Mario Soldati

scrittore e regista italiano

Mario Soldati (1906 – 1999), scrittore, sceneggiatore e regista cinematografico italiano.

Mario Soldati

Citazioni di Mario SoldatiModifica

  • A Catania, prima tappa, arriviamo di notte, in aereo. L'Etna è in eruzione. Vediamo, dai finestrini, sul fondo completamente nero della montagna, scendere srotolandosi un enorme serpente luminoso, un fiume spesso di lava rovente e bollente, vermiglia, gonfia, globosa nel suo procedere, e con volute e strie, più luminose ancora ma di colore arancione o addirittura giallo. È uno spettacolo affascinante.[1]
  • Alida Valli? Era bellissima e brava. Aveva temperamento e cuore, talento e bontà. Aveva tutte le virtù possibili. E tutti i vizi, per fortuna.[2]
  • C'è il pettegolezzo, di cui si dice tanto male; ma che in fondo è la base della carità, dell'interesse per il prossimo.[3]
  • [...] c'è un'associazione in Francia [...] che auspica, per gli omosessuali, l'abolizione del ridicolo, e il riconoscimento della "parità dei diritti": una specie di nuovo femminismo, che si potrebbe chiamare terzosessismo. Forse hanno ragione, chi lo sa. E forse, un giorno, la spunteranno. Ma che tristezza, quando la spunteranno. Sarà tale la tristezza che, vedrete, non ci sarà più nessun gusto a peccare di questo peccato. E non dovendo più nascondersi, non dovendo più sfidare il ridicolo, tutti, anche i meno tranquilli, capiranno che tanto vale amare le donne.[4]
  • Che cos'è il segreto della Sicilia, della sua estrema bellezza, del suo incanto misterioso e onnipresente? Non c'è alcun dubbio: questo segreto è lo spazio, la grandiosità, la grandezza di tutte le sue strutture, che sono ancora feudali, ad ampie linee, a immensi orizzonti: e mai sminuzzate, mai cincischiate, mai piccolo-borghesi! D'altra parte, come siamo indietro, in Sicilia.[1]
  • Il viaggio è un sentimento, non soltanto un fatto.[5]
  • In gioventù tutti, uomini e donne, cercano di contrastare dentro il loro animo ogni nuova sincera simpatia: quasi la mettono alla prova, anche a costo di soffocarla sul nascere. È un istinto di prudenza e di difesa.[6]
  • L'America non è soltanto una parte del mondo. L'America è uno stato d'animo, una passione. E qualunque europeo può, da un momento all'altro, ammalarsi d'America.[3]
  • La fede in Dio si può averla senza saperlo. Anzi, forse, la si ha solo quando si crede di non averla. La fede si dimostra nell'azione.[7]
  • La vera bellezza ha sempre qualcosa di estremo.[8]
  • [Su Alberto Lattuada] Lo stile, in definitiva, è fatto di sfumature, di minuzie: come lo scatto che distingue il grande campione dell'outsider si riduce, quasi sempre, a una differenza di pochi secondi; o come l'atto che ha valore morale è, quasi sempre, questione di un poco, un pochino più di buona volontà.[9]
  • Marco Bellocchio, quasi certamente, è e sarà un regista di prima, forse primissima grandezza. Pare che abbia soltanto venticinque anni. Ciò che ha saputo fare con I pugni in tasca ha perciò del prodigioso. Già i critici favoleggiano della sua carriera: due o tre anni di Centro Sperimentale, che non sono bastati ad addormentare la sua vitalità padana; e un anno a Londra che, in ogni caso, è bastato a riattivarla.[10]
  • [Su Siracusa] Meravigliosa città che, vergognosamente, non conoscevo ancora! Città fatta di sole, di aria, di mare, e di Grecia antica. Il Duomo è una trasformazione, un adattamento del tempio di Atena, quinto secolo avanti Cristo. La pietra di queste gigantesche colonne doriche, e di tanti altri templi, chiese, palazzi, monumenti, muri della città, è una pietra chiara, calda, porosa, luminosa: come impastata di miele, indimenticabile, particolarissima.[11]
  • Nella mia vita non mi sono mai contraddetto per la semplice ragione che su qualsiasi cosa ho sempre avuto due opinioni: la mia e il suo contrario.[12]
  • Non sempre chi trionfa merita e chi merita trionfa.[8]
  • Per ora la Sicilia ci sembra il paese più bello del mondo, ma al patto di essere baroni.[1]
  • Quando vinceva la Juve vinceva la storia.[13]
  • San Donà è in provincia di Venezia. Veneziani, gran signori. E le immense distese di vigneti, di qua e di là dal Piave, danno l'impressione, fin dal primo colpo d'occhio, di un'abbondanza, di un rigoglio, di una miracolosa ricchezza.[14]
  • Tutti siamo nati per morire, già nella culla il momento della condanna è deciso.[15]
  • Tutto il mondo soffre di avere perduto la religione. E quasi tutta la poesia di oggi non è, in un modo o nell'altro, che il rimpianto di una religione perduta.[16]
  • Usciamo nella notte tiepida e profumata. Profumi, essenze degli agrumeti intorno, purificatemi voi! O stelle, o cielo, o delizioso clima di Sicilia! Perché, a volte, andiamo a cercare l'Oriente, il Medio oriente, l'Atlante, il Peloponneso, Rodi, Cipro, Acapulco, le Bermude e Trinidad? Giuro: mi sento, mi so, mondo da sciovinismo, parlo per convinzione oggettiva: abbiamo in Sicilia tutto quanto fa al caso e non lo sappiamo e, a volte, per snobismo, andiamo in tutti quegli altri luoghi, ci andiamo forse soltanto per épater chi ci ascolterà, nella cerchia dei navigli, alle riunioni mondane e invernali.[17]

24 ore in uno studio cinematograficoModifica

  • L'artificio, sempre, è alla base del cinematografo. Ma non bisogna prendere questa parola in cattivo senso. Se i risultati sono buoni, l'artificio è, senz'altro, sinonimo di arte. Arte, cioè istinto ma anche lavoro, preparazione, pazienza, coscienza e intelligenza. (p. 25)
  • Ogni scena, specialmente ogni scena lunga e importante, è in un certo senso un rischio, un'avventura, una cosa che può fallire e può riuscire, un dado che si getta. Innumerevoli elementi possono pregiudicare la riuscita. Tutto, recitazione, azione, ripresa fotografica, ripresa sonora, può andare alla perfezione, e, ciononostante, essere lavoro inutile se una sedia ha scricchiolato, se qualcuno ha starnutito, se una lampadina ha oscillato, se è rimasto inciso sulla colonna sonora il lontano cigolio di una porta. (p. 32)
  • Chi assiste per la prima volta a una ripresa cinematografica comincia a credere impossibile che un bel momento si giri davvero. Eppure la lavorazione di un film procede sempre e soltanto così, lentissima, esasperante, snervante, di interruzione in interruzione, di attesa in attesa, e talvolta per una sola battuta detta in un attimo da un solo attore, quaranta uomini debbono lavorare come dei forsennati per tre o quattro ore. (pp. 41-42)
  • Non deve stupire che di solito il Direttore sia l'unico, fra tanti, agitato, nervoso, o, nei casi migliori, l'unico che sembri prendersela a cuore per ogni ritardo, incaglio, incidente di cui la lavorazione di un film è sempre piena. Il solo Direttore ha, di fronte ai finanziatori, la responsabilità di portare a termine la lavorazione di un film entro un prestabilito numero di giorni. Gli altri collaboratori, invece, hanno addirittura un interesse contrario: perché, fino a un certo punto e se sanno farlo con furbizia, più sbagliano, più fanno adagio, e più guadagnano: gli operai col pagamento delle ore straordinarie, gli attori con un prolungamento del contratto di lavoro. [...] La lavorazione di un film risulta così, da una parte una specie di lotta tra il Direttore e i suoi collaboratori: e dall'altra, una lotta fra i finanziatori e il Direttore. (pp. 46-47)
  • Conviene tener presente una cosa essenziale: il cinematografo talvolta è arte, ma è sempre industria. (p. 47)
  • Non v'è, si può dire, attività umana, dalla più spirituale alla più materiale, non v'è arte, meccanismo, scienza, esercizio che sia escluso dal cinematografo. (p. 51)
  • [...] la lavorazione cinematografica: così zeppa d'interruzioni, complicazioni, incidenti impreveduti e imprevedibili, che a molti, specialmente i primi mesi o i primi anni che vi si dedicano, non pare neanche lavoro: ma quasi un continuo divertimento. (p. 52)
  • Certo uno non si stanca del cinematografo perché sia un lavoro monotono; ma perché è un lavoro terribilmente faticoso, e, soprattutto, esclusivo: nel senso che chi fa del cinematografo non ha né il tempo né la voglia di fare altro. (p. 52)
  • Intorno a un film vediamo spesso occupati, dal mattino alla sera, con meraviglioso accanimento, ragazzi per natura pigri e oziosi, ragazzi che fino al giorno in cui entrarono a far parte di una troupe cinematografica avevano vissuto come potevano, ma non si erano mai rassegnati a lavorare. Al cinematografo soltanto si adattarono: perché nonostante la smisurata fatica [...] il cinematografo non ha appunto nulla del lavoro, del dovere: è vario e complesso come la vita medesima. (p. 52)
  • L'inquadratura [...] è per il regista quello che è la grammatica per lo scrittore, il solfeggio per il musico, il disegno per il pittore. (p. 59)
  • L'attore, in tutti i paesi e le epoche, resta sempre un attore anche quando è fuori dalla scena o dal teatro di posa. [...] Non esistono uomini la cui professione sia più facilmente riconoscibile, a colpo d'occhio, incontrandoli nella vita. E si capisce. La loro professione è di lavorare, di creare con la propria persona: coi propri occhi, col proprio viso, colla propria voce, colle proprie movenze, col proprio corpo. La loro persona è lo strumento del loro mestiere. Inevitabile che questa persona porti il segno del continuo sfruttamento. (p. 70)
  • Il cinematografo è un mestiere che lascia troppo poco tempo, e troppo poca libertà, perché coloro che vi si dedicano vivano in un altro ambiente da quello cinematografico. Gli attori e i mestieranti del cinematografo vivono per conto loro, in un cerchio chiuso. (p. 71)
  • Non v'è ambiente più duro, scanzonato, affaristico, di quello cinematografico. Non ci sono donne meno sentimentali, meno sensibili (parlo di sensibilità umana, non di sensibilità artistica) delle dive. (p. 74)
  • Il denaro, e il lavoro: nei casi migliori, l'arte: ecco che cosa troverete in fondo alla società cinematografica. Null'altro. (p. 74)
  • La vita libertina degli ambienti cinematografici è una nostalgica invenzione dei bravi papà e delle brave figliole. (p. 75)
  • Ogni epoca ha i suoi gusti, le sue inclinazioni e manie e malattie predominanti. In Italia, l'epoca umbertina amò l'opera di un amore violento, cieco, ridicolo, patologico. Il dopoguerra soffre, tra l'altro, di due nuove malattie: il tifo sportivo e la mania del cinematografo, che chiameremo per brevità filmopatia. (p. 92)
  • Il mito del cinema, come qualunque altro mito, si dissolve per chiunque lo accosti sul serio. Se trovate un regista filmopatico, e cioè un regista entusiasta, «imballato» del proprio lavoro e del cinematografo in generale, dite pure che egli è negato a quest'arte, e non sbaglierete. (p. 95)
  • Autorità è la prima e indispensabile qualità di un direttore cinematografico. [...] Il cinematografo è prima industria, e poi arte. Il direttore deve essere prima «sergente», e poi artista. Troverete – è vero – molti direttori che non sono artisti, ma soltanto sergenti. Ma non troverete un solo vero e bravo direttore che non sia sergente, e soltanto artista. [...] Un regista sensibilissimo, genialissimo ecc. ma senza autorità non può essere un vero grande regista. (pp. 105-106)
  • Se volessimo paragonare l'arte del cinematografo alle altre arti, diremmo che i collaboratori – attori, operatori, operai, ecc. – sono per il direttore quello che i pennelli, i colori, la tela per un pittore, le parole le rime i concetti per uno scrittore, le note i timbri i ritmi per un musico. Materia cioè con la quale l'artista crea. Materia che l'artista ama, e odia insieme: ch'egli combatte e per mezzo della quale combatte: nemico e insieme arma di quell'intima guerra che è il processo di creazione artistica. (p. 106)
  • Autorità e comunicativa: ecco le due essenziali qualità pratiche che deve possedere il regista. Per autorità intendiamo quell'imponenza, quella fermezza e quel vigore militaresco del tratto che incutono in tutti i collaboratori un assoluto rispetto del direttore, e ottengono una pronta, cieca esecuzione degli ordini. Per comunicativa intendiamo quella simpatia che, senza pregiudizio alcuno dell'autorità, il direttore deve suscitare intorno a sé: quel calore, quel consenso, quel piacere nell'obbedirgli e, quindi, quella facilità e prontezza e giustezza con cui tutti lo capiscono. (pp. 106-107)

La borsa di coccodrilloModifica

  • [Sulla chiesa di San Giovanni di Pré] Preferisco verso il porto, perché, da quel lato, affacciandomi a qualunque finestra, di giorno o di notte, posso vedere il campanile romanico, i tetti di ardesia e l'abside di una certa chiesa. E questa chiesa, a non più di venti metri di distanza, stretta e come incastrata fra le vecchie case, mi commuove in modo particolare. [...] Anche due ore fa, appena arrivato; anche adesso, se mi alzo dallo scrittoio e vado alla finestra: vedo, al riflesso delle pubblicità luminose di Principe, tra i tetti, le mura e i cortili delle umili costruzioni che si addossano intorno da ogni parte, quelle forti forme di pietra grigia e scabra, il grosso campanile a trifore, soprattutto l'alta, massiccia cuspide ottagonale che lo sovrasta. E resto incantato, lungo tempo, a guardare. Né so staccarmi dalla finestra se non quando il vento duro e freddo (quel vento di altomare che, da novembre a marzo, è quasi l'anima di Genova) mi sorprende con un brivido. (pp. 109-110)
  • La chiesa [di San Giovanni di Pré] era lì, precisa, massiccia, e allo stesso tempo misteriosa: come un rimprovero cupo, inespresso: come un messaggio confuso, sgradevole, sinistro, che non avessi il coraggio di decifrare. (p. 111)
  • [Sulla chiesa di San Giovanni di Pré] Dicevano Messa, in quel momento, all'altar maggiore. E l'altar maggiore era, naturalmente, in fondo alla Chiesa, di faccia all'ingresso, al centro di un'altra abside. Dunque, un esempio strano, se non unico, di una chiesa con due absidi. Gli altari e le decorazioni erano di stile barocco. Tuttavia, l'effetto generale dell'interno era severo, solenne; era, soprattutto, di una vastità che all'esterno non avevo sospettato. Il pavimento di pietra, pulitissimo. Il noce degli inginocchiatoi luccicava. E brillavano qua e là, ai raggi del sole mattutino che penetrava dagli alti finestroni, le targhette d'ottone coi nomi delle famiglie. (p. 113)

La messa dei villeggiantiModifica

  • Il rimorso non è mai per azioni che abbiamo commesso o che non abbiamo commesso; non è per ciò che facciamo; bensì per ciò che fummo, siamo e fatalmente saremo: non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro. (Disco rosso)
  • Il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra. (Il vino di Carema)
  • Ogni passione veramente profonda contiene in sé il suo contrario.
  • Quando riusciamo a vedere la bellezza, essa è sempre perduta. (Disco rosso)

Le lettere da CapriModifica

IncipitModifica

Passavo per via Margutta, un mattino di primavera, l'anno scorso.[18]

CitazioniModifica

  • L'umiltà è quella virtù che, quando la si ha, si crede di non averla.
  • Ognuno fa tutto il bene e tutto il male che può.
  • Siamo forti contro le tentazioni forti. Contro le deboli, deboli.

Regione reginaModifica

  • Ogni volta che torno a Genova, mi stupisco e mi chiedo, scherzosamente, che bisogno possa aver sentito il Piemonte di conquistare l'Italia mentre aveva già la Liguria. Tutto ciò che di italiano manca a Torino, ce l'ha, e ce l'aveva, Genova. (p. 3)
  • [...] adesso ancora, tal e quale come da bambino, tutte le volte, appena odo quella strana, forte, veloce, inquieta, sibilante, sferzante, insinuante cadenza piena di u e di i, mi sento rimescolare il sangue. La cadenza genovese serpeggia come una frusta e come la via di Pré: oscura, invita alla vita, odorosa e fetida evoca il mare e i porti di tutto il mondo... (p. 7)
  • Adagio, partendo dalle Fontane Marose, faccio tutta via Garibaldi, via Cairoli, via Balbi. A destra e a sinistra, uno dopo l'altro, i colossali portoni, gli atri, gli altissimi cortili degli antichi palazzi, testimoni ancor vivi di ricchezza, di potenza e di gloria.
    La strettezza dell'area obbligò gli architetti, naturalmente aizzati dalle famose famiglie rivali, a salire; a sviluppare verticalmente i loro disegni; a raddoppiare e triplicare, l'uno sull'altro, porticati e colonnati; a soddisfare, sfuggendo verso l'alto, questo bisogno di grandiosità. Anche il colore: fasce e lesene rosse su fondi gialli, o viceversa, e le persiane verdi, e il bianco e il rosa delle logge più alte: anche il colore ha questa funzione, di liberare in qualche modo gli edifici dall'angustia in cui sono costretti.
    E il risultato è quello che è: di sproporzione, di esagerazione, di follia: ma soprattutto di vita, di allegria. (p. 21)
  • Comunque, è il più fantasticamente violento complesso architettonico che io conosca: come la creazione di una seconda natura. E penso a un genovese nato e vissuto in questa parte della città, ma non colto, non particolarmente istruito: un artigiano, un usciere, un impiegato che abbia fatto soltanto le elementari, tutt'al più le medie: penso a quest'uomo, come deve aver assorbito, senza accorgersene, la follia e l'umorismo, la grandiosità e la gioia, la violenza e l'intelligenza di un'architettura così speciale. (pp. 21-22)
  • Non so perché: forse per il colore bianchissimo e l'asperità delle pietre, la Porta Soprana di Sant'Andrea, che chiude il quartiere più antico della città, ha una forza, un'evidenza, una terribilità per cui resta nella memoria come se fosse molto più alta dei vicini grattacieli: mentre, in realtà, è molto più bassa.
    Al confronto, perfino i palazzi rinascimentali di via Garibaldi scompaiono. In altre parole, davanti alla Porta Soprana, si capisce subito, senza possibilità di dubbio, che l'apogeo della potenza genovese è tutto medievale: dei due secoli che vanno da Guglielmo Embriaco alla diarchia di Oberto Doria e Oberto Spinola. (pp. 22-23)
  • [Sulla farinata] Saper descrivere il suo sapore! Granoso, morbido, vellutato; appena dolce, appena salato; caldo, croccante, appetitoso! È un cibo che i competenti chiamano «umile», e forse disprezzano: perché costa poco. Ma se, improvvisamente, i ceci diventassero rari, bisognerebbe convenire che la «fainà» è più raffinata della fonduta o di una mousse de jambon. (p. 23)
  • Tutte le volte che vengo a Genova, mi dico che è la più bella città del mondo. E mi chiedo perché non ci vivo, sebbene, dal primo momento, ormai lontanissimo, in cui l'ho vista, non abbia mai desiderato altro. (p. 24)
  • [...] Genova, pur avendo una fisionomia così particolare, assomiglia un poco, pezzo per pezzo, a tutte le città italiane. Ha vie colorate come Palermo, lungomare come Napoli e Bari, calli come Venezia, colline come Ancona, monumenti come Roma e Firenze, animazione come Bologna, industrie come Milano, quartieri ottocenteschi come Torino.
    Tutta l'Italia, ormai, e tutte le epoche della storia italiana si sono riversate intorno al vecchio centro medievale di Genova. L'antico e il nuovo; il sud e il nord; il mare e il monte; il clima, che è mediterraneo, e il gruppo etnico dominante, che è ligure.
    Ed è ligure, è genovese, perfino il senso più moderno e più vivo del nostro Risorgimento: l'idea repubblicana. (p. 25)
  • Vertigine dei neri e giganteschi voltoni del ponte di Carignano, visti dal sotto in su, attraverso questa città di macerie [...] (p. 138)
  • Mi conduce ad ammirare il campanile di Santa Maria in Passione, svettante su una montagna di rovine e macerie, sgretolato e sublime, bello di una bellezza misteriosa, che nessuna fantasia di architetti potrebbe mai eguagliare. (p. 138)
  • E come mai a Genova, proprio Genova, così moderna in altre manifestazioni, conserva e tende a conservare ciò che merita di essere conservato? Conosciamo la risposta: Genova conserva anche tante cose che farebbe meglio a buttar via, e dunque si tratta di una saggezza inconsapevole, o addirittura involontaria. E con questo? Perché non «una saggezza magica»? Perché non riconoscere il bello e il buono dove c'è? (p. 141)

Incipit di alcune opereModifica

La contessa dell'isolaModifica

L'estate scorsa, sul finire della mattinata, tornavo a Tellaro con un diesel da noleggio. La sera prima, in un albergo di Torre Pellice, avevo partecipato a una grandiosa riunione della mia famiglia, circa centoventi discendenti, per due terzi francesi e per un terzo italiani, il più piccolo nato pochi mesi prima, il più vecchio novantasei anni, e tutti apparentati o almeno cugini, che insieme rappresentavano ben quattro generazioni.

La sposa americanaModifica

Non so perché in quel momento mi voltai.
Vedevo, a breve distanza davanti a me, gli spessi ricami d'oro e il damasco bianco della pianeta del vecchio sacerdote, il suo volto magro e acceso, lo sfavillio inquieto delle sue piccole pupille nere, e la Madonna Nera nella nicchia d'oro al centro dell'altare, tra le fiamme rossastre dei ceri, alte e ondeggianti. L'antica Madonna di legno nero veniva dall'Oriente, si diceva fosse opera di San Luca. Ero stato educato in un collegio di gesuiti e conoscevo tutti i particolari di quanto si svolgeva davanti a me: ma solo allora pensai che anche quei paramenti, quell'addobbo, quel rito erano antichissimi e venivano dall'Oriente, forse avevano sempre un potere magico e spaventoso, soprattutto per uno, incerto della propria sorte, che li guardava come li guardavo io. Mettermi una mano davanti agli occhi? Pregare o fingere di pregare come avevo visto fare tante volte da uno sposo durante la cerimonia? Ma già il vecchio sacerdote sillabava la formula sacra e definitiva. Pochi attimi dopo era il momento del Sì.

Citazioni su Mario SoldatiModifica

  • Confesso di non essere mai riuscito, prima di oggi, a leggere per intero un libro di Mario Soldati, e l'ostacolo era sempre uno solo: la sottigliezza. Certo, anche Proust, per esempio, è sottile, ma si ha sempre l'impressione che lo è perché non può farne a meno, perché le cose e gli uomini sono così, tanto più nel riflesso esasperato della memoria. Invece la sottigliezza di Soldati è programmata, è una manifestazione dell'onnipotenza del soggetto, ciò che non torna, poiché l'onnipotenza cerca naturalmente la semplicità. È la resistenza dell'oggetto che crea le complicazioni. [...] Qui la sottigliezza è tutta nel soggetto, che si compiace della sua immensa acutezza e della sua pressoché totale capacità di risolvere i problemi più ardui. [...] Il risultato è che il narratore diventa più importante della storia narrata. Diavolo d'un uomo! Se non fosse già Mario Soldati, meriterebbe di esserlo. (Cesare Cases)
  • Credo che Mario Soldati sia stato uno dei maggiori raccontatori italiani del nostro Novecento e, insieme, l'unico romanziere italiano davvero anglosassone. (Giorgio Montefoschi)
  • Gli scrittori Mario Soldati (PSI) e Gianni Brera (PSI) sono stati trombati [non sono stati eletti]. Peccato. Il Parlamento era l'unico posto in cui, dovendo parlare per gli altri, forse avrebbero finalmente taciuto. (Indro Montanelli)
  • Qui | riposa | Mario Soldati | padre | figlio | autore | regista | interprete | di | Mario Soldati. (Indro Montanelli)
  • Viaggiare ordina i significati, illumina il profilo delle cose e tiene insieme la complessità: è, in fondo, una delle lezioni di tutta la filmografia e della televisione di Soldati, spirito inquieto che in vent'anni di cinema ha viaggiato nel tempo, nella storia, nei generi e negli stili componendo un mosaico tra cubista e il surreale che però, considerato a distanza, dal punto terminale della sua parabola, somiglia a un affresco perfettamente coerente e compiuto di un quarto di secolo di storia, cultura e passioni italiane. (Luca Malavasi)

NoteModifica

  1. a b c Citato in Mario Soldati un viaggio alla scoperta della Sicilia, la Repubblica, 17 novembre 2006.
  2. Citato in Liliana Madeo, Alida delle passioni, La Stampa, 10 giugno 1991.
  3. a b Da America, primo amore, Garzanti.
  4. Da Il nuovo femminismo, L'Espresso, 25 marzo 1956.
  5. Da Un viaggio a Lourdes, Sellerio, 2006.
  6. Da La sposa americana, Mondadori.
  7. Dall'intervista in Roberto Gervaso, La mosca al naso, Rizzoli, 1980, p. 107.
  8. a b Da Fuori, Mondadori.
  9. Citato nella prefazione a F. M. De Sanctis, Alberto Lattuada, Guanda, 1961.
  10. Da un articolo su Il Giorno, 28 dicembre 1965; citato in Antologia critica, ilcinemaritrovato.it.
  11. Citato in Il viaggio in Sicilia di Mario Soldati, La freccia verde.it, 30 ottobre 2013.
  12. Intervista di Tullio Kezich, Corriere della Sera. Citato in Cesare Lanza, Mister No, Pellegrini Editore, 2006, p. 121. ISBN 8881013665
  13. Citato in Francesco Velluzzi, Addio Soldati, cuore juventino, la Gazzetta dello Sport, 21 giugno 1999.
  14. Da Vino al Vino, Mondadori, Milano, 2006, p. 286.
  15. Da Rami secchi, Rizzoli.
  16. Da La casa del perché, Mondadori.
  17. Da Vino al vino, con la collaborazione di Bruno Falcetto, Edizioni Mondadori, 2010, Primo viaggio, autunno 1968, p. 40. ISBN 8852013555
  18. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

BibliografiaModifica

  • Mario Soldati, 24 ore in uno studio cinematografico, Sellerio, Palermo, 1985.
  • Mario Soldati, La borsa di coccodrillo, in Storie di spettri, Arnoldo Mondadori Editore, II ed., 1964.
  • Mario Soldati, La contessa dell'isola, in Nuovi racconti del maresciallo, prefazione di Giorgio Montefoschi, Edizioni del Corriere della sera, 2003.
  • Mario Soldati, La messa dei villeggianti, Mondadori.
  • Mario Soldati, La sposa americana, Mondadori, Milano, 1977.
  • Mario Soldati, Regione regina, Editori Laterza, 1987.

FilmografiaModifica

Altri progettiModifica