Beppe Severgnini

giornalista, saggista, opinionista e conduttore televisivo italiano

Giuseppe Severgnini, detto Beppe (1956 – vivente), giornalista, opinionista e saggista italiano.

Beppe Severgnini (2005)

Citazioni di Beppe Severgnini

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  • Più letta @Corriere.it: "Valentina al Grande Fratello ce l'ha messa lui". Tre domande 1)Chi è Valentina? 2)Chi è lui? 3)Ma c'è ancora il GF?[1]
  • [Su Silvio Berlusconi] Io non vorrei invecchiare così.[2]
  • [Commentando i risultati delle elezioni amministrative del 2011] Mister B: «Vi pentirete, pregate buon Dio!». Già fatto: ha funzionato.[3]
  • Domanda per la Chiesa. Perché non rinunciare a qualche vantaggio fiscale in favore della famiglia, ignorata nella manovra di ferragosto?[4]
  • [Sul campionato di Serie A 2020-2021] Campioni d'Italia, finalmente! Il diciannovesimo scudetto dell'Inter è arrivato alle 16:52 del 2 maggio 2021. Mancava da dieci anni, undici mesi e quattordici giorni. Sono andato a riprendere la mia bandiera a scacchi nerazzurri dalla cassapanca dove stava dal 2010, e l'ho appesa al balcone. Luminosa come sempre: aveva soltanto bisogno d'aria. E l'aria è arrivata. Un vento impetuoso. Uno scudetto speciale, questo dell'Inter. Perché mancava da tanto tempo, perché ricompensa la pazienza, perché ha riempito il silenzio degli stadi vuoti, perché premia le ossessioni romantiche di Antonio Conte. Perché abbiamo, finalmente, una formazione da imparare a memoria. [...] Uno scudetto speciale perché segna un cambio di stagione. [...] La sconfitta della Juventus, dopo nove scudetti consecutivi, era opportuna. Vincere sempre è controproducente. Nello sport, e non solo. [...] La felicità diventa semplice sollievo per il dispiacere evitato. I festeggiamenti juventini, negli ultimi anni, erano diventati una sorta di doveroso rituale. In ogni d'angolo d'Italia, s'è rivisto l'entusiasmo fanciullesco di una volta. Perché la gioia della vittoria, quasi sempre, è proporzionale all'intensità dell'attesa e al ricordo della sconfitta. Per noi interisti la meraviglia del 19° scudetto è figlia delle tante delusioni che l'hanno preceduta. [...] Saper perdere aiuta a vincere. Non vale solo per le società, i dirigenti, gli allenatori e i giocatori. Vale anche per noi tifosi. La lezione della sconfitta è il valore pedagogico dello sport, quello che dobbiamo insegnare ai nostri figli. So che per alcuni lettori juventini potrà sembrare una provocazione, invece vuol essere una consolazione. Torneranno a vincere. Non troppo presto, mi raccomando.[5]
  • Giacinto – con quel bel nome vegetale – era figlio della sua terra: un bergamasco senza montagna e senza accento, che dei bergamaschi aveva però le qualità che contano, e al resto d'Italia spesso sfuggono: la tenacia, l'affidabilità, l'incapacità di parlare a vanvera, l'indignazione lenta ma implacabile.[6]
  • Gli inglesi sono stoici, resilienti e pragmatici (più dei tedeschi, quasi come gli americani). Brexit non li ha cambiati e non li cambierà. Se andrà peggio, sapranno gestirlo al meglio. Gli inglesi possiedono anche la presunzione delle nazioni di talento. Non capiscono che l'Inghilterra – senza Impero, senza Europa, magari senza Scozia – rischia di diventare un regno pittoresco al largo delle coste francesi.[7]
  • Gli scout mi hanno insegnato ad affrontare il freddo, l'umido, la paura e gli altri: tutte cose utili, nella vita.[8]
  • Ho il sospetto che il voto per Berlusconi, dal 1994 al 2006, sia stato in parte motivato da una speranza: agire d'autorità e semplificare il Paese, renderlo più americano nei meccanismi quotidiani. È andata male, anche se per motivi che non possiamo spiegare qui.[9]
  • I demagoghi seguono binari diversi, ma partono tutti dalla stessa stazione e vanno nella stessa direzione. Se l'elettorato chiede cose rischiose, gliele concedono. Se la maggioranza cede al rancore, non fanno nulla per impedirlo. Se la nazione diventa aggressiva, non cercano di calmarla, tendono ad assecondarla. I nuovi tribuni investono sulla paura. Se c'è, la sfruttano; se non c'è, la creano.[10]
  • [Ultime parole famose nel 2014] Il congedo è un'arte per tutti, non un'occupazione per anziani. Lo sport impone ritiri ad un'età in cui si è ancora giovani imprenditori (secondo Confindustria). Eppure Roger Federer continua a giocare a tennis, perdendo molte partite e un po' di fascino.[11]
  • Il Fronte dell'Uomo Qualunque, nell'Italia degli anni Quaranta, sembrava destinato a un successo travolgente. Ci ha lasciato solo qualche aneddoto e il termine qualunquismo.[12]
  • L'università è un investimento in sé stessi e resta l'ultimo grande frullatore sociale, capace di mescolare redditi, censo e geografia. Se si ferma, siamo spacciati.[13]
  • [...] La vicenda della "terza stella" è uno dei molti infantilismi del calcio: quale tifoseria ne è immune? Però è vero che, in Italia, la fazione conta più di ogni cosa. Il giudizio tribale precede quello logico, civile, morale, giuridico, sportivo. Il calcio in questo è esemplare, ma il Fattore Palio – come l'ho chiamato in un libro – si estende ad altre sfere della vita italiana, dalla politica al campanilismo, dalle professioni all'università. [...] Parecchi tifosi juventini – e purtroppo anche alcuni dirigenti – sembrano non voler capire che gli anni di Moggi & C sono stati condannati in una serie di sentenze, sportive e ordinarie. Non è più questione di opinione, ormai. L'autorità riconosciuta – la stessa che ha assegnato alla Juve questo (meritato) scudetto e ha ignorato il gol (evidente) di Muntari a San Siro contro il Milan – ha deciso che gli scudetti sono 28. Punto. Fine discussioni. Non è bene usare questi argomenti per eccitare l'ambiente. Detto ciò, la Juventus – campione 2012 meritevole, ripeto – metta sulle maglie tutte stelle che vuole. Le stelle sono taaaante, milioni di milioni...!, cantavano a Carosello. (dal Corriere della Sera, 9 maggio 2012)
  • [Su Franz Kafka] Lo scrittore di Praga raccontava lo smarrimento davanti alla macchina della burocrazia austroungarica; ma quella italiana e repubblicana, se s'impegna, non è da meno.[14]
  • Mangiar bene, comprar qualcosa, mostrarsi molto ed eccitarsi un po': potrebbe essere il motto nazionale.[15]
  • Nei negozi di articoli sportivi, grandi come hangar di un aeroporto, qualsiasi desiderio, per quanto perverso, può essere soddisfatto. Una visita al mastodontico spaccio della Levi's produce l'equivalente commerciale della "sindrome di Stendhal", il malessere che le meraviglie turistiche di Firenze e Venezia provocano nel turista impreparato. (da Un italiano in America, Rizzoli)
  • Nessuno [...] è riuscito finora a fornire una spiegazione convincente del fatto che gli inglesi si ostinino a costruire lavandini con due rubinetti distanti tra di loro, uno per l'acqua calda e uno per l'acqua fredda, solitamente incollati al bordo, in modo che l'utente qualche volta si scotta le mani, qualche volta se le congela, e mai le riesce a lavare. (da Inglesi, Rizzoli)
  • Noi italiani siamo all'opposto. Le nostre case hanno recinzioni alla Guantanamo, la gente diffida quando non dovrebbe e s'accapiglia appena può (sul governo, la politica, la morale, i giudici, la televisione e il Milan: spesso su queste cose insieme, visto che il primo ministro lo consente. (da La testa degli italiani, Rizzoli)
  • Ricordiamoci che i figli non sono figli nostri. Siamo solo la porta per cui entrano nel mondo. (da Corriere della Sera Magazine, 16 luglio 2009)

Corriere della Sera, 7 agosto 2000

  • Non posso negarne l'esistenza ma, dal punto di vista ontologico, la dicotomia è una sola: Inter-Juve. L'Inter (come i gatti e Londra) è fascinosa e imprevedibile. La Juventus (come i cani e Parigi) è solida e rassicurante. Il resto è contorno. Ho scritto dicotomia, ma Inter-Juve è di più. È una contrapposizione come Hegel e Kant, Coppi e Bartali, Fellini e Visconti, Usa e Urss, Apple e Microsoft, Beatles e Rolling Stones, yin e yang, moto Bmw e moto giapponesi. Non si tratta di stabilire chi è meglio e chi è peggio (anche se io un sospetto ce l'avrei). Inter e Juve sono pianeti distanti, che entrano in contatto solo in occasione di una partita, di un'amicizia o di un matrimonio. Allora, qualcosa succede. Gli interisti sono romantici, con una punta di decadenza. Gli juventini, neoclassici. Noi siamo idealisti, loro positivisti. Gli interisti sono una nazione dolente (tre scudetti in trent'anni e un Helsingborgs quando non te l'aspetti); gli juventini credono nelle magnifiche sorti e progressive (e spesso vengono accontentati).
  • La rivale è, e sarà sempre, la Juventus. L'intera iconografia bianconera è una delicata provocazione. C'è un understatement tutto piemontese, nella scelta dei simboli. Noi abbiamo un drago; loro una zebretta. L'Inter è la Beneamata (tutti ci vogliono bene), la Juve la Fidanzata d'Italia (in sostanza, non se la sposa mai nessuno). E guardate i colori! L'Inter è mare in tempesta e cielo di notte. La Juventus è dama, strisce pedonali e primi telegiornali. Vederla vincere in queste condizioni è doloroso.
  • Anche perché loro, in quel ruolo, avevano un certo Platini. Questo è un nome che nessun interista pronuncia volentieri. Michel Platini era un giocatore di Tipo A Extralusso. Era epico, lirico e accademico: riassumeva le tre caratteristiche del «giocatore musicale» di Vladimir Dimitrijevic (La vita è un pallone rotondo, Adelphi).
  • Io amo l'Inter e apprezzo la Juve, a modo mio. Credo che «le due squadre siano necessarie alla reciproca fama», come ha scritto Gianni Riotta (interista). Per questo non ho mai tifato contro i bianconeri. Io voglio che la Juve esista e continui a sorprendermi. Mi piace vedere come ogni stagione riesca a pasticciare una maglia che non è mai stata entusiasmante.
  • La Juventus, solida e rassicurante come un labrador, certamente vincerà ancora. L'Inter, matta come una gatta, vincerà ancora – probabilmente. La differenza è negli avverbi. Come dire: la Juve è un investimento, l'Inter una forma di gioco d'azzardo – l'unica che pratico, da trentasette anni.

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, corriere.it, 25 febbraio 2022

  • Ci avete pensato? Se in Russia ci fosse la democrazia, tutto questo non sarebbe accaduto. La guerra folle cui stiamo assistendo, la colata di prepotenza e nostalgie imperiali, sarebbe impensabile. Ma la democrazia, in Russia, non c’è. C’è un uomo al comando, da ventidue anni: sempre più solo, ossessionato, imperscrutabile. Noi europei l’abbiamo accettato, con molta rassegnazione e un po’ di cinismo.
  • L’ascesa di Vladimir Putin, e la discesa verso l’autoritarismo, è stata salutata con favore da molti russi, frustrati dalla corruzione e spaventati dal caos. Ed è stata accettata da troppi europei. Molti erano disinformati, parecchi distratti, ma alcuni erano complici: per interesse economico o per opportunismo politico, talvolta per una combinazione di queste cose.
  • Una Russia democratica — ripetiamolo — non avrebbe neppure concepito l’invasione della vicina Ucraina. Una Russia autoritaria, questa invasione l’ha invece immaginata, programmata, minacciata, cinicamente eseguita. E ha agito così anche perché l’Ucraina è una democrazia. Imperfetta, ma una democrazia. Kiev — nonostante le difficoltà e le false partenze — è la dimostrazione che il «mondo russo» caro a Putin non è incompatibile con elezioni libere, partiti indipendenti, libertà di espressione. Una provocazione intollerabile, per l’uomo solo al Cremlino.

Italians, Corriere.it

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  Citazioni in ordine temporale.

  • E poi il Milan mi è simpatico: lo trovo un interessante fenomeno naturale. È una squadra di Milano, per cominciare, ed è piena di tifosi gioviali. Vince gli scudetti senza accorgersene, ma ogni tanto gioca bene (è una classe preterinzionale, ma esiste). Vedo nei rossoneri un'ansia di piacere che li rende simpatici. Quando li vedo scendere in campo, vorrei fargli una carezza.[16]
  • Se il Milan non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Con i presidenti che ha avuto, ci si potrebbe fare un documentario. Ha dirigenti rassicuranti: uno li guarda e li vede a tavola che raccontano barzellette.[16]
  • Se il calcio è epico – talvolta, devo dire, mi sembra soprattutto comico – è difficile trovare un ruolo ai rossoneri. Se l'Inter è Ettore (bello, valoroso e masochista), e la Juve è Achille (forte, permaloso e furbetto) il Milan può essere, al massimo, Patroclo. Bravo ragazzo, ma perfino Omero dopo qualche verso l'ha mollato.[16]
  • Il professionista dell'informazione si prende una vacanza salgariana. Internet come i mari della Malesia, pieni di pirati, misteriosi gorghi e belle prigioniere.[17]
  • Ventisette motivi per cui un interista deve accettare la Juventus. 1 Perché c'è. 2 Perché, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Altrimenti chi potremmo invidiare/detestare/sospettare (a seconda delle circostanze)? [...] 5 Perché quelle due Coppe Campioni sono state così malinconiche (1985 e 1996, entrambe dal dischetto del rigore) che adesso potrebbe anche vincere una come si deve. [...] 8 Perché, senza la Juventus, ogni saga calcistico-letteraria risulterebbe incompleta. Ricapitolando. La Juve è Voldemort (l'Inter Harry Potter, il Milan Draco Malfoy). La Juve è Sauron (l'Inter Frodo Baggins, il Milan l'elfo Legolas). La Juve è il Lato Oscuro della Forza (l'Inter Obi-Wan Kenobi, il Milan Joda, che deve avere l'età di Rivaldo). 9 Perché indossa una divisa carceraria, ma lo fa con noncuranza. [...] 16 Perché, insieme al cioccolato e a Macario, la Juve è una delle poche cose che riesce a far sorridere certi piemontesi. 17 Perché ha riempito l'Italia di tifosi (dieci milioni!). Dicono che ce ne sia qualcuno anche a Torino, ma la notizia è in attesa di conferma. [...] 24 Perché Scirea era Scirea. 25 Perché, in maglia azzurra, i bianconeri ogni tanto combinano pasticci (Del Piero, Francia 2000), ma spesso si danno da fare anche per noi (Argentina 1978, Spagna 1982).[18]
  • Oggi ci dedichiamo a un segno irritante, purtroppo di gran moda: i puntini di sospensione. Chi sono, i Puntinisti? Donne e uomini pigri, che non hanno la costanza e il coraggio di finire un ragionamento. Le loro frasi galleggiano nell'acqua come le ninfee di Monet [...]. Raramente questa overdose di puntini esprime un pensiero compiuto. Accompagna invece mezze ammissioni, spunti, sospetti, accenni, piccole vigliaccherie (non ho il coraggio di dire qualcosa, e alludo). Credo che la moderna mania puntinista – un morbillo, ormai – abbia una doppia origine: biografica (per i figli degli '50 e '60) e tecnologica (per chi è nato dopo).[19]
  • Certo, Al Qaeda è una mostruosità velenosa: ma se temo una vipera, non sparo alle jene (colpendo le pecore). (7 settembre 2006)
  • L'enciclopedia partecipata [Wikipedia] mi preoccupa meno: la uso regolarmente, e trovo che la qualità e l'affidabilità delle informazioni sia notevole. Qualche problema c'è solo quando il soggetto è estremamente controverso. In questo caso la neutralità, e le reciproche obiezioni, spingono verso il minimo comun denominatore, e bisogna accontentarsi. Ma questo è inevitabile, e in fondo accadeva già con le enciclopedie tradizionali.[20]
  • Per un sedicenne è un ricordo d'infanzia. Per noi è, e resterà, l'11 settembre. Il mondo è cambiato da allora, e non in meglio. Ma le preoccupazioni – ho notato – sono proporzionali all'età. I più giovani pensano che il pianeta ha conosciuto la peste, Hitler e la TV, se la caverà anche stavolta. Tra i meno giovani, molti ritengono che il prossimo attacco sarà nucleare, e esprimono profezie rispetto alle quali l'Apocalisse sembra un romanzo a fumetti. (Italians, Corriere.it, 11 settembre 2008)
  • A proposito di Federer, le racconterò un aneddoto, così le torna il buonumore. Domenica 5 luglio, giorno della finale, mi chiama la Radio Svizzera, chiedendomi un commento sul connazionale Federer. "Un sondaggio – mi dicono – rivela che è più influente di Obama". Rispondo: "Mi sembra una colossale sciocchezza". Aggiungo: "Federer è bravo, per quel che ha fatto e per come si è ripreso. Ma è un campione calcolatore, senza grande fascino, niente a che fare con i Borg, i McEnroe, i Connors e i Nadal". Non ci crederà, ma non mi hanno richiamato.[21]
  • Sognare è una droga leggera. A differenza di tutte le altre, non fa male.[22]
  • Ho premesso che le coppie dello stesso sesso vanno tutelate e riconosciute dalle legge. Ma che ci posso fare? Non sono favorevole all'adozione e, prima ancora, al matrimonio, che è per definizione l'unione di un uomo e di una donna. Non accetta il mio argomento? Provi a seguirmi. Perché, allora, il matrimonio non può essere fra tre persone? O fra quattro? O fra tre uomini, due donne e un avatar? Se la sua risposta fosse «Eh no, bisogna essere in due!», vuol dire che anche per lei esiste una definizione di matrimonio, basata su una categoria: il numero. Per me ce n'è un'altra: la differenza di sesso. Non lo chiede solo la religione cattolica; lo suggeriscono il buon senso, la storia e la natura (che punta, implacabile, alla procreazione e alla conservazione della specie). Aggiungo: l'adozione da parte di coppie omosessuali mi lascia perplesso; molto perplesso quando ha risvolti pubblici e mondani, come nel caso di Elton John. Un bambino ha bisogno di mamma e papà, figure diverse e complementari. Può accadere che debba crescere solo con una o solo con l'altro. Ma svantaggiarlo da subito mi sembra ingiusto. Solo nel caso di adolescenti, la cui l'adozione si rivelasse difficile, sono pronto a rivedere il mio parere. Questo fa di me un troglodita politico? Non credo. Forse, in parte, un conservatore. Credo infatti che qualcosa da conservare ci sia, nella tradizione e nella fabbrica sociale degli uomini. Molto altro, invece, si può e si deve cambiare. E in Italia non lo facciamo, porca miseria.[23]
  • [Ultime parole famose] Hillary Rodham Clinton sarà il 45esimo presidente degli Stati Uniti, la prima donna ad assumere la carica. E il Grand Old Party (il partito Repubblicano) pagherà cara la scelta irresponsabile di un candidato impresentabile.[24]

Interismi

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  • L'Inter, signori, è una forma di allenamento alla vita. È un esercizio di gestione dell'ansia, e un corso di dolcissima malinconia. È un preliminare lungo anni. È il gioco, da grandi, di quelli che da bambini tenevano ai sudisti e agli indiani. È – come ho scritto, e leggerete – un modo di ricordare che a un bel primo tempo può seguire un brutto secondo tempo (con la Lazio, agghiacciante). Ma ci sarà comunque un secondo tempo, e poi un'altra partita, e dopo l'ultima partita un nuovo campionato. Non possiamo perderli tutti. Oppure sì, se ci mettiamo d'impegno. Ma non accadrà, non siamo così prevedibili, nemmeno nel masochismo. Verrà il nostro momento, e sarà magnifico.

Altri interismi

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  • Scegliere l'Inter è come entrare in un labirinto. Un favoloso dedalo neroazzurro, pieno di sorprese a ogni svolta. Al centro c'è l'obiettivo, il premio, la gioia che attendiamo. Il problema è: come arrivarci?
  • [...] Noi amiamo l'Inter che, come ogni squadra di calcio, è un'idea platonica: chi smette di indossare quei colori viene rimosso, presto o tardi.
  • Il tifoso interista è uno scettico per vocazione. Un amante cauto, perché sa che quando apre le porte al cuore qualcuno le richiude di colpo, e lui ci lascia dentro le dita.
  • L'Inter non è una squadra. È un happening. Da noi i tedeschi si librano leggeri come brasiliani (Klinsmann, Valchiria Rummenigge). Era prevedibile che un brasiliano [Ronaldo] si comportasse da tedesco, e cominciasse a fare i conticini.
  • L'interismo è una corsa ad ostacoli, e gli ostacoli sono sempre interessanti.

Tripli interismi

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  • Se l'Inter è una forma di allenamento alla vita, siamo allenatissimi: salteremo di gioia senza stancarci.
  • L'Inter è un amore difficile, non un prodotto in serie.

L'italiano. Lezioni semiserie

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  • [...] chi scrive chiaro, sa scrivere [...] La semplicità – non solo nella lingua – è fatica invisibile, ma porta vantaggi evidenti. [...] Quello che scrivete, e come lo scrivete, può cambiare la vostra vita. (da Tecniche di investigazione, 2008, p. 10)
  • [...] scrivere è scolpire: occorre soprattutto togliere, con un obiettivo in mente e un po' di ironia nelle dita. (da Tecniche di investigazione, 2008, p. 12)
  • Assolutamente sì è assolutamente insopportabile. Rivela infatti tre debolezze. La prima è la rassegnazione: lo dicono tutti, lo dico anch'io. La seconda è la piaggeria davanti all'inglese: assolutamente sì è figlio di absolutely. La terza debolezza è la più inquietante: diciamo assolutamente sì perché siamo convinti che il non basti. La più bella, semplice e netta tra le affermazioni italiane – come sanno bene gli amanti e gli sposi – è affievolita dall'abitudine, minata dalle bugie, segnata dalla disattenzione. [...] L'Italia era il «bel paese là dove 'l sì suona» (Dante Alighieri, Inferno, Canto XXXIII, 80). È diventato lo strano posto dove rimbomba l'assolutamente sì. (da Assolutamente sì? Assolutamente no!, Provocazioni e legittima difesa, 2008, pp. 28-29)
  • Il punto è il soldato semplice della punteggiatura. L'artiglieria esclamativa è potente, la cavalleria interrogativa è veloce, le trincee dei due punti sono utili [...]. Ma senza il punto fermo non si vincono le battaglie. (da Punto, 2008, p. 75)
  • L'assenza di punti provoca l'ansia; l'eccesso di punti, il singhiozzo. È vero che il punto permette d'eliminare virgole, congiunzioni e altre presenze complicate. Ma c'è un limite. Il Puntingordo – così come il Puntesente – è un sadico che non sa scrivere, ma non vuole rinunciare a dire la sua, abusando della nostra pazienza. (da Punto, 2008, p. 75)
  • Il punto e virgola è invece il più piccolo manifesto ideologico mai scritto; bisogna saperlo leggere, però. Contiene una dose di dubbio e suspense, e obbliga a una deliziosa, impercettibile apnea mentale. Nello stesso tempo è un avvertimento al lettore: «Ehi, guarda che cambio discorso; ma potrei riprenderlo, se mi va. Quindi, attento a non dimenticare quello che ho appena scritto!» (da Punto e virgola, 2008)
  • I due punti sono una finestra sul periodo: portano una ventata d'aria fresca, e una raffica di possibilità (rileggete la frase precedente. Non è la prova?). Importante è non eccedere. I due punti vanno usati solo una volta nello stesso periodo. Raddoppiare significa rischiare: due finestre aperte nella stessa stanza creano corrente, e sbattono. (da Due punti, 2008, p. 81)
  • Il Duepuntista è il membro di una setta che conosco bene, poiché ne faccio parte. Ha capito che questo segno – magico, simmetrico, verticale – risolve situazioni complicate, e toglie quegli antipatici cigolii dal discorso.
    Uno su tutti: il goffo «doppio che» nella frase. I due punti possono infatti introdurre l'oggettiva, anche in assenza di discorso diretto. «Giulio pensa che dovrebbe invitare quella ragazza che gli piace tanto»: sgraziato e lento (la ragazza non accetterà l'invito). «Giulio pensa: dovrebbe invitare quella ragazza che gli piace tanto.» Più spigliato ed efficace. La ragazza potrebbe accettare. Forza Giulio, che ce la fai. (da Due punti, 2008, p. 82)

Incipit di alcune opere

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Interismi

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Detesto gli instant-book e amo l'Inter. Ma ho scoperto di amare l'Inter più di quanto odi gli instant-book. Se avessimo vinto il campionato, non mi sarei unito alle celebrazioni con un volume: né piccolo né grande. Avrei festeggiato privatamente con qualche amico, moglie, figlio e cagnolina dalmata (unica presenza bianconera in famiglia). Ma abbiamo perso, e dobbiamo consolarci. Ci provo con questo piccolo libro. Un libro sul piacere di essere neroazzurri. Un po' sconcertante come molti piaceri: ma non per questo meno intenso.

L'inglese

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È certamente vero che i «nuovi analfabeti» sono coloro che non conoscono l'inglese. È altrettanto vero, però, che molti di costoro sono perfettamente felici: non sanno l'inglese, non vogliono impararlo, e quando vanno all'estero trovano divertente sbracciarsi negli aeroporti, rischiare il fegato nei ristoranti, parlare alle ragazze con lo sguardo e al resto del mondo con le mani. Questo libro non è per loro. È per quanti sono meno felici, e all'estero vorrebbero parlare invece di mugolare, e capire invece di indovinare.
So bene che in Italia i «delusi dall'inglese» sono almeno quanti i delusi d'amore, e come questi non tollerano che si rida dell'amore, quelli non vogliono che si scherzi sull'inglese. Cercherò perciò di essere chiaro. Queste «lezioni semiserie» non sono un'alternativa al corso serale, al metodo con le cassette o al viaggio-studio. Sono soltanto il tentativo di far ritrovare la «voglia di inglese» a chi l'ha persa, o non l'ha mai trovata.

La pancia degli italiani

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Spiegare Silvio Berlusconi agli italiani è una perdita di tempo. Ciascuno di noi ha un'idea, raffinata in anni di indulgenza o idiosincrasia, e non la cambierà. Ogni italiano si ritiene depositario dell'interpretazione autentica: discuterla è inutile.
Utile è invece provare a spiegare il personaggio ai posteri e, perché no?, agli stranieri. I primi non ci sono ancora, ma si chiederanno cos'è successo in Italia. I secondi non capiscono, e vorrebbero. Qualcosa del genere, infatti, potrebbe accadere anche a loro.
Com'è possibile che Berlusconi – d'ora in poi, per brevità, B. – sia stato votato (1994), rivotato (2001), votato ancora (2008) e rischi di vincere anche le prossime elezioni? Qual è il segreto della sua longevità politica? Perché la maggioranza degli italiani lo ha appoggiato e/o sopportato per tanti anni? Non ne vede gli appetiti, i limiti e i metodi? Risposta: li vede eccome. Se B. ha dominato la vita pubblica italiana per quasi vent'anni, c'è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci.

Un italiano in America

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Questo libro è il frutto di una lunga inesperienza. È il racconto di un anno trascorso negli Stati Uniti, un paese nel quale, mi sono reso conto, si arriva assolutamente impreparati. Quello che avevo imparato in molti viaggi precedenti non è servito a niente, e il bombardamento di «notizie americane» sull'Europa funziona come un riflettore puntato negli occhi: la luce è molta, ma si vede poco. L'America normale — quella che s'incontra uscendo dagli aeroporti, a meno d'essere particolarmente sfortunati — è uno dei segreti meglio custoditi del mondo.

  1. Twitter, 10 marzo 2011.
  2. Intervista alla trasmissione Le Invasioni Barbariche. Citato in Severgnini: «Io non vorrei invecchiare come Berlusconi», il Post, 29 ottobre 2010.
  3. Post su Twitter, 31 maggio 2011.
  4. Post su Twitter, 14 agosto 2011.
  5. Da Inter scudetto: pazienza e talento, una vittoria che è anche una lezione di vita, Corriere.it, 2 maggio 2021.
  6. Da Il fratello maggiore di ogni calciatore, Corriere della Sera, 5 settembre 2006.
  7. Da La reticenza inglese se si parla di Brexit, Corriere della Sera, 23 febbraio 2017, p. 37.
  8. Da un'intervista di Mario Masi, Cento anni di scout, Il giornale di San Patrignano, ottobre 2007, p. 37
  9. Da USA, Ufficio Semplificazione Assoluta, Corriere della Sera, 26 ottobre 2006.
  10. Da Sentinelle tra libertà e memoria, Corriere della Sera, 18 gennaio 2017, pp. 1, 14.
  11. Da La vita è un viaggio, Rizzoli, p. 191. ISBN 88-586-8083-9
  12. Da La prima frenata dei populisti, Corriere.it, 19 marzo 2017.
  13. Citato in Roger Abravanel e Luca D'Agnese, La ricreazione è finita, Rizzoli, 2016, p. 167.
  14. Da Io, Kafka e le Leggi in Ufficio Obbligato a Riunirmi con Me, Corriere della sera, 10 novembre 2013.
  15. Da Se nell'Italia delle Veline spariscono idee e sogni, Corriere della Sera, 29 luglio 2004, p. 14.
  16. a b c Da Amici interisti, vogliate un po' di bene al Milan: in fondo, si tratta di un buon Diavolo, 13 ottobre 2001.
  17. Da La ragazza di Torino e le streghe nella rete, 5 settembre 2002.
  18. Da Sportweek, Gazzetta dello Sport, 24 maggio 2003; riportato in Ventisette motivi per cui bisogna accettare la Juventus..
  19. Da I puntini di sospensione, 29 aprile 2006.
  20. Da E se Internet fosse una fregatura?, 1º febbraio 2007.
  21. Da Nessun titolone per Federer, 13 luglio 2009.
  22. Da Fantasy come fuga dalla realtà, 1º aprile 2010.
  23. Da Le adozioni degli omosessuali, 3 febbraio 2011.
  24. Da Il nepotismo della politica USA, 30 ottobre 2016.

Bibliografia

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Altri progetti

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