Enver Hoxha

rivoluzionario, politico e militare albanese (1908-1985)

Enver Hoxha (1908 - 1985), rivoluzionario, politico e dittatore albanese.

Hoxha nel 1985

Citazioni di Enver Hoxha

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Intervento alla conferenza di 81 partiti comunisti, Mosca, 16 novembre 1960, riportato da Associazione Stalin

  • Al mondo esiste ormai il campo socialista, con alla testa l’Unione Sovietica. Il movimento comunista nel suo complesso si è ampliato, rafforzato e temprato. I partiti comunisti e operai in tutto il mondo sono divenuti una forza colossale, che porta avanti l’umanità verso il socialismo, verso la pace. Come si rivela anche nel progetto di dichiarazione che è stato preparato, il nostro campo socialista è molto più forte del campo imperialista. Il socialismo si rafforza di giorno in giorno ed è in continua ascesa mentre l’imperialismo si indebolisce, si decompone.
  • L’imperialismo non deporrà le armi di sua propria volontà. Credere ad una possibilità del genere significa illudere se stessi e ingannare gli altri. Dobbiamo quindi opporre all’imperialismo la colossale forza economica, militare, morale, politica e ideologica del campo socialista e al tempo stesso le forze unite dei popoli del mondo intero al fine di sabotare in tutti i modi possibili la guerra che preparano gli imperialisti. Il partito del lavoro d’Albania non ha mai nascosto né mai nasconderà al proprio popolo questa situazione e la minaccia che gli imperialisti fanno pesare sull’umanità amante della pace. Vi possiamo assicurare che il popolo albanese che detesta la guerra, non si è affatto spaventato di questa giusta azione del suo partito. Non ha ceduto al pessimismo e neppure ha segnato il passo nell’edificazione del socialismo. Esso ha una chiara visione delle prospettive che lo attendono e lavora con piena fiducia, mantenendosi sempre vigile stringendo in una mano il piccone e nell’altra il fucile.
  • Tutti i popoli del mondo aspirano alla libertà, all’indipendenza, alla sovranità, alla giustizia sociale, alla cultura, alla pace, e si battono per esse.
  • Viviamo in un’epoca in cui si assiste al crollo totale del colonialismo, alla liquidazione di questo flagello che sopprimeva i popoli. Nuovi Stati stanno nascendo in Africa e in Asia. Paesi dove regnavano il capitale, la frusta e il fucile, scuotono il giogo della servitù e i popoli prendono il loro destino nelle proprie mani. Ciò si è realizzato e si realizza grazie alla lotta di questi popoli e all’appoggio morale che prestano loro L’Unione sovietica, la Cina popolare e gli altri paesi del campo socialista. Traditori del marxismo-leninismo, agenti dell’imperialismo e intriganti del tipo di Josip Broz Tito si sforzano in mille modi, ordendo piani diabolici, di disorientare popoli e giovani Stati, al fine di staccarli dai loro alleati naturali, per legarli direttamente all’imperialismo americano. Dobbiamo tendere con tutte le nostre forze a sventare i piani di questi lacchè dell’imperialismo.
  • Guardiamo dritto in faccia i fatti. L’imperialismo mondiale, con a capo il suo reparto più aggressivo, l’imperialismo americano, orienta la propria economia verso la preparazione della guerra. Esso si sta armando fino ai denti. L’imperialismo americano sta dotando di ogni specie d’arma la Germania di Bonn, il Giappone e tutti i suoi alleati e satelliti. Esso ha organizzato e sta perfezionando le organizzazioni militari d’aggressione, ha creato e sta creando basi militari da ogni parte attorno al campo del socialismo. Esso accresce le sue scorte di armi nucleari, non consente a disarmare, non accetta di cessare gli esperimenti nucleari, lavora febbrilmente e nuove invenzioni di mezzi di sterminio di massa. E tutto questo, perché lo fa? Per andare a nozze No! Per scendere in guerra contro di noi, per distruggere il socialismo e il comunismo, per ridurre i popoli alla schiavitù.
  • Non dobbiamo fare alcuna concessione di principio al nemico ne farci alcuna illusione sull’imperialismo, giacché credendo di aggiustare le cose non faremmo che aggravarle. Il nemico, non soltanto si arma e prepara la guerra contro di noi, ma conduce inoltre una propaganda sfrenata per avvelenare gli animi e disorientare la gente.
  • Sarebbe assurdo pensare che la piccola Albania socialista possa staccarsi dal capo socialista e vivere al di fuori di questo campo, al di fuori della fratellanza dei nostri popoli socialisti. La sua appartenenza al campo socialista, l’Albania non l’ha ricevuta in dono da nessuno, ma sono il nostro stesso popolo e il Partito del Lavoro d’Albania che l’hanno conquistata con il sangue, con la loro fatica e il loro sudore, con i sacrifici che hanno fatto, con il sistema di governo che hanno instaurato e con la linea marxista-leninista che seguono. Ma che nessuno pensi che l’Albania, essendo un piccolo paese, il Partito del lavoro d’Albania, essendo un piccolo Partito, debbano fare quel che piace a qualcuno se sono convinti che questo qualcuno sbaglia.
  • La Repubblica Popolare d’Albania non ha fornito assistenza economica ad alcuno fino ad ora, primo perché siamo poveri, e secondo perché nessuno ha bisogno del nostro aiuto economico. Però, nei giusti limiti, noi abbiamo compiuto e compiamo ogni sforzo per aiutare con le nostre esportazioni, per quel poco che ci è possibile i paesi amici e fratelli.
  • Noi poniamo la questione: perché la Cina comunista non dovrebbe avere la bomba atomica? Riteniamo che la debba avere, e quando la Cina disporrà della bomba atomica e di missili, vedremo allora quale sarà il linguaggio dell’imperialismo americano, vedremo se si continuerà a negare alla Cina i suoi diritti nell’arena internazionale, vedremo se gli imperialisti americani oseranno brandire le loro armi come fanno oggi.
  • Se l’Unione sovietica non possedesse la bomba atomica, l’imperialismo userebbe nei suoi confronti un altro linguaggio. Noi non saremo mai i primi ad impiegare le armi atomiche, noi siamo contro la guerra, siamo per la distruzione delle armi nucleari, ma abbiamo bisogno della bomba per difenderci. «La paura è il miglior guardiano delle vigne», dice un proverbio del nostro popolo. Gli imperialisti debbono temerci e anche temerci molto.
  • La libertà di cui oggi godiamo non ce l’ha regalata nessuno, ma ce la siamo conquistata col sangue.
  • Gli imperialisti americani e inglesi ci hanno accusato e ci accusano, noi albanesi, di «essere feroci e bellicosi». E’ comprensibile, perché il popolo albanese ha infranto i loro reiterati tentativi di asservirlo e ha annientato i loro agenti che hanno complottato contro il Partito del Lavoro d’Albania e il nostro regime di democrazia popolare…
  • Che l’Albania avanzi sulla via del socialismo e che essa faccia parte del campo del socialismo, non siete voi, compagno Krusciov, a deciderlo, ciò non dipende affatto dalla vostra volontà. Ma è il popolo albanese, con alla testa il suo Partito del Lavoro, che lo ha deciso con la sua lotta, e non vi è forza al mondo che possa farlo deviare da questa strada.
  • Voi compagno Krusciov, avete levato la mano contro il nostro piccolo popolo e il suo Partito, ma noi siamo convinti che il popolo sovietico che ha versato il proprio sangue anche per la libertà del nostro popolo, che il grande Partito di Lenin, non approveranno questo vostro modo di agire. Noi abbiamo piena fiducia nel marxismo-leninismo, siamo certi che i partiti fratelli, che hanno inviato i loro rappresentanti a questa riunione, considereranno e giudicheranno questa questione con uno spirito di giustizia marxista-leninista.
  • Secondo noi, la controrivoluzione in Ungheria fu principalmente opera dei titini. Gli imperialisti americani avevano, in primo luogo in Tito e nei rinnegati di Belgrado, la migliore arma per scalzare la democrazia popolare in Ungheria.
  • Gli jugoslavi ci accusano di essere «sciovinisti, di ingerirci nei loro affari interni e di ricercare una rettifica delle nostre frontiere con la Jugoslavia». Molti nostri amici pensano e lasciano intendere che noi, comunisti albanesi, siamo inclini a questo. Noi dichiariamo a costoro che si sbagliano di grosso. Noi non siamo sciovinisti, non abbiamo domandato né domandiamo alcuna rettifica di frontiera. Ma ciò che chiediamo e chiederemo fino in fondo ai titini è di porre fine ai loro crimini di genocidio contro la popolazione albanesi del Kossovo e della Macedonia, di porre fine al terrore bianco contro gli albanesi del Kossovo, all’espulsione degli albanesi dai loro territori ed alla loro cacciata in massa in Turchia, noi domandiamo che, conformemente alla costituzione della Repubblica popolare federativa di Jugoslavia, la popolazione albanese si veda riconoscere i propri diritti. Tale atteggiamento è sciovinista o marxista?
  • Tutte le opere teoriche del compagno Stalin sono un'ardente testimonianza della sua fedeltà al maestro geniale, al grande Lenin e al leninismo. Stalin lottò per i diritti della classe operaia e dei lavoratori del mondo intero, lottò con grande coerenza fino in fondo per la libertà dei popoli dei nostri paesi a democrazia popolare. Non fosse che per questi aspetti, Stalin appartiene al mondo comunista intero e non soltanto ai comunisti sovietici; appartiene a tutti i lavoratori del mondo e non soltanto ai lavoratori sovietici.
  • Stalin ha commesso degli errori? Era inevitabile che un così lungo periodo, pieno di atti eroici, di sforzi, di lotte, di vittorie, comportasse anche degli errori, non solamente personali di Giuseppe Stalin, ma anche della direzione in quanto organo collegiale. Esiste un Partito o un dirigente che si possa considerare esente da ogni errore dal suo lavoro?
  • Il culto della personalità di Stalin doveva, certamente, essere superato. Ma si può dire, come si è detto, che Stalin era egli stesso artefice di tale culto della personalità? Il culto della personalità doveva sicuramente essere superato, ma per ottenere questo, era necessario e giusto che chiunque ne menzionasse il nome di Stalin fosse immediatamente messo all’indice, segnato a dito, che chiunque citasse Stalin fosse guardato di traverso?

Intervista di Paul Milliez del dicembre 1984, riportato in "Albanian Life: Memorial Issue", Journal of the Albanian Society, No. 2 1985, pp. 30-34

  • [Riguardo i jugoslavi] Sono estremamente ostili verso il nostro punto di vista, e dicono cose che nessuno può credere. Per esempio, dichiarano che noi desideriamo il collasso della Jugoslavia, sebbene noi non abbiamo mai immaginato né voluto tale cosa. Ci accusano inoltre d'aver provocato gli eventi svolti in Kosova nel 1981, ma ciò non è affatto vero. I responabili per gli eventi tragici in Kosova sono i jugoslavi stessi.
They are extremely hostile to our viewpoint, and say things about us which no one can believe. For example, they claim that we desire the destabilisation of Yugoslavia, although we have never envisaged or said such a thing. They accuse us, further, of having provoked the events which occurred in Kosova in 1981, but this is not at all true. The people responsible for the tragic events in Kosova are the Yugoslavs themselves.
  • Io non sono che un membro del Partito del lavoro e servo solo il mio popolo. Ogni successo qui ha le sue origini dalle nostre proprie forze; tutto è stato realizzato dal popolo ed insieme ad esso. I nemici del nostro paese dicono che sono un dittatore, ma una persona da sola non può né agire né lavorare con la forza necessaria se non circondato da amici e compagni.
I am only a member of the Party of Labour and I only serve my people. Every success achieved here has its origin in our own forces; everything has been realised with the people and in unity with it. The enemies of our country say that I am a dictator. But a single person can neither act nor work with the necessary strength without being surrounded by friends and comrades.
  • Ogni paese conduce la sua propria politica, salvaguardando così i suoi diritti. Ci sono però dei gruppi e degli individui all'estero che ci accusano d'aver distrutto le chiese e le moschee. A queste persone, diciamo che noi non c'immischiamo negli affari interni degli altri paesi, e non abbiamo alcun desiderio di farlo. Desideriamo allora che gli altri paesi non interferissero nei nostri affari. Per quanto riguarda la religione, non possiamo permettere che uno «stato» come il Vaticano, che dipende dall'imperialismo, s'insedia nel nostro paese e fra il nostro popolo. Dall'altra parte, non abbiamo costretto, né costringiamo, nessuno attraverso le misure amministrative di rinunciare alle sue credenze religiose. La religione è una questione di coscienza personale. Attualmente, il clero ortodosso greco rappresenta il gruppo più reazionario posto contro il nostro paese. Tenta di convincere tutti che i cristiani ortodossi fra di noi siano esclusivamente greci. Attacca persino Papandreou, obiettando contro la sua politica riguardo le relazioni con il nostro paese. Ma tutto andrà per bene, malgrado le minacce dei reazionari.
Every country conducts its own policy, by means of which it defends its rights. However, there are abroad some circles and individuals who accuse us of having destroyed the churches and mosques. To these people we say: we do not involve ourselves in the internal affairs of other countries, nor wish to. We wish, therefore, that other countries would not meddle in our affairs. As far as religion is concerned, we cannot permit in our country, among our people, a "state" which assists foreigners like the Vatican, which is dependent on imperialism. On the other hand, we have not compelled, nor do we compel, anyone by administrative measures to renounce his religious views. Religion is a question of personal conscience. At the present time, the Greek Orthodox clergy represents the most reactionary circles directed against our country. It seeks to make people believe that all Orthodox Christians among us are Greeks. It ranges itself even against Papandreou, objecting to his policy in relations with our country. But everything will work out for the best, irrespective of the threats of the reactionaries.
  • I nostri nemici dichiarano che l'Albania è sola ed isolata, senza scambi con altri paesi. Ma noi facciamo scambi con tutti i paesi che li desiderano sulla base di vantaggio reciproco e della non-interferenza nei nostri affari interni. Per i jugoslavi, questo è anormale. Il nostro paese però non si è mai ridotto allo stato in cui si trova l'economia jugoslava; il nostro paese non si è mai appoggiato sui prestiti e i crediti stranieri, e rimarrà sempre così, al contrario di ciò che i jugoslavi hanno fatto e continuano a fare al loro paese.
Our enemies say that Albania is alone, that it is isolated, that it has no commerce with other countries. But we have commercial exchanges with all countries which desire them on the basis of reciprocal advantage and noninterference in one another's internal affairs. For the Yugoslavs that is something abnormal. However, our economy has never been reduced to the state in which the Yugoslav economy finds itself; our country has never relied upon loans and credits from abroad. And so it will always be, unlike what the Yugoslavs have done and continue to do in their country.
  • [Riguardo Stalin] Era stato un uomo saggio e equilibrato. Combatté i nemici dell'Unione Sovietica e del comunismo.
He was a wise and level-headed man. He fought the enemies of the Soviet Union and of communism.

L'"autogestione" jugoslava: teoria e pratica capitaliste

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Incipit

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L'anno scorso è uscito in Jugoslavia, accompagnato da una grande pubblicità, il libro dei principale «teorico» dei revisionismo titoista, Eduard Kardelj, intitolato «Indirizzi di sviluppo del sistema politico di autogestione socialista».
Le idee antimarxiste di questo libro sono state poste a fondamento di tutti i lavori del II Congresso del partito revisionista jugoslavo, che i titoisti, al fine di mascherarne il carattere borghese, hanno battezzato «Lega dei Comunisti di Jugoslavia».
I titoisti e il capitalismo internazionale, come rilevato al VII Congresso dei PLA, vantano il sistema di «autogestione» come «una via già pronta e sperimentata verso il socialismo» e se ne servono come di un'orma preferita nella lotta contro il socialismo, la rivoluzione e le lotte di liberazione.
Tenendo presente il pericolo che rappresentano queste concezioni, ho ritenuto necessario esprimere alcune idee a proposito di questo libro.

Citazioni

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  • In Jugoslavia, come si sa, il capitalismo è stato pienamente instaurato, però questo capitalismo viene abilmente mascherato. La Jugoslavia sostiene di essere un paese socialista, ma di un tipo singolare che il mondo non avrebbe visto fino ad oggi! I titoisti si vantano pure che il loro Stato non ha niente in comune con il primo Stato socialista, uscito dalla Rivoluzione Socialista d’Ottobre e fondato da Lenin e Stalin sulla base della teoria scientifica di Marx ed Engels. (p. 2)
  • La Lotta di liberazione nazionale jugoslava, guidata dal Partito Comunista di Jugoslavia, si contraddistingue non solo per il valore e per il coraggio del popolo, ma anche per l’onestà degli autentici comunisti jugoslavi. Nel corso di questa lotta, tuttavia, nella direzione jugoslava cominciarono a manifestarsi tendenze sospette che facevano pensare, come apparve chiaramente più tardi, che per quel che concerne l'atteggiamento verso l’alleanza antifascista dell’Unione Sovietica, degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, il gruppo titoista propendeva per gli Anglo-Americani. In quel periodo, noi avevamo costatato che la direzione titoista manteneva stretti legami con gli alleati occidentali, specie con gli inglesi, dai quali riceveva consistenti aiuti finanziari e militari. Nel medesimo tempo avevamo rilevato un ravvicinamento politico evidente fra Tito e Churchill ed i suoi emissari, in un momento in cui la lotta di liberazione nazionale jugoslava doveva essere strettamente collegata alla guerra di liberazione dell'Unione Sovietica, poiché la speranza della liberazione generale di tutti i popoli, per quel che riguarda il fattore esterno, era fondata appunto su questa guerra. (p. 3)
  • Essi si spacciavano per marxisti-leninisti. All'inizio, anche noi pensavamo che fossero tali. Però, in realtà, non solamente dalla loro attività nel suo complesso, ma anche dai loro atteggiamenti concreti nei nostri confronti, abbiamo rilevato che molte delle loro prese di posizione erano incompatibili con la teoria scientifica del marxismo-leninismo. Abbiamo costatato che essi si allontanavano sempre più dall’esperienza dell’edificazione dei socialismo nell'Unione Sovietica. (pp. 3-4)
  • Le concezioni di Tito e dei suoi compagni lasciavano intendere sin dall'inizio che questi non erano dei «marxisti duri», come la borghesia chiama i marxisti coerenti, ma dei «marxisti ragionevoli», che avrebbero strettamente collaborato con tutti gli uomini politici, vecchi e nuovi, borghesi e reazionari della Jugoslavia. (p. 4)
  • È un fatto incontestabile che i popoli di Jugoslavia si siano battuti. La Jugoslavia, così come l’Albania, ha fatto dei grandi sacrifici. I dirigenti antimarxisti jugoslavi hanno speculato su questa lotta, hanno sfruttato davanti all’opinione pubblica, interno ed esterno, l’apprezzamento che l’unione Sovietica faceva della Jugoslavia, che essa considerava una importante alleata sulla via marxista-leninista dei socialismo. (pp. 4-5)
  • Essi, come lo sappiamo, tentarono di imporci i loro punti di vista politici, ideologici, organizzativi e statali, antimarxisti. Essi giunsero al punto di fare ripugnanti tentativi per trasformare l’Albania in una repubblica della Federazione jugoslava. In questo loro turpe e fallito tentativo i titoisti urtarono contro la nostra decisa opposizione. (p. 5)
  • La teoria e la pratica dell’«autogestione» jugoslava sono una negazione palese degli insegnamenti del marxismo-leninismo e delle leggi generali dell’edificazione dei socialismo. (p. 9)
  • La teoria marxista-leninista c’insegna che il socialismo si edifica sia in città che nelle campagne non sulla base della proprietà capitalista statale, della cosiddetta proprietà amministrata da gruppi di operai, o della proprietà privata in forma aperta, ma solo sulla base della proprietà sociale socialista dei mezzi di produzione. (p. 11)
  • La libertà d’azione nelle imprese «autogestionarie» è falsa. In Jugoslavia l’operaio non dirige e non gode di quel diritti così pomposamente proclamati dall’«ideologo» Kardelj. Lo stesso Tito, nel discorso pronunciato di recente nell’attivo dirigente di Slovenia, volendo dimostrare che è un uomo realista e contrario alle ingiustizie del suo regime, ha detto che l’«autogestione» non impedisce l’aumento degli introiti di coloro che lavorano male a spese di coloro che lavorano bene, mentre i dirigenti delle fabbriche, che sono responsabili delle perdite, possono sfuggire alla loro responsabilità ricoprendo cariche importanti in altre fabbriche, senza temere rimproveri da nessuno per le colpe commesse. (p. 13)
  • Non vi può essere democrazia socialista per la classe operaia senza il suo Stato di dittatura del proletariato. Il marxismo-leninismo c’insegna che la negazione dello Stato di dittatura dei proletariato è la negazione della democrazia stessa per le masse lavoratrici. (p. 14)
  • Tutto il paese si trova in una crisi continua e le vaste masse lavoratrici vivono nella povertà. Molti operai non hanno lavoro, vengono gettati sul lastrico oppure emigrano all’estero. Questa emigrazione economica, questo fenomeno capitalista, Tito l’ha non solamente riconosciuto, ma ha anche raccomandato di incoraggiarlo. In un paese socialista non può esistere la disoccupazione, e l’esempio più lampante in questa direzione è l’Albania. Intanto nei paesi capitalisti, di cui fa parte naturalmente anche la Jugoslavia, la disoccupazione esiste e si crea in tutti i settori. (p. 16)
  • In Jugoslavia non esistono organi dei potere statale in quanto veri rappresentanti del popolo. Là esiste solo il sistema burocratico denominato «sistema di delega», che viene presentato come detentore del sistema dei potere, ragion per cui non si procede all’elezione dei deputati agli organi dei potere statale. (p. 18)
  • L ‘«unione» e la «fraternità» dei popoli, a proposito di cui si parla molto in Jugoslavia, non sono state mai poste sulle giuste fondamenta dell’eguaglianza economica, politica, sociale e culturale delle nazioni e delle nazionalità.
    Senza realizzare l’eguaglianza in questi campi, non è possibile risolvere equamente la questione nazionale in Jugoslavia. Da quasi tre decenni il socialismo «autogestionario», oltre alla demagogia sulla «comunità autogestionaria delle nazioni e delle nazionalità di un tipo nuovo», non ha potuto fare niente per la realizzazione dei diritti sovrani delle diverse nazioni e nazionalità nelle repubbliche e nelle regioni della Jugoslavia, Così ad esempio la regione del Kossovo, la cui popolazione albanese è di circa tre volte più numerosa di quella della repubblica del Montenegro soffre di un’arretratezza economica, politica sociale e culturale molto accentuata rispetto alle altre regioni della Jugoslavia. Anche le grandi repubbliche presentano delle differenze inammissibili in tutti i campi, in paragone alle altre repubbliche. Questa situazione costituisce il punto più debole che scuote dalle sue Fondamenta la Federazione dei revisionisti jugoslavi. (p. 22)
  • In Jugoslavia non esistono più né il ruolo dominante della classe operaia, né il suo partito d’avanguardia, in quanto direzione dello Stato e della società. (p. 28)

Imperialismo e rivoluzione

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Incipit

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Il 7° Congresso del Partito del Lavoro d'Albania, analizzando l'odierna situazione internazionale e lo stato in cui si trova attualmente il movimento rivoluzionario mondiale, ha messo in luce quali pericoli rappresentino l'imperialismo e il revisionismo moderno per la rivoluzione e la liberazione dei popoli, ha sottolineato la necessità di condurre contro di essi una lotta spietata e di appoggiare attivamente il movimento marxistaleninista nel mondo.
Queste questioni sono di grande importanza poiché la costruzione del socialismo, la lotta per il rafforzamento della dittatura del proletariato e per la difesa della patria, non possono essere dissociate dalla situazione internazionale e dal processo generale dello sviluppo mondiale.

Citazioni

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  • Noi chiediamo che Israele si ritiri dai territori arabi, che ai palestinesi vengano riconosciuti tutti i loro diritti nazionali, ma non siamo affatto del parere che si debba eliminare il popolo israeliano. (pp. 182-183)
  • La popolazione africana è rimasta sottosviluppata dal punto di vista culturale ed economico, è andata via via diminuendo a causa delle guerre coloniali, della feroce persecuzione razziale. della vendita dei negri africani e del loro invio nelle metropoli, negli Stati Uniti d’America e in altri paesi, per lavorare come bestie nelle piantagioni di cotone e di altre colture, e come addetti ai lavori più pesanti dell’industria e dell’edilizia.
    Per questi motivi i popoli africani hanno ancora davanti a sé una grande lotta da condurre. Essa è e sarà una lotta molto complessa, differente da un paese all’altro, in considerazione delle condizioni di sviluppo economico, culturale e di istruzione, del grado di risveglio politico, della grande influenza che le diverse religioni, come la religione cristiana, la mussulmana, le vecchie fedi pagane ecc. esercitano sulle masse di questi popoli. (p. 189)
  • L’imperialismo inglese e l’imperialismo americano non hanno concesso nessuna libertà ai popoli africani. Siamo tutti testimoni di quello che avviene, ad esempio, nel Sudafrica. Vi dominano i razzisti bianchi, i capitalisti inglesi, gli sfruttatori, i quali opprimono ferocemente le popolazioni di colore di tale Stato in cui regna la legge della giungla. In numerosi altri paesi dell’Africa dominano i consorzi e i capitali degli Stati Uniti d’America, dell’Inghilterra, della Francia, del Belgio e degli altri vecchi colonizzatori e imperialisti, che si sono, fino ad un certo punto, indeboliti, ma che continuano a tenere in pugno le chiavi dell’economia di quei paesi. (p. 191)
 
Hoxha con Mao Tse-tung
  • Se si mettono a confronto gli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin sull’insurrezione armata rivoluzionaria con la teoria di Mao sulla «lotta di popolo», il carattere antimarxista, antileninista, antiscientifico di questa teoria appare chiaro. Gli insegnamenti marxisti-leninisti riguardo l’insurrezione armata si basano sullo stretto collegamento della lotta nella città e nelle campagne sotto la direzione della classe operaia e del suo partito rivoluzionario.
    La teoria maoista, essendo contraria al ruolo dirigente del proletariato nella rivoluzione, considera la campagna come unica base dell’insurrezione armata e trascura la lotta armata delle masse lavoratrici in città. Sostiene che la campagna deve accerchiare la città, considerata come la roccaforte della borghesia controrivoluzionaria. In questo modo si esprime la sfiducia verso la classe operaia, la negazione del suo ruolo egemone. (pp. 240-241)
  • La nozione dell’esistenza di tre mondi o la divisione del mondo in tre parti, si basa su di una visione razzista e metafisica del mondo in quanto prodotto del capitalismo mondiale e della reazione.
    Tuttavia la tesi razzista che divide i paesi in tre livelli o in tre «mondi» non si basa semplicemente sul colore della pelle. Si tratta di una classificazione che si basa sul livello di sviluppo economico dei paesi e che mira a definire la «razza dei grandi signori», da una parte, e la «razza dei pària e della plebe» dall’altra, a creare una divisione statica e metafisica, conformemente agli interessi della borghesia capitalista. Questa tesi considera i diversi popoli e le diverse nazioni del mondo come un branco di pecore, come un’entità amorfa. (pp. 259-260)
  • Considerare il mondo diviso in tre parti, in «primo mondo», in «secondo mondo» e in «terzo mondo», come fanno i revisionisti cinesi e non con un’ottica di classe, vuol dire deviare dalla teoria marxista-leninista della lotta di classe, negare la lotta del proletariato contro la borghesia per il passaggio da una società arretrata ad una società nuova, alla società socialista, e più tardi alla società senza classi, alla società comunista. Dividere il mondo in tre parti, significa ignorare le caratteristiche della nostra epoca, ostacolare la marcia del proletariato e dei popoli verso la rivoluzione e la liberazione nazionale, ostacolare la loro lotta contro l’imperialismo americano, contro il social- imperialismo sovietico, contro il capitale e la reazione in ogni paese e in ogni angolo del mondo. La teoria dei «tre mondi» predica la pace sociale, la conciliazione di classe, cerca di creare alleanze fra nemici irriducibili, fra il proletariato e la borghesia, fra gli oppressi e gli oppressori, fra i popoli e l’imperialismo. Si sforza di prolungare la vita al vecchio mondo, al mondo capitalista, e di mantenerlo in vita proprio cercando di estinguere la lotta di classe. (pp. 262-263)
  • Gli sforzi della Cina di entrare nel «terzo mondo» attraverso la sua politica e la sua ideologia, il cosiddetto maotsetungpensiero, non possono avere successo per il fatto che la sua ideologia e la sua linea politica sono un caos. La linea politica della Cina è confusa, è una linea pragmatica che vacilla e cambia a seconda delle congiunture e degli interessi del momento. (pp. 368-369)
  • La Cina non è legata da nessuna amicizia sincera e stretta con i paesi che le sono vicini, senza parlare poi dei paesi che sono più lontani. La politica cinese non è e non può essere giusta, dal momento che non è marxista-leninista. Con una simile politica, essa non può essere in sincera amicizia con il Vietnam, la Corea, la Cambogia, il Laos, la Tailandia ecc. La Cina pretende di volere l’amicizia di questi paesi, ma in realtà fra essa e questi paesi esistono contrasti per questioni politiche, territoriali ed economiche. (p. 389)
  • Il «maotsetungpensiero» è una «teoria» priva dei tratti caratteristici del marxismo-leninismo. (p. 392)
  • [Sulla rivoluzione culturale] Questa rivoluzione, che aveva un marcato carattere politico, venne definita culturale. Per il nostro Partito questa denominazione non era esatta, poiché in realtà il movimento che si era scatenato in Cina era un movimento politico e non culturale. Ma l'essenziale era che questa «grande rivoluzione proletaria» non era guidata né dal partito, né dal proletariato. Questa grave situazione derivava dalle vecchie concezioni antimarxiste di Mao Tsetung, che sottovalutavano il ruolo guida del proletariato e sopravalutavano quello della gioventù nella rivoluzione. (p. 399)
  • Il corso degli avvenimenti ha dimostrato che la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria non era né una rivoluzione, né grande, né culturale e soprattutto per nulla proletaria. Non era altro che un putsch di palazzo a livello pancinese per liquidare un pugno di reazionari che si erano impossessati del potere. (p. 401)
  • Il «maotsetungpensiero» è un amalgama di concezioni in cui vengono mescolate idee e tesi prese a prestito dal marxismo e vari principi filosofici, idealisti, pragmatisti e revisionisti. Esso ha le sue radici nell'antica filosofia cinese e nel passato politico, ideologico della Cina, nella sua pratica statale e militarista. (p. 405)
  • Mao Tsetung non ha organizzato il Partito Comunista Cinese sulla base dei principi di Marx, Engels, Lenin e Stalin. Non ha lavorato per farne un partito di tipo leninista, un partito bolscevico. Mao Tsetung era favorevole non ad un partito proletario di classe, ma ad un partito senza confini di classe. Egli ha utilizzato la parola d'ordine di dare un carattere di massa al partito per cancellare ogni linea di demarcazione fra il partito e la classe. Di conseguenza chiunque poteva entrare in questo partito o uscirne quando e come voleva. Riguardo a questa questione i punti di vista del «maotsetungpensiero» sono identici a quelli dei revisionisti jugoslavi e degli «eurocomunisti». (p. 407)
  • Nel Partito Comunista Cinese non è esistita e non esiste una vera unità marxista-leninista di pensiero e di azione. La lotta fra le frazioni, che è esistita sin dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, ha fatto si che questo partito non adottasse una giusta linea marxista-leninista, non fosse guidato dal pensiero marxista-leninista. Le diverse tendenze che si manifestavano tra i principali dirigenti del partito erano a volte di sinistra, a volte opportuniste di destra, a volte centriste, arrivando fino alle concezioni apertamente anarchiche, scioviniste e razziste. (p. 408)
  • Chou En-lai ha svolto, nel nuovo Stato cinese, un ruolo particolare. Economista e organizzatore capace, egli non è però mai stato un uomo politico marxista-leninista. Da tipico pragmatista qual era, egli ha saputo applicare le sue concezioni non marxiste e farle coesistere perfettamente con ogni gruppo al potere in Cina. (pp. 436-437)
  • Chou En-lai era un maestro nei compromessi senza principio. Ha sostenuto e denunciato nello stesso tempo Chiang Kai-shek, Kao Gang, Liu Shao-chi, Teng Hsiao-ping, Mao Tsetung, Lin Piao, «i quattro», ma non ha mai sostenuto Lenin e Stalin, il marxismo-leninismo. (p. 437)

Explicit

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Il marxismo-leninismo è l'ideologia trionfante. Chi lo abbraccia, lo difende e lo sviluppa, è membro del glorioso esercito della rivoluzione, del grande e invincibile esercito degli autentici comunisti, che guidano il proletariato e tutti gli oppressi nella trasformazione del mondo, nella distruzione del capitalismo e nell’edificazione del mondo nuovo, il mondo socialista.

Riflessioni sulla Cina, vol. I

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Incipit

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I comunisti rivoluzionari di tutti i partiti comunisti e operai del mondo si aspettano che il Partito Comunista Cinese assuma apertamente e direttamente una posizione di condanna del revisionismo kruscioviano, che si sta diffondendo e sta provocando danni e che ha trovato solo un oppositore aperto: il Partito del Lavoro d'Albania. Tutti sono solidali con il nostro Partito, ne sostengono la giusta linea e ne ammirano il coraggio, tuttavia, giustamente, si aspettano che il Partito Comunista Cinese si pronunci apertamente.

Citazioni

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  • [Su Nicolae Ceaușescu] Da tutti riceve numerosi crediti: dagli americani, dalla Repubblica Federale Tedesca, dalla Francia, dalla Cina e chi più ne ha più ne metta! La Romania di Ceausescu è stata messa in vendita all'asta a credito. Questo si chiama «morte a credito». (Ceausescu visiterà la Cina, 23 maggio 1970)
  • Nicolae Ceausescu si vanta di questa politica antimarxista, revisionista, senza alcuno serumpolo di coscienza, si spaccia per autentico comunista, si fa passare per un grand'uomo del nostro tempo, per insigne diplomatico! Va ovunque, da Washington fino a Teheran, per celebrarvi i mille anni dell'impero persiano, per insignire di decorazioni lo sciainscià, assassino dei combattenti per la libertà e dei comunisti, e per farsi decorare da lui. (Ceausescu visiterà la Cina, 23 maggio 1970)
  • I revisionisti romeni sviluppano una politica interna ed estera chiaramente antimarxista. Essi si sono immersi nei debiti con gli Stati Uniti d'America, con la Germania Occidentale, con la Francia e con altri paesi capitalisti. Naturalmente, questi Stati accordano crediti solo quando pensano di poter trarre profitti economici e politici. In questo consiste la politica «indipendente» di Ceausescu. Indipendente nei confronti di chi? Nei confronti dei revisionisti sovietici che non possono accettare questa situazione. (Noi non cacciamo la Patria nelle trappole revisioniste, 7 luglio 1970)
  • Ceausescu è una carta non ancora bruciata in mano agli americani. (E chissà? Forse anche in mano ai sovietici). (Noi non cacciamo la Patria nelle trappole revisioniste, 7 luglio 1970)
  • Per i cinesi Kim Il sung è ora divenuto un «grande dirigente». I cinesi s'entusiasmano facilmente. Kim II sung può avere attualmente alcune contraddizioni con i sovietici, che naturalmente vanno sfruttate, ma continua però a mantenere normali relazioni con i revisionisti sovietici e non c'è da stupirsi se egli sfrutta questo riavvicinamento con i cinesi contro i sovietici. (Noi non cacciamo la Patria nelle trappole revisioniste, 7 luglio 1970)
  • [Su Nicolae Ceaușescu] Un revisionista affermato, a un titino, a un filoamericano, che ha accolto con tante acclamazioni Nixon, che oggi pretende di essere in contrasto con i sovietici, ma che domani si unirà nuovamente ad essi, poiché è reazionario, senza principi. (I cinesi e Ceausescu, 2 giugno 1971)
  • È un po' difficile che Ceausescu e i suoi compagni abbattino l'imperialismo!! Se il mondo si attende una cosa simile dai vari Ceausescu, l'imperialismo vivrà decine di migliaia d'anni. (I cinesi e Ceausescu, 2 giugno 1971)
  • A Kim Il sung piace l'appoggio cinese nei confronti del pericolo giapponese e indirettamente si rallegra dell'amicizia che si sviluppa tra Cina e Stati Uniti, però teme l'inasprimento dei rapporti fra Cina e Unione Sovietica. Perciò egli manovrerà e si adopererà per servire da anello di congiunzione fra Cina e Unione Sovietica per l'avvicinamento di questi due Stati revisionisti. Kim Il sung si trova in posizioni più vantaggiose rispetto a Ceausescu per fare il gioco dei sovietici con i cinesi, mentre Ceausescu è la carta degli americani nei riguardi dei cinesi. (La Cina, il Vietnam, la Corea e la visita di Nixon a Pechino, 28 luglio 1971)
  • L'India di Nehru, benché mantenesse solo in apparenza una posizione di neutralità fra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America e di ostilità verso la Cina, si manteneva su una posizione di «terza forza», e lo stesso Nehru ne era uno dei principali dirigenti. L'India mangiava in entrambe le greppie, approfittava sia dell'Unione Sovietica che degli Stati Uniti d'America, faceva parte del Commonwealth, ma, in apparenza, parteggiava di più per i sovietici. (Il trattato sovietico-indiano e la Cina, 13 agosto 1971)
  • Ajub Khan, Jahja Khan, Aga Khan e tutti i diavoli non sono altro che reazionari al pari di Nehru e di sua figlia. Entrambe le parti opprimono barbaramente i loro popoli, che vivono in una indicibile miseria. (Il trattato sovietico-indiano e la Cina, 13 agosto 1971)

Explicit

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Noi ci auguriamo che tutto sia corretto in modo giusto e per il meglio. Possiamo anche sbagliarci in queste analisi, ma non sarebbe marxista-leninista non farle, non metterci a riflettere e a trarne, anche noi, insegnamenti per nostro conto. Siamo stati e siamo costretti a fare le nostre analisi basandoci su quanto ci dicono i compagni cinesi, ai quali prestiamo fede, ma in uno spirito critico, marxistaleninista.

Riflessioni sulla Cina, vol. II

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  • Si sa che sono stati Tito e i suoi soci Sukarno, Nehru e Nasser a lanciare l'idea del «mondo» dei paesi cosiddetti non allineati, ma erano dei borghesi capitalisti essi stessi, i loro Stati e i loro partiti erano e sono legati agli imperialisti e ai socialimperialisti. (Dichiarazioni antimarxiste di Chou En-lai, 15 gennaio 1973)
  • Il generale Mobutu e la sua cricca sono reazionari, assassini di Lumumba e di altre persone progressiste del loro paese. (Dichiarazioni antimarxiste di Chou En-lai, 15 gennaio 1973)
  • Se in Ceausescu c'è un briciolo di antisovietismo, ciò è dovuto al fatto che costui è un avventuriero di tipo kruscioviano, titino, ecc., che ha assunto una posizione di prosseneta e il prosseneta vive senza essere molestato dai sovietici, anzi è molto probabile che si regga con il loro consenso e aiuto per i servigi che rende loro. Egli vive con i soldi degli Stati Uniti d'America, della Repubblica Federale Tedesca e di tutti coloro che lo pagano. Il regime di Ceausescu è il regime della corruzione, della bancarotta, della dittatura personale e familiare. (Romania e Cina hanno la stessa linea, 29 settembre 1975)
  • Si può vedere Ceausescu più fuori che in Romania. Che cosa fa all'estero? Compra e vende, stipula, fa e disfa accordi, riceve qualche versamento e, se qualcuno gliela dà, anche qualche decorazione. Ceausescu sta sostituendo Tito nelle losche trattative nei continenti. (Romania e Cina hanno la stessa linea, 29 settembre 1975)
  • La Romania sta conducendo «una grande politica» non solo in Europa e nel mondo, ma cerca anche di prendere in mano la bacchetta del direttore d'orchestra nella politica balcanica. Né più né meno il çaush[1] cerca di diventare il bashçaush[2] dei Balcani, predicando la riunione di tutti i dirigenti degli Stati balcanici con la partecipazione anche degli Stati Uniti d'America e dell'Italia. La «sorella minore latina», insieme alla sorella maggiore latina, ambedue note per la loro collaborazione durante il fascismo e la loro sottomissione all'imperialismo americano, sogna di portarci nell'ovile degli americani. (Romania e Cina hanno la stessa linea, 29 settembre 1975)
  • In che cosa consiste l'antisovietismo di Ceausescu? In nulla di importante. Non partecipa, per modo di dire, con le sue truppe alle manovre del Patto di Varsavia, ma vi partecipa con gli stati maggiori. La Romania fa parte del Patto di Varsavia e vi rimarrà. E' inserita, testa e piedi, nel COMECON, ma si oppone talvolta e tira qualche calcio, ma calci nel COMECON ne tirano anche i bulgari che sono «culo e camicia» con i sovietici. Allora in che cosa si esprime l'antisovietismo dei dirigenti romeni? Forse nel fatto che non sono divenuti come i dirigenti bulgari?! Ma sono lì se non peggio. A volte i bulgari sono capaci di qualche «colpo» imprevisto, mentre i romeni non sono nemmeno capaci di simili «prodezze». (Romania e Cina hanno la stessa linea, 29 settembre 1975)
  • Mobutu non è che un mercenario, un reazionario capitalista; egli opprime il popolo congolese in stretta collaborazione con i neocolonialisti, che hanno ficcato i loro artigli nel Congo anzi tutto. (Le manifestazioni dei partiti marxisti-leninisti e l'atteggiamento della Cina, 28 aprile 1977)
  • [Sulla Guerra dell'Ogaden] Il conflitto fra questi due paesi africani è stato provocato dalle superpotenze, dagli interessi strategici ed economici dell'imperialismo americano e del socialimperialismo sovietico. Il socialimperialismo sovietico aiuta l'Etiopia, mentre gli Stati Uniti d'America aiutano la Somalia. La Cina doveva necessariamente aiutare la Somalia contro l'Etiopia ed è quello che sta facendo ora, ma con molta prudenza. Nonostante ciò questo crea di nuovo una contraddizione e smaschera la «grande» pretesa della Cina di essere, a suo dire, un aiuto per i piccoli popoli. (Revisionismo ibrido, 14 ottobre 1977)
  • [Su Mohammad Reza Pahlavi] Che grande vergogna per la Cina elogiare un bandito e figlio di bandito, che gli americani hanno fatto rientrare in Iran in aereo dall'esilio, dopo aver represso con i dollari e con i suoi agenti la rivolta di Mossadegh e soffocato nel sangue il movimento Tudeh! Questo tiranno oggi opprime senza pietà il popolo iraniano e gli succhia il sangue. In questo paese grandi masse non hanno lavoro, non hanno niente né da mangiare né da vestirsi, non hanno una capanna in cui ripararsi (senza parlare poi delle zone distrutte dai terremoti) mentre lo scià in persona e la sua cerchia intascano ogni anno miliardi di dollari! Questi sono i «grandi» e «sinceri» amici della Cina. (Non possiamo moderare le parole contro il revisionismo cinese, 27 novembre 1977)
  • Mao Tsetung aspirava a far tornare la Cina agli splendori dei secoli passati. In altre parole voleva fare della Cina, anche nell'epoca moderna, l'«Impero di Mezzo», come veniva chiamata ai tempi di Confucio e degli imperatori. Mao Tsetung, Liu Shaochi e Chou En-lai non si sono battuti per il trionfo del socialismo e del comunismo. Essi si sono adoperati per impedire le rivoluzioni proletarie in Asia ed attualmente nel mondo. (Non possiamo moderare le parole contro il revisionismo cinese, 27 novembre 1977)
  • Lo sciainscià si arma perché ha grandi piani: occupare l'Iraq e il Golfo Persico nonché sbarrare la via ad una evetuale invasione proveniente dal Caucaso o dal Mar Caspio. Non è forse il successore degli illustri imperatori dell'Impero Pesiano, di cui ha recentemente festeggiato i duemilacinquecento anni di vita con una spesa colossale?! Lo scià dell'Iran conduce una vita favolosa come al tempo di Harun El Rascid, mentre il popolo iraniano soffre come al tempo della schiavitù. (Fosco panorama cinese, 8 dicembre 1977)
  • In realtà che cosa fa la Cina? Applaude la Somalia, il presidente Mohammed Siad, per aver cacciato i sovietici dalla Somalia, e ha fatto bene, ma la Cina lo applaude proprio per essersi recato a Washington sottomettendo il suo paese al giogo dell'imperialismo americano. Ecco, questa è la politica della Cina. La Cina applaude anche Mobutu che è un traditore, un rinnegato, un agente, uno dei più grandi capitalisti d'Africa. D'altra parte essa è contro l'Angola, perché questa si trova sotto l'influenza dell'Unione Sovietica. Una tale politica è quindi reazionaria, non realistica. Vi sono anche altri Stati capitalisti sviluppati, che salvaguardano i loro interessi generali e che salvaguardano anche i loro interessi particolari, in contrasto con l'imperialismo sovietico e, se necessario, in contrasto anche con l'imperialismo americano. La Cina si sforza di occupare un posto fra i paesi del cosiddetto terzo mondo, ma vuole però occupare questo posto con niente in testa e niente in tasca, limitandosi ad applaudire un imperialismo e ad attaccare a parole l'altro imperialismo. Questo è dunque tutto quel che fa, perché, dal punto di vista economico, non è in grado di aiutare nessuno ed anzi ora non è in grado neppure di far onore ai suoi impegniufficiali ed ai suoi obblighi morali con diversi Stati, con i quali ha concluso contratti quando essa si spacciava per un paese socialista. (Fosco panorama cinese, 8 dicembre 1977)
  • Per quanto riguarda il «terzo mondo», Kim Il-sung pretende non solo di farne parte, ma, possibilmente, di esserne anche il leader. Inoltre egli pretende che in tutto il mondo si diffonda con grande velocità il pensiero «ciucce», ossia il pensiero kimilsunghista. (Perché Tito si reca in Cina, 7 giugno 1977)

L'eurocomunismo è anticomunismo

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Incipit

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Al 9° Congresso del Partito Comunista Spagnolo, tenutosi nell'aprile del 1978, i revisionisti di Carrillo hanno dichiarato che il loro partito non è più marxista-leninista, ma un «partito marxistademocratico e rivoluzionario». «Considerare il leninismo come il marxismo del nostro tempo, ha dichiarato Carrillo, non è ammissibile». I dirigenti revisionisti francesi, nel corso del loro 23° congresso che si è tenuto nel maggio del 1979, hanno proposto di sopprimere dai documenti del Partito ogni riferimento al marxismo-leninismo e di impiegare in sua vece l'espressione «socialismo scientifico».
Anche i revisionisti italiani al 15° Congresso del loro partito, tenutosi nell’aprile del 1979, hanno cancellato dallo Statuto del partito la norma che imponeva ai suoi aderenti di assimilare il marxismo-leninismo e di applicarne gli insegnamenti. «La formula «marxismo-leninismo» non esprime tutto il patrimonio della nostra eredità teorica e ideale», hanno detto i togliattiani. Ora chiunque può aderire al partito revisionista italiano, indipendentemente dall'ideologia a cui si attiene o che attua.
In questo modo i revisionisti eurocomunisti hanno sanzionato sia formalmente che pubblicamente la loro rottura definitiva con il marxismoleninismo, il che in pratica avevano fatto da anni. Estremamente soddisfatta da questa rapida e completa trasformazione socialdemocratica di questi partiti, la propaganda borghese ha chiamato il 1979 «l'anno dell'eurocomunismo».

Citazioni

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  • La borghesia occidentale non nasconde il suo entusiasmo che ora, oltre ai socialdemocratici e ai fascisti, anche i revisionisti eurocomunisti si sono allineati al loro fianco per attaccare, insieme, con tutte le armi, la rivoluzione, il marxismo-leninismo. (p. 4)
  • E’ passato più di un secolo da quando il comunismo è diventato il terrore della borghesia capitalista e dei latifondisti, degli imperialisti e degli opportunisti, dei rinnegati del marxismo-leninismo. Da più di cento anni il marxismo-leninismo sta facendo da guida ai proletari nelle battaglie per il rovesciamento del capitalismo e per il trionfo del socialismo. La sua vittoriosa bandiera ha sventolato per un lungo periodo in molti paesi ; operai, contadini, intellettuali popolari, donne e giovani hanno goduto i frutti di quella vita libera, giusta, uguale e umana per cui si erano battuti Marx, Engels, Lenin e Stalin. Se il socialismo è stato rovesciato in Unione Sovietica e la controrivoluzione ha vinto in altri paesi, ciò non significa che il marxismo-leninismo sia stato sconfitto e che non sia più valido, come pretendono i borghesi e i revisionisti. (pp. 5-6)
  • L’epoca delle rivoluzioni proletarie è appena cominciata. L’avvento del socialismo rappresenta una necessità storica che deriva dallo sviluppo oggettivo della società. Ciò è inevitabile. (p. 6)
  • Per difendere il sistema capitalista, l'eurocomunismo cerca di erigere davanti alla rivoluzione una barricata di pruni e spine. Ma le fiamme della rivoluzione hanno rovesciato e distrutto non solo simili barricate, ma anche le fortezze erette dalla borghesia. (p. 7)
  • Non c’è biblioteca che possa contenere tutti i libri, le riviste, i giornali e le altre pubblicazioni che attaccano il marxismo-leninismo; non è possibile infatti calcolare né immaginare la intensità e l’ampiezza della propaganda anticomunista svolta dall’imperialismo. Malgrado ciò il marxismo-leninismo non è scomparso. Esso vive e fiorisce in quanto ideologia e in quanto realtà, materializzata nel sistema sociale socialista eretto secondo i suoi insegnamenti. (pp. 7-8)
  • La dottrina di Marx e di Lenin non è uno schema concepito nei gabinetti dei filosofi e degli uomini politici. Essa riflette le leggi oggettive della trasformazione della società. Pur non conoscendo Marx e Lenin, i lavoratori combattono per salvarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento, per rovesciare padroni e tiranni, per vivere liberi e godere i frutti del loro lavoro. (p. 8)
  • Il Partito Comunista Italiano entrò nelle combinazioni politiche borghesi, facendo uno dopo l'altra concessioni senza principio. Alla vigilia della liberazione del paese esso disponeva di una grande forza politica e militare che non seppe o non volle utilizzare e depose volontariamente le armi di fronte alla borghesia. Esso rinunciò alla via rivoluzionaria e s'impegnò nella via parlamentare, che gradualmente lo trasformò da un partito della rivoluzione, in un partito borghese della classe operaia avente come obiettivo le riforme sociali. (p. 78)
  • Ai togliattiani andava a genio la linea revisionista di «destalinizzazione», essi applaudirono i kruscioviani che coprirono di fango Stalin e il bolscevismo, applaudirono la linea kruscioviana volta a distruggere le basi socialiste dello Stato sovietico, erano favorevoli alle riforme revisioniste e all'apertura verso gli Stati capitalisti, soprattutto verso gli Stati Uniti d'America. In quanto revisionisti, i togliattiani erano pienamente d'accordo con la coesistenza pacifica kruscioviana e con l’avvicinamento all'imperialismo. Questo era il loro vecchio sogno di collaborazione con la borghesia, sia sul piano nazionale che su quello internazionale. (p. 90)
  • L'eurocomunismo è una variante del revisionismo moderno, un mucchio di pseudoteorie che si contrappongono al marxismo-leninismo. Suo obiettivo è di impedire che la teoria scientifica di Marx, Engels, Lenin e Stalin rimanga quella che è, una potente ed infallibile arma nelle mani della classe operaia e degli autentici partiti marxistileninisti per distruggere dalle fondamenta il capitalismo, la sua struttura e la sua sovrastruttura, per assicurare l'instaurazione della dittatura del proletariato e l'edificazione della società nuova, socialista. (p. 108)
  • Per i revisionisti eurocomunisti, attualmente tutte le classi e tutti gli strati della società capitalista e in modo particolare l’intellighenzia sono diventati uguali al proletariato. Ad eccezione di un piccolo gruppo di capitalisti, secondo loro, tutti gli altri, senza distinzione, cercano di cambiare la società, di convertirla da società borghese in società socialista. E per fare questo cambiamento, secondo gli eurocomunisti, la vecchia società va riformata e non rovesciata. Essi immaginano con la fantasia che il potere dev’essere preso gradualmente attraverso le riforme, attraverso lo sviluppo della cultura e con una stretta collaborazione fra tutte le classi senza eccezione, sia di quelle che detengono il potere che di quelle che non lo detengono. (p. 116)
  • Berlinguer lavora con grande impegno, non attacca la costituzione borghese, neppure il potere della borghesia, non parla affatto della necessità di rovesciare questo potere e i suoi apparati, né di liquidare l'esercito repressivo italiano, ma al contrario sottoscrive dichiarazioni con i partiti della reazione al fine di rafforzare l’esercito, di mantenere le basi americane, di ampliare le competenze e di accrescere i fondi della polizia, di modo che questa abbia, in contrasto con la legge, il diritto di controllare tutto ciò che ritiene sospetto, persino di intercettare le conversazioni telefoniche e censurare la corrispondenza privata. (pp. 167-168)
  • La NATO è stata e rimane un’alleanza politica e militare del grande capitale americano ed europeo, creata per conservare innanzi tutto il sistema e le istituzioni capitalistiche in Europa, per impedire lo scoppio della rivoluzione e soffocarla con la violenza qualora dovesse progredire. Questa organizzazione controrivoluzionaria è, d’altra parte, una guardia armata del neocolonialismo nelle zone d’influenza delle potenze imperialiste e anche un’arma della loro espansione politica ed economica. Sperare di poter realizzare la trasformazione della società capitalistica dell’Europa Occidentale e la costruzione del socialismo con la NATO e le basi americane nel proprio paese, significa sognare ad occhi aperti. (p. 177)
  • Gli eurocomunisti non vogliono riconoscere l'esistenza di un grande problema nazionale, la questione del dominio americano in Europa Occidentale e quindi la necessità di liberarsene. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale fino ad oggi, l'imperialismo americano ha legato questa parte dell'Europa con le più svariate catene — politiche, economiche, militari, culturali ecc. Senza rompere queste catene non ci possono essere né socialismo, e neppure quella democrazia borghese che gli eurocomunisti portano alle stelle. Il capitale americano è penetrato così profondamente in Europa, si è legato così bene con il capitale locale, che attualmente è difficile stabilire dove comincia l'uno e dove finisce l'altro. Gli eserciti europei sono talmente integrati nella NATO, dominata dagli americani, che praticamente non esistono più come forze indipendenti nazionali. Un'integrazione sempre più accentuata sta investendo il campo finanziario e monetario, la tecnologia, la cultura, ecc. (p. 178)
  • Il Partito Comunista Italiano non è di quei partiti che vanno alla rivoluzione. Esso non è stato e non è per l'instaurazione di una società socialista in Italia, né oggi, né domani, né mai. (p. 214)
  • Il regime dei Pahlevi era uno dei più barbari, dei più sanguinari, dei più sfruttatori e dei più corrotti del mondo attuale. La crudele dittatura dei Pahlevi si basava sui feudatari, sui ricchi sfondati creati dal regime, sull'esercito reazionario e la sua casta dirigente, sulla SAVAK che, come lo stesso Scia la definiva, era uno «Stato dentro lo Stato». I Pahlevi, che dominavano con il terrore, erano soci dell'imperialismo americano e inglese e venduti ad essi, erano i gendarmi più armati del Golfo Persico agli ordini della CIA americana. (p. 284)

Explicit

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Gli eurocomunisti hanno gettato via la bandiera del marxismo-leninismo, la bandiera della rivoluzione e della dittatura del proletariato. Essi predicano la pace di classe e inneggiano alla democrazia borghese. Ma con prediche ed inni le piaghe della società borghese non possono essere rimarginate e le sue contraddizioni non possono essere risolte. Ciò è stato ormai confermato dalla storia e i suoi insegnamenti non possono essere ignorati. Il proletariato, gli oppressi e gli sfruttati camminano in modo naturale verso la rivoluzione, verso la dittatura del proletariato e il socialismo. Sempre in modo naturale essi cercano anche la via che consente loro di appagare queste storiche aspirazioni, via che viene loro indicata dall’immortale teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin. Sta ai nuovi partiti comunisti marxisti-leninisti prendere nelle loro mani la direzione delle battaglie di classe che gli eurocomunisti hanno abbandonato, di assegnare al proletariato e alle masse quell’avanguardia militante e combattiva che essi cercano e accettano di avere come guida.
Le situazioni non sono facili, ma ricordiamo le ottimistiche parole di Stalin secondo cui «non c'è fortezza che i comunisti non riescano ad espugnare». Questo ottimismo rivoluzionario scaturisce dalle stesse leggi oggettive di sviluppo della società. Il capitalismo è un sistema condannato dalla storia ad essere liquidato. Nulla, né l'accanita resistenza della borghesia, né il tradimento dei revisionisti moderni, potranno salvarlo dalla sua inevitabile fine. Il futuro appartiene al socialismo e al comunismo.

I Krusciovani

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Incipit

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Sono trascorsi ormai due decenni dal giorno in cui fu tenuta la Conferenza degli 81 partiti comunisti e operai del mondo, che è entrata e rimarrà nella storia come uno degli avvenimenti di maggior rilievo della lotta fra il marxismoleninismo e l’opportunismo. In questa conferenza il nostro Partito aprì il fuoco contro il gruppo revisionista di Krusciov che dominava in Unione Sovietica e che lottava in tutti i modi per sottomettere e coinvolgere nella via del tradimento tutto il movimento comunista internazionale, tutti i partiti comunisti e operai del mondo.
Il nostro attacco aperto e conforme ai princìpi contro il revisionismo moderno kruscioviano alla Conferenza del novembre 1960 non era un’azione imprevista. Al contrario, era la continuazione logica degli atteggiamenti marxisti-leninisti che aveva sempre tenuto il Partito del Lavoro d’Albania, era il passaggio ad una fase nuova, superiore, della lotta che il nostro Partito stava conducendo da tempo per la difesa e l’applicazione coerente del marxismo-leninismo

Citazioni

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  • Krusciov era al corrente delle nostre riserve riguardo al 20° Congresso e alla politica da lui seguita con i titisti, con l’imperialismo ecc., ma la sua tattica consisteva nel non affrettarsi ad acutizzare la situazione con noi, albanesi. Egli sperava di trarre profitto dall’amicizia che noi nutrivamo per l’Unione Sovietica, per impadronirsi della fortezza albanese dall’interno e metterci nel sacco con sorrisi e minacce, con alcuni crediti, del resto assai ridotti, ed anche con pressioni e blocchi. (pp. 5-6)
  • Solo grazie alla linea marxista-leninista del nostro Partito, l’Albania non è diventata e non diventerà mai un protettorato russo o di chicchessia. (pp. 7-8)
  • L’Unione Sovietica, sotto la direzione dei kruscioviani brezneviani, si è trasformata in una potenza imperialista mondiale e, al pari degli Stati Uniti d’America, mira a dominare il mondo. I tragici avvenimenti di Cecoslovacchia, il consolidamento del dominio del Cremlino sui paesi del Patto di Varsavia, l’intensificarsi della totale dipendenza di questi paesi da Mosca, il protendersi degli artigli del socialimperialismo sovietico sui paesi dell’Asia, dell’Africa e altrove, sono, tra l’altro, amare testimonianze della politica completamente reazionaria del socialimperialismo sovietico. (p. 9)
  • Il modo in cui fu annunciata la morte di Stalin ed organizzata la cerimonia dei suoi funerali suscitò in noi comunisti, nel popolo albanese ed in altri come noi, l’impressione che la sua morte fosse stata attesa con impazienza da parecchi membri del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. (pp. 13-14)
  • Stalin era appena morto, la sua salma non era stata portata ancora nella sala in cui gli sarebbero stati resi gli ultimi omaggi, non era stato preparato nemmeno il programma per l’organizzazione degli omaggi e della cerimonia funebre, i comunisti e il popolo sovietico erano in lacrime per la grande perdita, e invece il vertice della direzione sovietica riteneva opportuno proprio quel giorno per procedere alla spartizione dei portafogli! (p. 14)
  • Krusciov ed i suoi complici adottarono un atteggiamento ipocrita davanti al feretro di Stalin, affrettandosi a terminare la cerimonia funebre e a chiudersi di nuovo al Cremlino, al fine di proseguire il processo di spartizione e di ripartizione delle cariche. (p. 16)
  • [Su Nikita Sergeevič Chruščёv] Parlava ad alta voce, gesticolando con le mani e la testa, muovendo gli occhi da tutte le parti senza fissarli mai su un punto; ogni tanto s’interrompeva, rivolgeva domande e poi, spesso senza aspettare la risposta, continuava a parlare saltando di palo in frasca. (p. 36)
  • Uno dei principali indirizzi della strategia e della tattica di Krusciov consisteva nell’impadronirsi completamente del potere politico e ideologico all’interno dell’Unione Sovietica, e nel mettere al suo servizio l’esercito sovietico e gli organi di Sicurezza dello Stato. (p. 41)
  • Ho l’impressione che nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica si erano manifestati fin dall’anteguerra, ma in modo particolare dopo la guerra, i segni di una riprovevole apatia. Questo partito godeva di una grande reputazione, aveva anche conseguito grandi successi sulla sua via, ma nello stesso tempo aveva cominciato a perdere lo spirito rivoluzionario, era stato contagiato dal burocratismo e dalla routine. Le norme leniniste, gli insegnamenti di Lenin e di Stalin erano stati convertiti dagli aparatciki in formule e slogan rancidi e privi di valore per l’azione. L’Unione Sovietica era un grande paese, il popolo lavorava, produceva e creava. Si diceva che l’industria si sviluppasse ai ritmi richiesti, che l’agricoltura progredisse, ma questo sviluppo non era del livello auspicato. (p. 43)
  • Il grande rumore che i kruscioviani fecero sul cosiddetto culto di Stalin era in realtà un bluff. Non era stato Stalin, che era un uomo semplice, a coltivare questo culto, bensì tutta la melma revisionista ammassata al vertice del partito e dello Stato, che sfruttava tra l’altro anche il grande affetto dei popoli sovietici per Stalin, specie dopo la vittoria sul fascismo. (p. 49)
  • Ceausescu, che sostituì Dej, diede appena la mano ai membri della nostra delegazione. E noi ricambiammo con la stessa moneta questo nuovo revisionista, il quale, sin dal giorno in cui prese il potere, fece suo motto permanente la politica di compromesso con tutti i capi revisionisti e imperialisti, con Breznev, Tito, Mao, Nixon e tutta la reazione mondiale. (p. 226)
  • [Su Nicolae Ceaușescu] Quest'uomo, che era stato un piccolo lacchè di Dej, una volta preso il potere, smascherò completamente quest'ultimo e, consolidando le proprie posizioni, si affannò a diventare una personalità «mondiale» come Tito, di occupare il suo posto in virtù di una sedicente resistenza opposta alle pressioni camuffate dei sovietici. (p. 227)
  • Si diceva che Mao seguiva una linea «interessante» per l’edificazione del socialismo in Cina, collaborando con la borghesia locale e con altri partiti chiamati «democratici», «degli industriali» ecc., che il Partito Comunista permetteva e stimolava l’esistenza di imprese miste a capitale privato e statale, che venivano incoraggiati e rimunerati gli elementi delle classi ricche, i quali venivano designati perfino alla direzione delle imprese e delle province ecc., ecc. Tutto ciò era per noi incomprensibile, e per quanto ci lambiccassimo il cervello, non riuscivamo a trovare un argomento da poterlo considerare conforme al marxismo-leninismo. (p. 243)
  • Il 7 settembre giungemmo a Pyongyang. Ci accolsero bene, con una grande folla al suono dei gong, con fiori e ritratti di Kim Il-sung ad ogni passo. Bisognava cercare a lungo con lo sguardo per poter discernere in qualche angolo sperduto anche il ritratto di Lenin.
    Ci fecero visitare Pyongyang, alcune altre città e villaggi della Corea dove il popolo ed anche i dirigenti del partito e dello Stato ci accolsero cordialmente. Durante il nostro soggiorno, Kim Il-sung si mostrò con noi affabile e premuroso. Il popolo coreano era appena uscito dalla sanguinosa guerra con gli aggressori americani ed ora si era lanciato all’attacco per ricostruire e sviluppare il paese. Era un popolo laborioso, pulito e ingegnoso, assetato di progresso e noi gli augurammo di cuore continui successi sulla via del socialismo.
    Ma la vespa revisionista aveva già incominciato a piantarvi il suo velenoso pungiglione. (p. 246)
  • Rakosi era una persona onesta, un vecchio comunista, un dirigente del Comintern. Aveva buone intenzioni, ma il suo lavoro veniva sabotato dall’interno e dall’esterno. Finché visse Stalin, tutto sembrava procedere bene, ma dopo la sua morte incominciarono ad apparire le debolezze in Ungheria. (p. 269)
  • [Su János Kádár] A dir il vero, non mi sembrò che avesse la stoffa di un ministro degli Interni. (p. 270)
  • Rakosi aveva un difetto, era espansivo e gonfiava i risultati del lavoro. Ma nonostante questo difetto, Matias, a mio avviso, aveva un buon cuore di comunista e la sua visione della linea di sviluppo del socialismo non era errata. Bisogna riconoscere che, a mio giudizio, l’Ungheria e la direzione di Rakosi erano divenute bersaglio della reazione internazionale appoggiata dal clero e dal potente ceto dei kulak e dei fascisti horthiani camuffati, del titismo jugoslavo con i suoi agenti capeggiati da Rajk, Kadar (mascherato) ed altri, e infine di Krusciov e dei kruscioviani, che non solo non gradivano Rakosi e quelli che lo sostenevano, ma lo odiavano perché era fedele a Stalin e al marxismo-leninismo e, all’occorrenza, con il peso della sua personalità, si opponeva a loro nelle riunioni congiunte. (p. 271)
  • Lo pseudocomunista, il kulak e traditore Imre Nagy, camuffato con la maschera del comunismo, divenne il portabandiera del titismo e della lotta contro Rakosi. Quest’ultimo, avvedutosi del pericolo che minacciava il partito e il paese, aveva preso misure contro Imre Nagy, cacciandolo dal partito verso la fine del 1955. Ma era troppo tardi. Il ragno della controrivoluzione aveva impigliato nella sua rete l’Ungheria e questa era in procinto di perdere la partita. (p. 283)
  • La sorte del governo Nagy era segnata. La controrivoluzione fu repressa e Imre Nagy si rifugiò nell’ambasciata di Tito. Era chiaro che egli era un agente di Tito e della reazione mondiale. Egli godeva anche dell’appoggio di Krusciov, al quale sfuggì di mano perché voleva andare ed effettivamente andò più lontano. (p. 295)

Explicit

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Verrà il giorno in cui il popolo sovietico condannerà duramente i kruscioviani e circonderà nuovamente di rispetto e di amore il popolo albanese e il Partito del Lavoro d'Albania, così come ci voleva bene nei tempi migliori, perché il nostro popolo e il nostro Partito si sono battuti senza piegarsi contro i kruscioviani, che erano i nostri nemici comuni.

Con Stalin

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Incipit

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Il 21 dicembre di quest'anno si compiranno 100 anni dal giorno in cui nacque Giuseppe Stalin, l'uomo così caro al proletariato russo e internazionale e suo eminente dirigente, l'amico fedele del popolo albanese, l'amato amico dei popoli oppressi del mondo intero che lottano per la libertà, l'indipendenza, la democrazia e il socialismo.
Tutta la vita di Stalin è stata caratterizzata da un’accanita e incessante lotta contro il capitalismo russo, contro il capitalismo mondiale, contro l’imperialismo, contro le correnti antimarxiste e antileniniste che si erano messe al servizio del capitale e della reazione mondiale. Sotto la guida di Lenin e al suo fianco, egli fu uno degli ispiratori e dirigenti della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, un indomabile militante del Partito Bolscevico.

Citazioni

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  • Dopo la creazione del nuovo potere, era necessario condurre una grande lotta, una lotta eroica, per migliorare la vita economica e culturale dei popoli affrancati dal giogo dello zarismo e dei capitali stranieri dell’Europa. In questa titanica lotta Stalin rimase incrollabile al fianco di Lenin, battendosi in prima linea. (p. 10)
  • Alla testa del Partito Bolscevico, egli seppe dirigere l’edificazione del socialismo in Unione Sovietica e fare della grande patria del proletariato russo e di tutti i popoli dell’Unione Sovietica un sostegno poderoso della rivoluzione mondiale. Egli dimostrò di essere un degno continuatore dell’opera di Marx, Engels e Lenin, e diede prove lampanti di essere un insigne marxista-leninista, lungimirante e risoluto. (p. 11)
  • Giuseppe Stalin sapeva che le vittorie potevano essere conseguite e difese solo a prezzo di sforzi, di sacrifici, a prezzo di sudore versato e con una mano ferrea. Non manifestò mai un ottimismo non fondato dopo le vittorie conseguite; nemmeno cadde mai nel pessimismo di fronte alle difficoltà da superare. Al contrario, Stalin si rivelò una personalità estremamente riflessiva e ponderata nei giudizi, nelle decisioni e nelle sue azioni. Essendo egli un grande uomo riuscì a guadagnarsi il cuore del partito e del popolo, a mobilitare le loro energie, a temprare i militanti nella battaglia e ad elevare il loro livello politico e ideologico per realizzare una grande opera, che non aveva precedenti. (p. 12)
  • No, Stalin non fu un tiranno, egli non fu un despota. Era un uomo attaccato ai princìpi, giusto, semplice e pieno di sollecitudine per gli uomini, per i quadri, per i suoi collaboratori. E’ per questa ragione che il suo Partito, i popoli dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e tutto il proletariato mondiale lo amavano molto. Così l’hanno conosciuto i milioni di comunisti e le insigni personalità rivoluzionarie e progressiste nel mondo. (p. 15)
  • Tutte le idee e le opere di Stalin, concepite e tradotte nella realtà viva, sono percorse in modo coerente da un filo rosso, dal pensiero rivoluzionario marxista-leninista. Nelle opere di questo illustre marxista-leninista non si può riscontrare alcun errore di principio. Egli soppesava ogni sua azione tenendo presente gli interessi del proletariato, delle masse lavoratrici, gli interessi della rivoluzione, del socialismo e del comunismo, gli interessi delle lotte di liberazione nazionali e antimperialiste. Non si riscontra alcun eclettismo nelle sue idee teoriche e politiche, alcuna titubanza nelle sue azioni pratiche. Chi si fondava sull’amicizia sincera di Giuseppe Stalin era sicuro di vedere il suo popolo avanzare rapidamente verso un futuro luminoso. (p. 16)
  • I popoli sentivano le calunnie diffuse contro Stalin proprio da quei mostri che organizzavano le torture e i massacri in massa nella società capitalista, da coloro che erano la causa della fame, della povertà, della disoccupazione e di tante e tante altre sciagure, ed è per questo che non credevano a queste calunnie. (p. 17)
  • Le parole di Stalin erano parole d’oro, una bussola di orientamento per i proletari e i popoli del mondo. (p. 20)
  • La storia ha ormai fissato per sempre il ruolo determinante svolto dall’Unione Sovietica nella sconfitta totale della Germania hitleriana e nell’annientamento del fascismo in generale durante la Seconda Guerra mondiale. (p. 22)
  • Ogni tentativo diabolico dei revisionisti kruscioviani volto a dissociare Stalin dal Partito e dal popolo sovietici per quanto riguarda il ruolo decisivo dello Stato socialista in questa vittoria, si riduce in polvere di fronte alla realtà storica, che nessuna forza può contestare e offuscare e tanto meno cancellare. (pp. 22-23)
  • Gli innegabili meriti di Stalin sono stati costretti a riconoscerli perfino i capifila del capitalismo mondiale come Churchill, Roosevelt, Truman, Eden, Montgomery, Hopkins ed altri, indipendentemente dal fatto che questi non nascondevano la loro avversione alla politica e all’ideologia marxista-leninista e alla persona stessa di Stalin. (p. 23)
  • I comunisti e il popolo albanesi avvertivano profondamente e da vicino (sebbene fossero molto lontani dall’Unione Sovietica) il grande ruolo di Stalin nei momenti più gravi che stava attraversando il nostro paese durante l’occupazione fascista italiana e tedesca, quando si decidevano le sorti della nostra patria, quando si decideva se rimanere nella schiavitù o vedere la libertà e la luce. Nei giorni più angosciosi della guerra, Stalin ci fu sempre vicino. Egli rafforzava le nostre speranze, ci illuminava la prospettiva, temprava i nostri cuori e la nostra volontà, accresceva la nostra fede nella vittoria. (pp. 24-25)
  • Dopo molteplici e pazienti sforzi per ricondurre il rinnegato Tito sulla giusta via, Stalin, il Partito Bolscevico e tutti i veri partiti comunisti del mondo, ormai convinti che egli era incorreggibile, decisero all’unanimità la sua denuncia e condanna. Apparve infatti chiaramente che l’operato di Tito giovava alla causa dell’imperialismo mondiale, perciò egli era sostenuto e appoggiato dall’imperialismo americano e dagli altri Stati capitalisti. (p. 26)
  • Nelle sue calunnie contro Stalin la banda di Nikita Krusciov fu incoraggiata e sostenuta dal rinnegato Josip Broz Tito, che si era già espresso apertamente in tal senso, e più tardi da Mao Tsetung e compari oltre che da altri revisionisti di ogni risma. In realtà, tutti costoro erano al servizio del capitalismo per distruggere dall’interno il socialismo in Unione Sovietica, per impedire la costruzione del socialismo in Jugoslavia e ostacolare l’edificazione del socialismo in Cina e nel mondo intero, ed è per questo che essi contrastarono Stalin, in cui vedevano l’uomo forte contro il quale, mentre era vivo, non poterono mai agire sottobanco. (p. 27)
  • Imre Nagy, pur essendo un cospiratore, doveva essere sottoposto al giudizio del suo Stato e in nessun caso alla legge di un altro Stato o al giudizio di un tribunale straniero. Stalin non si abbassava mai a simili pratiche. (p. 36)
  • Breznev e compari si sbarazzarono di Krusciov per difendere la politica e l’ideologia revisionista dal discredito e dalla denuncia di cui erano oggetto a causa dei suoi comportamenti e delle sue azioni insensate, delle sue stravaganze e dei suoi gesti poco opportuni. Breznev non rinnegò assolutamente il krusciovismo, i rapporti e le decisioni del XX e del XXII Congresso, che sono un’incarnazione di questa corrente. Breznev però si mostrò molto ingrato verso Krusciov, che in precedenza aveva portato alle stelle, al punto che non gli trovò, alla sua morte, nemmeno un posticino nelle mura del Cremlino per deporvi le sue ceneri! (pp. 36-37)
  • Molti comunisti sovietici furono ingannati dalla demagogia del gruppo revisionista kruscioviano e credettero che dopo la morte di Stalin, l’Unione Sovietica sarebbe divenuta un paradiso, come strombazzavano allora i traditori revisionisti. Questi dichiararono pomposamente che il comunismo sarebbe stato instaurato in Unione Sovietica nel 1980! Ma in realtà che cosa accadde? Accadde precisamente il contrario, e non poteva essere diversamente. I revisionisti presero il potere non per far fiorire l’Unione Sovietica ma, come fecero effettivamente, per restaurarvi il capitalismo, per sottometterla economicamente al capitale mondiale, per concludere degli accordi segreti o palesi con l’imperialismo americano, per assoggettare, sotto il manto dei trattati militari ed economici, i popoli dei paesi a democrazia popolare, per mantenere questi Stati sotto il loro giogo e per crearsi degli sbocchi e delle zone d’influenza nel mondo. (pp. 38-39 )
  • Tutti quelli che credono che il comunismo ha fatto «fiasco» sono e saranno sempre e immancabilmente delusi. Il tempo conferma ogni giorno di più che la nostra dottrina vive e rimane onnipotente. (p. 40)
  • Noi comunisti albanesi abbiamo attuato con successo gli insegnamenti di Stalin innanzi tutto per avere un Partito forte, un Partito d’acciaio sempre fedele al marxismo-leninismo e severo con i nemici di classe, ed abbiamo badato a preservare l’unità di pensiero e di azione nel Partito e a rafforzare l’unità fra Partito e popolo. (p. 40)
  • Il nostro Partito e il nostro popolo continueranno a marciare sulla via tracciata da Karl Marx, da Friedrich Engels, da Vladimir Ilich Lenin e da Giuseppe Stalin. Le generazioni future dell’Albania socialista seguiranno fedelmente la linea del loro amato Partito. (p. 41)
  • Le armi e l’esercito in Unione Sovietica non sono più in mano dei popoli sovietici, non servono più alla liberazione del proletariato mondiale, ma sono invece destinate ad opprimere i popoli sovietici e gli altri popoli. (pp. 44-45)
  • Voi dovete senza indugio riflettere profondamente sul vostro futuro e su quello dell’umanità. E’ suonata per voi l’ora di ridivenire quello che eravate al tempo di Lenin e Stalin, questi gloriosi militanti della rivoluzione proletaria; non dovete quindi più sopportare il giogo dei nemici della rivoluzione e dei popoli, dei nemici della libertà e dell’indipendenza degli Stati. Non dovete diventare gli strumenti di un imperialismo, che cerca di asservire i popoli, servendosi a tal fine del leninismo come di una maschera. (p. 47)
  • Sin dall’inizio egli creò intorno a noi un’atmosfera così amichevole che ben presto ci sentimmo liberati da quel senso di naturale emozione che provammo entrando nel suo studio, una grande sala con un tavolo da riunioni, vicino al quale c’era un altro tavolo da lavoro. Appena qualche minuto dopo lo scambio delle prime parole, eravamo così distesi che ci sembrava di conversare non con il grande Stalin, ma con un vecchio amico con il quale ci eravamo già intrattenuti parecchie volte. (p. 58)
  • Il rispetto di Stalin e il suo grande amore per il nostro popolo, l’interesse che manifestava per la storia e le usanze del popolo albanese, non si cancelleranno mai dalla mia memoria. (p. 82)
  • [Sull'origine degli albanesi] Esistono numerose teorie a tale proposito, ma la verità è che noi siamo di origine illirica. Il nostro popolo discende quindi dagli Illiri. Esiste pure una tesi secondo cui il popolo albanese è il popolo più antico dei Balcani e che l’origine preomerica degli albanesi risale ai Pelasgi. (p. 83)
  • [...] sta di fatto [...] che molti albanesi sono stati costretti nel corso dei secoli, a causa della feroce occupazione ottomana, degli attacchi e delle feroci crociate dei sultani e dei pascià ottomani, ad abbandonare la loro patria per insediarsi in terra straniera, dove hanno costituito interi villaggi. E’ quel che è successo con le migliaia di albanesi che hanno stabilito la loro dimora nell’Italia meridionale sin dal sec. XV, in seguito alla morte del nostro Eroe nazionale, Skanderbeg; attualmente zone intere di questo paese sono abitate dagli arbëresh d’Italia, i quali, pur vivendo da quattro a cinque secoli in terra straniera, continuano a conservare la loro lingua e gli antichi costumi dei loro avi. Allo stesso modo molti arbëresh si sono stabiliti in Grecia, dove zone intere sono popolate da albanesi; altri sono andati a stabilirsi in Turchia, in Romania, in Bulgaria, in America e altrove. (pp. 84-85)
  • Gli albanesi che vivono in Jugoslavia [...] si sono distinti in tutti i tempi per il loro ardente patriottismo, per vigorosi legami con la madrepatria e i loro compatriotti. Si sono sempre opposti con forza ai febbrili tentativi espansionistici e di assimilazione dei reazionari granserbi e granslavi ed hanno conservato con ardore la loro identità albanese sotto ogni punto di vista. (p. 113)
  • La stragrande maggioranza del nostro popolo [...] è composta di albanesi; esiste anche una minoranza etnica greca (all’incirca 28 mila persone) e un numero irrilevante di macedoni (cinque piccoli villaggi in tutto), ma non vi sono né serbi né croati. (p. 126)
  • In Albania [...] vi sono tre religioni: musulmana, ortodossa e cattolica. La popolazione che professa queste tre confessioni religiose appartiene alla stessa nazione albanese, quindi anche la lingua usata è solo l’albanese, ad eccezione della minoranza etnica greca che parla la sua lingua madre. (p. 126)
  • Le gerarchie della chiesa cattolica fecero fin dall’inizio causa comune con gli invasori nazifascisti stranieri, mettendosi corpo ed anima al loro servizio e adoperandosi in tutti i modi per distruggere la nostra Lotta di Liberazione Nazionale, e perpetuare così la dominazione straniera. (p. 161)

Explicit

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Stalin si alzò, strinse la mano a tutti e ci avviammo verso la porta. La sala era lunga e quando stavamo per uscire, Stalin ci chiamò:
— Un momento, compagni! Abbracciatevi ora, compagno Hoxha e compagno Zakariadis!
Noi ci abbracciammo.
Quando fummo fuori, Mitcho Partsalidis aggiunse:
— Stalin è un uomo eccezionale; si è comportato con noi come un padre. Ora tutto è chiaro.
Così si concluse questo confronto davanti a Stalin.

Le superpotenze

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Incipit

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Martedì
2 giugno 1959

Krusciov prosegue la sua visita nel sud.
Peng Teh-Huai se ne va

Siamo andati a vedere la piantagione di agrumi di Stjar. Abbiamo visitato Butrint.
Mentre stavamo ammirando le bellezze di Butrint, Krusciov fece cenno a Malinovski di avvicinarsi e sentii che gli mormorava: «Guarda che posto meraviglioso! Qui si può costruire una base ideale per i nostri sommergibili... Da qui possiamo paralizzare qualsiasi azione e attaccare a nostra volta chicchessia».
Rimasi sorpreso da quest'idea sua concepita «senza consultare i padroni di casa», come dice il nostro popolo.

Citazioni

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  • Tito serve alla borghesia da maschera per nascondere agli occhi dei popoli il suo vero volto di feroce capitalista sfruttatore e oppressore, la sua dipendenza dall'imperialismo americano. Tito serve quindi da ponte a tutti. Egli punta su tuttele carte. (Perché Gromiko va da Tito?, 17 aprile 1962)
  • [Sulla Guerra del Vietnam] Questa guerra dimostra ancora una volta che nessuna forza può fronteggiare la lotta popolare di liberazione. Di fronte allo spirito combattivo, al coraggio e alla capacità di un popoplo che si batter per una giusta causa andranno sempre in frantumi le armi del nemico, per quanto potente esso sia e dotato delle armi più moderne, come lo sono gli Stati Uniti d'America. (Stati Uniti e Unione Sovietica sacrificano gli interessi vitali dei popoli a vantaggio dei propri interessi, 12 maggio 1972, p. 314)
  • La guerra contro il popolo vietnamita è la guerra degli americani. Questi si trovano in una situazione molto imbarazzante, poiché, oltre alla guerra, stanno perdendo anche l'«onore» che del resto non l'hanno mai avuto. (Stati Uniti e Unione Sovietica sacrificano gli interessi vitali dei popoli a vantaggio dei propri interessi, 12 maggio 1972, pp. 314-315)
  • La belva americana si dibatte nell'agonia vietnamita, vorrebbe uscire viva dalla trappola per poter dire al mondo che si è ritirata a testa alta e non con la coda fra le gambe. (Stati Uniti e Unione Sovietica sacrificano gli interessi vitali dei popoli a vantaggio dei propri interessi, 12 maggio 1972, p. 315)
  • [Su Nicolae Ceaușescu] È vero che egli strilla di essere minacciato dai sovietici, ma intanto non esce dal Patto di Varsavia. Ciò significa essere interamente nel gioco, facendo però mostra di esserlo solo a metà. (Uno sguardo alla politica internazionale alla luce dei recenti avvenimenti drammatici per gli Stati Uniti d'America, 21 aprile 1975, p. 411)
  • [Sulla Guerra del Vietnam] Questa guerra ha confermato la tesi leninista secondo cui il potere si conquista con le armi, attraverso la lotta. La belva va abbattuta con i proiettili ed anche l'imperialismo americano, il socialimperialismo sovietico e la borghesia reazionaria vanno combattuti con le armi. Per i popoli questa è l'unica via per assicurarsi la liberazione. (Il Vietnam del Sud è stato liberato, 30 aprile 1975, p. 416)
  • Ecco perché l’avvento alla testa del Vaticano di un nuovo papa è non solo un evento di grande rilevanza per la religione cristiana romana, ma assume anche un particolare significato politico. Il nuovo papa Woityla, che ha preso il nome di papa Giovanni Paolo II, seguirà una politica internazionale nello spirito della religione cristiana romana. Ci sono voluti quattro secoli per vedere al Vaticano un pontefice non italiano, e precisamente polacco. A mio avviso, l’elezione di questo papa a capo della Chiesa cattolica romana è opera della CIA, degli Stati Uniti, di Brzezinski, questo polacco che è il consigliere speciale del presidente americano per la sicurezza nazionale. (Un papa polacco al Vaticano, 22 ottobre 1978, p. 497)
  • [Su Papa Giovanni Paolo II] L’avvento di questo nuovo pontefice sarà certo importante per molti paesi d’Europa e del mondo; egli sosterrà l’imperialismo e si adopererà per ingannare il proletariato e i popoli. Quest’avvenimento avrà ripercussioni in Polonia, come pure in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Francia, poiché la borghesia di questi paesi è contenta di vedere alla testa della Chiesa romana un cardinale non italiano. Dal canto loro, gli italiani, specie i democristiani e in generale tutta la borghesia di questo paese, tutti i partiti della borghesia e i cattolici, sono rimasti scioccati da quest’elezione, poiché l’attuale papa non è più un loro papa, il papa della Chiesa italiana, ma un papa di nazionalità polacca e al servizio degli Stati Uniti d’America... (Un papa polacco al Vaticano, 22 ottobre 1978, p. 498)
  • Com’è noto, in Afganistan ci sono molti movimenti insurrezionali guidati da patrioti ostili al giogo dei sovietici e dei loro agenti, ma questi patrioti vengono semplicemente considerati come musulmani e i loro movimenti patriottici antimperialisti come movimenti islamici. Questo è uno slogan di cui il capitalismo mondiale si serve comunemente per risuscitare le inimicizie religiose e le guerre di religione, per dare ai movimenti di liberazione nazionale un colorito medioevale. Certo, i combattenti afgani della libertà, che si sono sollevati per scuotere il giogo dell’imperialismo, del socialimperialismo e della monarchia, sono dei credenti. L’Afganistan è uno di quei paesi dove la religione è ancora viva e attiva. Ma la religione non è l’unico fattore che spinge i popoli di questi paesi ad impugnare le armi contro gli invasori. Naturalmente, essi non sono marxisti, ma sono patrioti che desiderano ardentemente liberare la loro patria, sono i rappresentanti della borghesia democratica. Non vogliono vivere sotto il giogo degli stranieri, a prescindere dal fatto che le loro idee sono ancora molto lontane dalle idee della rivoluzione democratico-borghese per poter concretizzarsi in profonde riforme nell’interesse dei loro popoli. (Con il suo intervento nell'Afganistan l'Unione Sovietica realizza i suoi piani imperialistici, 31 dicembre 1979, pp. 531-532)
  • [Sulla Rivoluzione iraniana] Naturalmente il rovesciamento dello scià ha creato rilevanti problemi in Iran e fuori. L'aspetto positivo dell'insurrezione del popolo iraniano, a prescindere dall'identità di coloro che ne hanno preso la direzione, consiste nel fatto che questo movimento ha condotto al rovesciamento dello scià, di questo lacchè dell'imperialismo americano, rendendo così meno sicuro l'approvvigionamento degli Stati Uniti d'America di petrolio. Inoltre gli USA hanno subito un altro duro colpo politico: la loro ambasciata a Teheran è stata attaccata e occupata dal popolo e dagli studenti iraniani che mantengono ancora in ostaggio tutto il suo personale e che si sono impossessati anche di tutti i documenti che comprovano l’attività criminosa della CIA e dello scià. (Panorama della situazione internazionale, 13 febbraio 1980, p. 536)
  • Per gli imperialisti oppressori, le rivoluzioni dirette contro di loro e specialmente quelle dei popoli musulmani non hanno un carattere di liberazione nazionale e sociale, ma un carattere religioso. La religione islamica si confonde con il cristianesimo e il risveglio dei popoli che vogliono liberarsi dall’oppressione sociale viene considerato come un rigurgito della fede. (Riflessioni sull'intervista concessa da Zbignew Brzezinski, 28 febbraio 1980, p. 549)
  • I popoli del mondo conoscevano già la barbara politica degli USA come pure i loro feroci e rapaci metodi di dominio, ma in Iran li hanno visti ancora meglio in azione. Lo scià e la sua cricca, questi boia del popolo iraniano, sono stati gli strumenti degli imperialisti americani in Iran. Per interi decenni a far la legge in Iran sono stati dei banditi alleati ad altri banditi, assassini e sanguisughe interni ed esterni che, d’intesa fra loro, hanno massacrato il popolo iraniano, sono stati cioè il governo e l'amministrazione dello scià manipolati da Washington per mezzo dell’ambasciata americana a Teheran.
    Ma finalmente il popolo iraniano si è alzato nella rivoluzione e con la sua ramazza di ferro ha spazzato via lo scià dalla faccia della terra, ha arrestato e incarcerato tutte le spie dell'ambasciata americana che operavano sotto il manto del diplomatico. Da nove mesi questi sedicenti diplomatici di una grande potenza, che fa la legge nel mondo, sono in prigione. O tempora! O mores! Quello che sembrava inconcepibile qualche tempo fa, è successo ora non solo agli americani in Iran, ma anche ad altri in altri paesi. (Si aggrava la grande crisi economica mondiale, 1 luglio 1980, p. 572)
  • Colui che sostiene l’occupazione dell’Afganistan da parte dei socialimperialisti sovietici e la considera come un atto giusto e necessario, non è marxista, ma antimarxista. Anche coloro che, pur spacciandosi per marxisti-leninisti, cercano di «dimostrare» che non bisogna definire patrioti il popolo afgano, gli elementi della media e alta borghesia che hanno impugnato le armi e combattono gli invasori sovietici, non sono marxisti, ma antimarxisti. Colui che pensa ed agisce in tal modo non ha capito nulla dagli insegnamenti del marxismo-leninismo sulle alleanze, i fronti e le lotte di liberazione nazionale. E tanto meno possono essere considerati marxisti-leninisti il giudizio e l’azione di alcuni compagni «comunisti» all’estero che non vedono il lato antimperialista della lotta dei popoli arabi, del popolo iraniano, del mondo musulmano. (Si aggrava la grande crisi economica mondiale, 1 luglio 1980, pp. 578-579)
  • Come lo confermano le vicende dell’Iran, le masse popolari esplicano un ruolo notevole, determinante nell’adempimento della rivoluzione. In questo paese esse si sono messe alla testa della lotta e hanno rovesciato la monarchia feudale dei Pahlavi, assestando così duri colpi all’imperialismo. Tuttavia non possiamo affermare che il cieco fanatismo medievale degli ayatollah abbia assicurato la vittoria alle masse sia di aiuto a queste per portare avanti la loro lotta. (Si aggrava la grande crisi economica mondiale, 1 luglio 1980, p. 579)
  • È importante sottolineare che la Jugoslavia titista non è più sull’orlo della voragine, ma è già dentro. I conflitti politici e nazionalisti tra i vari clan di questo paese sono evidenti e lo saranno ancor di più in avvenire. La crisi economica ha raggiunnto la sua punta massima. La Jugoslavia è indebitata fino al collo, e i debiti non si possono assolvere contrattandone di nuovi. Essa è afflitta da una forte disoccupazione, l’inflazione è galoppante e i prezzi salgono vertiginosamente diventando inaccessibili agli operai comuni.
    Il clan granserbo è potente, ma per motivi tattici è costretto a lasciare la gestione degli affari al clan croatosloveno che ha maggiori possibilità di stabilizzare la situazione attraverso un’apertura verso l’Occidente. Attualmente l’Occidente sta seguendo con grande preoccupazione il riavvicinamento dei granserbi all’Unione Sovietica.
    La popolazione di Kosova e gli altri albanesi che vivono nei loro territori in Jugoslavia continuano ad essere oggetto di una feroce repressione. Intanto essi stanno intensificando la loro resistenza, si difendono in modo energico e si oppongono con risolutezza alle ingiustizie e al terrore dei granserbi, dei macedoni e dei montenegrini. La giusta resistenza degli albanesi di Kosova ha fatto di questa questione un preoccupante problema internazionale a disfavore della Jugoslavia. Nonostante ciò, proseguono il terrore e i tentativi di denazionalizzione degli albanesi. Ma i serbi non riusciranno mai a realizzare i loro disegni nefandi. (Sulla situazione internazionale, febbraio 1982, pp. 646-647)
  • Che vergogna per gli Stati Uniti d’America di pretendere che un piccolo paese e un piccolo popolo pacifico, com’è quello di Grenada, «minaccino gli interessi» di una delle superpotenze imperialiste del mondo! (Gli Stati Uniti d'America occupano la piccola isola di Grenada, 25 ottobre 1983, p. 651)
  • C'è chi dice che Cernenko è gravemente ammalato, altri pretendono che ha delle difficoltà nel respirare e parlare, e così via. Effettivamente, basta vederlo sul piccolo schermo per capire che riesce a malapena a reggersi in piedi e che è molto contratto. (Che cosa sta succedendo in seno alla dirigenza sovietica?, 19 giugno 1984, p. 666)
  • Benché siano pronti a piantarsi a vicenda il coltello nel cuore, gli imperialisti americani e i socialimperialisti sovietici non mancano di abbracciarsi «cordialmente» ogni volta che se ne presenta l'occasione. A tal fine essi fanno uso di qualsiasi mezzo, senza escludere l'espediente della religione e delle chiese. (Le due superpotenze imperialiste e le loro chiese ortodosse, 20 giugno 1984, p. 668)
  • Nulla impedisce alle due superpotenze di farsi largo a gomitate per soppiantarsi a vicenda persino quando milioni di persone sono vittime di una cattiva gestione degli affari nei loro paesi o di calamità naturali, com’è il caso dell’Etiopia dove, con il pretesto della carestia che minaccia la vita di parecchi milioni di persone di cui l’Unione Sovietica, il «grande alleato» di questo paese, non riesce a soddisfare le più urgenti necessità alimentari, altri Stati imperialisti e, in primo luogo, gli Stati Uniti d’America sono intervenuti per «soccorrerle» (Panorama, 30 dicembre 1984, p. 670)

Explicit

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Le prospettive e le previsioni sono fosche. L'anno 1985 non annuncia alcuna schiarita per le superpotenze, anzi prevede un tempo nuvoloso accompagnato, in alcuni paesi, da piogge o nevicate, da venti violenti e uragani.

Citazioni su Enver Hoxha

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  • – Che ci fate con tutti questi bunker?
    – Il nostro dittatore, Enver Hoxha, aveva paura d'invasione dall'Italia. Così ha comprato dalla Cina comunista 600.000 bunker.
    – Lo sai quante case facevate con tutto questo cemento?
    – Sì, lo sappiamo, però Hoxha era un pazzo, un dittatore.
    – Ma quale dittatore?! È la testa che vi manca, il cervello. Ma come cazzo morite di fame? Tutto questo terreno, tutto il petrolio che ci avete, l'acqua, il mare, questi attrezzamenti qui, questa agricoltura intensiva. Minimo minimo, sono...
    – Trenta quintali a ettaro. (Lamerica)
  • Durante la dittatura di Enver Hoxha, i bisognosi potevano fare richiesta di una casa e il regime forniva i materiali e un progetto, ma poi ognuno si arrangiava, faceva da sé, pure se non aveva alcuna esperienza edilizia. Anche mia madre si costruì la casa da sola. (Ornela Vorpsi)
  • Enver Hoxha era un dittatore, la vita era grama sotto di lui, eppure ho la sensazione che il capitalismo stia producendo nuovi squilibri. Gli albanesi stanno accorgendosi che il toccasana occidentale ha delle controindicazioni. Oggi per fare un dollaro ci vogliono 100 Lek. (Gianni Amelio)
  • Enver Hoxha ha sempre coltivato la tesi che più un paese è lontano, più si dimostrerà amico. (Demetrio Volcic)
  • Noi siamo usciti da cinquant’anni di regime che non era simile a niente nell’impero rosso. Perché mentre in tutti gli altri paesi comunisti non esistevano alternative politiche ma c’erano alternative culturali, sociali o religiose, nell’Albania di Enver Hoxha non c’era nessun tipo di alternativa. (Edi Rama)
  • – Questa donna è molto popolare in Albania. C'ha spinto per prima la busta di Enver Hoxha dal piedestallo....
    – "Busto"..
    – ... Il busto del nostro dittatore. (Lamerica)
  • Il compagno Enver Hoxha ci ha impartiti molti insegnamenti, e ci ha lasciato un'Albania forte e rigogliosa. Il nostro popolo è collegato strettamente col Partito. Ora, sarà il dovere di tutti di continuare la grande opera del Partito, la grande opera del compagno Enver.
  • Non ci sarà alcuna morte per il compagno Enver Hoxha. Solo il suo compleanno rimarrà. Gli uomini come lui non muoiono. C'è solo una data: 1908. Il resto non conta.
  • Riposa in pace, compagno Enver, poiché il popolo e il Partito, che ti stavano sempre nel cuore e nei pensieri, marceranno lungo il cammino per cui gli avete segnato. L'Albania fiorerà e prospererà come volevi!
  • Seguiremo fedelmente la via del compagno Enver!
  • Vivrà col Partito e il popolo eternamente.
  • [Durante il suo funerale] Abbiamo un buon comando e un buon Partito. Tu l'hai temprato e ammaestrato, Enver. Ora sei andato ad unirti ai tuoi compagni di quando c'era la guerra. Avranno il loro comandante generale vicino, ma non gioiscono al tuo arrivo oggi. Hai combattuto per più di quarant'anni ed ora sei qui a riunirti ai tuoi compagni. Lunga vita al Partito! Dobbiamo avere un Partito forte!
  • Ancora oggi mi considero la donna più felice per avere avuto un marito ideale. È stato bellissimo.
  • Come diceva Enver, l'uomo muore, ma il Partito non muore mai.
  • [Durante il suo funerale] Enver, metto qui questa bandiera a nome del popolo del Kosovo che, insieme agli altri albanesi, hanno te nel loro cuore, proprio come tu avesti loro nel tuo.
  • In tutta la sua vita, il compagno Enver combatté e lavorò per rafforzare l'unione tra il Partito e il popolo.
  • A quindici anni amavo ancora Enver Hoxha. Una volta lo vidi a un congresso della Gioventù comunista vestito di bianco, come un dio. Tutti lo applaudivano. Allora non conoscevo la vera realtà albanese, conoscevo solo la mia bella vita, di cui la tv italiana faceva parte: la vita ai tempi di Enver Hoxha. Mancava la coscienza di sapere cosa c'era intorno. Quando Enver Hoxha, come un dio, iniziò a parlare dalla tribuna, solo per un momento la mia grande fiducia e devozione si incrinò.
  • Credo che ci sia stata una sorta di schizofrenia nella mente di Hoxha: sapeva com'era l'Occidente, ma in qualche modo se ne dimenticò o fece di tutto per dimenticarsene, tant'è vero che, una volta preso il potere, non andò mai più all'estero. Alcuni suoi ministri ci andarono; lui no.
  • Enver Hoxha decideva tutto. Se proprio nasceva da qualcun altro un'idea, bisognava sottoporla al compagno Enver, perché era lui a prendere tutte le decisioni. Tutto quello che si faceva doveva passare da lui. Era lui che stabiliva la linea del partito e faceva i cosiddetti discorsi programmatici. Tutti gli altri non dovevano far altro che mettere in atto le idee del compagno Enver, o farne propaganda.
  • Per tornare a Hoxha, non l'ho mai sentito esprimere niente di profondo o di raffinato dal punto di vista ideologico. Esercitò duramente il potere, niente di più.
  1. In turco, "sergente"
  2. In turco, "sergente maggiore"

Bibliografia

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  • Enver Hoxha, L'"autogestione" jugoslava: teoria e pratiche capitaliste, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1978.
  • Enver Hoxha, Imperialismo e rivoluzione, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1979.
  • Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, vol. I, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1979.
  • Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, vol. II, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1979.
  • Enver Hoxha, I Krusciovani, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1982, Roma 1980.
  • Enver Hoxha, L'eurocomunismo è anticomunismo, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1982, Roma 1980.
  • Enver Hoxha, Con Stalin. Ricordi, traduzione conforme alla pubblicazione in albanese della Casa Editrice «8 Nëntori», seconda edizione Tirana 1982, Roma 1984.
  • Enver Hoxha, Le superpotenze, Istituto di studii Marxisti-Leninisti presso il Cc del Pla, Casa Editrice «8 Nëntori», Tirana 1986.

Voci correlate

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