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Zulfiqar Ali Bhutto

politico pakistano

Citazioni di Zulfiqar Ali BhuttoModifica

  • [Sull'appoggio indiano-sovietico per la causa bengalese durante la guerra di liberazione bengalese] Se l'India non si fosse appollaiata sulle spalle di una grande potenza non sarebbe così arrogante. Che male ha fatto il Pakistan all'Urss perché quest'ultima abbia un atteggiamento così partigiano e appoggi una campagna per smembrare uno stato sovrano? Dobbiamo essere smembrati perché l'Urss ha cattive relazioni con la Cina. Perché dovremmo sciupare le nostre relazioni con la Cina, che non abbandona mai i suoi amici a vantaggio dell'Unione Sovietica che tratta i suoi nel modo che tutti conosciamo?[1]
  • Ieri ho parlato con mio figlio, che ha undici anni, e lui mi ha detto 'non tornare con quel documento di resa (la bozza di risoluzione del Consiglio)', non mi vogliono se torno con quello. [...] Il Consiglio ha procrastinato (una decisione per quattro giorni). [...] E perché? Perché l'obbiettivo era di aspettare che Dacca cadesse. [...] E allora, se anche Dacca cadesse? Se cadesse tutto il Pakistan Orientale? Se cadesse tutto il Pakistan Occidentale? [...] Il Pakistan è un ideale e noi lo ricostruiremo più forte di prima. [...] Legalizzate l'aggressione, legalizzate l'occupazione, io non parteciperò... se aveste lasciato uno spazio anche minimo avremmo potuto essere parte di un accordo. [...] Ma ora perché? [...] Combatteremo. [...] Non ho tempo da perdere qui in questo Consiglio. Me ne vado. (discorso dinanzi il Consiglio di Sicurezza dell'Onu riguardo l'intervento indiano durante la Guerra di liberazione bengalese, 15 dicembre 1971)[2]
  • Noi siamo poveri; anche gli indiani sono poveri. Vi è stata una cospirazione contro i popoli di entrambi i Paesi da parte dei capitalisti.[3]

Dall'intervista di Oriana Fallaci, aprile 1972

in Intervista con la storia, Rizzoli, Milano, 1974.

  • [Sulla Guerra di liberazione bengalese] Ma come osano screditarmi con un episodio così barbaro e stupido? L'intera faccenda fu condotta in modo così stupido. Lasciarono che tutti i capi scappassero in India e poi se la presero coi disgraziati che non contavano nulla. Solo Mujibur fu arrestato. Siamo logici: io avrei fatto la cosa con più intelligenza, maggior senso scientifico, minore brutalità. Gas lacrimogeni, pallottole di gomma, e i capi li avrei presi tutti. Oh, solo un disgustoso ubriacone come l'ex presidente Yahya Khan poteva macchiarsi di un lavoro fatto così male e sanguinosamente.
  • Mujibur, lei l'ha visto, è un bugiardo congenito. Non può fare a meno di dire bugie: è più forte di lui. Mujibur parla a vanvera, secondo l'umore e gli squilibri del suo cervello malato.
  • Ogni governo, ogni paese, ha diritto di esercitare la forza quando è necessario. Ad esempio, in nome dell'unità. Non si può costruire senza distruggere. Per costruire un paese, Stalin fu costretto a usare la forza e uccidere. Mao Tse-tung fu costretto a usare la forza e uccidere. E cito solo due casi recenti, senza rivangare l'intera storia del mondo. Sì, vi sono circostanze in cui una repressione sanguinosa è giustificabile e giustificata. Dalla repressione dei secessionisti, in marzo, dipendeva l'unità del Pakistan. Ma condurla con tanta brutalità sul popolo anziché sui responsabili non era necessario.
  • Tikka Khan era un soldato che faceva il mestiere da soldato.
  • [Su Yahya Khan] Sia lui che i suoi consiglieri erano così ubriachi di potere e di corruzione che avevano dimenticato perfino l'onore dell'esercito. Non pensavano che a procurarsi belle automobili, costruirsi belle case, stringere amicizie coi banchieri, portare denaro all'estero. A Yahya Khan non interessava il governo del paese, interessava il potere per il potere e basta. Che capo è un capo che incomincia a bere quando si sveglia e smette quando va a letto? Non ha idea di come fosse penoso trattare con lui. Era davvero Jack the Raper, Jack lo Squartatore.
  • La signora Gandhi può vantarsi a ragione d'aver vinto una guerra ma, se l'ha vinta, deve ringraziare anzitutto Yahya Khan e la sua banda di analfabeti psicopatici. Perfino farlo ragionare era impresa impossibile: serviva solo a perdere le staffe.
  • [Su Sheikh Mujibur Rahman] Io non capisco come il mondo possa pigliarlo sul serio.
  • [Su Sheikh Mujibur Rahman] È così incapace, vanitoso, privo di cultura, di buon senso, di tutto. Non è in grado di risolvere alcun problema: né politicamente, né socialmente, né economicamente, né internazionalmente. Sa solo berciare e darsi un mucchio di arie. Io lo conosco dal 1954 e non l'ho mai preso sul serio: capii dal primo momento che non c'era nessuna profondità in lui, nessuna preparazione, che era un agitatore con molto fuoco addosso e una assoluta mancanza di idee. L'unica idea che ha sempre avuto in testa è l'idea della secessione. Verso un tipo simile, come si fa a nutrire qualcosa che non sia pietà?
  • [Sul Bangladesh] Ovvio che per me è ancora il Pakistan orientale. Ma, a torto o ragione, e sia pure in seguito a un'azione militare degli indiani, cinquanta paesi l'hanno riconosciuto. Devo accettarlo. Sono perfino pronto a riconoscerlo, se l'India ci restituisce i prigionieri, se i massacri dei Bihari finiscono, se i federalisti non vengono perseguitati.
  • [Sul Pakistan e il Bangladesh] Quei due tronconi son rimasti insieme venticinque anni, malgrado gli errori commessi. Lo Stato non è solo un concetto territoriale o geografico. Quando la bandiera è la stessa, l'inno nazionale è lo stesso, la religione è la stessa, la distanza non è un problema. Al tempo in cui i mongoli unificarono l'India, i mussulmani di questa parte impiegavano cento giorni per giungere dall'altra parte. Ora bastano centoventi minuti di aereo.
  • La signora Gandhi non ha che un sogno: prendersi l'intero subcontinente, soggiogarci. Vorrebbe una confederazione per far sparire il Pakistan dalla faccia della Terra, e per questo afferma che siamo fratelli eccetera. Non siamo fratelli. Non lo siamo mai stati. Le nostre religioni affondano troppo profondamente nelle nostre anime, nei nostri sistemi di vita. Le nostro culture sono diverse, i nostri atteggiamenti sono diversi. Dal giorno in cui nasce al giorno in cui muore, un indù e un mussulmano sono sottoposti a leggi e costumi che non hanno punti di contatto. Perfino il loro modo di mangiare e di bere è diverso. Sono due fedi forti e inconciliabili. Lo dimostra il fatto che nessuna delle due è mai riuscita a raggiungere un compromesso con l'altra, in modus vivendi. Solo le monarchie dittatoriali, le invasioni straniere, dai mongoli agli inglesi, sono riusciti a tenerci insieme con una specie di pax romana.
  • [Su Indira Gandhi] La ritengo una donna mediocre con un'intelligenza mediocre. Non c'è niente di grande in lei, è grande solo il paese che governa. Voglio dire, è quel trono che la fa sembrare alta sebbene sia piccolissima. E anche il nome che porta.
  • [Su Indira Gandhi] Via, non oso paragonarla a Golda Meir. Golda è troppo superiore. Ha una mente acuta, un giudizio sicuro, e passa attraverso crisi ben più difficili di quelle della signora Gandhi. Al potere lei è giunta anche per il suo talento. La signora Bandaranaike, invece, v'è giunta per il semplice fatto d'essere la vedova di Bandaranaike, e la signora Gandhi per il semplice fatto d'essere la figlia di Nehru. Senza avere la luce di Nehru.
  • [Su Indira Gandhi] Io l'ho sempre vista così: una scolara diligente e sgobbona, una donna priva di iniziativa e di fantasia. D'accordo: oggi è meglio di quando studiava a Oxford o prendeva appunti a Londra. Il potere le ha dato fiducia in sé stessa e niente ha più successo del successo. Ma si tratta di un successo sproporzionato ai suoi meriti: se l'India e il Pakistan diventassero paesi confederati, alla signora Gandhi io porterei via il posto senza fatica. Non temo confronti intellettuali con lei.
  • Un intellettuale non deve mai restare aggrappato a un'idea sola e precisa: dev'essere elastico. Altrimenti affoga nel monologo, nel fanatismo. Un politico, idem. La politica è di per sé movimento: un politico dev'essere mobile. Deve ondeggiare ora a destra ora sinistra, deve gettar sul tavolo contraddizioni, dubbi. Deve continuamente cambiare, saggiare, attaccare da tutte le parti per individuare il punto debole dell'avversario e colpirlo.
  • L'apparente incoerenza è la prima virtù dell'uomo intelligente e del politico astuto.
  • [Su Jawaharlal Nehru] Guardi, sebbene fosse contro il principio del Pakistan, io ho sempre ammirato quell'uomo. In gioventù ne fui addirittura sedotto. Solo più tardi compresi che era un incantatore con molti difetti, vanitoso, spietato, e che non aveva la classe di uno Stalin o di un Churchill o di un Mao Tse-tung.
  • Vi sono molti contrasti in me: ne sono cosciente. Cerco di conciliarli, superarli, ma non riesco e rimango questa strana mistura d'Asia e d'Europa. La mia cultura è laica e la mia educazione è mussulmana. La mia mente è occidentale e la mia anima è orientale.
  • Da voi essere ricco significa essere un Dupont o un Rockerfeller. Da noi significa molto meno. Chi è ricco, qui, possiede molta terra: ma in sostanza è ricco come quei baroni che in Europa posseggono splendide ville in disfacimento e per campare fanno il gigolo.
  • Non c'è nulla di male a innamorarsi e conquistare una donna: guai se gli uomini non si innamorassero. Ci si può innamorare anche cento volte, e io mi innamoro. Ma sono un uomo molto, molto morale. E rispetto le donne. La gente crede che i mussulmani non rispettino le donne. Che errore. Rispettarle e proteggerle è tra i primi insegnamenti del nostro profeta Maometto.
  • Io mi definisco marxista in senso economico, cioè limitandomi ad accettare la dottrina marxista per ciò che riguarda l'economia. Del marxismo respingo l'interpretazione dialettica della storia, le teorie sulla vita, la domanda se Dio esista o no. Da buon mussulmano, credo in Dio. A torto o a ragione, ci credo: la fede è qualcosa che c'è o non c'è. Se c'è, inutile discuterla.
  • Non ci si mette in politica per fare la marmellata. Ci si mette per prendere in mano il potere e tenerlo. Chiunque dica il contrario è un bugiardo. Gli uomini politici vogliono sempre far credere d'essere buoni, morali, coerenti. Non cada nella loro trappola, mai. Non esiste un politico buono, morale, coerente.
  • Un fascista è anzitutto un nemico della cultura: e io sono un intellettuale innamorato della cultura. Un fascista è un uomo di destra: e io sono un uomo di sinistra. Un fascista è un piccolo borghese: e io vengo dall'aristocrazia.
  • [Su Sukarno] Mi adorava. E io adoravo lui. Era un uomo eccezionale malgrado le sue debolezze, ad esempio quella d'esser volgare con le donne. Non è necessario né dignitoso mostrare in continuazione la propria virilità: ma lui non lo capiva.
  • Il mio rispetto per Stalin è sempre stato profondo, viscerale direi, quanto la mia antipatia per Krusciov. Può capirmi meglio se dico che non m'è mai piaciuto Krusciov, che l'ho sempre giudicato un millantatore. Sempre a fare lo smargiasso, a urlare, a puntare il dito contro gli ambasciatori, a bere... E sempre pronto ad arrendersi agli americani. Ha fatto tanto male all'Asia, Krusciov.
  • Sono l'unico leader del Terzo Mondo che sia rientrato in politica malgrado l'opposizione di due grandi potenze: nel 1966 gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica furon molto contenti di vedermi nei guai. E la ragione per cui sono riuscito a superare quei guai è che conosco la regola fondamentale di questo mestiere. Qual è la regola? Be', in politica a volte bisogna fingere d'essere stupidi e far credere agli altri che sono i soli intelligenti.

Citazioni su Zulfiqar Ali BhuttoModifica

  • Ancora oggi tutti parlano di Ali Bhutto come di un uomo dal grande carisma. Si dice che sia stato il primo leader pakistano a prendersi a cuore i diritti della gente comune pur essendo lui stesso un signore feudale con grandi tenute e piantagioni di mango. La sua esecuzione fu un terribile shock per tutti e mise in cattiva luce il Pakistan di fronte al mondo. (Malala Yousafzai)
  • Bhutto [...] è noto per nutrire sentimenti profondamente anti-indiani. «Indian dogs», i cani indiani, è una delle espressioni che questo intellettuale di bollente oratoria ha usato molte volte per parlare della classe dirigente di New Delhi. (Sandro Viola)
  • Bhutto non è un uomo molto equilibrato. Quando parla, non si capisce mai quel che intende dire. (Indira Gandhi)
  • Il primo ministro Bhutto aveva nominato comandante in capo dell'esercito il generale Zia perché pensava che non fosse molto intelligente e dunque che non costituisse una minaccia. Lo chiamava la sua «scimmia». (Malala Yousafzai)
  • Mi racconta che Bhutto sia ambizioso. Io spero che sia molto ambizioso: l'ambizione può aiutarlo a veder la realtà. (Indira Gandhi)
  • Sta di fatto che l'indubbio coraggio di Benazir conteneva un certo fanatismo. Aveva il complesso di Elettra più grande di qualsiasi altra donna politica della storia moderna, totalmente consacrata alla memoria del suo padre giustiziato, l'affascinante e spregiudicato Zulfiqar Ali Bhutto, che una volta dichiarò che il popolo del Pakistan avrebbe mangiato erba prima di rinunciare alla lotta per l'acquisizione d'un arma nucleare. (Era piuttosto preveggente a tal riguardo: il paese ora ha effettivamente le armi nucleari, e mentre milioni dei suoi abitanti a malapena si sfamano). Un socialista di nome, Zulfiqar Bhutto era un autocratico opportunista, e questa tradizione familiare fu continuata dal Ppp, un partito apparentemente populista che non ha mai avuto una vera elezione interna e che in realtà – come tante altre cose nel Pakistan – fu una proprietà della famiglia Bhutto. (Christopher Hitchens)

Benazir BhuttoModifica

  • Alcuni esperti di politica occidentali e molti militari pakistani sostenevano che la democrazia era impossibile per una popolazione così divergente e disgregata, in un paese con una percentuale di analfabeti altissima e un reddito annuo pro capite molto basso. Nel Pakistan c'era un gran numero di persone che non potevano neppure parlarsi perché ogni regione aveva la sua lingua e le sue tradizioni. Una popolazione come quella, si diceva, poteva essere tenuta in riga soltanto da un regime militare. Ma mio padre aveva dimostrato l'infondatezza di questa teoria istituendo con successo un governo democratico, grazie al quale era il voto popolare e non la forza delle armi a decidere chi doveva comandare nel paese.
  • Come mio nonno, mio padre voleva che servissimo da esempio: dovevamo essere la nuova generazione di pakistani progressisti e colti.
  • Gli stessi settori della società pachistana che collusero per distruggere mio padre e porre fine alla democrazia in Pakistan nel 1977 si erano adesso schierati contro di me per lo stesso fine, esattamente trent'anni dopo.
  • L'esercito era la chiave di tutto. Ma non c'era motivo di dubitare della lealtà delle forze armate. Mio padre godeva di una grande popolarità nell'esercito e il fatto che avesse scelto Zia quale capo di stato maggiore preferendolo a sei alti ufficiali con un'anzianità superiore sembrava assicurargli anche l'appoggio dello stesso Zia. Nella nostra cultura non si tradisce il proprio benefattore.
  • Mio padre [...] era considerato molto progressista. Diede un'istruzione ai figli e arrivò al punto di mandare le figlie a scuola, un atto che altri proprietari terrieri giudicarono scandaloso. Molti grandi proprietari feudali non si prendevano neppure il disturbo di far studiare i figli maschi.
  • Mio padre era stato il primo a portare la democrazia dove in passato era esistita soltanto la repressione, sotto i generali che avevano governato il Pakistan sin dalla sua nascita nel 1947. Dove il popolo era vissuto per secoli in balia dei capi tribali e dei proprietari terrieri, aveva varato la prima costituzione pakistana per garantire una protezione legale e i diritti civili; dove il popolo aveva dovuto ricorrere alla violenza e agli spargimenti di sangue per spodestare i generali, aveva garantito un sistema parlamentare, un governo civile e le elezioni ogni cinque anni.
  • Mio padre, infatti, aveva aperto alle donne la diplomazia, gli impieghi statali, la polizia. Per promuovere l'istruzione femminile aveva nominato una donna alla carica di vicecancelliere dell'Università di Islamabad, e nel governo aveva affidato a due donne i ruoli di governatore del Sindh e vicepresidente dell'Assemblea nazionale. Anche le comunicazioni erano state aperte alle donne; per la prima volta erano apparse in televisione donne giornaliste.

Oriana FallaciModifica

  • Il potere è una passione più travolgente dell'amore. E chi ama il potere ha lo stomaco forte, il naso ancora più forte. I cattivi odori non gli danno fastidio. A Bhutto non davano fastidio. Egli amava il potere. Di che natura fosse questo potere era difficile indovinarlo. Lui stesso ne dava una risposta ambigua, ti metteva in guardia contro i politici che dicono la verità o esibiscono una morale da boy-scout sprovveduti. Ascoltandolo eri portato a credere che la sua ambizione fosse nobile, che intendesse davvero costruire un socialismo disinteressato e sincero. Ma poi visitavi la sua splendida biblioteca, a Karachi, e scoprivi che al posto d'onore v'erano lussuosi volumi su Mussolini e su Hitler: rilegati in argento.
  • L'uomo era imprevedibile, bizarro, portato ai colpi di testa, alle decisioni insolite. E molto intelligente, ammettiamolo. D'una intelligenza astuta, volpina, nata per incantare, imbrogliare, e allo stesso tempo nutrita di cultura, di memoria, fiuto. Nonché d'una grande signorilità.
  • Più lo studiavi e più restavi incerto, confuso. Come un prisma che gira su un perno, ti offriva sempre una faccia diversa e nell'attimo stesso in cui si concedeva al tuo esame se ne sottraeva. Così potevi definirlo in mille modi e ogni modo era vero: liberale e autoritario, fascista e comunista, sincero e bugiardo. Senza dubbio era uno dei leader più complessi del nostro tempo e l'unico interessante che il suo paese abbia dato finora.

NoteModifica

  1. Citato in Nulla di fatto all'Onu sulla guerra indo-pakistana, 13 dicembre 1971
  2. Citato in F. Marino e B. Natale, Apocalisse Pakistan, anatomia del Paese più pericoloso del mondo, Memori, 2011, p. 55, ISBN 8889475684
  3. Citato in Il presidente del Pakistan libererà il capo del Bangla Desh prigioniero, La Stampa, 4 gennaio 1972

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