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Pompeo Gherardo Molmenti

scrittore, storico e politico italiano
Pompeo Gherardo Molmenti (1900 circa)

Pompeo Gherardo Molmenti (1852 – 1928), scrittore, storico e politico italiano.

Indice

La pittura venezianaModifica

IncipitModifica

  • Venezia non comparisce degnamente nel campo dell'arte se non nel secolo XV, quando già l'architettura e la scultura erano in fiore. Non è peraltro da credere che l'arte del disegno e dei colori fosse ignota negli albori della vita veneziana. Se, nei primi secoli, le case private dei veneziani erano umili, non così può dirsi delle chiese, che sorgevano numerose, quasi per attestare che la fede in Dio era guarentigia della libertà della nuova patria. E le chiese, come quelle di Grado e di Torcello, scintillavano per i mosaici degli artefici venuti da Bisanzio, con cui le isole della laguna avevano continue relazioni politiche e commerciali.

CitazioniModifica

  • Dopo la metà del trecento, un artefice, conosciuto con il nome di Antonio Veneziano, fu chiamato a dipingere la sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale [a Venezia]. Ma sebbene, al dir del Vasari, avesse dato eccellenti saggi del suo valore, fu congedato, onde avvilito si condusse in Toscana e considerò sempre come sua patria Firenze. (cap. 1, p. 8)
  • Rosalba Carriera, fine, espressiva, delicata anima d'artista, [...], dipinse ritratti a pastello con maravigliosa finezza di tocco e facilità di disegno. Ne' suoi pastelli c'è la verità illuminata dal raggio della poesia: le sue patrizie non sono proprio come erano, ma come volevano essere. (cap. 5, pp. 112-113)
  • Come il Gallina riproduceva sul teatro la Venezia odierna, così il Favretto sulle tele. Giacomo Favretto e Giacinto Gallina, questi due gemelli dell'arte veneziana, così somiglianti nell'indole dell'ingegno, nella bontà dell'animo, nel modesto aspetto della persona, nella morte immatura, penetrarono senza sforzo, per un'intuizione nativa, nell'intima vita del popolo. L'arte del Gallina è più profonda, più dominata dal sentimento, ma la superficialità delle impressioni del Favretto è compensata dal brio della osservazione. (cap. 7, p, 152)
  • Quando, per la Mostra internazionale del 1899, si pensò alle Esposizioni individuali collettive, e si raccolsero in una sala più di quaranta quadri del Favretto, fu un grido di ammirazione. Sebbene in alcune tele, dopo così breve tempo, apparissero fosche e cupe le tinte, appannate le luci, come nel Liston del 700, da tutto l'insieme di quella esposizione emanava uno splendor così lieto, che nulla di più dolce agli occhi e allo spirito. La sua gloria in vero non corre pericolo di essere sommersa dal flutto di nuove idee, il gusto mutato non scema la grazia spirituale dell'arte fravettiana, e la pupilla si abbandona ancora con voluttà su quell'armonia di tinte, rivelatrice dell'animo dell'artefice sereno, che inebriò la pittura veneziana di sole, di aria, di vita. (cap. 7, p. 155)
  • Artista virile, il Ciardi sa rendere la forte poesia del vero sia ch'egli ritragga i monumenti veneziani, o le larghe pagine virgiliane dei meriggi campestri, o le borgate pittoresche alle falde delle Alpi dolomitiche, tra i gravi silenzi delle selve. (cap. 7, p. 163)
  • Non al vivido sole, ma alle più cupe fantasie e alle più strane visioni, sembra invece ispirarsi quell'originalissimo ingegno di Mario de Maria, meglio conosciuto sotto il nome di Marius Pictor. È nato a Bologna nel 1853, ma vive ora a Venezia, che nella sua solitudine piena di visioni, nella sua pace piena di memorie, può considerarsi la patria ideale del bizzarro pittore. Il quale ama le solitudini strane, i gagliardi contrasti della luce e dell'ombra, gli oscuri contorni delle case, che staccano sul grigio dei cieli d'autunno, e le notti tragiche, funeree, illuminate dalla luna fuggente dietro le nuvole. Certi suoi quadri fanno pensare ai racconti di Edgardo Poë. (cap. 7, pp. 165-167)

Venezia. Nuovi studi di storia e d'arteModifica

  • Fra quelli che [in Francia] richiamarono la pittura dalla convenzionalità alla inspirazione diretta della natura presto si manifestarono due correnti: l'una con Edoardo Manet, iniziatore, insieme col Degas, della scuola dell'aria aperta, artefice luminoso, vibrante, ricercatore della macchia; l'altra con Gustavo Courbet, franco, vigoroso, solido, nemico di ogni volgarità, d'ogni falsa eleganza nell'Enterrement à Ornans, nella Biche forcée à la nage, nella Curée, ma duro, fosco, quasi repulsivo nella Chasse au renard e in altri quadri, dove l'originalità si cambia in stranezza, la scioltezza in esagerazione. (p. 376)
  • [...] dalla Spagna giunge in Italia un artista, allietato da tutti i sorrisi della fortuna, da tutte le voluttà del trionfo. Nei quadri di Mariano Fortuny la luce vibra, sfavilla, sfolgora, trionfa: i colori più allegri, le tinte più calde, i moltiplicati riflessi, i più luminosi rifrangimenti producono un barbaglio da far parer pallido e opaco qualunque altro oggetto su cui posiamo lo sguardo. Questa pittura svolgentesi tutta ardori e colori ebbe azione profonda, ma non sempre benefica, sulla giovane arte italiana, la quale si lasciò affascinare dalla impressione gradevole, dalla mirabile virtuosità. (p. 377)
  • Il Favretto, pur mantenendo la sua ricca e fervida originalità, seppe far tesoro degli esperimenti altrui. Era istruito tanto da comprendere ogni ragione dell'arte, se non per istudio e cultura appresa, per certa felice intuizione. Fu un ribelle temperato dal freno dell'arte, arte ch'egli seppe agitare, con certa salutare inquietudine, la quale non ha nulla di comune con le furiose e torbide innovazioni. L'impeto riformatore non poté mai trascinar la sua mente oltre i limiti del giusto; il suo genio non era fiamma viva che abbrucia, ma virtù riposata che illumina. Lasciando il cammino tracciato dai vecchi, seppe aprirsene uno nuovo, conservando sempre la misura; allargò con temperanza le forme dell'arte, e con la eccitabilità imaginosa, coloritrice del suo ingegno, ristaurò e rifece, inspirandosi al presente, non disprezzando il passato, conservando tutto ciò ch'era degno ed utile. (p. 388)

BibliografiaModifica

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