Zlata Filipović

scrittrice bosniaca

Zlata Filipović (1980 — vivente), scrittrice bosniaca.

Citazioni di Zlata Filipović

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  • [Su Mario Balotelli] Non riuscivo a credere che questo campione di 19 anni, celebre, ricco e vestito alla moda, che avrebbe potuto fare mille altre cose nel corso della serata, fosse lì per ascoltare le nostre storie. (al convegno sui bambini coinvolti nelle guerre all'Università Statale, Milano, maggio 2010)[1]
  • Ciò che non dimenticherò mai è il suono delle bombe, mi terrorizza ancora oggi. Per questo odio i temporali e i fuochi d'artificio. E poi ci sono i sogni. [...] Sognavo i miei amici scomparsi e tutto ciò che più mi mancava: il cibo, la musica... Poi, una volta fuggita, non mi è più successo. Mi hanno detto che è il modo con cui il mio inconscio mi ha protetta, impedendomi di ricordare cose brutte.[2]

La Stampa, 9 febbraio 1994.

  • Il Nobel, che sciocchezza. Noi, bambini di Sarajevo, non lo vogliamo. A cosa servirebbe, se ad ogni istante corriamo il rischio di essere ammazzati? Il Nobel per la pace si dà a chi costruisce la pace, non a chi subisce la guerra.
  • Se l'Europa ci dimentica, la guerra può durare anche cento anni.
  • Tutti dicono di fermare la guerra, ma non fanno nulla e da sola la guerra non si ferma. Se non c'è altra strada, e non c'è, allora bombardateci. Purché succeda qualcosa, e qualcuno ci liberi.

La Stampa, 14 aprile 1994.

  • Oggi chiunque può leggere quelle pagine, in qualunque parte del mondo. Ma molti si chiedono se le abbia davvero scritto io oppure no. Personalmente, sono molto amareggiata per quanto è stato insinuato. Io so di aver scritto il mio diario. E ho scritto il mio diario per me stessa.
  • Alcuni sostengono che io mi paragono con Anna Frank. In realtà, non sono io, ma altri che si sono spinti a definirmi l'«Anna Frank» di Sarajevo. Io non ho mai fatto un paragone del genere. Come avrei mai potuto paragonarmi a lei e con il suo destino?
  • Il mio diario è soltanto il mio diario e il messaggio che contiene è mio, anche se ciascun bambino di Sarajevo potrebbe scrivere lo stesso diario con lo stesso messaggio, destinato a tutto il mondo.

Dalla prefazione di Milosevic: The People's Tyrant

Vidosav Stevanovic, I.B. Tauris, 30 luglio 2004, pp. ix-x

  • La storia della guerra nella ex-Iugoslavia si sta lentamente dimenticando. Abbiamo dimenticato gli autobus pieni di bambini orfani, legati ai loro sedili che lasciavano Sarajevo, correndo precipitosamente fra gli spari dei cecchini e i mortai che cadevano. Abbiamo dimenticato le case di riposo dove gli anziani morirono in silenzio di freddo. Abbiamo dimenticato gli ospedali pieni di cadaveri: abbiamo dimenticato il massacro di Markale, e il bombardamento di civili affamati mentre erano in coda per pane ed acqua. Le immagini di campi di calcio trasformati in cimiteri, di vetri rotti, di edifici devastati, dei mezzi morti, i feriti e i morti si sono fuse con altre immagini di sofferenza in altre parti del mondo, e anche queste a loro volta si stanno dimenticando.
The story of the war in former Yugoslavia is slowly being forgotten. We have forgotten the buses filled with orphan babies, tied to their seats leaving Sarajevo, rushing through sniper fire and falling shells. We have forgotten the old people's homes where the elderly died quietly of cold. We have forgotten the hospitals filled with bodies: we have forgotten the Market Place massacre, and the shelling of starving civilians as they queued for bread and water. Images of football fields turned into cemeteries, of broken glass, of devastated buildings, of the barely living, the wounded and the dead have merged with other images of suffering elsewhere in the world, and these in turn are being forgotten too.
  • [Su Slobodan Milošević] Le circostanze ne fecero il volto dell'ex-Iugoslavia nell'ultimo decennio e, per me, rappresentò un'era intera di orrore che contraddistinse la mia vita, quella dei miei genitori e di tanti altri.
Circumstance made him the face of former Yugoslavia in the last decade, and for me, he represented a whole era of horror that defined my life, that of my parents and so many others.
  • La fine di Milošević, se mai verrà, non sarà mai sufficiente. Rimane non solo nella nostra memoria ma anche nei fatti quotidiani della vita di milioni di quelli le cui vite furono per sempre cambiate da quel periodo di barbarie che lui capeggiò e simbolizzò. Ritornato al grigiore da cui emerse, egli rimane una cicatrice dolorosa in tutte le nostre vite.
Milosevic's end - if it ever comes - will never be enough. He remains not only in our memory but also in the daily facts of life of millions of those whose lives were forever changed by that period of barbarism he headed and symbolized. Returned to the greyness from which he emerged, he remains a livid scar in all our lives.

L'Unità, 19 marzo 2009.

  • Sappiamo cosa sono le emergenze – le abbiamo sentite sulla nostra pelle, sono diventate parte della nostra vita, l'hanno distrutta, fatta a pezzi e ridotta ad uno specchio rotto. Le emergenze ci hanno rubato l'innocenza, l'umanità, la fanciullezza, la famiglia. In tutti i nostri casi i conflitti ci hanno portato via uno dei nostri diritti fondamentali di bambini e di ragazzi: l'istruzione. È la prima cosa che ci è stata sottratta quando gli orrori della guerra hanno avuto inizio.
  • Ogni giorno in tutto il mondo bambini come me, come noi, finiscono nelle celle, nei nascondigli, nei campi profughi o nell’esercito. Con loro scompare il futuro del loro Paese e del mondo intero. Muoiono, vengono mutilati, traumatizzati, piegati – e questa è la fine di futuri leader, servitori dello Stato, padri, madri e insegnanti.
  • È nelle scuole che realizziamo le nostre potenzialità, che diventiamo esseri sociali, cresciamo e ci sviluppiamo come persone funzionanti, socievoli e generose delle nostre comunità e del mondo. Dopo un conflitto è a scuola che si viene informati sul pericolo delle mine di terra, sulla prevenzione del virus HIV/AIDS e sul processo di riconciliazione. È a scuola che si scambiano le armi con il sapere e la formazione ed è a scuola che i messaggi portatori di pace si intrecciano con le conoscenze e le capacità professionali. Perché la pace sia sostenibile, siamo fermamente convinti che l'istruzione debba essere parte integrante di qualunque accordo di pace e che sia necessario dedicare la giusta attenzione ai progetti educativi nei Paesi tormentati dai conflitti e nei periodi che seguono la fine della guerra. L'istruzione consente ai bambini colpiti dalla guerra di recuperare la loro fanciullezza, di scoprire la loro umanità e di dare il loro contributo al genere umano. L'istruzione è anche un antidoto alla violenza in qualunque società. L'istruzione offre ai giovani la possibilità di usare la mente in maniera positiva e costruttiva o di ricostruire le basi dei loro sogni e delle loro speranze.
  • Tutti dovrebbero godere del diritto ad una istruzione obbligatoria e gratuita a dispetto delle guerre, dei disastri naturali, della povertà, delle malattie, delle epidemie e delle difficoltà conseguenti alla ricostruzione nell'immediato dopoguerra. Fidatevi di noi perché sappiamo di cosa stiamo parlando. Ci hanno strappato la penna di mano, ma per nostra fortuna ce la siamo ripresa. E abbiamo di nuovo una voce. Ci auguriamo che possiate sentirci anche a nome di tutti coloro che voce non hanno.

Da Vent'anni fa a Sarajevo

Intervista di Francesco Premi, Omnibus, nº5, settembre 2011.

  • La povertà capita agli altri, la fame capita agli altri, le malattie capitano agli altri. Così, anche la guerra accade ad altri, altrove. Anche quando la situazione si percepisce peggiorare di giorno in giorno, credi che la guerra succeda e rimanga lontano da te. In Africa, in Libano, al massimo. Poi, quando si avvicina, dici: sì, è più vicina del Libano, ma non arriverà a Sarajevo. Sarajevo è una città diversa, è la città delle Olimpiadi, come se questo creasse una sorta di anticorpo al conflitto che divampa attorno. Poi si avvicina, e allora pensi che forse ci sarà, ma non ora, tra un po'. E poi ti ci trovi dentro, e speri che sia questione di qualche settimana. Questa era la prospettiva, di tutti, non solo di noi bambini, non solo dei sarajevesi, ma di ogni essere umano.
  • Non ho vissuto una vita normale, ma la parte che sto vivendo adesso è certamente fortunata, soprattutto rispetto ad altre. E tutto ciò che la mia vita è adesso è a causa di quell’aprile 1992 a Sarajevo.
  • Le mappe, quando vengono disegnate a tavolino dalla politica, creano sempre problematiche per le diverse identità che nei territori rappresentati, o creati, vivono.
  • Nessuno ci aveva mai detto, e nessuno di noi aveva mai creduto, che le etnie che componevano la federazione fossero un elemento critico e un problema da risolvere. Ma la politica ci ha messo del suo, e lo ha fatto diventare tale.
  • Milosevic non era altro che inventore e interprete di queste storie sulle etnie. L'intellighenzia di ciascuno Stato che formava la Jugoslavia era il motore di diffusione di storie simili. È stato così che persone mediocri e grigie come il funzionario Milosevic ed altri come lui, hanno potuto occupare il vacuum di potere che tali storie avevano contribuito a creare.
  • A casa nostra tutto ciò era di importanza nulla, forse anche perché i miei genitori e i loro stessi amici avevano una visione molto "jugoslava" della questione, ed avevano maturato una solida convinzione sulla multietnicità e multi religiosità della Jugoslavia in generale, e di Sarajevo in particolare. Poi, ad un certo punto, da qualche parte, sono emerse canzoni patriottiche, poesie che ricordavano il passato glorioso di uno o dell'altro, addirittura poemi epici. Cose che in realtà nessuno prima conosceva, tanto che probabilmente erano semplicemente inventate e confezionate a misura... da quel momento in avanti, tutto ha iniziato ad avere come oggetto le identità e le nazionalità.
  • Sono convinta che la speranza era ed è importante, per tutti, perché ti dà forza nei momenti difficili, anche se ovviamente non ha alcun potere di cambiare le cose. Ribadisco, io poi sono stata fortunata, con il mio Diario scoperto e pubblicato è stato come vincere una lotteria; ho lasciato Sarajevo in un momento in cui nessuno più ormai ci riusciva. Non lo avrei mai immaginato. Ho ancora rapporti con Sarajevo, amo Sarajevo, ma oggi la mia vita è a Dublino.
  • [Su Emir Kusturica] È una persona che talvolta parla troppo, e ha detto cose che a Sarajevo non sono piaciute. Bregovic da parte sua è uno showman nato, si è creato una sua specifica identità musicale, ha portato nel mondo un genere che nessuno prima conosceva.
  • Certo, sono sarajevese, la mia lingua è ancora importantissima per me. Però diciamo che sulla mia prima identità di Sarajevo ho aggiunto, col passare del tempo, altri strati, altre identità.
  • Credo che in Bosnia la storia non sia ancora conclusa: ufficialmente sì, è uno Stato indipendente che sta risolvendo i suoi problemi. Ma i problemi non sono scomparsi. Ci sono, eccome.

Diario di Zlata

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Incipit

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Lunedì 2 settembre 1991
Dietro di me, una lunga, calda estate e i giorni spensierati delle vacanze estive; davanti a me, un nuovo anno scolastico. Quest'anno vado in quinta. Non vedo l'ora di ritrovare le mie compagne di scuola, di stare ancora con loro. Alcune non le vedo da quando è suonata l'ultima campanella dell'anno scorso. Sono contenta di rivederle, di poter condividere con loro le gioie e le preoccupazioni della vita scolastica.

Citazioni

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  • Martedì 22 ottobre 1991
    [...] Alcuni riservisti del Montenegro sono entrati in Erzegovina. Perché? Per fare cosa? Politica, a quanto pare, ma io non capisco niente di politica. Dopo la Slovenia e la Croazia, i venti di guerra stanno forse soffiando sulla Bosnia Erzegovina??? No, non è possibile! (pp. 15-16)
  • Martedì 23 ottobre 1991
    A Dubrovnik è in corso una vera e propria guerra, ci sono dei bombardamenti terribili. La gente sta nei rifugi, senza acqua e senza elettricità, i telefoni non funzionano. La televisione trasmette delle immagini spaventose. Papà e mamma sono preoccupati. È possibile che stiano distruggendo una città così bella? È stato proprio lì, nel Palazzo ducale, che hanno pronunciato il fatidico «Sì». Mamma dice che Dubrovnik è la città più bella del mondo e che non deve essere distrutta!!! (p. 16)
  • Giovedì 14 novembre 1991
    [...] Guerra in Croazia, guerra a Dubrovnik, riservisti in Erzegovina. Papà e mamma non fanno che guardare le notizie alla TV. Sono preoccupati. Spesso mamma piange vedendo quelle terribili immagini. Con i loro amici parlano quasi sempre di politica. Cos'è la politica? Non ne ho la più pallida idea. E a dire il vero non mi interessa neanche tanto. Ho appena finito di guardare Midnight Caller in TV. (pp. 18-19)
  • Martedì 24 marzo 1992
    [...] Da tutte le parti arrivano notizie e immagini sconcertanti. Papà e mamma non mi lasciano guardare il telegiornale, ma non si possono nascondere a noi bambini tutte le cose orribili che stanno succedendo. La gente è di nuovo triste e preoccupata. I Caschi Blu (sarebbe meglio dire i berretti blu) sono arrivati a Sarajevo. Ora ci sentiamo più sicuri. E i «ragazzi» si sono ritirati dalla scena. (p. 33)
  • Venerdì 3 aprile 1992
    Cara Mimmy,
    [...] Papà è tornato da Zenica sconvolto. Dice che alle stazioni ferroviarie e dei pullman c'è una folla tremenda. La gente sta lasciando Sarajevo, uno spettacolo penoso. Sono tutte vittime della disinformazione. Le madri partono con i bambini mentre i padri rimangono, oppure partono solo i bambini e i genitori restano. Sono tutti in lacrime. Papà dice che non avrebbe mai voluto assistere a scene del genere. (pp. 34-35)
  • Lunedì 6 aprile 1992
    Cara Mimmy,
    ieri la gente radunata davanti al Parlamento ha cercato di attraversare pacificamente il ponte Vrbanja, ma hanno iniziato a sparare contro di loro. Chi, come, e perché? Una ragazza, una studentessa in medicina di Dubrovnik, è stata UCCISA. Il suo sangue si è riversato sul ponte. Le sue ultime parole sono state semplicemente: «È davvero questa Sarajevo?». È ORRIBILE, ORRIBILE, ORRIBILE!
    QUI NON C'È NIENTE E NESSUNO DI NORMALE! (p. 36)
  • Domenica 12 aprile 1992
    [...] Continuo a pensare alla marcia di oggi. È più grande e più potente della guerra. È per questo che vincerà. La gente deve sconfiggere la guerra, perché la guerra non ha niente a che vedere con l'umanità. La guerra è disumana. (pp. 37-38)
  • Giovedì 7 maggio 1992
    [...] NINA È MORTA. Una scheggia le ha colpito il cervello e Nina è morta. Era una ragazzina così dolce... Andavamo all'asilo insieme e ci incontravamo spesso al parco. Non riesco ad accettare l'idea che non la rivedrò mai più. Nina, una ragazzina di undici anni, vittima innocente di una stupida guerra. Sono disperata. Continuo a piangere e a domandarmi perché. Non aveva fatto niente di male. Una maledetta guerra ha distrutto la vita di una bambina. Nina, ti ricorderò sempre come una ragazza meravigliosa. (pp. 46-47)
  • Lunedì 25 maggio 1992
    Cara Mimmy,
    oggi è bruciata la Zetra, nel villaggio olimpico. Tutto il mondo conosceva questa meraviglia, e ora le fiamme la stanno distruggendo. I vigili del fuoco hanno tentato di salvarla, e il nostro Žika si è unito a loro, ma non c'è stato niente da fare. Le forze della guerra non sanno cosa siano l'amore e il desiderio di salvare qualcosa. Sanno solo distruggere, bruciare, saccheggiare. Così hanno voluto che anche la Zetra scomparisse. (p. 51)
  • Sabato 30 maggio 1992
    Cara Mimmy,
    è bruciata la maternità, l'ospedale in cui sono nata io. Centinaia di migliaia di bambini, di nuovi abitanti di Sarajevo, non avranno la fortuna di nascere in questo ospedale. Era ancora nuovo, e le fiamme hanno divorato tutto. Per fortuna sono riusciti a salvare le madri e i bambini. Quando è scoppiato l'incendio stavano partorendo due donne. I bambini sono vivi. Dio mio, qui la gente viene uccisa, muore, gli edifici vengono bruciati e scompaiono. E nonostante tutto, dalle fiamme nascono nuove vite. (p. 54)
  • Giovedì 18 giugno 1992
    [...] Continuo a chiedermi perché stia succedendo tutto questo, di chi è la colpa, ma non trovo nessuno risposta. Tutto quello che so è che stiamo profondando nella disperazione. Sì, lo so, è tutta colpa della politica. Avevo detto che la politica non mi interessa, ma per trovare le risposte alle mie domande devo saperne di più. Le cose che mi dicono sono solo una parte della verità, un giorno probabilmente scoprirò e capirò molto di più. Con me papà e mamma non parlano di politica; probabilmente pensano che sono troppo piccola, o forse non sanno niente neanche loro. Continuano a dirmi: «Tutto questo finirà, deve finire!». (pp. 58-59)
  • Lunedì 29 giugno 1992
    Cara Mimmy,
    NOIA!!! SPARI!!! GRANATE!!! MORTE!!! DISPERAZIONE!!! FAME!!! DOLORE!!! PAURA!!!
    Questa è la mia vita, la vita di un'innocente ragazzina di undici anni!!! Una scolara senza scuola, senza le gioie e l'eccitazione della vita scolastica. Una bambina che vive senza giochi, senza amici, senza sole, senza uccelli, senza natura, senza frutta, senza cioccolata, senza caramelle, solo con un po' di latte in polvere. In poche parole, una bambina senza infanzia. Una bambina della guerra. Solo ora capisco che sto davvero vivendo una guerra, che sono testimone di una brutta, orribile guerra. E insieme a me migliaia di altri bambini di questa città che viene distrutta, che piange e si dispera, sperando in un aiuto che non arriverà. Dio mio, finirà mai tutto questo, potrò mai tornare a essere una bambina normale, una bambina che si gode la sua età? Una volta ho sentito dire che l'infanzia è il periodo più bello della vita. Ed è vero. Io amavo la mia infanzia, e ora una terribile guerra mi sta portando via tutto. Perché? Sono disperata. Ho voglia di piangere. Sto piangendo. (pp. 62-63)
  • Domenica 5 luglio 1992
    Cara Mimmy,
    non ricordo quand'è stata l'ultima volta che sono uscita di casa; dev'essere stato quasi due mesi fa. I nonni mi mancano davvero tanto. Prima andavo da loro tutti i giorni, e ora non li vedo da una vita.
    Le giornate trascorrono tra la casa e la cantina. Questa è la mia infanzia di guerra. E per di più è estate. Gli altri bambini sono in vacanza al mare o in montagna, nuotano, prendono il sole, si divertono. Dio mio, cosa ho fatto per meritare di trovarmi in questa guerra, di trascorrere i miei giorni in un modo che non auguro a nessuno?! Mi sento in gabbia. Tutto quello che riesco a vedere attraverso le finestre rotte è il parco davanti a casa nostra. Vuoto, desolato, senza bambini e senza gioia. Sento il fragore delle granate, e intorno a me tutto sa di guerra. La guerra è diventata la mia vita. Oh, non ne posso davvero più! Ho voglia di piangere e di gridare. Vorrei almeno poter suonare il piano, ma non posso farlo perché si trova nella «stanza pericolosa», dove io non posso entrare. Per quanto tempo durerà ancora??? (p. 64)
  • Lunedì 20 luglio 1992
    Cara Mimmy,
    visto che non esco mai di casa, osservo il mondo (per meglio dire, un pezzo di mondo) dalla finestra.
    Le strade sono piene di stupendi cani di razza che vagano senza meta. Probabilmente i loro padroni li hanno dovuti abbandonare perché non sapevano come sfamarli. Che tristezza. Ieri ho visto un cocker che camminava sul ponte, senza sapere da che parte andare. Era spaesato. Sembrava che volesse andare in avanti, ma a un certo punto si è fermato, si è voltato e si è guardato indietro. Forse cercava il suo padrone: chissà se sarà ancora vivo? In questa città soffrono anche gli animali; la guerra non risparmia neppure loro. (p. 67)
  • Cara Mimmy,
    [...] Forse non te l'ho mai detto, Mimmy, ma ho dimenticato cosa si provi a veder uscire l'acqua dal rubinetto, a fare una doccia vera. Ora al posto della doccia usiamo una brocca, e per lavare i piatti e vestiti facciamo come nel Medioevo. Questa guerra ci sta riportando indietro di secoli. Noi cerchiamo di sopportarla, ma per quanto durerà ancora? (p. 73)
  • Giovedì 19 novembre 1992
    Cara Mimmy,
    sul fronte politico, niente di nuovo. Sono state adottate alcune risoluzioni, i «ragazzi» stanno negoziando, e nel frattempo noi ci spegniamo a poco a poco, moriamo di fame, moriamo di freddo, ci separiamo dai nostri amici, dobbiamo abbandonare coloro che ci sono più cari.
    Mi sforzo in continuazione di capire cosa sia questa stupida politica, perché ho davvero l'impressione che sia stata la politica a provocare questa guerra che è diventata parte del nostro quotidiano. La guerra ha fermato il tempo e l'ha sostituito con l'orrore, al posto dei giorni si succedono eventi terribili. Mi pare che questi politici parlino di serbi, croati e musulmani. Si tratta però pur sempre di esseri umani, uguali tra di loro. Per me sono tutti indistintamente esseri umani, non vedo differenze. Hanno tutti delle braccia, delle gambe e una testa, camminano e parlano, ma adesso c'è «qualcosa» che vuol renderli diversi.
    Fra i miei compagni di scuola, fra i nostri amici, nella nostra famiglia, ci sono serbi, croati e musulmani. È un gruppo molto eterogeneo, e io non ho mai saputo chi fosse serbo, croato o musulmano. Adesso, però, la politica si è immischiata in queste cose. Ha messo una «s» sui serbi, una «m» sui musulmani e una «c» sui croati, li vuole separare. E per scrivere queste lettere ha utilizzato la peggiore delle matite, quella più sinistra, la matita della guerra, che semina solo dolore e morte. Perché la politica ci rende infelici, ci vuole separare, quando noi sappiamo distinguere da soli i buoni dai cattivi? Noi stiamo con i buoni, non con i cattivi. E fra i buoni ci sono i serbi, i croati e i musulmani, così come ce ne sono tra i cattivi. È vero, di queste cose ne capisco poco o niente, sono piccola, mentre la politica è una cosa da «grandi». Ho comunque l'impressione che noi «piccoli» avremmo agito meglio, di certo non avremmo scelto la guerra.
    I ragazzi si divertono a giocare alla guerra, ed è per questo che noi bambini non possiamo divertirci; è per questo motivo che viviamo nell'angoscia, soffriamo, non possiamo godere del sole e dei fiori, e non viviamo in modo spensierato la nostra infanzia. È PER QUESTO MOTIVO CHE NOI PIANGIAMO. (pp. 91-92)
  • Martedì 15 dicembre 1992
    Cara Mimmy,
    in questi giorni ho passato tutto il tempo con Mikica e Dačo. Ho cercato di aiutarli a dimenticare gli orrori che hanno vissuto, ma invano. Non ci riescono. Il loro pensiero è sempre là. Ripensano ai terribili bombardamenti, a tutto ciò che hanno dovuto abbandonare e che è andato perso nelle fiamme. Giocattoli, libri, foto, ricordi. Dačo rimpiange soprattutto i suoi pupazzi Alf, mentre sai cosa dice Mikica?: «Quando vedo qualcosa o parlo di qualcosa, penso tra me e me: C'e l'ho. Poi la verità mi piomba addosso... in realtà non ho più nulla». È davvero difficile. Ma nessuno di noi può fare qualcosa. La guerra si è impadronita di noi e non ci lascerà andare. (p. 97)
  • Lunedì 28 dicembre 1992
    Cara Mimmy,
    [...] Mentre sono qui seduta e ti sto scrivendo, cara Mimmy, osservo la mamma e il papà. Stanno leggendo. Sollevano lo sguardo dalla pagina e pensano a qualcosa. A cosa stanno pensando? Al libro che stanno leggendo, oppure stanno cercando di mettere insieme i pezzi sparpagliati di questo puzzle di guerra? Ritengo che la seconda ipotesi sia la più probabile. Alla luce della lampada a petrolio mi sembrano ancora più tristi (non abbiamo più candele di cera, per cui prepariamo le lampade a petrolio). Guardo papà. Quanto è dimagrito! Secondo la bilancia ha perso 25 chili, ma guardandolo mi sembrano molti di più. Mi viene addirittura da pensare che ormai gli stiano grandi pure gli occhiali. Anche mamma è dimagrita. In qualche modo è come se fosse rimpicciolita, la guerra le ha fatto venire anche le rughe. Mio Dio, cosa sta faccendo la guerra ai miei genitori? Non sembrano più mio padre e mia madre. Tutto questo finirà un giorno? Finiranno le nostre sofferenze così che i miei genitori possano tornare quelli di una volta: pieni di vita, sorridenti, eleganti? (pp. 100-101)
  • Lunedì 15 marzo 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Non ci sono alberi in fiore né uccelli, perché la guerra ha decimato anche loro. Non si odono i loro cinguettii primaverili. Sono scomparsi anche i piccioni, il simbolo di Sarajevo. Non ci sono più grida di bimbi, né giochi. Anche i bambini non sembrano più bambini. È come se Sarajevo stesse morendo, scomparendo lentamente. La vita sta scomparendo. Come posso quindi avvertire la primavera nell'aria, quando la primavera è un momento in cui tutto si risveglia mentre qui non c'è vita, e tutto sembra ormai essere morto? (pp. 114-115)
  • Sabato 17 aprile 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Ci sono moltissimi profughi, Mimmy, persone che sono diventate dei «senzatetto» per colpa della guerra. La guerra li ha mandati via, ha distrutto e incendiato le loro case. Sono costretti a cercare un alloggio, e non sono molti gli alloggi disponibili. Ce ne sono alcuni che appartengono alle persone che hanno lasciato Sarajevo. I «senzatetto» hanno trovato rifugio in quelle case, ma sembra che la situazione si stia complicando. Alcuni tornano, altri se ne vanno. A una tragedia ne fa seguito un'altra. È mostruoso. Non riesco a capirci niente. In realtà è tutta la guerra a risultarmi incomprensibile. So solo che è stupida, e che tutto è frutto della sua stupidità. Ma so anche che non renderà felice nessuno. (p. 119)
  • Martedì 4 maggio 1993
    Cara Mimmy,
    ho pensato ancora una volta alla politica. Non importa quanto io reputi stupida, odiosa e irragionevole questa divisione della popolazione in serbi, croati e musulmani, è la politica che fa accadere tutto ciò. Siamo tutti col fiato sospeso, speriamo che accada qualcosa, ma non succede niente. Persino il piano di pace Vance-Owen sembra destinato a fallire. Hanno tracciato delle cartine geografiche, separato i popoli, e nessuno ci chiede nulla. I «ragazzi» si divertono davvero a giocare con noi. La gente comune non vuole questa divisione, perché non farà la felicità di nessuno, né dei serbi, né dei croati, né dei musulmani. Chiedere consiglio a gente come noi? Non se ne parla. La politica interpella solo i politici. (pp. 123-124)
  • Sabato 8 maggio 1993
    Cara Mimmy,
    oggi sono andata a lezione di musica e ho rivisto il mercato. C'è di tutto. Non manca niente a Sarajevo. La gente vende qualsiasi cosa.
    Mi sono chiesta da dove provengano tutti questi prodotti e poi mi è venuta in mente la prima volta che ho visto le strade di Sarajevo durante la guerra, mi sono tornate in mente le vetrine infrante e i negozi saccheggiati... No, non è possibile, che ha potuto fare una cosa del genere? Non è poi così importante. Rubare è già un atto grave, ma è ancora più grave rivendere tutte queste cose in cambio di valuta pregiata... (p. 125)
  • Martedì 1º giugno 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Dopo l'acqua e la luce, anche il gas. Sono sull'orlo del suicidio. Che DESOLAZIONE! Oh, Mimmy, non ce la faccio più. Tutto mi disgusta. Sono stufa di tutte queste str...! Scusami se ho usato una parolaccia, ma sono davvero esasperata. Ne ho piene le scatole. Ci sono sempre più possibilità che finisca per uccidermi, se quei deficienti che ci sono là in alto o qui in basso non mi uccidono prima. Sono stanca. HO VOGLIA DI METTERMI A URLARE, DI SPACCARE TUTTO, DI UCCIDERE QUALCUNO! Anch'io sono un essere umano, anch'io ho dei limiti. (p. 130)
  • Venerdì 30 luglio 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Dovresti vedere, Mimmy, i diversi tipi di carri per trasportare l'acqua! La gente è davvero ricca di risorse! Usa carri a due ruote, a tre ruote, carriole, carrelli per la spesa, carretti, barelle, carrelli del supermercato, e addirittura slitte montane sui pattini. E dovresti sentire i suoni! Rumori di tutti i tipi, cigolii di ruote. È questa la mia «sveglia» mattutina. Divertente e triste allo stesso tempo. A volte penso a tutti i film che potrebbero essere girati a Sarajevo. Ci sarebbero soggetti in abbondanza! (p. 142)
  • Lunedì 2 agosto 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Alcune persone mi paragonano ad Anna Frank, e ciò mi sgomenta. Ho paura di fare la sua stessa fine. (pp. 142-143)
  • Mercoledì 18 agosto 1993
    Cara Mimmy,
    ieri ho ricevuto delle buone notizie. I «ragazzi» hanno firmato un accordo a Ginevra sulla smilitarizzazione di Sarajevo. Cosa posso dire? Che ci spero, che ci credo??? Come potrei credere a una cosa del genere? Tutto quello in cui ho creduto e sperato non si è avverato, mentre ciò in cui non credevo e disperavo si è realizzato. (p. 147)
  • Sabato 21 agosto 1993
    Cara Mimmy,
    [...] La situazione politica è sempre più INGARBUGLIATA E INCASINATA. Forse è per questo che sono tutti così nervosi. I «ragazzi» stanno cercando un'altra volta di trovare un accordo. Disegnano cartine geografiche, le colorano con le matite, ma io ho l'impressione che stiamo cancellando tanti esseri umani, l'infanzia, e tutto ciò che è bello e normale. Sembrano proprio dei ragazzini. (pp. 148-149)
  • Giovedì 2 settembre 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Sono andata insieme ad Alexandra alla Vijećnica, la vecchia biblioteca di Sarajevo. Generazioni e generazioni di persone hanno arricchito il loro sapere leggendo e sfogliando i suoi innumerevoli libri. Qualcuno un tempo ha detto che i libri sono il tesoro più prezioso, l'amico migliore che si possa avere. La Vijećnica conteneva grandi tesori. Un numero infinito di amici. Ora però abbiamo perso tutti i tesori, tutti gli amici contenuti in questo splendido palazzo antico. Tutto è stato consumato dalle fiamme
    La Vijećnica ora è solo un cumulo di macerie, ceneri, brandelli di libri. Ho portato a casa un pezzo di mattone e un frammento di metallo, a ricordo delle ricchezze che conteneva. (pp. 151-152)
  • Domenica 5 settembre 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Oggi ho saputo che a Sarajevo non arrivano più lettere. C'è qualcosa di peggio della mancanza della luce, dell'acqua e del gas, ed è il fatto di non ricevere posta, il nostro unico contatto con il mondo esterno. Adesso abbiamo perso anche quello. Non ne posso più! (p. 153)
  • Venerdì 17 settembre 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Sono così delusa da tutte le tregue e dagli accordi precedenti, che non riesco a crederci.
    Non riesco a crederci perché anche oggi è caduta un'altra orribile bomba che ha ucciso un bambino di tre anni e ne ha ferito la madre e la sorella.
    Perché a Sarajevo il risultato dei loro divertimenti sono 15.000 morti, fra cui 3.000 bambini, e 50.000 invalidi permanenti, che si vedono per le strade con le loro grucce, le loro sedie a rotelle, senza braccia e senza gambe. Non riesco più a crederci perché nei cimiteri e nei parchi non c'è più posto per seppellire le ultime vittime.
    Questo è forse il motivo per cui questa follia dovrebbe finire. (p. 157)
  • Domenica 19 settembre 1993
    Cara Mimmy,
    continuo a pensare a Sarajevo, e più ci penso e più mi sembra che Sarajevo stia lentamente cessando di essere quella che era un tempo. Un numero spaventoso di morti e feriti. Monumenti storici distrutti. Patrimoni in libri e dipinti, scomparsi. Alberi centenari abbattuti. Moltissime persone hanno abbandonato Sarajevo per sempre. Non ci sono uccelli, s'ode solo il cinguettìo di un passero superstite. Una città fantasma. E i signori della guerra continuano a trattare, a disegnare cartine geografiche, a cancellarle, fino a quando, non lo so. Fino al 21 settembre? Non ci credo! (pp. 157-158)
  • Giovedì 7 ottobre 1993
    Cara Mimmy,
    [...] Ho guardato il calendario, e ho l'impressione che tutto il 1993 finirà per essere segnato dalla guerra. Dio mio... due anni persi ad ascoltare i bombardamenti, due anni di sofferenza perché mancano acqua, luce e gas, due anni trascorsi in attesa della pace. Osservo la mamma e il papà. In due anni sono invecchiati di dieci. E io? Io non sono invecchiata, ma sono cresciuta, sebbene, a essere onesta, non so come. Non mangio né frutta né verdura, non bevo succhi di frutta, non mangio carne... Sono figlia del riso, dei piselli e degli spaghetti. Uffa! Mi sono messa un'altra volta a parlare di cibo. Spesso mi sorprendo a pensare a un pollo, a una buona cotoletta, a una pizza, alle lasagne... Sarà meglio cambiare discorso! (pp. 161-162)

Explicit

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Martedì 19 ottobre 1993
Cara Mimmy,
Alexandra è tornata a Parigi e ti ha portato con sé. Ha portato con sé le confidenze che ti ho fatto. Le pubblicheremo in Francia, verranno lette da molte persone, e per un attimo esse saranno con me, a Sarajevo. Continuerò a confidarmi con te, Mimmy, e a raccontarti la mia triste esistenza.

Zlata
  1. Citato in Balotelli e i bambini soldato racconti di gol e kalashinikov, Repubblica.it, 10 maggio 2010.
  2. Citato in «A vent'anni dall'assedio sento ancora le bombe», intervista di R. Serini, Vanityfair.it, 6 aprile 2012.

Bibliografia

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  • Zlata Filipović, Diario di Zlata. Una bambina racconta Sarajevo, traduzione di Raffaella Cardillo e Maria Teresa Cattaneo, Rizzoli, 1994, ISBN 88-17-84335-0

Voci correlate

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