Giuseppe Baretti

critico letterario, traduttore e poeta italiano

Giuseppe Marc'Antonio Baretti (1719 – 1789), scrittore, critico letterario, drammaturgo, linguista e traduttore italiano.

Giuseppe Baretti

Citazioni di Giuseppe BarettiModifica

  • Al momento del nostro appressarci al porto l'orizzonte era sì chiaro, che abbiamo potuto godere a tutto nostro agio di questo bellissimo spettacolo, e contemplare a un colpo d'occhio tutta quanta la città. Che semicerchio magnifico! Nulla, a ciò che dicesi, è paragonabile in questo genere a Genova, fuori di Napoli, e di Costantinopoli. Io avea veduta Genova parecchie volte: ma oggi essa mi è piacciuta di più, e più che mai mi sorprende. Essa è veramente una città superba.[1]

La Frusta letterariaModifica

IncipitModifica

Quel flagello di cattivi libri che si vanno da molti e molti anni quotidianamente stampando in tutte le parti della nostra Italia, e il mal gusto di cui l'empiono, e il perfido costume che in essa propagano, hanno alla fin fine mossa tanto la bile di uno studioso e contemplativo galantuomo, che s'è pur risoluto di fare nella sua ormai troppo avanzata età quello che non ebbe mai voglia di fare negli anni suoi giovaneschi e virili, cioè si è risoluto di provvedersi d'una buona metaforica Frusta, e di menarla rabbiosamente addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tutto dì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d'ogni generazione, che non hanno in sé il minimo sugo, la minima sostanza, la minimissima qualità da renderle o dilettose o giovevoli ai leggitori ed alla patria. ("Introduzione a' leggitori)[2]

CitazioniModifica

  • Altro è esser uomo erudito, ed altro è esser uomo grande. (IX, 1 febbraio 1764)[2]
  • Benvenuto Cellini ha scritto un meglio stile che non alcun altro Italiano; uno stile più schietto e più chiaro, perché più secondo l'ordine naturale delle idee, le quali non ne presentano mai il verbo prima del nominativo, e non ce lo collocano mai in punta a periodi e a una gran distanza da quello. (vol. 1, Società tipograf. de' classici Italiani, Milano, 1838, p. 101)
  • Avrei però avuto caro che mi nominaste solo trenta di quegli scrittori che nella opinione vostra scrivono meglio di me in Italia, perché potessi imparare da essi a scrivere un po' meglio che non fàccio. (IV)
  • Chi non crede al giuramento altrui sa d'essere spergiuro egli stesso. (XXVII, 15 aprile 1765)[2]
  • Costa meno fatica lo stare a detta, che non il giudicare d'ogni cosa col proprio giudizio. (IV)
  • E bisognerà egli tuttavia chiamar ragionevole un animale che non sa neppur stare ventiquattr'ore, anzi dodici o quattordici, senza calcitrare contro la ragione, e senza violarne i precetti? (V, 1 dicembre 1763)[2]
  • Eh, Genovesi mio, adopera gli abbindolati stili del Boccaccio, del Bembo e del Casa, quando ti verrà ghiribizzo di scrivere qualche accademica diceria, qualche cicalata, qualche insulsa tiritera al modo fiorentino antico o moderno; ma quando scrivi le lue sublimi Meditazioni, lascia scorrere velocemente la penna; lascia che al nominativo vada dietro il suo bel verbo, e dietro al verbo l'accusativo senza altri rabeschi. (vol. 11)[3]
  • Il dire facilmente anche le cose più facili a dirsi, è cosa tutt'altro che facile, anzi pure difficilissima tra le più difficilissime. (III, 1 novembre 1763)[2]
  • L'orgoglio... è figlio dell'ignoranza. (XI, 1 marzo 1764, "Il giovane istruito")[2]
  • La poesia non consiste nel dire studiatamente una cosa comune. (in Opere)
  • Le nostre accademie servono assai più a moltiplicare l'adulazione fra gli uomini, e la servile dipendenza della gente studiosa e povera dalla gente ricca e ignorante, che non a moltiplicare e ad accrescere le arti e le scienze. Che gran bene hanno fatto all'Italia quelle tante accademie di cui è piena da tant'anni? Ci hann'esse resi superiori in sapere agl'Inglesi che non n'hanno che una sola, o a' Francesi che ne han poche? (1830)
  • Nelle mie lucubrazioni io sono austero sì, ma spassionato e giusto con tutti gli scrittori di cui favello, e che ogni mia riga mostra Aristarco amico della religione, della morale e della buona creanza, egualmente che nimico della dissolutezza, dell'asinità, e della presunzione. (IV)
  • Non sapete voi che più giova a una città un corpo di ciabattini e di votacessi, che non la più numerosa accademia di filologi, o la più popolata colonia d'immaginarj pastorelli? (IV)
  • Non solamente sono pochi i moderni scrittori italiani che sappiano fare un buon libro, ma sono anche pochi quelli che dopo d'aver sfatto un libro o buono o cattivo, sappiano fargli un buon titolo. (IV)
  • Perché non ha mai a venire un Cartesio in filologia come n'è venuto uno in filosofia? (IV)
  • Quel Benvenuto Cellini dipinse quivi sé stesso con sommissima ingenuità, e tal quale si sentiva d'essere [...], cioè animoso come un granatiere francese, vendicativo come una vipera, superstizioso in sommo grado e pieno di bizzarria e di capricci; galante in un crocchio d'amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia; lascivo anzi che casto; un poco traditore, senza credersi tale; un poco invidioso e maligno; millantatore e vano, senza sospettarsi tale; senza cirimonie e senza affettazione; con una dose di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia d'essere molto savio, circospetto e prudente. Di questo bel carattere l'impetuoso Benvenuto si dipinge nella sua vita senza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di dipingere un eroe. Eppure quella strana pittura di sé stesso riesce piacevolissima a' leggitori, perché si vede chiaro che non è fatta a studio, ma che è dettata da una fantasia infuocata e rapida, e ch'egli ha prima scritto che pensato; e il diletto che ne dà, mi pare che sia un po' parente di quello che proviamo nel vedere certi belli ma disperati animali armati d'unghioni e di tremende zanne, quando siamo in luogo da poterli vedere senza pericolo d'essere da essi tocchi ed offesi. (vol. 1, Società tipograf. de' classici Italiani, Milano, 1838, p. 232)

Citazioni su Giuseppe BarettiModifica

  • Egli venne costretto spesso a mutare dimora in Italia ed all'estero, più che non richiedesse il suo spirito avventuroso, non tanto per la sostanza delle sue critiche, quanto per la forma acre ed aggressiva di esse, forma dovuta ad un carattere bizzarro e violento che talvolta si manifestava pure in maniere non letterarie. (Michele Rosi)

NoteModifica

  1. Lettera LXXXIX, Genova, 18 novembre 1760; in Viaggio da Londra a Genova, vol. IV, ed. Lorenzo Sonzogno, Milano, 1831, p. 176
  2. a b c d e f Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
  3. Citato in Giuseppe Maffei, Storia della Letteratura Italiana, p. 51, Vol. III.

BibliografiaModifica

  • La Frusta Letteraria, volume IV, Lorenzo Sonzogno Editore, 1830

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