Pompeo Gherardo Molmenti

scrittore, storico e politico italiano

Pompeo Gherardo Molmenti (1852 – 1928), scrittore, storico e politico italiano.

Pompeo Gherardo Molmenti (1900 circa)

Impressioni letterarieModifica

  • In tutti i versi che il povero Teobaldo [Ciconi] ha lasciato non ci sarà la finezza dell'artista, ma in tutti si sente l'anima serena del poeta. (p. 25)
  • Come poeta drammatico egli lascia una traccia non cancellabile nella storia del nostro teatro. Sebbene i lavori del Ciconi sieno stati scritti sotto l'impressione di sentimenti e di fatti che non giungono all'animo nostro che come un caro ricordo, pure crediamo che non subiranno la sorte comune ai lavori di questo genere, che nati con l'occasione muoiono con quella. (p. 27)
  • Giuseppe Torelli fu un galantuomo, ed ebbe per guida nella vita quel vero buon senso, che non è da confondersi con quello che ha l'appellativo di comune e che corre le strade. Non ascoltò che la voce secura della coscienza, non conobbe le ipocrisie sociali, e chiamò sempre le cose col loro nome. Il Torelli, come tutti gli uomini onesti, possedeva quell'energia tranquilla che impone. Visse qualche tempo in corte, e non fu cortigiano. Fu un nobile esempio di quella democrazia che in generale è scritta nei codici, nei giornali, ma raramente nei cuori. (pp. 34-35)
  • Un critico originale ed ardito, che, fra i primi, ebbe il coraggio di francarsi dalla soggezione delle vecchie tradizioni, è il Camerini, nei cui scritti non si trova tutta la vita letteraria del popolo italiano, ma alcune delle sue faccie più caratteristiche. Egli vede ed apprezza tutto quello che é di buono nella nostra letteratura, e vede e nota molte cose, che mancano. Sdegnoso di calcare le strade battute, anima artistica e culta, severo con sé stesso, troppo indulgente verso gli altri, non è però sempre risoluto ne' suoi giudizi, e oscilla tra il determinato e un non so che di vago e di nebbioso. (pp. 40-41)
  • Il Locatelli non riescì tanto valente critico, quanto mirabile pittore di costumi. Quello che più s'ammira in lui è quella potenza descrittiva che vi fa sorgere dinanzi chiaramente e distintamente una persona, un paesaggio, una festa. (p. 69)
  • Il Locatelli è un vivace pittore del vero, è un accuratissimo osservatore delle idee e dei gusti del suo tempo, ma non lo si può ammirare altrettanto allorché vi discorre d'arte, di teatri, di lettere. Egli ha ereditato dal Gozzi il brio dello stile, ma non già la mente profonda, la vastità del pensiero. Però anche nelle sue critiche la stessa grazia amabilissima, la stessa purezza e la stessa eleganza della forma. Anche ne' suoi scritti critici lo spirito non è mai importuno: aneddoti, facezie, tutto egli sa collocare a suo posto. Non c'è mai nulla di troppo. Egli punge, ma non ferisce, e sa dire la verità con quel garbo di buona lega, che i nostri vecchi conoscevano così bene. (p. 70)
  • [...] se il Locatelli scrive alle volte come un poeta, non pensa però quasi mai colla profonda severità del filosofo. Il Locatelli nel giudicare le opere d'arte non è guidato da principî serî ed elevati, non guarda all'armonia dell'insieme, non considera che il freddo particolare. Non è una critica alta e filosofica, ma un seguito di argute e fine osservazioni. Certo non mancano al Locatelli né lo studio attento, né l'onesta franchezza, ma gli fanno difetto l'ardimento del pensiero e la larghezza degli intendimenti. (p. 71)

La pittura venezianaModifica

IncipitModifica

  • Venezia non comparisce degnamente nel campo dell'arte se non nel secolo XV, quando già l'architettura e la scultura erano in fiore. Non è peraltro da credere che l'arte del disegno e dei colori fosse ignota negli albori della vita veneziana. Se, nei primi secoli, le case private dei veneziani erano umili, non così può dirsi delle chiese, che sorgevano numerose, quasi per attestare che la fede in Dio era guarentigia della libertà della nuova patria. E le chiese, come quelle di Grado e di Torcello, scintillavano per i mosaici degli artefici venuti da Bisanzio, con cui le isole della laguna avevano continue relazioni politiche e commerciali.

CitazioniModifica

  • Dopo la metà del trecento, un artefice, conosciuto con il nome di Antonio Veneziano, fu chiamato a dipingere la sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale [a Venezia]. Ma sebbene, al dir del Vasari, avesse dato eccellenti saggi del suo valore, fu congedato, onde avvilito si condusse in Toscana e considerò sempre come sua patria Firenze. (cap. 1, p. 8)
  • Rosalba Carriera, fine, espressiva, delicata anima d'artista, [...], dipinse ritratti a pastello con maravigliosa finezza di tocco e facilità di disegno. Ne' suoi pastelli c'è la verità illuminata dal raggio della poesia: le sue patrizie non sono proprio come erano, ma come volevano essere. (cap. 5, pp. 112-113)
  • Come il Gallina riproduceva sul teatro la Venezia odierna, così il Favretto sulle tele. Giacomo Favretto e Giacinto Gallina, questi due gemelli dell'arte veneziana, così somiglianti nell'indole dell'ingegno, nella bontà dell'animo, nel modesto aspetto della persona, nella morte immatura, penetrarono senza sforzo, per un'intuizione nativa, nell'intima vita del popolo. L'arte del Gallina è più profonda, più dominata dal sentimento, ma la superficialità delle impressioni del Favretto è compensata dal brio della osservazione. (cap. 7, p, 152)
  • Quando, per la Mostra internazionale del 1899, si pensò alle Esposizioni individuali collettive, e si raccolsero in una sala più di quaranta quadri del Favretto, fu un grido di ammirazione. Sebbene in alcune tele, dopo così breve tempo, apparissero fosche e cupe le tinte, appannate le luci, come nel Liston del 700, da tutto l'insieme di quella esposizione emanava uno splendor così lieto, che nulla di più dolce agli occhi e allo spirito. La sua gloria in vero non corre pericolo di essere sommersa dal flutto di nuove idee, il gusto mutato non scema la grazia spirituale dell'arte fravettiana, e la pupilla si abbandona ancora con voluttà su quell'armonia di tinte, rivelatrice dell'animo dell'artefice sereno, che inebriò la pittura veneziana di sole, di aria, di vita. (cap. 7, p. 155)
  • Artista virile, il Ciardi sa rendere la forte poesia del vero sia ch'egli ritragga i monumenti veneziani, o le larghe pagine virgiliane dei meriggi campestri, o le borgate pittoresche alle falde delle Alpi dolomitiche, tra i gravi silenzi delle selve. (cap. 7, p. 163)
  • Non al vivido sole, ma alle più cupe fantasie e alle più strane visioni, sembra invece ispirarsi quell'originalissimo ingegno di Mario de Maria, meglio conosciuto sotto il nome di Marius Pictor. È nato a Bologna nel 1853, ma vive ora a Venezia, che nella sua solitudine piena di visioni, nella sua pace piena di memorie, può considerarsi la patria ideale del bizzarro pittore. Il quale ama le solitudini strane, i gagliardi contrasti della luce e dell'ombra, gli oscuri contorni delle case, che staccano sul grigio dei cieli d'autunno, e le notti tragiche, funeree, illuminate dalla luna fuggente dietro le nuvole. Certi suoi quadri fanno pensare ai racconti di Edgardo Poë. (cap. 7, pp. 165-167)

Venezia. Nuovi studi di storia e d'arteModifica

  • Fra quelli che [in Francia] richiamarono la pittura dalla convenzionalità alla inspirazione diretta della natura presto si manifestarono due correnti: l'una con Edoardo Manet, iniziatore, insieme col Degas, della scuola dell'aria aperta, artefice luminoso, vibrante, ricercatore della macchia; l'altra con Gustavo Courbet, franco, vigoroso, solido, nemico di ogni volgarità, d'ogni falsa eleganza nell'Enterrement à Ornans, nella Biche forcée à la nage, nella Curée, ma duro, fosco, quasi repulsivo nella Chasse au renard e in altri quadri, dove l'originalità si cambia in stranezza, la scioltezza in esagerazione. (p. 376)
  • [...] dalla Spagna giunge in Italia un artista, allietato da tutti i sorrisi della fortuna, da tutte le voluttà del trionfo. Nei quadri di Mariano Fortuny la luce vibra, sfavilla, sfolgora, trionfa: i colori più allegri, le tinte più calde, i moltiplicati riflessi, i più luminosi rifrangimenti producono un barbaglio da far parer pallido e opaco qualunque altro oggetto su cui posiamo lo sguardo. Questa pittura svolgentesi tutta ardori e colori ebbe azione profonda, ma non sempre benefica, sulla giovane arte italiana, la quale si lasciò affascinare dalla impressione gradevole, dalla mirabile virtuosità. (p. 377)
  • Il Favretto, pur mantenendo la sua ricca e fervida originalità, seppe far tesoro degli esperimenti altrui. Era istruito tanto da comprendere ogni ragione dell'arte, se non per istudio e cultura appresa, per certa felice intuizione. Fu un ribelle temperato dal freno dell'arte, arte ch'egli seppe agitare, con certa salutare inquietudine, la quale non ha nulla di comune con le furiose e torbide innovazioni. L'impeto riformatore non poté mai trascinar la sua mente oltre i limiti del giusto; il suo genio non era fiamma viva che abbrucia, ma virtù riposata che illumina. Lasciando il cammino tracciato dai vecchi, seppe aprirsene uno nuovo, conservando sempre la misura; allargò con temperanza le forme dell'arte, e con la eccitabilità imaginosa, coloritrice del suo ingegno, ristaurò e rifece, inspirandosi al presente, non disprezzando il passato, conservando tutto ciò ch'era degno ed utile. (p. 388)

Incipit de L'arte veneziana del RinascimentoModifica

Correva l'anno 1495 (perdonate, o Signori, se incomincio come usava nei vecchi romanzi storici di mezzo secolo fa), correva l'anno 1495 e Filippo de Commines, ambasciatore di Carlo VIII, entrando a Venezia, esclamava ammaliato: — la più trionfante città che io abbia mai veduta!

NoteModifica


BibliografiaModifica

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