Mauro Berruto

politico e allenatore di pallavolo italiano

Mauro Berruto (1969 – vivente), allenatore di pallavolo italiano.

Mauro Berruto (2011)

Citazioni di Mauro BerrutoModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • [«Come è possibile individuare in un'azienda o in un team (sportivo) i ragazzi con maggior talento e abilità creative?»] Il primo aspetto che mi viene in mente è la capacità di mettersi in gioco. Un grande atleta che è diventato tale seguendo dei protocolli e un certo stile di vita, capita che sia restio, spesso, a cambiare ciò che gli ha permesso di arrivare lì. I campioni assoluti, che si differenziano dagli altri, sono atleti che ogni giorno, in ogni seduta di allenamento, hanno questa curiosità infinita di scoprire, magari modificando un piccolo gesto tecnico o un dettaglio, se quelle piccole differenze possono portare ad un miglioramento della performance. Nello sport uno arriva perché ha un talento fisico indubitabile: ci sono dei parametri oggettivi. Tra questi atleti c'è chi difende quello che ha fatto per essere lì, e c'è, invece, chi arriva nello stesso posto e attacca ogni centimetro che ha a disposizione, per sperimentare e migliorare.[1]
  • [Sulla Generazione di fenomeni] Era il clima, la cultura che si stava generando, il senso di grandezza e di volontà di andare a conquistare il mondo, quello che si respirava. [...] Per essere onesti intellettualmente, Velasco è stata la fortuna di quel gruppo di giocatori, proprio come quel gruppo di giocatori è stata la fortuna di Velasco. Quel circolo virtuoso che si è innescato, forse irripetibile, ha generato un effetto che si potrebbe definire win-win-win. Ne hanno trovato giovamento i singoli, la squadra e lo sport intero.[2]
  • [Sul Grande Torino] Chi è nato a Torino, difficilmente ha in famiglia qualcuno che non abbia raccontato, indipendentemente dall'essere tifoso o meno, cosa rappresentasse il Torino a quel tempo. Era molto di più di una squadra di calcio, era il simbolo di un'Italia che si rialzava in quel momento con le ossa abbastanza rotte. Era un qualcosa che la città sentiva come proprio. I grandi campioni di quella squadra [...] erano a portata di mano delle persone. Il fatto che quella squadra se ne sia andata tutta insieme, in quella maniera così tragica, quando la sua storia non era finita, rende tutto ancora più struggente. Il Grande Torino ha veramente cambiato un paradigma, trasformando una "porzione" in qualcosa di trasversale e comune. Di questo, noi tifosi del Toro siamo ancora profondamente orgogliosi.[3]
  • [Sul campionato di Serie A 1975-1976] Avevo sette anni e non credo mi ricapiterà. In quel maggio del '76, quando vincemmo l'unico scudetto del dopo Superga, immediatamente, un "fiume umano" si incamminò verso Superga. Ho poi un altro ricordo che fa molto ridere, che è molto in linea con la fenomenologia del tifoso granata. Mio padre mi prese con la sua auto e andammo a festeggiare in Piazza Castello a Torino. Ai tempi intorno alla piazza si circolava tutto intorno. Al terzo giro la macchina si incendiò ed ero talmente felice di aver vinto lo scudetto che non sapevo ancora che non ne avremmo vinti altri. È una storia molto "granata" perché noi siamo sempre sospesi fra la gioia, che non è solo legata alla vittoria o al risultato sportivo, e questa vocazione al tragico. Un tifoso del Toro sa bene che se vuole la vittoria deve tifare qualche altra squadra.[3]
  • [Nel 2021] Il primo elemento che mi viene da considerare è che l'errore delle 12 squadre che hanno auto-determinato la nascita della Superleague sia stato di comunicazione. E aggiungo che quando si parla di sport, in particolare di calcio, si sta parlando di un tema profondamente connesso con degli aspetti culturali, non solo economici o finanziari. A un ipotetico tavolo di costruzione della Superleague sarebbe stato necessario invitare non solo esperti di finanza, ma anche sociologi, psicologi e antropologi. Detto questo, è evidente che il calcio ha un problema strutturale che nessuno, ad oggi, ha voluto davvero risolvere. Credo che ci sia un'azione che sta a fondamento di tutte le altre: il contenimento dei costi.[4]
  • La narrazione è uno strumento potentissimo, nel bene e nel male. È davvero incredibile come, nel momento della storia umana in cui più la scienza trova soluzioni e l'accessibilità al sapere è garantita come mai prima, siamo di fronte a vere e proprie sacche di "pensiero magico" drammaticamente pericolose per sé e per gli altri. 
L'uomo è un animale narrante nel senso che l'esistenza della razza umana, e la sua sopravvivenza, passa anche attraverso la capacità di raccontarsi storie. Lo storytelling è uno strumento di trasmissione della conoscenza sin dalla antichità; l'Iliade e l'Odissea erano modi di trasmettere ad altri umani delle tecniche (tecniche di costruzione navi, tecniche militari, tecniche su come si fa un funerale o una festa). Naturalmente se quelle tecniche non fossero state fuse in una storia avrebbero avuto una sopravvivenza più breve. L'idea del fondere concetti e saperi dentro delle storie è uno strumento potentissimo per trasmettere ad altri umani e può esser usato nel bene o nel male. Da questa pandemia ne usciamo anche consapevoli che la narrazione della realtà è parte stessa della realtà: il modo in cui noi raccontiamo le cose le fanno esistere o meno. Se impari tecniche di storytelling impari anche a difenderti dallo storytelling farlocco e dalle fake news.[4]
  • Mourinho è espressione di un'intelligenza superiore e non mi riferisco all'aspetto calcistico. È un uomo che ha dimostrato di interpretare la professione con la conoscenza e con le capacità tecniche che ha.[5]
  • [Sullo ius soli] La verità è che lo sport anticipa i tempi. È già lì la fotografia della società che vorremmo, che uno lo desideri o meno. Dunque, la politica deve colmare un ritardo, accorciare la distanza con la realtà. Ben vengano le vittorie dei Giochi olimpici come accensione di un faro. Ma il tema prescinde dal talento. [...] Basta aprire una porta di palestra e accorgersi che ci sono poco più di un milione di ragazze e ragazzi che nei fatti sono italiani, ma dovranno aspettare i 18 anni per esserlo realmente.[6]
  • Questo ragazzo è il palleggiatore più forte del pianeta. Perché ha un talento fuori scala e perché quando parla usa sempre il "noi". Simo, saresti diventato un campione in qualsiasi sport, ma tu sei la pallavolo.[7]

Lo sport è un fatto culturale

Intervista di Davide Bernardini, suiveur.it, 6 aprile 2020.

  • Al ciclismo in senso ampio [...] mi legano diverse cose. Prima di tutto, i suoi valori: quello che ha a che fare con la fatica mi entusiasma, e quindi da amante dello sport non posso non considerare il ciclismo come uno dei più importanti. E poi è uno degli sport più letterari, uno di quelli che si presta meglio al racconto; non sono io il primo a dirlo, insomma, è sufficiente ripensare alle penne che si sono cimentate nell'impresa di raccontarlo: penso a Dino Buzzati e alle sue pagine sul Giro d'Italia 1949 [...]
  • [«Qualcosa dev'essere andato storto, se fino a qualche decennio fa il giornalismo italiano raccontava lo sport in una certa maniera e oggi lo racconta in un'altra, tendenzialmente più rumorosa, sciatta e brutta»] Credo che ci sia una iper-valutazione del risultato finale; cioè, il risultato finale è diventato l'unico metro di valutazione. Un aspetto che, almeno secondo me, va a braccetto col fenomeno delle scommesse sportive che negli ultimi anni ha generato un volume economico immenso, senza precedenti: se il risultato finale diventa così importante da spostare tali quantità di soldi, è chiaro che diventa l'unico argomento di cui vale la pena parlare; se non l'unico, quantomeno quello preponderante. Se il punto di vista è quello economico, non può che andare così; una sponda ideale, ovviamente, per la polemica, per il becero, per il chiacchiericcio. E invece a me piacerebbe conoscere la storia del secondo classificato, o di chi arriva a metà classifica o a metà gruppo; o la storia dell'ultimo, perché no: la bellezza, la grazia e l'armonia che le vicende dei vincitori a volte non possiedono.
  • Mi sono sempre piaciuti quelli sportivi che hanno qualcosa da dire, che non si chiudono in sé stessi, che hanno un'opinione e non temono d'esporla. Quegli sportivi, diciamo, che vivono nella realtà del loro tempo e hanno la consapevolezza di poterla cambiare. Dico Muhammad Ali per rendere l'idea, ma non è il solo: oltre a stimare la persona e il personaggio, faccio il suo nome quasi per identificare una categoria. Sportivi che lasciano un segno indelebile nella loro disciplina e uomini che riescono a rompere il muro dello sport, arrivando ad influenzare la società e il mondo. Al contrario, non mi piacciono gli sportivi che si limitano al loro ambito, che si chiudono in sé stessi, che danno l'impressione di non avere mai un'opinione o un punto di vista. Certo, non basta aprir bocca su un tema di dominio pubblico per passare alla storia. Tuttavia, chi ha qualcosa da dire al di là dello sport che pratica mi affascina molto.
  • [«[...] cosa intende per cultura sportiva?»] Sostanzialmente due cose. La prima: quella forma di intelligenza che contraddistingue i campioni dello sport, siano essi atleti o allenatori. Nelle esperienze che ho fatto non ho mai conosciuto uno sportivo di alto livello che fosse un ignorante. Il contrario della narrazione comune, se vogliamo, che per lungo tempo ha fatto passare l'idea del grande campione poco pensante. Io, al contrario, ho riscontrato una certa intelligenza e una certa curiosità che si avvicina molto al concetto di cultura. La seconda declinazione che io do alla cultura sportiva riguarda tutti: è la cultura del movimento, dell'attività fisica, del benessere personale, della prevenzione. Lo sport è la medicina più efficace per curare sé stessi.

«La pandemia ha cancellato lo sport»

Intervista di Cristin Cappelletti, open.online, 26 marzo 2021.

  • In Italia non abbiamo mai costruito una cultura sportiva. Negli ultimi settant'anni la scuola si è deliberatamente sottratta dall'occuparsi del tema. L'Italia è un Paese che ama lo sport, lo segue, lo tifa. Ma non abbiamo una cultura del movimento. Questa deve passare attraverso le due grandi agenzie educative che rimangono: la scuola e la famiglia. [«Perché parla di una scuola assente?»] Le istituzione scolastiche hanno deciso di non occuparsi della cultura sportiva e questo è un disastro. Abbiamo scelto un modello dove la pratica sportiva è stata delegata alla rete di associazioni che in Italia è gigantesca. Fanno un lavoro grandioso e meritorio e hanno lavorato da sempre duramente per colmare questo vuoto. Sono loro che vanno dentro le scuole, quando dovrebbero essere le scuole a indirizzare i ragazzi, a farli appassionare alla cultura del movimento, così come ci si appassiona a materie come l'inglese e la matematica. Se la scuola si riappropriasse di questo compito ci sarebbero molti più ragazzi desiderosi di fare attività sportiva. [«E riguardo alla famiglia?»] [...] Lo sport di base si fonda su denaro privato, che arriva parzialmente dai finanziatori, ma principalmente dalle famiglie che pagano le quote sociali affinché i loro figli possano fare attività sportiva. La grande preoccupazione è che oggi la capacità di spesa si è ridotta e se non hai costruito una cultura del movimento anche per le famiglie lo sport diventa un bene non essenziale.
  • La mancanza di una cultura sportiva ha un impatto sul servizio sanitario nazionale. Non è un caso che continuiamo a essere in cima alle classifiche dei Paesi con il più alto numero di adolescenti in forte sovrappeso che si portano poi dietro altre patologie. Se noi agiamo in maniera disattenta e non costruiamo una cultura del movimento ne pagheremo il conto. E questa è una certezza.
  • Per me il capolavoro è la piena trasformazione del potenziale in una prestazione. [...] Come allenatore si tratta della completa trasformazione del tuo talento, della tua capacità fisica e mentale. Qualche volta significa vincere medaglie, qualche volta significa arrivare 46esimo. E lo sport è forse uno degli ultimi ambienti rimasti che ti insegna come la piena trasformazione del tuo potenziale non passa da scorciatoie. C'è l'allenamento e il sudore. Viviamo in un mondo in cui ci insegnano a fare meno fatica possibile, qualunque strumento elettronico deve esser intuitivo, devi essere in grado di usarlo fin da subito senza un libretto di istruzioni. Abbiamo smarrito il senso della necessità di fare fatica per entrare nel rapporto tra potenziale e prestazione.

"L'obiettivo è il carburante del singolo e il collante del gruppo"

Intervista di Pietro Razzini, gazzetta.it, 16 aprile 2022.

  • Allenarsi è caratteristico di chiunque abbia in sé quella curiosità che spinge a migliorare, a prepararsi sempre di più, a formarsi costantemente. È di ispirazione anche per le persone che vedono un comportamento di questo tipo.
  • Ho lavorato con tantissimi buoni giocatori e con alcuni campioni. Di fuoriclasse ne ho trovati pochi. Per esserlo non basta l'ossessione positiva di fare bene un gesto (buon giocatore), in piena responsabilità (campione). Bisogna saperlo fare quando è difficile.
  • [Sul concetto di squadra] L'obiettivo è il carburante del singolo e il collante del gruppo. Bisogna sempre identificare obiettivi individuali. Essi devono essere però funzionali a quello del gruppo. Solo così il singolo migliora e permette al gruppo di avvicinarsi al suo scopo.
  • La sconfitta è un processo necessario all'interno dello sport. È solo grazie a essa che si mettono in moto i meccanismi utili per rileggere il percorso e migliorare. Non dimentichiamo che si perde più spesso di quanto si vince. Prima o poi capita a tutti ma la differenza sta nella reazione: crogiolarsi o ripartire.
  • Una nazionale non è la somma dei migliori atleti ma di chi si mette a disposizione di un progetto. Si può essere decisivi segnando 30 punti, mantenendo positivo il morale dello spogliatoio o facendo anche solo una ricezione risolutiva. Servono persone disposte ad accettare il proprio ruolo all'interno del gruppo.

Interventi alla Camera dei DeputatiModifica

Dall'intervento alla seduta del 10 novembre 2022

Resoconto stenografico 9. Seduta di giovedì 10 novembre 2022

  • Lo sport e la cultura del movimento sono un’agenzia educativa capace di insegnare valori come inclusione, solidarietà e rispetto e sono capaci di formare cittadini e cittadine più consapevoli, più rispettosi del proprio corpo, della propria salute e dell’ambiente. (p. 44)
  • [...] il mondo dello sport è un generatore di benessere, di senso civico, di qualità della vita e anche - sì! - di economia. (p. 44)
  • [...] non ho mai capito perché l’allora sottosegretaria con delega allo sport Valentina Vezzali, nonostante le nostre sollecitazioni e forse a causa di un inadeguato confronto con il mondo sportivo e con le forze parlamentari, abbia potuto accettare che le risorse destinate allo sport del PNRR fossero circa lo 0,45 per cento del totale, a fronte di quell’1,37 per cento di impatto sul PIL che ho citato. (p. 44)
  • In un momento storico che ha visto i nostri atleti e atlete azzurri trionfare in tantissime discipline, dai Giochi olimpici ai Giochi paralimpici, dai Mondiali agli Europei, lo sport di base è nel momento più drammatico della sua storia. (p. 44)
  • Il numero di impianti natatori che stanno chiudendo è enorme e rappresenta un problema di priorità assoluta non solo per le società di gestione, che stanno portando i libri in tribunale, e per i loro lavoratori, ma anche per le casse dei comuni e delle città, che di quegli impianti sono quasi sempre proprietari. (p. 45)
  • L’importanza delle aziende funiviarie [...] è proprio nel peso che hanno per la filiera turistica a loro collegata. Insomma, se gli impianti si spengono, si spegne l’intera economia della montagna. (p. 45)
  • Dopo la pandemia, l’impatto del caro energia ha determinato la frantumazione di un modello sportivo che oggi non esiste più: che si tratti di sport agonistico, di dilettantismo, di impianti sportivi outdoor o indoor, di palazzi del ghiaccio, di impianti natatori o di impianti di risalita, il modello di sport che abbiamo conosciuto per più di 70 anni, delegato dalla cosa pubblica e fondato sul contributo decisivo del denaro privato, principalmente delle famiglie, non esiste più. Quel modello si è polverizzato: nulla è più come prima e nulla sarà più come prima. (p. 46)
  • Le aberranti pressioni psicologiche, denunciate da alcune atlete, in riferimento all’alimentazione e alla loro composizione corporea, confermate ancora ieri da una campionessa come Vanessa Ferrari, che ha dichiarato di avere vissuto sulla sua pelle quel problema, accende un enorme riflettore su un’altra altrettanto enorme responsabilità che i tecnici, soprattutto quelli che si occupano dei settori giovanili, hanno nei confronti dei loro giovani atleti. (p. 46) [Sugli episodi di abuso nella Federazione Ginnastica d’Italia del 2022] (p. 46)

NoteModifica

  1. Da Giovanni Lucarelli, Il coraggio di innovare: intervista con Mauro Berruto, wired.it, 30 gennaio 2015.
  2. Da Il Foglio; citato in "La squadra che sogna", il libro di Giuseppe Pastore sull'Italia di Velasco, volleynews.it, 18 maggio 2020.
  3. a b Da un'intervista a Esperanto Sportivo, instagram.com, 4 maggio 2021; citato in «Che Guevara era torinista», sportellate.it, 18 giugno 2021.
  4. a b Da Antonluca Cuoco, Sport e politica. Nulla tornerà come prima. Intervista a Mauro Berruto, stradeonline.it, 19 maggio 2021.
  5. Da Lamberto Rinaldi, Sport, integrazione e politica. Intervista a Mauro Berruto, stampacritica.org, 15 luglio 2021.
  6. Da un'intervista al Corriere della Sera; citato in Ius Soli, Mauro Berruto: "Lo sport anticipa i tempi, la politica deve accorciare la distanza con la realtà", partitodemocratico.it, 11 agosto 2021.
  7. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 11 settembre 2022.

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