Domenico Quirico

giornalista italiano

Domenico Quirico (1951 – vivente), giornalista italiano.

CitazioniModifica

  • [Su Abebe Bikila] I cronisti in cerca, chissà perché di inutile colore, si inventarono che correva scalzo perché la sua federazione non aveva i soldi per comprarle, le scarpette, agli atleti. Eccola la solita Africa come la vediamo noi, miserabile, pezzente, fuori dalla Storia, animalesca. E invece le scarpette le aveva, Bikila, ma aveva deciso di gettarle via perché ne imprigionavano la corsa libera e apparentemente senza sforzo, di pastore delle ambe e degli altopiani.[1]
  • Era Bikila un soldatino dell’imperatore Haile Selassie, che sembrava un eroe buono, l’uomo che aveva resistito a Mussolini e aveva perdonato gli italiani invasori. Non sapevamo ancora che era un tiranno sanguinario, subdolo e calcolatore. L’ennesimo tradimento dell’Africa, altri sono seguiti anche peggiori. Bikila con quella vittoria senza scarpe l’ha aiutata almeno quanto Adua, il terzomondismo e Mandela: gli ha insegnato che può vincere, gli ha lasciato in eredità un mito, quello dei suoi atleti invincibili e scalzi a cui gli dei dell’aria e della terra hanno risparmiato il peccato della fatica. Tutto con i suoi piedi nudi esibiti nella prima Olimpiade dell’era della televisione. Millenovecentosessanta: proprio l’anno in cui si ammainavano gli imperi.[1]
  • Con i migranti non bisogna fare domande, è la polizia che fa domande: bisogna ascoltarli, parlare. Se fai domande ti risponderanno che qui tutto è magnifico, che sono felici, che la gente è buona. Ne trovi a centinaia di migranti che ti parlano così, è umano, è normale. È parlando a se stesso che il migrante si confessa, non a te occidentale, straniero, infedele. Hanno tutti una storia che dividono con innumerevoli sconosciuti, le cui figure tragiche e i gesti disperati si susseguono senza mai scomparire del tutto. La mutilano, la truccano la loro storia; ma sfigurarla non è per loro l’unico modo per non riconoscerla più?[2]
  • Lo sviluppo dell’Africa lo si finanzia, con grancassa e trombette, dagli Anni 60 ovvero dalla data delle finte indipendenze. Con milioni di dollari. L’unica cosa che si è sviluppata è l’ammontare dei conti in banca di presidenti dittatori rais soperchiatori in uniforme o boubou e delle camarille etniche, tribali e parentali che hanno gestito questi Stati in modo refrattario a ogni equazione di etica e diritto. Eccoli i produttori di migranti! Per carità![3]
  • I nostri amici in Africa sono i banditi da cui i migranti cercano di fuggire per non morire di fame e di corruzione. [...] Invece di pagare i ladri, in Africa dovremmo finanziare le rivoluzioni.[3]

Da Il racconto di Domenico Quirico - La prigionia lunga 152 giorni

La Stampa, 10 settembre 2013

  • La Siria è il Paese del Male; dove il Male trionfa, lavora, inturgidisce come gli acini dell’uva sotto il sole d’Oriente. E dispiega tutti i suoi stati; l’avidità, l’odio, il fanatismo, l’assenza di ogni misericordia, dove persino i bambini e i vecchi gioiscono ad essere cattivi. I miei sequestratori pregavano il loro Dio stando accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?
  • Siamo arrivati ad Al Qusayr con un convoglio di rifornimenti della stessa Armata siriana libera, un lungo viaggio nella notte a fari spenti passando sulle montagne perché il regime controllava la strada. Siamo stati bombardati da un Mig vicino a un Ticunin, un mulino dell’epoca bizantina. Eravamo sul fiume Oronte, in una zona in cui nella storia gli imperi si sono costruiti ma si sono anche sgretolati. Lì si è combattuta la battaglia fra Ramses II e gli Ittiti. Lì la storia è ovunque, nelle colline, nelle pietre. La città era già devastata e distrutta dai bombardamenti dell’aviazione e così la sera successiva abbiamo deciso di tornare dal luogo in cui eravamo partiti per sapere se era possibile intraprendere il viaggio verso Damasco. fidati. Invece probabilmente sono stati loro a tradirci e a venderci. All’uscita della città siamo stati affrontati da due pick-up con a bordo uomini con il viso coperto. Ci hanno fatto salire sui loro mezzi, poi ci hanno portato in una casa e ci hanno picchiato sostenendo di essere uomini della polizia di regime. Nei giorni successivi invece abbiamo scoperto che non era vero, perché erano dei ferventi islamisti che pregavano cinque volte al giorno il loro Dio in modo flautato e dotto.
  • I qaedisti in guerra fanno una vita molto ascetica e sono dei guerrieri radicali, islamisti fanatici che si propongono di costruire uno stato islamico in Siria e poi in tutto il Medio Oriente, ma nei confronti dei loro nemici - perché noi, cristiani, occidentali, siamo loro nemici - hanno un senso di onore e di rispetto. Al Nusra è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche degli americani ma sono gli unici che ci hanno rispettato.
  • Dopo il primo giorno di marcia questo Abu Omar era seduto come un pascià sotto un albero circondato dalla sua piccola corte di guerriglieri. Mi ha chiamato perché voleva che mi sedessi accanto a lui, voleva fingere di essere nostro amico per ingannare un po’ anche la gente che era lì intorno e che si chiedeva chi fossero questi due occidentali malvestiti e distrutti dopo due mesi di prigionia. Gli ho chiesto il telefono per chiamare casa, dicendo che i miei probabilmente pensavano che io fossi morto e che stava distruggendo la mia vita, la mia famiglia. Lui rideva. E mi mostrava il suo telefonino mentendo e dicendo che non c’era campo, che non si poteva telefonare. Non era vero. In quel momento un soldato dell’Esercito siriano libero, ferito alle gambe, ha tirato fuori dalla tasca dei suoi pantaloni un telefonino e me l’ha dato davanti a lui. È stato l’unico gesto di pietà umana che ho ricevuto nei 152 giorni. Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione. Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male.
  • Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, nel mondo occidentale, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.
  • Il nostro valore era quello di una mercanzia. Non si può distruggere la mercanzia, se no si rischia di non ottenere più il suo prezzo. E ti senti veramente come un sacco di grano, un oggetto che vale in quanto vendibile. Ti possono prendere a calci ma non ti possono ammazzare perché se ti guastano troppo, o definitivamente, non ti possono più vendere. È l’orribile legge dell’ostaggio.
  • Io sono stato cinque mesi senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. E poi l’impossibilità di fare tutte le cose che costituiscono la vita: camminare, muoversi, incontrare altre persone, scrivere leggere, guardare il paesaggio, sognare di fare delle cose che poi magari non fai, che sono il tuo modo di vivere. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo.
  • Per ridere di noi i nostri carcerieri ogni tanto ci dicevano «due o tre giorni, una settimana, e poi via liberi in Italia» per vedere poi la nostra disperazione... perché aggiungevano una parola... Inshallah... che è il loro modo di mentire senza avere il senso di mentire, inshallah, è successo... Dicevano continuamente «bukrah» che vuole dire domani... poi l’indomani non partiva nessuno. Un gioco veramente crudele, ma negli ultimi tempi quando ci dicevano così noi a nostra volta rispondevamo: «inshallah...» per far capire che avevamo capito.
  • La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere.È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito.

Da Ruanda, vent’anni dopo

Sul genocidio del Ruanda, La Stampa, 6 aprile 2014

  • Venti anni fa tutto cominciò con un delitto di Stato. Il Falcon del presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana, reduce da un vertice di capi di Stato in Tanzania con equipaggio francese e a bordo il presidente del Burundi Ntaryamira, fu colpito da un missile quando era ormai in fase di atterraggio a Kigali. Nessuno si salvò. Passarono poche ore e tutto il Ruanda cominciò a grondare sangue. Negli spasimi di una lunga tragedia etnica i fratelli nemici hutu e tutsi si sbranavano da secoli per un paradiso terrestre. La morte del presidente, un hutu, fu come il segnale atteso della ennesima resa dei conti. Perché tutto era stato preparato con metodo: gli elenchi di chi doveva essere ucciso, i magazzini con le armi comprate grazie a un sollecito prestito di una banca francese (Parigi era la grande alleata degli hutu al potere), gli estremisti huti erano in attesa dell’ordine, pronti, frementi, gonfi di birra e di odio.
  • Fu una notte di san Bartolomeo che durò cento giorni. Poco a poco gli assassini cominciarono a scarseggiare di pallottole, allora tirarono fuori i coltelli le lance i «masu», i bastoni cosparsi di chiodi. Si videro assassini che braccavano le vittime impugnando un cacciavite, un martello, il manubrio di una bicicletta. Un massacro autarchico e ferocemente minuzioso, fino all’ultima goccia di sangue. Vicini di casa che fino alla sera prima incontravano le vittime per i piccoli riti della quotidianità, un saluto un dono un pettegolezzo, suonarono all’uscio e cominciarono a colpire con i machete. Miti insegnanti andarono alla ricerca dei colleghi colpevoli di essere tutsi e li massacrarono con la furia di killer professionisti.
  • L’occidente, filisteo, mellifuo, fece scorrere i giorni del massacro, gli avvertimenti, le urla di aiuto: sono africani, poveracci, hanno solo coltelli e bastoni per confezionare un genocidio ci vuole altro, il taylorismo della morte, l’industrializzazione dell’omicidio, l’asettica efficienza delle camere a gas dove assassino e vittima non si toccano, non si vedono, si schiacciano bottoni anonimi, si manovrano leve apparentemente neutre. E invece il segno sicuro del materializzarsi di questa terribile invenzione semantica, genocidio, è il senso oscuro che l’uomo ha superato la frontiera del Bene e del Male e si era avventurato su sentieri senza ritorno: ovvero gli assassini erano completamente privi di rimorsi e le vittime non si ribellavano, gli uni lavoravano di coltello sulla carne dei loro simili senza che nulla li turbasse e gli altri offrivano il collo alla lama come se fosse da tempo immemorabile nel loro destino. Venti anni dopo le immagini di quella tragedia non sono ricordi ma figure che davanti a noi si muovono, vive, presenti, la realtà così come è, tremenda, in ogni secondo, e con i più la risultanza, il grumo, la verità, la farina passata al sottile setaccio di tanti anni.

Da L’infinita, testarda pazienza con cui l’Afghanistan ha sconfitto gli inglesi, i russi e gli americani

Tempi.it, 25 maggio 2014

  • L’Afghanistan sfugge alla presa dell’Occidente. Sempre. Ci sfinisce con la sua inesauribile usura. È sfuggito agli inglesi, quando ancora non meriggiava l’isola-impero, malgrado il vento della decadenza scuotesse già la buona vecchia Europa, assopita nell’equilibrio delle impotenze. Quando gli imperi nascevano così, da questa avida conquista delle ‘‘distanze” e del ‘‘denaro’’. È sfuggito ai russi la cui violenza era legittimata dagli immancabili destini della via rivoluzionaria. E invece, ancora una volta, quell’armata di stracci li ha costretti a ritirarsi. E infine, sì, anche gli americani... Tredici anni son passati e si prepara un’altra ritirata. L’invasione, i miliardi di dollari spesi, gli eserciti privati e le nuove tecnologie: polvere. Non hanno permesso di contenere né i talebani né la minaccia che ormai si incarna nella nuova Al Qaeda, ben più ambiziosa e mortifera di quella immaginata dall’emiro del terrore.
  • L’Afghanistan non vince i suoi vincitori con il fascino della propria civiltà come faceva la Grecia antica. Gli inglesi, i russi, gli americani sanno poco o nulla della civilizzazione afghana di cui colgono soltanto gli aspetti esteriori. Né vince il suo vincitore mediante una prepotente forza razziale, genetica, assimilatrice, come i germani con l’impero in decadenza. Vince con la sua infinita, testarda pazienza. Con i grandissimi antri vuoti e silenziosi delle sue montagne, dove gli invasori sono entrati qua e là, sperando di sorprendere il momento di una ripresa, l’attimo vivente di quel mondo sottinteso. Ma sempre la loro curiosità è rimasta delusa. Vinti, cacciati, sì, dal silenzio.
  • Sono cresciuti quelli di questa generazione all’ombra della guerra contro i russi e poi c’è stata la guerra tra i signori della guerra, e i talebani venuti a tagliar il groviglio inestricabile di sudici interessi; e poi Bin Laden e gli americani. Da un pezzo si erano familiarizzati con la morte e la presenza della morte al loro fianco li ha trasformati. Cominciavano, già ragazzi, a conoscere il prezzo di una vita umana; guardavano già le vite con impaziente malinconia, come se stessero dall’altra parte. Loro, fin dal primo giorno, hanno saputo che sarebbero morti da soli. Sarà questo che rinfacceremo loro quando ritorneremo un’altra volta laggiù?

Da «Ecco perché l’Occidente non capisce l’Isis»

Intervista di Maria Ausilia Boemi, Lasicilia.it, 11 novembre 2014

  • L’Islam è una religione nata in un ambiente naturale terribilmente ostile nei confronti dell’uomo ed è quindi guerriera: il combattere, l’allargarsi, il difendere lo spazio dell’unica religione vera è una realtà fondamentale per l’Islam.
  • La domanda da porsi non è se i jihadisti siano buoni o cattivi musulmani, perché la risposta è molto semplice: loro sono convinti di essere dei perfetti musulmani. Il problema è che la religione - come la razza per i nazionalsocialisti o l’appartenenza al proletariato per i comunisti staliniani - è utilizzata da loro come strumento per dividere il mondo in buoni e cattivi: per i jihadisti, i buoni sono loro che praticano la religione salafita rigorosa. Gli altri sono tutti impuri e quindi il compito che Dio assegna ai jihadisti è quello di eliminare gli impuri che inquinano la società.
  • L’ossessione dell’unità [...] è quello che impedisce, secondo me, ai popoli musulmani di praticare davvero la democrazia: nella mentalità musulmana, il concetto che esistano più verità, e che queste verità si possano scambiare secondo un calcolo numerico, è eresia. Il mondo è tutto concentrato nella cifra uno: un Dio, un libro, un popolo
  • I musulmani hanno fatto tante rivoluzioni - di cui le Primavere arabe sono le ultime - ma tutti questi movimenti rivoluzionari inevitabilmente e rapidamente sono tornati alla casella dell’autoritarismo, del rais, del capo, perché è nella loro identità. La verità è una e allora anche il capo deve essere uno. Per l’Occidente, la democrazia è la legittimazione della confusione, anche se virtuosa, nel senso che nessuno è depositario della formula giusta. Questo per un musulmano è inaccettabile: è il disordine, è un atto contro Dio che è ordine.
  • L’Isis ha messo su un Welfare state. Questo nei giornali non lo scriviamo: pensiamo che a Mosul ci siano bande di assassini che girano per le strade, violentano le donne. Non è così: le prime cose che hanno fatto gli islamisti dell’Isis a Mosul sono state riaprire i forni perché la gente potesse comprare il pane, obbligare i dipendenti pubblici ad andare al lavoro come quando c’era il governo centrale, riaprire le scuole. Questa è gente che vuole restare, non va lì per saccheggiare. E noi continuiamo a pensare che sono una banda di folli criminali che, chissà come, si è impadronita di un territorio grande come la Francia e sta lì, massacra, ruba, uccide. Fa anche quello, però è uno Stato, c’è un’amministrazione.
  • Il califfo non è Bin Laden che stava nascosto nella grotta. Questa è una cosa completamente nuova: c’è una frontiera di due Stati che è stata disintegrata, creando una frontiera nuova che nelle carte geografiche non c’è. Le carte geografiche del mondo oggi sono false. La grande trovata pubblicitaria del califfato è stato dire: "Io sono il califfo, voglio ricostruire il grande califfato del VI secolo". Cosa che Bin Laden non ha mai neanche osato pensare. Questo è pericoloso, perché c’è un progetto, non è la follia di quattro fanatici.
  • Al Qaida e l’Isis sono due cose diverse: Al Qaida è il precursore primitivo di un progetto politico completamente diverso.

Da Intervista a Domenico Quirico

Intervista di Lorenzo Coppolino, Mangialibri.it, 2015

  • [Sullo Stato Islamico] Il modello è quello dell’Internazionale staliniana. C’era un centro della rivoluzione mondiale e poi c’erano vari paesi dell’Europa e del Terzo Mondo, altri punti rivoluzionari coordinati dal centro. È la stessa cosa che sta succedendo con l’ISIS, che si prefigge l’obiettivo di costruire un grande stato totalitario islamico che dovrebbe dispiegarsi nei confini dell’antico califfato del VI secolo.
  • Io non accetto la logica di chi dice che si spenda troppo per salvare una vita umana. Secondo me non si può mettere sullo stesso piano il problema del denaro con la salvezza di una vita umana. Io dico che sia uno dei grandi meriti dello stato italiano, indipendentemente dal colore politico, quello di aver fatto sempre il possibile e talvolta anche l’impossibile per riportare a casa i nostri concittadini.
  • La situazione della Libia può essere condensata in una parola sola: caos. Il caos non è stato creato dall’ISIS ma determinato dal modo in cui si è conclusa la vicenda del regime di Gheddafi e come è stata gestita la situazione successivamente. L’ISIS si serve del caos per imporre il proprio ordine, un ordine brutale ma sempre un ordine.
  • Il mondo senza Gheddafi, Saddam Hussein e Bashar Al Assad - anche se quest’ultimo non è ancora caduto - è senz’altro qualcosa di meglio. Non c’è niente che potrà farmi dimenticare cosa siano stati questi regimi. Coloro che dicono che questi popoli possano essere governati solamente da despoti hanno un punto di vista razzistico e la mia storia personale, che mi ha visto attraversare questi paesi, non può assolutamente condividere questo punto di vista.
  • Saddam Hussein è uno che ha gassato i propri concittadini uccidendoli con le bombe e con il gas, cerchiamo di non dimenticarlo. È uno che alimentato il terrorismo internazionale per decenni, un clown sanguinario e non soltanto un clown. Il problema si è verificato dopo, avendo considerato automatico il passaggio a qualcosa di meglio. La vera colpa è stata aver lasciato questi paesi soli nel momento del disordine, sia in Libia che in Iraq.
  • Il problema di Obama è quello di essere stato eletto sulla base di un rifiuto, cioè sulla base di una promessa che diceva il contrario dei suoi predecessori. Questo l’ha messo in una condizione di obbligo di continuare su questa linea anche quando ciò è controproducente.
  • Assad: furbo. Ha compiuto una grande operazione di mimetismo. È riuscito a passare nel giro di pochi mesi dal rischio di essere bombardato ad aver bisogno anche di una sua reazione contro il terrorismo. Dal suo punto di vista ha creato un capolavoro.
    Obama: malaccorto.
    Saddam Hussein. È morto, mi sembra un po’ impietoso. Comunque è stato un assassino, un personaggio mefitico e micidiale.
    George W. Bush: fino al momento dell’attentato alle Due torri fu un personaggio senza infamia e senza lode, non aveva particolari teorie. È uno dei molti personaggi storici che si sono trovati ad affrontare qualcosa di molto più grande di lui.

Da «Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam»

Intervista di Irma Loredana Galgano, Sulromanzo.it, 2 febbraio 2016

  • Credo in un giornalismo che è un mestiere, non una missione o altro. Una sorta di artigianato che per forza ti deve trasformare, non necessariamente migliorare. Si trasforma nel senso che la realtà lo plasma. Io sono molto diverso da quello che ero venti o dieci anni fa per ciò che ho vissuto e raccontato, che per me sono due cose coincidenti. Una trasformazione dovuta all'esperienza umana non solo professionale, cosa che accade a chiunque svolge questo mestiere con onestà, umiltà e passione. Credo sia questo uno dei problemi del giornalismo di oggi che non è più immerso e a volte sommerso nella realtà ma vive in una mediazione che l'ha reso freddo, indifferente, qualche volta cinico, altre bugiardo...
  • La memoria dei popoli musulmani è la constatazione di una decadenza, di esser stati la civiltà del mondo, esattamente nei secoli in cui il Califfato era al suo apogeo mentre l'Occidente era povero e immerso nelle tenebre di un Medioevo e assai lontano dall'esplodere negli splendori del Rinascimento. Mentre il presente è umiliazione, povertà, divisione e debolezza. [...] La memoria degli occidentali è una visione rovesciata. Il passato non conta nulla e la concezione della Storia e della memoria è quella di un progresso continuo che, con il passare del tempo, ci rende più ricchi, più felici, più affaticati dalle debolezze della natura, dalla nostra condizione di uomini e ci porta, paradossalmente, verso una sorta di immortalità. Questo è speculare rispetto alla memoria dei popoli musulmani. Per loro, per quelli che condividono un certo Islam, è il passato il segreto della condizione umana e trovano il progresso nell'età dell'oro. Per noi invece questo è legato a una visione ottocentesca, ovvero come un qualcosa di inevitabile e immanente.
  • Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam, ne è una parte. Quella oscura, il cuore nero. Se non partiamo da questa amara constatazione non capiremo mai. Il volerlo respingere in territori definibili neutri, come un qualcosa che non appartiene a niente ed è generato dalla follia di un gruppo di uomini è un modo per non capire. Il che non vuol dire che non sia una sanguinaria e criminale epopea. Lo è. Ma nasce all'interno dell'Islam. Al pari delle guerre di religione o della strage di San Bartolomeo. Una sanguinaria e crudele manifestazione del Cristianesimo.

Da Ombre dal fondo – Intervista a Domenico Quirico

Intervista di Alessandro Mantovani, Labalenabianca.com, 11 settembre 2017

  • Il dolore e la violenza ci interessano solo nella misura in cui ci coinvolgono. Abbiamo perso la capacità di soffrire con gli altri o di entusiasmarci, appassionarci e indignarci insieme agli altri.
  • Cosa è l’Occidente? Quando e come lo sentiamo? Possiamo ancora utilizzare questa parola? Noti come abbonda sui giornali, “L’Occidente bombarda…”, “L’Occidente reagisce alle provocazioni di...” e così via. Ma quale Occidente? Questa parola aveva ragione d’esistere perché aveva un contenuto fino a un certo punto della storia del Novecento. Da quel momento in avanti, questo concetto non ha più senso. Insomma, detta brutalmente, tra me, lei e Trump che rapporto c’è? Cosa ci lega? Nulla! Sono più legato all’indigeno che vive in fondo alla foresta del Kenya che a Trump. Allora è chiaro che dobbiamo ridefinire il concetto di Occidente e chiederci se esiste ancora.
  • La Siria è entrata, come la Somalia, in un gorgo di guerra infinito. Gli attori sul territorio, USA, Russia, Bashar, sono diventati i soggetti di un teatrino, i burattini comandati, ormai, dalla guerra stessa, che si autoalimenta generando un ciclo infinito. La guerra in Siria durerà almeno altri quarant’anni senza incontrare una soluzione ed è entrata in questo circolo perché chi poteva ha deciso di non occuparsene, lasciando che il gioco si sviluppasse in autonomia.

Da L'unica cosa che resta a un ostaggio è la sua memoria

Bonculture.it, 17 maggio 2020

  • [Sulla guerra civile in Somalia] A Mogadiscio negli ultimi anni qualcosa è leggermente migliorata, però le autobombe e gli attacchi di al-Shabaab sono molto frequenti e sanguinosi. Nel resto del Paese è difficile dire chi controlla chi.
  • Il gruppo di al-Shabaab assomiglia a un'attività criminale che fa estorsioni e guerriglie contemporaneamente. Hanno contatti molto stretti con altri Paesi e attorno a loro c'è molto denaro. Per loro il denaro del riscatto di Silvia Romano è una goccia nel mare.
  • Per i sequestri dell'Isis il riscatto non ha nessun rilievo perché la parte economica non esiste. Sequestrano persone per ammazzarle, per poter avere l'oggetto di una comunicazione sacrificale: uccidere brutalmente per dimostrare che il Califfato è potente e dispone della vita degli occidentali. Per altri gruppi fortemente criminali, come quello di al-Shabaab, il riscatto può essere l'elemento principale ma non esiste una regola precisa, netta.
  • Non sfruttiamo questa giovane ragazza che ha attraversato qualcosa di crudele per altro. Limitiamoci alla bella notizia di questa storia: Silvia è a casa, finalmente libera.
  • Silvia ha attraversato un'esperienza estrema ai limiti della morte, ai limiti dell'angoscia della morte. Meriterebbe il nostro rispetto e il nostro pudore: quella storia è solamente la sua, non di sessanta milioni di italiani pronti a giudicare.
  • In alcuni luoghi del mondo la pietà non è possibile. Non vorrei generalizzare, ma la Siria che ho conosciuto io è uno di questi. L'uomo lì è obbligato a praticare il male per non essere eliminato. In quei sistemi totalitari, dove la guerra è una pratica quotidiana, come fai a essere buono? Credo sia impossibile.

Da La guerra del Nobel - L'Etiopia sprofonda nel conflitto tra etnie

Sulla guerra del Tigrè, La Stampa, 13 novembre 2020

  • Stringe il cuore vederlo, il premio Nobel, il 4 novembre in tv, annunciare la guerra a oltre cinque milioni di tigrini, la regione del Nord che prima di lui ha detenuto per decenni le chiavi del potere: avete superato la linea rossa, vi puniremo e saremo implacabili. Con il contorno classico delle accuse: attacchi provocatori alle basi dell'esercito a Macallè, disobbedienza al potere centrale, elezioni locali illegittime, e via dicendo. Intanto il premier della pace, del dialogo, dell'unità nazionale si scopre un'anima tirannica, muove le truppe, bombarda Macallè con l'aviazione e taglia linee telefoniche e Internet isolando il Tigray dal mondo.
  • Senza chiasso si uccide meglio, sarebbero già 550 gli «estremisti» uccisi. Riconoscete il caldo appiccicoso, denso, quasi palpabile dell'odio etnico? I vecchi demoni riappaiono, il firmamento rassicurante ai margini del quale troneggiava l'uomo della pace nel Corno d'Africa si era oscurato e ne scaturiva una pioggia grigia di delusione.
  • Il Nobel della pace bisognerebbe concederlo solo ai morti, alla memoria, dopo aver completato meticolosi conti di una vita. Del dare e dell'avenire.
  • La guerra con il Tigray che rischia di far implodere il fragile gigante dell'Africa è stata preparata con cura, per mesi, in un crescendo di provocazioni reciproche, sgarbi, minacce. Storia antica che risale al 1991 quando i tigrini, alleati per reciproco vantaggio con i ribelli dell'Eritrea, marciarono su Addis Abeba facendo cadere la dittatura marxista del Derg e di Menghistu. Per trent'anni come premio hanno guidato l'Etiopia. La morte del loro capo Zenawi, le liti tra i diadochi di una dirigenza specializzata nella guerriglia e nella sicurezza, infatuata e vanitosa, l'avvento per la prima volta di un oromo alla guida del Paese ha sconvolto il quadro. I tigrini accusano il primo ministro di averli emarginati dalle cariche che contano, di vendetta etnica.
  • Per Omero questa era la terra degli uomini pii, per Erodoto di coloro che non conoscevano infermità dello spirito, i primi esploratori giuravano invece di aver incontrato i temibili uomini scimmia. Alla leggenda si aggiunge il Nobel della pace che fa la guerra.

AduaModifica

IncipitModifica

Il genio di Menelik, il Leone della tribù di Giuda, il prediletto di Dio, il re dei re d'Etiopia, consisteva nel suo atteggiamento di fronte all'impossibilità: nulla sgomentava. Non possedeva niente. Ma coesistevano in lui una profonda mediocrità e una forza di volontà sovrumana.

CitazioniModifica

  • Bismarck e Cavour hanno costruito, nell'età dei nazionalismi, nuovi stati, ma possedevano ferrovie, eserciti, industrie, flotte, banche, opifici, diplomatici, università, scienziati, insomma un arsenale umano che lavorava, combatteva, inventava. Menelik, re dei re d'Etiopia, disponeva soltanto di molti titoli e di una riserva inesauribile di astuzia e di serpentesca volontà di avvolgere e soffocare qualsiasi nemico. (p. 6)
  • Sahle Mariam, il futuro Menelik, era certamente un uomo prudente. Non si diventa re dei re, imperatore d'Etiopia, erede di Salomone e della regina di Saba, negus neghesti, se non si dispone di una intelligenza di ispida acutezza e non si affina con astuzia, metodo e tenacia questa insostituibile qualità del potere. L'Etiopia era un posto difficile non solo per fare il re, era un posto difficile per sopravvivere. (p. 7)
  • [Su Teodoro II] Era uno di quei soldati di ventura che nel Medioevo etiopico scalavano, con pazienza e ferocia, il potere. La lista dei nemici che aveva soggiogato o ucciso era lunghissima. (p. 8)
  • [Su Teodoro II] Con un esercito di fedelissimi assetati di bottino almeno quanto lui, questo Napoleone etiopico aveva inghiottito provincia su provincia, il Lasta, il Semien, il Goggiam, il Dembea, tutto l'altopiano ormai era assoggettato e obbediente. La sua carriera era punteggiata di mostruosi saccheggi ed epiche crudeltà. Chi gli resisteva era bestialmente annientato; ma era capace anche di gesti di generosità altrettanto memorabili verso i deboli e gli indifesi. (p. 9)
  • Il «negus rosso» Menghistu, l'inventore della pulizia etnica e della carestia pilotata, due delizie del Novecento, ha assunto il ruolo imperialista che un tempo era toccato a Menelik e Hailè Selassiè (una sua vittima). (p. 19)
  • Dopo aver conquistato il trono, Giovanni si atteggiava a mistico, a uomo di fede, si dava arie da sovrano che non scialacquava in spese inutili e pensava soprattutto all'anima sua e dei suoi sudditi. (p. 20)
  • Menelik, sagace, aveva subito capito che, rispetto ai francesi, gli inglesi e ai russi che gli facevano la corte, gli italiani erano disposti a dare di più: essendo gli ultimi arrivati, avevano fretta e, soprattutto, erano i più miseri. Da accorto giocatore aveva già concepito un piano audacissimo. Per diventare imperatore aveva bisogno degli europei, delle loro armi, delle loro cartucce, dei loro denari. Francesi, inglesi e russi lo coccolavano ma non si facevano mai tirare troppo nel suo gioco. L'Etiopia era una pedina insieme ad altre pedine; e forse neppure la più importante. Gli italiani, no: era evidente che avevano bisogno di qualcuno che li colmasse di promesse, che li facesse sentire importanti. Così avevano largheggiato in doni: 600 fucili e 600.000 cartucce per l'Africa del tempo rappresentava un arsenale da far invidia ai prussiani ed erano sufficienti per far scricchiolare qualsiasi equilibrio strategico, rovesciare province, regni, imperi. E avevano cominciato a diffondere il suo nome nelle cancellerie europee, con prudenza, ma presentandolo come un autorevole antagonista del nemico Giovanni. Menelik non era da meno: seduceva, prometteva, alimentava un carteggio cerimonioso con il «fratello re d'Italia», attento però a non scoprirsi troppo. (p. 24)
  • [Sulla Liberia] L'avevano inventata alcune società di antischiavisti americani che, in attesa di saldare i conti con i sudisti tenacemente aggrappati all'economia del servaggio, decisero di far ritornare in Africa come segno di speranza i neri riscattati a suon di dollari. E avevano regalato loro uno straterello affacciato sul golfo di Guinea, sottratto a qualche tirannello locale a corto di quattrini. Era una storia molto edificante ma che poi virò malissimo, perché gli ex compagni di sventura dello zio Tom, dopo aver baciato la terra degli avi, cominciarono a trovare insopportabili e troppo primitivi i fratelli africani. Con le tasche ben imbottite di dollari e leggere di umana solidarietà, si erano messi a fare i miliardari e i padroni, rendendo schiave le sfortunate tribù locali. (pp. 33-34)
  • Nonostante le decine di spedizioni scientifiche e commerciali, le relazioni, i libri, gli articoli, in Italia non si era capito con che stampo di avversario dovevamo misurarci. Non era il solito re nero dei romanzi del fantasioso giornalista di nome Salgari, che sembravano inventati appunto per essere messi in fuga. La vecchia Abissinia chiusa nel suo acrocoro inabbordabile era sì uno stato feudale, primitivo, feroce ma con una storia millenaria e soprattutto con ambizioni di crescita economica e militare che assomigliavano, guarda caso, molto alle nostre. Sbarcati in Africa senza idee chiare, alla ricerca di un'occasione, eravamo andati a sbattere contro l'unica vera potenza del continente, bene armata e decisa a inghiottire province e regni vicini. (p. 39)
  • Francesco Crispi non era un uomo adatto alla ordinaria amministrazione. E come avrebbe potuto esserlo, a pensarci bene, uno che aveva convinto Garibaldi tentennante, preoccupato, roso dai dubbi, a salpare per la Sicilia, che aveva insomma «inventato», con energia leonina e certezze da profeta, la spedizione dei Mille? (p. 47)
  • Dogali fu per Crispi la rivelazione. La rivelazione di quanto in basso eravamo finiti e di quanto l'Africa, se guidata con mano ferma (naturalmente la sua), poteva rendere in termini di gloria, prestigio, potere. Dogali fu in sedicesimo la prova generale di Adua: tutti i difetti di comando, di preparazione, tutta l'avventatezza, l'ignoranza che portarono a quell'altra ben più gigantesca sconfitta poco meno di dieci anni dopo, erano già scritti nella cronaca di quella scaramuccia coloniale combattuta sulla strada che conduceva dalle calure della costa al fresco e alle delizie dell'altopiano. (p. 55)
  • Alula, che all'inizio aveva accettato con riverenza i nostri doni, in realtà non ci detestava per ragioni pattriotiche ma per ben più tangibili motivazioni economiche. I territori su cui avevamo cominciato a sistemarci da padroni erano la sua riserva di caccia e di razzia, perciò non aveva nessuna intenzione di accettare la concorrenza di nuovi arrivati che promettevano di tosare quelle disgraziate tribù forse con non meno accuratezza di lui ma certo con più riguardi. Insomma gli rovinavamo la piazza. [...] Dedicherà il resto della sua vita impetuosa a nuocerci, conquistando a Adua il suo trofeo più bello. Non lo animava certo l'amor di patria, concetto a lui impervio, tanto che passò la vita a districarsi tra il negus, lontanissimo, e il ras del Tigrè, vicinissimo, con la consumata abilità di un argonauta. (pp. 55-56)
  • Il colonnello Tommaso De Cristoforis era certamente un uomo di fegato, ma in tattica e strategia, come molti ufficiali italiani, un'autentica bestia. Nella fretta di arrivare al salvataggio, infatti, trascurò anche le più elementari regole per una marcia in zona nemica. Ammassò i suoi in un'unica colonna con le salmerie, invece di dividerla a tronconi per costringere l'avversario a disperdersi. [...] Non sapeva nulla dell'Africa: storpiava perfino il nome del posto dove sarebbe stato ammazzato in «Dagolie». [...] Era arciconvinto che contro le masse abissine il fuoco di linea dei soldati europei fosse invincibile. Dal punto di vista astratto era vero. Ma il colonnello, trovandosi all'improvviso accerchiato da 11.000 nemici, con la prospettiva in caso di ritirata di tre ore di marcia pungolato dai «selvaggi» e disponendo di truppe di cui non conosceva la tenacia sotto il fuoco, pensò che l'unica cosa da fare era trincerarsi su una collinetta e resistere. (p. 58)
  • Con il passare degli anni e il peggiorare del carattere, Crispi manifestò sempre più la pericolosa tendenza a sentirsi personaggio della provvidenza e quindi a schivare le fastidiose incombenze da uomo normale che il parlamentarismo e lo Statuto imponevano a chi detiene il potere. (p. 63)
  • [Su Alfredo Oriani] Oggi questo raffinato e visionario intellettuale è totalmente dimenticato o tutt'al più brevemente citato nelle note a piè di pagina delle antologie della letteratura dell'Italia umbertina. Eppure nessuno meglio di lui diede voce all'ubriacatura di delusione e rancore che in quegli anni di crepuscolo risorgimentale si stava diffondendo nel paese. (p. 65)
  • Il tenente generale, anzi Sua Eccellenza il tenente generale Oreste Baratieri, era certamente e sotto tutti gli aspetti un uomo di valore, colto, preparato, ben disposto ad apprendere e a capire, curioso del mondo e degli uomini, coraggioso perché aveva partecipato a molte campagne militari, e che campagne!, l'impresa dei Mille e quella del '66 che avevano fatto la patria libera, indipendente e una. Si poteva tranquillamente affermare, e su questo anche i suoi (pochi) nemici concordavano, che era un uomo di qualità. Ma purtroppo nel suo forbito curriculum si nascondeva un piccolo velenoso tarlo. [...] Ebbene, per farla corta, l'eccellentissimo Oreste Baratieri governatore di Eritrea, trionfatore delle armate dei dervisci e del Tigrè, non era un soldato di professione ma di occasione. Era inanzitutto un garibaldino. (p. 134)
  • Ci sono luoghi nella storia in cui si sono combattute atroci battaglie, migliaia di uomini si sono massacrati, hanno guardato per l'ultima volta il sole e commesso per sopravvivere terribili atrocità, spesso inutilmente; luoghi in cui ci si accorge del carattere totalmente artificiale della guerra, dello spazio abissale che separa gli scopi da essa perseguiti, terre, onore, ricchezza, fama, e l'enormità dei sacrifici necessari per raggiungerli. È la sensazione che si prova davanti alle disteze un tempo desolate e ora serene di Verdun, sulle sabbie afose e inutili di El Alamein, tra le pietre assetate del Carso. Adua è uno di questi luoghi. Eppure tutti la chiamano città santa. Forse perché una legge antica vietava che vi si eseguissero sentenze capitali. (p. 186)
  • [Su Maconnèn Uoldemicaèl] In quell'uomo elegante e snello, dagli occhi vivaci, si nascondevano le stesse doti di astuzia, prudenza e fulminea capacità di decisione che avevano portato Menelik sul trono. In lui c'era qualcosa di misterioso che lo rendeva inaccessibile nonostante il volto gioviale e sorridente. Era un feudatario incline per natura alla machinazione. (p. 240)
  • Il negus stimava Maconnen. Apprezzava il suo modo di essere implacabile con il sorriso sulle labbra, la prudenza machiavellica con cui si gettava nelle imprese più ardue tenendosi sempre una via di fuga, accecando l'avversario con una falsa pista, la sua capacità di vibrare il colpo con occhio e con mano sicura. (p. 241)
  • [Su Alula Engida] Si sarebbe battuto fino alla morte, perché era mosso da una forza che è in grado di far crollare le montagne: l'odio. E tutta quell'energia, quella prepotenza divenuta dottrina e idea e quel seguito di lutti e tragedie erano legati a un pugno di casupole tutte uguali, con le pietre squadrate alla peggio, intonacate con il fango e un tetto di paglia che per miracolo non lasciava filtrare l'acqua. Quelle stamberghe disseminate in una piana ingiallita dal sole erano il suo nido d'acquila, il segno visibile del suo potere di ras di Asmara. Gli italiani gliele avevano rubate e da allora con metodo, tenacia, volontà incrollabile inseguiva la vendetta. Non pensava ad altro, aveva cancellato dalla sua vita qualsiasi scopo che potesse distrarlo e ingarbugliarli la vista: era in guerra ormai da anni, non toglieva mai la sella dal cavallo e il suo fucile era sempre caldo. (p. 241)
  • [Su Mangascià Giovanni] Era figlio di negus e non avrebbe mai dimenticato che il trono doveva toccare a lui. Sapeva che nella sua corte c'era un partito di irriducibili che lo istigava a battersi fino alla morte per riottenere il trono, che mormorava contro la vergognosa servitù nei confronti degli scioani, popolo debole, imbelle, che si era sempre prosternato quando passavano i tigrini. (p. 241)
  • Era bello Mangascià, di una eleganza un po' femminile che non lo abbandonava neppure quando indossava lo sciamma di guerra, la criniera di leone e in battaglia impugnava la Remington finemente damascato. Anche se si comportava con l'aspra maestà di re, si intuiva subito che quell'energia era finta, mancava di una vera forza interiore. Il ras recitava il ruolo di principe battagliero e irriducibile, ma dentro era fiacco e floscio. (p. 241-242)
  • [Su Mikael di Wollo] Era un gran signore che per vezzo aveva conservato la vecchia abitudine abissina dei capelli pettinati a treccia, abbandonata ormai da tutti. E pensare che era nato musulmano e si chiamava Mohamed Alì prima che il negus Giovanni, scomparso da poco dalla scena del mondo, lo conducesse, con le buone o le cattive, alla vera fede. Era uno che prometteva a tutti, manteneva a pochi e non si fidava di nessuno. Gli bastava battersi con la metà del coraggio che sua madre la regina dei Wollo, Gala Virgit, aveva esibito contro il terribile Teodoro, perché la vittoria fosse sicura. (pp. 242-243)
  • [Su Taitù Batùl] Consapevole di essere destinata al manto purpureo, era passata tra le tempeste di congiure, matrimoni falliti, perfide passioni, carestie e tumulti. Incrollabile come una roccia, rimase sempre a fianco del marito, rammentandogli, anche quando lui esitava e la storia sembrava sul punto di piegarlo e spazzarlo via, che entrambi erano vincolati all'obbligo di difendere e ingrandire quel trono millenario. Non aveva sposato un uomo, aveva sposato un destino. Fu una specie di Isaia. Per questo, a poco a poco, cominciò a coltivare verso di noi un odio ben stratificato, profondo e perenne: capiva che quegli occidentali con i fucili che non facevano fumo e un filo di ferro che permetteva di trasmettere ordini da un capo all'altro del loro regno erano ben più pericolosi dei musulmani o del negus Giovanni. (p. 253)
  • A Adua per la prima volta il Terzo Mondo, che non si chiamava ancora così, dimostrò che l'imperialismo europeo non era invincibile. Non solo. La storia del colonialismo trasuda sconfitte più o meno rovinose degli invasori. La grande novità di Adua consiste nel fatto che, per la prima volta, una nazione europea era stata costretta a rinunciare ai suoi piani e ad accettare la pace. Fu per milioni di uomini una rivelazione. (p. 365)
  • Davvero uomini barbari senza cannoni vinsero uomini civili senza virtù, come pretende una memoria partigiana che è ormai diventata consolidata verità? Non fu così. L'esercito del negus non era solo immensamente più grande, ma disponeva di un numero di cannoni pari al nostro e di fucili che in buona parte erano di modello più recente e sofisticato. Non fu dunque una guerra impari tra ricchi e poveri. Ma certo fu da parte dei nostri generali (cinque, davvero troppi!) un capolavoro di imprevidenza, ottusità e arroganza. (p. 367)
  • A Adua morirono più italiani che in tutte le guerre del Risorgimento, epopea mirabile ma bonsai. Tuttavia quel numero equivaleva ai caduti di pochi minuti di un'offensiva sulle pendici voraci del Carso durante la Grande guerra. E in tale circostanza, di fronte a cifre così mostruose, il paese rimase saldo. Erano tempi in cui per conquistare una posizione si prodigava la vita propria e degli altri. Eppure le conseguenze di Adua furono apocalittiche. Il paese sfiorò la rivoluzione, uno dei pochi grandi statisti della storia italiana, Crispi, fu spazzato via senza possibilità di ritorno, cadde un ministero, vacillò la monarchia perché il re pensò seriamente di abdicare. Si pose la parola fine a qualsiasi sogno coloniale per almeno vent'anni. L'equilibrio, i sentimenti, verrebbe da dire l'anima del paese, furono scosse dalle fondamenta. Non fu una sconfitta, fu una crisi psicologica collettiva, un crollo morale; una nazione intera si stracciò le vesti ed esibì senza pudore la propria umiliazione. (p. 368)
  • Menelik, straordinario talento di uomo di potere, non aveva la stoffa dell'innovatore, di chi con il forcipe trasferisce i popoli nel futuro. Assomigliava semmai a quei padri della patria che hanno guidato verso l'indipendenza molti paesi dell'Africa per poi accontentarsi del tran tran del sottosviluppo e di dispotismi ottusi e crudeli. Visse insomma di rendita. La vittoria contro gli italiani imbalsamò l'Etiopia nel suo Medioevo per un altro mezzo secolo. (p. 372)

ExplicitModifica

Il 12 dicembre 1913 giunse in Europa, distratta da altre preoccupazioni, la notizia che Menelik, ormai ridotto all'ombra di se stesso, era morto, stroncato da un colpo apoplettico. Il nipote giovinetto che saliva su quel trono vetusto di glorie avrebbe ben presto dimostrato di essere uno psicopatico crudele, rovinato dalla sifilide e dall'alcol. L'impero che Menelik aveva salvato sembrò avviato alla disintegrazione e premonitrici si rivelarono le parole del suo testamento: «Voi tutti che ho cresciuto ed elevato a dignità, voi tutti principi e soldati grandi e piccoli, sappiate che maledico colui che disobbedirà alla mia parola». Salvò l'Etiopia Hailè Selassiè. Era figlio di Maconnen, l'astuto, ambiguo «amico degli italiani».

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Domenico Quirico, Adua La battaglia che cambiò la storia d'Italia, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2004, ISBN 88-04-52681-5

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