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Salvatore Di Giacomo

poeta, drammaturgo e saggista italiano

Citazioni di Salvatore di GiacomoModifica

  • Chi bada in Napoli al suo decoro? Certo, chi dovrebbe no. Lascia fare e lascia correre – ecco la frase filosofica, sacramentale d'ogni indifferente partenopeo, sia egli in alto nella cosa pubblica o le passi accanto tranquillo.[1].
  • [Su Francesco Proto] Due mesi prima, in un buon giorno di sole, il povero vecchio uscì da quella camera per rivedere ancora una volta il suo studiolo, ove, finalmente, era riescito a porre in assetto i suoi libri e ad ordinare le sue carte. Ve lo ritrovai, quel giorno, sprofondato in una poltrona, presso all'aperta finestra. Un mormorìo confuso saliva, da lontano, alla pace de' balconi fioriti, alla gran pace silenziosa del Palazzo Cellammare: egli ascoltava – con la bocca schiusa, col corpo lievemente proteso, con le mani spiegate su' bracciuoli della poltrona – la voce della città, quella voce alla quale s'eran dianzi mescolati i suoi caratteristici urli di meraviglia, le sue schiette e romorose risate, i suoi scoppî approbativi che mettevano in curiosità e in subitaneo stupore i marciapiedi di Chiaia e di Toledo.
    Ascoltava, ascoltava, estatico: s'abbeverava avidamente di quel soffio di vita e un tremor nervoso lo pervadeva tutto. Solo: or egli era solo, là dentro, egli che era stato tanto con ogni cosa viva e con tutti. E, pian piano, il suo povero corpo s'abbandonò, le mani scivolarono su pe' bracciuoli, la testa reclinò, triste, sul petto.
    – Duca?
    – Oh... figlio. .. buon giorno...
    – Come state?
    Egli sorrise. E disse, piano, nel silenzio, mentre pur i romori esterni parevano sopiti, disse, napoletanamente:
    Nun vide? Sto murenno...[2][3]
  • Ed è a proposito di Giuliano da Maiano che qui ci ricorre alla memoria quel napoletano Giovanni Donadio, detto il Mormanno, il quale ben potrebbe essere stato uno degli scolari più egregi di quell'elegante artefice fiorentino. Era il Donadio, come un suo pur conosciuto fratello, architetto e costruttore d'organi a un tempo, e forse aveva tutte e due cose appreso a Firenze da tanto maestro: certamente il costui modo nobile e ricco si riscontra in tutte le opere alle quali i signori napoletani chiamarono il Mormanno e si manifesta specie nell'architettura e nella decorazione così del palazzo dei di Capua in Via S. Biagio de' Librai, come nell'altro de' duchi di Vietri, che gli è vicino e che ora è posseduto dal duca di Corigliano Saluzzo.[4]
  • [Francesco Proto] Egli aveva detto in casa, nel caffè, nel salotto, a teatro, fin nella bottega del parrucchiere, ove i garzoni ammirati afferravan rime a volo, quel che nemmanco le gazzette avevano osato stampare: di questi ultimi tempi, in cui son precipitati a Napoli uomini e molte cose, giudizi tenuti dagli spettatori paurosamente chiusi nell'animo, il vecchio duca aveva espressi con alta e affilata parola: in verità egli ci pareva un Baretti novello che menasse attorno la sua frusta schioccante e, senza alcun odio, ma pur senza misericordia alcuna, ne andasse attorno verberando amici e nemici...[5]
  • Nannì, si ce penzo | Mme vene na cosa, | Sta sciamma annascosa | Cchiù abbampa accussì... | È overo stu suonno?... | Meh, dimme ca sì! (da Nannì!!!)
  • [Sulle Lettere dall'Italia 1765-1766 di Samuel Sharp] [...] il poco degno libro d'un insensibile, specialista delle malattie degli occhi, inventore d'un new method of opening the cornea in order to extract the crystalline humour [6] , e forse d'esso felice sperimentatore sopra se medesimo, poiché a nessun più di lui riescì a mancare, assieme a quella dello spirito, la saporosa gastronomia dello sguardo.[7]
  • Nel giornalismo io sono non uno scrittore, ma uno scrivano. La mia fissazione è questa, che Napoli è una città disgraziata, in mano di gente senza ingegno e senza cuore e senza iniziativa.[8]
  • [Ferdinando Petruccelli della Gattina] Un de' più efficaci, originali, vibranti e sfolgoranti scrittori del tempo, un vero ingegno in una vorticosa anima ardente.[9]
  • Un grande silenzio s'era fatto per la via. La dolcezza del tramonto penetrava l'anima. E la piccola rossa, socchiuse le labbra esangui, lo sguardo perduto, continuava a sognare, come una santarellina in un'aureola di pulviscolo d'oro.[10]
  • [...] Napoli, [...] questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell'iperestasia, dei ribollimenti subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi malati.[11]

In Napoli ieriModifica

  • [...] già i moti politici della seconda metà del suo secolo avevano cominciato a soffiar non so che fuoco «liberale» nel nostro attore: egli, a un tratto, mutò registro e riuscì, come dicono i retori posteri, a nobilitare la maschera. Io dico che la snaturò: proprio. Era stato il signore Pollicinello fino a quel punto un gaglioffo burlone, volgare impasto di malizia e d'ignoranza, conjuge sconoscente, pauroso, ghiottone, ineducato. Petito, nel quale i giornali rinfocolavano i diritti dell'uomo, dimenticò che Pulcinella era appunto un uomo: lo liberò subitamente del suo fondo di degenerazione innata, consciente, e gli dette un carattere. Animoso, quasi nobile, quasi coraggioso, sentenzioso perfino, ecco il nuovo Pulcinella, incarnato in un comico davvero mirabile. Ah, che comico! Tuttavia, ne' momenti in cui, ricacciata per la porta, la vecchia maschera rientrava con tutto l'antico suo bagaglio per la finestra, come Petito stesso, dimentico o resipiscente, dovette pensare che nulla davvero muta a questo mondo e che i Pulcinelli son .... sempre gli stessi. (da Pulcinella, pp. 66-67)
  • Napoli, che si va tutta rimutando e rammodernando, perde ogni giorno più le sue caratteristiche topografiche, il pittoresco delle sue vecchie strade, che tra un battagliar continuo di luci e d'ombre quasi fantastiche, videro gli umili lavoratori popolari attendere ai loro faticosi mestieri, o furono il misterioso teatro d'una delle passionali e tragiche scene plebee. Il Museo di S. Martino conserva alcune tele che di qui a qualche secolo parleranno stranamente, a' posteri nostri, d'una Napoli che in avvenire non sarà certo più quella che noi conoscemmo. Opere di eccellente fattura e di penetrante ricerca queste pitture son di mano di Vincenzo Migliaro, uno de' più personali nostri artisti. E, tra l'altre, la famosa Strettola degli orefici – della quale or si cercherebbe invano l'ubicazione o l'impressionante riscontro in qualcuna delle stradicciuole partenopee che ancor sopravvivono al risanamento della città – è qui per dirci con che singolare colorito, con quale aspetto suggestionante si offerisse un tempo all'occhio – specie del forestiero – l'antico quartiere di Porto. (da Il Museo di S. Martino, pp. 253-254)
  • Appunto una bella poesia del d'Annunzio – di quelle che si capiscono e che penetrano – addita e magnifica l'antico illustre chiostro[12]ove davvero s'esprime la fisionomia tenera e graziosa di certe cose napoletane le quali, per anni molti che sieno scorsi, son pur vive e fresche e conservano tutto quanto quel sentimento che quasi le animò in principio. Il barocco secentesco della chiesa è certamente la cornice più degna alle tele sontuose che gli artisti inspirati del diciottesimo secolo vollero porre là dentro: il piccolo cimitero del Fansaga è quanto di più delicato ed elegante sia stato architettato per assegnare a coloro che lasciavano il mondo – e da una pace forse troppo spesso interrotta passavano a quella indisturbata ed eterna della morte – una zolla perennemente coperta di fiori. Ed ecco lì sulla balaustra, tra que' teschi marmorei che davvero paiono umani, uno d'essi ricinto di lauro. O bianca fronte, coronata dal serto de' poeti! Tu forse, se quella sei stata d'un de' solitarii frati a' quali parve una gloria circondarsi dell'arte, tu forse ancor chiudi le immagini d'una luminosa canzone, che l'ala fredda della Morte interruppe... (da Il Museo di S. Martino, pp. 257-258)
  • [Il Real Albergo dei Poveri] Ed è pur lì, nella sala del Consiglio, su d'una predella addossata alla parete, la poltrona di seta rossa ove Carlo sedette nelle prime riunioni de' governatori. L'antica seggiola dorata è rimasta, dal 1751, in quel posto, e quando il governo si raccoglie e l'usciere accuratamente la spazzola riguardando distrattamente al bel ritratto di Carlo III, che pende dalla parete ed è opera di pittore settecentista non ancora saputo, par che a momenti debba scendere in quella sala l'ombra del Principe illustre. E nel cuore e nella mente di ognuno de' componenti il pietoso consesso s'imprime la severa e serena figura di tanto predecessore; un'ammonitiva immaterialità presiede alle deliberazioni, e la vasta camera, le cui finestre or affacciano su d'una via nuova e spaziosa – che la civiltà moderna, bonificando un'intricata e vecchia suburra, ha schiuso di faccia all'ospizio – diventa luminosa e solenne. (da L'Albergo dei Poveri, p. 388)
  • [Il Real Albergo dei Poveri] [...] un edifizio concepito con romana grandiosità, cinto di mura spesse e gigantesche, fabbricato, come una piccola città chiusa, a un lembo estremo dell'immensa Napoli romorosa. (da L'Albergo dei Poveri, p. 389)
  • [Il Real Albergo dei Poveri] Parecchie volte, sullo scorcio del decimottavo e al principio di questo secol nostro, è sembrato che fosse per esser travolto nella generale disgrazia delle cose e degli uomini fin l'instituto che il vittorioso di Velletri pose al rezzo del Poggio Reale, quasi a memoria del suo recente trionfo. Tuttavia, come a poche opere veramente e profondamente buone è avverso il destino, l'Albergo si tenne in piedi, se non illeso non in tutto inquinato. Gli ultimi anni di questo secolo esso attraversa con fortuna prosperante, animata dal soffio delle idee nuove. A mano amano, non rimutando, ma ben accrescendo e allargando le antiche discipline e adattandole ai bisogni e alla civiltà dell'oggi, l'ospizio troverà, forse, disadatta l'umiltà del suo nome. (da L'Albergo dei Poveri, p. 389-390)
  • [Il Real Albergo dei Poveri] In una delle sale più vaste del pianterreno è la scuola di disegno ornamentale e di plastica. La frequentano ogni giorno, nelle ore pomeridiane, moltissimi alunni e dà risultati assai soddisfacenti. Allo stesso pianterreno hanno posto tutte le altre scuole officine. Una scuola d'intaglio e d'ebanisteria artistica è diretta dal Caponetti, noto anche come bronzista. È stato da quest'illustre officina che sono usciti, opere d'eleganza e di intaglio perfette, i mobili che la Imperatrice d'Austria fece costruire per la sua villa a Corfù. I bronzi decorativi del mobilio, un gran numero di lampadari, la balaustra della scala maggiore dell'Achilleion, su disegni del Caponetti, sono pur lavori delle officine dell'Albergo de' Poveri. Quella de' bronzi artistici, alla quale è annessa una fonderia, è diretta da Gennaro Chiurazzi. È tra le più frequentate dagli alunni, che vi trovan sempre da lavorare e da guadagnare. I suoi prodotti sono spediti fuori d'Italia, ove sono conosciuti, apprezzati, forse, anche più. E l'officina ha uno stato di servizio magnifico; come quella del Caponetti essa è nata e venuta su nell'Albergo; da venticinque anni sparge nel mondo stuoli d'eccellenti artefici i quali scrivono, dalle terre anche più lontane, a' loro maestri. Altre scuole prosperano e danno lavoro ad altri giovanetti del Pio Luogo; ricordo quella d'ebanisteria e d'intaglio, la fonderia di ferro, l'officina di scultura su marmo, quella de' fabbri meccanici, l'officina meccanica per gli oggetti di chincaglieria e la scuola-officina d'incisione su pietre dure.
    Il nome di Nicola d'Arienzo mi dispensa dall'aggiunger lodi alla scuola musicale ch'egli dirige nell'Albergo. (da L'Albergo dei Poveri, pp. 392-393)
  • Uscendo dal Museo e ridiscendendo nella luminosa piazza Plebiscito, dinanzi al golfo incantato e al Vesuvio, che appaiono da lungi sulla destra del palazzo reale, sotto quest'azzurra volta di cielo, prodigo sempre di tanta e sì profonda dolcezza, guardando questo buon popolo napoletano, che si gode le bellezze del suo paese, un pensiero di ravvedimento passa pel capo di chi è stato lassù, quasi un impulso di protesta contro l'accusa che si fa spesso agli operai napoletani di essere indolenti e ignoranti.
    E la visita al Museo fa scrivere al van Eeden[13]: «I napoletani sono spesso calunniati, ma quello che ho veduto coi miei propri occhi ha più valore per me di ciò che ho inteso dire e sarei contento che alcuni dei nostri giovani fossero mandati a Napoli affinché potessero spogliarsi della loro pesantezza e del loro cattivo gusto. I nostri giovani sono forse più istruiti, ma il napoletano sa trarre maggior profitto dal poco che sa, e questa è la cosa essenziale nel mondo.» (da Il Museo Artistico Indistriale, p. 409)

Assunta SpinaModifica

IncipitModifica

Atto primo
Interno della grande sala del Tribunale penale, a Castelcapuano.
Scena prima
La folla. Ai loro posti gli uscieri Sueglia e Torelli. Avvocati che sopraggiungono. L'avvocato Buffa. Portieri. Guardie. Un prete. Contadini ecc. Gran mormorio. Tutto il parlato e il movimento seguono in fretta.
Avvocato primo: (viene dalla destra, con carte sotto il braccio, frettoloso. S'incontra con l'Avvocato secondo.)
Avvocato Franceschelli, noi siamo qua!
Avvocato secondo: Oh! Carissimo ! Dunque? C'è motivo?
Avvocato primo: Altro! Ce ne stanno dduie. Siamo a cavallo!
Avvocato secondo: Ah, neh? E ghiate dicenno... (Gli si mette a fianco. movono verso la sinistra).
Avvocato primo: Ecco qua: sulla prima posizione c'è la mancanza di presentazione di parte...
Avvocato primo: Benissimo!

CitazioniModifica

  • Federigo: Sapete chi è veramente libero, felice, padrone di se stesso? Chi nun è nzurato. [Chi non è sposato] (p. 146)

La Scuola di PosillipoModifica

  • Qui si offeriva all'occhio incantato dell'artista avvezzo alle sue brume e alla quasi geometrica fisionomia delle sue campagne una brillante, svariata, colorita distesa di verde: qui, rilevate da un cielo puro e sereno, chiome di boscaglie, pendici erte e bizzarre, rovine di templi disegnate con precisa linea sull'orizzonte e quasi librate nell'aria; qui, all'improvviso, inaspettate tenerezze di verde, biancheggianti casette in mezzo ad esse, orti e giardinetti, battaglie gioconde di sole e di ombre, e riposti cantucci adorabili, solitarii, odorosi; e più giù, più giù, al mare, acque chiare e tranquille, ed antri e specchi virgiliani, pieni d'un cullante mormorio di flutti. L'arte del Pitloo rampollò dunque da quest'incantamento perenne che lo penetrava da Pesto a Gaeta, da' Campi Flegrei, pieni ancor, quasi, d'una voce romana, alle arse terre di Resina e di Ercolano. E quest'arte fu nuova da prima per le nuove cose che ritrasse e poi per l'anima di esse che vibrò, piena di vita e di calore, nelle opere dell'artista. Egli era entusiasta, ma era pure scrupoloso; egli era poeta, ma poneva mente al suo metro; egli era, in una parola, un fiammingo rinnovellato, e rimeditante, con amor non più freddo, sotto un cielo sempre sorridente, al cospetto di una natura sempre gioconda e svariata. (pp. 954-955)
  • La fotografia non ancora, e per fortuna, poteva in quelli anni sovvenire, con la sua chimica facile e pronta, a' bisogni degli artisti. Nata da un raggio e da un veleno questa è un'altra arte la cui concessiva virtù oramai si rende complice del poco pensiero, e aiuta, compiacente, ogni più pigro artefice ad allontanar dalle tele quell'aura di mistero e di poesia secreta e personale che lì soltanto può soffiare l'arte vera. (p. 962)
  • Una esecuzione febbrile, una mano che obbediva alle più ricercate volontà dello sguardo, un lasciar palesi, nell'impasto delle tinte prodigiose, i più minuti dettagli, una colorazione sana, vergine di qualunque falsità, una sapiente conquista d'effetti e di luce, ecco, in breve, quel che a uno sguardo assaporatore presentava Giacinto Gigante, co' suoi interni di chiese, coi suoi brani di paese, con le sue limpide e ariose vedute. (pp. 967-968)
  • [Giacinto Gigante] Uno strano uomo: la sua casa era piena di colombi; spesso egli dipingeva con qualcuna delle innocenti bestiole appollaiate sugli omeri e spesso una grande lucertola verde gli veniva a mangiare le miche di pan fresco sulla tavola sparsa di colori, di pennelli, di disegni.[14]( p. 968)

ExplicitModifica

Tra l'accademia e il costoro verismo[15]quella schiera di paesisti pose, tuttavia, qualche segno non fuggevole. Ella vi pose la naturalezza dell'impressione, la verginità dell'espressione, la schiettezza del colorito, l'efficacia e la sobrietà. Né si dica che quelli artisti rimasero, nella contemplazione della della natura, solamente oggettivi: un qualunque paesaggio è sempre uno stato dell'anima, ogni filo d'erba ha la sua storia. E attraverso le ardite forme veristiche di quella poesia tonica e fortificante, forse è passata, per raggiungere vette più sublimi, la poesia morelliana, penetrata di terrore e di pietà.

'O votoModifica

IncipitModifica

Atto primo
Scena prima
Al levarsi della tela è un gran movimento nella piazzetta. Davanti alla bottega di Vito Amante si affolla la gente e si pigia per guardarvi. [...] Come la tela si leva Nunziata, che si trae dietro la ragazzetta Teresina, le parla in fretta davanti alla scena. La gente continua a sopraggiungere dai vicoli, è a chiosare, e a fermarsi.

Nunziata: (a Teresina) Va, curre| È capito? Addà don Liborio 'o farmacista, 'a vutata d' 'o vico! Duie solde 'e mistura d' 'e quatte sceruppe...
Teresina: (lasciando cadere i due soldi nel bicchiere) Duie solde 'e mistura?...
Nunziata: D' 'e quatto sceruppe! (Teresina via, correndo. Nunziata le grida appresso:) Addù don Liborio!...
Sufia: (fermandola pel braccio) Nunzià, ch'è stato?
Nunziata: È benuta na cosa a don Vito 'o tintore... Premmettete...
(Corre alla tintoria).

CitazioniModifica

  • Vito: (con voce piena d'emozione) Ah, Giesù Cristo mio! (Si sberretta. Tutti si sberrettano. Le donne fanno gruppo. Gente alle finestre. Quelle della mala casa si schiudono e qualche figura appare di sotto le persiane.) Io a vuie mm'arraccumanno!... (Cade lentamente in ginocchio. A uno a uno tutti si piegano o s'inginocchiano. Appare, in questo, dal vicolo a destra, donn'Amalia, s'arresta, sorpresa, e ascolta.) Io a te mm'arraccumanno cull'ànema e c' 'o cuorpo! Tu mm' aie da scanzà, tu mm'aie libberà, e p' 'e patimente ca 'e patuto e pe sta curona 'e spine... (levandosi risoluto, il braccio teso verso il Cristo, il berretto nella mano). Io te faccio 'o voto 'e levà na femmena d' 'o peccato! (p. 18-19)
  • L'invito è na cosa e l'interesse è n' ata. (p. 72)

Per la storia del brigantaggio nel NapoletanoModifica

IncipitModifica

Qualche mese fa, discorrendo in caffè col dottor Penta, uno de' più valorosi e perspicaci psichiatri ch'esercitano a Napoli la loro illuminata professione, egli, a un punto, mi mostrò – l'aveva avuta proprio in quel giorno – la suggestiva pubblicazione del capitano Eugenio Massa, intitolata Gli ultimi briganti della Basilicata e peculiarmente dedicata a' due famosi banditi Crocco e Caruso.
- Ecco Crocco – mi diceva il Penta, puntando l'indice sul ritratto del feroce brigante, posto, con quello del Caruso, a fronte del libro. – L'ho conosciuto a Santo Stefano, nel 1886, e l'ho, come si dice, pur intervistato laggiù. Ricordo d'aver guardato ne' registri di quel Bagno Penale e d'avervi letto, a proposito di lui, ch'egli era stato condannato alla galera a vita per non meno di settantaquattro reati, tra omicidii, grassazioni, ricatti et similia.

CitazioniModifica

  • Il brigantaggio del novantanove fu dunque veramente politico. Furono veramente e studiatamente assoldati nelle file de' realisti que' banditi che poco prima avevano tenuto la prigione o le selve: un fondo pittoresco disegnò, in seguito, a ridosso di quelle figure quasi eroiche, la facile immaginativa de' romanzieri; Fra Diavolo percorse, nel suo costume schilleriano, non pur tutte le Calabrie e la Puglia, ma tutta la letteratura del secolo nuovo. E col ripristinato governo, che quasi rifaceva a suo profitto e in sua difesa le coscienze e i caratteri, ebbe gloria cavalleresca e ammirazione e vanto illustrativo fin nelle più piccole borgate, ove ogni bella contadina sognava d'esser rapita dall'irresistibile cavaliero e portata a dosso del suo cavallo focoso.
  • Le condizioni economiche de' contadini del Napoletano intorno al 1860 erano tali, ripeto, da quasi giustificare gli eccessi briganteschi: l'uomo della campagna era un ilota malamente remunerato, oppresso dalla fatica perenne e dura, maltrattato, roso dall'usura e dall'odio.

PoesieModifica

  • E menato ncopp' 'o lietto | guardo, guardo nnanze a me... | Tengo 'o sole de rimpetto | dint' 'o core tengo a tte. (da Cuntrora, Voce luntane, Tutte le poesie, Newton Compton editori, 1991)
E buttato sul letto | guardo, guardo davanti a me... | Tengo il sole dirimpetto | dentro al cuore tengo a te.

Canzone

  • Quanno sponta la luna a Marechiare | pure li pisce nce fanno all'ammore | se revotano ll'onne de lu mare, | pe la priezza cageno culore, | quanno sponta la luna a Marechiare... (da A Marechiaro, Canzone, Tutte le poesie, Newton Compton editori, 1991)
Quando spunta la luna a Marechiaro | Anche i pesci lì fanno all'amore | si rivoltano sulle onde del mare | per la contentezza cambiano colore | quando spunta la luna a Marechiaro...
  • Era de maggio e te cadeano nzino | a schiocche a schiocche li ccerase rosse, | fresca era ll'aria e tutto lu ciardino | addurava de rose a ciente passe. (da Era de maggio, Canzone, 1885)
Era maggio e ti cadevano addosso | a grappoli le ciliege rosse, | fresca era l'aria e tutto il giardino | odorava di rose a cento passi.
  • Comme a stu suonno de marenare | tu duorme, Napule, viat' a tte! | Duorme, ma nzuonno lacreme amare | tu chiagne, Napule!... Scétete, scé'!... (da Luna nova, Canzone, 1885)
  • E vota e gira, 'a storia è sempre chessa. (da E vota e gira!..., citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 206)

Ariette e sunette

  • Nu pianefforte 'e notte | sona luntanamente, | e 'a museca se sente | pe ll'aria suspirà. || È ll'una: dorme 'o vico | 'ncopp'a sta nonna nonna | 'e nu mutivo antico | 'e tanto tiempo fa. || Dio, quante stelle ncielo! | Che luna! E c'aria doce | Quanto na bella voce | vurrìa sentì cantà. || Ma sulitario e lento | more 'o mutivo antico; | se fa cchiù cupo 'o vico | dint'a ll'oscurità. || Ll'anema mia surtanto | rummane a sta fenesta. | Aspetta ancora. E resta, | ncantànnose, a penzà. (Pianefforte 'e notte, Ariette e sunette[16][17])
  • Rosa, si chiove ancora | nun t’ammalincunì, | ca d' 'o bontiempo ll’ora |sta prossema a venì. || Nun vide? ’E luce ’e sole | luceno ’e st’acqua ’e file; | è 'a morte d’ ’e vviole, | so’ ’e lacreme d’Abbrile. || Ma mo cchiù ffresca e ffina | ll'aria se torna a fa'... | Meh !... A st’aria d’ ’a matina. | Rosa, te può affaccià. || Aràpe ’e llastre : aràpe | sta vocca piccerella | addó sulo ce cape[18] | nu vaso o na resella: || canta: chist’ è ’o mumento; | tu cante e io, chiano chiano, | mme faccio 'a barba e sento, | cu nu rasulo mmano. || E penzo: «’A ì ccà[19]; s'affaccia... | Mm’ ha visto... Mme saluta ...» | E c' ’o sapone nfaccia | dico: – Buongiorno, Ro'!...(Buongiorno, Ro'!, Ariette e sunette.[20][21])
  • Marzo: nu poco chiove | e n'ato ppoco stracqua: | torna a chiovere, schiove, | ride 'o sole cu ll'acqua, | Mo nu cielo celeste, | mo n'aria cupa e nera: | mo d' 'o vierno 'e tempeste, | mo n'aria 'e primmavera. (da Marzo)
  • Vocca addurosa e fresca, | vocca azzeccosa e ddoce, | addò c' 'o tuoio se mmesca | stu sciato, addò la voce | è musica, è suspiro, | è suono cristallino... (da Vocca addurosa, Tutte le poesie, Newton Compton editori, 1991)
Bocca profumata e fresca, | bocca appiccicosa e dolce | dove col tuo si mischia | questo fiato | dove la voce | è musica, è sospiro, | è suono cristallino.

Canzone e ariette nove

  • D' 'a cchiesia 'e san Pascale | 'a campana, ca sona | — cu nu suono argentino — | a mmatutino, | a poppa e a prora | sceta chi dorme ancora | ncopp' 'o vuzzo e ’o vasciello | d' 'o Granatiello. | E, tutto nzieme, se sente na voce: | «Ccà sta Teresenella 'a purticesa! | Ddoje pe nu rano 'e purtualle doce! | E so' meglio d' 'e fravule 'e cerase!...» || 'A campana d' 'a cchiesa | mo sona — cu nu suono | ca fa malincunia — | l'avummaria. | Sciso è int'a ll'onne | 'o sole — e s'annasconne: | 'a vela 'e nu vasciello | pare ca luce, ncopp' 'o cielo d'oro | d' 'o Granatiello... | E, int' 'o silenzio, se sente na voce: | «Ccà sta Teresenella 'a purticese! | Ddoje pe nu rano 'e purtualle doce! | E so' meglio d' 'e fravule 'e cerase!..» (Doje purticese, Tramonto a Puortece, II, Ariette nove, 1916, pp. 77-78)
  • Arillo, animaluccio cantatore, | zerri-zerre d' 'a sera | ca nun te stracque maie, | addo' te si' annascosto? | 'A do' cante? Addo' staie?... | Passo — e te sento. | E me fermo a sentì... | Zicrì! Zicrì! | Zicrì! Zicrì! |Zicrì! | E me pare ca staie | (mmiez'a ll’èvera nfosa) | sott'a sta funtanella, | e int'a stu ciardeniello | ummedo e scuro | d' 'o llario d' 'o Castiello... | E cammino... E mme pare | ca no: ca staie ntanato | dint'a nu pertusillo | 'e nu spicolo 'e muro... | O, chi sa, si' sagliuto | ncopp'a na petturata 'e na fenesta, | e te si' annascunnuto | mmiez' a na testa 'aruta | e n'ata testa... | . . . . . . . . . . . . . . . . . . | Sera 'e settembre — luna settembrina, | ca int' 'e nnuvole nere | t'arravuoglie e te sbruoglie |e 'a parte d' 'a marina | mo faie luce e mo no — | silenzio, nfuso | quase 'a ll’ummedità — | strata addurmuta, | (ca cchiù scura e sulagna | quase s'è fatta mo, | e ca sento addurà | comm'addorano 'e sera | cierti strate 'e campagna) — | arillo, | ca stu strillo | mme faie dint' 'o silenzio | n'ata vota sentì... | Zicrì! Zicrì! | Zicrì! | accumpagnate 'a casa | stu pover'ommo, | stu core cunfuso, | sti penziere scuntente, | e st'anema ca sente | cadé ncopp'a stu munno | n'ata malincunia | chesta 'e ll’autunno... — (Arillo, animaluccio cantatore..., Ariette nove, 1916, pp. 96-98)
  • ’O core d’ ’a femmena | è comme a na lettera nchiusa. | chi maie ce po’ leggere? | Chi ’o po’ scanaglia?[22] | Mo abbruscia — mo spánteca — mo piglie e t’ammenta[23] na scusa, | pe nun te fa ntènnere | ca sta p’avutà... | E tu | pigliatillo | accussì, | comm’ i’ | ll’ accetto e mm’ ’o piglio... | Vuo’ sentere? | E siente | nu buono cunziglio. | Cuntentete ’e nun sapé | niente. (da E tu pigliatillo..., Ariette nove, 1916, p. 101)

Citazioni sull'arietta ArilloModifica

  • L'autunno darà i suoi colori d'addio all'ultimo dei più puri canti di Salvatore Di Giacomo: la piccola ode al grillo «animaluccio cantatore» la cui voce va mutando d'attimo in attimo il suo spazio vocale. Un'altra malinconia – dice il poeta –, quella di autunno, cade nell'anima. E certo questa caduta è il senso digiacomiano della morte. Dove canta il grillo? nell'erba bagnata sotto la fonte? in una fenditura allo spigolo di un muro? o forse tra una «testa d'aruta» e un'altra «testa» di fiori?
    Sera 'e settembre — luna settembrina, | ca 'int' 'e nnuvole nere | t'arravuoglie e te sbruoglie |e 'a parte d' 'a marina | mo faie luce e mo no — | silenzio, nfuso | quase 'a ll’ummedità — | strata addurmuta, | (ca cchiù scura e sulagna | quase s'è fatta mo, | e ca sento addurà | comm'addorano 'e sera | cierti strate 'e campagna) — | arillo, | ca stu strillo, | mme faie dint' 'o silenzio | n'ata vota sentì... | Zicrì! Zicrì! | Zicrì!
    Quanto alta si è levata questa musica dimessa e sottovoce! una mestizia panica è ora nel canto, e l'arte affina il metro a tal nuova pronunzia che le sillabe si iscrivono in un ideal pentagramma: e sempre più la voce s'è fatta pura, come incavandosi nella sostanza del silenzio. Gli strumenti di Piedigrotta son dunque sonati dagli angeli-musici del Beato Angelico? e le Muse del Parnaso raffaellesco cantano gioiose la canzone e l'arietta napoletana di Salvatore Di Giacomo. (Francesco Flora)

Storia del Teatro San CarlinoModifica

  • [Giuseppa Errico, Donna Peppa, moglie di Salvatore Petito e madre di Antonio Petito] La Errico ebbe sette figli: Gaetano, Davide, Pasquale, Antonio, Michela, Adelaide e Rosa. I primi quattro erano così definiti da don Salvatore loro padre: Gaetano o' francese, Davide 'o gesuita, Pasquale l'ingrese e Totonno [24]. 'o pazzo. Quest'ultimo, ch'era il più intelligente, otteneva dalla madre tutto quel che volesse, pur non essendo il più meritevole de' quattro. Ma Donna Peppa diceva: – 'E mamme so' comme 'e nnammurate; vonno cchiù bene a chille figlie ca lle danno cchiù muorze amare. (p. 838)
  • La famiglia Petito, finché visse Donna Peppa, non si sbandò. Sedevano don salvatore e i figliuoli, nell'ora del pranzo, a una sola tavola e Donna Peppa andava intorno scodellando la minestra in ogni piatto. Però il suo tondino restava vuoto. E allora ella rifaceva il giro della tavola e da ogni piatto ricolmo toglieva una cucchiaiata pel suo. Questa e lo spendere in una giornata tutto quanto avesse guadagnato la sera avanti erano tra le sue più vecchie abitudini. Liberale, benefica, affettuosa, ella dava perfino le sue vesti per carità, ma pagava, con grande esattezza, i suoi trenta ducati al mese, per la casa e pel teatro, ai Maisto, i quali, ogni capodanno, ricevevano, assieme al denaro, un sonetto augurale, scritto da Salvatore Petito, ora in dialetto, or in una lingua che don Salvatore credeva che fosse italiana. (p. 838)
  • Nel 1850 Donna Peppa, nata nel 1792, contava cinquantotto primavere, ma, sempre vegeta e forte, non mancava di scendere ogni sera al teatro e rimanervi fino alla mezzanotte. In quell'ora, a uno a uno, il marito e i figlioli rincasavano da San Carlino e dalla Fenice, stanchi, rauchi, con ancor sulle gote e agli angoli delle palpebre le tracce del trucco. In camera da pranzo un'insalata d'indivia li aspettava nella penombra. Il palazzo Maisto dormiva. Per la via deserta era la pace della notte, a cui di volta in volta, si confidava, mormorando, il mare. E ora attorno alla tavola, Pulcinella, l'amoroso, la servetta, l'ingenua e il caratterista tranquillamente cenavano, chiacchierando e motteggiando. Coi gomiti sulla tavola, il mento nelle palme delle mani, senza toccar cibo, Donna Peppa ascoltava e sorrideva, vera dea madre, contemplante la felicità familiare e, a poco a poco, appisolandosi. (pp. 839-840)
  • Il 1848 era alle porte, ma pareva che nessuno lo sospettasse; Napoli ha sempre di queste placide esteriorità: l'interno lavorio non offusca il suo aspetto e neppur le più grandi disgrazie valgono a mutarne la fisionomia. Con un grano, in quegli anni, il lazzarone era quasi ricco, e una piastra ballonzolante nella saccoccia del panciotto a un borghese gli conferiva l'aria della più grande superiorità. L'allegra povertà, in pieno possesso della strada, vi si sciorinava al sole; il facchino appisolato, a un angolo, in una cesta, schiudeva, di volta in volta, gli occhi e tranquillamente, abituato a posare, contemplava il forestiero, inglese o francese, che, impiedi, davanti a lui, pigliava note in un taccuino. Le solite baldorie per le feste de' soliti suoi santi occupavano la gente de' quartieri inferiori – come anche adesso la occupano – ma pareva che un senso di caricatura fosse pur penetrato dal giornale fin nella plebe. (pp. 868-869)
  • [Antonio Petito] L'attore era veramente grande, la sua figura illuminava tutta la scena, riempiva tutti i vuoti, raccoglieva tutte le emozioni e gli interessamenti; così le volgari stupidaggini della commedia petitiana e il suo difetto d'umanità scomparivano in un godimento che pervadeva tutto il pubblico e durava ancor fuori del teatro: una felicità che accompagnava fino a casa gli spettatori, e lasciava ancora sorridere, nel sonno, le loro labbra dischiuse. (p. 904)
  • L'epoca del piccone cominciò a' 6 di maggio del 1844, e dopo qualche mese non rimaneva più, al posto del teatro, se non un cumulo di pietre. Su quelle rovine pianse, lungamente, tutta Napoli, memore delle ore deliziose passate in quel torrido fosso, tenera de' ricordi quasi classici che quel teatro avea tramandati, con la storia sua e de' suoi comici e dei suoi frequentatori, in tre o quattro generazioni partenopee. Spariva, difatti, un monumento napoletano, l'Eldorado della gaiezza spariva e la improvvisa e insospettata soppressione era lamentata qui come da per tutto, poi che erano state accessibili a tutti le forme comiche nostrane e nel teatrino di San Carlino era stata internazionale la risata. (p. 914)

ExplicitModifica

Se v'è cosa bella ed alta e onorevole questa è l'arte davvero. Ed ella non accoglie fratellanze volgari, non tollera ammonimenti insinceri, non s'adombra per voci petulanti.
Se arte è – da sola vive, s'esalta e s'illumina.

Taverne famose napoletaneModifica

IncipitModifica

L'idea d'occuparmi delle antiche taverne di Napoli mi nacque, recentemente, nella queta e pittoresca casa d'un vecchio e illustre artista napoletano, il commendatore don Consalvo Carelli, nestore de' pittori suoi concittadini e operoso, immaginoso, fervente e vibrante come il più giovane di costoro. È al Carelli che Napoli nobilissima ed io dobbiamo gli acquerelli i quali coloriscono, nella parte più vicina a noi, questo mio scritto di topografia aneddotica: nessuno, meglio di lui, avrebbe potuto illustrarlo con più autentici documenti e, a un tempo, con maggior grazia di tratto e di spirito grafico. Nel professarmi pubblicamente tenuto al chiaro uomo – l'unico superstite di quella scuola famosa che fu detta di Posillipo – entro subito in materia.

CitazioniModifica

  • Gli smargiassi, guappi del tempo, con l'alberuzzo di teletta sulle spalle, con cosciali e calze di stamma legate con cioffe e sciscioli, col cappello impennacchiato e ricco di passavolanti si pigliavano a braccetto or le donne or gli amici soldati e in comitiva si scantonava laggiù al Crispano, ove di tra la verde rete d'un pergolato brillavano fiammelle di lucerne appese e di parattelle – (ch'erano scodellette piene di sego nel quale si reggeva un grosso stoppaccio acceso) – illuminazione primitiva di cui si giovavano pur i teatri, specie per le ribalte. (p. 33)

Incipit di alcune opereModifica

A «San Francisco»Modifica

La tela si leva lentamente. Quando è a metà del palcoscenico s'ode una voce interna cantare malinconicamente da un altro camerone.
Rafele e Cicciariello, seduti sulle tavole di un letto, giocano a carte e fumano.
Federico 'o pittore e Totonno seggono sulle tavole di un altro letto: il secondo stende il braccio destro denudato e il primo glie lo va tatuando con un ago e col nerofumo. Il ragazzo Luigiello, accosto ad essi, osserva curiosamente l'operazione.
Don Gennaro 'o cusetore è occupato a scrivere, con la matita, de' numeri in un libriccino. Siede sulle tavole del primo letto a sinistra dello spettatore.
Steso sul suo letto, col capo poggiato sui materassi ravvoltolati, Peppe Pazzia dorme. Sotto al suo letto è una brocca, tra un fiasco di vino e un paio di scarpe.
È sera. Tutti tacciono.

La voce interna: A San Francisco
mo' sona 'o risveglio,
chi dorme e chi veglia,
chi fa nfamità!...

La voce interna di un carceriere: Silenzio!... (e al tempo stesso s'ode un romore come di porta alla quale si batta violentemente).

L'ignotoModifica

Sul Piazzale di Porta Roma erano poche persone. Era deserta la via del laboratorio pirotecnico, deserta la via di faccia ad essa, ove, sul principio, è la semplice e nuda fabbrica dell'Arcivescovado a cui seguono altre fabbriche basse e la Riviera Casilina, recinta da una fila di casette rossastre.
L'ora del tramonto avanzava. Un lume dorato che poc'anzi avea tutto infiammato, nel lontano, il fuggevole dosso de' Tifati si raccoglieva in coda a' monti, ove la terra e la collina s'univano e pareva che l'ultima arborea decorazione di quelle gobbe immani sprofondasse nell'immensa e aperta campagna, verso Roma lontana. Tutto intorno taceva di quel triste silenzio invernale che pesa su Capua, città di chiese e di caserme.

Mattinate napoletaneModifica

Napoli, Marzo 1885

CARISSIMO PAOLO,
Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che mi pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco alloggiate, in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia con nessuno, apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente allontanarsi da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse il morboso carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza, dalla quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e un po' a sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di caffè e con un sigaro napoletano. Il caffè, per acquaccia nera che sia, mi permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò mi fa bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero e interessandomi a qualche cosa fuori di me stesso.

Novelle NapolitaneModifica

Giugno mite, dolcissimo, avea sorriso alle cose con l'ultima sua tepida giornata. Il piccolo vecchio sedeva in una pur vecchia poltrona ancora pienotta, nell'angolo della finestra. Le mani carezzavano i pomi dei bracciuoli; leggermente china la testa sul petto, gli occhi socchiusi, egli era vinto da un languore, nella rosea poesia del tramonto.

Citazioni su Salvatore Di GiacomoModifica

  • Croce elevò Di Giacomo a poeta nazionale, assoluto, liberandolo da una caratterizzazione «dialettale», in virtù del superiore valore della Poesia, che non può essere definita in generi, ma in quanto arte può soltanto essere sottoposta a giudizio estetico: quella di Di Giacomo non è poesia dialettale, ma Poesia «senz'altro». (Vincenzo Regina)
  • Il linguagguio dialettale esprime nella dignità linguistica e nell'orchestrazione del ritmo ogni commozione del poeta e nel variare del timbro dà ragione della vasta scala di sensibilità di cui era capace Di Giacomo. (Raffaele Giglio)
  • La poesia di Salvatore Di Giacomo scapigliata, verista, decadente ad un tempo nel suo sviluppo storico, si caratterizza per essere lirica e fantastica: ha «il senso del misterioso; pova il fascino del passato [Benedetto Croce]», è immagine velata e musicale del suo tempo interiore. (Vincenzo Regina)
  • Salvatore Di Giacomo morirà solo quando Marechiaro (che ora ha una via intitolata al suo nome) e l'intera Napoli avranno cessato di esistere... (Giuseppe Marotta)
  • Salvatore Di Giacomo, poeta, narratore, drammaturgo, autore di canzoni, storico, giornalista, bibliotecario, è da ritenersi per la qualità della sua arte, per la sua opera, e per il suo valore di studioso il più illustre letterato napoletano; insieme a Benedetto Croce ha rappresentato un vertice assoluto della cultura del suo tempo, non soltanto a Napoli, ma anche in Italia e all'estero. (Vincenzo Regina)
  • Tal quale il Di Giacomo delle novelle e de versi si ritrova nei parecchi libri che ha pubblicati di ricerche storiche [...].
    L'erudito può fare qualche obiezione e dichiararsi mal soddisfatto e dell'accoppiamento di storia e immaginazione e della subordinazione dei problemi propriamente storici alla contemplazione sentimentale e passionale. Ma sotto l'aspetto artistico, come non accettare le pagine d'arte, che il Di Giacomo, non sapendo resistere alla propria natura, ha frammezzate ai suoi spogli di documenti? (Benedetto Croce)

NoteModifica

  1. Da Il palazzo di Giustizia in Napoli, in Saggi insoliti, Stamperia del Valentino, Napoli; citato in Antonio Emanuele Piedimonte e Anna Scognamiglio, Napoli. Uomini, luoghi e storie della città smarrita Intra Moenia, Napoli, 2013, p. 13. ISBN 978-88-95178-77-6
  2. Non vedi? Sto morendo...
  3. Dalla necrologia per Francesco Proto; citato in Benedetto Croce, La letteratura della nuova Italia, Saggi critici, vol. III, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 19222 riveduta, p. 81.
  4. Da Napoli, pp. 92-93.
  5. Citato in Epigrammi del marchese di Caccavone e del Duca di Maddaloni, a cura di Giuseppe Porcaro, Arturo Berisio Editore, Napoli, 1968, risvolto di copertina.
  6. Nuovo metodo di apertura della cornea per estrarre l'umore cristallino.
  7. Dalla prefazione a Samuel Sharp, Lettere dall'Italia 1765-1766, A descrizione di quelli usi e costumi in quelli anni, Napoli, traduzione di Constance e Gladys Hutton, prefazione e note di Salvatore Di Giacomo, Carabba, Lanciano, 1911, p. 12.
  8. Da L'Occhialetto, XIX, 29, Napoli, 18 settembre 1886; citato in Nota bio-bibliografica di Salvatore Di Giacomo, bibliocamorra.altervista.org.
  9. Da Il Quarantotto, Napoli 1903.
  10. Da Regina di Mezzocannone, Tutte le novelle, Newton Compton editori, 1991.
  11. Da Vulite 'o vasillo?, in Novelle napolitane, prefazione di Benedetto Croce, Fratelli Treves, Editori, Milano, 1919, [1].
  12. Il riferimento è al Chiostro grande.
  13. Direttore del Museo di Haarlem (Arlem nel testo), cfr. Il Museo Artistico Industriale, p. 407.
  14. Citato in Francesco Bruno, Il Decadentismo in Italia e in Europa, a cura di Elio Bruno, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1998, p. 103. ISBN 88-8114-727-0
  15. Il verismo di Domenico Morelli e Filippo Palizzi. Cfr. La Scuola di Posillipo, p. 971.
  16. Citato in Angelo Gianni, Mario Balestrieri e Angelo Pasquali, Antologia della letteratura italiana, Per le scuole medie superiori con introduzioni sugli aspetti della società e delle lettere, vol. III, parte seconda, p. 196.
  17. Con alcune differenze ortografiche in Poesie, p. 251
  18. C'entra.
  19. Eccola.
  20. Gianni, Balestrieri e Pasquali, pp. 195-196.
  21. In Poesie pp. 266-267
  22. Scandagliarlo, scrutarvi.
  23. Inventa.
  24. Diminutivo di Antonio.

BibliografiaModifica

  • AA. VV, Napoli ieri, Edizioni S.a.r.a. .
  • Salvatore Di Giacomo, A «San Francisco», R. Carabba editore, 1910.
  • Salvatore Di Giacomo, L'ignoto, Lanciano, R. Carabba, 1920.
  • Salvatore Di Giacomo, La Scuola di Posillipo, in Poesie e prose, prefazione di Elena Croce, note all'edizione e cronologia a cura di Lanfranco Orsini, note ai testi, note e bibliografia a cura di Lanfranco Orsini, glossario a cura di Lanfranco Orsini, Mondadori, I Meridiani, 2007, pp. 951-971. ISBN 88-04-13499-2
  • Salvatore Di Giacomo, Mattinate napoletane, Napoli, L. Pierro, 1887.
  • Salvatore Di Giacomo, Napoli, parte prima, Istituto italiano d'arti grafiche - editore, Bergamo, 1907.
  • Salvatore Di Giacomo, Novelle Napolitane, Treves, 1919.
  • Salvatore Di Giacomo, 'O voto, Oscar Mondadori, Milano 1966.
  • Salvatore Di Giacomo, Per la storia del brigantaggio nel Napoletano, Osanna Edizioni, 1990.
  • Salvatore Di Giacomo, Storia del Teatro San Carlino, cap. VIII, IX, X, in Poesie e prose, prefazione di Elena Croce, note all'edizione e cronologia a cura di Lanfranco Orsini, note ai testi, note e bibliografia a cura di Lanfranco Orsini, glossario a cura di Lanfranco Orsini, Mondadori, I Meridiani, 20007, pp. 833-916. ISBN 88-04-13499-2

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