Shāh-Nāmeh

vasta opera poetica scritta dal poeta persiano Ferdowsi
Codice dello Shāh-Nāmeh illustrato da Mir Sayyid Ali

Shāh-Nāmeh (persiano: شاهنامه‎), poema epico nazionale dell'Iran, scritto da Firdusi attorno al 1000 d.C..

Volume IModifica

IncipitModifica

In nome del Signor dell'alma nostra, | Di nostra mente autor, che non arriva | Uman pensiero a più sublime cosa. | Iddio primo è signor di gloria eterna, | Signor dell'ampio spazio, e primo altore | E guida a tutti noi. Signor del mondo, | Signor del ciel rotante, un vivo e gaio | E giocondo fulgor dona a le stelle, | Dona alla luna e a questo sol. Ma intanto | Ch'ei trascende ogni nome, ogni pensiero, | Ogni segno sublime, a ogni più bella | Parvenza ei dà splendor, lume e colori | Profonde ovunque. Se veder non ponno | Il tuo primo Fattor questi occhi tuoi, | Ai fulgidi occhi tuoi non dar rancura, | Che anche umano pensier via non ritrova | Per giunger fino a Lui. Trascende Ei solo | Ogni nome, ogni loco. Or tu ben sai | Che ove sorpassi ogni visibil cosa | Alto concetto, fin colà non giunge | Terreno spirto o mente umana. Il nostro | Spirto e la mente ancor libra in sua mano | Iddio possente, ed Ei come potria | In librato pensiero esser compreso?

CitazioniModifica

  • Ha gran potere | Chi sapienza ha in sé; per sapienza | Ringiovanisce un cor già vecchio e stanco. (p. 100)
  • A' regnanti è corona Intelligenza, | Intelligenza è l'ornamento primo | D'ogni inclito guerrier. (p. 100)
  • A tutti noi | È guida Intelligenza, al nostro core | Primo conforto, in questa terra e a quella | Lontana vita in ciel valido aiuto. (p. 101)
  • Da principio convien che gli elementi | E lor natura tu comprenda. E sappi | Che Iddio dal nulla ogni creata cosa | Trasse a principio, per che in tutto, ovunque, | Si palesasse il suo poter. (p. 102)
  • Di quante imprese | Toccar t'è d'uopo, la più bella e onesta | Sempre ne scegli. Ben che molte | Fatiche e stenti a sopportar ti pieghi, | Ma in sapienza tollerar si denno | Gli stenti di quaggiù. (p. 105)
  • [Sul sole] Dall'oriente ei leva | Ogni mattina radiante il capo, | E scudo sembra tutto d'or; riveste | La terra tutta d'un manto di rai, | E questo mondo, in pria si tetro e oscuro, | S'abbella e adorna di sua viva luce. (p. 106)
  • Disse che il sole, | Tolto il Profeta, non splendea su capo | Migliore d'Abu-bèkr. (p. 107)
  • [Su Keyumars] Ferine pelli | Ei si vestì con la sua gente, e il primo | Cibo venne da lui, che vesti e cibi | Erano ignoti in pria. Tenne suo regno | Gayūmers per trent'anni, ed era bello | Sì come sole, e in trono risplendea | Sì come luna al quindicesimo giorno | Sovra un alto cipresso. (p. 124)
  • Illusion fallace | È questa vita, e il male e il ben ch'è in essa, | Non dura appo ad alcun. (p. 129)
  • Principe Hoshèng, in sua giustizia e senno, | Dell'antico avo suo si pose in loco | Il regal serto in fronte. Il ciel si volse | Per quarant'anni sovra lui, che ricco | Era di senno e di saggezza, pieno | Di giustizia nel cor. Quand'ei si assise | Di sua grandezza al loco eccelso, in questa | Guisa parlò sul trono imperiale: | Son io signor de'sette climi, ovunque | Vittorioso e libero e disciolto | Nel mio comando. Ma di Dio vincente | Obbedendo al precetto, ecco! son io | A far grazia e giustizia e accinto e pronto! (p. 129)
  • [Sulla scoperta di Hushang del metallo e l'agricoltura] Ei con molto saper dal duro sasso | Il ferro liberò. Materia all'opra | Il lucido metal si fece allora, | Qual da le selci sprigionato avea | Dure e sonanti; e poi che ne conobbe | E il modo e l'uso, incominciò del fabbro | L'arte sovrana, e scuri ed affilate | Bipenni ne formò, stridenti seghe, | Ascie taglienti. Quando fur quest'opre | A fin condotte, ad irrigar li campi | Vols'ei l'ingegno, e per l'ampia campagna | Trasse dai fiumi l'acque chiare e fresche | E per ruscelli acconciante schiuse | Loro la via. (pp. 129-130)
  • [Sulla scoperta di Hushang del fuoco] Fe' chiaro al prence | Che chi, ferro impugnando, a tutta forza | Batte le pietre, vivida scintilla | A un tratto uscir ne fa. Ma il re del mondo | Nel cospetto di Dio venne adorando, | Benedicente, chè l'Eterno in dono | Questa luce gli diè, ponendo un segno | Agli uomini così, ver cui voltarsi | Dovean pregando, e il re, Luce divina | È cotesta, dicea; chiunque alberga | Saggezza in petto con virtù, l'adori! (p. 131)
  • [Su Tahmuras e l'invenzione della tessitura e del foraggio] Dal dorso de' belanti | Greggi il savio signor tosò la lana | Ed ogni crine con laforce, e quando | L'ebber gli altri filata, e vesti e tuniche | Tesser ne fe' con cura; anche fu guida | A far tappeti e coltrici; ma poi | Quanti ei vedea veloci al corso in terra | Pacifici animali, erbe virenti, | Loro apprestando e fien raccolto ed orzo, | Fe' contenti e satolli. (p. 133)
  • [Sulla clemenza di Tahmuras verso i Devi, e il loro dono della scrittura] L'inclito sire lor fe' grazia, ascose | Cose purché da lor fossergli aperte; | E quei, disciolti dalle sue catene, | Obbedienza gli giurar costretti, | E al magnanimo re l'arte ammiranda | Della scrittura addimostrar, novella | Luce portando al suo fervido core. | Né una soltanto, ma ben trenta foggie | Di segni gli svelar, persiani e greci, | E pehlèviche cifre, arabe, e quelle | Che usa l'India remota, e le cinesi | Notando, se ciò udisti. Oh! quante cose | Prima ancora operò belle e leggiadre | Per trent'anni i regno il savio prence! (p. 136)
  • Non nutrirci tu adunque, o avara sorte, | Poi che mieter vuoi tu la dolce vita! | Che se la mieti, qual roccogli frutto | Dal nutricar?... L'uom tu sollevi all'alto | Cielo a principio; ratto poi l'affidi | Alla sua tomba desolata e grama. (p. 136)
  • [Sulla creazione delle armi da parte di Jamshid] L'armi allora di guerra, onde ai più forti | Via di gloria dischiuse, ei con maestra | Mano a compor si accinse. Il duro ferro | Ammollendo con arte al vivo fuoco | Col suo regio poter, corazze ed elmi, | Fulgidi arnesi, artificiose maglie, | E sottovesti e pettorali e forti | Armature a coprir cavalli in guerra, | Con anima compose intenta e chiara, | E in ciò di cinquant'anni ebbe fatica | A sopportar. (pp. 137-138)
  • [Sulla scoperta della medicina da parte di Jamshid] Ei rivolse | La sua fervida mente ai grati odori, | Fatti all'uom necessari, all'ambra, al puro | Muschio, all'acqua di rose e all'odorosa | Canfora bianca, ai balsami pregiati, | Al soave aloè. Quindi i rimedi | Vari de' mali e i farmachi rinvenne | Atti a sanar gli egri mortali, porta | Ond'entra in noi bella salute, e via | Per cui fuggono i mali. (p. 140)
  • Di me, di me soltanto io riconosco | L'impero di quaggiù. Vennero tutte | Da me l'arti del mondo, e questo seggio | Imperiale incoronato sire | Non vide mai che ugual mi fosse. Il mondo | Con gran cura adornai. Tutti gli affanni | Dalla terra sbandii; da me sen viene | Il vostro cibo a voi, la vostra quiete | E i dolci sonni. Oh sì!, le vesti ancora, | Di vostre brame il compimento, è dono | Che vien da me. Però, mia la grandezza, | Mia la corona e la regal possanza. | Or chi dirà che, fuor di me, v'ha in terra | Altro signor?... Ma per rimedi e farmachi | Il mondo risanò; nessuno incolse, | Ma regnante quaggiù, morbo letale. | Chi adunque, s'io non fui, cacciò la morte | Da' corpi vostri? Nol potranno mai | Gli altri regnanti, anche se molti. A voi | Da me venne la mente e venne l'alma | In vostri corpi. Ma se alcun nol crede, | Egli è Ahrimàn. Che se pur noto è a voi | Ch'io fei cotesto, ben si vuol che ognuno | Me chiami e appelli creator del mondo. (Jamshid; pp. 142-143)
  • [Su Jamshid] Chi su quel trono | Fu pria di lui sì glorioso e saggio? | Quale del suo lungo faticar giocondo | Frutto ei giunse a goder? Ben settecento | Anni passar sovra il suo capo, e molte | Cose in luce portò, leggiadre e triste. (p. 154)
  • Quando già già ti sembra | Che il fato ponge in te novello affetto, | Quando già pensi che a te sol non mostri | La sua fronte crucciata e già ne senti | Gioia insperata in cor, godi, e frattanto | L'arcano a lei dell'alma tua disveli, | Perfido un gioco essa ti fa con arte, | Inatteso dolor t'innesta in core. (p. 154)
  • [Su Zahhak] In mille anni di regno al suo comando | Parve il fato piegar. Da ciò ben lungo | Tempo trascorse poi, nel qual disparve | D'uomini sapienti ogni costume, | Libera andò voglia malvagia e rea | D'uomini stolti, addetti ai Devi. Abietta | E vil cosa sembrò saviezza allora; | Magia venne in onor; giustizia ascosa, | Aperta e sciolta violenza. I Devi | Stendean la mano ad opre infami e ree | Liberamente, né parola v'era | Di ben, fuor che in segreto. (p. 157)
  • [Su Zahhak] Egli nulla sapea fuor che maligne | Arti bandir, nulla sapea che morte | Non fosse o incendio o barbara rapina. (p. 158)
  • [Su Armayel e Germayel] Venner da questi che fuggian da morte, | I Curdi bellicosi, essi che lochi | Non aman colti e ben difesi ostelli, | Ma vivon solitari entro a lor tende | Né timore han di Dio nel tristo core. (p. 160)
  • [Su Zahhak] In lui | Pregio non era, non costume o fede, | Non virtù che di re degna si fosse. (p. 160)
  • [Su Farīdūn] Crebbe quel prode | Come abile cipresso entro la selva, | E gli splendea di re dei re nel volto | La maestà, che di Gemshìd la luce | Viva brillava su quell'alta fronte, | Ed egli a questo sol che splende in cielo, | Veracemente era simil. (p. 166)
  • Forte non si rende | Generoso leon se tu nol provi. | Tutta or compiea la voglia sua quel tristo | Di magic'arti gran maestro; il ferro | Or tocca a me. Con quello in pugno, Iddio | Seguendo e il cenno suo, l'empia dimora | Di re Dahàk distruggerò dall'alto. (Farīdūn; p. 172)
  • Ogni più grave cosa | Non giudicar dei teneri anni tuoi | Col senno giovanil. Chi de' primi anni | Gustò il fervido vin, nessun nel mondo | Vede fuor che sè stesso, e alfin dell'opra | Cade vittima ei pur di quella prima | Effervescenza dell'età inesperta. (Faranak; p. 172)
  • [Su Farīdūn] Giovinetto egli è ancor, ma sapienza | Di antico gli sta in cor, prence gagliardo | Per nascimento, ardimentoso eroe | Nell'opre grandi del suo braccio. (Zahhak; p. 173)
  • Ch'io sotterri l'orribile serpente, | Dalla polve del duol la fronte vostra | Purificar saprò. Tutta la terra | Novellamente menerò a giustizia, | Invocando di Dio l'augusto nome. (Farīdūn; p. 180)
  • Se di re sul trono | Sarà posta a seder selvaggia fiera, | Giovani e vecchi obbedirem noi tutti | Al suo commando, né il comando suo | Trasgredirem giammai. Ma non vogliamo | Dahàk sul trono, l'empio re che nutre | Sovra gli omeri suoi due serpi attorti. (p. 194)
  • Ond'è che se tu adopri | Grazia e giustizia, altro Fredùn sarai. | Fredùn possente opra compiea divina | Librando la terra; e fu di tante | Imprese sue questa la prima, in ceppi | Ch'egli solo gittò l'uom tristo e reo, | Dahàk malvagio. (p. 200)
  • Ma tu, natura, | Quanto se' infida e instabile e crudele! | Nutri tu stessa e ciò che nutri, uccidi! (p. 200)
  • [Su Farīdūn] Quell'antico | Signor di cinquecento anni pel tempo | Regnò, né in alcun dì pose a malvagia | Cosa principio mai. S'egli non ebbe | Eterna vita, non servir, mio figlio, | A tue brame quaggiù, né rattristarti. (p. 204)
  • Chi spregia | Con elefanti furiosi in guerra, | Con leoni l'assalto, è forsennato, | Non uom di fermo cor. (Farīdūn; p. 224)
  • Allor ch'esce dal core | Ogni turpe desio, pari fra loro | Son de' regnanti i fulgidi tesori | E il nudo suol; ma quei, che del fratello | Merca la vita per la terra abietta, | Fama d'impuro nascimento acquista. (Farīdūn; p. 236)
  • Volge ratto il destin, sì come turbo, | Sul nostro capo. E l'uom che ha fior di senno, | Perché se ne dorrìa? Cadon le rose | Già fresche e porporine, e immortal spirto | S'attrista e oscura al trapassar degli anni. | È nostra vita fulgido tesoro | Al suo principio, e duol senza misura | Al termin suo; dopo il dolor, ne resta | Da questo luogo miserando e breve | Eterna disparita. (Iraj; p. 238)
  • La formica, | Raccoglitrice di granelli sparsi, | Non offender tu mai! Ha vita, e caro | È il viver dolce al cor di laboriosa | Formica; pensa tu quanto è crudele, | Quanto è fosca quell'alma, onde alcun danno | Incoglie alla formica industriosa! (Iraj; pp. 245-246)
  • Qual fu la sorte, | Tale il nostro cammin, chè non leoni, | Ben che possenti, non feroci draghi | Dai lacci del destin trovano scampo. (Salm e Tur; pp. 256-257)
  • Quei che prudenza ha in core, | Colpa travede in chi si scusa. (Farīdūn; p. 261)
  • Oh! vita trista de' mortali! Un alito | D'aura sei tu, se' inganno e frode, e l'uomo | Non s'allieta per te che ha fior di senno! (p. 300)
  • Son io qual ciel che volgesi sublime, | Su questo seggio imperial. Diritto | Ho io di guerra e di corruccio, ancora | Di grazia il diritto e di giustizia, ancora | Ho fede e maestà che vien da Dio, | Buona la sorte e man possente, a'rei | Per danno far. Chè servemi la terra, | M'è amico il ciel, le fronti incoronate | Son segno ai colpi miei. (Manučehr; p. 305)
  • Qual è malvagio | Che a nostra fè non dicasi devoto, | Questi da Dio, questi da me pur ancor | Abbia maledizion. (Manučehr; p. 307)
 
Zal e Rōdābah
  • Eravi un monte (monte Albùrz è il nome) | Prossimo al sol, lontano da le genti | Di questa terra. Ivi l'eccelso nido | È del Simùrgh, meraviglioso ostello | Strano ai mortali di quaggiù. (p. 311)
  • [Su Zal] A porpora somigliano | Sue gote rubiconde, e giovinetto | Egli è negli anni suoi, vigile e accorto, | E giovinetta è la sua sorte. Ancora | Che biancheggi il suo crin, col valor suo | Un fero alligator vince e conquide, | Ch'egli è davver ne la battaglia quale | Un fero alligator che dà sventura, | E su l'ardua sua sella è un drago orrendo | Dai fieri artigli. Fa tacer la polve | Nelle battaglie sue sol sangue sparso | Quando il suo ferro attorno corruscante | Ei fa vibrar. Sol mancamento è questo | Ch'egli ha candido il crin, sì che sol questo | Va ricercando ogni maligno. Eppure | Bene gli sta quella bianchezza, e ch'egli | Con ciò inganna ogni cor, dir tu potresti. (p. 340)
  • Pieno è d'amore | Per Zal questo cor mio sereno un tempo, | Sì che non pur nel sonno il suo pensiero | Da me cacciar poss'io. D'amor per lui | Trabocca omai quest'anima, e il suo volto | È il costante pensier di questo core. (Rōdābah; p. 341)
  • Mai non si resta | Cosa in secreto, s'ella in pria non resta | Fra due soltanto; s'ella a tre fia nota, | Secreta più non è; se a quattro, intero | Un popol la conosce. (p. 349)
  • [Su Zal] Mani | Ei reca e braccia quali di feroce | Leon le branche; saggio egli è, d'un sire | Ha maestà, d'un sapiente il core. | Tutti sono bianchi li capelli suoi; | Che se difetto è in ciò, non è cotesta | Vera cagion di sua vergogna. (p. 353)
  • Per Dio, giudice santo, | Pien di terrore e di speranza pieno | Sia sempre il nostro cor! La speme appuntasi | Nella sua grazia e da' peccati nostri | Timor procede in noi, sì che dobbiamo | Con intento profondo a' suoi comandi | Costante riguardar. Quanto è concesso | A nostra possa, e notte e giorno, a Lui | Facciam debite lodi, innanzi a Lui | Stando gementi. Dell'errante sole | Egli è signor, signor di questa luna, | All'alme nostre del ben far la via | Additante mai sempre. (Zal; p. 361)
  • Alcuno in terra | Non trova scampo da voler di Dio, | Anche se a vol sospingesi tra l'alte | Nubi del ciel. S'anche co' denti suoi | Il valoroso una ferrata punta | Spezzar potesse e col tremendo suono | Della sua voce fendere l'irsuta | Spoglia a' leoni, prigioniero ei sempre | Del comando sarà di Dio signore, | Anche se forti come incudi e fermi | Fossero i denti suoi. (Zal; p. 366)
  • [Profezia della nascita di Rostam] Da questi due [Zal e Rōdābah], ricchi di pregi, un figlio | Verrà com'elefante ardito e fero, | Quale pel suo valor cingerà l'armi | Incontanente. Le terrene stirpi | Ei vincerà con la possente spada | E leverà fino a toccar le nubi | Il trono del suo re. Ma la radice | Dal suol divellerà d'ogni malvagio, | Non soffrirà che loco per la terra | Depresso sia. Né dal valor suo grande | Il Segsàr o il Mazènd saranno immuni, | Ch'egli la terra a colpi di possente | Clava saprà purificar. (p. 370)
  • [Su Rostam] Sarà nell'ira sua quale un leone | Che la battaglia agogna. Alta statura | Di cipresso egli avrà, degli elefanti | Avrà la forza, e col pollice suo | Lungi i suoi dardi avventerà. (Simurg; pp. 439-440)
  • Né mi si addice | Il posar molle o l'ampio cibo o il molto | Bever profuso, ma un destrier mi bramo, | Elmo e corazza, e sol coi dardi miei | Il mio saluto vo' mandar. Col piede | Io calcherò la testa de' nemici | Per comando di Lui che il mondo fea, | Dio sovrastante a noi. (Rostam; p. 448)
  • Se forte ed animoso | Diventa un leoncello, oh! non è questo | Meraviglia o stupore. Un sacerdote | Memore e saggio prendesi talvolta | Un leoncello, germe di leone, | Digiuno ancor di latte, e il mena poi | Alla gente nel mezzo. Oh! ma s'ei mette | I primi denti suoi, ratto fia vinto | Dal vigor suo tremendo. E ben che il latte | Ei non gustò de la materna poppa, | Alla natura del suo fero padre | Perfettamente egli farà ritorno. (Sām; p. 465)
  • Di guerrieri un duce | Che degno mira il figlio suo, solleva, | Chè ben s'addice, alta la fronte al sole. | Incolume così resta al suo loco | La mente sua dopo la morte ancora, | E però il figlio suo sua guida il chiama. (p. 482)
  • Vivo | Alcun mortale in ciel non va. Segnata | Preda egli è veramente, e quella preda | Va cacciando la morte. Il fato estremo | Tocca ad un per la spada, allor che vengono | A contrastar due eserciti furenti, | E resta il corpo suo pasto ai leoni | Sbrananti e agli avoltoi, resta il suo capo | Ad una lancia, a una tagliente spada. | Giunge per altri al capezzal la morte, | Ed ei, né dubbio v'ha, subitamente | Di qui si parte. (Kobàd; p. 489)
  • Or di battaglie è tempo, | Tempo di zuffe, non tempo di fuga, | Non d'ignominie qui. Sol per leoni | Che furenti egli atterra, un uom si mostra. | Sol per cercar ch'ei fa la pugna e il cozzo | Dell'armi e la tenzon. Grande non cresce | Nome a le donne, sol perché a lor pasti | Attendon sempre e a disfiorar lor sonni. (Rostam; pp. 536-537)
  • Uom non son io da nappi e da riposi, | Rùstem ripose, né allevar m'è bello | Fra le delizie questa mia persona | E questi artigli miei. (Rostam; p. 537)

ExplicitModifica

Suscita | L'uom de la terra e l'opra sua distrugge | Ratto e disperde. Ma tu intanto ascolta di questo vecchio che saggezza ha in petto, | La parola pensata e la ricorda. | Di principe Kobàd or giunge il termine | La storia, e Kàvus ricordar n'è d'uopo.

Volume IIModifica

IncipitModifica

Arbor fecondo, poi che in alto crebbe, | Ove l'incolga dal rotante cielo | Offesa o danno, pallide le foglie | Mostra ed allenta le radici sue, | Sì che il vertice altero in giù declina | Primieramente; e se mai fia che un giorno, | Tolto di là, deserto lasci il loco | Ov'ei sorgea, quel loco ad un novello | Germe abbandona e la pompa de'vaghi | Fiori gli affida, le novelle fronde | E l'ameno giardin, la vivid'aura | Di primavera che risplende intorno | Come fulgida lampa. Or, se da quelle | Radici del caduto arbor preclaro | Sorge tristo rampollo, a quell'antico | Tronco non darai tu del tristo germe | Colpa nessuna.

CitazioniModifica

  • La nostra terra del Mazènd un canto | Abbia da noi. Deh! possa eternamente | Esser beata quella terra! Sempre | Le rose agli orti suoi spiegan la pompa | Di lor tinte vivaci, e sovra i monti | Crescon giacinti e tulipani. È l'aria | Limpida e mite, è pieno il suol di fiori, | E freddo ivi non è, non è l'arsura | De' giorni estivi, ma vi regna eterna | Primavera gioconda. (p. 9)
  • [Sul Mazandaran] La casa | Dei Devi è quella, operator d'incanti, | E un talismano è là, cui forza avvince | Di possente magia. Non può la spada | Discior quel talismano, e per tesori | Non si vince davver, non per scienza | Arcana mai. (Zal; p. 20)
  • [Sul Mazandaran] Viva colui | Che affermò del Mazènd esser la terra | A paradiso egual! Tu ben diresti | Che l'amena città bella è qual tempio | D'idoli ornato, ove cinesi drappi | Con fresche rose formano un leggiadro | Ornamento. (p. 26)
  • Chi non anche è sazio | Del viver suo, non va contro a' leoni | Feroci e biechi. (Rostam; p. 37)
  • Oh sì!, quando più grave | Cosa innanzi ne vien, soltanto Dio | Cercar tu dei riparo; e chi da Dio, | Unico e santo, si dilunga, mostra | Che poco senno ha nella mente sua. (p. 45)
 
Rostam uccide un drago
  • Or che son mai leoni | E Devi agresti ed elefanti in giostra | E l'arido deserto e il mare azzurro | Dinanzi a me?... Pochi i nemici miei, | O molti assai, quand'ira, essi dinanzi | Agli occhi miei hanno valor d'un solo. (Rostam; p. 51)
  • Oh! quella madre che donò alla luce | Figlio a te pari, gli cucì le bende | Funerali in quel dì, ne pianse il fato, | Come per noi si dice. (Rostam; pp. 57-58)
  • Non è cotesta | D'un valoroso la virtù, ricorso | Far nella guerra a tenebrosi inganni. (Rostam; p. 128)
  • D'un lïon l'artiglio | Già non osa affrontar, ben che pugnace, | Un leopardo in suo furor. (Kāvus; p. 144)
  • Oltre | A questo vel tu non hai varco. Tutti | Di lor desìo discendono alla porta, | Ma quella porta ad uom che nacque, mai | Non fu dischiusa. Eppur, ne la partenza | Da questa vita, forse avvien che loco | Miglior ti tocchi, quando in altra vita | Il tuo riposo tu rinvenga. Allora | Che morte alcun non divorasse, ingombra | Sarìa la terra e di vecchi e d'infanti | In ogni loco. (pp. 187-188)
  • Possanza | Di re non userai con tristo core. (Kay Kāvus; p. 347)
  • Maggiore affetto | Dell'affetto non è che il sangue infonde; | E se nasce figliuol quale tu bramavi, | Di donne dall'amor distogli il core. (p. 354)
  • Per opre ingiuste di regnanti in terra | Ogni opra onesta si perdea. (Afrasyàb; p. 371)
  • Bello non è correre in armi allora | Che pace chiede alcun, ch'ei ti dimanda | E tripudi e banchetti. (Rostam; p. 384)
  • Dicono i saggi | Che ove a nutrir ti provi un leoncello, | Aspro compenso avrai quando la punta | Fuor metterà de' primi denti; e quando | Si leverà col suo robusto artiglio, | Con la sua forza, assalirà l'incauto | Che l'allevò. (Afrasyàb; p. 399)
  • Dov'è quel serto e il capo | Di re dei re, dove i suoi prenci, illustre | Esempio di virtù? dove que' saggi, | Quei sapienti, delle arcane cose | Con molto stento scrutatori? e dove, | Dove son le fanciulle vereconde, | Da' molti vezzi, di piacente voce, | Dal dolce favellar? Dov'è quel prode | Ch'ebbe nido sui monti, al qual la dolce | Quiete era pur tolta e il nome ancora | De' mortali e la speme? e quei che il capo | Alto levava a rasentar le nubi, | Quei che preda i leoni ebbe ne' campi? | Han giaciglio la terra, hanno a guanciale | Gelida pietra! - Ma colui beato | Che altra semenza non gittò che d'opre | Non fosse egregie. (p. 437)
  • Non mozza il capo | A incoronati quei che al trono e al serto | Lungamente rimansi. (Ferenghìs; p. 495)
  • Cura nessuna | Nell'alma tua non aver tu, pel mondo | Non t'affliggere al cor di duolo eterno, | Ché instabile e fallace è la fortuna, | E tal sarà. Ben sappi e bene intendi | Che quanto vien da lei, sempre non dura. (p. 500)

ExplicitModifica

S'avviò egli stesso | Verso l'Irania co'cagliardi suoi, | Tutti gli trasse contro a forti in guerra, | Contro a leoni. Con destrieri ed armi, | Con uomini valenti, ei devastava | Nell'odio suo l'irania terra. Gli alberi | E i campi egli arse coltivati, e grave | Degl'Irani fu il danno. Anche di piova | Asciutto il ciel per anni sette, e tutta | Cangiò d'aspetto quella terra e sparve | Giocondo stato d'altri dì. Già il turpe | Bisogno, per travaglio e carestia | Ch'ebbe la gente, fe' la terra invasa, | E lunga intanto si mutò stagione. | Il fortissimo eroe stavasi allora | Là nel Zabùl; signoreggiava il mondo | Il re turanio, vibrator di spada.

Volume IIIModifica

IncipitModifica

Gùderz, ne' sonni suoi, vide una notte | Nuvola sorvenir da suol d'Irania, | Carca di pioggia. Su la nube acquosa | Era seduto e a Gùderz favellava | L'angelo Seròsh: Apri l'orecchio. Allora | Che liberarti da presente angustia | Vuoi tu, dal sire di Turania infesto | Qual fero drago, nel turanio suolo | Sappi che nuovo è un re. Khusrèv signore | È il nome suo; regnante, che discende | Da Siyavish, egli è, savio e progenie | Di gloriosi eroi, con fronte al cielo | Alto levata.

ExplicitModifica

D'ora in poi qui sarà de la battaglia | Di Bìzhen il racconto, e sua partenza | Contro verri feroci. Io la battaglia | Qui ridirò qual fu; ma d'uopo è forte | Che alla fiera tenzon pianga ciascuno.

Volume IVModifica

IncipitModifica

In una notte qual ferrigna pietra | Di color fosco, e n'era tinto il viso | Di negra pece, non splendea Mercurio, | Non Marte, non Saturno. In altra foggia | S'adornava la luna e s'apprestava | Il suo trono a salir. D'ombre coperta | Ell'era e s'indugiava, esile molto, | Di core angusto e incurva, e già tre parti | Della corona de' suoi dolci rai | Erano oscure; e di polve era ingombra, | Di rubigine, l'etra. Un ampio strato, | Bruno qual penna di corvino augello, | Sopra valli e pianure avea l'esercito | De la notte disteso, e il cielo in alto | Era d'acciaio rugginoso; sparso | Detto l'avresti d'un color di pece.

ExplicitModifica

Natura umana | Si rivela pel vin, buona o malvagia | Ch'ella pur sia: quei che sen va con dorso | Incurvo e china la persona, agli astri | Ratto solleva quella fronte sua, | S'ebbro viene a metà. Che se un codardo | Beve stilla di vino, ei si fa grande | E valoroso, ché la volpe ancora | Lïone si farìa d'anima fera | Se ne gustasse. Ma se tu col vino | Giungi a scoprir qual è natura umana | Chiave sei tu di rinserrata porta.

Volume VModifica

IncipitModifica

Poi che Lohraspe su l'eburneo trono | Alto si assise e la corona in capo, | Confortatrice d'ogni cor, si pose, | Ei benedisse a Dio, in augumento | Fece le sue laudi a lui. Prenci, egli disse, | Inverso a Dio, giudice santo, voi | Siateci pieni di speranza al core, | D'ossequio pieni e di timor. Fu lui | Che il ciel rotante già dipinse e accrebbe, | A chi gli è servo, maestà. La terra | Quand'ei creò coi monti e la distesa | Ampia del mar, quand'ei spiegò quest'alto | Ciel su la terra, un fe' rotante e rapido, | All'altra egli non diè, Fattor superno, | A movimento nessun modo. Il cielo | Clava è rotante, e noi qual picciol globo | Al mezzo stiam, per tristo o lieto stato | Ci affaticando. Che se tu sei lieto, | Siede la morte con aguzzi artigli | E all'agguato si sta quel fera belva | Bramosa di giostrar.

CitazioniModifica

  • Apprendi omai le norme | Di questa santa fè, ché non è bella, | Senza la fede, imperial possanza. (Zerdùsht; p. 82)
  • Ma tu, o figlio, questi | Arcani, fin che puoi, di nostra sorte | Non ricercar; da chi li cerca, il volto | Ella rivolge in altra parte. Apprendi, | Fin che in terra sei tu, vera saggezza, | Ché in altra vita della tua saggezza | Il frutto coglierai integro e vero. (p. 539)
  • De' principi congiunta | Deh! sia all'alma saggezza! Iddio soltanto | È quaggiù vincitor. Che se di lui | Non ha timor prence sovrano, tristo | È quel prence davver! Passano intanto, | Né dubbio v'ha, le cose nostre in terra | E liete e triste, ned al fero artiglio | Sfuggon dal tempo. Ma chi a questa reggia | Ascenderà, quale da noi dimandi | Venendo a noi la sua giustizia, ancora | Se in tempo egli verrà che tutti accolgo, | O a mezzo il corso della notte, ratto | Che'egli sciorrà le labbra sue, risposta | Da me si avrà. Poi che ne dava Iddio, | Sempre vincente, maestà regale | E la porta ci aprìa della fortuna | Che dà vittoria, li soggetti miei | Tutti avranno lor parte o in monte o in piano, | Sul mar, nelle città. Per anni cinque | Non chiederem da l'ampia terra intorno | Tributo mai, se non da chi superbo | Osa gridar: «Son io tuo pari!». (Sikender; pp. 540-541)
  • Dall'artiglio della morte alcuno | Scampo non trova! Ell'è come d'autunno | Il freddo vento, e siamo noi le foglie | Che il vento caccia. (Sikender; pp. 541-542)
  • Da semenza regale | Nascer non può che gente eletta, cara | D'ognuno al cor, di nobile consiglio, | Vereconda e gentil. (Sikender; p. 542)
  • Mai non sarà che per il molto cibo | Sano si mostri, ma robusto e forte | È sì colui che la salute sua | Cercando va. (p. 571)
  • Da commercio con femmine diventa | Vecchio un garzon. (p. 572)
  • Deh! mai non sia che privo resti il mondo | Di cotest'India tua, famoso saggio! | Dir si potrìa che tutti gl'indovini | E i medici e gli astrologi raccolti | In India son qual nobil gregge. (Sikender; p. 573)
  • [Sul Kaʿba] Sacra una casa aveasi eretta un giorno | Ibrahim in que' lochi, aspra fatica | Sopportando. Chiamolla il suo signore | Beyt-el-Haràm in arabica lingua, | E perfetto è il sentier che tu vi trovi, | Per levarti all'Eterno. E Iddio sua Casa, | Per santità che in essa alberga, solo | Volle chiamarla, ed ivi a sè raccoglie | Chi adorarlo desìa. Pur, non di case, | Non di loco a posar, non di conforto, | Non di delizie e non di cibo, Iddio | Rancura sente ch'è signor del mondo; | E quel loco è l'ostel d'adorazione | Fin che sarà; vi si rammenta Iddio | Da ogni fedel che vi discende e adora. (p. 590)
  • [Su Sikender] Il mondo | Sotto al suo piede calcherà costui | E il vincerà con le battaglie sue, | Co' suoi retti consigli, e quale incontro | Gli muoverà per far battaglia, angusto | Il viver suo ritroverà alla terra. (Keydàfeh; p. 594)
  • Ambizione ci signoreggia. [...] | Ell'è principio all'odio, | L'anima ell'è d'ogni peccato. [...] | Sono due Devi, [...] | Maligni e tali | Che opran da lungi, ambizion procace | E bisogno con essa. Uno ha le labbra | Per la penuria disseccate e l'altro | Per la copia ch'egli ha, tutta la notte | Sonno non trova. Ma la sorte avversa | L'uno e l'altro colpisce. Oh! quei beato | Di cui l'alma nutri saggezza vera! (p. 629)
  • Oh! con la morte, [...] | Mai non ritorna all'uopo | Umana prece! A che l'aguzzo artiglio | Del fero drago d'evitar desii? | S'anche di ferro fossi tu, da quello | Non avrai scampo, e se qui resta a lungo | Giovinetto garzon, dal dì fatale | Della vecchiezza scampo ei non ritrova. (p. 630)
  • È della morte messaggero eletto | Il crin canuto. (p. 630)
  • Saggezza | Ottima cosa, e maggiore di tutti | È il sapiente su la terra. (p. 632)
  • Quei che si cerca | Sapienza quaggiù, [...] | Sopra ogni gente può levar la fronte. (Sikender; p. 652)
  • Rimane in terra | Nobil retaggio la parola, e assai | Più che gemma real pregio e valore | Ha la parola. (p. 700)

Volume VIModifica

IncipitModifica

O antico narrator, ti volgi intanto | Degli Ashkàni all'età. - Deh! che dicea | Sul nobile argomento il libro antico | Là 've ricorda le passate istorie | L'uom ch'è facendo? A chi dicea che venne, | Di Sikender dopo l'età, l'impero | Dell'ampia terra e de' monarchi il trono? - | De le ville di Ciàci il borgomastro, | Facondo in raccontar, disse che niuno | D'allora in poi s'ebbe corona e trono | Imperial. Que' prenci che dal seme | D'Arìsh venièno, impetuosi e alteri | Furono e tracotanti. Ognun pel mondo, | In ogni angolo suo, breve di terra | Prendeansi un tratto a governar. La gente, | Poi che in tal guisa fe' sederli in trono | Lieti e beati, li chiamò del nome | Di Re de le tribù. Così passarono | Anni dugento, e detto allor tu avresti | Che nel mondo non era alcun sovrano | Veracemente.

CitazioniModifica

 
Moneta raffigurante Ardashir I
  • Mentir colpa è ben grave | Tra valorosi. (Ardeshìr; p. 14)
  • Famosi saggi | D'alma serena, [...] nessuno | Dell'inclita assemblea qui si ritrova, | D'uomini saggi da' consigli eletti, | Che udito già non abbia opre che fece | Pel vile animo suo quaggiù nel mondo | Sikendèr tristo e reo. Spense i nostr'avi | Ad uno ad uno e l'opera sua non giusta | Gli diè in pugno la terra. (Ardeshìr; p. 27)
  • Padre che non ha figli, è quale un figlio | Che non ha padre, e al petto suo lo stringe | Ogni più estrano. (Ardeshìr; p. 70)
  • Qual mai cosa adunque | È miglior di parola e saggia e onesta? (Ardeshìr; p. 70)
  • [Su Ardeshìr] Ebbe travagli assai | Il gran monarca e nobile costume | Incominciò, mandando in ogni parte | Segni d'amore e di giustizia. Allora | Che grande s'accogliea nel regio albergo | Copia d'armati, in ogni parte attorno | Mandava un consiglier, perché chiunque | Un figlio avesse, non lasciasse mai | Senza dottrina il figlio suo crescesse, | Ma ben del cavalcar l'arte sovrana | Sì gl'insegnasse e i riti de la guerra, | Con clave ed archi e di compatto legno | Con forti strali. (p. 87)
  • Se bella e florida | Tieni la terra tua con tua giustizia, | Lieto sarai per la giustizia tua | E fiorente e beato. (Ardeshìr; p. 89)
  • [Su Ardeshìr] In ogni parte sacerdoti e savi | Di vigil cor, senz'ombra di rancura, | Egli inviò di poi, perché dovunque | Elevasser città spendendo quivi | Ampio tesoro, e ciò, perché qual fosse | Di casa privo, senza alcun sostegno | E con straniera la fortuna e avversa, | Con loco ad albergarvi il giornaliero | Cibo per sé apprestasse, onde crescessero | Del re i sudditi. (p. 94)
  • Prence Ardeshìr tenea nel suo secreto | Ben molte cose, esploratori suoi | Tenea dovunque, e allor che discendeva | Un ricco a povertà, ratto che il sire | Ne avea novella, ogni sua cosa ancora | Ei rilevava e la faccenda sua | Lasciava poi che vigorìa pigliasse. | Lochi dovunque, i servi suoi con quanti | Avea soggetti, egli adornava intento | Sì come'è d'uopo, e niuna cosa aperta | Era in città che a lui secreta fosse. (p. 95)
  • [Su Ardeshìr] Ecco! fiorìa | Tutta la terra per la sua giustizia | E s'allegrava de' soggetti il core | Per lui dovunque; a giustizia verace | Tosto che il prence va congiunto, mai | Non osa il tempo cancellar suoi segni. (p. 95)
  • Timor di peccato è più d'assai | Che non catene e patiboli e tetra | Caverna di prigion. (Ardeshìr; p. 99)
  • Se teco è un figlio, | A' suoi studi l'affida e il tempo a lui | Angusto rendi de' trastulli suoi. (Ardeshìr; p. 101)
  • Sappi che ingiusto | Prence e signor somiglia ad un leone | Che mena stragi in dilettoso loco; | Ma il suddito infedel che non riguarda | A comando regal con la sua cura | E l'intento suo studio, ha nel dolore | E nell'affanno la sua vita, e vecchio, | No, non diventa in questo viver breve. (Ardeshìr; p. 102)
  • Grandezza | Di regal seggio cade per tre cose; | E primamente per monarca ingiusto, | Poscia quand'ei solleva un uom da nulla | E su chi è saggio lo solleva, e poi, | Al terzo loco, allor che ogni amor suo | Pone a' tesori e s'affatica intanto | In aumentar le sue monete. (Ardeshìr; p. 107)
  • Non ti cercar veridica parola | Dal cor del volgo, ché da tal ricerca | Iattura ti verrà. (Ardeshìr; p. 109)
  • Degno è di grado imperial chi è saggio, | E di contro a saper non ha valore | Il fugid'or. Ma ricco è ben colui | Che facile si appaga, e ostel di fumo | Si fa un cupido cor. (Shapùr; p. 118)
  • [Su Ormusd] Nessuna colpa in lui per tutti i giorni | Ch'ei fu regnante, e questo sol fu danno | Che non fu lungo il tempo suo. (p. 124)
  • Se ti prende | La cupidigia al cor con le sue branche, | Di fero alligator dentro la strozza | L'anima tua si resterà captiva. (Behràm; p. 137)
  • Se l'uom ch'è saggio, | Amico a te si fa, tu penserai | Ch'ei sia qual dentro a l'involùcro stesso | D'una pelle con te. (Nersì; p. 140)
  • Quei che all'ospite suo | Non fa segno d'onor, mostra che senno | Veramente non ha, sì che ben tosto | La tenebrosa sua fortuna in turpe | Bisogno l'addurrà. (p. 168)
  • Malvagia creatura, | Addetto a Cristo, e se' nemico a Dio, | Osi un figlio asserir di Chi nel cielo | Non ha compagni! Di tal cosa in terra | Non è principio o fin, tanto ella è stolta! (Shapùr; p. 178)
  • [Su Gesù] Di profeta [...] | Cui trasse a morte di Giudea la gente, | Religion lodar non vuolsi. (Shapùr; p. 189)
  • [Rivolto a Mani] Adorator d'immagini, [...] | Perché mai superba | Stendi la mano a Dio? Quei che creava | Quest'alto cielo e vi fe' spazio e tempo, | Là 've pur son le tenebre e la luce | Insieme accolte, di natura è tale | Che ogni natura superando vince. | Volgesi notte e dì quest'alto cielo | Da cui pur viene a te difesa e schermo | O periglio talor. Negli argomenti | Delle immagini tue deh! perché credi? | De' banditori della fè piuttosto | Il detto ascolta. Ei dicono: «L'Eterno, | Unico Egli è, santo e verace, e nullo | È in te consiglio fuor che a Lui servaggio | Prestar con umil core». E se tu muovi | Queste immagini fatte, un argomento | Licito è forse, qual tu prenda e tragga | Da ciò ch'è mosso per tal via? Tu sai | Che argomento non è che venga dall'uopo, | Né alcuno mai terrassi fermo e vero | Questo tuo detto. Che se mai congiunto | Fosse Ahrimàne a Dio, l'oscura notte | Ugual sarebbe al giorno che risplende, | Papri saràn la notte e il dì per tutto | Dell'anno il corso ed incremento mai | Non sarebbe ne' suoi rivolgimenti, | Non diminuzion. Non è compreso | In umano pensier Dio creatore, | Ché ad ogni spazio e ad ogni uman pensiero | Alto Ei sovrasta. Ma le tue parole | Sono da stolti, e basti ciò, ché niuno | Socio t'avrai ne le credenze tue. (p. 193)
  • Ingiusto re non guarda | Al suo regno giammai, ma sol la mano | I suoi tesori a ricolmar distende | E sol per avarizia alto è signore | D'ogni prence quaggiù d'eretto capo. (Shapùr; p. 196)
  • Son due della persona | I re, core e cerèbro, e l'altre membra | Gli strumenti ne son, ne son le squadre | Armate e pronte; ma se guasti e infetti | Sono cerèbro e cor, per poca speme | Di consiglio leal contaminati, | Ratto in quel corpo l'anima si turba | E si confonde, e lieto oh! di qual foggia | Vivrebbesi uno stuol di combattenti | Senza il suo duce? Ratto elli si sperdono, | Poi che lieti non sono, e ratto al suolo | Orbe di spirto lasciano lor spoglie. | Così, se ingiusto è il re sovrano, tutte | Vanno per lui confuse e capovolte | L'opre del regno, e biasimo gli tocca | Dopo la morte sua; re senza fede | È il nome che gli dànno. (Shapùr; p. 197)
  • Non gittar pel mondo | L'atra semenza d'avarizia. Ratto | Passerà tua giornata in alcun tempo, | E si godrà de' tuoi sofferti stenti | Il reo nemico. (Shapùr; p. 199)
  • Qualora | Parli chi è sapiente, e tu l'ascolta, | Che sapienza non invecchia mai. (Shapùr di Shapùr; p. 201)
 
Morte di Yezdeghìrd
  • Alcun non vide, | Qual era Yezdeghìrd, prence sovrano | Dal giorno in cui fe' Iddio quest'ampia terra. | Nulla ei sapea fuor che dar morte cruda | E oltraggi far con angoscia e dolore, | Nasconder suo consiglio a' suoi soggetti | E la ricchezza accumulata. Intanto | Rispetto ei non avea d'alcuno in terra, | Ma quello a questo e questo a quello sempre | Abbandonava in potestà. Davvero! | Che nessun vide mai sire imperante | Più indegno di costui, né mai l'intese | Da' prischi eroi! (Gushàspe; pp. 238-239)
  • Non vogliamo | I tesori colmar di fulgid'auro, | Ché si resta nel duol la gente grama | Per quel colmo tesoro. (Behram-gòr; p. 269)
  • Lecito è il dolce vino, e porger norma | A' bevitori noi dobbiam. Di vino | Tanto si beva alcun che sul leone | Seder si possa truculento e fiero | E il leon non l'atterri. Oh! ma non tanto | Ne beva alcun però, che negri corvi | A lui dormiente ed ebbro in sul sentiero | Gli occhi dal capo strappino col rostro. (Behram-gòr; p. 293)
  • Quale è più ricco, [...] | Di contro egli ha il tapino | Uguale e pari a lui. Che più possegga | Alcuno in terra, più non lice, e il ricco | Esser debbe la trama e il poverello | Esser debbe l'ordito. Uguale in tutte | Le cose di quaggiù facciasi il mondo, | E di ricchi opulenza ingiusta e vieta | Cosa si estimi. Assegnar case e donne | E ricchezze ad altrui qual suo possesso, | Licito più non è, ché il ricco e il gramo | Sola una cosa in terra sono; ed io | Tanto farò che questo con la santa | Religion s'accordi e il basso e l'alto | Discernere possiam veracemente. | Chi poi, qualunque ei sia, che in altra fede | Posi da questa mia, da Dio signore | Abbia anatema qual perverso Devo! (Mazdak; p. 537)
  • Volgesi il mortale | Per cinque cose da giustizia, e il saggio | A queste cinque nulla aggiunger puote. | E son l'ira e l'invidia e la vendetta | E il bisogno, e la quinta è quello invero | Ambizion che vince l'altre. Allora | Che i cinque vincerai Devi maligni, | Chiara ed aperta ti sarà la via | Del Re dell'universo. Or, per coteste | Cinque cose congiunte, alta iattura | Menano in terra a nostra intatta fede | Ricchezze e donne, e però vuolsi ancora | Porre là in mezzo, libero possesso, | Donne e ricchezze, se pur vuoi che danno | Unqua non venga a nostra intatta fede. | Per coteste due cose, invidia nasce, | Bisogno, ambizion, fidi alleati | Di corrucci e vendette. Ecco! sconvolge | Mente di saggi un Devo, ed in comune | Vuolsi però lasciar quelle due cose. (Mazdak; p. 539)
  • [Rivolto a Mazdak] Uom che ti cerchi sapienza, nuova | Religion festi alla terra e in mezzo, | Qual possesso d'ognun, ricchezze e donne | Ponesti ancor. Qual cosa mai potrìa | Far conoscere il padre allor che ha figli, | E figlio come mai scerner potrìa | L'autor de' giorni suoi? Quando sono pari | Gli uomini in terra e principi da servi | Manifesti non vanno, oh! chi mai fia | Che cerchi del servir la trista porta, | E sovrano poter come fia dato | Esercitar? Di me, di te, chi fia | Addetto servo, e per qual modo il reo | Fia distinto da giusto? E se alcun muore, | A chi il possesso e la sua casa, allora | Che il servo all'opre addetto e il re del mondo | Pari fra lor saranno? Oh! tutto il mondo | Deserto andrà per le dottrine tue, | Né vuolsi inver che tanto mal s'innesti | In suol d'Irania. Prenci tutti e donni! | Che per mercede servirà? Tesori | Posseggon tutti, e tesorier chi fia? | Davver! che queste cose alcun non disse | De' profeti d'un dì; ma tu del core | Annidi nel profondo alta stoltizia, | Meni la gente all'infernal dimora | E le opere più ree non stimi ree! (p. 542)
  • [Su Cosroe I] Per quella | Sua bontà grande e per la sua giustizia, | Pel nobile costume e per la sua Alta scienza e per l'intatta fede, | Di prence Nushirvàn l'inclito nome | Gli dié la gente, ché novello amore | Egli mostrava con poter novello. (p. 547)

Volume VIIModifica

IncipitModifica

Alto cipresso mio, gioia del core, | Ahi! che t'avvenne se dolente e tristo | Così ti festi? In quella tua bellezza, | In quella maestate, in quella tua | Gaiezza viva, perché mai d'affanno | Hai pieno il cor, sereno un dì? - Rispose | Il bel cipresso a chi lo dimandava: | Io fui lieto finché non mi vincea | L'età soverchia, e sol divenni fiacco | Per avverso poter d'anni sessanta. | Da così grave età guardati sempre, | Non contrastar con lei, ch'ella ha di drago | L'alito fiero e di leon l'artiglio, | E morde quale atterra. Anche la voce | Ell'ha del tuono e dell'agreste lupo | Il selvaggio vigor, tiene l'affanno | In questa mano e la tua morte in quella.

CitazioniModifica

  • Fin da quel tempo | Che saziasi del latte il pargoletto, | La morte avanza impetuosa e dirsi | Ben può che invecchia quell'infante. (p. 6)
  • Fra tanti re ch'ebber corona e seggio | E fur possenti per armate schiere | E per colmi tesori, alcun non visse | Di Nushirvan più giusto. - Oh! l'alma sua | Abbia in eterno giovinezza in cielo! - | Né v'era alcuno per valor più ricco | Di pregi e di virtù, per regal seggio | E diadema e sapienza vera. (pp. 19-20)
  • Anche fu tratto a morte | Cristo impostor, poi che la mente sua | Abbandonò religion di Dio.| Fra tanti che bandìan fede novella, | Non cercar tu la fede di colui | Che ben non conoscea qual veramente | Fosse l'opera sua. Che se di Dio | Veramente su Cristo risplendea | La grazia, oh! come mai popol giudeo | Su lui potere avuto avrìa! (Pirùz; pp. 80-81)
  • [Profetizzando l'arrivo di Maometto] Da questo giorno ad anni | Quaranta e più, dagli Arabi vaganti | Uomo s'avanzerà che la diritta | Via prenderassi di giustizia e sempre | Da menzogne e da fraudi integro il core | Volgerà a dietro. Sperderà colui | Di profeta Zerdùsht la fede e i riti, | E quand'ei stenderà del dito suo | La punta estrema a questa bianca luna, | Ella in due parti fenderassi, e niuno | Vedrà fatica nella sua persona. | Ma il giudeo, ma colui che Cristo adora, | Non resterà, ché l'uom ch'io già t'annunzio, | Le antiche atterrerà da' fondamenti | Religioni e ad alto e da tre basi | Inclito seggio monterà, donando | Con sue parole ammonimenti e cenni | Al mondo intero. (Buzurc'mìhr; p. 369)

ExplicitModifica

Anche se cento | Fossero gli anni o centomila, passa | Ogni cosa quaggiù che numerammo | Avidamente. Ma chi 'l ben desìa, | Male per non udir, male non parli.

Volume VIIIModifica

CitazioniModifica

  • [Sulla Conquista islamica della Persia] Allor che vinse | Degli Arabi la sorte quella un tempo | Sorte lieta de' Persi e intenebrossi | L'astro propizio de' Sassàni, colma | Di questi re dell'ampia terra a un tratto | Fu la misura, sparve l'oro e attorno | Vili monete andar. Tristo divenne | Ciò che buono era un dì, buono divenne | Ciò ch'era tristo, e dell'inferno schiusa, | D'un paradiso di delizie in loco, | Subitamente fu la via. Diversa | Fu nell'aspetto la rotante volta | Di questo ciel, che a' Persi l'amor suo | Tolse d'un tratto. (pp. 401-402)
  • Quando incontro al soglio iranio quella | Cattedra si vedrà de' Mussulmani, | D'Abu-bekr e d'Omàr quando dall'alto | Si grideranno i nomi, il lungo nostro | E diuturno faticar disperso | Andranne al vento. Stassi la rovina | All'altezza dinanzi; e allor non trono | Tu vedrai, non corona e non d'Irania | Le città belle, ché fortuna agli Arabi | Tutto cotesto diede in sorte. Ad ogni | Passar d'un giorno all'altro, egli per molte | Ricchezze accolte non avran travaglio, | E nere vesti una lor schiera intanto | Si vestirà, porrassi attorno al capo | Di pannicelli un'infula. A quel tempo | Non regal trono resterà, non serto, | Non calzari dorati e non corona, | Non gemme, non vessil che alto per l'etra | Sventoli sovra noi. Questi fatica | Avrassi in terra e quei godrà, né alcuno | Fia che riguardi a grazia od a giustizia, | De' regi officio, ma verrà la notte | E tal con occhi ardenti a chi si giace | Queto e nascosto fia cagion di pianto, | Altri sarà che notte e dì s'affretti, | Cinto dell'armi sue, con la celata | Intorno al capo, ed ambo da le giuste | Leggi e da norme andranno lunge, soli | Restando onrati la menzogna e il falso | E il malvagio operar. (Rùstem; pp. 407-408)
  • Ma per bever latte | Di vetuste cammelle e cibar carni | Di lucertole vili, a cotal punto | Giunse l'ardir di questi Arabi tuoi, | Che osano ambir di Persia il trono. (Rùstem; p. 412)

ExplicitModifica

Ognun che alberga | Senno e fede e saggezza entro al suo core, | Mi loderà dopo la morte mia, | Ned io morrò più mai, ch'io son pur vivo | Da che il seme gittai di mia parola.

Citazioni sullo Shāh-NāmehModifica

  • Ferdusi confessa nel decorso del suo poema di aver impiegato trent'anni a comporlo, di averlo ridotto a termine in età di sessantacinque anni, e dice ch'esso conteneva sessanta mila distici. (Giulio Ferrario)

Italo PizziModifica

  • Il Libro dei Re è una fedele immagine dell'ingegno, dell'animo e del cuore del popolo persiano, se non dei tempi nostri, almeno di quell'età allorquando non era stato ancora infiacchito dalle dottrine mussulmane, e sentiva ancora la forza benefica dell'antica religione di Zoroastro, operosa, energica e, dopo il Cristianesimo, la più umanitaria di tutte.
  • Il Libro dei Re si può dividere come in due parti, una delle quali è tutta eroica e leggendaria, mentre l'altra è storica, aggirandosi intorno alle imprese d'Iskender o Alessandro Magno in Oriente e raccontando con molte favole la storia dei Sassanidi fino al 651 dell'Era volgare, nel qual anno la Persia fu conquistata dagli Arabi. La prima parte incomincia col primo uomo e primo re, Gayumers, e ha per suo principale soggetto una guerra secolare degli Irani coi Turani, popoli dell'Asia settentrionale, e coi Devi o demoni, creature di Ahrimane, cioè del genio del male. Non v'ha alcun dubbio che sotto questo nome di Devi non si celi una popolazione antichissima che gl'Irani trovarono sul lungo quando discesero nell'Iran, e che essi dovettero sottomettere e sterminare in parte. Ma questa guerra contro i Devi e contro i Turani agli occhi degl'Irani aveva un significato veramente grande. Essa rappresentava in terra visibilmente la gran lotta tra il male e il bene, fra il creatore, Ormuzd, e il nemico d'ogni bene, Ahrimane, alla quale tutti gli uomini, per un dovere morale, sono obbligati a prender parte. Come il male si può e si deve combattere con le opere pie e buone, così esso si può anche combattere con le armi, e gli eroi dell'Iran, quando scendono in campo contro Devi e Turani, altro non fanno che soddisfare a quest'obbligo morale.
  • Quanto ad ampiezza, tutte le altre epopee cedono di gran lunga al Libro dei Re di Firdusi, trovandosi che l'Iliade e l'Odissea si restringono a due fatti soli, uno prima, l'altro dopo la caduta di Troia, i due poemi indiani, il Rāmāyana e il Mahābhārata, non narrano che un fatto, il primo la conquista di Lankā (Ceylan), il secondo la lotta tra due stirpi nemiche per il possesso del regno, con molti altri fatti secondari. Questa stessa cosa si può dire dei Nibelungen dei Tedeschi e del Kalevala dei Finni; e solo l'Edda dei Scandinavi potrebbe fare eccezione, cominciando essa dall'origine di tutte le cose e discendono poscia a narrare i fatti degli Dei, dei Giganti, delle Valkyrie e degli Eroi, fino ad accennare all'universale incendio che un giorno distruggerà il mondo. [...] Ma il maggior pregio del Libro dei Re, per il quale esso acquista importanza grandissima, si è quello di essere una epopea nazionale, un'epopea cioè l'argomento della quale non è stato trovato ed elaborato da un poeta nel silenzio della sua stanza e con la scorta de' suoi libri, come la Gerusalemme e l'Eneide, ma è argomento, è soggetto popolare conservato per tradizione di padre in figlio, finché poi un gran poeta, quale era Firdusi, lo raccolse e lo vestì di una splendida forma poetica.
  • Se i poemi omerici sono un fedele specchio della vita eroica dei Greci, dei sentimenti e delle idee di quell'età, il Libro dei Re non è meno la fedele immagine dell'animo, del cuore e dell'ingegno del popolo persiano.

BibliografiaModifica

Altri progettiModifica