Aurelio Bianchi-Giovini

pubblicista, politico e saggista italiano

Aurelio Bianchi-Giovini (1799 – 1862), giornalista e polemista italiano.

Aurelio Bianchi-Giovini

Critica degli EvangeliModifica

  • [...] fra i libri del Nuovo Testamento quello che incontrò più ostacoli fu l'Apocalisse che gli antichi trattarono da impostura inventata dall'eretico Cerinto per dar credito alla sua chimera del regno millenario. (vol. I, libro I, p. 15)
  • Nel 364 il concilio di Laodicea escludeva l'Apocalisse dai libri sacri; invece verso il 380 san Filastrio vescovo di Brescia trattava di eresia l'opinione di Cajo, e quasi nel medesimo tempo san Gregorio di Nazianzo, sant'Anfilochio d'Iconio e la maggior parte de' Greci, se non attribuivano l'Apocalisse a Cerinto, almeno le ricusavano un posto fra le Scritture. Onde san Gerolamo scriveva a Dardano che come i Latini non ammettevano l'epistola agli ebrei, del paro le Chiese greche rigettavano l'Apocalisse di san Giovanni. E non fra i Greci soltanto, ma nell'Occidente ancora, nel 633, vi erano molti che, malgrado le decisioni de' concilii e dei vescovi romani, non volevano riconoscere l'Apocalisse fra i libri divini, né permettere che si leggesse in Chiesa, contro i quali fu necessario minacciar la scomunica[1]. (vol. I, libro I, pp. 16-17)
  • Se la Chiesa antica rigettava dall'elenco dei libri sacri alcuni che furono poi ammessi dalla Chiesa moderna, per compenso ella ne ammetteva altri sui quali la Chiesa moderna ha cambiato di parere. (vol. I, libro I, p. 19)
  • I cristiani dei primi tempi costituivano una specie di milizia od una società segreta, ordinata nelle forme e coi modi di quelle che esistono anche oggidì, e che sono perseguitati dai principi di adesso, come i cristiani erano perseguitati dai principi di allora. (vol. I, libro I, p. 33)
  • Secondo i teologhi della Frigia (che per essere sul paese potevano essere meglio informati) il quarto Evangelio era opera non dell'apostolo Giovanni, ma dell'eretico Cerinto, che per ingannare i fedeli usurpava un nome venerabile, come lo aveva usurpato fingendo l'Apocalisse; e secondo il vescovo di Lione era genuinamente di Giovanni, che lo aveva scritto contro la dottrina di Cerinto: quelli vi trovavano i dogmi cerintiani; questo la confutazione. (vol. I, libro I, p. 43)
  • [...] fra le glorie della biblioteca regia dell'Escuriale in Ispagna vi era il preteso autografo di san Luca scritto in lettere d'oro. Al qual proposito non è inutile di osservare che nei secoli barbari usavano i missionari di sorprendere la credulità od allettare la superstizione dei popoli facendo loro vedere libri scritti con oro e con eleganti miniature, e gli idioti facilmente si persuadevano che niun altro fuori che un angelo od un santo era capace di così bel lavoro. (vol. I, libro I, p. 46)
  • Dei quattro Evangeli, i due primi, attribuiti a Matteo ed a Marco, appena si esaminino con qualche attenzione e si confrontino parola per parola i numerosi luoghi paralleli, risulta chiaro che non sono se non se due traduzioni di un medesimo Evangelio scritto o in siro-caldeo o in ebraico, con qualche varietà nei testi di cui si servirono i due traduttori; o forse meglio non sono che una traduzione sola: tranne che quella detta di Marco è la più semplice e la più genuina; laddove a quella detta di Matteo furono fatte moltissime aggiunte e interpolazioni di data posteriore e di provenienza greca. (vol. I, libro II, p. 71)

Incipit di alcune opereModifica

Biografia di frà Paolo SarpiModifica

Il nome di Frà Paolo è popolare in tutta l'Europa, e ciò non pertanto non abbiamo che assai imperfette notizie intorno alla sua vita. Gli articoli che la riguardano inseriti nelle raccolte biografiche sono zeppi di errori, né mi ha fatto meraviglia di leggere nella Biografia Universale stampata recentemente a Venezia, nella patria del Sarpi, spacciate sul conto suo le più grosse falsità del mondo: non mi ha fatto meraviglia, ripeto, perché la riputazione di questo grand'uomo essendo stata lungamente in mano ad un ordine di persone che lo avea sacro ad un odio fanatico, ove a loro sottratto non lo avesse il secolo che sempre va innanzi e approva tutto che egli fece e scrisse, Frà Paolo sarebbe tra quelli che giacciono oppressi dalle superstizioni della loro età, e dalla ingiustizia de' giudizi del mondo.

La Repubblica di Milano dopo la morte di Filippo Maria ViscontiModifica

La sera del 13 agosto [1447] cessava di vivere Filippo Maria, ultimo de' Visconti; e i Milanesi ne seppero la morte prima di sapere ch'ei fosse ammalato, tanto egli, già da più anni, traeva un'esistenza misteriosa. Ei moriva senza figliuoli, lasciava i popoli stanchi di una tirannide più sorda che violenta; lasciava le finanze esauste, una guerra coi Veneziani che stavano quasi alle porte di Milano, nessun successore e molti pretendenti. Si fecero i suoi funerali, ma in fretta e senza pompa, e quasi tumultuariamente. Imperocché appena sparsasi la nuova della sua morte tutta la città fu in sussulto: dapertutto un gridare, un tumultuare, un correre all'armi: chi ne diceva una e chi un altra, e le opinioni erravano incerte o contradittorie. Sol una era concorde: il fastidio de' passati abusi.

NoteModifica

  1. Quarto concilio di Toledo, can. 17. [N.d.A.]

BibliografiaModifica

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