Amir Taheri

giornalista iraniano

Amir Taheri (1942 – vivente), giornalista e scrittore iraniano.

Taheri nel 2011

Citazioni di Amir Taheri

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  Citazioni in ordine temporale.

  • L'ho incontrato per la prima volta al Cairo, ai funerali di Nasser, nel settembre 1970. Appena ha saputo che le camere della televisione erano state installate nella grande sala del palazzo di Al Qoubbah, si è messo a singhiozzare. Le sue grida («Oh, padre di Khaled, oh, eroe dell'arabismo!») ferivano le nostre orecchie, ma gli guadagnavano l'affetto degli egiziani. Khaled è il nome del figlio primogenito di Nasser. A spettacolo concluso, venne a stringerci la mano. Non aveva versato una sola lacrima e ostentava un sorriso enigmatico. Era stata tutta una sceneggiata. (da un'intervista nel 1986 su Mu'ammar Gheddafi[1])
  • La sola idea d'usare il profeta Maometto come un personaggio in un romanzo è dolorosa per molti musulmani. L'intero sistema islamico consiste di cosiddetti Hodud, o limiti che semplicemente non si devono oltrepassare. L'Islam non riconosce un'illimitata libertà d'espressione. Chiamateli tabù, se volete, ma l'Islam considera una vasta gamma di soggetti come definitivamente chiusi. La maggior parte dei musulmani è disposta ad essere di mentalità aperta su molte cose, ma mai su qualsiasi cosa tocchi anche remotamente la loro fede.
The very idea of using the prophet Muhammad as a character in a novel is painful to many Muslims. The entire Islamic system consists of the so-called Hodud, or limits beyond which one should simply not venture. Islam does not recognize unlimited freedom of expression. Call them taboos, if you like, but Islam considers a wide variety of topics as permanently closed. Most Muslims are prepared to be broad-minded about most things but never anything that even remotely touches their faith.[2]
  • Per i musulmani, la religione non è semplicemente parte della vita. È la vita, in realtà, che fa parte della religione. I musulmani non possono capire un concetto che non ha regole, che non ha limiti. La credenza occidentale nei diritti umani, che sembra non avere limiti, è estraneo alle tradizioni islamiche.
To Muslims religion is not just a part of life. It is, in fact, life that is a part of religion. Muslims cannot understand a concept that has no rules, no limits. The Western belief in human rights, which seems to lack limits, is alien to Islamic traditions.[2]
  • Poche culture tengono la parola scritta o stampata in così tanta riverenza quanto i musulmani, benché la grande maggioranza sia analfabeta. Quando un musulmano vuole vincere una discussione dice, «È scritto».
Few cultures hold the written and printed word in so much awe as Muslims, even though the vast majority are illiterate. When a Muslim wants to clinch an argument he says, "It is written."[2]
  • L'ambivalente, per non dire contraddittorio atteggiamento di Khatami verso il movimento per la democrazia ha suscitato richieste di dimissioni. "Khatami! Khatami! Fa qualcosa, oppure vattene!" è uno degli slogan intonati in questi giorni nelle università iraniane. Lo showdown in corso a Teheran ha rivelato che esistono due Iran. Uno è formato da studenti con la faccia rasata che indossano T-shirts e jeans, e fanno il segno "V". Appartengono chiaramente alla classe media, e ascoltano, anche in pubblico, cassette di musica pop. Le loro donne badano che il "hijab", ovvero il velo obbligatorio, non copra interamente i capelli pettinati con cura. Il loro grido di guerra è: "Democrazia subito!". A fronteggiare questo campo a Teheran c'era in questi giorni il campo degli Hezbollah: uomini dall'aria fosca e dalla barba cespugliosa, vestiti completamente di nero e armati con bastoni e coltelli. Le loro donne indossavano spessi veli e urlavano la loro rabbia furibonda contro i dimostranti. Il grido di guerra di questa gente è: "Allah Akbar!" (Allah è il più grande!). Tra i principali leader iraniani, Khatami è forse il solo tuttora capace di parlare a entrambi i campi.[3]
  • Soltanto un Iran autenticamente democratico può diventare un partner e un amico degno di fiducia per le democrazie industriali dell'Occidente.[3]
  • Dire che Ossama Benladen "non ha niente a che fare" con l'islam è un bel salto nell'immaginario.[4]
  • Oggi, per la prima volta, la mia fede – che è stata costruttrice di civiltà – s'impone come mera forza di terrore, di repressione e di distruzione. Il punto è che voi occidentali date voce solo alle tendenze peggiori.[4]
  • In Usa e in Europa, i governi hanno sempre preferito avere come interlocutori gli integralisti, siano talebani o wahabiti (sauditi), anziché i modernizzatori. Peggio ancora hanno fatto le sinistre europee.[4]
  • Senta, nessuno ha obbligato a venire in Europa i 13 milioni di musulmani che vi abitano. Il minimo che si deve chiedere a loro è che si adeguino alle regole occidentali, alle leggi vostre. Se ci credete.[4]
  • Un qualsiasi islamico, fra voi, constata tutti i giorni che non siete fedeli alle vostre convinzioni. Perciò vi disprezza e, di nascosto, crede che Benladen sia più serio di voi. Siate fedeli. Alla democrazia, se siete democratici. Al cristianesimo, se siete cristiani. Alle leggi che vi siete dati. Non trattate i musulmani come una categoria a parte.[4]
  • Vede, ai tempi della guerra fredda, l'Occidente sosteneva i dissidenti dell'Est, i Sacharov, i Solgenitsyn. Esistono dei Sacharov anche nell'islam. Ma nessuno li sostiene, nessun media occidentale dà loro voce.[4]
  • Se entri in un ristorante di Teheran e cerchi nel menù quello che ti va di mangiare, non lo troverai mai. Devi adattarti e chiedere qualcosa che perlomeno non ti faccia venire il mal di pancia.[5]
  • Moussavi e gli ex presidenti Hashemi Rafsanjani e Mohammed Khatami vivono l'attuale stato di confusione come un'occasione per riacquistare quel potere che hanno perso a partire dalla fine degli anni Novanta. In particolare Rafsanjani è diventato l'oppositore di Khamenei quando ha scelto di perseguire la via del denaro e lasciare a Khamenei quella del potere politico.[5]
  • Non ci sono commissioni elettorali indipendenti, il voto non è segreto, non ci sono scrutatori che vigilano sulle operazioni di voto e non esistono meccanismi di verifica.[5]
  • Non è giusto incolpare il Pakistan d'aver tenuto in vita i talebani – essi ricevono appoggio anche dai mullah in Teheran e dagli islamisti in tutto il mondo – ma non c'è dubbio che Musharraf ha fatto meno di quanto gli spettava fare nel combatterli.
Its unfair to blame Pakistan for keeping the Taliban alive – it also gets support from the mullahs in Tehran and Islamists throughout the world – but there’s no doubt that Musharraf has done less than his share in fighting them.[6]
  • Una volta paracadutista, sempre paracadutista. Ecco come si potrebbe descrivere il Presidente pakistano generale Pervez Musharraf alla vigilia della sua decisione nel fine settimana di sospendere la costituzione e d'imporre lo stato d'emergenza. Gli è sempre riuscito in passato di tirarsi fuori da situazioni difficili. Ma funzionerà la tattica questa volta? [...] Nel 1999, Musharraf andò il potere con un colpo di stato ma non impose la legge marziale. Otto anni dopo ha optato per un secondo colpo di stato, questa volta con il pugno di ferro – uno sferzante commento su quello che lui stesso ha conseguito mentre è stato in carica come presidente.
Once a paratrooper, always a paratrooper. That's how Pakistani President Gen. Pervez Musharraf could be described in the wake of his decision over the weekend to suspend the Constitution and impose a state of emergency. He has always managed to shoot his way out of tight corners in the past. But will the tactic work this time? [...] In 1999, Musharraf came to power through a coup and didn't impose martial law. Eight years later, he has opted for a second coup, this time with the iron fist – a biting comment on his own performance in office.[7]
  • Il Pakistan, malgrado l'indubbio attaccamento della maggior parte del suo popolo verso un certo tipo di politica elettorale, resta una nazione costruita attorno ad un esercito. Paradossalmente, persino i cittadini che parlano di più di democrazia, spesso guardano all'esercito come a un potenziale salvatore, una sorta di deus ex machina che, nei momenti cruciali, può intervenire per far uscire la nazione da un'impasse. In poco più di mezzo secolo come stato, il Pakistan ha subito quattro golpe militari, ognuno dei quali accolto inizialmente con favore dalla maggior parte del popolo.
Despite the undoubted attachment of most of its people to some form of electoral politics, Pakistan remains a nation built around an army. Paradoxically, even the citizens who most talk of democracy often look to the army as potential savior – a kind of deus ex machina that, at crucial moments, can intervene to bring the nation out of an impasse. In just over half a century as a state, Pakistan has experienced four military coups – each initially welcomed by a majority of the people.[8]
  • Gli islamisti uccisero Benazir Bhutto così come uccisero suo padre. Ma non gli si dovrebbe permettere di uccidere le speranze del Pakistan per la democrazia.
The Islamists killed Benazir Bhutto as they killed her father. But they shouldn't be allowed to kill Pakistan's hopes for democracy.[9]
  • Sì, l'Afghanistan è composto di 18 diverse comunità segnate da differenze etniche, linguistiche e religiose. Ma chiedete a qualsiasi afgano chi è, e non esiterà a rispondere: un afgano! L'identità nazionale ha preso forma negli ultimi 300 anni – dopotutto, come stato, l'Afghanistan è più vecchio dell'America, della Germania e dell'Italia. È anche uno degli stati nazionali musulmani più vecchi.
Yes, Afghanistan is composed of 18 different communities marked by ethnic, linguistic and religious differences. But ask any Afghan who he is, and he won't hesitate to reply: an Afghan! The national identity has taken shape over 300 years — after all, as a state, Afghanistan is older than America, Germany and Italy. It is also one of the oldest Muslim nation-states.[10]
  • Per anni, ogni volta che vedevo Mubarak, mi ricordava una mummia. Passava parecchio tempo ogni giorno a "prepararsi". Questo significava tingersi i capelli e le sopracciglia in nero corvino, ed imbellettarsi le guance per farle sembrare rosee, più o meno nello stesso modo in cui i mummificatori egiziani facevano con i faraoni morti. Indossava anche i tacchi per sembrare più alto e utilizzava un corsetto per tirarsi dentro la pancia. Nonostante l'indebolirsi della vista, rifiutava di portare gli occhiali in pubblico. Anche a ottanta anni voleva apparire vivace e giovane, proprio come avevano fatto i faraoni. I tentativi di Mubarak di assicurarsi un'eterna gioventù erano alquanto comici e in fin dei conti innocui. Ciò che non fu comico e certamente non innocuo fu la mummificazione del suo regime.
For years, whenever I saw Mubarak, he reminded me of a mummy. He spent a considerable time each day to “prepare” himself. That meant dying his hair and eyebrows jet black, and applying rouge to his cheeks to make them look rosy, in more or less the same way Egyptian mummy makers did with dead pharaohs. He also wore heels to look taller and used a corset to keep his belly in. Despite declining eyesight, he shunned glasses in public. Even in his 80s, he wanted to appear alive and young, just as pharaohs had done. Mubarak's attempts at securing eternal youth were faintly comical and ultimately harmless. What was not comical and certainly harmless was the mummification of his regime.[11]
  • La lega araba era una creazione della Gran Bretagna coloniale intesa a perpetuare i regimi dispotici nel contesto della guerra fredda. Il mondo è cambiato da allora, e il nuovo Iraq potrebbe diventare un simbolo di questo cambiamento. A parte poche migliaia di burocrati, nessuno vuole una lega araba.
The Arab League was a British colonial creation to perpetuate despotic regimes in the context of the Cold War. The world has changed since then, and new Iraq could become a symbol of that change. Apart from a few thousand bureaucrats, nobody wants the Arab League.[12]
  • Assad sembra aver deciso di epurare il suo governo da chiunque sia remotamente sospettato di simpatizzare per la rivolta democratica – avendo come sua priorità assoluta la ripresa del controllo delle forze armate. Per ribadirlo, sta apparendo alla televisione di Stato in uniforme militare nel suo ruolo di comandante in capo – spesso con il petto ricoperto delle più alte decorazioni militari siriane al valore, anche se non ha mai fatto il servizio militare.
Assad appears to have decided to purge his government of anyone remotely suspected of sympathizing with the pro-democracy uprising — with his first priority being to reassert control of the armed forces. To hammer that home, he's appearing on state TV in military uniforms in his role as commander-in-chief — his chest often covered with Syria's highest military decorations for bravery, although he's never done military service.[13]
  • Finora, l'Iraq liberato è l'unico paese arabo ad aver cambiato governo tre volte mediante elezioni, e anche l'unico in cui tutti i partiti politici operano liberamente. Gli iracheni non hanno realizzato ciò che speravano; hanno realizzato ciò che potevano. L'invasione non era questione di installazione di basi degli Stati Uniti o di furto di petrolio dell'Iraq o dell'utilizzo l'Iraq per un'invasione dell'Iran, come asserivano gli apologeti di Saddam Hussein. Non si trattava neanche di imporre con la forza la democrazia. Si trattava di due cose: fermare una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel cuore della regione e rimuovere l'ostacolo alla democratizzazione costituito dal regime di Saddam. Più d'un milione di americani hanno combattuto e lavorato in Iraq. Condividono parte del credito per il fatto che gli iracheni di oggi possono vivere le loro vite senza paura. Possono essere orgogliosi per il fatto che, ancora una volta, la potenza americana fu impiegata per liberare una nazione dalla tirannia.
Liberated, Iraq is the only Arab country, so far, to have changed governments three times through elections and also the only one where all political parties operate freely. Iraqis didn't achieve what they hoped; they achieved what they could. The invasion was not about the United States setting up bases or stealing Iraq's oil or using Iraq for an invasion of Iran, as Saddam's apologists claimed. Nor was it about imposing democracy by force. It was about two things: stopping a time bomb that was ticking in the heart of the region and removing the impediment to democratization that was Saddam's regime. More than a million Americans fought and worked in Iraq. They share part of the credit for the fact that Iraqis today are able to run their own lives without fear. They can be proud that, once again, American power was used to free a nation from tyranny.[14]
  • Se consideriamo l'Iran come nazione, non c'è alcun motivo perché non debba avere relazioni corrette con gli Stati Uniti o qualsiasi altro paese. Decenni di sondaggi d'opinione dimostrano che la maggior parte degli iraniani hanno una buona opinione dell'America. Ma oggi l'Iran soffre di uno sdoppiamento della personalità: È al tempo stesso una nazione e, in quanto Repubblica Islamica, una causa messianica. E la Repubblica Islamica dell'Iran, lungi dall'essere parte della soluzione, è alla radice del conflitto che sta dilaniando il Medio Oriente.
If we regard Iran as a nation, there is no reason it shouldn't have correct relations with the United States or any other country. Decades of opinion polls show that a majority of Iranians have a good opinion of America. But Iran today suffers from a split personality: It is both a nation and, as the Islamic Republic, also a messianic cause. And the Islamic Republic of Iran, far from being part of the solution, is at the root of the conflict tearing the Middle East apart.[15]
  • Quando chiesi a Bhutto cosa ne pensava di Asad, descrisse il leader siriano come "il levantino". Sapendo che, come lui, ero un avido lettore di gialli, il primo ministro pakistano sapeva che avrei afferrato il concetto. Fu solo pochi mesi dopo però quando, avendo letto il romanzo del 1972 di Eric Ambler Il levantino, che capii la rappresentazione a una parola scritta di Hafiz al-Asad da parte di Bhutto. Ne Il levantino, l'eroe, o l'antieroe se preferite, è un uomo d'affari britannico che, avendo vissuto in Siria per anni, si è quasi "integrato" ed è diventato un uomo d'identità incerta. È un po' di questo e un po' di quello, e un po' di tutto il resto, in una regione che è un mosaico di minoranze. Non crede in niente e non è leale con nessuno. Potrebbe essere tuo amico al mattino ma tradirti alla sera. Ha solo due scopi nella vita: sopravvivere e fare soldi [...] Oggi, Bashar al-Assad interpreta il ruolo del figlio del levantino, offrendo i suoi servizi a qualsiasi potenziale cliente attraverso colloqui con chiunque passa per l'angolo di Damasco dove si nasconde. A prima vista, il levantino può sembrare allettante per coloro che sono coinvolti in giochi sporchi. Alla fine però, il levantino deve tradire il suo pagatore attuale per incominciare a servirne uno nuovo. Quattro anni fa, Bashar si affiancò all'asse Teheran-Mosca, e ora cerca di tornare a quello di Tel-Aviv-Washington che suo padre servì per decenni. Se però la storia ha una morale da insegnare, è che il levantino è sempre la fonte del problema invece d'essere parte della soluzione. Lo Stato Islamico è là perché quasi mezzo secolo di oppressione da parte degli Assad ha creato le condizioni per la sua nascita. Ciò che ci vuole è una politica basata sul dato di fatto in cui entrambi, Assad e lo Stato Islamico, sono parti dello stesso problema.
When I asked Bhutto what he thought of Assad, he described the Syrian leader as "The Levanter." Knowing that, like himself, I was a keen reader of thrillers, the Pakistani Prime Minister knew that I would get the message. However, it was only months later when, having read Eric Ambler's 1972 novel The Levanter that I understood Bhutto's one-word pen portrayal of Hafez Al-Assad. In The Levanter the hero, or anti-hero if you prefer, is a British businessman who, having lived in Syria for years, has almost "gone native" and become a man of uncertain identity. He is a bit of this and a bit of that, and a bit of everything else, in a region that is a mosaic of minorities. He doesn't believe in anything and is loyal to no one. He could be your friend in the morning but betray you in the evening. He has only two goals in life: to survive and to make money [...] Today, Bashar Al-Assad is playing the role of the son of the Levanter, offering his services to any would-be buyer through interviews with whoever passes through the corner of Damascus where he is hiding. At first glance, the Levanter may appear attractive to those engaged in sordid games. In the end, however, the Levanter must betray his existing paymaster in order to begin serving a new one. Four years ago, Bashar switched to the Tehran-Moscow axis and is now trying to switch back to the Tel-Aviv-Washington one that he and his father served for decades. However, if the story has one lesson to teach, it is that the Levanter is always the source of the problem, rather than part of the solution. ISIS is there because almost half a century of repression by the Assads produced the conditions for its emergence. What is needed is a policy based on the truth of the situation in which both Assad and ISIS are parts of the same problem.[16]
  • Khamenei non è il primo governante dell'Iran con cui i poeti si sono trovati nei guai. Per quasi dodici secoli la poesia è stata il principale mezzo d'espressione del popolo iraniano. L'Iran potrebbe essere l'unico paese in cui non si trova una sola casa con almeno un libro di poesie. All'inizio, i poeti persiani ebbero difficoltà nel definire il loro ruolo nella società. I regnanti appena convertiti all'Islam sospettarono che i poeti stavano cercando di riportare in auge la fede zoroastriana per minare la nuova religione. Il clero vedeva i poeti come persone che desideravano tenere in vita la lingua persiana e perciò sabotare l'ascesa dell'arabo come la nuova lingua franca. Senza gli antichi poeti persiani, gli iraniani sarebbero forse finiti come tanti paesi nel Medio Oriente che persero la loro lingua madre e divennero arabofoni. Nei primi tempi, i poeti persiani elaborarono una strategia per moderare il fervore dei regnanti e dei mullah. Cominciarono ogni qasida con un elogio a Dio e al Profeta, seguito da un panegirico per il regnante del momento. Una volta sbrigati questi "obblighi", potevano passare ai veri temi delle poesie che intendevano comporre. Tutti sapevano che c'era dietro un trucco, ma tutti accettavano il risultato perché era buono. Malgrado questo modus vivendi, alcuni poeti finirono in prigione o in esilio, mentre molti altri trascorsero le loro vite nel disagio, se non in povertà. I poeti tuttavia non furono mai passati a fil di spada. Il regime Komeinista è il primo nella storia dell'Iran ad aver giustiziato tanti poeti. Implicitamente o esplicitamente, alcuni regnanti fecero chiaramente capire ciò che i poeti non potevano scrivere. Ma nessuno si sognò mai di dire al poeta ciò che doveva scrivere. Khamenei è il primo che cerca di dare ordini ai poeti, accusandoli di "crimine" e di "tradimento" se ignoravano le sue ingiunzioni.
Khamenei is not the first ruler of Iran with whom poets have run into trouble. For some 12 centuries poetry has been the Iranian people's principal medium of expression. Iran may be the only country where not a single home is found without at least one book of poems. Initially, Persian poets had a hard time to define their place in society. The newly converted Islamic rulers suspected the poets of trying to revive the Zoroastrian faith to undermine the new religion. Clerics saw poets as people who wished to keep the Persian language alive and thus sabotage the ascent of Arabic as the new lingua franca. Without the early Persian poets, Iranians might have ended up like so many other nations in the Middle East who lost their native languages and became Arabic speakers. Early on, Persian poets developed a strategy to check the ardor of the rulers and the mullahs. They started every qasida with praise to God and Prophet followed by panegyric for the ruler of the day. Once those “obligations” were out of the way they would move on to the real themes of the poems they wished to compose. Everyone knew that there was some trick involved but everyone accepted the result because it was good. Despite that modus vivendi some poets did end up in prison or in exile while many others spent their lives in hardship if not poverty. However, poets were never put to the sword. The Khomeinist regime is the first in Iran's history to have executed so many poets. Implicitly or explicitly, some rulers made it clear what the poet couldn't write. But none ever dreamt of telling the poet what he should write. Khamenei is the first to try to dictate to poets, accusing them of “crime” and “betrayal” if they ignored his injunctions.[17]
  • Quattro decenni dopo che i mullah hanno creato la repubblica khomeinista, la loro rivoluzione non ha prodotto un solo poeta degno di questo nome. Khomeyni e Khamenei, entrambi poeti amatoriali, non hanno prodotto nient'altro che imitazioni francamente imbarazzanti del ghazal classico senza il suo fascino.
Four decades after the mullahs created the Khomeinist republic their revolution has not produced a single poet worth the name. Khomeini and Khamenei, both amateur poets, have produced nothing but frankly embarrassing imitations of classical ghazal without its charm.[17]
  • La poesia interpreta il caos della vita umana e cerca di conferirgli significato. Non ci potrebbe essere poesia senza immaginazione; e l'immaginazione incatenata dall'ideologia produce solo la propaganda.
Poetry interprets the chaos of human life and tries to bestow meaning on it. Without imagination there could be no poetry; and imagination chained by ideology produces only propaganda.[17]
  • Malgrado gli sforzi di mascherare il suo odio per Israele in termini islamici [...] Khamenei è più influenzato dall'anti-semitismo di stile occidentale che dalle relazioni burrascose con gli ebrei dell'Islam classico. La sua tesi su come i territori diventino "irrevocabilmente islamici" non convince, non fosse altro che per la sua incoerenza. Non ha niente da dire sui vasti pezzi di ex-territorio islamico, inclusi alcuni che appartennero all'Iran per millenni, ora governati dalla Russia. Non è nemmeno pronto a intraprendere la Jihad per cacciare i cinesi via dallo Xinjiang, un khanato musulmano fino all'ultima parte degli anni quaranta. Israele, che in termini territoriali, rappresenta solo l'uno per cento dell'Arabia Saudita, non ha molta rilevanza. Le lacrime versate da Khamenei per "le sofferenze dei musulmani palestinesi" sono anch'esse poco convincenti. Tanto per cominciare, non tutti i palestinesi sono musulmani. E, se i musulmani che soffrono fossero i soli a meritare solidarietà, come mai la "guida suprema" non si batte il petto per i Rohingya della Birmania e i ceceni massacrati e incatenati da Vladimir Putin, per non dire dei musulmani uccisi quotidianamente da altri musulmani in tutto il mondo?
Despite efforts to disguise his hatred of Israel in Islamic terms [...] Khamenei is more influenced by Western-style anti-Semitism than by classical Islam's checkered relations with Jews. His argument about territories becoming "irrevocably Islamic" does not wash, if only because of its inconsistency. He has nothing to say about vast chunks of former Islamic territory, including some that belonged to Iran for millennia, now under Russian rule. Nor is he ready to embark on Jihad to drive the Chinese out of Xinjiang, a Muslim khanate until the late 1940s. Israel, which in terms of territory accounts for one per cent of Saudi Arabia, is a very small fry. Khamenei's shedding of tears for "the sufferings of Palestinian Muslims" are also unconvincing. To start with, not all Palestinians are Muslims. And, if it were only Muslim sufferers who deserved sympathy, why doesn't the "Supreme Guide" beat his chest about the Burmese Rohingya and the Chechens massacred and enchained by Vladimir Putin, not to mention Muslims daily killed by fellow-Muslims across the globe?[18]
  • Khamenei è certamente più istruito del defunto Khomeyni. Perlomeno può parlare e scrivere in persiano e arabo correttamente, qualcosa che al defunto Ayatollah non riuscì mai. Dai dati disponibili, Khamenei ha inoltre una conoscenza superiore dell'Islam e della sua storia rispetto a Khomeyni. Ciononostante, Khamenei non è mai stato accettato come teologo o accademico islamico, ma come leader politico, conferendogli un livello di ambiguità pericolosa. Quella ambiguità gli permette di colpire oltre il suo peso servendosi della sua posizione politica finché la situazione è favorevole. Il minimo segno, però, che il suo potere politico possa essere in declino o seriamente minacciato potrebbe smascherarlo come un profeta senza armatura. E questo, nel contesto della politica violenta dell'Iran, creato dalla stessa sostanza degli angeli o no, è come minimo una situazione rischiosa in cui trovarsi.
Khamenei is certainly better educated than the late Khomeini. At least he can speak and write correct Persian and Arabic, something the late Ayatollah never managed. From available evidence Khamenei also has a better knowledge of Islam and its history than Khomeini did. Nevertheless, Khamenei has never been accepted as a theologian or Islamic scholar, but as a political leader, bestowing on him a degree of dangerous ambiguity. That ambiguity enables him to hit much higher than his weight by using his political position as long as the going is good. However, the slightest sign that his political power may be on the wane or seriously challenged could expose him as a prophet without armor. And that, in the context of Iran's violent politics, created of the same substance as angels or not, is a dicey situation to be in, to say the least.[19]
  • La Siria attuale mi ricorda un orfano circondato da veri nemici e falsi amici, che fonda un club di cinici, e che cerca di prendere in mano le redini del proprio destino.
Syria these days reminds me of an orphan surrounded by real enemies and false friends, forming a club of cynics, and trying to seize control of its destiny.[20]
  • Il nucleo della tragedia della Siria sta nel fatto che Asad e l'ISIS rappresentano le due facce della stessa medaglia. Entrambi vogliono il popolo siriano, o ciò che ne resta, escluso dall'equazione. Entrambi dispongono di una base popolare sufficiente per resistere ancora un po' di tempo anche nel caso in cui non ricevessero aiuto dall'esterno come regolarmente avviene. Allo stesso tempo nessuno dei due è abbastanza forte o avrà mai la base popolare per imporre il proprio programma alla Siria.
The core of the Syrian tragedy consists of the fact that Assad and ISIS represent the two faces of the same coin. Both want the Syrian people, or what is left of them inside the country, scripted out of the equation. Both have enough of a popular base to hang on for some more time even if they did not receive succor from the outside which they regularly do. At the same time neither is strong enough or is ever likely to have the popular base to impose its agenda on Syria.[20]
  • Khomeyni era uno dei circa duecento ayatollah e non fu mai considerato dagli altri come "supremo" in nulla. La sua limitata conoscenza della teologia e della storia e la sua incapacità di padroneggiare il persiano e l'arabo ad un livello alto significava che non avrebbe raggiunto il vertice in seno alla gerarchia del clero sciita. Khomeyni era un politico e doveva la sua posizione nel panorama iraniano al successo del suo movimento politico contro vari rivali e avversari.
Khomeini was one of some 200 Ayatollahs and never considered by others as "supreme" in anything. His limited knowledge of theology and history and his inability to master Persian and Arabic at a high level meant he would never attain the summit within the Shi'ite clerical hierarchy. Khomeini was a politician and owed his place in the Iranian panorama to the success of his political movement against various rivals and adversaries.[21]
  • Rouhani, con quel sorriso da volpe innamorata, andò al potere avendo sulla testa la mano di Obama: ma ha avuto il primato assoluto in esecuzioni e reclusioni, in sostegno del terrorismo internazionale, esportazione di uomini armati e armi per disegni imperialisti in Medio Oriente.[22]

Lo spirito di Allah

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  • Come si poteva pensare che Khomeini ignorasse così grossolanamente i veri problemi economici e politici del paese per appellarsi in maniera così esplicita ai più bassi sentimenti di fanatismo diffusi tra le masse analfabete? Noi tutti eravamo convinti che l'imam, anche se a suo modo, fosse pur sempre un intellettuale, e che non avrebbe mai osato sfidare l'intellighenzia adottando una linea così deliberatamente oscurantista. (p. 7)
  • Lo scià aveva preteso d'insegnare come si deve vivere alla «piccola gente» ed aveva fallito; Khomeini si propose d'insegnare loro come si deve morire ed ottenne un immediato successo. (p. 8)
  • La rivoluzione islamica è il primo cataclisma politico della storia che si sia svolto davanti alle telecamere. Il mondo assistette sgomento ed attonito allo spettacolo di milioni di uomini barbuti e di donne con lo chador, elettrizzati dal fanatismo religioso, che sciamavano nelle strade di Teheran per mettere fine alla più antica monarchia della storia e scacciare il monarca che sedeva sul trono da più tempo degli altri regnanti della terra. (p. 9)
  • Al contrario della rivoluzione francese, che considerava la libertà un valore assoluto, anche, e forse soprattutto, contro l'Onnipotente, quella islamica intendeva abolire qualsiasi libertà nei confronti della legge divina e restituire gli uomini ai loro indissolubili legami con Allah. La rivoluzione islamica rifiutava anche quel concetto che considerava gli uomini di ogni fede uguali e fratelli. Sotto l'Islam, le donne non possono mai essere trattate come uguali ed i non credenti non possono godere degli stessi diritti riservati ai credenti. L'idea stessa di «diritti umani» era considerata «un'invenzione giudeo-cristiana» e quindi inammissibile nel mondo islamico. No, non si trattò davvero di una rivoluzione liberale e borghese, e neppure di una conferma delle teorie leniniste sulla rivoluzione e sullo stato; la rivoluzione islamica non fu l'espressione violenta della lotta di classe, dato che sotto le sue bandiere militavano ricchi e poveri, e non mirava a creare un futuro dorato, ma prometteva il ritorno ad una trascorsa età dell'oro. (p. 10)
  • Il successo ottenuto dall'imam nel portare la vittoria, in pieno XX secolo, una rivoluzione a carattere spiccatamente religioso, rappresenta un risultato raramente riscontrabile nella storia umana. Ma quello che appare veramente unico è il suo successo nell'instaurare il primo e solo stato teocratico che esista al mondo dalla caduta del Dalai Lama in Tibet. La rivoluzione dell'imam costituisce il solo ed unico esempio di una rivolta musulmana contro un governo occidentale, o di stile occidentale, che sia completamente riuscita laddove fallirono invece il mahdi nel Sudan, l'imam Shamel in Caucaso, le sceicco Hassan in Somalia e l'imam Ghalib nell'Oman. La storia di Khomeini e della sua rivoluzione è anche, come'è naturale, la storia dell'Iran contemporaneo. Khomeini rappresenta il prodotto quintessenziale (e sarei anche tentato di dire inevitabile) della società iraniana. Per lui la rivoluzione non è solo nazionale, ma soprattutto islamica, quando afferma con insistenza che l'Iran è semplicemente il primo lembo di terra in cui venga ristabilito il dominio di Allah. (p. 11)
  • Solo nell'arco di questo secolo, l'Iran si è trovato invaso dagli eserciti russo, britannico, ottomano ed iracheno per dodici volte circa, e in entrambe le guerre mondiali è stato occupato da forze straniere, e ciò malgrado si fosse dichiarato, in entrambe le occasioni, strettamente neutrale. Bisogna anche aggiungere che negli ultimi otto anni l'Iran ha dovuto subire due rivoluzioni, due colpi di stato, una guerra civile in piena regola e due dozzine di grosse rivolte a carattere tribale. D'altronde neppure i primi sei anni della dominazione khomeinista sono stati anni pacifici, e non abbiamo ragione di credere che lo stile di vita nazionale, consolidatosi ormai da secoli, si sia irrevocabilmente modificato grazie all'avvento della stabilità divina. L'Iran, pur essendo un paese antico, è una nazione giovane, e possiede ancora tremende riserve d'energia con cui sarebbe in grado sia di costruire che di distruggere. (p. 12)
  • Sta di fatto che, agli occhi di Khomeini, qualsiasi attaccamento ad una città, ad un paese o a qualunque entità geografica, è da considerarsi del tutto peccaminoso e tale da rendere meritevole della più profonda Geena colui che lo sente. Solo Allah è degno d'essere amato, nessun altro e nient'altro, nella maniera più assoluta.
    Il patriottismo ed il nazionalismo non sono altro che aspetti di sherk, ovvero dell'opinione che Allah dovrebbe spartirsi l'amore dell'uomo con altre entità del tutto terrestri. E invece, nessuno che voglia proclamarsi un vero musulmano dovrebbe provare affetto per parenti, figli o amici.
    È sufficiente amare Allah ed aver fede in lui per estendere automaticamente ai propri cari tutto l'amore che essi meritano. (p. 15)
  • Secondo la tradizione sciita, un solo pellegrinaggio a Najaf e Karbala equivale a 70.000 pellegrinaggi alla Mecca, che resta comunque la città più santa di tutto il mondo islamico. (p. 17)
  • Ma come si fa a sapere se si è o non si è sayyed? Beh, l'impresa si presenta, a dir poco, difficilissimo, dato che la civiltà islamica, in Iran come nel Medio Oriente in generale, non tiene in grande considerazione la scienza dell'archivistica. Sino al 1920 l'Iran non disponeva di un'anagrafe e, se si eccettuavano un migliaio di famiglie che potevano esibire una genealogia privata, nessuna memoria familiare andava oltre il bisnonno. Le numerose invasioni straniere e le infinite guerre civili succedutesi nell'arco di quattordici secoli hanno provocato la totale scomparsa di intere famiglie, a loro volta sostituite da nuovi ed egualmente effimeri clan dominanti. Quindi, lo status di sayyed era molto raramente basato sul possesso di documenti attendibili, e per un aspirante al titolo la maniera più semplice era quella di presentarsi direttamente, e con una buona dose di faccia tosta, come un sayyed a tutti gli effetti. (p. 18)
  • Ruhollah vuol dire «lo spirito dell'anima di Allah», ed è un nome estremamente raro, usato occasionalmente da quegli ebrei iraniani che, anche fino ad una generazione fa, adottavano nomi musulmani per evitare persecuzioni e violenze. Dovendo quindi scegliere nomi islamici, essi preferivano adottare quelli che finivano con la parola Alla: Fath-Allah (la vittoria di Allah), e perfino Abdullah (schiavo di Allah). Ruhollah, che in realtà si scrive Ruh-Allah, ma che si pronuncia con una o al posto della'a, non è uno di quei nomi popolari che vengono subito in mente ad una famiglia iraniana che si domanda come chiamare il nuovo nato. (p. 25)
  • Nella visione musulmana del mondo non c'è traccia di diritti fondamentali, almeno nell'accezione occidentale del termine, e soltanto una ristretta gerarchia di valori individuali e collettivi viene osservata. L'Islam respinge qualsiasi gerarchia di valori umani che sia basata su nozioni come razza, nazionalità o classe. Il nazionalsocialismo hitleriano, che si basava sull'asserita superiorità della razza ariana, sarebbe stato inconcepibile in Iran, e ugualmente inconcepibile sarebbe il sistema dell'apartheid come viene praticato in Sudafrica con l'appoggio della chiesa riformata olandese. Però ciò non toglie che l'Islam, respingendo così fermamente il concetto d'uguaglianza, non sia capace di sviluppare un suo proprio sistema segregazionista: infatti, sotto la legge coranica gli esseri umani vengono anzitutto divisi sulla base del sesso, e le donne non hanno gli stessi diritti dell'uomo. Gli studiosi islamici hanno scritto una quantità di volumi per dimostrare che la disparità tra uomini e donne non danneggia sostanzialmente gli interessi materiali e spirituali di queste ultime. Se ciò corrisponda o meno a verità, non è nostro compito discuterlo in questa sede; quello che ci preme invece sottolineare è il fatto che una Costituzione in cui venga stabilito che gli uomini e le donne sono uguali e che, di conseguenza, godono di uguali diritti ed opportunità, non può essere accettata dal mondo islamico. (pp. 33-34)
  • Gli schiavi formano un'ulteriore sottospecie nel sistema sociologico islamico. Ovviamente gli schiavi di religione musulmana sono superiori a quelli di diversa ubbidienza, e in entrambi i casi le donne sono considerate «un po' meno uguali», almeno secondo la giurisprudenza coranica. La schiavitù è stata ufficialmente bandita dagli stati musulmani. L'ultima ad intraprendere questo passo coraggioso è stata la Mauritania (1980), ma a tutt'oggi si calcola che vi sia una popolazione di schiavi ammontante a 250.000 individui, vale a dire il 10% del totale. Per tutto il XIX secolo, l'abolizione della schiavitù venne fieramente contrastata dai teologi islamici che la vedevano come una diretta violazione delle leggi divine. (p. 34)
  • Divenire mujtahid non è davvero un compito facile, e non si può ambire ad una simile distinzione semplicemente seguendo un corso specifico che si concluda con un titolo di studio riconosciuto o altro certificato del genere. Si tratta invece di un modo di essere, di un fattore particolarissimo che si può solo definire come esistenziale. (p. 43)
  • Vista dall'esterno, la madrasseh presenta tutte le apparenze di un'istituzione squisitamente democratica dove il perseguimento della conoscenza è stato liberato da ogni impaccio gerarchico o burocratico. Il modello, copiato dalle scuole dell'antica Atene secondo la descrizione fornita da dotti islamici come Avicenna e Farabi, ha avuto il potere di affascinare un buon numero di studiosi occidentali, specialmente dopo la rivoluzione khomeinista. Alcuni di loro vi hanno perfino intravisto una possibile soluzione per certi problemi che assillano la scuola nel mondo occidentale odierno. L'apparente atmosfera di libertà che si respira nelle madrasseh, se la si osserva più da vicino, diventa molto simile ad una convenzione teatrale. Lo scopo di un tale sistema didattico non risiede nel promuovere la libertà di pensiero o nell'incoraggiare lo spirito d'indagine; la meta centrale della scuola teologica sciita è stata, ed è tuttora, di disegno completamente opposto: la conservazione di una concezione dell'esistenza fissa ed inalterabile. (p. 45)
  • Il sistema didattico sciita è basato sulla convinzione che ogni possibile domanda ha già una sua risposta nel Libro Sacro, nell'Hadith o nell'Akhbar (in senso letterale «notizie», ma qui sta per «resoconti sui detti e sugli atti degli imam»). Lo scopo dello studio è imparare la verità, e la verità è già contenuta nel Corano. Ciò che conta è la batin, l'esistenza intima delle cose, e non la loro zahir (apparenza). La verità è l'Islam, il resto è formato da semplici fatti materiali, e in qualsiasi confronto tra la verità e il fatto, è ovvio che sia la prima ad avere il sopravvento. La madrasseh persegue la sua società perfetta, la sua Utopia, nel lontano passato, e più precisamente in quei tredici anni che videro il Profeta governare sul neonato stato islamico della Mecca e di Medina. Nei confronti del presente non prova alcun interesse, salvo quando non si tratti di mantenere intatta la forma della fede tra i popoli. Quanto al futuro, diciamo che rappresenta il regno dell'inconoscibile. Nel corso dei secoli e fino ad oggi l'atteggiamento delle madrasseh verso il problema concreto di una società in mutazione è stato invariabilmente ed unicamente reattivo, e solo la pressione degli avvenimenti le obbligava a prendere posizione. Profondamente e fermamente persuase che ogni cambiamento potesse condurre soltanto ad un ulteriore degrado della società, le madrasseh hanno sempre assunto il ruolo di potenti portavoce del conservatorismo. In circa centocinquanta anni di tentativi volti ad inserire l'Iran nel mondo contemporaneo, questa istituzione ha resistito strenuamente ad ogni riforma, e nel suo ruolo di guardiana dello status quo si è trovata ad essere alleata naturale della classe dominante, anche se occasionali conflitti con il governo del momento non sono mancati. (p. 46)
  • L'avvento dell'Islam in Iran, prodottosi quasi quattordici secoli fa, condusse a quella che alcuni pensatori persiani definiscono «la nostra schizofrenia nazionale multipla». E in nessun luogo questa schizofrenia è così evidente come nella lingua del paese. Lingua di ceppo indoeuropeo, il persiano viene malgrado ciò scritto prendendo a prestito l'alfabeto arabo. Alla poesia si adatta in maniera superba e vi trova la sua migliore espressione. Nello stesso tempo, è la seconda lingua dell'Islam, e la fede maomettana prova un tradizionale disgusto per i poeti e la poesia in genere: un mullah che ami la poesia è già un fatto abbastanza bizzarro, ma quando si mette poi a scriverla diventa qualcosa come uno scandalo. (p. 48)
  • Reza, che univa la sua carica di ministro della guerra a quella di comandante in capo, sembrava essere quell'uomo della provvidenza che tutti avevano sperato sin dai tempi del caos che seguì l'occupazione dell'Iran durante la grande guerra. (pp. 60-61)
  • La stragrande maggioranza dei persiani aveva completamente dimenticato i suoi trascorsi preislamici e possedeva pochissime, se non dire punte, nozioni cronologiche sulla sua storia precedente. Persepoli, le cui maestose rovine dominavano la piana di Morghab (vicino a Shiraz), per l'iraniano medio non era affatto identificabile come la gloriosa ex capitale dell'Impero Achemenide e veniva invece chiamata Takht-e-Jamshid (il trono di Jamshid), mentre tutti credevano che si trattasse soltanto della reliquia di un passato mitologico. Anche la tomba di Ciro il Grande, a Pasargade, era ritenuta il sepolcro della madre di re Salomone. Al di fuori dell'esigua comunità zoroastriana, tutti gli antichi nomi persiani erano stati rimpiazzati da termini arabo-islamici, e lo Shahnameh (il Libro dei re), l'epica nazionale persiana adottata in seguito come testo sacro del nazionalismo iraniano, veniva declamato in pubblico per onorare il primo imam Ali. Il famoso editto di Dario il Grande, scolpito su di una roccia dalle parti di Kermanshah, era stato scoperto e decifrato ben cinquant'anni prima dall'archeologo inglese Henry Rawlinson, e qualche tempo dopo ne era stata divulgata la traduzione sia inglese che persiana. Ciononostante, erano in molti ad ignorare l'esistenza e quindi ad ignorare del tutto le grandi imprese del re dei re. Per qualcosa come quattro sedi, i mullah erano riusciti a cancellare dalla memoria collettiva tutta quella parte che riguardava il passato preislamico, e la storia antica veniva generalmente considerata una favola piena d'ignoranza e di sacrilegio che era meglio condannare all'oblio. (p. 62)
  • Il desiderio di Reza di lanciare il nazionalismo come ideologia alternativa all'Islam fu visto da molti mullah come un ulteriore complotto architettato dalle potenze cristiane. L'Occidente non era riuscito a conquistare l'Islam con la spada, e non poteva neanche sperare di convertire i musulmani; quindi bisognava che trovasse qualche altra maniera per indebolire la «vera fede». Ed ecco che entra allora in campo il nazionalismo. (pp. 62-63)
  • L'uomo forte, che a malapena sapeva leggere e scrivere, dimostrò di essere un vero maestro di strategia quando si trattò di affrontare la complicata vita politica di una società in fermento. Intanto cominciò con l'esiliare in Europa il re Qajar, e poi si applicò metodicamente a diffondere l'idea di trasformare l'Iran in una repubblica basata sul modello già sperimentato da Ataturk. Il mutamento dei mesi arabi ed islamici del calendario ufficiale in quelli dell'antica Persia, l'istituzione di una banca statale e l'approvazione della legge sulla coscrizione obbligatoria, non furono altro che imitazioni delle identiche misure prese dalla vicina Turchia. (p. 63)
  • Quei mullah che si erano battuti contro l'idea di trasformare l'Iran in una repubblica tirarono un sospiro di sollievo. La visione di Reza primo scià, assiso sul trono del Pavone e in atto di baciare il santo Corano, li convinse che il mutamento di dinastia non avrebbe significato un ridimensionamento del loro potere e delle loro fortune. E fu proprio in ciò che dovevano poi restare amaramente delusi! Reza non era riuscito a fondare una repubblica, ma non aveva per questo abbandonato il suo sogno di secolarizzazione del paese. La sua intenzione era pur sempre quella di distruggere tutti i centri di potere tradizionali che vi persistevano, e di fare così in modo che lo stato potesse emergere come l'istituzione suprema consacrata al compito di edificare una nazione vera e propria. (p. 64)

The Unknown Life of the Shah

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  • Lo Scià definì la modernizzazione dell'Iran come il principale obiettivo della sua vita, eppure rifiutava categoricamente di vedere che non ci poteva essere nessuna autentica modernizzazione senza democrazia. Spesso accennava alla sua istruzione svizzera come parte delle sue credenziali di democratico profondamente impegnato, ma, allo stesso tempo, era convinto che l'Iran non fosse ancora maturo per la democrazia, e che fosse suo dovere come «padre della nazione» salvare gli iraniani da una vita indolente fatta di preghiera, pellegrinaggio, piccolo commercio, agricoltura arretrata, e artigianato a domicilio. Voleva inoltre trasformare l'Iran in un secondo Giappone, farne una delle cinque o sei principali potenze mondiali alla fine del secolo. Considerava se stesso come il custode della grandezza e della libertà dell'Iran, e negli ultimi anni estese la sua autoproclamata missione di salvare l'Iran fino a includere il mondo intero.
The Shah described the modernisation of Iran as the principal goal of his life, and yet he adamantly refused to see that there could be no veritable modernisation without democracy. He often referred to his Swiss education as part of his credentials as a profoundly committed democrat, but was, at the same time, convinced that Iran was not yet ripe for democracy, and that it was his duty as "the father of the nation" to save the Iranians from a slothful life of prayer, pilgrimage, small commerce, backward farming and cottage industry. He also wanted to turn Iran into a second Japan, make her one of the five or six major world powers by the end of the century. He regarded himself as the custodian of Iran's grandeur and freedom and in later years he extended his self-proclaimed mission of saving Iran to include the entire world. (p. 4)
  • Più di un decennio dopo la morte dello Scià, non è più necessario essere pro o contro di lui su tutti i temi. Come si potrebbe essere pro o contro tutto ciò che successe durante un regno di quasi trentotto anni? Come potevano gli iraniani non sostenerlo quando combatteva per l'Azerbaigian o quando diede l'assenso reale alla legge che nazionalizzava il petrolio dell'Iran? Come si potrebbe essere contrari al principio della riforma agraria o all'elevazione della condizione delle donne? E non meritava appoggio quando combatteva per un sistema più equo di produzione e di determinazione del prezzo del petrolio, che lui chiamava «una sostanza nobile»? Ma come si poteva sostenerlo quando chiudeva tutte le porte alla discussione e al dibattito, e spingeva di fatto molti iraniani intelligenti e patriottici nelle braccia dei mullah reazionari? E come si poteva approvare l'illimitata ingerenza della polizia segreta SAVAK in quasi tutti gli aspetti della vita, soprattutto negli anni settanta? Infine, ma non meno importante, sarebbe difficile capire, tanto meno giustificare, la sua convinzione quasi patologica che solo le grandi potenze fossero capaci di proteggere o destabilizzare il suo regime.
More than a decade after the Shah's death it is no longer necessary to be for or against him on all matters. How could one be for or against everything that happened during a reign of nearly thirty-eight years? How could Iranians not be for him when he fought over Azerbaijan or when he gave the royal assent to the bill that nationalised Iran's oil? How could one be against the principle of land reform or the enhancement of women's status? And did he not deserve support when he fought for a more just system of production and pricing for oil, which he called 'a noble substance'? But how could anyone be for him when he closed all doors on discussion and debate and effectively drove many intelligent and patriotic Iranians into the arms of reactionary mullahs? And how could one approve of the unchecked intervention of the SAVAK secret police in virtually all aspects of life, especially in the 1970s? Last but not least, it would be difficult to understand, much less to justify, his almost pathological belief that only the major powers were capable of either protecting or destabilising his regime. (p. 5)
  • Da quando la monarchia persiana ebbe inizio circa 2550 anni fa, l'Iran ha avuto più di trecentocinquanta re. Non meno della metà di essi furono o assassinati o uccisi in battaglia. Molti andarono in esilio per sfuggire alla morte. La lunga storia dell'Iran è costellata di corone cadute e di sogni imperiali infranti. Dei cinque predecessori immediati di Mohammad Reza Scià, uno fu assassinato e tre furono costretti all'esilio. Ciò che contraddistingue la tragedia di Mohammad Reza Scià è che era forse il primo re iraniano in più di un secolo ad avere una reale possibilità di concludere il suo regno pacificamente e morire nel proprio paese. Che ciò non sia avvenuto fu, in gran parte, il risultato del cronico sottosviluppo politico dell'Iran. Ma l'insuccesso dello Scià nell'operare entro le realtà della società iraniana – per quanto sgradevoli indubbiamente fossero – contribuì alla sua caduta e alle sue drammatiche conseguenze per l'intera nazione. La caduta dello scià era, in un certo senso, il preludio a più di un decennio di instabilità nella regione, culminante nell'invasione irachena del Kuwait e nel successivo massacro dei curdi e degli sciiti in Mesopotamia. Potrebbero volerci molti più anni all'Iran e alla sua regione prima che le ripercussioni scatenate dalla caduta dello scià siano completamente riassorbite.
Since the Persian monarchy began some 2550 years ago, Iran has had more than 350 kings. No fewer than half of them were either assassinated or killed in battle. Many went into exile to escape death. Iran's long history is full of fallen crowns and shattered imperial dreams. Of Mohammad-Reza Shah's five immediate predecessors, one was assassinated and three were forced into exile. What makes Mohammad-Reza Shah's tragedy special is that he was, perhaps, the first Iranian king in more than a century to have a real possibility of ending his reign peacefully and dying in his own country. That this was not the case was, to a large extent, the result of Iran's chronic political underdevelopment. But the Shah's own failure to operate within the realities of Iranian society – unpleasant as they undoubtedly were – contributed to his downfall and its dramatic consequences for the nation as a whole. The fall of the Shah was, in a sense, the prelude to more than a decade of instability in the region, culminating in the Iraqi invasion of Kuwait and the subsequent massacre of Kurds and shi'ites in Mesopotamia. It may take Iran and her region many more years before the shockwaves unleashed by the fall of the Shah are fully absorbed. (p. 6)
  • La nazione iraniana odierna è un curioso misto di più di tremila anni di incroci costanti. Se anche la nozione di razza avesse un significato concreto, sarebbe pressoché impossibile per la maggior parte degli iraniani risalire accuratamente alle loro radici «ariane».
The iranian nation today is a curious mixture of more than 3000 years of constant metissage. Even if the notion of race had any concrete meaning it would be virtually impossible for most Iranians to trace their "Aryan" roots accurately. (p. 14)
  • Determinato a far rivivere il passato «ariano» dell'Iran, l'esercito creato da Reza Khan nel 1921 considerò suo dovere depurare la lingua persiana dal maggior numero possibile di parole mutuate dall'arabo. Il risultato fu un vocabolario «puro» che, a volte, era totalmente incomprensibile alla maggior parte degli iraniani medi.
Determined to revive Iran's "Aryan" past, the army created by Reza Khan in 1921 considered it a duty to purge the Persian language of as many borrowed Arabic words as possible. The result was a "pure" vocabulary that was, at times, totally incomprehensible to most average Iranians. (p. 27)
  • Reza Scià non fu ateo, e potrebbe essere meglio definito come un agnostico. Fu, per un periodo, affascinato dagli insegnamenti di Zoroastro, il profeta pre-islamico dell'Iran, ma questo interesse dovrebbe essere compreso nel quadro del suo sogno di vecchio soldato di riportare l'Iran al suo antico splendore. Mohammad Reza, viceversa, era profondamente religioso, al punto di negare ogni libero arbitrio.
Reza Shah was not an atheist and could best be described as an agnostic. He was, for a while, fascinated by the teachings of Zoroaster, Iran's pre-Islamic prophet, but his fascination should be understood in the context of his old soldier's dream of restoring Iran to its ancient grandeur. Mohammad-Reza, on the other hand, was deeply religious, even to the point of rejecting all free will. (p. 31)
  • Mohammad Reza doveva essere il primo Scià dell'Iran in forse mille anni a non conoscere una lingua turca. Fu anche il primo a parlare correntemente in una lingua occidentale.
Mohammad-Reza was to be the first Shah of Iran in probably a thousand years not to know Turkic. He was also the first to be fluent in a Western language. (p. 32)
  • Reza Scià era stato un leader forte solo in parte a causa della sua posizione, e Mohammad Reza era pienamente consapevole del fatto che possedeva poche delle doti naturali di suo padre. Il nuovo Scià aveva ricevuto una formazione democratica, il che significava che sapeva che c'erano diversi punti di vista su ogni questione e che la realtà poteva essere valutata da molte differenti angolazioni: questo lo rese esitante e indeciso laddove suo padre era stato determinato e risoluto. Mohammad Reza voleva essere amato per quel che era: Reza Scià non aveva mai saputo cosa fosse l'amore, chiedendo solo d'essere obbedito. Il nuovo Scià era cortese e timido e preoccupato di non offendere: il vecchio scià terrorizzava a bella posta i membri del suo entourage, per tenerli costantemente in guardia. Reza Scià era stato un leader nato; il nuovo scià doveva imparare a diventarlo.
Reza Shah had been a powerful leader only partly because of his position, and Mohammad-Reza was fully conscious of the fact that he had few of his father's natural assets. The new Shah had received a democratic training which meant that he knew that there were different views on every issue and that reality could be contemplated from many different angles: this made him hesitant and indecisive where his father had been determined and resolute. Mohammad-Reza wanted to be loved for his person: Reza Shah never knew what love was, asking only to be obeyed. The new Shah was polite and shy and anxious not to offend: the old Shah deliberately terrorised members of his entourage in order to keep them constantly on their guard. Reza Shah had been a born leader; the new Shah had to learn to become one. (pp. 63-64)
  • Lo Scià stesso non era a suo agio nel ruolo del martire. La sua personalità prediligeva gli atti di eroismo. Voleva essere un vincitore, come lo era stato nei tornei sportivi scolastici a Lucerna. La sua formazione europea gli impediva di capire la psicologia del suo stesso popolo. Non sapeva che i persiani istintivamente sospettavano e detestavano il forte, il vincitore e l'eroe. Obbedirono a Reza Scià ma non lo amarono mai: ora amavano Mohammad Reza Scià, ma non volevano obbedirgli. La repulsione quasi patologica che lo Scià aveva per ciò che considerava «sporca politica» gli impediva di capire la necessità – per non dire la legittimità – di blandire almeno in parte i pregiudizi popolari.
The Shah himself was uncomfortable in the role of the martyr. His character favoured acts of heroism. He wanted to be a winner, as he had been at the school sports tournaments at Lucerne. His European education prevented him from understanding the psychology of his own people. He did not know that the Persians instinctively suspected and disliked the strong, the winner and the hero. They obeyed Reza Shah but never loved him: now they loved Mohammad-Reza Shah but did not wish to obey him. The Shah's almost pathological dislike for what he saw as "filthy politics" prevented him from understanding the necessity – not to say the legitimacy – of flattering at least a part of popular prejudices. (p. 70)
  • Mossadeq faceva ridere e piangere le folle. Confermava i loro pregiudizi e le loro superstizioni e lusingava le loro vanità – erano, nella maggior parte dei casi, tutto ciò che rimaneva loro. Lo amavano, ma lui le amava? Nessuno potrebbe saperlo con certezza.
Mossadeq made the crowds laugh and cry. He confirmed their prejudices and superstitions and flattered their vanities – they were, in most cases, all they had left. They loved him, but did he love them? No one could know for sure. (p. 123)
  • Come regina Farah ottenne una popolarità quasi immediata. Aveva non poche qualità che riuscivano gradite agli iraniani: era "completamente iraniana" ed anche degna di onore perché discendeva dalla famiglia del Profeta. Era mora con occhi di un nero profondo del genere che molti iraniani amano. (Lo stravagante gusto dello Scià per le bionde non era condiviso dai suoi compatrioti.) Farah sembrava essere un po' più alta dello Scià, ma questo non poteva deporre a suo sfavore. Il fisico atletico della nuova regina ed il suo amore ben pubblicizzato per lo sport sconcertavano alcuni circoli religiosi, ma anche gli iraniani più conservatori adesso capivano che i tempi stavano mutando.
As queen, Farah achieved almost immediate popularity. She had several features that pleased the Iranians: she was "fully Iranian" and also worthy of honour because she descended from the family of the Prophet. She was a brunette with deep black eyes of the kind most Persians cherish. (The Shah's outlandish taste for blondes was not shared by his compatriots.) Farah appeared to be slightly taller than the Shah, but this could not be held against her. The new queen's athletic physique and her well-publicised love of sports disconcerted some religious circles, but even the more conservative Iranians now understood that times were changing. (p. 162)
  • La visione dello Scià della forma ideale di governo non era molto lontana da quella di Mossadeq. In quel modello ideale un solo uomo, il re, primo ministro o Pishva [Führer] avrebbe funto da guardiano dei più alti interessi della nazione. Il Pishva, poiché ama il suo popolo, non avrebbe mai potuto fare nulla che potesse essere dannoso per il popolo e il paese. Avrebbe potuto sacrificare gli interessi dei pochi a beneficio di molti. Ma non avrebbe mai nuociuto "al popolo" o "alla nazione" nel suo complesso. La versione di Mossadeq dello stesso modello immaginava un ruolo per le masse, per i gruppi politici – ma non per i partiti politici – e le associazioni religiose, la cui funzione era di sostenere il Pishva lottando contro i suoi avversari e facendolo sentire amato e stimato. Nel modello dello Scià, le decisioni del Pishva dovevano essere eseguite esclusivamente attraverso la burocrazia, con le forze armate sempre pronte a schiacciare qualsiasi opposizione. Tutto ciò che restava da fare "alla nazione" era di applaudire il Pishva e farlo sentir bene. Mossadeq e lo Scià avanzavano esattamente la stessa argomentazione in difesa dei loro rispettivi modelli : l'essere l'Iran costantemente preda dell'appetito diabolico delle rapaci potenze straniere, l'influenza degli ajnabi (stranieri), moltiplicando i centri di potere politico, avrebbe permesso agli ajnabi di infiltrarsi nelle strutture della nazione. Nessuno dei due poteva immaginare una situazione in cui diversi settori della società iraniana avrebbero potuto, per ragioni proprie, opporsi al Leader. Non potevano concepire una qualsiasi circostanza in cui un movimento d'opposizione avrebbe potuto emergere senza il sostegno o l'intrigo straniero.
The Shah's vision of the ideal form of government was not so far removed from that of Mossadeq. In that ideal model one man, the king, prime minister or Pishva [Führer] would act as the guardian of the nation's highest interests. The Pishva, because he loves his people, could never do anything that might not be good for the people and the country. He might sacrifice the interests of the few for the benefit of the many. But he would never harm "the people" or "the nation" as a whole. Mossadeq's version of the same model envisaged a role for crowds, political groups – though not for political parties – and religious associations whose task was to support the Pishva by fighting his opponents and making him feel loved and cherished. In the Shah's model, the Pishva's decisions were to be carried out exclusively through the bureaucracy with the armed forces always ready to crush any opposition. All that was left for "the nation" to do was applaud the Pishva and make him feel good. Mossadeq and the Shah advanced exactly the same argument in defence of their respective models: Iran, being constantly prey to the devilish appetite of the rapacious foreign powers, the influence of the ajnabi (foreigners), multiplying the centres of political power would allow the ajnabi to infiltrate the nation's structures. Neither man could invisage a situation in which different sections of the Iranian society might, for reasons of their own, oppose the Leader. They could conceive of no circumstances in which an opposition movement could emerge without foreign backing and intrigue. (p. 168)
  • La persuasione dello Scià Reza che la maggior parte dei mali dell'Iran provenisse dal suo "Arabsadeghi" (letteralmente: essere investiti dall'arabizzazione) aveva riportato nel dibattito politico ufficiale l'antico Iran come pietra angolare della nuova identità nazionale. Con Reza Scià costretto all'esilio, lo sforzo di re-iranizzazione era stato abbandonato nel caos e nella confusione della guerra e della crisi politica. La personale fede islamica dello Scià Mohhammad Reza ne fece un "re-iranizzatore" di gran lunga meno entusiasta di quanto era stato suo padre. Ma nel 1960 lo Scià Mohammad Reza riscoprì il nazionalismo persiano come una potenziale alternativa attraente a due ideologie che, era convinto, minacciavano la prosperità e l'indipendenza dell'Iran: lo sciismo dominato dai mullah e il comunismo sponsorizzato dall'Unione sovietica.
Reza Shah's belief that most of Iran's ills stemmed from its "Arabsadeghi" (literally: being hit by Arabisation) had brought ancient Iran back into official political discourse as the cornerstone of a new national identity. With Reza Shah forced into exile, the re-Iranisation effort had been abandoned in the chaos and confusion of war and political crisis. Mohammad-Reza Shah's own Islamic beliefs made him a far less enthusiastic "re-Iraniser" than his father had been. But in the 1960s Mohammad-Reza Shah rediscovered Persian nationalism as a potentially attractive alternative to two ideologies that, he was convinced, threatened Iran's well-being and independence: mullah-dominated shi'ism and Soviet-sponsored Communism. (p. 173)
  • Lo Scià Mohammad Reza credeva che niente fosse troppo per l'Iran e si era persuaso che, purché la nazione lo seguisse con convinzione, il cielo era il solo limite di ciò che poteva essere conseguito. Il suo idealismo, il suo attivismo, la sua sete di realizzazioni e la sua convinzione che l'apparato di governo potesse essere impiegato come uno strumento di cambiamento radicale rispecchiavano la sua formazione e la sua mentalità occidentale. Tradizionalmente, tuttavia, gli Scià iraniani, con poche eccezioni, concepivano il loro compito come quello di gestire la società, non trasformarla. Essi rappresentavano l'immobilismo della società. Ciò che è conosciuto come "costruttivismo" − l'idea che una società possa essere rimodellata secondo piani elaborati dai suoi leader – era del tutto estranea ad essi. Condividevano la convinzione delle persone comuni che il governo fosse, nella migliore delle ipotesi, un male necessario. Tutto quello che la maggior parte degli iraniani aveva tradizionalmente voluto dai suoi governi era di essere lasciati in pace per seguire tranquillamente la loro attività. Il governo era un mostro che prendeva da loro senza mai restituire niente. Di esso non ci si poteva fidare e doveva essere frodato ogni volta che se ne presentasse l'opportunità.
Mohammad-Reza Shah believed that nothing was too good for Iran and had persuaded himself that, provided the nation followed him with conviction, the sky was the limit of what could be achieved. His idealism, his activisim, his thirst for achievement and his belief that the machinery of government could be employed as an instrument of radical change reflected his Western education and outlook. Traditionally, however the Iranian Shahs, with few exceptions, saw their task as one of managing society, not changing it. They represented society's inertia. What is known as "constructivism" – the idea that a society can be reshaped in accordance with plans worked out by its leaders – was alien to them. They shared the belief of the common folk that government was, at best, a necessary evil. All that most Iranians had traditionally wanted from their government was that they be left alone to go about their business in peace. The government was a monster that took from them without ever giving anything back. It could not be trusted and was to be cheated at every available opportunity. (p. 175)
  • Per più di 25 secoli la monarchia fornì l'elemento centrale dell'identità nazionale dell'Iran. Un monarca, Ciro il Grande, e i suoi successori achemenidi avevano creato la nazione iraniana come un miscuglio di numerosi gruppi tribali ed etnici che popolavano l'altopiano asiatico occidentale. Lo Shahansha (Re dei Re) regnava sulla nazione grazie a Farah-e-Izadi (Grazia Divina) conferitagli da Ahura Mazdā (il Dio del Bene). Quando un re era fuorviato dal suo orgoglio o dalla sua crudeltà, la Grazia Divina gli veniva revocata. Poi sarebbe seguito un periodo di corruzione e di caos, di distruzione e di morte. Lo stesso destino tragico avrebbe colpito il paese se la nazione avesse tradito il suo re o sfidato la sua autorità con un atto di ribellione. Lo Shahanshah era il padre, maestro, giudice, generale ed architetto della nazione.
For more than 25 centuries monarchy provided the central element in Iran's national identity. A monarch, Cyrus the Great, and his Achaemenid successors had created the Iranian nation as a blend of numerous tribal and ethnic groups that inhabited the West Asian Plateau. The Shahanshah (King of Kings) ruled over the nation thanks to Farah-e-Izadi (Divine Grace) bestowed on him by Ahura-Mazda (the God of Good). When a king was led astray by his pride or cruelty the Divine Grace would be withdrawn. Then would follow a period of corruption and chaos, destruction and death. The same tragic fate would strike the country if the nation betrayed its king or defied his authority in an act of rebellion. The Shahanshah was the nation's father, teacher, judge, general and architect. (p. 191)
  • Entrambi i re Pahlavi cercarono, in tempi differenti e con differenti metodi, di togliere rilievo al carattere islamico dell'Iran. Per conseguire questo obiettivo entrambi incoraggiarono la rinascita del passato "Ariano" preislamico dell'Iran. Durante gli anni '30 della Germania nazista, operando tramite iraniani che avevano studiato a Berlino, svolsero un ruolo cruciale nel rappresentare l'Iran come una "nazione ariana" umiliata da ondate successive di invasioni. Nel 1936 il Reich riconobbe formalmente l'Iran come la "patria della razza ariana" e gli iraniani come "ariani per sangue e cultura". Questo significava che i tedeschi erano liberi di sposare iraniani e molti lo fecero.
Both Pahlavi kings tried, at different times and with different methods, to de-emphasise the Islamic character of Iran. To achieve this they both encouraged the revival of Iran's pre-Islamic "Aryan" past. During the 1930s Nazi Germany, acting through Iranians who had studied in Berlin, played a crucial role in portraying Iran as an "Aryan nation" humiliated by successive waves of invasion. In 1936 the Reich formally recognised Iran as the "homeland of the Aryan race" and Iranians as 'Aryans by blood and culture'. This meant that Germans were free to marry Iranians and many did. (p. 192)
  • Il sistema di pensiero dello Scià non poteva assolutamente essere considerato una filosofia, per quanto gli piacesse vedersi come un "re filosofo". Esso si basava su un certo numero di semplici – per non dire semplicistiche asserzioni – e offriva un certo numero di altrettanto lineari, benché forse ingenue, promesse. L'Iran aveva avuto un passato d'oro e poteva ambire ad un futuro aureo. Dato che un tempo l'Iran era stato una potenza mondiale e un creatore di storia non c'era ragione perché non divenisse di nuovo un attore di primo piano sulla scena internazionale L'Iran era uno dei 15 più grandi paesi del mondo ed era collocato in una regione di grande importanza strategica. Il fatto che l'Iran godesse di un alto tasso di crescita demografica significava che sarebbe diventato uno dei 15 paesi più popolati del mondo entro uno o due decenni. Le riserve di petrolio dell'Iran, le terze al mondo per grandezza, comportavano che la nazione avrebbe continuato a disporre di una fonte di liquidità pronta almeno per quasi un altro mezzo secolo. La scoperta in Iran negli anni settanta delle seconde più grandi riserve mondiali di gas naturale, accrebbe l'importanza del paese come fonte di energia per le nazioni industrializzate. La strada da percorrere, quindi, era chiara: l'Iran doveva impiegare le sue entrate derivanti dall'esportazione di energia per creare industrie i cui futuri profitti avrebbero dovuto compensare la perdita degli introiti derivanti dal petrolio e dal gas una volta che queste riserve si fossero esaurite. In altri termini, l'Iran doveva diventare una potenza industriale.
The Shah's system of thought could in no way be considered as philosophy, although he liked to see himself as 'a philosopher king'. It was based on a number of simple – not to say simplistic – assertions and offered a number of equally straightforward, though perhaps naive, promises. Iran had had a golden past and could aim at a golden future. Because Iran had once been a world power and a shaper of history there was no reason why she would not become a leading actor on the international scene again. Iran was one of the 15 largest countries in the world and situated in a region of great strategic importance. The fact that Iran enjoyed a high rate of population growth meant that she would become one of the world's 15 most populated countries within a decade or two. Iran's oil reserves, the third largest in the world, meant that the nation would continue to have a ready source of cash at least for another half century or so. The discovery of the world's second largest reserves of natural gas in Iran in the 1970s added to the country's importance as a source of energy for the industrialised nations. The road ahead, therefore, was clear: Iran had to use its income from energy exports to create industries whose future income would cover the loss of oil and gas revenues when those reserves became exhausted. In other words, Iran had to become an industrial power. (p. 194)
  • I leader iraniani avevano sempre visto la creazione britannica dello stato dell'Iraq nel 1921 come un deliberato atto di provocazione contro gli interessi dell'Iran. Vedevano l'Iraq come una base militare britannica nel Medio Oriente e la base aerea britannica di Habaniyah, vicino Baghdad, fu sempre considerata una minaccia ai giacimenti petroliferi dell'Iran nel Khuzestan. Nel 1941 le forze armate britanniche, usando l'Iraq come una piattaforma, invasero e occuparono l'Iran meridionale. Nel 1951-3 i britannici si servirono ancora dell'Iraq come base militare contro l'Iran durante la crisi della nazionalizzazione del petrolio. L'Iran si considerava il protettore naturale degli sciiti che costituivano il 60 per cento della popolazione dell'Iraq, così come dei Curdi che appartenevano alla più ampia famiglia etnica iranica. Per quel che riguardava le élites iraniane al potere non c'era stata alcuna giustificazione per aver trasformato la Mesopotamia in un nuovo stato-nazione.
Iranian leaders had always regarded the creation of the Iraqi state by Britain in 1921 as a deliberate act of provocation against Iran's interests. They saw Iraq as a British military base in the Middle East and the British air base at Habaniyah, near Baghdad, was always regarded as a threat to Iran's oilfields in Khuzestan. In 1941 British forces, using Iraq as a springboard, invaded and occupied southern Iran. In 1951-3 the British again used Iraq as a military base against Iran during the oil nationalisation crisis. Iran also saw itself as the natural protector of the shi'ites who formed 60 per cent of Iraq's population, as well as the Kurds who belonged to the larger ethnic Iranic family. As far as Iranian ruling elites were concerned there had been no justification in turning Mesopotamia into a new nation-state. (pp. 204-205)
  • L'intera regione dal Nord Africa – in cui il Marocco era coinvolto nella guerra del Sahara Occidentale – al subcontinente indiano formavano un "arco di instabilità". Il conflitto arabo-israeliano, il conflitto indo-pakistano sul Kashmir e la disputa fra Afganistan e Pakistan sul Pushtunistan erano solo i più importanti campi minati che minacciavano la regione. In mezzo a tutto questo, l'Iran era un autentico paradiso di tranquillità con buoni rapporti con tutti gli stati della regione.
The entire region from North Africa – where Morocco was involved in the Western Sahara war – to the Indian subcontinent formed an 'arch of instability'. The Arab-Israeli conflict, the Indo-Pakistani confrontation over Kashmir and the Afghanistan-Pakistan dispute over Pushtunistan were only the most important minefields that threatened the region. In the middle of all this, Iran was a veritable heaven of tranquility with good relations with all of the region's states. (p. 208)
  • Lo Scià non aveva mai voluto che il popolo iraniano votasse per lui. Egli credeva che era dov'era grazie alla volontà divina – e, grazie al reddito del petrolio, aveva poco bisogno degli iraniani per finanziare il suo governo.
The Shah had never wanted the Iranian people to vote for him. He believed he was where he was thanks to divine will- and he had little need of the Iranians to finance his government thanks to the oil revenue. (p. 212)
  • La SAVAK ed alcuni altri membri dell'entourage dello Scià avevano un forte interesse a rafforzare la sua convinzione che il dissenso fosse solo un altro nome per tradimento e una delle prime cose che la SAVAK cercò di "provare" su chiunque fosse sospetto di nascondere opinioni dissenzienti era il collegamento con l'estero. Interi dossier vennero fabbricati – pieni di prove false o di semplici deduzioni – per dimostrare che praticamente tutti i noti critici del regime, erano stati, una volta o l'altra, in contatto con potenze straniere – soprattutto l'Urss, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e vari stati arabi radicali.
SAVAK and some members of the Shah's entourage had a vested interest in strengthening his belief that dissent was just another name for treason and one of the first things that SAVAK tried to "prove" about anyone suspected of harbouring dissident views was the foreign link. Entire dossiers were made up – filled with fake evidence or mere inferences – to show that virtually all of the regime's known critics had, at some time or other been in contact with foreign powers – chiefly the USSR, the United States, Britain, and various radical Arab states. (p. 215)
  • Si stima che fra il 1970 e il 1978 mezzo milione di persone, quasi tutte di estrazione sociale media o alta, furono "intervistate" almeno una volta dalla SAVAK. Queste "interviste" talvolta assumevano la forma di irruzioni nelle abitazioni private nel cuore della notte. In molti casi,invece, gli "intervistati" erano cortesemente invitati a presentarsi in un dato momento ad una delle "case sicure". L'"intervista" poteva durare un'ora o diversi giorni. In alcuni casi poteva degenerare in un più lungo dramma di carcerazione o di tortura. Lo Scià non ammise mai l'esistenza di prigionieri politici in Iran. Preferiva, invece, parlare di "traditori" e "terroristi". È perfettamente possibile che si fosse convinto che chiunque metteva in discussione il suo giudizio su qualsiasi questione fondamentale fosse motivato da qualcosa di diverso dal legittimo dissenso. Lo Scià considerava la politica nel senso normale del termine un "veleno mortale" per l'Iran. Credeva che i politici fossero motivati dall'avidità, dall'amore del potere e da una brama di popolarità.
Between 1970 and 1978 an estimated half a million people, almost all of them with urban middle-class or upper-class backgrounds, were "interviewed" at least once by SAVAK. These "interviews" sometimes came in the form of raids on private homes in the middle of the night. In most cases, however, the "interviewee" would be politely invited to present himself at one of SAVAK's safe houses at a given time. The "interview" could last an hour or several days. In some cases it could degenerate into a longer drama of imprisonment or torture. The Shah never admitted the presence of any political prisoners in Iran. Instead, he preferred to speak of "traitors" and "terrorists". It is entirely possible that he convinced himself that anyone who questioned his judgement on any major issue was motivated by other than legitimate dissent. The Shah regarded politics in the normal sense of the term as a "deadly poison" for Iran. He believed that politicians were motivated by greed, love of power and a craving for popularity. (p. 215)
  • La SAVAK fomentava l'indole sospettosa dello Scià. Gli scrittori, gli artisti, gli uomini d'affari e i docenti universitari che riscuotevano uno straordinario successo o diventavano straordinariamente popolari erano identificati dalla SAVAK come potenziali minacce se non al regime almeno alla stessa polizia segreta. Le "persone di successo" erano perciò gentilmente persuase, se non di fatto costrette, a dichiarare apertamente la loro lealtà a Sua Maestà Imperiale ogni volta che se ne presentasse l'occasione. Chi si rifiutava di farlo era messo in una lista nera e sottoposto a vessazioni o peggio.
SAVAK promoted the Shah's mood of suspicion and fear. Writers, artists, businessmen and university teachers who became exceptionally successful or popular were identified by the SAVAK as potential threats if not for the regime at least to the hegemony of the secret police itself. The "successful ones" were, therefore, gently persuaded, if not actually forced, to declare openly their loyalty to His Imperial Majesty whenever the occasion arose. Those who refused to do so were put on the black list and subjected to harassment or worse. (p. 216)
  • Molte vittime della SAVAK erano scrittori, poeti, giornalisti e altri intellettuali. Nel 1975, la lista nera di libri proibiti includeva più di 2000 titoli e, per certi scrittori e poeti, cacciarsi nei guai con la SAVAK diventava un mezzo per assicurarsi la loro propria popolarità.
Many of SAVAK's victims were writers, poets, journalists and other intellectuals. In 1975 the black list of banned books included more than 2000 titles and, to some writers and poets, having trouble with SAVAK became a means of ensuring their own popularity. (p. 216)
  • La "Rivoluzione Bianca" aveva creato una nuova classe urbana di uomini d'affari dallo stile imprenditoriale aggressivo, di appaltatori, speculatori e trafficanti d'influenza che maneggiavano l'apparato statale come uno strumento per assicurarsi e distribuire privilegi. Lo Scià credeva di poter essere al di sopra delle classi sociali ed agire da arbitro disinteressato dei conflitti nella società. In più allargò il divario fra i più ricchi e i più poveri e creò una nuova classe media urbana la cui vita quotidiana non poteva mai essere all'altezza delle loro aspirazioni ad un migliore accesso ad un maggior numero di beni e servizi. Questa nuova classe provava inoltre risentimento per il fatto di essere esclusa dai processi decisionali.
The 'White Revolution' had created a new urban class of aggressively enterprising businessmen, contractors, speculators and influence-peddlers who treated the state apparatus as an instrument for securing and distributing privileges. The Shah believed that he could stand above social classes and act as a disinterested arbiter of conflicts within society. Iran's economic boom, fuelled by the rising of income from oil, had brought with it an overall improvement in the material living conditions of virtually all sections of society. It also widened the gap between the very rich and the very poor, and created a new urban middle class whose daily lives could never match up to their aspirations for better access to more goods and services. This new class also resented the fact that it was shut out of decision-making. (p. 231)
  • Nella sua forma più semplice, il Governo Islamico era derivato da principi fondamentali sciiti. Il governo della comunità dei fedeli dev'essere assicurato dagli imam infallibili. Ali, il quarto Califfo, e i suoi undici discendenti maschi, avevano rappresentato il potere divino sulla terra. Il dodicesimo imam, Muhammad ben Hassan, conosciuto come Mahdi (il Ben Guidato), si era occultato per un periodo di tempo indeterminato. Al suo ritorno, avrebbe restaurato la pace e la giustizia nell'intero universo. Durante la sua assenza, il potere temporale doveva essere esercitato da un teologo rinomato, casto, disinteressato e esperto. Questo era il principio di Velayat-e faqih (La Tutela del Giurisperito) ovvero il governo del clero. Perciò, il regime dello Scià era quindi illegittimo e andava sostituito con un vero governo "islamico".
Islamic Government, in its simplest form, was derived from basic shi'ite principles. The government of the community of the faithful must be assured by the infallible imams. Ali, the fourth Caliph, and his eleven male descendants had represented divine power on earth. The twelfth imam, Muhammad ben Hassan, known as Mahdi (The Well-Guided One), had gone into hiding for an unspecified period of time. On his return he would restore peace and justice to the entire universe. During his absence temporal power had to be exercised by a well-known, chaste, disinterested and knowledgeable theologian. This was the principle of Walayat-e-Faqih (The Custodianship of the Jurisconsult) or the rule of the clergy. Thus the Shah's regime was illegitimate and had to be replaced with a proper "Islamic" government. (p. 244)
  • L'ayatollah, diversamente dallo Scià che infiorettava i suoi discorsi di termini stranieri e tecnici sconosciuti alla maggior parte degli iraniani, usava un linguaggio semplice, accessibile alle masse analfabete. Il suo accento contadino, enfatizzato per l'occasione, gli conferiva ulteriore autenticità come leader "del misero, dell'oppresso". Non era il linguaggio complesso, fiorito, e finemente modulato che l'alta società aveva perfezionato per dissimulare i propri veri sentimenti. L'ayatollah andava subito al punto.
The ayatollah, unlike the Shah who peppered his speeches with foreign and technical terms unknown to most Iranians, used a simple language accessible to the illiterate masses. His peasant accent, emphasised for the occasion, gave him added authenticity as the leader of 'the poor, the downtrodden'. His was not the complex, flowery and finely-tuned language that the upper classes had developed in order to dissimulate their true feelings. The ayatollah went straight to the point. (p. 254)
  • Andare in esilio era una tradizione di lunga data nella politica iraniana. Prima che Khomeyni prendesse il potere, non c'erano quasi omicidi politici nel paese. Chi vinceva risparmiava sempre le vite degli sconfitti mandandoli in esilio o relegandoli in province remote. La ragione di questa magnanimità era che i vincitori e i perdenti nella politica iraniana erano spesso legati da vincoli di sangue o matrimoniali: non potevano condannare a morte un familiare. Khomeyni, però, portò al potere dei gruppi totalmente nuovi: persone che non avevano alcun legame con i governanti che li avevano preceduti. Così, i perdenti potevano essere massacrati dai vincitori.
Going into exile was a long-established tradition in Iranian politics. Before Khomeini seized power there were virtually no political killings in the country. Those who won always spared the lives of the defeated by sending them into exile or banishing them to remote provinces. The reason for this magnanimity was that the winners and losers in Iranian politics were often related by blood or marriage: they could not put a member of the family to death. Khomeini, however, brought to power entirely new groups: people who had no relationship to the preceding rulers. Thus the losers could be massacred by the winners. (p. 260)
  • Il decennio che seguì la partenza dello Scià dall'Iran fu un periodo di indicibili sofferenze per il popolo iraniano. In quel periodo più di un milione di persone fu ucciso in operazioni di guerriglia urbana, da plotoni di esecuzione, in prigione sotto tortura e, soprattutto, durante gli otto anni della guerra Iran-Iraq. Questo significa che ogni ora di governo dei mullah costò la vita di almeno dieci iraniani. In circa 38 anni di regno dello Scià, furono giustiziate in tutto 312 persone – molte delle quali per omicidio. Nel decennio che seguì alla caduta dello Scià il numero degli iraniani giustiziati dal nuovo regime salì a più di 12.000 secondo Amnesty International. Nello stesso periodo il numero dei prigionieri politici, che sotto lo Scià non aveva mai superato i 4000, salì a più di 55.000 secondo le stime più basse.
The decade that followed the Shah's departure from Iran was one of untold sufferings for the Iranian people. During that period more than a million people were killed in urban guerrilla operations, by firing squads, in prison under torture and, above all, during the eight-year Iran-Iraq war. This means that every hour of rule by the mullahs cost the lives of at least ten iranians. In nearly 38 years of the Shah's reign, a total of 312 people were executed – many of them for murder. In the decade that followed the Shah's fall the number of Iranians executed by the new regime rose to more than 12,000 according to Amnesty International. In the same period the number of political prisoners, which had never exceeded 4000 under the Shah, rose to more than 55,000 according to the lowest estimates. (p. 329)
  • La guerra Iran-Iraq e le varie rivolte tribali ed etniche nell'Iran costarono al paese più di £250 miliardi in danni bellici, ma il costo sociale fu ancora più alto. Nel 1991 c'erano più di 200.000 vedove di guerra e circa 300.000 orfani di guerra in Iran. Decine di migliaia di prigionieri di guerra, inoltre, tornarono in Iran dall'Iraq, molti dei quali affetti da squilibri mentali causati da anni di tortura. Alcuni prigionieri erano adolescenti quando vennero catturati; tornarono a casa come uomini amareggiati che avevano trascorso i migliori anni della loro vita in campi nemici. Alcuni furono immediatamente assorbiti nelle reti criminali che combinavano la violenza politica con la ricerca di un profitto personale e terrorizzavano le città più grandi.
The Iran-Iraq war and the various tribal and ethnic revolts inside Iran cost the country more than £250 billion in war damages, but the social cost was even higher. In 1991 there were more than 200,000 war widows and some 300,000 war orphans in Iran. Tens of thousands of war prisoners also returned to Iran from Iraq, many of them suffering from mental imbalance caused by years of torture. Some prisoners were teenagers when they were captured; they returned home as embittered men who had spent the best years of their lives in enemy camps. Some were immediately sucked into the criminal networks that combined political violence with the pursuit of personal profit and terrorised the bigger cities. (p. 330)
  1. Citato in Angelo Del Boca, Gheddafi: Una sfida dal deserto, Laterza, 2014. ISBN 88-581-1188-5
  2. a b c (EN) Da "Khomeini's Scapegoat", Times, Londra, 13 febbraio 1989.
  3. a b Da I due volti di Khatami, la Repubblica, 16 luglio 1999.
  4. a b c d e f Citato in Amir Taheri: Anche l'Islam ha i suoi dissidenti, Chiesa.espresso.it, 23 novembre 2001.
  5. a b c Citato in Coro persiano, Ilfoglio.it, 16 giugno 2009.
  6. (EN) Da Why Pakistan needs Musharraf, NYPost.com, 10 agosto 2007.
  7. Da Musharraf's coup: What to do, New York Post, 7 novembre 2007.
  8. (EN) Da Citizen Musharraf, NYPost.com, 29 novembre 2007.
  9. (EN) Da The Bhutto assassination: Democracy must go on, NYPost.com, 28 dicembre 2007.
  10. (EN) Da Myths of our Afghanistan debate, NYPost.com, 15 ottobre 2009.
  11. (EN) Da Curse of the mummy, NYPost.com, 13 febbraio 2011.
  12. (EN) Da A league of despots, NYPost.com, 19 aprile 2011.
  13. (EN) Da The lonely dictator, NYPost.com, 12 agosto 2011.
  14. (EN) Da What Saddam's ouster achieved, NYPost.com, 19 marzo 2013.
  15. (EN) Da Have the Mullah's Abandoned their Dreams of Empire?, Elaph.com, 16 novembre 2014.
  16. (EN) Da Opinion: Like Father, Like Son, Ashraq Al-Awsat, 20 febbraio 2015.
  17. a b c (EN) Da When the Ayatollah Dictates Poetry, Ashraq Al-Awsat, 11 luglio 2015.
  18. (EN) The Ayatollah's Plan for Israel and Palestine, Gatestone Institute.org, 31 luglio 2015.
  19. (EN) Da The Supreme Guide and the Substance of the Angels, Ashraq Al-Awsat, 31 agosto 2015.
  20. a b (EN) Da Opinion: The Syrian Orphan and a Club of Cynics, Ashraq Al-Awsat, 18 settembre 2015.
  21. (EN) Da Iran after Khamenei: the Debate Starts, Ashraq Al-Awsat, 10 marzo 2017.
  22. Citato in Finto moderato contro vero duro: povero Iran, Ilgiornale.it, 17 maggio 2017.

Bibliografia

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  • Amir Taheri, Lo spirito di Allah. Khomeini e la rivoluzione islamica, traduzione di Alessandro Ceni e di Mario Pachi, Ponte alle Grazie, 1989.
  • (EN) Amir Taheri, The Unknown Life of the Shah, Hutchinson, Londra, 1991. ISBN 0-09-174860-7

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