Giulio Ferrario

bibliotecario e storico italiano
Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno, tomo secondo, "America"

Giulio Ferrario (1767 – 1847), bibliotecario e scrittore italiano.

Il costume antico e moderno, EuropaModifica

Tomo terzoModifica

  • Dagli abbigliamenti delle Ateniesi gioverà ora il far passaggio a quello delle altre Greche. Le donne di Sparta portavano una tunica breve, ed aperta sopra l'un fianco, in guisa che lasciava scoperte le coscie. Le fanciulle spartane erano perciò dai poeti chiamate fonomeride, mostranti-le coscie. Plutarco aggiugne che per tal costume venivano dai poeti motteggiate di amar gli uomini perdutamente, siccome da Euripide che dice: Per trovarsi co' giovani, le loro | Case lascian deserte, e con i pepli | Vanno ondeggianti, e con le loro coscie ignude. (vol. terzo, 1827, pp. 277-278)
  • Abbigliamenti delle Tessale. Luciano nel suo Lucio od Asino parlando d'una donna d'Ipata, città della Tessaglia, così si esprime: «Il Portamento e corteggio suo annunziano una donna d'alto legnaggio: ella veste abiti ricamati a fiori, e quantità di fregi in oro: molte schiave la seguono.» (vol. terzo, 1827, p. 278)
  • Oltre le anzidette vesti moltissime ne troviamo dagli autori annoverate, delle quali Willemin fece una specie d'elenco. Noi ci appagheremo di qui accennare soltanto alcune delle più importanti. Tali sono il peplo, lo xisto, lo zomo, la simetria, la podera, la pentectene, il catasticto, lo schisto e la catonaca. Il peplo, secondo Eustazio, consisteva in un abito che avviluppava e copriva la spalla sinistra dinanzi e di dietro, riunendosi nelle due ale al destro lato, e lasciando allo scoperto la mano e la spalla destra; secondo Sofocle dice che il peplo era un velo od abbigliamento da donna, che non addossavasi, ma che veniva soltanto affibiato. Omero nel XVII dell'Odissea racconta che Antinoo fece dono a Penelope d'un peplo grande, magnifico, varieggiato e adorno di dodici fermagli d'oro, adattati con flessibili giunture. (vol. terzo, 1827, p. 279)
  • Lo xisto era una veste con frangie, che ordinariamente portavasi dalle vecchie, siccome Menandro ci avverte nella sua Rapizomèna. Chiamavasi col nome di simetria una lunga tonaca, che discendeva sino ai talloni con un orlo di porpora. La podera consisteva in una doviziosa tonaca di lino, della quale usavano le Ateniesi e le Jonie. Le pentectene erno piccole tuniche, adorne di porpora nell'estremità, ed intrecciate da cinque raggi. Esichio aggiugne che le pentectene, erano tutt'intorno intagliate a denti di sega. Dicevasi catasticto ed anche zoota o zodiato una tunica ricamata ad animali od a fiori intrecciati cogli animali. Lo schisto era una tunica fessa od aperta, che alle spalle attaccavasi con fermagli. Finalmente catonaca, secondo Suida, divevasi una tunica, che discendeva sino alle ginocchia, e nella parte inferiore avea una pelle tutt'intorno cucita. Quest'abito era proprio delle schiave. (vol. terzo,1827, p. 280)
  • Le vesti venivano ornata con bende o fregi, che pur erano di varie specie, e che ci sono pure da Polluce annoverati. Dicevasi parife un fregio con orlo di porpora d'ambidue i lati visibile. Il perileuco era un tessuto generalmente di porpora con orlatura bianca. Chiamavasi meandro un doppio ornamento, con serpeggianti strisce purpuree, che ponevasi al di sopra delle vesti. (vol. terzo, 1827, p. 280)
  • Oltre la clena avevano i Greci un'altra specie di pallio detta clamide, che da Ammonio ci viene così descritta: La clamide è differente dalla clena: questa è un abbigliamento da eroe, quella è propria de' Macedoni. Il nome di clamide non ascende oltre a sei cento anni dopo i tempi eroici. Safo fu la prima ad usarne. La forma ne è pur diversa; giacché la clena è una veste tetragona, e la clamide termina al basso in forma circolare con frangie assai distanti le une dalle altre. Strabone dà pure alla clamide nella parte di sotto una forma semicircolare con due angoli, uno per ciascun lato; ed una forma di semicircolo incavato ma più stretto le dà ancora nella parte superiore, quasi alla foggia dei nostri mantelli. Essa era propria specialmente de' guerrieri, copriva l'omero sinistro, e pendeva dal destro stretta e corta, perchè non fosse d'inciampo nel camminare. La clamide in Atene portavasi anche dai giovani che vegliar doveano alla città onde per tal modo disporsi ai disagi della guerra. (vol. terzo, 1827, p. 303)

Tomo quintoModifica

  • Varii re o lucumoni nell'Etruria. Al momento che si scorgono più città, pare altresì di vedere una diversità dal primiero governo, mentre si presentano varie tribù o cantoni, come voglionsi più propriamente dette lucumonie, le quali si riducevano a dodici, numero che fu riputato sacro nelle antiche età presso varie nazioni, con dodici re, i quali erano tra loro uniti con vincoli di parentela, con giuramenti o con patti che l'uno nulla contro dell'altro attentasse, nè con vicendevole discapito ardisse arrogarsi maggior potere l'uno su l'altro. E come si legge in Servio: dei dodici lucumoni, che governavano in Etruria, un solo era nel comando superiore a tutti e independente: Lucumones in tota Tuscia duodecim esse, quibus omnibus imperavit. (vol. quinto, 1832, pp. 85-86)
  • I lucumoni erano i primi mgistrati o capi di ciascun popolo o comune, iquali furono poscia dagli autori latiincomplimentati col titolo di re, e godevano di tutti gli onori che soglionsi a quelli tributare che occupano la carica più eminente nel governo civile, e a tutti comandava un solo. Questo, soggiugne Livio, si eleggeva in comune dai dodici popoli, ed era una specie di generalissimo in guerra e di primate in pace, a cui ciascun popolo somministrava un littore. (vol. quinto, 1832, p. 86)
  • Gli Etruschi avevano milizie disciplinate. Tanto ci dicono le truppe componenti l'esercito di Porsenna, che move alla volta di Roma, la riempie di costernazione, la circonda d'un assedio regolare, prende il Gianicolo, e poco manca che diventi padrone della città stessa: nel campo le truppe guardano il suo tribunale o padiglione, ricevono la paga, custodiscono gli ostaggi dati dai Romani, osservano fedelmente la tregua, annunziano immediatamente al loro re, generale e comandante la fuga di un ostaggio, della vergine Clelia, insomma eseguiscono quanto si farebbe in un campo moderno di guerra da truppe le più ben ordinate e regolari. (vol. 5, 1832, p. 124)
  • Abito delle donne. Le Romane portarono per qualche tempo la toga; ma bentosto vi sostituirono la stola, il manto e la tonaca, la quale non differiva da quella degli uomini se non in ciò che discendeva fino a' piedi, ed aveva le maniche di diverse forme e lunghezze. Le prime Romane usarono una specie di giubba che discendeva fino ai talloni, ed era per lo più di lino, ed appellata supparum. […] Ai tempi degl'imperatori le donne romane aggiungevano il patagium, ovvero una lista di stoffa ricamata, che girava intorno al collo, e cadeva sullo stomaco. (vol. quinto, 1832, p. 759)
  • Il manto era diversamente dalle donne annodato e disposto; si appellava palla, e talvolta serviva anche di velo. (vol. quinto, 1832, p. 759)
  • La stola era una lunga veste o tonaca che dscendeva fino ai piedi e cuopriva le braccia, ed era alle estremità ricamata od adorna di frangie. Le donzelle erano vestite di bianche tonache; le plebee e le meretrici portavano la toga. (vol. quinto, 1832, p. 760)

Tomo settimoModifica

  • La lingua Valacca contiene un gran numero di voci latine, sebbene corrotte; ma vi sono alcune conjugazioni e declinazioni assolutamente diverse da quelle del latino. Sembra che questo popolo debba la sua origine ad un miscuglio di colonie militari Romane e degli abitanti primitivi del paese. Dannosi il nome di Romun, hanno conservato grande predilizione per l'Italia, ed amano come i Romani, gli alimenti farinacei, le cipolle, il latte ed il formaggio. Quelli che fra loro sono ricchi, mandano i loro figliouli a studiare a Padova; ma in generale i costumi dei Valacchi, e soprattutto di quelli d'Ungheria si avvicinano allo stato della natura selvaggia. (vol. settimo, parte seconda, 1832, pp. 29-30)
  • Non trovasi tra i Valacchi alcun mendicante; ma è facile rinvenire tra essi ladri e adulteri. (vol. settimo, parte seconda, 1832, p. 30)
  • Il Valacco crede che l'eclisse sia un combattimento di dragoni cacciati dall'inferno, e giudicano, che facendo un gran rumore, tirando assai colpi d'archibugio, si possa impedire che il sole sia divorato da questi dragoni. (vol. settimo, parte seconda, 1832, p. 31)

Il costume antico e moderno, AsiaModifica

Tomo sestoModifica

  • Il golfo Persico è il mediterraneo dell'Asia. (vol. sesto, 1825, p. 94)
  • I cavalli Persiani, sebbene la cedano in velocità a quelli Arabi, pure passano pei più belli di tutto l'oriente. (vol. sesto, 1825, p. 97)
  • Una bella persiana deve avere mediocre statura, lunghi capelli e neri, occhi grandi, sopracciglia inarcate, lunghe palpebre, bella carnagione con un po' di colore, bocca e naso piccioli, mento stretto, denti bianchi, collo lungo, seno modestamente ricco, piedi e mani piccole, corporatura leggera e pelle assai delicata. Gli uomini sono generalmente robusti, ma la siccità di un'atmosfera ardente e piena di parti saline li rende particolarmente soggetti alle oftalmie. I Persiani hanno in grande venerazione la barba, e gelosamente la conservano. (vol. sesto, 1825, p. 98)
  • [Su Keyumars] Egli si applicò tosto a soddisfare in ogni parte i doveri di un buon principe: lo stabilimento delle prime leggi civili, morali e religiose, la fondazione di molte città, l'invenzione delle arti, l'estinzione degli odi e delle contese particolari, la pace e l'unione ristabilite nelle famiglie e fra le varie classi della nascente società hanno segnalato il regno di Kaiumarats. (vol. sesto, 1825, pp. 107-108)
  • Huscienk o Hushang fu famoso in tutto l'oriente sì per le vaste sue cognizioni che per le sue valorose gesta. Egli ha dato un corpo regolare di leggi a'suoi sudditi: egli pel primo adorò l'Essere supremo nell'astro vivicatore della natura, del quale fuoco gli presentava una vera immagine: egli perfezionò l'agricoltura coll'invenzione di utili stromenti, e scrisse il giaavidan-kird, ossia il libro della sapienza eterna, in cui sotto ingegnosi apologi ci viene offerta una santissima morale. (vol. sesto, 1825, p. 108)
  • Gemscid divise i suoi sudditi in tre classi; la prima di soldati, la seconda d'agricoltori e la terza d'artigiani: introdusse pel primo nella Persia la musica e l'astronomia, e fu il primo a fabbricar granai per non soggiacere a carestia in tempi di scarse ricolte. (vol. sesto, 1825, p. 108)
  • Feridun è tanto famoso fra le nazioni orientali quanto i migliori eroi della Grecia e di Roma fra di noi, ed esse conservano con gran cura tanto i saggi detti di questo gran principe, quanto la memoria delle sue gesta. (vol. sesto, 1825, p. 109)
  • [Su Rostam] L'Ercole dell'oriente. (vol. sesto, 1825, p. 111)
  • [Su Ciro II di Persia] Questo glorioso eroe, la cui infanzia è favolosa, e la vita molto incerta, scacciò dal trono, secondo alcuni scrittori, il suo avolo, e secondo altri, gli successe pacificamente nell'impero: tutti però sono d'accordo nel conoscerlo qual fondatore della monarchia Persiana. (vol. sesto, 1825, p. 116)
  • [Su Cosroe I] Il suo valore congiunto ad una profonda cognizione dell'arte militare lo rese quasi sempre vittorioso contro i potenti suoi nemici: egli fu amatissimo delle arti e delle scienze, e stabilì accademie. (vol. sesto, 1825, pp. 130-131)
  • [Su ʿAbbās I il Grande] Egli tolse all'imperatore del Mogol il Kandahar, ai Portoghesi il regno d'Ormuz, ai Turchi la Georgia, l'Armenia, la Babilonia, la Mesopotamia e gli altri paesi ch'essi avevano conquistati al di là dell'Eufrate: egli si rese padrone di Balsora sul golfo Persico e di una parte considerabile dell'Arabia e di molte piazze importanti sul mar nero. Egli introdusse nel suo impero il commercio e le arti, e per eccitare sempre più l'emulazione de'suoi sudditi chiamò in Persia i più eccellenti artefici ed i più abili negozianti dell'Asia; ma era di una severità inflessibile per le più picciole infedeltà che si commettevano nel negoziare. (vol. sesto, 1825, p. 139)
  • [Su ʿAbbās I il Grande] Le tante e belle qualità del famoso Abbas furono non poco offuscate da molti suoi vizi. Egli era crudele, diffidente, fantastico nelle sue amicizie e nelle sue avversioni, geloso della gloria de'suoi sudditi ed avido delle loro ricchezze. (vol. sesto, 1825, p. 140)
  • Quantunque i monarchi Persiani fossero oltremodo dati ai vizi, nondimeno troviamo ch'essi erano generalmente assai zelanti nell'amministrare la giustizia. (vol. sesto, 1825, p. 150)
  • Il regnante Fath-Alì non ha imitato né la barbarie di que'monarchi Persiani che pel timore di trovare de'ribelli nè' propri figliuoli li privavano della vista; né l'ingiustizia di quelli che si contentavano di condannarli nel serraglio ad una perpetua prigionia. Molti suoi figliuoli giunti all'età virile occupano le prime cariche dell'impero, e s'instruiscono nell'arte di governare i popoli sotto la direzione de'più saggi ministri, ai quali sono dal re affidati. (vol. sesto, 1825, p. 155)
  • L'arte di guerreggiare consiste in Persia nel volteggiare intorno al nemico, nell'invadere inaspettatamente i suoi quartieri, nel rapirgli le sue provvisioni, nel privarlo d'acqua col rivolgere altrove il corso de'fiumi, o col turare i pozzi, e nel piombare sui suoi battaglioni quando egli è già tramortito per la fatica e pel bisogno. La cavalleria non sa operare con uniformità, e benché le sue mosse e le sue evoluzioni sieno rapidissime, e che ciascun soldato sia molto esperto nel montare e nel maneggiare un cavallo, pure sarebbe incapace di sbaragliare un corpo disciplinato all'Europea. Essa conosce soltanto due evoluzioni, l'una per l'attacco e l'altra per la fuga. (vol. sesto, 1825, p. 196)
  • [Sullo Zoroastrismo] Assai ammirabile per la sua antichità si è la religione de'Persi, e ben degna eziandio di maraviglia per essersi non pur conservata tante e tante migliaia d'anni, ma mantenuta ancora con maggior purità di qualunque altra religione pagana di presente conosciuta. (vol. sesto, 1825, p. 197)
  • [Su Zarathustra] Se l'esser famoso dopo morte può apportare qualche sensazione di gioia agli spiriti immortali, quello di quest'uomo, sia egli profeta, impostore o filosofo dovrebbe ricevere la più alta soddisfazione dall'ampia estensione della sua fama, che si è diffusa pur tutto il mondo letterato, e sussiste ancora dopo tanti secoli. (vol. sesto, 1825, p. 200)
  • Zoroastro non recò alla Persia un nuovo sistema religioso, ma combatté le superstizioni introdotte da'Sabei nell'antico culto, e si è fatto principalmente a dare al popolo una ragionevole nozione della divinità. Egli insegnò che l'Ente Supremo esiste da sé da tutta l'eternità; ch'egli è indipendente, creatore e conservatore dell'universo; che la giustizia e la sapienza e la misericordia di lui non hanno limiti. (vol. sesto, 1825, p. 203)
  • [Su Zarathustra] Fra tutte le virtù quella ch'egli stimava la maggior, e che soleva raccomandare a' suoi discepoli, era la carità fraterna, esortando sempre i suoi seguaci agli atti di benevolenza, allettandoli con promesse, e qualche volta spaventandoli colle minacce. (vol. sesto, 1825, p. 204)
  • Zoroastro, uomo illuminato e virtuoso filosofo avendo osservato che l'idolatria e la superstizione avevano corotto l'antico culto, procurò di ricondurre i Persi alla semplicità della religione naturale ch'essi avevano professata fino dai primi tempi della loro monarchia. Egli trovò che il culto del fuoco e del sole era già stabilito, e credé opportuno il tollerarlo riformando però gli abusi, che vi si erano introdotti coll'insegnare ai nuovi discepoli a risguardare il fuoco ed il sole come simbolo della divinità ed a dirigere i loro omaggi non a questi oggetti, ma all'Essere supremo, di cui esso era l'immagine. (vol. sesto, 1825, p. 207)
  • I maomettani sunniti riducono a due soli gli articoli della loro credenza; cioè: Che ci abbia un solo Dio, e che Maometto ne sia il suo inviato. A questi i Persiani aggiungono il terzo: Alì è il vicario di Dio. (vol. sesto, 1825, p. 218)
  • La poesia fu sempre tenuta in gran pregio dai Persi: fino dai primi secoli della loro monarchia essi ne facevano uso per conservare la memoria delle grandi azioni, e soleano recitare nelle pubbliche assemblee le canzoni ch'essi componevano sopra tali soggetti. (vol. sesto, 1825, p. 226)
  • La poesia è fra i vari generi di letteratura quello, cui i Persiani per naturale inclinazione coltivarono col più felice successo. Graziosa come la lingua del Petrarca, del Tasso e di Metastasio essa ha quell'armonia di consonanze, quella ricchezza d'immagini, quella pompa di espressioni che tanto diletto ci recano nell'italiana poesia. (vol. sesto, 1825, p. 250)
  • La dinastia de'Sassanidi, i cui principi coltivarono le lettere e favorirono i dotti aveva dato alla letteratura persiana un nuovo impulso che andò sempre più crescendo sotto i loro successori. I re, i principi, gli emiri, i governatori delle città mantenevano alle loro corti alcuni poeti destinati a celebrare le loro virtù, a cantare le altre loro imprese, ed a rendere immortale il nome loro. (vol. sesto, 1825, p. 251)
  • [Sullo Shāh-Nāmeh] Ferdusi confessa nel decorso del suo poema di aver impiegato trent'anni a comporlo, di averlo ridotto a termine in età di sessantacinque anni, e dice ch'esso conteneva sessanta mila distici. (vol. sesto, 1825, p. 251)
  • I re succederono ai re, e le nuove alle antiche dinastie; le opere degli uomini hanno alle vicende de'tempi; la faccia politica della Persia è stata più volte rinnovata; la lingua fu sottoposta all'influenza di queste rivoluzioni, e ciò non ostante Ferdusi vive ancora giovane nella memoria degli orientali, e la sua fama si mantiene in forza e piena di splendore in mezzo a tante rovine. (vol. sesto, 1825, pp. 251-252)
  • Straordinario è il numero delle piccole nazioni che abitano il Caucaso; alcune sono l'avanzo di Asiatiche orde che nella [...] trasmigrazione de'popoli passarono e ripassarono in quei monti, ma il più gran numero è composto di tribù indigene e primitive che conservano il loro prisco linguaggio. (vol. sesto, 1831, pp. 70-71)
  • I Giorgiani sono in generale belli, ben fatti ed agili, e non mancano di spirito: la beltà delle loro donne è celebre quanto quella delle circasse, sebbene sieno di tinta meno bianca e di taglia meno snella. (vol. sesto, 1831, p. 72)
  • [Sul regno di Georgia] La Georgia era una monarchia feudale che non poté mai essere consolidata, né perfezionata dai molti principi eccellenti che la governarono. I principi ed i nobili formavano due caste distinte: i primi non pagavano contribuzione di sorta alcuna, ma erano obbligati in tempo di guerra a seguire il re co' loro vassalli; e le liti che insorgevano tra di essi erano decise dal re: i nobili pagavano certe tasse al re ed ai principi, sebbene abitatori di tugurj pure avevano un orgoglio che eguagliava la miseria e l'ignoranza loro. Il popolo viveva nella più assoluta schiavitù ed al pari delle bestie era donato, venduto e dato in pegno. (vol. sesto, 1831, p. 73)
  • Dopo la presa di Costantinopoli molti sacerdoti greci si rifuggirono nella Georgia; la letteratura greca vi fu sparsa, e molte opere scritte in questa lingua furono tradotte in giorgiano: ciò fa supporre che si trovino ancora in questa contrada opere preziose degli antichi tempi. I Giorgiani conservano tuttavia nel loro culto la loro lingua primiera, ma vi si riconoscono molte parole e locuzioni cavate dal persiano, turco ed armeno. (vol. sesto, 1831, p. 75)
  • Qual mai paese sarà più atto della Georgia a far nascere poeti? Non v'ha alcun paese che più di questo somigli all'antica Tessalia, ma la Tessalia non aveva che un'Olimpo e che un Pindo; qui numerosi Olimpi s'innalzano in gruppi verso i cieli; innumerabili Ippocreni cascano d'ogni parte; più lungi roccie sovrapposte ad immense roccie ci richiamano alla memoria i combattimenti de'Titani; qui ogni valle è una Tempe, in cui mille Penei volgono gli spumosi loro fiotti finché sen vanno tranquillando nel mezzo de' prati ed a l'ombra de' boschi. (vol. sesto, 1831, p. 76)
  • Il Giorgiano coltiva solo quel terreno che basta a fornirgli il vitto ed invece di pane ei s'accontenta di un denso brodo di miglio e di carne di porco, ed in ciò consistono tutte le sue vivande: la vena distillata gli somministra una pessima acquavite. Malgrado però questa apparente sobrietà egli è un ghiottone senza pari quando presentaglisi l'occasione favorevole, e tale voracità è accompagnata da una somma impudenza e dissolutezza. (vol. sesto, 1831, p. 77)
  • La renna è un gran benefizio della natura pel ramingo sciagurato del polo artico, ei fa trarre dalle renne la sua slitta, ne beve il latte, ne mangia la carne, si veste della lor pelle; la vescica gli serve di bottiglia, fa filo delle loro budella e dei loro nervi, ne vende le corna, delle quali si fa uso in farmacia. Le renne mentengonsi con poco; un musco che trovano sotto la neve è quasi il solo loro nutrimento, ma esse sono deboli, e fatte quattro o cinque leghe al giorno hanno bisogno di riprendere sovente il fiato. Una samojeda passa per ricchissimo quando possiede cento cinquanta renne: un Tonguso economo ne mantiene fino a mille, ed un Coriaco molte migliaja. (vol. sesto, 1831, p. 188)
  • La Siberia è dopo l'America settentrionale e l'Africa meridionale il più vasto parco di caccia che siavi sul globo. (vol. sesto, 1831, p. 189)

BibliografiaModifica

  • Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno o Storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni provata con monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni, edizione seconda riveduta ed accresciuta, Europa volume terzo, Firenze, 1827. [1]
  • Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno o Storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni provata con monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni, terza edizione, Europa volume quinto, Torino, 1832. [2]
  • Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno o Storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni provata con monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni, Europa volume sesto, Firenze, 1825. [3]
  • Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno o Storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni provata con monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni, Asia volume sesto, Livorno, 1831. [4]
  • Giulio Ferrario, Il costume antico e moderno o Storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni provata con monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni, Europa volume settimo, parte seconda, Firenze, 1832. [5]

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