Slavenka Drakulić

scrittrice croata

Slavenka Drakulić (1949 – vivente), giornalista e scrittrice croata.

Drakulić nel 2016

Citazioni di Slavenka Drakulić

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  • Tutti noi che viviamo nei Balcani, dovremmo innanzitutto chiederci se abbiamo fatto abbastanza in questo caso, prima di chiedere agli altri di fare qualcosa per noi, e ancor meno accusarli di fare troppo poco. Chi di noi può sostenere di avere fatto abbastanza? Certamente non io. Mi sono limitata a scrivere sulla guerra e, come ormai abbiamo capito, scrivere non basta.[1]
  • [Sull'Operazione Tempesta] Questa folgorante vittoria in appena 84 ore ci porta però a domandarci se l'intera operazione non sia stata organizzata preventivamente come parte di un accordo politico, e in che misura sia stata davvero dovuta all'efficienza dell'esercito. Ci sono buone ragioni per ritenere che la Krajina, in definitiva, sia stata restituita a Tudjman perché Milosevic l'ha lasciata cadere nelle sue mani, come veniva annunciato in prima pagina a Belgrado dal settimanale «Politika» nello stesso giorno in cui cominciava l'operazione «Tempesta». Se è così, si pone una domanda: in che consiste l'accordo, che cosa guadagnerà Milosevic in cambio della Krajina? Lo vedremo presto. Per il momento, ai croati importa sopratutto che la bandiera di Zagabria sventoli su Knin.[2]
  • La verità è che la vittoria ha avuto un risvolto sinistro. Pare che l'esercito croato abbia riconquistato città e villaggi deserti. Che cosa è successo ai 250 mila abitanti (stima Onu) della regione della Krajina? Si direbbe che l'intera popolazione sia scomparsa, ma c'è una spiegazione: città e villaggi sono stati svuotati preventivamente. La popolazione è stata costretta ad andarsene con la forza. I serbi sono stati cacciati dal loro stesso esercito, dalla loro stessa propaganda e dalla paura che ha indotto. È un fatto straordinario che non sia rimasta un'anima, che l'intera popolazione della regione sia svanita e che il mondo assista così al più grande esodo dall'inizio della guerra. Senza dubbio si tratta di una catastrofe umanitaria e tutti se ne rendono conto. Ma non è questo il punto. Il punto è che pur non essendo colpa dell'armata croata, il triste risultato è lo stesso: una pulizia etnica. La Croazia è rimasta senza serbi, perlomeno in Krajina.[2]
  • Basta gettare una rapida occhiata allo scaltro sorriso sulla faccia di Milosevic o al doloroso spasmo su quella di Tudjman per capire che i due sono stati letteralmente costretti a firmare il trattato di pace. Per questo io non posso fidarmi di loro.[3]
  • Quando c'era la guerra, nessuno si chiedeva: ma perché? La questione trova uno spazio ora che si affaccia la pace. Perché questa infinita sofferenza, perché Sarajevo, perché Mostar, perché gli orrori di Srebrenica? Perché le pulizie etniche e poi gli applausi scambievoli? Penso che il prezzo della pace è troppo alto, troppe persone sono morte inutilmente.[3]
  • Molte cose sono cambiate in questo periodo, ma qui non c'è stata rivoluzione. Il potere politico è cambiato, va bene, ma quel che abbiamo avuto in cambio è una dittatura legittimata democraticamente. Un bluff. Una menzogna. Una sciarada. Poi la guerra, iniziata perché l'élite serba voleva mantenere il potere.[4]
  • Il mondo ricorda ancora le lunghe fila di persone, centinaia di migliaia, che lasciavano il Kosovo per riversarsi nelle vicine Albania, Macedonia - un esodo di proporzioni bibliche. I 2,2 milioni di persone della forte minoranza albanese in Serbia erano vittime della brutalità dei loro vicini serbi, di Milosevic, della sua polizia e dell'esercito, tutti impegnati nel compito della pulizia etnica. Ciò dà loro il diritto morale a un proprio Stato, alla libertà e all'indipendenza. Tuttavia, la loro legittima rivendicazione di uno Stato, il loro diritto morale e il loro diritto a una giustizia non coincidono con il diritto legale ed è qui che cominciano le complicazioni. Non soltanto per i kosovari. Anzi, forse non tanto per i kosovari quanto per gli altri. Innanzitutto, vi è, ovviamente, la questione di quali Stati della Ue riconosceranno la loro indipendenza. Qui si è creata subito una prima frattura: come potrebbe riconoscerla, per esempio, la Spagna, quando i baschi non vedono l'ora di fare altrettanto? Oppure la Romania, dov'è la minoranza ungherese a sollecitare l'indipendenza. O Cipro.[5]
  • Tralasciando la frustrazione della Serbia per la perdita del Kosovo (che dovrebbe essere tenuta in dovuto conto), ora l'intera regione sembra essere quasi pronta a manifestare le singole aspirazioni: i serbi della Repubblica Serba, i croati nella Bosnia Erzegovina, gli albanesi della Macedonia - nonché i serbi della regione croata della Krajina - perché non dovrebbero anche loro tentare di seguire la stessa strada? Chi spiegherà loro che non sono un "caso speciale"? Il seme della paura è stato nuovamente seminato e questa è, in effetti, una conseguenza triste di un atto di secessione altrimenti giusto e meritato.[5]
  • Quando si parla di personaggi storici, le cui biografie sono già state scritte, allora si possiede una cornice, uno scheletro per un romanzo. C'è un sufficiente numero di buone biografie a disposizione, soprattutto di Einstein e Picasso. Perciò, qualcun altro ha già fatto metà del mio lavoro. Per la verità, uno potrebbe chiedere, se tutto è noto, perché scrivere un romanzo? La risposta breve è che un testo letterario può andare più lontano, più in profondità in un personaggio, e può presentare le sue emozioni e i suoi pensieri.[6]
  • La mia generazione, sotto il socialismo dopo la Seconda Guerra Mondiale, è cresciuta con i diritti di base garantiti. L'uguaglianza dei sessi è stata istituita nel sistema giuridico. C'era una grande sproporzione tra la teoria e la pratica patriarcale nella vita di ogni giorno, ma abbiamo combattuto contro di essa. Ciò che le donne hanno imparato dopo il 1989 è che i diritti delle donne non sono mai garantiti per sempre. Possono sempre essere revocati, come vediamo con il diritto all'aborto in Polonia ora. Più cresce il nazionalismo in una società, meno diritti per le donne ci sono. Temo che per le donne la lotta non finisca mai.[6]

Intervista di Dino Frescobaldi, La Repubblica, 18 maggio 1993

  • Mi sento pienamente croata ma rifiuto che mi si costringa a un determinato modo di esserlo e di manifestarlo.
  • La Jugoslavia di oggi è un laboratorio per il futuro dell'Europa. Prima di tutto per l'Europa dell'est e in particolare per l'ex Unione Sovietica. Non accetto l'idea che i popoli balcanici siano considerati qualcosa di diverso dal resto dell'umanità, di irrimediabilmente condannati e isolati dal consorzio umano nell'analisi di quanti hanno paura del contagio. In tutto il mondo e anche nella parte dell'Europa, che oggi si reputa al sicuro e vaccinata contro la peste dei nazionalismi, esistono potenzialità di svolte storiche verso analoghi destini e situazioni non dissimili. Ovunque ci sono nazionalità e etnie capaci all'improvviso di risvegliarsi e esplodere com'è accaduto da noi.
  • Siamo a lungo vissuti in una mistificazione. Sotto il regime di Tito la storia che s'insegnava nelle nostre scuole cominciava nel 1941 con l'inizio della guerra partigiana. Tutto il resto, quanto era avvenuto prima era ignorato. Era una storia ideologizzata e dunque falsa, come del resto quella che veniva insegnata sotto tutti i regimi comunisti. Per questo gli eventi ci hanno colti impreparati, la scoperta di determinate realtà ci ha travolti, ubriacati. In breve non eravamo sufficientemente immunizzati.
  • In Croazia, sotto il regime di Tudjman, si rovesciano gli schemi. Gli esponenti del movimento ustascia, fino all'altro ieri gettati alla gogna, sono esaltati, mitizzati. S'intitolano piazze e scuole a coloro che furono i più stretti collaboratori di Pavelic, come l'ex-ministro dell'educazione nazional-fascista Milo Bubak. Anche questa è una mistificazione e io mi rifiuto di soggiacere a questo inganno.

Sullo Stari Most, La Stampa, 20 novembre 1993

  • Quel ponte che aveva visto guerre, morti e distruzioni non esiste più, non è sopravvissuto a quest'ultima guerra ed è crollato di fronte alla sua brutalità.
  • Distruggendo tutto ciò, spazzando via pietre tombali e chiese, biblioteche, teatri e monumenti, questa gente distrugge se stessa, il suo passato, la storia, la cultura, la tradizione, la memoria. Stanno trasformando questo Paese in una landa desolata, come se nessuno ci dovesse più vivere, neppure un vincitore.
  • Improvvisamente sento l'assenza del ponte come uno spasmo allo stomaco, un nodo in gola. Perché quello che vedo a una seconda occhiata non è più la semplice assenza del ponte - è l'assenza che crea un vuoto. Sento la morte in agguato. Al posto del ponte crollato, vedo un buco nero che risucchia e distrugge tutta la vita intorno a sé.
  • La distruzione di uno dei monumenti della nostra civiltà è un momento di riflessione. L'uccisione del ponte è una sconfitta dei nostri sforzi di eternità. Per la sua bellezza e la sua grazia, per quello che simbolizzava per tutti noi, perché era il risultato della creatività individuale mescolata all'esperienza collettiva, il ponte trascendeva il nostro destino individuale.

L'Unità, 30 luglio 1995

  • Pensavamo di essere liberi, vivevamo con ironia sotto il regime, nessuno di noi giovani pensava di iscriversi al partito. Non ci siamo fatti una coscienza politica reale, non sentivamo la necessità di fare un'alternativa, vivevamo nel "vacuum" politico. Finito il comunismo siamo stati strozzati dal nazionalismo dei vari Milosevic, Tudjman, Karadzic. In questo senso mi sento colpevole.
  • Questa guerra è caduta sulle teste di tutte le genti della ex Jugoslavia. Nel 1991 è stato detto in ex Jugoslavia ci sono odi atavici, c'è sempre stato un conflitto sotteso. Tutte spiegazioni semplicistiche. Qui si viveva una vita tranquilla finché una élite politica non ha deciso che era arrivato il momento di fare la guerra. Politici e intellettuali serbi prima di tutto, a cui hanno risposto i croati con il loro nazionalismo. La gente di Bosnia è stata l'ultima a capire cosa stava accadendo.
  • I musulmani sono stati definiti come gruppo etnico nel '74. Sono croati o serbi che hanno aderito dopo l'Impero ottomano all'Islam. Questi sono musulmani europei che non vivono di culto. Quando però uccidono 200mila persone di uno stesso gruppo etnico e metà della popolazione è costretta a fuggire, allora questo non poteva che creare un processo di identificazione per cui i musulmani hanno cominciato a dirsi tali per difendersi.

La Stampa, 16 luglio 1996

  • Le elezioni sono state imposte alla Bosnia. E in questa situazione, sono state un delitto a sangue freddo. La Bosnia ha firmato la sua morte come Stato. La ragione è semplice: dopo quattro anni di guerra, la maggioranza delle sue genti - serbi, croati e musulmani - non vuole convivere. Né vogliono i loro autocratici leader, i presidenti dei partiti di governo. Nessun patto e nessuna elezione possono costringerli a vivere insieme la loro vita di tutti i giorni. Lo Stato bosniaco sarà perciò soltanto un guscio vuoto, con il governo federale che non adempie alle sue funzioni. E le tre nazioni divise, o «etnie», vivranno nei loro territori etnicamente ripuliti, ognuno con il suo partito di governo, il suo esercito, la sua polizia - e la sua religione.
  • Non ci sono state le più elementari condizioni per elezioni democratiche. Metà della popolazione bosniaca è stata ripulita etnicamente, deportata o costretta a emigrare - vale a dire, a vivere in un posto diverso da quello dove viveva prima della guerra.
  • I musulmani sono le maggiori vittime, i perdenti in termini sia di popolo sia di territorio. Non si ci può aspettare che dicano ok, ora dimenticheremo i massacri della nostra gente, i bombardamenti, i campi di concentramento, gli stupri, l'assedio di Sarajevo, la distruzione di Mostar... Soprattutto perché in questi quattro anni si sono armati e hanno stretto un patto di ferro con i Paesi fondamentalisti.
  • L'errore cruciale, probabilmente irreversibile, è stato commesso all'inizio della guerra bosniaca, nel 1992, quando l'Europa ignorò l'invocazione di aiuto e decise di non soccorrere la Bosnia per paura del suo «fondamentalismo». Paradossalmente, in questo modo costrinse il governo bosniaco, che non era fondamentalista (la maggior parte dei musulmani bosniaci non era neppure osservante!) a cercare l'aiuto di Paesi fondamentalisti come l'Iran e la Libia, probabilmente in cambio della promessa di creare uno Stato fondamentalista nel cuore dell'Europa. Furono lasciati senza scelta.

Sull'assedio di Sarajevo, La Stampa, 29 settembre 1996

  • Scuole, ospedali, pensiline degli autobus, negozi... tutto demolito. È evidente che per i Serbi non aveva alcuna importanza sapere contro che cosa sparavano. La loro logica era semplicissima: distruggere, distruggere tutto quanto.
  • Durante il giorno, la distruzione nel centro della città è più visibile, soprattutto in una giornata di sole. Sullo sfondo del cielo blu, i ruderi fanno pensare alle scene di un film agghiacciante. Sulla scalinata del vecchio Municipio, poi trasformato in Biblioteca Nazionale, ancora a tre anni di distanza si possono trovare brandelli di carta bruciacchiata, residui di centinaia di migliaia di libri scomparsi in un'unica esplosione. L'edificio delle Poste, quello del governo, gli alberghi, i palazzi universitari... oggi sono tutti soltanto gusci vuoti. Alla luce del giorno, la città è un corpo carico di cicatrici e di ferite aperte. Ma sono le piaghe invisibili, quelle che causano maggior dolore: amici partiti per non più tornare, parenti rimasti uccisi, invalidi, intere famiglie distrutte dalla guerra.
  • Se fossimo capaci di imparare qualcosa, forse Sarajevo potrebbe insegnarci la modestia. L'incontrare la morte ad ogni passo non lascia spazio ad altro che non sia una certa forma di modestia e, forse, a Dio o ad Allah, di chiunque si tratti. In effetti, quando ci si guarda attorno, il primo pensiero è che non esista alcun Dio, giacché se esistesse non avrebbe mai permesso una devastazione del genere. Ma gli abitanti di Sarajevo cercano di convincermi che così non è, niente affatto. Dio era qui con noi ogni giorno, era presente sia nelle nostre imprecazioni che nelle nostre preghiere, ci spiegano. Un essere umano deve pur credere in qualcosa, quando non trova alcun rifugio contro simili orrori. Proprio allora, sostengono, gli atei si sono fatti credenti.
  • Se la guerra è cominciata quando le vittime erano ormai tante che i loro nomi non venivano più nemmeno menzionati dai media, significa forse che la pace ha inizio quando le vittime sono ormai tanto poche da poter di nuovo essere elencate?

Sull'assedio di Mostar, La Stampa, 1 aprile 1997

  • Se, come dicono, Dio creò Mostar per suo diletto, oggi è chiaro che l'ha abbandonata del tutto. E forse l'ha anche maledetta, perché i sopravvissuti non riescono a convivere in pace. Anzi, muoiono, insieme o individualmente. Mostar è diventata una città di morte, perché è governata da gente organizzata per uccidere.
  • Io non sono colpevole, io non ho ordinato di bombardare il vecchio ponte. È stato il generale dell'esercito croato Slobodan Praljak. È lui il colpevole. Ma noi, cittadini croati, siamo corresponsabili anche se non abbiamo partecipato al crimine, non abbiamo bruciato le case né ucciso solo musulmano a Mostar.
  • Il generale Praljak è colpevole di aver ordinato la distruzione di un monumento storico di valore mondiale. Noi, cittadini croati, non ne siamo colpevoli ma portiamo la responsabilità di aver collaborato con lui. Di fatto gli abbiamo dato il potere di ordinare quella distruzione, perché abbiamo appoggiato il governo che per primo ha dato il via alla guerra contro i musulmani in Bosnia.
  • Di Mostar e del vecchio ponte in Croazia si continua a non parlare, perché sarebbe «poco patriottico» dire noi, i croati, abbiamo demolito mezza città e ripulito dei musulmani l'altra metà. Questo terribile silenzio ha trasformato comuni cittadini in collaborazionisti.
  • Mostar è il test morale dei croati, così come Vukovar lo è dei serbi e nessun croato dovrebbe mai avvicinarsi a quei luoghi senza sentire la propria responsabilità per ciò che la sua gente ha fatto e sta ancora facendo lì. Finché non lo avremo capito, non ci sarà pace a Mostar.

La Stampa, 9 dicembre 1998

  • Decenni di potere comunista - con i suoi valori morali e abitudini mentali - non possono essere cancellati in dieci anni appena. Ecco cosa ci rende diversi dall'Europa Occidentale.
  • I vecchi diritti alla pensione, all'assistenza sanitaria, lunghe vacanze e altri vantaggi sociali sono scomparsi. La maggioranza delle persone si sente completamente indifesa di fronte ai capricci di questo capitalismo selvaggio che ora sembra governare le vite. Si sente impreparata e non protetta, vittima di una frustrazione che è spesso erroneamente descritta come nostalgia. Non è tanto nostalgia per il passato quanto incertezza per il futuro.
  • L'Europa è ancora divisa, ma è divisa in un modo diverso: non dal muro di Berlino, ma da ciò che resta della mentalità comunista. Ogni uomo d'affari occidentale può rilevare la mancanza di un'etica del lavoro. Oggi la gente deve lavorare di più per guadagnare di meno, il che contraddice la vecchia logica comunista: per quanto poco io lavori, nessuno può darmi una paga altrettanto bassa. La mancanza di consuetudine col denaro e la proprietà privata ha portato il caos in Albania; la mancanza di una tradizione democratica porta gente come Slobodan Milosevic al potere; la mancanza del senso di responsabilità individuale costituisce la principale linea di demarcazione fra Est e Ovest oggi in Europa.

Su Franjo Tuđman, La Stampa, 21 novembre 1999

  • In Croazia il senso della morale non è completamente scomparso, ma si mescola con l'imbarazzante senso di liberazione da un grosso peso. La biologia sta facendo ora ciò che i croati non sono riusciti a fare negli ultimi dieci anni: ridurre Tudjman alla sua misura umana.
  • Oggi la Croazia vive nella menzogna le condizioni di salute del suo presidente. E vivere nella menzogna significa essere abituati all'ipocrisia.
  • Incarna un regime autoritario, egli è il regime. La sua fine chiuderà un capitolo della storia croata e, speriamo, di un datato modello di potere. Si potrebbe anche dire che Tudjman, come persona, è scomparsa molto tempo fa, nel momento stesso in cui si è identificato con la sua funzione. Da allora, egli si è trasformato in un monumento vivente. E quando i monumenti cadono, nessuno piange.

Sullo stupro durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, La Stampa, 28 febbraio 2001

  • Le donne che avevano subito stupri e violenze collettive, per esempio in Germania durante la seconda guerra mondiale, raramente lo hanno raccontato. Tutto doveva essere taciuto e dimenticato. Invece, le donne della Bosnia hanno capito che per ottenere giustizia dovevano compiere quel passo. Uscire allo scoperto. Urlare, parlare, denunciare.
  • La testimonianza diretta è stato un gesto eroico delle donne bosniache. Hanno dovuto presentarsi in aula e ammettere di aver subito violenza. Dire al mondo intero: «Sì, sono stata stuprata». Ammettere di fronte a tutti la loro vergogna e convivere poi con i mariti, i figli, i fratelli, i padri, gli altri. E la Bosnia non è Berlino o Stoccolma, non è un Paese emancipato da decenni. Senza queste gesta coraggiose che cosa sarebbe accaduto?
  • Le donne bosniache, unite, hanno strappato dall'anonimato i loro carnefici e li hanno consegnati alla storia. Alla storia degli orrori.

Su Slobodan Milošević, La Stampa, 19 aprile 2001

  • Se davvero intendesse uccidersi, è affar suo. Ma solo un pazzo, un codardo o un opportunista può minacciare di uccidere anche moglie e figlia. Lo può fare solo un uomo che considera le vite di chi gli sta vicino uno strumento da usare per raggiungere il proprio scopo. E poi ritira la minaccia perché vuole vivere.
  • Sarebbe stato più facile per tutti se Milosevic si fosse tolto la vita. Ma lui non ha avuto il coraggio di compiere quel gesto e il mondo continuerà a patire la sua presenza. I serbi innanzitutto. Forse prenderanno il denaro di cui hanno bisogno.
  • Poveri serbi, potremmo dire. Dopo tutto, essendo così bravi nell'autocommiserazione, forse meritano un po' di pietà. Ho guardato sgomenta come la gente normale ha raccontato in tv che «sì, Milosevic dovrebbe essere processato ed estradato all'Aia». Ciò che mi ha colpito è che quasi tutti l'hanno abbandonato così velocemente, così in fretta! Come se lui fosse stato l'unico colpevole e come se il suo arresto avesse lavato le loro coscienze. Inoltre, ci si dovrebbe ricordare che loro, i serbi, erano quelli che hanno obbedito agli ordini. Hanno ucciso i musulmani, i croati, i kosovari... La loro responsabilità non sparisce solo perché Milosevic è stato arrestato. Il grande compito di affrontare le proprie responsabilità (o colpe) è ancora di fronte a loro, forse un passo più avanti.

Intervista di Ivana Mikulicin, Jutarnji list, 13 marzo 2006; riportato e tradotto in Balcanicaucaso.org

  • Milosevic è morto in una cella del carcere, solo come un cane, esperendo così da se stesso il destino di molte vittime della sua politica. Tuttavia, a lui arriverà comunque un altro tipo di giustizia, quella storica.
  • Non dovete dimenticare che i tribunali di Belgrado, Zagabria o Sarajevo non erano nemmeno interessati né erano pronti a condurre indagini e processi sui propri criminali di guerra. Sarebbe stato di gran lunga più efficace, ma anche molto difficile in una situazione in cui la maggior parte della gente crede ancora che il suo esercito non ha commesso crimini di guerra.
  • Per i serbi sarebbe stato molto più importante se Milosevic avesse atteso la sentenza. Non solo perché sarebbe finito in carcere, ma perché avrebbe assistito anche ufficialmente, pubblicamente, alla condanna giudiziaria della sua politica nazionalista, d'odio e di guerra.

Intervista di Andrea Rossini, Osservatoriobalcani.org, 18 febbraio 2009

  • Sembrava surreale guardare alla televisione il Muro che crollava. Era chiaramente un momento storico, e fortemente simbolico. Smantellare il Muro voleva dire smantellare il comunismo, farlo letteralmente diventare una maceria... Ed era emozionante vedere la gente che lo scavalcava, si incontrava, si abbracciava e piangeva. Ricordo che ho dovuto darmi un pizzicotto, e per me è diventato tutto vero solo quando ho visitato Berlino di nuovo, e ho visto che il Muro non c'era più. Tuttavia credo che sia scomparso presto, forse troppo presto. Posso capire il desiderio di farlo sparire, ma forse sarebbe stato meglio conservarne alcuni grandi tratti, come monumento alla stupidità umana. Ora c'è il rischio che le generazioni future dicano: il Muro? Quale Muro? Così come esiste già un rischio simile con il comunismo: comunismo? Quale comunismo?
  • Nel 1989, c'erano già da diversi anni una serie di raduni nazionalistici di massa, specialmente in Serbia. Il cosiddetto ”hate speech” era al culmine. I media erano stati ridotti a macchine di propaganda, che diffondevano il nazionalismo come un fuoco. Stavano preparando psicologicamente la gente alla guerra. So che dall'esterno sembrava che le guerre (in Croazia e Bosnia) fossero scoppiate da un giorno all'altro. Non è stato così, i preparativi sono continuati per almeno 5 anni. Il nostro problema, in Jugoslavia, era che noi eravamo gli ultimi che continuavano a credere nel nostro tipo di "socialismo dal volto umano". Noi, specialmente la mia generazione, non siamo stati in grado di creare in tempo un'alternativa politica democratica, mentre i nazionalisti erano pronti a prendere il sopravvento, per realizzare i propri sogni di Stato-nazione.
  • La nostra situazione, in Jugoslavia, era molto differente da quella dei Paesi del blocco sovietico. Come dicevo, non avevamo un'alternativa democratica, nessun gruppo o partito politico pronto ad assumere il potere. Non c'era nessun Vaclav Havel. Gli intellettuali poi (professori, accademici, giornalisti, scrittori) erano molto coinvolti nel nazionalismo. Si sono incaricati di diffondere il nazionalismo nei media.
  • Vivendo per molte generazioni sotto il comunismo è normale sviluppare alcuni valori e abitudini, un certo modo di pensare e di comportarsi. E non è facile liberarsi delle vecchie abitudini. Questo è uno dei motivi che spiegano l'inerzia. Prima era più facile, si potevano attribuire al governo e al partito comunista tutte le colpe e i problemi. Credo che questo tipo di mentalità sia resa evidente dal fatto che la gente, nei Paesi ex comunisti, ha una grande difficoltà ad assumersi la responsabilità personale, dai livelli più alti a quelli più bassi.
  • Le differenze tra i due blocchi, economiche, politiche, storiche e sociali, erano troppo grandi per essere annullate in soli due decenni. Due decadi non sono molto in termini storici. Un buon esempio è la Germania unita. Se la guardiamo da vicino, vediamo che il processo di unificazione è in realtà molto lento e che, nei fatti, la Germania è ancora un Paese diviso. Cosa possiamo aspettarci allora per gli altri Paesi dell'ex blocco sovietico?
  • Le persone che avevano più di 30 anni, quando è avvenuto il cambiamento, sono dei perdenti. Un rivolgimento politico immenso è avvenuto nel mezzo delle loro vite. Improvvisamente si sono trovati senza un lavoro, senza sicurezza, senza soldi, assaliti dal capitalismo consumista e dai suoi valori. Come vi sentireste? Tuttavia, questa nostalgia non viene interpretata correttamente. Non si tratta di rimpianto per il regime comunista, ma per la sicurezza che la gente percepiva allora. Sì, non erano liberi, ma erano sicuri. Oggi sono liberi ma insicuri.

Avvenire.it, 31 gennaio 2013

  • In varie sue dichiarazioni, Nikolic ha dimostrato di non sostenere i valori comuni europei, affermando tra l'altro che quanto e accaduto a Srebrenica non e stato genocidio. Egli ha inoltre detto e ripetuto, nei primi sei mesi della sua presidenza, che la Serbia non riconoscera mai l'indipendenza del Kosovo, anche a costo di perdere la propria candidatura per entrare nell'Ue. Questo esempio dimostra che le politiche di riconciliazione sono troppo importanti per essere delegate alle opinioni individuali dei singoli politici, e necessitano invece di un approccio sistematico.
  • Condizione necessaria al processo di riconciliazione è la giustizia; la giustizia e il fondamento su cui poggia ogni riconciliazione. Ma non esiste giustizia senza verità. Senza un sistema giuridico per processare i propri criminali di guerra e quindi rivelare fatti riguardanti i crimini commessi nei recenti conflitti, qualsiasi altra cosa, qualsiasi altro tentativo è destinato a fallire. Non è un compito semplice. In Croazia, il vero ostacolo è rappresentato dall’assurda convinzione, nutrita per quasi due decenni, che l'esercito croato non possa essere stato colpevole di crimini di guerra perché stava difendendo la nazione.
  • L'insegnamento della storia deve essere basato sui fatti, non su miti e ideologie. I libri e i manuali di storia di oggi sono pieni di informazioni contraddittorie. La domanda è: come possono le arti e la cultura promuovere la riconciliazione quando la cultura popolare e le sue istituzioni - per esempio le accademie delle scienze serba e croata - incoraggiano al nazionalismo?

Intervista di Giordano Stabile, La Stampa, 16 ottobre 2014

  • Sia l'Albania che la Serbia hanno troppo da perdere in un altro conflitto. E fra Tirana e Belgrado non c'è mai stato un confronto diretto. Pesa il Kosovo, certo. C'è il mito della Grande Albania, che però i dirigenti albanesi non hanno mai cavalcato apertamente, in nessun documento ufficiale.
  • La pace ora l'abbiamo! Ed è la cosa più preziosa. Quello che manca è una vera riconciliazione.
  • Il nostro problema è che non parliamo del passato. Fra croati e serbi, albanesi. Non abbiano mai chiarito di chi erano le responsabilità nella Seconda guerra mondiale, nella guerra civile. Preferiamo nascondere le cose sotto il tappeto. E invece finché non si fanno i conti col passato non si può guardare al futuro.
  • In Serbia come in Croazia l'ideologia nazionalista ha sostituito quella comunista. E i principio autoritario non è cambiato. La gente teme ancora il potere, tende a pensare come dicono dall'alto. Ed è facilmente manipolabile da chi usa la propaganda nazionalista.

Eastjournal.net, 2 marzo 2021

  • Dora Maar è stata molto più di una modella, di un'ispirazione per Picasso per oltre un centinaio di quadri e disegni. Era un’attivista di sinistra, colta, istruita, membro del circolo degli artisti surrealisti, tra i quali figuravano André Breton e Paul Éluard. Aveva una propria opinione su tutto, soprattutto sulla politica e sull'arte; Picasso stesso le chiedeva quale fosse il suo pensiero su temi politici.
  • [Su Pablo Picasso] Era un tipo di artista che aveva a cuore solamente se stesso e la propria espressione creativa; aveva bisogno degli altri solo come "materiale", come stimolo per la propria arte. Egoistico? Certamente. Questa caratteristica lo rende meno artista? Non sarei d'accordo.
  • In generale, sono molto poco propensa a interpretare le persone sulla base della loro origine e in Dora, tranne per la conoscenza della lingua, non riconosco nessuna particolare caratteristica balcanica.
  • Dora parlava veramente in lingua spagnola con Picasso e il fatto che lei parlasse la lingua madre di lui li legò e li avvicinò ulteriormente. La lingua madre di lei era il francese, che parlava con sua madre. Con il padre parlava in croato, quella era la loro lingua, che la madre non capiva. E padroneggiava perfettamente la lingua della fotografia. Paradossalmente, tutto questo la rese una persona insicura. Come se in nessuna di queste lingue si sentisse totalmente a casa. E come se ciascuna di queste lingue le avesse dato un’identità differente: di figlia, amante, artista.
  • Picasso durante la guerra si era nascosto, non si era impegnato dal punto di vista politico (così come durante la lotta contro il fascismo nella sua patria) e si era preoccupato unicamente di conservare le sue opere. Viveva nel timore che gli occupanti gli sottraessero i quadri, così li vendeva di nascosto, ma questa era il suo solo timore. Dopo la guerra si unì ai comunisti, quando era diventato opportuno e quando pensò di poterne approfittare.
  1. Da Caro Mazowiecki, così distrugge ogni speranza, La Stampa, 2 aprile 1995.
  2. a b Da Democrazia da costruire, La Stampa, 9 agosto 1995.
  3. a b Da «Ma io non mi fido», La Stampa, 23 novembre 1995.
  4. Da Ex Jugoslavia, una tragica farsa, La Stampa, 26 ottobre 1999
  5. a b Da Kosovo, se rinasce il seme della paura, La Repubblica, 20 febbraio 2008.
  6. a b Da Mileva e Dora: Slavenka Drakulić racconta i suoi ultimi romanzi, Balcanicaucaso.org, 8 marzo 2021.

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