Luciano Canfora

filologo classico, storico e saggista italiano

Luciano Canfora (1942 – vivente), filologo classico, storico e saggista italiano.

Luciano Canfora (2017)

Citazioni di Luciano CanforaModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • [Sulla decisione di Boris Nikolaevič El'cin di spostare il corpo di Lenin dal suo mausoleo] È come se Totò Riina giungesse al potere in Italia e decidesse, magari d'intesa con Poggiolini, De Lorenzo e Citaristi, di sfrattare Gramsci dal cimitero degli inglesi o Mazzini dallo Staglieno.[fonte 1]
  • A Pilato si attribuisce a torto la condanna di Gesù. Gli si dà un rango che non gli spetta: era prefetto e, di conseguenza, sulla sua testa c'era il governatore della Siria, la vera autorità politica che dialogava con i poteri locali.[fonte 2]
  • [Ponzio Pilato] Fu un perplesso che si trovò nella stessa situazione in cui si troverebbe oggi un occidentale – non necessariamente uno statunitense occupante – dinanzi allo scannamento reciproco di sciiti e sunniti. Mentre gli americani hanno scelto di favorire cinicamente gli uni contro gli altri, Pilato aveva da una parte gli ebrei ortodossi e dall'altra Gesù. E ha scelto che se la vedessero tra loro, donde la condanna.[fonte 2]
  • Noi abbiamo un'idea riduttiva dell'epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall'assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L'archeologia cerca qualcosa che forse c'è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l'unica forma di comunicazione.[fonte 3]
  • Con Cesare Roma diventa tutta l'Italia, compresa la Cisalpina. Roma cioè, in quanto concetto giuridico e politico, si identifica – grazie all' estensione della cittadinanza – con l' intera Italia.[fonte 4]
  • Nella guerra tremenda, cominciata nel 1939 e finita 1945, la Russia ha perso 20 milioni di uomini e la nostra libertà comincia da Stalingrado.[fonte 5]
  • La vicenda degli spostamenti delle masse coincide con la storia dell'uomo. È puerile volervi porre freno a mano armata.[fonte 6]
  • [Parlando della caduta di Kabul del 2021] Le lancette del tempo non vanno riportate indietro di vent'anni. Ma di altri venti ancora. Quando gli Stati Uniti pur di eliminare un governo liberamente eletto dagli afghani ma che aveva la "colpa" di essere vicino all'Unione Sovietica, decisero di finanziare, addestrare, armare i miliziani fondamentalisti di Osama bin Laden. Quarant'anni dopo, l'America fa i conti con la rivincita della Storia, molto più di un fallimento politico e militare.[1]
  • Spartaco, grandissimo personaggio della storia romana, 73 a.C., durò tre anni. L'Unione Sovietica ha durato settant'anni; la prossima volta durerà di più. Ma va detto ai cultori dell'eternità del capitale che nella storia nulla è eterno.[fonte 7]

Da Quando Gladiatore era un Insulto

Corriere della Sera, 8 novembre 2010.

  • In politica Cicerone apostrofò così [Gladiatore] Catilina in Senato e lo stesso fece vent'anni dopo con il triumviro Antonio.
    Un crollo della «Casa dei Gladiatori» sarebbe stato salutato da loro medesimi con uno scatto di entusiasmo. Essi erano infatti schiavi due volte: schiavi come condizione giuridica, e schiavi di quelle armi. Questo stato di cose ne faceva un gruppo a parte, nell'ambito della massa schiavile: una élite alla rovescia.
  • Marx, nei primi mesi del 1861, forse irritato da quella che era parsa la capitolazione di Teano, scrivendo in privato a Engels commentava: «Spartaco fu un vero grande generale, non un Garibaldi!».
  • Spartaco, il gladiatore-generale, fu per Roma un incubo di lunga durata. Cicerone, che aveva una trentina d'anni al tempo della rivolta, quando fu console, dieci anni dopo, e schiacciò con la forza i congiurati intorno a Catilina, chiamò Catilina, in Senato, «codesto gladiatore» (e Catilina era un senatore appartenente a una antica e nobile famiglia).

Da Morto Armando Petrucci. La scrittura come civiltà

corriere.it, 24 aprile 2018.

  • Era Armando Petrucci, scomparso il 24 aprile a Pisa all’età di 86 anni, non soltanto uno dei maggiori storici della civiltà scrittoria, ma anche una coscienza civile di rara coerenza. Virtù in estinzione. Riconosciuto come uno dei maggiori medievalisti e paleografi nel panorama mondiale, prendeva in tal modo le distanze da un ambiente, quello statunitense, che suole considerarsi largitore insindacabile di riconoscimenti di per sé gratificanti e perciò compratore a buon mercato di coscienze ambiziose.
  • Petrucci, che è stato per eccellenza «uomo del libro», aveva incominciato ventitreenne, nel 1955, come archivista di Stato, poi bibliotecario-conservatore dei manoscritti alla Corsiniana, quindi docente a Roma con breve parentesi a Salerno e dal 1991 alla Scuola Normale pisana.
  • Nel celebre saggio Paleografia quale scienza dello spirito Giorgio Pasquali impresse una svolta epocale ad una disciplina, la paleografia, soffocata dal tecnicismo. [...] Petrucci, uomo non incompiuto o a sviluppo parziale come tanti accademici pur capaci, uomo in cui studio (e di quale livello) e intelligenza storica (e perciò politica) si fondevano e alimentavano a vicenda, andò molto più avanti. Per lui, storia del libro, storia della scrittura e della diffusione contrastata e problematica di quello strumento che continua a rivoluzionare il mondo, divennero storia sociale in senso completo: storia dell’analfabetismo e lotta per le biblioteche da ultimo inselvatichite da nuove tecnologie escludenti e banalizzanti (fu strenuo difensore dei cataloghi a scheda, beni culturali essi stessi).

Da Luciano Canfora: "In Italia il fascismo non muore mai"

Intervista di Simonetta Fiori, Repubblica.it, 25 marzo 2019, p. 22.

  • La discussione sul fascismo mai morto non è cominciata avantieri, ma dura da quando Mussolini è stato appeso a Piazzale Loreto. Nel suo Golia, tradotto in Italia nel 1946, Giuseppe Antonio Borgese volle dare un messaggio chiaro: il fascismo è caduto, ma dipenderà da noi la sua definitiva scomparsa.
  • L'elemento comune ai diversi movimenti e alle diverse personalità è il sentimento razzistico del rifiuto del diverso. Un principio efficacemente espresso da Mussolini a Bologna nel 1921, prima della Marcia su Roma: dobbiamo difendere la stirpe ariana e mediterranea. È questo il fondamento del fascismo, il tratto essenziale del suo Dna.
  • La paura del diverso viene alimentata da Salvini con un argomento che sul popolo impoverito ha grande presa: il migrante ti porta via il lavoro. Se sei disoccupato, la colpa è di quelli là. Ecco, ci siamo: è questo il fascismo nascente. Oggi non c’è più bisogno di fez, di manganelli e di olio di ricino per instaurare forme fascistiche.
  • La Democrazia Cristiana era un partito complesso: le sue classi dirigenti erano antifasciste, ma la base includeva gran parte del Paese che era stato fascista. Tutta la condotta della Dc è stato un navigare a vista.

Da Canfora: «Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria»

Intervista di Daniela Preziosi, ilmanifesto.it, 2 agosto 2019.

  • [Sul Governo Conte I] Non stanno governando per nulla. Un fallimento.
  • La politica sociale di Di Maio è stato un bluff, conati rovinosi.
  • [...] quel termine socialdemocrazia, che invece io uso con tanto rispetto [...] da noi [in Italia] è legato a Saragat, al tradimento, a Palazzo Barberini[2]. Ricordo sempre che il partito di cui Lenin fu il capo si chiamava partito socialdemocratico russo. E quello di cui Engels fu padre nobile era la socialdemocrazia tedesca. È inutile avere paura delle parole per colpa di Saragat, Tanassi e Cariglia.
  • Sono sempre stato un internazionalista. E non è che se uno non è europeista è un sovranista.

Da Luciano Canfora: "L'ultima metamorfosi del Pd: portaborse di Draghi"

Intervista di Alessandro De Angelis, HuffPost Italia, 11 marzo 2021.

  • Il Pd [Partito Democratico] è diventato un oggetto subalterno a qualunque interlocutore lo porti al governo. […] Non è più un partito di sinistra. Ha sostituito al bagaglio intellettuale e pratico suo caratteristico, una parola priva di senso che diventa un Santo Graal discriminante: l'europeismo. Mi chiedo cosa significhi. Siamo tutti europeisti, ma stai con i lavoratori o con i detentori del capitale? Con gli sfruttati o con chi trae profitto dal lavoro dipendente? Un continente non è un'idea politica, magari lo era nella testa di Altiero Spinelli che diceva «l'Europa, se ci sarà, dovrà essere socialista». Citano Spinelli ma non hanno letto il Manifesto di Ventotene.
  • Sovranismo è una parola inventata e priva di contenuto. Dire che la sovranità nazionale è un disvalore è una stupidaggine. Se una cosa è giusta, anche se la dice un uomo di destra, non cessa di essere giusta. Ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata.
  • Credo che il Pd non abbia sezioni, una struttura territoriale degna di questo nome. Ed è la ragione per cui è passata l’idea demenziale che il segretario del partito lo eleggono i passanti attraverso il rituale comico delle primarie. Uno passa e vota…
  • Il Pd è il portaborse di Draghi. […] Ripeto: portaborse.
  • [Sul Governo Conte II] Non penso che fosse un governo di sinistra. A me è parso il meno peggio.
  • La vera subalternità è quella di tutta la stampa italiana di fronte all’attuale premier [Mario Draghi]. Mi viene in mente un articolo della Stampa di Torino del 2 dicembre 34: “Il Duce pratica ogni giorno a Villa Torlonia uno sport: il lunedì marcia ad andatura rapida e cadenzata, il martedì nuota…. E così via”..
  • Qualche mese fa forse avrei detto: forse [il Partito Democratico] è ancora riformabile. Ora lo penso molto meno.

Da «Quel giacobino di Draghi» Luciano Canfora, la rivoluzione francese e la confusione presente

Intervista di Michele Cozzi, corrieredelmezzogiorno.corriere.it, 20 aprile 2021.

  • Autocrate è il potere assoluto. È Diocleziano, è lo zar di Russia. È colui che non deve dare conto a nessuno. Il totalitario, invece, è un aggettivo inventato da Mussolini e poi usato da una serie di ignoranti che pensano che con la parola totalitario si possono descrivere tutti i regimi a partito unico.
  • [...] occorre ricordare che già Croce diceva che è una bestemmia mettere insieme liberalismo e democrazia. Un bell'esempio di democrazia liberale sono gli Stati Uniti d'America dove si ammazza un nero ogni settimana, e i poliziotti che lo fanno la fanno franca o pagano la multa di un dollaro.
  • Popper non se lo fila più nessuno. Ha fatto il tempo suo, ha detto sciocchezze che hanno abbagliato un po’ di persone, ma poi è finito. Esistono i testi, se uno legge Platone, c’è l’esatto contrario. Quando uno è ignorante è ignorante.[3]
  • Sarò contento quando incontrerò una persona istruita che mi spiegherà il populismo.
  • [...] la parola sovranismo non significa nulla, dal momento che la sovranità non è un crimine. Tant'è vero che la Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo [riferendosi all'incipit della Costituzione della Repubblica Italiana].
  • Il più forte giacobino, detto con molta serietà, è Draghi. Che se ne infischia e fa quello che gli pare.

Da "Nel Paese di Gramsci non c’è più la sinistra, che tragedia"

Intervista di Umberto De Giovannangeli, ilriformista.it, 28 aprile 2021.

  • Il Pd? La sinistra non abita più lì. È un partito di centro che con la socialdemocrazia non ha nulla a che vedere.
  • [Sulla definizione di totalitarismo] Una parola che voleva abbracciare talmente tante esperienze da risultare vacua. Mettici dentro Garibaldi dittatore a Napoli, Saint Just a Parigi, Cromwell, Mussolini, Stalin... alla fine ci manca soltanto Confucio. Totalitarismo è un concetto inutile.
  • [...] io preferisco alla parola molto generica riforma, riformismo, la parola socialdemocrazia. Sia perché è il partito di Marx, di Engels, di Kautsky, di Lenin stesso prima di chiamarsi bolscevico. La grande corrente nella quale il movimento operaio è nato e si è sviluppato è la socialdemocrazia.
  • [...] la sinistra, nel senso di socialdemocrazia nelle sue varie declinazioni, esiste in Germania, ancora un po’, anche se alquanto ammaccata in Francia. In Italia non c’è più. Il Paese che ha dato Gramsci, cioè uno dei cervelli maggiori del pensiero comunista mondiale, non ha più la sinistra.

Da "Pensiero critico: nessuno è più intollerante dei liberali"

Intervista di Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, anno 14, n. 61, 3 marzo 2022, p. 9.

  • [...] quella in corso [l'invasione russa dell'Ucraina] è una guerra tra potenze. Le guerre tra potenze sono ideologiche. Le persone dotate di pensiero critico hanno il diritto di farsi delle domande. E chiedersi se una potenza ha provocato l'altra. [...] dire questo non significa schierarsi, significa fare un'analisi. Solo gli stupidi dicono che gli ex comunisti, o i tuttora comunisti, sono automaticamente filorussi o antiamericani. È un pensiero da gallina, se le galline non si offendono dato che oggi si offendono tutti. Quello che rivendico è la possibilità di osservare e analizzare lucidamente i fatti per come si sono succeduti. Da quando è caduta l'Urss il metodo dell'Occidente è stato demolire tutto il blocco ex sovietico, pezzo per pezzo, facendo avanzare minacciosamente il confine della Nato fin sotto Pietroburgo. Questo è accaduto perché la Russia è l'unica altra potenza che ha un deterrente atomico pari a quello americano. Aggiungo che in Siberia c'è uno dei giacimenti di terre rare – cioè minerali preziosi e, appunti, rari – più importanti del mondo e quindi ovviamente fa gola.
  • Nessuno è più intollerante dei cosiddetti liberali. A questo proposito mi torna in mente una felice battuta di Gabriel García Márquez che una volta parlò di "fondamentalismo democratico". Sembra un ossimoro, eppure è ciò con cui confrontiamo ogni giorno.
  • Della guerra del 1914 ebbero responsabilità tutti, ma nei Paesi che poi furono vincitori si accusarono gli imperi centrali: perché persero. Fu anche quella una guerra in cui tutti ebbero colpa, a partire dall'Inghilterra che la volle fortissimamente (come recita il titolo di un celebre libro) e infatti la ebbe.
  • Nel momento in cui si entra in guerra, arriva sempre (sempre!) il momento in cui si denuncia solo il "nemico interno". Ricordiamo il "taci, il nemico ti ascolta"[4], collocato persino nei bar: i fascisti non inventarono nulla.
  • [...] a proposito di ossimori, l'intolleranza, quando è supportata dal pensiero liberale, è ancora più intollerante.

1914Modifica

  • Queste parole[5] sono indubbiamente pesanti, per lo storico come per il politico, perché rivelano come non ci sia mai, anche all'ultimo minuto prima di sparare, una situazione di inevitabilità. E tuttavia sono anche rattristanti perché ci dimostrano come qualche forza più forte dei vertici stessi del potere conduca per mano verso la catastrofe, verso esiti che sono probabilmente voluti così fortemente da forze capaci di imporre la propria volontà, da travalicare persino quei limiti che l'autorità massima dovrebbe segnare. (p. 82)
  • Per essere sintetici, si può dire che i regimi che crollano sono quelli dei quali si può fare meglio la storia, perché, essendo crollati, non possono difendere, tutelare nessun segreto; mentre i regimi che sopravvivono, che durano, possono meglio dosare la verità. (p. 85)
  • La propaganda, della quale si può dire tutto il male possibile ma che è indispensabile per influenzare l'opinione pubblica e dare della propria parte la voluta immagine, ricorre necessariamente a dei falsi. (p. 122)
  • I socialisti europei ebbero nel luglio-agosto del '14 il loro grande momento, il momento in cui avrebbero potuto fare la scelta giusta e decisiva, e invece fecero la scelta sbagliata. E la cosa tragica, l'elemento tragico, è che tutti pagarono questo sbaglio, non soltanto i militanti, ma tutti i cittadini delle varie nazioni in guerra: perché quella scelta agevolò enormemente lo scoppio del conflitto, il consolidarsi del conflitto. (p. 144)

Esportare la libertàModifica

IncipitModifica

Per entrare in argomento: libertà per Pio IX
Nel giugno del 1849 la II Repubblica francese intervenne militarmente contro una Repubblica «sorella», la Repubblica romana di Mazzini, per riportare sul trono Pio IX. Fu il trionfo della Real-politik. Anche allora, s'intende, fu adoperata la parola «libertà»: la libertà del Papato, conculcata, come scrisse Pio IX nel Motu proprio con cui annunciava, il 1º gennaio 1849, la sua fuga da Roma, dalle trame dei «nemici di ogni ordine», di ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni «vera libertà», cioè Mazzini, Garibaldi ed i loro seguaci.

CitazioniModifica

  • Le rivoluzioni saranno anche le «locomotive della storia», ma immancabilmente, e magari impercettibilmente, giunge il momento in cui quelle «locomotive» si scoprono terribilmente indietro rispetto ad una storia che continua a procedere, e che intanto ha macinato, sotto la sua mole, uomini, vite, idee. (cap. II, p. 31)
  • Quello che ai protagonisti non fu chiaro, per lo meno non a tutti, fu che procedure di esportazione manu militari di un modello politico-sociale (considerato irrinunciabile e perciò meritevole persino di un disastroso crollo d'immagine) non si possono ripetere più volte. O si determina la scelta di strade nuove, cioè un mutamento più lungo e diluito nel tempo ma pur sempre un mutamento, o, altrimenti, la replica del meccanismo «repressione/ripristino puro e semplice dell'ordine» diventa la premessa per la fine. Com'è infatti accaduto, un decennio più tardi, con l'abbattimento di Dubček. (cap. III, p. 45)
  • Il mondo islamico dispone di un fattore di mobilitazione ridivenuto irresistibile: il fanatismo religioso; o meglio il collante religioso come alimento della contrapposizione e resistenza contro l'Occidente.
    Se oggi esso è, al di là degli eccessi retorici con cui se ne parla, il principale «pericolo» per la pax americana, ciò dipende, in ultima analisi, dalla scelta – perseguita per mezzo secolo – di far fallire comunque la diffusione del «modello sovietico» nel mondo arabo-islamico, di impedire la sua espansione oltre i confini dell'ormai laicizzata «Asia sovietica». (cap. V, 7, p. 77)

La natura del potereModifica

IncipitModifica

L'idea che "il potere" stia, da qualche parte, remoto, invisibile, inattingibile ma influentissimo, e quella, opposta, secondo cui esso è, invece, incarnato dai quotidianamente visibili e imperversanti "potenti" (che ogni giorno ci ricordano, o forse ci rinfacciano, di averli eletti) hanno, ancorché contrastanti, entrambe larga diffusione. E curiosamente vengono fatte proprie, non di rado, dalle medesime persone, magari in momenti diversi ma neanche tanto distanti. Curiosa ma indicativa oscillazione tra diagnosi opposte, eppur credute entrambe vere.

CitazioniModifica

  • Il problema vero è che il tiranno è una invenzione, una creazione politico-letteraria. (p. 52)
  • È una necessità fondamentale, per [i sistemi democratici], la esteriorità o "macchina della politica": perché la forza risiede altrove ma deve restare il più possibile retroscenica; e ciò riesce meglio soprattutto se la "macchina" che è sulla scena mobilita al massimo l'attenzione e le passioni. (p. 61)
  • […] il più forte dei retroscenici poteri forti si è rivelato quello – visibilissimo – che plasma la forma mentis (e la parola stessa) dei cittadini. Un potere che, nonostante si serva di strumenti concreti e tangibili e per il possesso dei quali talvolta si versa sangue, è nel suo esplicarsi impalpabile; penetra dovunque come il gas, e crea (questo sì!) "l'uomo nuovo": cioè il suddito-consumatore-arrampicatore frustrato, invano proteso a desiderare e a mirare modelli di vita inarrivabili, che finiscono col costituire la totalità delle sue aspirazioni. È lì la forma "sublime", e quasi inaffondabile, di potere; ma anche – conviene non dimenticarlo – la limitazione massima della parola nell'età che a tutti promette il massimo di libertà di parola. (p. 62 sg.)
  • Ormai la parola pubblica è morta, sostituita da un potentissimo elettrodomestico. Chi lo possiede – per dirla con De Gasperi – «vince le elezioni». (p. 73)
  • La pubblicità è […] la più politica e la più ideologica e in assoluto la più efficace mediatrice di "valori". (p. 78)
  • Nota Hobsbawm – e questo gli sembra l'argomento principale –, «l'unica cosa assolutamente certa» è che anche l'impero americano «sarà transitorio come tutti gli altri imperi».[6] A sostegno di questa profezia, lo storico inglese adduce l'argomento già adoperato da Giovanni Paolo II nel giorno stesso in cui scattava l'attacco all'Iraq (aprile 2003), ma censurato da tutta la stampa e dai notiziari di maggiore ascolto, in Italia e all'estero: che cioè «tutti gli imperi precedenti sono caduti». La censura [è] inflitta a un pontefice un tempo prediletto in Occidente, e a giudicare dal libro di Carl Bernstein (Sua Santità), interlocutore diretto della Cia al tempo di Solidarność.[7] (p. 91 sg.)
  • [G]iunto davanti al Colosseo – simbolo omicida dell'imperialismo dell'antica Roma – Giovanni Paolo II si fermò, e parlò col consueto vigore profetico potenziato dal suo esotico italiano, e disse additando l'orribile edificio: «Anche l'impero romano alla fine cadde!». Da poche ore le bombe "intelligenti" di Bush avevano incominciato a devastare Bagdad. L'allusione era inequivocabile. E l'imbarazzo fu tale che soltanto un notiziario radio alquanto antelucano diede conto di queste parole, laddove i giornali – grandi, meno grandi, piccoli – cancellarono la frase. (p. 92)
  • Emblematica la nullità, sul piano militare, dell'11 settembre, e significativa al contrario la capacità dimostrata dagli Usa di sfruttare politicamente il panico derivatone. (p. 94)

ExplicitModifica

Quando si spegnerà il "fondamentalismo occidentalista" che oggi domina la parte più forte e aggressiva dell'Occidente si ricomincerà a comprendere che le differenti parti del pianeta potranno convivere solo se sarà loro consentito di vivere iuxta propria principia.[8]

La metamorfosiModifica

IncipitModifica

Perché la destra non decampa dai suoi caposaldi e li rivendica e, appena può, li mette in pratica, mentre la «sinistra» (esitante ormai persino a definirsi tale) non solo ha archiviato tutto il suo «bagaglio» ma è ridotta ad attestarsi – quale nuova «linea del Piave» – sul binomio liberismo-europeismo? Luciano Gallino dava una risposta semplice e convincente: perché le classi possidenti hanno vinto la battaglia (e forse la guerra) nella «lotta tra le classi».
L'attuale semi-sinistra sa bene che l'europeismo, brandito con retorica e fastidiosa insistenza, non è che la figurazione romantica di una realtà intrinsecamente e prosaicamente iperliberista. Il suo fondamento, il cardine del Trattato costitutivo dell’UE, è il divieto degli aiuti di Stato alle aziende nazionali. È cioè la negazione perentoria, e di fatto ricattatoria, di tutta una linea di condotta economica che vedeva nella «partecipazione statale» e nell'«economia mista» la via da seguire. (Via che si propone, anzi si impone, nelle ricorrenti crisi, divenute più devastanti nell’attuale età di predominio del capitale finanziario sul capitale "produttivo".)

CitazioniModifica

  • I partiti politici non sono, né possono essere, formazioni "eterne": sono organismi viventi, e perciò in costante trasformazione, come del resto le chiese, che però procedono a ritmi di gran lunga più lenti. (cap. I, ¶2, p. 7)
  • [...] quanto più un partito politico si richiama ad un pensiero filosofico o comunque ad un «sistema di pensiero», e dichiara di fondarsi su di esso e di ispirarsi ad esso, tanto più è esposto al deperimento, o, per meglio dire, al progressivo distaccarsi, nel suo agire concreto, dalle sue premesse ideali. Il che equivale ad una progressiva mutazione e trasformazione, e alla fine "trasfigurazione".
    Perciò partiti totalmente (o quasi) svincolati da presupposti ideologici o filosofici possono vivere (apparentemente) uguali a se stessi in modo particolarmente longevo. [...] ciò si vede nei partiti del mondo anglosassone (Inghilterra e Stati Uniti d'America), la cui "eternità" è garantita dalla totale risoluzione del loro agire nell'empirìa. (cap. II, p. 10)
  • Quando nell'Inghilterra assuefatta ad una quasi indolore alternanza tra liberali e conservatori si è fatta strada nel mondo subalterno (working class) la spinta a dar vita a formazioni aspiranti a contare politicamente (Labour Party), queste sono apparse come la proiezione delle organizzazioni sindacalistiche, non come autonome promotrici di programmi politici. Per tutto il secolo XX, del resto (e ancora oggi), il «Labour Party» è la proiezione politica delle «Trade Unions»: l'esatto contrario del rapporto, sul continente, tra sindacato e partito. (cap. II, p. 11)
  • Perché, nel '44-45, Togliatti ripete in modo ossessivo – e collegando strettamente le due cose –: a) che bisogna sradicare il fascismo dall’Italia, b) che il Pci dev’essere «nuovo» e «nazionale»?[9] Non è retorica. Togliatti collega strettamente le due cose perché cerca di far capire al corpo dei militanti (convinti acriticamente e "sentimentalmente" che la Resistenza potrebbe costituire l’antefatto del progetto di rivoluzione socialista sulla cui base il Partito era nato) che non è così. (cap. IV, p. 17)
  • È vuota e autoingannevole ideologia l'«europeismo» assunto come articolo di «fede» dall'attuale Pd: unica sua «fede», i cui contenuti concreti non vengono mai definiti se non con genericità («Erasmus» per i «giovani»). Un tale «europeismo» – la cui faccia vergognosa è il Trattato di Dublino – vorrebbe essere la nuova forma dell'internazionalismo, quasi un intellettualistico ritorno 'alle origini'... Ma nella realtà effettuale è piuttosto l'internazionalismo dei benestanti. Il suo epicentro è finanziario, con effetti, se del caso, vessatori. (cap. VIII, p. 47)

ExplicitModifica

Oggi non è più tempo di recriminazioni o di puntualizzazioni storiografiche. La domanda è solo una: potrà la odierna socialdemocrazia (fenomeno in prevalenza europeo), scoordinata com’è e frastornata, reggere alla prova della vittoria planetaria del capitale finanziario?

NoteModifica

  1. “Gli Usa finanziarono la Jihad e oggi vivono la nemesi della storia”, intervista allo storico Luciano Canfora, su ilriformista.it, 28 agosto 2021.
  2. In riferimento alla cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini», cioè quando nel gennaio 1947, in occasione del XXV Congresso del Partito Socialista Italiano (PSI) – all'epoca denominato Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) – presso Palazzo Barberini a Roma, la componente riformista e socialdemocratica guidata da Giuseppe Saragat decise di abbandonare il PSIUP e di fondare un nuovo partito, il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), poi diventato Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI). Cfr. Partito socialista democratico italiano e Partito socialista italiano § Il PSI nell’Italia repubblicana., in Dizionario di Storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011.
  3. Rispondendo alla domanda dell'intervistatore: «Karl Popper, nel suo saggio principale “La società aperta e i suoi nemici” pone Platone, Rousseau e Marx nel filone culturale del totalitarismo e delle società chiuse. Cosa pensa di questa interpretazione?».
  4. Slogan coniato da Leo Longanesi contestualmente alla seconda guerra mondiale.
  5. Di Guglielmo II di Germania, che escludeva la possibilità di una guerra alla Serbia dopo la sua risposta all'ultimatum austriaco.
  6. E.J.Hobsbawm, Imperialismi, Rizzoli, Milano, 2007, pp.60 e 62. ISBN 9788817015998
  7. Bernstein, Politi, Sua Santità, Rizzoli, Milano, 1996, cit. pp. 266-303, specie 278-280. ISBN 9788817330251
  8. Presente anche nell'articolo di Luciano Canfora, L'ultimo Impero, Corriere della Sera, 22 marzo 2007, p. 51
  9. Riferendosi in particolare al discorso pronunciato da Palmiro Togliatti il 24 settembre 1944 alla conferenza della Federazione romana del Pci.

FontiModifica

  1. Citato in «Eltsin? È come Totò Riina», La Stampa, 16 ottobre 1993.
  2. a b Citato in Corriere della sera, 19 ottobre 2006.
  3. Citato in Trovata la reggia di Ulisse. Omero aveva ragione, corriere.it, 24 agosto 2010.
  4. Citato in Corriere della sera, 28 settembre 2010
  5. Dal programma televisivo Agora, Rai3, 25 aprile 2019. Video disponibile su raiplay.it.
  6. Citato in Maria Vittoria Adami, «Livore e razzismo si combattono dicendo la verità», L'Arena, 8 dicembre 2019.
  7. Dal programma televisivo Quante storie, Rai 3, 2 febbraio 2022. Video disponibile su raiplay.com, min. 23:57 – 24:23.

BibliografiaModifica

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