […]. (da “Umberto Galimberti: Quella virtù così difficile da insegnare”[6]).
  • Mi era venuto il dubbio che la filosofia fosse una grande difesa contro la pazzia. [...] E ancora di questo sono convinto oggi, perché sono convinto che i nevrotici studiano psicologia e gli psicotici filosofia. Perché se noi consideriamo, chi si iscrive a filosofia? Si iscrive a filosofia una persona che vuole risolvere dei problemi, senza andare da qualcuno. [...] Sotto ogni filosofo sottintendo un folle che vuole giocare un po' con la sua follia, e al tempo stesso non vuole diventar folle e quindi si arma per tenere a bada attraverso una serie di buoni ragionamenti, che qui si imparano... a tenere a bada la follia. (da una conversazione nel Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali, Università Ca' Foscari di Venezia, dicembre 2007).
  • Noi abbiamo una filosofia continentale che parla anche in modo letterario, pensiamo ad Heidegger, per dire un filosofo del secolo scorso. In realtà, loro [(gli inglesi)] sono sempre stati empiristi: empirista era Bacone, Locke, Hume, poi hanno avuto Stuart Mill nell' '800, che faceva il positivista. In America, hanno John Dewey e William James che sono pragmatisti. Loro devono vedere il concreto, quindi sono incapaci di astrazione. La filosofia è astrazione...Il pensiero orientale non riesce a entrare nell'astratto; l'abbiamo inventato noi Occidentali.[3]
  • Per crescere i figli in modo felice c'è una sola soluzione: le relazioni d'affetto, sia che si tratti di una coppia etero sia che si tratti di una omosessuale. Là dove vige l'amore si cresce bene, là dove vige la violenza o il gelo emotivo si cresce male.[7]
  • Socrate diceva non so niente, proprio perché se non so niente problematizzo tutto. La filosofia nasce dalla problematizzazione dell'ovvio: non accettiamo quello che c'è, perché se accettiamo quello che c'è, ce lo ricorda ancora Platone, diventeremo gregge, pecore. Ecco: non accettiamo quello che c'è. La filosofia nasce come istanza critica, non accettazione dell'ovvio, non rassegnazione a quello che oggi va di moda chiamare sano realismo. Mi rendo conto che realisticamente uno che si iscrive a filosofia compie un gesto folle, però forse se non ci sono questi folli il mondo resta così com'è... così com'è. Allora la filosofia svolge un ruolo decisamente importante, non perché sia competente di qualcosa, ma semplicemente perché non accetta qualcosa. E questa non accettazione di ciò che c'è non la esprime attraverso revolverate o rivoluzioni, l'esprime attraverso un tentativo di trovare le contraddizioni del presente e dell'esistente, e argomentare possibilità di soluzioni: in pratica, pensare. E il giorno in cui noi abdichiamo al pensiero abbiamo abdicato a tutto. (dall'incontro Intellégo – Percorsi di emancipazione, democrazia ed etica di Copertino, 25 gennaio 2008)

Citazioni tratte da articoli

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D la Repubblica delle Donne

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Tradire è amare, ottobre 2001
  • E allora, forse un po' sbrigativamente, le devo dire che il maschio, almeno nel suo immaginario, non è monogamico. Le sue fantasie poligamiche sono forse il retaggio culturale della pratica animale dove, salvo le eccezioni di alcune specie, la monogamia non esiste.
  • La fedeltà, se la vogliamo scarnificare un po', è la virtù di chi si sente più debole nella coppia e ha l'impressione che, perso quell'uomo o quella donna con cui vive, non ha altra chance che il deserto della solitudine. E allora si abbarbica all'indifferenza dell'altro/a, quando non alla sua ostilità, profondendosi in quelle forme esasperate d'amore che sono il rovescio del suo bisogno assoluto dell'altro.
  • Se il bisogno di rassicurare la propria intrinseca insicurezza genera la fedeltà, il bisogno di non annullarsi nell'altro genera il tradimento.
  • Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al bene dell'altro, né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione, che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza.
  • Tradendolo, l'altro lo consegna a se stesso e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino.
dì che ti mando io, 6 dicembre 2003
  • In questo modo il valore personale finisce con l'essere il fattore più insignificante nel reperimento di un posto di lavoro, con conseguente frustrazione personale e cattivo funzionamento della società, dove solo per caso o pura combinazione è dato incontrare la persona giusta al posto giusto. Capiamo così perché in Italia la lotta alla mafia non sarà mai vinta, perché la mafia non è altro che la versione truculenta del costume diffuso, dove la parentela, la conoscenza, lo scambio di favori, in una parola, la rete "familistica" ha il sopravvento sul riconoscimento dei valori personali e sui diritti di cittadinanza. Che fare? Ben poco si può fare finché non si eleva il livello di civiltà che ha come suo primo pilastro il riconoscimento del valore degli individui. A questo proposito gli americani potrebbero insegnarci qualcosa e, visto che oggi la cultura diffusa si proclama filo-americana, potremmo importare da loro quest'unica virtù in cui eccellono. Ma forse il nostro filo-americanismo significa solo fare i nostri traffici sotto la loro protezione.
Non spegnete l'utopia, 26 marzo 2005
  • Della disillusione siamo responsabili noi adulti, che, aderendo incondizionatamente al "sano realismo" del pensiero unico incapace di volare una spanna oltre il business, il profitto e l'interesse individuale, abbiamo abbandonato ogni vincolo di solidarietà, ogni pietà per chi sta peggio di noi, ogni legame affettivo che fuoriesca dallo stretto ambito familiare. Inoltre abbiamo inaugurato una visione del mondo che guarda alla terra e ai suoi abitanti solo nell'ottica del mercato.
Fede e ragione, 17 giugno 2006
  • A me non piace la definizione di "ateo" perché ad affibbiarmela sono coloro che credono in Dio e guardano il mondo esclusivamente dal loro punto di vista, dividendolo in quanti credono o non credono. In questa etichettatura c'è tutta la prepotenza del loro schema mentale, che fa della loro fede la discriminante tra gli uomini.
  • Prima della nascita della ragione, che è cosa recente essendo nata 2500 anni fa con la filosofia (la quale, per distinguersi dalla teologia ha sempre ragionato "come se Dio non fosse"[8]), la religione era un tentativo di reperire dei nessi causali per difendersi dall'imprevedibile e dall'ignoto che ha sempre terrorizzato l'uomo e generato angoscia.
  • Quanto poi a una ragione senza fede, mi pare che ciò rientri nello statuto della ragione, che, come ci ricorda Kant, è un'isola piccolissima nell'oceano dell'irrazionale. Viste le sue dimensioni, mi conceda di essere tra quelli che si impegnano nella sua difesa.
Scienza e religione, 2 settembre 2006
  • Che la scienza grondi di metafore teologiche non c'è alcun dubbio. Bacone, quando nel 1600 ideò il primo abbozzo del metodo scientifico, scrisse che attraverso la scienza e la tecnica l'uomo avrebbe riguadagnato le virtù preternaturali che Adamo aveva perso col peccato originale. E avrebbe concorso alla redenzione riscattando l'umanità dalla fatica del lavoro e dalla sofferenza del dolore, che erano le due pene che Dio aveva inflitto ad Adamo in occasione della cacciata dal paradiso terrestre. A ciò si aggiunga che la visione religiosa del tempo, che prevede il passato come colpa, il presente come redenzione e il futuro come salvezza, viene riproposta dalla scienza in quell'analoga prospettiva dove il passato appare come male, la scienza come redenzione, il progresso come salvezza.
  • In questo senso è possibile dire che sia la scienza, sia l'utopia, sia la rivoluzione sono animate da una visione del tempo e della storia profondamente religiosa, dove alla fine si realizza ciò che all'inizio era stato annunciato.
  • La Chiesa se n'è accorta già all'epoca di Galileo, e, senza farsi ingannare dalla visione religiosa della storia sottesa sia alla scienza, sia all'utopia, sia alla rivoluzione, è entrata in conflitto con queste versioni secolarizzate del tempo escatologico, perché ha capito che lo corrodono all'interno fino a farne smarrire la traccia, con danni irreversibili per gli apparati (le Chiese) che hanno il loro fondamento e la loro giustificazione nella visione escatologica del tempo e della storia. Questo è quanto ci insegna la storia e lo stato dei fatti ci conferma.
  • Sempre in conformità al comando di Dio che assegna all'uomo il dominio della natura (Genesi, 1,1-5), la scienza moderna finirà poi col sottrarre questo dominio a Dio che, essendo sempre meno accessibile alla ragione, finisce con l'essere sempre più confinato nella fede. Prendendo il posto di Dio, la ragione diventa legislatrice; non "impara" dalla natura, come succedeva quando la natura era considerata il disegno dispiegato di Dio, ma, come dice Kant, obbliga la natura a rispondere alle sue interrogazioni. In questo modo la natura non ha in sé alcun senso se non quello che assume all'interno del progetto umano che tende a farne un fondo a disposizione dell'uomo. Oggi la scienza, non in chi la pratica, ma in chi (e siamo tutti noi) ripone in essa speranze, se non di salvezza, certamente di salute, guarigione, progresso, crescita, continua ad alimentarsi di ideologia religiosa, anche se la sua pratica effettiva prescinde da questa ideologia e procede come se Dio non fosse.
Siamo tutti omologati, 7 aprile 2007
  • Nessuna epoca storica, per quanto assolutistica o dittatoriale, ha conosciuto un simile processo di massificazione, perché nessun sovrano assoluto e nessun dittatore era in grado di creare un sistema di condizioni d'esistenza tali dove l'omologazione fosse l'unica possibilità di vita.
  • Siamo nell'età della tecnica, dove non è possibile vivere se non al prezzo di una completa omologazione al mondo dei prodotti che ci circonda, e da cui dipendiamo come produttori e consumatori, al mondo dello strumentario tecnico e amministrativo che serviamo e di cui ci serviamo, al mondo dei nostri simili retrocessi al secondo posto, perché ad essi ci rapportiamo in quanto rappresentanti delle loro funzioni.
Quando l'uomo è ridotto a capitale, 21 luglio 2007
  • Già il fatto che si parli dell'uomo come di un "capitale" o vi si faccia riferimento come a una "risorsa" (le cosiddette "risorse umane") la dice lunga in ordine al punto di vista che oggi si assume nel considerare l'uomo. Tramontato il principio che regolava l'etica kantiana secondo cui: "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo"[9], oggi vediamo che non solo l'immigrato, ma ciascuno di noi ha diritto di cittadinanza non in quanto esiste, non in quanto è un uomo, ma solo in quanto "mezzo" di produzione e di profitto.
Ripensare l'idea di lavoro, 8 settembre 2007
  • È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell'uomo: la liberazione dal lavoro si sta trasformando in un incubo.
  • I fini dell'economia sono anche i nostri fini? O siamo diventati semplici strumenti dell'apparato economico, il quale ci impiega come momenti della sua organizzazione, semplici anelli insignificanti della sua catena o, se preferiamo, mezzi imprescindibili, ma anche fra i più interscambiabili di qualsiasi altro mezzo, all'interno di un apparato economico-produttivo diventato fine a se stesso?
Scienza e fede, 22 settembre 2007
  • Mi occupo di questioni religiose perché le religioni, tutte le religioni, con i loro comandamenti e le loro regole di condotta hanno rappresentato il più grande processo educativo che l'umanità, nel suo complesso, ha conosciuto prima che la ragione si enunciasse come regolatrice di rapporti umani.
  • Oggi la ragione ha trovato la sua più alta espressione nella scienza che non confligge con la fede, solo se la fede rinuncia a proporsi come verità. La scienza infatti non ha rapporti con la verità, perché ciò che essa produce sono solo proposizioni "esatte", cioè "ottenute da (ex actu)" premesse che sono state anticipate in via ipotetica. Che poi l'ipotesi sia confermata dall'esperimento dice solo che noi conosciamo la validità operativa di quell'ipotesi, non la natura della cosa indagata con quell'ipotesi, perché, interrogata, la cosa non ha mostrato il suo volto, ma ha semplicemente risposto all'ipotesi anticipata.
  • Quanto al rapporto fede-morale, penso che per stabilire una corretta convivenza tra gli uomini la ragione sia in grado di fondare una morale (vedi Kant) indipendentemente dalla fede la quale, come dimostrano il nostro tempo e i tempi trascorsi, concorre più all'ostilità e alla ferocia fra gli uomini che alla loro pacifica convivenza.
La sanità e i tributi, 3 novembre 2007
  • A causa di alcuni episodi di malasanità, di cui i telegiornali danno ampia enfasi, rischiamo di dimenticare che l'Italia gode di uno dei migliori sistemi sanitari nazionali esistenti nel mondo, come certificato, proprio nell'agosto del 2007, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel resto del mondo, infatti, si muore o perché mancano strutture e medicinali come nei Paesi poveri o perché la sanità rientra, al pari di tutte le altre attività, nell'area del profitto come nei Paesi ricchi d'oltreoceano.
Socrate e Gesù di fronte alla morte, 16 febbraio 2008
  • Dal luogo in cui era stato rinchiuso in attesa della condanna, Socrate è invitato dai discepoli a fuggire. Ma la sua risposta è perentoria: "Vi ho insegnato per tutta la vita a ubbidire alle leggi e voi mi invitate a trasgredirle al termine della mia esistenza. Quello che avevo da insegnarvi ve l'ho comunicato. Il mio ciclo si è concluso". Non c'è traccia d'angoscia, senso di disperazione, malinconia per una vita giunta alla fine, c'è solo coerenza tra un insegnamento e una vita. Anche la drammaticità del momento viene asservita alle esigenze dell'insegnamento per renderlo più persuasivo, più efficace. E se il momento è vigilia di morte, lo si affronti in tutta dignità. "Ma infine, Socrate, dicci in quale modo dobbiamo seppellirti?", incalzano i discepoli. "Come volete", rispose. E, ridendo tranquillamente, proseguì: "O amici, io non riesco a convincere Critone che il vero Socrate è quello che ora qui discute con voi e non quello che, da qui a poco, egli vedrà morto" (Fedone 115 e). I discepoli lo pregano di attendere, come altri avevano fatto, il tramonto del sole. Ma Socrate vuole evitare di rendersi ridicolo aggrappandosi alla vita quando ormai non ce n'è più. Beve d'un fiato il veleno "senza temere, senza alterare il colore né l'espressione del viso, ma, guardando com'era solito i discepoli con i suoi occhi da toro, disse: 'Che ne pensi? Con questa bevanda è lecito fare libagione a qualcuno o no?'" (Fedone 117 b). Indi riprese a passeggiare finché non sentì le gambe pesanti, allora si sdraiò, e quando le parti del corpo cominciarono a farsi fredde disse: "'Critone, dobbiamo un gallo ad Esculapio; dateglielo e non dimenticatevené. 'Sarà fatto', rispose Critone, 'ma vedi se hai qualcos'altro da dire'. A questa domanda Socrate non rispose più nulla" (Fedone 118 a).
  • E infatti i cristiani non sanno morire. Basti in proposito un confronto tra la morte di Socrate e la morte di Gesù. [...] A differenza di Socrate, Gesù ha paura, non degli uomini che lo uccideranno, né dei dolori che precederanno la morte, Gesù ha paura della morte in sé, e perciò trema davvero dinanzi alla "grande nemica di Dio" e non ha nulla della serenità di Socrate che con calma va incontro alla "grande amica".
  • Noi viviamo nell'ambito della tradizione giudaico cristiana e non sappiamo affrontare la morte se non affidandoci a speranza ultraterrene. Abbiamo un concetto molto alto di noi, meritevoli di immortalità. Ma questa credenza è rivelatrice di una verità o di uno spropositato amore di sé? Perché, nel secondo caso, forse varrebbe la pena di consegnarci con largo anticipo al nostro limite, seguendo la saggezza greca là dove insegna: "Chi conosce il suo limite non teme il destino".

L'espresso

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Facciamo un lifting alle nostre idee, 24 maggio 2007
  • La faccia è il primo segno da cui prende le mosse l'etica di una società. [...] La faccia della persona matura è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l'insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi alla vista con la propria faccia. Preferire una velina a una persona matura significa preferire l'anonimato di un corpo a un corpo formato da un carattere, che nell'età matura appare nella sua unicità, facendoci finalmente conoscere quel che davvero una persona è nella sua specifica unicità. [...] Finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte. (p. 199)

la Repubblica

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  • Questo è il programma della magia di Giordano Bruno per il quale "non essendoci nell'universo parte più importante dell'altra" non è concesso all'uomo quel primato, prima biblico e poi cartesiano, che lo prevede "possessore e dominatore del mondo", ma semplice "cooperatore dell'operante natura (operanti naturae homines cooperatores esse possint)". Questa differenza è decisiva perché smaschera quella sotterranea parentela che, al di là delle dispute, lega la tradizione cristiana all'agnosticismo scientifico. L'una e l'altro infatti condividono la persuasione che l'uomo, disponendo dell'anima come vuole la religione o della facoltà razionale come vuole la scienza, è, tra gli enti di natura, l'ente privilegiato che può sottomettere a sé tutte le cose. A questa enfatizzazione cartesiana del soggetto (Ego cogito) preparata dalla tradizione giudaico-cristiana (per la quale l'uomo è immagine di Dio e quindi nel diritto di dominare su tutte le cose), Giordano Bruno contrappone un percorso radicalmente diverso da quello che caratterizzerà per secoli il pensiero europeo. Non il primato dell'uomo, ma il primato degli equilibri sempre instabili e sempre da ricostruire tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura. La magia, che non è potere sulla natura, ma scoperta dai vincoli con cui tutte le cose si incatenano, secondo il modello eracliteo dell'"invisibile armonia", è la proposta filosofica di Bruno, antitetica sia alla scienza matematica che si alimenta della progettualità umana, sia alla religione che, se da un lato subordina l'uomo a Dio, non esita a considerarlo, fin dal giorno della sua cacciata dal paradiso terrestre, dominatore di tutte le cose.[10]
  • Dopo Ernesto De Martino, Carlo Tullio-Altan, scomparso ieri a 89 anni, è stato il più grande antropologo italiano nel duplice senso: di significativo esponente di quella disciplina, l'antropologia culturale, così poco coltivata in Italia, e di spietato indagatore dell'antropologia degli italiani.[11]
  • La ragione "sa" cosa dice mentre la fede "crede" in quel che dice. E siccome non "credo" che due più due faccia quattro perché lo "so", tra fede e ragione non c'è parentela, né subordinazione gerarchica, come pretendono gli uomini di fede che collocano il loro credere al di sopra del loro sapere. Infatti non posso "credere" in ciò che "so", e non posso "sapere" se è vero ciò in cui "credo". In realtà l'area della fede si riduce man mano che avanza il sapere. Una volta, come ci ricorda Ippocrate, l'epilessia si chiamava "male sacro"; oggi a nessun medico e a nessun paziente verrebbe in mente di attribuire a Dio o agli dèi l'origine di questa malattia.[12]
  • E se "filo-sofia" non volesse dire "amore della saggezza" ma "saggezza dell'amore", così come "teologia" vuol dire discorso su Dio e non parola di Dio, o come "metrologia" vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perché per filosofia questa inversione nella successione delle parole? Perché in Occidente la filosofia si è strutturata come una logica che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nelle università dove, tra iniziati si trasmette da maestro a discepolo un sapere che non ha nessun impatto sull'esistenza e sul modo di condurla? Sarà per questo che da Platone, che indica come condotta filosofica "l'esercizio di morte", ad Heidegger, che tanto insiste sull'essere-per-la-morte, i filosofi si sono innamorati più del saper morire che del saper vivere? (12 aprile 2008)
Linguaggio. Desiderare, sollecitare, pretendere con infinite parole vere e bugiarde, 11 settembre 2004
  • Forse, dietro alla vita a due non v'è nulla, e questo nulla che si cela suscita quella curiosità infinita che fa di ognuno di noi degli instancabili cercatori di amore, quasi sempre immemori che ogni evento d'amore è sempre decretato dal cielo.[13]
  • Ogni storia d'amore mette a nudo la natura della nostra anima che si affida al linguaggio per esprimere il malanimo, l'invidia, la gelosia, i baci avvelenati dall'odio, la tenerezza simulata al punto da sembrar vera, la consapevolezza di conoscere i reciproci segreti: tutti anelli di quella pesante catena che attorciglia la nostra anima nelle trame che solo il linguaggio sa tessere.[13]
Smettiamo di crescere, 2 settembre 2005
  • E così ciascuno per sé sente il brivido della crescita zero a cui non sa con che strumenti reagire, soprattutto se ha il sospetto che la crescita zero sarà sempre più il nostro futuro, non solo perché non possiamo continuare a pensare che i quattro quinti dell'umanità continuino a sacrificarsi per la nostra crescita, ma perché quando la crescita non ha altro scopo che continuare a crescere, è l'uomo stesso del mondo privilegiato a divenire semplice «funzionario» di questa idea fissa che, se diventa lo scopo collettivo della vita di tutti, affossa e seppellisce il «senso» della vita, il suo sapore, il suo significato per noi.
  • Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci «hanno bisogno» di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia «prodotto». In una società opulenta come la nostra, dove l'identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma «devono» essere sostituiti, può darsi che si cominci ad avvertire, sotto quel mare di pubblicità che ogni giorno ci viene rovesciato addosso, una sorta di appello alla distruzione, una forma di nichilismo dovuto al fatto, come scrive Gunther Anders, che: «L'umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un'umanità da buttar via»[14].
  • La felicità, nonostante la pubblicità vi illuda, non ci viene dall'ultima generazione di telefonini o di computer, e più in generale di «prodotti», ma da uno straccio di «relazione in più».
  • Tutto ciò comporterà, come dicono gli economisti, un rallentamento della crescita, quando non addirittura una crescita zero. E qui siamo a quella parola subdola: «crescita», che gli economisti applicano sia ai paesi diseredati che raccolgono tra l'altro i quattro quinti dell'umanità, sia ai paesi già sviluppati che nonostante ciò «devono crescere». Fin dove? E a spese di chi? E a quali costi ambientali? Qui l'economia tace perché il problema non è di sua competenza, e con l'economia tacciono anche le voci degli uomini che alle leggi dell'economia si devono piegare.
Narcisisti e schizzati, così trionfa l'apparenza, 14 novembre 2006
  • E così, conferendo al nulla un potere semantico che si irradia a distanza fino a significare qualsiasi cosa, la moda risolve a buon prezzo problemi di identità che pongono fine all'angosciante interrogativo: «Chi sono?».
  • Se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l'esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale?
  • Sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere. E a questo dogma terribile abbiamo sacrificato il nostro corpo, incaricandolo di rappresentare quello che propriamente non siamo, o addirittura abbiamo evitato di sapere.
L'anima. Se la Chiesa impone la sua verità, 26 settembre 2007
  • A questo proposito voglio ricordare che Tommaso d'Aquino, commentando Paolo di Tarso, dice che la fede, a differenza della scienza espressa dalla ragione umana conduce in captivitatem omnem intellectum, cioè rende l'intelletto prigioniero di un contenuto che non è evidente, e che quindi gli è estraneo (alienus), sicché l'intelletto è inquieto (nondum est quietatus) di fronte alla scienza, nei cui confronti si sente «in infirmitate et timore et tremore multo». Dov'è finita questa prudenza tomista che non concede di identificare immediatamente la fede con la verità? E se i cattolici sono già in possesso della verità che senso ha per loro studiare e insegnare filosofia se la verità che la filosofia si propone di cercare già la possiedono? Cosa rispondono ad Heidegger là dove scrive che quando la filosofia è accompagnata da un aggettivo, come è il caso di una "filosofia cristiana" ci si trova di fronte a un circolo quadrato o, come vuole l'espressione di Heidegger a un "ferro ligneo"? E infine che tipo di dialogo è possibile con un cristiano, se questi è già convinto di possedere la verità?
  • «Il colpo di genio del Cristianesimo», che esorcizza la morte garantendo a ogni uomo l'immortalità, è diventato persuasione comune che neppure la scienza è riuscita a scalfire, anzi in un certo senso ha concorso a radicare definitivamente questa convinzione.
  • Io non sono un teologo, ma un filosofo della Storia che segue il metodo "genealogico" di Nietzsche, il quale, a differenza di Platone, non si chiede, ad esempio, «che cos'è l'anima», ma: «Come è venuto al mondo questo concetto, che storia ha avuto, che significati ha assunto, che effetti di realtà ha prodotto?», persuaso come sono che l'essenza di una cosa, il suo senso è nella sua storia.

MicroMega

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Almanacco di filosofia. L'eredità di Martin Heidegger, marzo 2007
  • L'importanza di Heidegger sta nel fatto che egli qualifica la sua filosofia come «oltrepassamento della metafisica». Visto che con metafisica si intende tutto il pensiero filosofico da Platone in poi, ciò significa porsi in una posizione-cardine, di cui Heidegger ha piena consapevolezza. Che cosa significa metafisica? Nient'altro che la versione filosofica della visione religiosa del mondo. (p. 59)
  • Se è vero, infatti, che noi siamo in grado di capire il nostro tempo anche senza la parola «Dio», è altrettanto vero che non lo capiremmo se togliessimo la parola «Tecnica», il cui senso è stato puntualmente esplicitato da Sergio Givone. Heidegger ha detto in proposito cose essenziali. Ha illustrato a più riprese che la tecnica ha concluso l'era umanistica, per cui l'uomo non è più il soggetto della storia, ma il funzionario di apparati tecnici, dai quali è in qualche modo «im-piegato» (be-stellte). Addirittura, rischia di diventare materia prima, anzi la più importante delle materie prime (der Mensch der wichtigste Rohstoff ist), sotto il profilo dell'assoluta utilizzabilità. (p. 60)

Citazioni tratte da interviste

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Paolo Forcellini, Come Dio comanda, L'espresso, 16 marzo 2006
  • Più il potere temporale è separato da quello spirituale e più i rapporti tra i due sono corretti.
  • La Chiesa si ritiene l'unica depositaria dell'etica. Un'etica prerogativa esclusiva della religione avvicina notevolmente il cristianesimo alla mentalità islamica. Per fortuna noi abbiamo avuto l'illuminismo e lo stato laico che ci hanno parzialmente immunizzati. Da parte della Chiesa, comunque, si tende a negare che l'etica sia una qualità dell'uomo, come diceva Kant, per affermarne invece la derivazione dalla dogmatica religiosa. Gli uomini sarebbero incapaci di produrre una morale. Di questo passo si finisce nello Stato teocratico. Ma le morali altro non sono che regole di convivenza volte a ridurre i conflitti. Queste regole gli uomini se le possono dare da sé: l'etica è una categoria antropologica.
  • Talvolta mi chiedo se la Chiesa crede ancora in Dio. È certo un'affermazione paradossale e provocatoria, ma ha una sua giustificazione: quando la Chiesa interviene massicciamente per promuovere una legislazione favorevole alla sua etica, allora ci possiamo chiedere se chi gestisce il potere ecclesiastico crede più agli strumenti del mondo o all'opera di Dio.
Salvatore Viglia, Europa Sera, 21 marzo 2007
  • Nella "La casa di psiche" si fa constatare che i problemi che oggi sono in circolazione non sono più affrontabili, come un tempo, attraverso la psicoanalisi. Gli strumenti psicoanalitici curavano il disagio dell'individuo, il disagio della civiltà nel senso che le condizioni miserabili in cui si viveva, in quella che io chiamo "la società della disciplina", dove il gioco era tra il desiderio di colui che voleva infrangere la legge e chi desiderava comprimere questo desiderio. Oggi non è più questo lo scenario del dolore. Lo scenario del dolore, soprattutto su impulso della cultura americana che spinge a tutta andata a raggiungere nel tempo più breve gli obiettivi, produce situazioni di ansie determinate dalla domanda. Non più quella psicoanalitica tradizionale (cosa ci è permesso e cosa ci è proibito), ma cosa posso fare, cosa sono in grado di fare. Questa incapacità di raggiungere gli obiettivi quando l'asticella è posta sempre più in alto, crea un senso di inadeguatezza, di una mancanza di senso ed alla fine, al di là della tecnica che non ha scopi ma semplicemente funziona all'interno di una assoluta, radicale mancanza di orizzonti in vista di non si sa bene che.
Le Storie, a cura di Corrado Augias, maggio 2008
  • Allora supponiamo che Dio parli: siamo sicuri di capire quello che lui dice? Se faccio una lezione sono convinto che i miei studenti, trenta, cinquanta che siano, capiscono trenta, cinquanta cose diverse. Perché il linguaggio è immediatamente una traduzione: quando lei mi ascolta lei traduce quello che io dico nella sua visione del mondo. E quindi questa traduzione fa si che lei intende un discorso che io non ho fatto. Per giunta Dio; non so: qualcuno lo sente, qualcuno ritiene che gli parli. Ma vediamo bene: l'ha sentito davvero con le orecchie, le ha detto delle cose incontrandola, oppure lei immagina che quella sia la parola di Dio.
  • C'è chi ha bisogno di questo referente che trascende la vita. Ma c'è una trascendenza molto più elementare: le persone che sono qui davanti mi trascendono. Hanno una loro visione del mondo. Perché non instauriamo una trascendenza orizzontale invece che una trascendenza verticale. Perché invece di parlare con Dio non parlo col prossimo mio. Non era una anche delle massime di Gesù? Quando diceva che nel prossimo c'è l'immagine di Dio. Allora cominciamo a parlare con la gente, insomma, a questo punto. Perché è già trascendenza riuscire a intendersi con un altro. Non c'è bisogno di parlare col Dio ignoto, dove a parlare sono solo io perché tanto lui non risponde, se non le parole che io penso che lui dica. Che sono poi gli esaudimenti dei miei desideri.
  • Così era nata la filosofia: la filosofia significava andare in piazza e insegnare alla gente come si fa il buon governo, come si conduce bene l'anima, come si rispetta la natura. La filosofia era nata per questo: insegnare agli uomini queste cose. Socrate faceva così, andava in piazza e parlava con la gente. Poi dopo si è arroccata, è diventata una cosa accademica, autoreferenziale, una dottrina. Un qualcosa che assomiglia molto adesso a una sorta di figlia della teologia.
  • Io sto pensando una cosa: filosofia viene tradotta sempre con amore per la saggezza. Ma non è così, è il contrario: non è amore per la saggezza, è saggezza dell'amore. E allora la figura dell'amore è innanzitutto intersoggettività, è scambio. Cioè la verità non deve emergere come un corpo dottrinale: questa è la sapienza, non è la filosofia. Deve nascere dal dialogo. Dal dialogo tra due persone. Dialogo con l'altro e soprattutto con quell'altro che è la donna. Perché come mai nella storia della filosofia non compare mai una donna: che cos'è questo essere messo fuori gioco? Forse che la donna navighi in regioni non eccessivamente logiche che mettono paura agli uomini? Queste sono domande che io mi pongo.
Le Storie, a cura di Corrado Augias, dicembre 2009
  • La vergogna è un sentimento fondamentale. Vergogna viene da vere orgognam: temo l'esposizione. Oggi l'esposizione non la si teme più. E allora cosa succede: se io mi comporto in una modalità trasgressiva, bè che male c'è. Vado incontro ai desideri nascosti di ciascuno di noi e li espongo, quanto son bravo. E allora a questo punto non sono più visibili con chiarezza i codici del bene e del male. C'era Kant che diceva che il bene e il male ognuno le sente naturalmente da sé, usava la parola sentimento. Oggi non è più vero. Semplicemente se uno ha il coraggio anche di mostrarsi vizioso, se ha il coraggio anche di mostrarsi trasgressivo è un uomo di valore, almeno lui ha il coraggio, ha interpretato i sentimenti nascosti di ciascuno di noi. Questo ormai significa, non dico il collasso della morale collettiva, ma persino di quella individuale, quella interna, quella psichica. Quindi la fine dei tempi.
  • Oggi c'è però una forma di potere molto più sottile che è sostanzialmente il controllo del pensiero, il controllo delle idee. Questo è molto pericoloso perché io quando ho controllato le idee di tutti coloro che sono subordinati al potere, costoro pensano come il potere, lo applaudono, lo vogliono, lo desiderano, lo adorano. Perché pensano come lui. E poi il secondo grado, ancora più pernicioso, è il controllo dei sentimenti. Ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si odia, come ci si innamora, come ci si arrabbia. Quando io ho determinato il controllo dei sentimenti, io ho il potere assoluto. Perché non solo penso come mi hanno insegnato a pensare i mezzi televisivi, ma sento come loro desiderano io senta. A questo punto sono arrivato alla completa gestione del mondo, su cui opero.

Gli equivoci dell'anima

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In una civiltà scientifica la parola anima ci riporta agli albori della nostra storia quando religione e filosofia si contendevano il sapere. La psicologia, che sulla nozione di anima ha costruito se stessa, da tempo vuole emanciparsi da questo sfondo per essere accolta nel novero delle scienze ed entrare così a pieno titolo nella "nostra" storia. L'emancipazione avviene per rimozione dell'origine e quindi con la perdita di quella stratificazione di significati che fa dell'anima una parola a tal punto equivoca da renderla solidale con i più svariati sistemi di pensiero, che a questo punto devono chiarire le loro relazioni e svelare il contenuto semantico che coprono con questa parola.

Citazioni

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  • Attraversato dalla sessualità, l'Io cede il suo limite per ribadirlo ad un livello superiore. Entrando in contatto con l'altra parte di se stesso l'Io va oltre la fascinazione e il desiderio per raggiungere quell'"immenso vuoto" dove si compie la decisione ontologica, dove l'essere raggiunge il suo limite e dove il limite definisce l'essere. (p. 233)
  • Il passaggio esplicito dall'interiorità all'esteriorità dell'anima, a cui la pratica cristiana aveva dato il suo contributo, avviene con Cartesio che, nel radicalizzare il dualismo platonico, finisce con l'abolirlo, risolvendo corpo e mondo in rappresentazioni dell'anima che così diventa l'orizzonte assoluto della presenza.

Il gioco delle opinioni

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Di pagina in pagina, sfogliando cento libri, per renderne conto sulle pagine culturali dei nostri giornali, mi sono persuaso che la recensione è un genere letterario da abolire perché induce al riassunto, quindi alla chiusura del libro. I libri invece vanno aperti, sfogliati, dissolti nella loro presunta unità, per offrirli a quella domanda che non chiede "che cosa dice il libro?", ma "a che cosa fa pensare questo libro?". I libri non servono per sapere ma per pensare, e pensare significa sottrarsi all'adesione acritica per aprirsi alla domanda, significa interrogare le cose al di là del loro significato abituale reso stabile dalla pigrizia dell'abitudine; è evitare che i testi divengano testi sacri per coscienze beate che, rinunciando al rischio dell'interrogazione, confondono la sincerità dell'adesione con la profondità del sonno.

Citazioni

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  • Dunque il sesso come fonte di vita e la vita come riproduzione dell'armonia. Il gesto sessuale, come gesto di creazione dove non ci si impiglia, come da noi, in nascite o aborti, ma dove in un punto si celebra il senso del cielo, della terra e delle diecimila cose che in composta armonia abitano il cielo e la terra. Perché noi occidentali crediamo nelle stelle e negli oroscopi che cadono dalle stelle e abbiamo dimenticato che i nostri gesti lenti, agili o violenti modificano le stelle, il loro equilibrio, la loro luce, il loro giro? Il gesto dell'uomo crea armonia o disarmonia nell'universo e il nostro sesso, da gesto che compone, può diventare dissolvenza non tanto di noi, ma del cosmo che non ci ignora. (p. 219)
  • La filosofia ama i dissidi, perché dai dissidi si produce, si genera, si alimenta, crea variazioni tematiche, giochi euristici, assolute novità. (p. 88)
  • La sessualità è un rischio dove l'individuo gioca la sua identità e la società il suo ordine. Per evitare questo rischio si ricorre all'immaginario che in modo allucinatorio ci fa vivere illusoriamente quello che non abbiamo il coraggio di osare. Così l'Io prova il brivido della sua identità messa in gioco senza perderla, e la società il sommovimento del disordine che però non scalfisce il suo ordine. L'immaginario serve a questo, non a potenziare la sessualità, come si crede, ma a placarne i toni a quel livello fantasmagorico che lascia intatta la realtà così come è stata costruita. (p. 208)
  • La sessualità non appartiene al racconto dell'Io, perché, in sua presenza, l'anima subisce una dislocazione che, spostando il regime delle sue regole, indebolisce il possesso di sé. La sua trama viene interrotta da qualcosa di troppo che, spezzando la continuità del dire e l'ordine del discorso, porta verso itinerari di fuga che l'Io e la ragione che lo governa non riescono a inseguire. Pulsioni e desideri, infatti, irrompendo come significanti incontrollati nell'ordine dei significati statuiti, portano alla luce altri nessi, altri orditi, altri intrecci i cui nodi affondano nell'altra parte di noi stessi. (p. 207)
  • Le case chiuse sono state veramente chiuse, non dalla legge Merlin ma dallo spostamento della domanda che non chiede più scambio sessuale, ma compra-vendita dell'immaginario. Nelle grandi città le prostitute sono state sostituite quasi per intero dai veados, travestisti per lo più brasiliani, importati per una stagione e poi rispediti alle loro favelas. Segno che ciò che per le strade si vende non è il sesso e tanto meno lo scambio sessuale, quanto la rappresentazione del sesso e lo sfavillio delle immagini che produce.
  • Poi venne il cristianesimo e con esso la maledizione della carne. Il cristianesimo ha spezzato il mandala, i quattro che compongono l'armonia. Tre si trovano raccolti e separati dal quarto, il diavolo, che l'iconografia prese a dipingere con i tratti di Pan, il dio greco del sesso che, nell'ora meridiana da lui preferita, rincorreva con i suoi zoccoli da capra e le sue corna mozze le ninfe del bosco. Il cristianesimo tenne le file della sessualità in Occidente, dove il cielo era separato dalla terra e lo spirito dalla carne. Se un bel giorno si smettesse di esecrare la pornografia, che poi altro non è se non la carne nella sua solitudine, e si incominciasse a esecrare chi ha ridotto la carne in solitudine, separandola dal cielo per farne l'anticamera dell'inferno, il primo girone della Commedia. (p. 220)

Il tramonto dell'occidente

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Filosofare, oggi, è essere fraintesi. L'origine del fraintendimento risiede nel fatto che l'uomo contemporaneo sembra disporre solo di due linguaggi: quello comune attento alle occorrenze quotidiane e quello scientifico che soccorre quello comune nei risultati pur trascendendolo nei metodi. L'uno e l'altro sono piegati all'utilità immediata o sperata. Quest'ultima rappresenta il massimo sforzo metafisico dell'uomo di oggi, la cui unica trascendenza sembra essere l'utilità del domani, che trova le sue espressioni in ambito fisico nelle imprese spaziali che oltrepassano i confini della terra, in ambito biologico nelle scoperte della genetica che decifrano i misteri del corpo, in ambito economico nella globalizzazione che fa della terra quello spazio comune che tende ad abolire le differenze. Questi sono gli ambiti in cui la tensione metafisica oggi si raccoglie e si esaurisce in un pensiero vago, corrotto dall'emotività o esaltato dall'entusiasmo.

Citazioni

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  • Il tramonto dell'occidente è il compiersi di un senso racchiuso nella parola che dice: terra della sera, occasum, ultimo bagliore di quella luce che, sorta nell'aurora del mattino, ha signoreggiato il giorno. La parola esprime un destino a cui non non ci si può sottrarre. Il sole non si può fermare. Il tramonto è inevitabile. L'occidente è la terra destinata a ospitare questo tramonto. Ma qual è il senso custodito dalla parola? Tramontare è l'inevitabile declinare della luce o è l'inconsapevole sottrarsi della terra alla luce? Cogliere il senso di questa domanda è decidersi per un'attesa o per una scelta. (Introduzione al Libro secondo: Il pensiero occidentale, p. 277)
  • Le meditazioni su Nietzsche di Heidegger e di Jaspers hanno evidenziato col massimo rigore l'essenza metafisica del nichilismo e le sue profonde tracce in tutti gli aspetti dell'anima occidentale. (Introduzione al Libro secondo: Il pensiero occidentale, p. 279)
  • La tragica conclusione della Seconda guerra mondiale, con la distruzione atomica di Nagasaki e Hiroshima, non è per Jaspers solo un fatto storico, ma un indicatore degli esiti nichilistici a cui può condurre lo sviluppo tecnico-scientifico lasciato a se stesso. (cap. 58, La falsa coscienza e la pretesa inoltrepassabilità dell'apparato tecnico-scientifico, p. 422)

L'ospite inquietante

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Un libro sui giovani: perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l'angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.

Citazioni

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  • Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la descrizione che di volta in volta il mito, la religione, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo. (p. 15)
  • Portiamo ancora in noi i tratti dell'uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee proprie e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. L'età della tecnica ha abolito questo scenario umanistico, e le domande di senso restano inevase non perché la tecnica non è ancora abbastanza perfezionata, ma perché non rientra fra le sue competenze trovar risposte a simili domande. La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. (p. 21)
  • In cosa consiste questa crisi? In un cambiamento di segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia. E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora, come dice Heidegger, "il terribile è già accaduto", perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l'energia vitale implode. (p. 26)
  • La mancanza di un futuro come promessa priva genitori e insegnanti dell'autorità di indicare la strada. Tra adolescenti e adulti si instaura allora un rapporto contrattualistico, per effetto del quale genitori e insegnanti si sentono continuamente tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane, che accetta o meno ciò che gli viene proposto in una rapporto egualitario. Ma la relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l'adolescente come un proprio pari significa non contenerlo e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all'ansia che ne deriva. (p. 29)
  • Ma chi tra gli insegnanti accerta, oltre alle competenze culturali dei propri allievi, il grado di autostima che ciascuno di loro nutre per se stesso? Chi tra gli insegnanti è consapevole che gran parte dell'apprendimento dipende non tanto dalla buona volontà, quanto dall'autostima che innesca la buona volontà? Chi, con opportuni riconoscimenti, rafforza questa autostima, primo motore della formazione culturale, ed evita di distruggerla con epiteti e derisioni che, rivolti a persone adulte, porterebbero di corsa in tribunale? (p. 32)
  • Se non si dà apprendimento senza gratificazione emotiva, l'incuria dell'emotività, o la sua cura a livelli così sbrigativi da essere controproducenti, è il massimo rischio che oggi uno studente, andando a scuola, corre. E non è un rischio da poco perché, se è vero che la scuola è l'esperienza più alta in cui si offrono i modelli di secoli di cultura, se questi modelli restano contenuti della mente senza diventare spunti formativi del cuore, il cuore comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della musica giovanile riesce a mascherare. (p. 38)
  • L'eccesso emozionale e la mancanza del raffreddamento riflessivo portano sostanzialmente a quattro possibili esiti: 1) lo stordimento dell'apparato emotivo attraverso quelle pratiche rituali che sono le notti in discoteca o i percorsi della droga; 2) il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell'ignavia e della non partecipazione che portano all'atteggiamento opaco dell'indifferenza; 3) il gesto violento, quando non omicida, per scaricare le emozioni e per ottenere un'overdose che superi il livello di assuefazione come nella droga; 4) la genialità creativa, se il carico emotivo è corredato da buone autodiscipline. (p. 42)
  • [...] prima del lettino dello psicoterapeuta dove le parole si scambiano, come è noto, a pagamento, prima dei farmaci che soffocano tutte le parole con cui potremmo imparare a nominare e a conoscere i nostri moti d'anima, dobbiamo convincerci della necessità e dell'urgenza di un'educazione emotiva preventiva, di cui scarsissime sono le occasioni in famiglia, a scuola e nella società. (p. 49)
  • Conoscevamo la follia come eccesso della passione. Ne vedevamo i sintomi, ne prevedevamo i possibili scenari. Oggi sempre più di frequente, nell'universo giovanile, la follia veste gli abiti della freddezza e della razionalità, non lascia trasparire alcunché ed esplode in contesti insospettabili che nulla lasciano presagire e neppure lontanamente sospettare. (p. 50)
  • Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell'anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un'altra ci si sente a casa. E guai a imboccare per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita. (p. 54)
  • Se chiamiamo "intimo" ciò che si nega all'estraneo per concederlo a chi si vuol far entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi, allora il pudore, che difende la nostra intimità, difende anche la nostra libertà. E la difende in quel nucleo dove la nostra identità personale decide che tipo di relazione instaurare con l'altro. (p. 57)
  • Iniettarsi eroina si dice in italiano "bucarsi". Il corpo si fa "abisso", che etimologicamente significa "senza fondo". Allo stesso modo in francese "essere alcolizzato" si dice "bere come un buco (boire comme un trou)". Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacità di "contenere" con immagini platoniche. (p. 66)
  • [...] Il desiderio che, come ci ricorda Platone, è fatto di "mancanza " e di "nulla", chiede che si aumenti la dose, per cui in un certo senso la tossicomania riprodurrebbe, come nessun'altra cosa, il perfetto funzionamento del desiderio, che non cerca il piacere nel mondo, ma l'estinzione rapida e immediata di quella "mancanza" che è la sua struttura costitutiva. Nessuno infatti desidera ciò che ha, ma solo ciò che non ha. Il nulla è l'anima del desiderio che, nella sua versione anestetica, rende l'appetito irresistibile e il piacere insoddisfacente. (p. 70)
  • A partire dal Sessantotto e via via nel corso degli anni successivi, la contrapposizione tra il permesso e il proibito tramonta per far spazio a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra il possibile e l'impossibile. (p. 80)

La casa di psiche

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1. L'età romantica come epoca della disillusione
A differenza di tutti i popoli della terra, l'uomo occidentale un giorno ha detto “Io”. L'ha annunciato Platone e l'ha esplicitato Cartesio. La psicologia ha catturato questa parola e ne ha fatto il centro della soggettività, dispiegando una visione del mondo a partire da questo centro.

Citazioni

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  • L'amore è tra me e quel fondo abissale che c'è dentro di me, a cui io posso accedere grazie a te. L'amore è molto solipsistico; e tu, con cui faccio l'amore, sei quel Virgilio che mi consente di andare nel mio Inferno, da cui poi emergo grazie alla tua presenza (perché non è mica detto che chi va all'Inferno poi riesca a uscire di nuovo). Grazie alla tua presenza io emergo: per questo non si fa l'amore con chiunque, ma con colui/lei di cui ci si fida; e di che cos'è che ci si fida? Della possibilità che dopo l'affondo nel mio abisso mi riporti fuori.

La terra senza il male

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Questo libro parla della terra e del suo male, del segno e del simbolo del linguaggio e del suo limite. Questo libro parla di Jung, perché come Nietzsche, Jung raggiunge l'essenza violenta del discorso psicologico e quindi l'origine del discorso, che neppure la filosofia conosce perché, come "scienza umana", non dice che il limite.
Con Jung l'"umanesimo" è sospeso al filo sottilissimo dell'Io che narra di sé, perché, invece di lasciarsi ingannare dal Racconto, Jung domanda che cos'è il Racconto. Una domanda terribile perché assedia l'invulnerabilità del sapere. Che io sia "costruito" è la stessa storia del mio racconto che lo dice. Quindi io non sono costruito se non per un oblio della mia genesi. Ma chi mi narra il Genesi se non Dio?

Citazioni

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  • A differenza di tutti gli esseri che popolano la terra, infatti, l'uomo pensa, e ogni pensiero gli racconta la sua totale estraneità alla terra. "Gettato nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che non mi conoscono, provo spavento"[15], dice Pascal, e non allude all'infinità degli spazi cosmici, ma alla loro ignoranza alla vicenda umana: "Non mi conoscono". L'indifferenza della terra, la sua estraneità all'evento umano che ospita a sua insaputa, e a cui invia solo un messaggio di solitudine. (pp. 13-14)
  • Tra Io e Sé il conflitto è violentissimo come lo è tra Dio e la terra. (p. 20)
  • Una virtù (areté) che è cammino verso il centro invisibile e indicibile (árretos) da cui solamente è possibile il dispiegarsi di quelle armoniche circonferenze che sono il diritto, il rotondo, il bello e il giusto. Ma per questo ci vuole "altissima conoscenza (méghiston mathémata)", quella conoscenza matematica per cui Platone fa scrivere sulla porta della sua scuola "Non si entra qui se non si è geometri". (p. 40)

Le cose dell'amore

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Perché un libro sull'amore? Perché rispetto alle epoche che ci hanno preceduto, nell'età della tecnica l'amore ha cambiato radicalmente forma. Da un lato è diventato l'unico spazio in cui l'individuo può esprimere davvero se stesso, al di fuori dei ruoli che è costretto ad assumere in una società tecnicamente organizzata, dall'altro questo spazio, essendo l'unico in cui l'io può dispiegare se stesso e giocarsi la sua libertà fuori da qualsiasi regola e ordinamento precostituito, è diventato il luogo della radicalizzazione dell'individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io, e nella relazione non tanto il rapporto dell'altro, quanto la possibilità di realizzare il proprio sé profondo, che non trova più espressione in una società tecnicamente organizzata, che declina l'identità di ciascuno di noi nella sua idoneità e funzionalità al sistema di appartenenza.

Citazioni

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  • Amore è solo la chiave che ci apre le porte della nostra vita emotiva di cui ci illudiamo di avere il controllo, mentre essa, ingannando la nostra illusione, ci porta per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza. (Amore e desiderio, p. 65)
  • A differenza dell'animale l'uomo sa di dover morire. Questa consapevolezza lo obbliga al pensiero dell'ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o dal nulla. Ciò fa del futuro l'incognita dell'uomo e la traccia nascosta della sua angoscia segreta. Non ci si angoscia per "questo" o per "quello", ma per il nulla che ci precede e che ci attende. Ed essendoci il nulla all'ingresso e all'uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere. Un esistere per nulla o per Dio?
  • L'amore svanisce perché nulla nel tempo rimane uguale a se stesso.
  • Si fa presto a dire "amore". Ma quel che c'è sotto a questa parola lo conosce solo il diavolo.
  • Tra i seguaci entusiasti di Tissot incontriamo Rousseau e Kant, per i quali chi si masturba non è dissimile dal "suicida" che distrugge con un gesto la vita che il masturbatore sacrifica nel tempo. (p. 48)
  • E così il secolo dei Lumi, che per Kant segna "l'emancipazione dell'umanità da uno stato di minorità", di fronte alla masturbazione si rivela molto più arretrato, ossessivo e persecutorio di quanto non siano stati i secoli precedenti, regolati dalla religione che forse, più della ragione, ha dimestichezza con la carne e con le sofferenze della sua solitudine. (p. 50)

Orme del sacro

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"Sacro" è parola indoeuropea che significa "separato". La sacralità, quindi, non è una condizione spirituale o morale, ma una qualità che inerisce a ciò che ha relazione e contatto con potenze che l'uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sé, e come tali attribuibili a una dimensione, in seguito denominata "divina", pensata comunque come "separata" e "altra" rispetto al mondo umano. Dal sacro l'uomo tende a tenersi lontano, come sempre accade di fronte a ciò che si teme, e al tempo stesso ne è attratto come lo si può essere nei confronti dell'origine da cui un giorno ci si è emancipati.
Questo rapporto ambivalente è l'essenza di ogni religione che come vuole la parola, recinge, tenendola in sé raccolta (re-legere), l'area del sacro, in modo da garantirne ad un tempo la separazione e il contatto, che restano comunque regolate da pratiche rituali capaci da un lato di evitare l'espansione incontrollata del sacro e dall'altro la sua inaccessibilità. Sembra che tutto ciò sia stato presentito dall'umanità prima di temere o invocare qualsiasi divinità. Dio, infatti, nella religione, è arrivato con molto ritardo.

Citazioni

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  • Guardando l'uomo e guardando l'arte dobbiamo puntare gli occhi sulla loro coappartenenza, perché isolare l'uomo dalla sua espressione spirituale significa ridurlo alla condizione animale, così come isolare l'arte dall'uomo significa farla volteggiare nel regno dello spirito, dimenticando lo spessore materiale in cui l'arte, come l'uomo, prendono forma e figura. (p. 140)
  • Il mito è ricerca dell'origine, sua ripresa e riproposizione, la religione è annuncio di redenzione, sue figure sono la speranza e la fede in ciò che ha da venire. [...] Dove la religione interseca il mito, il mito si estingue. (p. 65)

Psiche e techne

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1. L'uomo e la tecnica. Siamo tutti persuasi di abitare l'età della tecnica, di cui godiamo i benefici in termini di beni e spazi di libertà. Siamo più liberi degli uomini primitivi perché abbiamo più campi di gioco in cui inserirci. Ogni rimpianto, ogni disaffezione al nostro tempo ha del patetico. Ma nell'assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che accorciano lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini, non è troppo antico per abitare l'età della tecnica che non noi, ma l'astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci, con un'obbligazione più forte di quella sancita da tutte le morali che nella storia sono state scritte, a entrarvi e a prendervi parte.

Citazioni

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  • È questa la capacità venuta meno all'uomo d'oggi, che non è in grado [...] di "immaginare" gli effetti ultimi del suo "fare".
  • L'etica, di fronte alla tecnica, diventa pat-etica: non si è mai visto che un'impotenza sia in grado di arrestare una potenza. Il problema è: non cosa possiamo fare noi con gli strumenti tecnici che abbiamo ideato, ma che cosa la tecnica può fare di noi.
  • La ragione non è più l'ordine immutabile del cosmo in cui prima la mitologia, poi la filosofia e infine la scienza si erano riflesse creando le rispettive cosmo-logie, ma diventa procedura strumentale che garantisce il calcolo più economico tra i mezzi a disposizione e gli obbiettivi che si intendono raggiungere. (p. 38)
  • La verità non è più conformità all'ordine del cosmo o di Dio perché, se non si dà più orizzonte capace di garantire il quadro eterno dell'ordine immutabile, se l'ordine del mondo non dimora più nel suo essere, ma dipende dal "fare tecnico", l'efficacia diventa esplicitamente l'unico criterio di verità. (p. 38)

Incipit di alcune opere

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Cristianesimo

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Sul sacro

1. Il senso della parola
“Sacro” è parola indoeuropea che significa "separato". La sacralità, quindi, non è una condizione spirituale o morale, ma una qualità che inerisce a ciò che ha relazione e contatto con potenze che l'uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sé, e come tali attribuibili a una dimensione, in seguito denominata “divina”, pensata comunque come “separata” e “altra” rispetto al mondo umano. Dal sacro l'uomo tende a tenersi lontano, come sempre accade di fronte a ciò che si teme, e al tempo stesso ne è attratto come lo si può essere nei confronti dell'origine da cui un giorno ci si è emancipati.

Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'occidente

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«Un asse della storia mondiale, supposto che ne esista uno, dovrebbe essere trovato empiricamente, come un fatto valido, come tale, per tutti gli uomini, compresi i cristiani. Tale asse dovrebbe essere situato nel punto in cui fu generato tutto quello che, dopo d'allora, l'uomo ha potuto essere, nel punto della più straripante fecondità nel modellare l'essere umano; esso dovrebbe essere, per l'Occidente, per l'Asia e per tutti gli uomini senza riguardo a un determinato contenuto di fede, se non empiricamente cogente e palese, per lo meno così convincente dal punto di vista della penetrazione empirica, da dar vita a una struttura comune di autocomprensione storica per tutti i popoli. Questo asse della storia appare dunque situato intorno al 500 a.C., nel processo spirituale svoltosi tra l'800 e il 200. Lì si trova la più netta demarcazione della storia. Allora sorse l'uomo come oggi lo conosciamo. A quest'epoca diamo per brevità il nome di periodo assiale» (J – UZ, 19).

Heidegger e il nuovo inizio

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1. Gli anni giovanili e i primi studi di filosofia e teologia
La vita di Martin Heidegger è estremamente povera di avvenimenti esteriori. Se infatti si eccettuano gli anni 1933-1934 durante i quali, come rettore dell'Università di Friburgo in Brisgovia, Heidegger aderì al Partito nazionalsocialista, si potrebbe dire che le date della sua vita coincidono con le tappe del suo itinerario filosofico, scandite dagli anni di pubblicazione delle sue opere e da alcune sue decisive prolusioni e conferenze.

I miti del nostro tempo

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1. Il mito dell'amore materno
Tutti sappiamo che l'amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall'amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Talvolta il rifiuto ha il sopravvento sull'amore, e allora siamo a quei casi di infanticidio, il cui ritmo inquietante più non ci consente di relegare queste tragedie nella casistica psichiatrica e qui liquidarle nel perfetto stile della rimozione.

I vizi capitali e i nuovi vizi

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Questo libro nasce da una riflessione che prende le mosse da un breve trattato scritto nel 1724 da Bernard de Mandeville e che ha per titolo Modesta difesa delle pubbliche case di piacere. Si calcola che nella prima metà del Settecento nella sola Londra le meretrici fossero più di cinquantamila; il diffondersi pestilenziale delle malattie veneree – il "mal gallico" come lo chiama Mandeville – aveva esasperato i pregiudizi contro l'incontinenza e la licenziosità sessuale. Per contrastare l'ondata proibizionista, approdata a una normativa severa che dichiarava fuorilegge la prostituzione, e al tempo stesso consapevole delle gravi implicazioni sociali del fenomeno, Mandeville, "per fronteggiare le cattive conseguenze dell'irreprimibile vizio", propone l'apertura di Pubblici Bordelli che garantiscono efficienza e buona organizzazione e siano tutelati alla stregua di Istituti di Servizio Pubblico.

Idee: il catalogo è questo

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Alchimia
Nel 1928 Jung ricevette da Pechino, inviatogli dal missionario protestante e sinologo Richard Wilhelm, e con preghiera di un commento, un trattatello taoista, Il segreto del fiore d'oro. Esso fu, come egli scrisse nei suoi Ricordi, sogni, riflessioni, il primo incontro venuto a interrompere la sua solitudine, apportandogli le prove di una naturale e spontanea parentela tra le esperienze psichiche e le esperienze alchemiche dove si tentava di trasformare metalli vili in metalli nobili e simultaneamente la psiche dell'operatore (alchimista) da condizioni di umanità impure a condizioni pure e nobili. Nel linguaggio alchemico ‘trasformazione’ significa infatti giungere alla pienezza della propria essenza segreta liberandola da impurità e corruttibilità. Questo processo vale sia per l'opera che per l'operatore.

Il corpo

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Natura e cultura non sono gli estremi di un itinerario che l'umanità non ha mai percorso, ma semplicemente due nomi che qui impieghiamo per designare l'ambivalenza con cui il corpo si esprimeva nelle società arcaiche e l'equivalenza a cui oggi è stato ridotto nelle nostre società dai codici che le governano e dal corredo delle loro iscrizioni.
Sommerso dai segni con cui la scienza, l'economia, la religione, la psicoanalisi, la sociologia di volta in volta l'hanno connotato, il corpo è stato vissuto, in conformità alla logica e alla struttura dei vari saperi, come organismo da sanare, come forza-lavoro da impiegare, come carne da redimere, come inconscio da liberare, come supporto di segni da trasmettere. Mai l'impronta della sua vita solitaria, alla periferia dei codici strutturali, continua a passare inavvertita nella sua ambivalenza che, incurante del principio di identità e differenza con cui ogni codice esprime la sua specularità bivalente, dice di essere questo, ma anche quello.

Il libro delle emozioni

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1. La mente e il cuore
Ragioniamo con la mente, amiamo e odiamo con il cuore. Questa è la condizione dell'uomo, attratto dalla mente che esercita il suo controllo sulle passioni, ma anche sedotto dalle passioni che sfuggono al controllo della mente.

Il segreto della domanda

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1. Origine del libro
Questo libro raccoglie sessanta delle moltissime lettere che i lettori di D la Repubblica delle donne settimanalmente mi inviano, ponendo delle domande che poi vengono discusse in quella maniera un po' anomala, che non è quella di rispondere alla domanda, ma di radicalizzarla, andando il più possibile in fondo dove si annida il radicamento. Questo modo di procedere talvolta può apparire irritante, talvolta difficile, talvolta delusivo, ma è meglio deludere l'attesa di una risposta immediata che isterilire la domanda, impoverirla, non tenerla all'altezza di ciò che chiede.
I miei commenti alle lettere qui riportate non vogliono essere un ricettario per i problemi della vita, perché questo comporterebbe che io capissi la mia e anche quella degli altri, mentre la bellezza della vita è proprio nella sua imperscrutabilità, è nel gioco indicato dai suoi enigmi che non si concedono a facili soluzioni.

Invito al pensiero di Martin Heidegger

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La vita di Martin Heidegger è estremamente povera di avvenimenti esteriori. Se infatti si eccettuano gli anni 1933-34 durante i quali, come rettore dell'Università di Friburgo in Brisgovia, Heidegger aderì al partito nazionalsocialista, si potrebbe dire che le date della sua vita coincidono con le tappe del suo itinerario filosofico, scandite dagli anni di pubblicazione delle sue opere e da alcune sue decisive prolusioni e conferenze.

L'età della tecnica e la fine della storia

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Non è solo per il fatto che noi viviamo nel tempo che la storia esiste. La storia è una cosa del tutto particolare: perché nasca bisogna che il tempo sia inscritto in un disegno, e il tempo non è di per sé inscritto in un disegno. Esso può assumere una valenza cronologica lineare (passato, presente, futuro) – come vuole la tradizione giudaico-cristiana – oppure ciclica – come per i Greci. Detto questo, però, il tempo non è ancora storia; la storia è quando il tempo, essendo inscritto in un disegno, ha un senso. Non tutti i tempi hanno un senso – e intendiamo senso in una duplice accezione: di significato e di direzione, e quindi diciamo che il tempo ha un senso quando il disegno in cui viene inscritto gli imprime una direzione che gli conferisce un significato. Questa cosa la capiscono meglio i giovani rispetto ai vecchi, perché i giovani si innamorano, e quando si innamorano si dice che “nasce una storia”. E cosa vuol dire che nasce una storia? Che quel tempo non è il tempo di prima e il tempo dopo, non è il semplice trascorrere dei giorni, ma è un tempo carico di senso che una direzione: o di amore o di naufragio dell'amore. Quindi la storia ha una sua qualità, una qualità temporale: non è temporalità in quanto tale, ma tempo fornito di senso.

La lampada di Psiche

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Sessualità e prostituzione nell'era della tecnica
Una serie di delitti ha riacceso il dibattito attorno al fenomeno (in fondo sempre sommerso) della prostituzione. La più grande rivoluzione del ventesimo secolo (l'emancipazione femminile), non ha estirpato l'antichissimo mestiere, che sopravvive ad ogni epoca storica, la nostra inclusa. Il fatto di cronaca ci suggerisce dunque una prima riflessione: sessualità e prostituzione nell'età della tecnica.

La parola ai giovani

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Noi ventenni abbiamo fretta di realizzare i nostri sogni
Gentile dottor Galimberti, noi siamo la generazione dei ventenni. Quelli che sono nel limbo del tempo, troppo piccoli per essere credibili davanti alla società, e troppo adulti per vivere spensierati come bambini. Abbiamo le prime responsabilità con cui confrontarci, abbiamo fame di vita e voglia di essere, di farcela, di affermarci. Ma come la cultura del fast, veicolata dai media e resa possibile dalla tecnologia, anche noi vogliamo essere qui e ora. Vogliamo arrivare. Concretizzarci. Siamo impazienti. Di diventare, di affermarci, di vederci adulti padroni delle nostre sfere indipendenti.

Paesaggi dell'anima

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L'orizzonte silenzioso del mito
Noi occidentali abbiamo dato voce anche alle mute parole dell'anima e così abbiamo risolto i miti in significati e i simboli in segni. A questa operazione dissacrante si è applicata in modo particolare la psicoanalisi, scienza della decodificazione, che ha dissolto ogni mito in un residuato di segni che possono anche indicare la via della salute, ma non più la magia della vita. E così il sapere aumenta, ma non rischiara il paesaggio che il mito custodisce come riserva infinita di rinvii che, se non approdano a una meta, evitano almeno all'uomo e al mondo di precipitare nell'angustia di una definizione.

Psichiatria e fenomenologia

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La crisi della psichiatria e i sospetti che avvolgono la psicoanalisi non sono del tutto infondati. Sia l'una che l'altra, infatti, derivano i loro modelli concettuali da quello schema che Cartesio ha introdotto e che la scienza ha fatto proprio quando, per i suoi scopi esplicativi, ha lacerato l'uomo in anima (res cogitans) e corpo (res extensa), producendo quello che, secondo Binswanger, è "il cancro di ogni psicologia".

Umberto Galimberti racconta Freud, Jung e la psicoanalisi

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Nel 1927, a settantun anni, quando la vita di ciascuno incomincia a rivelare a chi l'ha vissuta il suo segreto, Freud scrive nel Poscritto al suo saggio: Il problema dell'analisi condotta dai non medici: «Dopo quarantun anni di attività medica la conoscenza che ho di me stesso mi dice che in verità non sono mai stato propriamente un medico. Sono diventato medico essendo stato costretto a distogliermi dai miei originari propositi, e il trionfo della mia esistenza consiste nell'aver ritrovato, dopo una deviazione tortuosa e lunghissima, l'orientamento dei miei esordi.

  1. Visibile al minuto 00:11:30 di Omnibus - L'Odissea per chi in Italia vuole adottare (Puntata 31/01/2016), YouTube, 1° febbraio 2016.
  2. Dall'introduzione a Ernesto de Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 2001, p. XI. ISBN 88-07-81675-X
  3. a b Dall'intervista di Marco Montemagno, 17 novembre 2019. Video disponibile su Youtube.com (min. 0:50-1:50; 3:35-5:41).
  4. Dalla trasmissione In Onda del 12 febbraio 2023; in Galimberti: "La società ci incanala in una divisione sessuale rigorosa che serve a lei", la7, 12 febbraio 2023.
  5. Citato in Quegli addebiti di Galimberti al Cristianesimo, Varese News, 27 febbraio 2024
  6. https://m.feltrinellieditore.it/news/2006/05/19/umberto-galimberti-quella-virtu-cosi-difficile-da-insegnare-6691/
  7. Dalla trasmissione televisiva Anno Uno, La7, 4 giugno 2015; citato in Galimberti: "L'amore è l'unico strumento per crescere bene i figli", Announo.tv, 4 giugno 2015.
  8. Etsi Deus non daretur, formula del giurista olandese Ugo Grozio (o Huig de Groot, 1583-1645).
  9. Da Critica della ragion pratica.
  10. Da Giordano Bruno la divina follia contrapposta alla scienza, 11 febbraio 2001.
  11. Da Il filosofo pioniere dell'antropologia, 16 febbraio 2005, p. 50.
  12. Da La fede come rimedio all'insensatezza, repubblica.it, novembre 2006.
  13. a b Riportato anche sulla copertina posteriore de Le cose dell'amore, Feltrinelli.
  14. Da L'uomo è antiquato, vol. II: Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale.
  15. Da Pensieri, n. 205.

Bibliografia

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  • Umberto Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2012. ISBN 978-88-07-17222-9.
  • Umberto Galimberti, Gli equivoci dell'anima, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2001. ISBN 88-07-81642-3.
  • Umberto Galimberti, Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'occidente, Il Saggiatore, Milano, 1996. ISBN 88-428-0386-3.
  • Umberto Galimberti, Heidegger e il nuovo inizio . Il pensiero al tramonto dell'Occidente, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2020. ISBN 978-88-07-10553-1.
  • Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2009. ISBN 978-88-07-17162-8.
  • Umberto Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2004. ISBN 88-07-84027-8.
  • Umberto Galimberti, Idee: il catalogo è questo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2009. ISBN 978-88-07-81527-0.
  • Umberto Galimberti, Il corpo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2013. ISBN 978-88-07-88237-1.
  • Umberto Galimberti, Il gioco delle opinioni, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007. ISBN 978-88-07-81800-4.
  • Umberto Galimberti, Il libro delle emozioni, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2021. ISBN 978-88-07-17400-1.
  • Umberto Galimberti, Il segreto della domanda. Intorno alle cose umane e divine, Apogeo, Milano, 2008. ISBN 978-88-503-2717-1.
  • Umberto Galimberti, Il tramonto dell'occidente. Nella lettura di Heidegger e Jaspers, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2005. ISBN 978-88-07-81849-3.
  • Umberto Galimberti, Invito al pensiero di Martin Heidegger, Mursia, Milano, 1989. ISBN 88-425-0080-1.
  • Umberto Galimberti, L'età della tecnica e la fine della storia, Orthotes, Napoli, 2021. ISBN 978-88-93-14314-1.
  • Umberto Galimberti, L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007. ISBN 978-88-07-17143-7.
  • Umberto Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2005. ISBN 88-07-10391-5.
  • Umberto Galimberti, La lampada di Psiche, a cura di Paolo Belli, Casagrande, Bellinzona, 2001. ISBN 88-7713-345-7.
  • Umberto Galimberti, La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Giangiacomo Feltrinelli Editori, Milano, 2018. ISBN 978-88-07-17297-7.
  • Umberto Galimberti, La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1988.
  • Umberto Galimberti, Le cose dell'amore, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2005. ISBN 88-07-84048-0.
  • Umberto Galimberti, Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2001. ISBN 88-07-17044-2.
  • Umberto Galimberti, Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano, 1996. ISBN 88-04-42130-4.
  • Umberto Galimberti, Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1999. ISBN 88-07-10257-9.
  • Umberto Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2006. ISBN 88-07-81932-5.
  • Umberto Galimberti, Umberto Galimberti racconta Freud, Jung e la psicoanalisi, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma, 2011.

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