Eugenio Salomone Camerini

linguista, critico letterario, giornalista, traduttore italiano

Eugenio Salomone Camerini (1811 – 1875), letterato e giornalista italiano.

Eugenio Camerini

Donne illustriModifica

  • Gaetana Agnesi accoppiò in sé le virtù di due gran donne straniere: il sapere della Marchesa di Chatelet, l'amica di Voltaire e di Saint-Lambert, e la carità eroica di Santa Elisabetta. In altre età ella non avrebbe soltanto avuto un rapporto pieno di lodi per le sue Instituzioni analitiche dall'Accademia francese delle scienze e i complimenti di Benedetto XIV. Un papa, che non fosse stato corrispondente di Voltaire, e ove fossero corsi tempi di maggior fede, la avrebbe santificata. (p. 13)
  • Il Petrarca, il Tasso e Dante le rivelarono il suo genio poetico. Datasi, per vivere, al ballo, [Teresa Bandettini] tra una danza e l'altra leggeva la Divina Commedia. Esordì a Bastia, dove la chiamavano La Ballerina letterata [...]. Non era bella, ma
    I caldi occhi movean voci e parole,
    come cantò un senatore bolognese, ed il Cerretti che s'ideò di rispondere a questo sfavillìo, lanciandole un motto ardito all'orecchio, n'ebbe in cambio uno schiaffo. (p. 20)
  • La Bandettini nella sua più tarda età ebbe gravi dolori d'animo: le morirono tre figliolette e poi il marito – Ella patì di un tremolìo in tutta la persona che per reggersi dovea puntellarsi al braccio di altri – Ella dicea scherzando che finiva come avea cominciato: ballando. (p. 23)
  • Ella [Tarquinia Molza] si ritrasse a Ferrara, nel 1580 o 1581, e quivi con le sorelle del duca Alfonso II, la Lucrezia e la Leonora del Tasso, si trattenne, e instituì un concerto di dame che fece furore. La sua bellezza, il suo spirito, le sue rare virtù di poesia, di suono e di canto innamorarono tutti i cavalieri di quella coltissima città. Il duca Alfonso mantenne una giostra per lei, e il Tasso immortalò questo onore resole in un sonetto:
    Donna ben degna, che per voi si cinga
    La gloriosa spada e corra in giostra
    Il grande Alfonso, e s'altri a prova giostra
    E de' vostri color le piume ei tinga;
    Non fia ch'a più begli occhi adorni e pinga
    L'arme dove i pensieri accenna e mostra,
    Né da più bella man che dalla vostra
    Prenda bel dono e in ballo indi la stringa.
    (p. 57)
  • [Irene di Spilimbergo] [...] donna di elevato spirito, perita in musica e di molta lettura. Fu allevata parte ove nacque[1] e parte in Venezia. D'ingegno vivace, non stette contenta ai lavori d'ago e di ricami, ove assai valse, ma attese con profitto alle lettere.
    Leggeva attentamente, notando ne' margini, od estraendo quello che a lei pareva degno d'osservazione. (p. 89)
  • [Irene di Spilimbergo] Era nemica mortale dell'ozio. Aveva preso il costume di levarsi il verno due o tre ore innanzi al giorno, e con poca sollecitudine della sua salute, che soffriva dal troppo vegliare e dal freddo. Quando le era detto di aversi cura, ella rispondeva: «A che aver tanto riguardo a questo corpicciuolo, ch'altro non è che vil fango e poca polvere?» (p. 90)
  • [Irene di Spilimbergo] Era bella di corpo, e tanto amabile e graziosa nel volto e in tutti i movimenti della persona, che era quasi impossibile che uomo l'incontrasse per istrada e non si fermasse a contemplarla. Era di statura mediocre ma formatissima di tutto il corpo. Aveva il volto ben misurato, pieno d'una certa venustà, e d'un sangue così dolce e benigno, che era soavissimo a contemplare. (p. 90)
  • Parecchi bei ritratti si citano di Caterina [Corner]: l'uno, e fu quello mandato ad innamorarne il re di Cipro, era opera di un Dario da Trivigi. Ella aveva allora dai quattordici ai quindici anni. Il Corbeltaldo[2], rifatto dal Carrer, dice miracoli della bellezza di lei: la fronte pari ad un chiaro cielo; le guancie, rose vermiglie; le labbra, coralli; i denti, perle; il collo, neve; le ciglia, nere, vaghe, lucide; gli occhi due stelle. Dal velo che non bene lo copriva, tralucea il colmo e ben tornito seno – le chiome d'oro – avvolte in rete pure di color d'oro. Più tardi queste bellezze dell'adolescenza scemarono un poco per la statura traente al piccolo male accompagnata ad un corpo alquanto pinguetto (Carrer); ma gli occhi sfolgoravano più vivaci che mai [...]. (p. 100)
  • [Sofonisba Anguissola] Nobile di nascita, bellissima d'aspetto, come già notammo, graziosa in ogni suo tratto e gesto, di soavissimo cantare e di buone lettere, ella venne ogni dì più in favore del re [Filippo II di Spagna]. Egli la elesse fra le altre dame alla custodia dell'infanta. Deliberando poi di maritarla altamente, ella gli chiese di grazia di unirla ad uomo italiano. (p. 105)
  • Ella [Sofonisba Anguissola] continuò a dipingere finché accecò. Né allora lasciò di trattenersi dell'arte diletta e delle sue difficoltà con gli altri pittori, e Antonio Van Dyck diceva aver ricevuto più luce, in ciò che alla sua professione apparteneva, da una cieca, che dall'opere de' più celebrati pittori. (p. 106)
  • Ella [Eleonora d'Arborea] ancora giovanetta sentiva che a reggere Stati non bastano le serene virtù dell'animo, se all'uopo non vanno congiunte colla sapiente vigoria dell'armi: ond'ella piaceasi nell'apprendere le cose di guerra, e ragionandone accendevasi in volto di ardore militare. (p. 111)
  • [Eleonora d'Arborea] Tanta era l'inclinazione sua alle armi, che, secondo si ritrae dal biografo di lei don Giovanni Cupello di Oristano, non ancora quattordicenne si finse oppressa da mal di capo, e rimasta sola nel suo palagio, avvicinossi al soldato di guardia con maniere dolci ed amabili richiedendogli la lancia; ma negandola lui, la richiese con voce più severa, e niegatale ancora la seconda e la terza volta, gli diede un pugno sì forte nella mano, che lasciò scappare la lancia. La prese ella tosto, e a lui voltasi gli chiese perdono dell'insulto; e mostrando gran contento ed allegria di stringere quell'arme si a pregarlo che volesse ammaestrarla a ben maneggiare lancia e spada, non senza minacciarlo della sua indegnazione se ogni giorno di nascosto non la istruisse. (p. 111)
  • Una peste letale nel 1404 desolava la Sardegna coprendola di orrenda strage, e la morte entrata in Oristano mieteva moltitudine di vittime. Allora la guerriera e la legislatrice [Eleonora d'Arborea] tutta fu intesa a provveder spedali, ad accorrere con medici e farmachi dove più il morbo infieriva e qui assisteva ai miseri appestati, là ricoverava gli orfani, largheggiando di affetti e di soccorsi, e tale divenne che oggi sarebbe sembrata una delle più zelanti suore di carità che vanno fra gl'infermi dei due mondi, angeli della misericordia a confortare le miserie umane. (pp. 113-114)
  • Nel 1616 [Arcangela Paladini] [...] fu chiamata alla Corte medicea dall'arciduchessa Maddalena d'Austria, moglie di Cosimo II. Ella vi ottenne gran plauso per la sua maestria così nel disegno, come nel canto, ed altresì pel suo genio poetico. [...]. Valse soprattutto nel ricamo a colori, arte difficilissima. (p. 125)
  • [Caterina Bon Brenzoni] Dello scrivere e del verseggiare, nota il Messedaglia, mai in sua vita conobbe ella altrimenti le regole che per averle sentite e indovinate nei classici; né mai seppe che fossero arte poetica e prosodia. (p. 165)
  • Bellissima e costumata secondo le più fine norme di quell'età, [Beatrice Lascaris] attrasse gli animi più fieri e schivi; e tra gli altri Facino Cane[3], capitano di feroci soldati, se ne invaghì per forma, che, impaziente d'ogni indugio, dicono la rapisse al padre. La prima vaghezza si fece amore saldo e riverente quando la vide consorte anche alle sue imprese di guerra, dove fu eccitatrice di valore e persuaditrice di mitezza e di temperanza. (p. 174)
  • [Elena Lucrezia Corner, dopo la laurea in filosofia] Dovea laurearsi anche in teologia, che avea studiata sotto un cotal Marchetti da Camerano; ma perché donna, e secondo San Paolo mulieres non docent, o per una malattia sopravvenuta, il pensiero non ebbe effetto. (p. 180)
  • Nella sua città [Elena Lucrezia Corner] fu onoratissima. Il Consiglio dei Pregadi[4] differì ad un altro giorno il deliberare, perché i senatori potessero intervenire ad una sua Orazione. E fu tenuta di sì perfetto giudizio ed equità, che fu eletta arbitra in una lite importante di due famiglie. (p. 181)
  • [Elena Lucrezia Corner] Abbiamo parlato della scienza; tocchiamo ora della sua religione e pietà. Già da fanciullina si mostrava aliena dalle vanità del mondo. Vedendo un giorno spendersi dal padre in intagli e dorature, a fregio del proprio palazzo, non poco denaro : «Padre mio, disse la fanciulletta, e perché non dispensare piuttosto ai poveri questo denaro?». Giovanetta, non prendeva parte volentieri alle gale e feste di casa: e quando, adulta, andò a stare a Padova, non si valeva che raramente della carrozza; andava il più a piedi; gli argenti non metteva fuori se non alle visite del padre; e del suo assegno spendeva la massima parte in elemosine ed altre opere di pietà. (pp. 181-182)
  • [Sarah Siddons] Byron, che la nominò con grande onore ne' suoi versi, diceva degli attori più celebri: che Cooke era il più naturale, Kemble il più sovrannaturale, Kean un che di mezzo tra l'uno e l'altro, ma che la Siddons valeva quanto essi presi tutti insieme. (p. 193)
  • È notevole ch'ella [Rosa Bonheur] non indovinò alla prima il genere in cui sarebbe riuscita. Ella andava tutte le mattine al Louvre a copiare i capolavori dei pittori italiani, i quadri di Rubens, di Poussin, di Lesueur; disegnava dai marmi antichi, e spregiava il naturalismo olandese. Trascurava le tele di Paul Potter, i paesaggi di Ruysdäel, i cieli limpidi di Carlo Dujardin. Dopo quattr'anni di questi forti studi, s'avvide che né la pittura storica, né la pittura di genere si affacevano al suo ingegno, e ch'ella era nata a pingere paesi ed animali. (p. 196)
  • Un giorno uno straniero avendo chiesto ad Angelica [Kauffmann] un dipinto non troppo pudico, ella rappresentò una ninfa che, sorpresa nel momento di svestirsi, si ammanta in fretta d'un velo bianco. Così salvò il pudore e contentò lo straniero. (p. 203)
  • Maria Stuarda passava per la più bella donna del suo tempo; era assai colta, e si hanno sue graziose poesie in francese [...]. (p. 213)
  • Questa donna ebbe virtù, dice il Mignet[5], di appassionare i posteri e veramente non i soli cattolici, che la tengono per una martire della loro religione, ma le anime gentili di qualunque credenza si sentono attratte dalla pietosa immagine della Stuarda. (p. 215)
  • Ella [Madamigella Rachel] avea diciott'anni. Grande della persona, di nobile portamento, appassionata, facea vibrare di tutta la potenza della sua altera anima, i versi della vecchia tragedia, e tutta la Francia andò presa all'arte sublime e in gran parte inconscia della attrice miracolosa. (p. 224)
  • [Madamigella Rachel] Il suo nobile gesto, le sue attitudini scultorie si avvenivano all'idea che ci siamo formati delle regine e donne illustri dell'antichità. Meno potente nell'espressione dei sentimenti teneri e delicati che nell'ironia, nell'ira e nello sdegno si accostava anche per ciò a quella certa rigidità che troviamo nell'antica rappresentazione degli affetti. (p. 224)
  • Eugenio Alberi[6] ne scrisse la vita e tentò invano difendere [Caterina de' Medici] questo verme uscito dal sepolcro d'Italia, come la chiamò il Michelet[7], che, come il verme della leggenda scandinava, crebbe in uno smisurato e voracissimo serpente della libertà religiosa[8]. (p. 233)
  • Ella [Juliette Récamier] aveva un'onestà naturale e come una ritrosia di macchiare la sua celeste bellezza. Anche il vecchio letterato Laharpe la adorò e le scrivea: Je vous aime comme on aime un ange et j'espère qu'il n'y a pas de danger. Ma il più notevole si era che le donne la adoravano non meno che gli uomini; e le più serie, come la Svetchine, la corteggiavano. (p. 243)

Citazioni su Eugenio Salomone CameriniModifica

  • Un critico originale ed ardito, che, fra i primi, ebbe il coraggio di francarsi dalla soggezione delle vecchie tradizioni, è il Camerini, nei cui scritti non si trova tutta la vita letteraria del popolo italiano, ma alcune delle sue faccie più caratteristiche. Egli vede ed apprezza tutto quello che é di buono nella nostra letteratura, e vede e nota molte cose, che mancano. Sdegnoso di calcare le strade battute, anima artistica e culta, severo con sé stesso, troppo indulgente verso gli altri, non è però sempre risoluto ne' suoi giudizi, e oscilla tra il determinato e un non so che di vago e di nebbioso. (Pompeo Gherardo Molmenti)

NoteModifica

  1. Spilimbergo, comune del Friuli-Venezia Giulia.
  2. Antonio Colbertaldo, biografo di Caterina Corner.
  3. Bonifacio Cane, detto Facino (1360 – 1412), condottiero italiano.
  4. Organo costituzionale della Repubblica di Venezia, chiamato anche Consiglio dei Rogadi o, più comunemente, Senato.
  5. François-Auguste Mignet (1796 – 1884), scrittore e storico francese.
  6. Eugenio Alberi (1807 – 1878), erudito e poligrafo italiano.
  7. Jules Michelet.
  8. Allusione alla vicenda degli ugonotti in Francia, culminata nella strage avvenuta tra il 23 e il 24 agosto 1572 (notte di san Bartolomeo).

BibliografiaModifica

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