Jacques Roergas de Serviez

nobile e scrittore francese

Jacques Roergas de Serviez (1679 – 1727), scrittore francese.

Storia della vita delle imperatrici romane

modifica
  • Lucrezia si fece famosa con la sua pudicizia, rendendo allo sposo, a costo della vita medesima, un illustre testimonio di sua innocenza; e nella vendetta esercitata contro sé stessa, pel delitto commesso dal figliuolo di Tarquinio[1], lasciò alle maritate un modello della fedeltà coniugale, del quale però non si legge che molte copie ne sieno state fatte dappoi. (tomo I, p. 3)
  • Egli [Cesare] trovò poi in Calpurnia tutte quelle qualità, che potevano meritare la costanza dell'amor suo.
    Traeva ella tanto lontana l'origine della sua illustre famiglia, che sì confondeva con quella dì Numa Pompilio, secondo re dei Romani. Accoppiava alla bellezza sua naturale una saviezza incomparabile, una mente elevata, una eloquenza, che in nulla cedeva a quella dei più eccellenti oratori, e una generosità veramente Romana, e quale doveva essere quella della sposa di un uomo, che, avendo formato colla mente il più vasto, ed il più coraggioso progetto, che potesse uscire dall'umano pensiero, a nulla meno aspirava che alla conquista di tutto il mondo. (tomo I, p. 24)
  • Bisogna confessare, che tra tutte le Imperadrici Romane, Livia sia stata quella, che più delle altre abbia onorata la sua dignità, e ne abbia più decorosamente sostenuto il carattere. Augusto medesimo è a lei debitore d'una gran parte della sua gloria, poiché si sa che consigliava con lei i più importanti e difficili affari, e spesse volte seguiva le sue decisioni. (tomo I, p. 35)
  • Non era meno gloriosa [di Germanico] per rare doti Agrippina sua moglie, perché, oltre l'essere nipote d'Augusto, aveva quella virtù che fa essere superiore a tutte le lodi. Era da tutti così espressamente conosciuta la sua castità, che non si trovò mai in pericolo di essere ferita dalle lingue più avvelenate dalla calunnia; e tanto più era ammirabile in lei quella bella virtù, quanto più brutti erano stati gli esempi licenziosi avuti dalla sua genitrice [Giulia maggiore]. (tomo I, p. 122)
  • Aveva [Agrippina maggiore] un eroico ardire, molta grandezza di animo, e poteva dirsi di lei, che si era privata affatto di tutte le debolezze del sesso. Ebbe solamente quei soli difetti, che nelle persone della sua condizione, si chiamano vizii nobili, perch'era sostenuta, ambiziosa, altiera, incapace di cedere, e di fare la menoma bassezza; ostentando in ogni occasione un cuore di smalto contro tutte le disgrazie della fortuna. (tomo I, p. 122)

Tomo II

modifica
  • La inclinazione violenta che Giulia [maggiore] aveva per il libertinaggio, rese inutili tutti gli studi del padre, e la vigilanza di Augusto fu un argine troppo debole da opporre alle sfrenatezze del temperamento di quella principessa. (tomo II, p. 9)
  • [Giulia maggiore] Aveva tratta col nascere una straordinaria bellezza di volto, resa poi anche maggiore, e più allettatrice dalla diligenza con cui lo adornava. Era di genio disposto ai giuochi ed alle burle, e si dilettava di quegli scherzi che, sebben pungenti, piacciono, e nelle conversazioni si mostrava dilicatamente spiritosa e vivace, fino ad innamorare tutti quelli che la frequentavano. (tomo II, pp. 9-10)
  • Al fuoco ed alla vivacità dell'ingegno [Giulia maggiore] accoppiava la cognizione delle lettere umane, a segno che rettamente giudicava delle produzioni dello ingegno altrui. Ad un allegro esteriore, ad un volto sempre ridente, con teneri vezzi accoppiava un'aria grandiosa senza affettazione, e maestosa senza darsi fatica, procurando di renderlo popolare, con certe maniere libere e franche, le quali non paiono naturali se non a quelli che una gran pratica delle cose del mondo suol render tali. Ogni suo sguardo faceva qualche conquista, e la libertà dei cuori non aveva nimici più pericolosi degli occhi suoi. (tomo II, p. 10)
  • [Caligola] Lo infame fuoco delle sue impudicizie non si ristrinse nella sola sua casa, ma andò serpendo[2] quasi in tutte le più illustri famiglie di Roma. Disonorò co' suoi adulterii le più distinte matrone della città, e spesse volte ciò fece in presenza de' loro mariti, rendendoli in primo luogo testimonii oculari della propria disgrazia, e poscia facendoli servire per argomento di pungentissimi scherni. (tomo II, pp. 56-57)
  • Con iscandalo universale [Caligola] tenne nel proprio palazzo la cortigiana Piralla, che per il merito delle prostituzioni, era la concubina più famosa de' tempi suoi. Finalmente, dopo d'aver procurato ai suoi desiderii infami ogni sorta di sfogo comune, pensò per ultimo eccesso di prostituire sé stesso. La cosa potrebbe recar maraviglia a chiunque fosse persuaso, che altrimenti dovesse operare un principe bruttato dei più enormi delitti fin dalla culla, e che le prime vittime sacrificate alla sua incontinenza aveva voluto che fossero le proprie sorelle. (tomo II, p. 57)
  • Lollia Paolina aveva tutti i vantaggi desiderabili; mentr'era illustre di sangue, di una rara bellezza e di fama generalmente lodata. A quei preziosi doni della natura e della fortuna si accoppiavano immense ricchezze col mezzo delle quali poteva farsi distinguere in Roma, anzi fare una straordinaria figura col buon uso con cui le impiegava, benché fossero il frutto delle odiose rapine dell'avolo[3] ed il premio indegno de' suoi tradimenti. (tomo II, pp. 64-65)
  • Avendo un giorno l'imperadore [Caligola] sentito narrare, che l'avola di Lollia era stata una dama di straordinaria bellezza, s'invaghì di veder la nipote di quella che meritava un tale elogio. Non tardò molto a soddisfare la sua curiosità, e Memmio, che in quel tempo comandava l'esercito, ebbe ordine di restituirsi a Roma, e di condurre anche Lollia Paolina sua sposa. Giunse ella appena, che Cajo ardentemente sentì per lei dell'amore, e lasciandosi nel punto medesimo trasportare dalla passione, volle che Memmio a lui la cedesse, obbligandolo inoltre a chiamarsi suo padre, e con tal titolo consegnarla. Dopo di ciò la sposò nella maniera la più solenne, e quasi come Livia era stata sposata da Augusto. (tomo II, pp. 65-66)
  • Aveva [Milonia Cesonia] in quel tempo un altro marito, ed era madre di tre figliuole quando divenne sposa di Cajo [detto Caligola]. Ella non possedeva, né la bellezza, né la prudenza delle altre sue mogli, e con tuttociò toccò a lei di fissare il cuore di quel principe che costantemente fu suo. Non poteva, a dir vero, fare una scelta di lui più degna, né rendere compagna delle sue colpe una persona, che meglio di lei sapesse incontrare il suo genio, mentr'era sfrontata, ardita ed all'ultimo segno superba. Nella incontinenza, e nella crudeltà in nulla cedeva a Caligola; né fu ella il minore degli stromenti, che contribuirono a quelle barbare esecuzioni, le quali riempirono tutta Roma di sangue e di lagrime per tutto il tempo in cui visse Caligola. (tomo II, pp. 75-76)
  • [Valeria Messalina] Tutta la sua vita fu una continuata serie di colpe, e si bruttò coi più vergognosi e screditati sregolamenti. Le sue prostituzioni furono delle più infami, eccessivi i suoi disordini, e le dissolutezze pubbliche e detestabili. Quelli, che più degli altri le andarono a genio, furono i piaceri bestiali; e le più orribili iniquità si presentarono agli occhi suoi sotto piacevoli immagini; e solamente mirò con occhio bieco la virtù; ed il suo onore fu quello, di cui non si prese verun pensiero. (tomo II, pp. 88-89)
  • Aveva Messalina ricevuta dalla natura una inclinazione così violenta pel libertinaggio, che le riusciva molto difficile il rinserrarsi tra i legittimi confini del matrimonio, troppo angusti per un cuore infiammato da mille vizi. Era bastantemente bella, ed aveva molto credito per farsi correr dietro gli amanti, e troppo scarsa virtù per lasciarli lungamente penare. (tomo II, p. 90)

Tomo III

modifica
  • Nessuna tra le imperadrici fece più di Agrippina [minore] parlare di sé. In lei ogni cosa fu eccelsa, o si consideri la nascita, la bellezza, i difetti, le belle qualità, o finalmente le sue disgrazie. (tomo III, p. 5)
  • Aveva ella [Agrippina minore] ricevuti dalla natura tutti quei vantaggi del corpo e dell'animo, i quali potevano renderla una principessa in tutte le sue parti perfetta, se non gli avesse guastati col l'uso infame, che di essi fece. Non cedeva a qualunque altra si fosse in bellezza. Aveva l'aria maestosa, le maniere nobili, lo spirito vivace ed inquieto, capace delle più ardue imprese; e ne fece vedere la forza e la delicatezza nel tempo stesso col mezzo delle curiose memorie, nelle quali raccolse gli accidenti della sua vita, le quali non poco giovarono allo storico Tacito nella tessitura dei suoi annali. Era dominata, all'opposto, da un'avarizia insaziabile, da una gelosia tale da farle commettere le vendette più atroci, e sopra ogni cosa da una smoderata superbia la quale fu forse la principale cagione de' suoi delitti e delle sue disgrazie. (tomo III, pp. 5-6)
  • Non aspirava però Attea veramente al possesso del cuor di Nerone; ed era anzi innamorata più della sua fortuna, che del suo amore; ed il solo trono poteva contentare la sua ambizione. Piena di quelle adulatrici speranze, pose in opera tutti i suoi vezzi per impegnare Nerone, e trovò in quel principe tutte le disposizioni desiderabili per riuscirvi. In favore dei disegni ambiziosi della concubina parlavano, la corruzione della mente e del cuore dell'imperatore, l'odio della virtù, la inclinazione al vizio e l'avversione per Ottavia sua moglie. (tomo III, p 88)

Tomo IV

modifica
  • [Galeria Fundana] Non era molto bella, anzi si dice che fosse poco spedita di lingua, e che balbettasse, ma aveva in iscambio molta virtù, una grande modestia, ed una fama esente da ogni sospetto; qualità rare in un secolo, in cui il vizio era in credito, ed in una corte, ove si seguivano massime incompatibili con la fe maritale. (tomo IV, p. 79)
  • Berenice partì disperata e dolente, e tornò ne' suoi paesi Orientali, pentita della pazza credulità, che l'aveva costretta ad unirsi a Tito nel viaggio di Roma, colla speranza d'essere imperadrice, dopo essersi scordata della sua fama in grazia dell'amor suo. Con l'esempio della sua disgrazia insegnò ella a quelle del suo sesso, quanto poco debbano sperare nelle adulatrici promesse date loro dagli amanti nel tempo del fuoco maggiore della loro passione, alle quali poi mancano con quella stessa facilità, con cui le hanno fatte. (tomo IV, pp. 117-118)
  • Domizia Longina era considerabile non solamente pel merito del padre[4], ma anche per quello della propria bellezza, poiché Roma tutta non ne aveva un'altra, che più di quella fosse perfetta. Aveva ella allora quel brio vivace solito nascere da una fresca giovanezza; allettamento potente per far raccolta d'amanti, siccome in fatti n'ebbe di quelli dell'ordine più distinto. Ogni persona di merito e di qualità la desiderava in isposa [...]. (tomo IV, p. 122)
  • [Plotina] [...] tutti quelli che di lei parlano, le tributano lodi infinite. (tomo IV, p. 149)
  • Non solamente non era bella, ma [Plotina] aveva nel volto una certa gravità, che non la rendeva molto aggradevole; quella ad ogni modo corrispondeva assai bene alla gravità del grado cui era stata innalzata. (tomo IV, p. 149)
  • Graziosa ed onesta nelle maniere, [Plotina] conservò la primiera moderazione anche nella sua nuova fortuna, senza che le si potesse rimproverare il vizio della superbia o dell'ambizione. Bene aliena dal pretendere quei fastosi titoli dalle imperadrici che l'avevano preceduta, cercati e usurpati con orgoglio e con ingiustizia, ricusò quelli offertile dal senato. (tomo IV, pp. 149-150)
  • La più costante felicità non è già quella, che deriva dalla eminenza de' posti, né dai gradi li più distinti. I maggiori fastidi seguono per lo più le più alte fortune, e nello stesso trono regale siedon sovente a lato del sommo imperante la mestizia, il dispetto, le gelosie e le più amare sollecitudini. La imperadrice Sabina, assunta all'imperio, fu la vittima sfortunata della propria grandezza. Ella non fece essere imperadore Adriano, che per renderlo suo tiranno, e suo persecutore; e trovò la più dura schiavitù nella più risplendente dignità del mondo. (tomo V, p. 5)
  • Alla modestia del volto univa ella [Vibia Sabina] la gravità de' costumi; ed inimica di tutti i piaceri, e di tutti i divertimenti, che non fossero i più regolati, conduceva seco in ogni luogo un esterior grave e composto, che dimostrava il severo suo genio. Da cotesto serio, e malinconico suo umore prese Adriano in progresso il pretesto di rimproverarla di rustica nelle maniere e di essere per temperamento fastidiosa, fantastica, ed eccitante in altrui i disgusti di sé medesima. (tomo V, p. 7)
  • [...] la più illustre vittima [di Adriano], e la più miserabile fu la imperadrice Sabina, fatta morire dal crudele imperadore nel tempo appunto, in cui sperava di ritrovare nella malattia dello sposo una migliore fortuna. Dopo averla perseguitata empiamente, non volendo che trovasse un argomento di allegrezza nella sua morte, ed un rimedio a' suoi dolori, la trattò con tanta crudeltà, che la costrinse a darsi la morte, o piuttosto l'avvelenò, siccome da molti è stato creduto. (tomo V, p. 22)
  • [Faustina maggiore] Le medaglie, che ci rimangono, ce la rappresentano una persona molto amabile. Era dotata di un'aria dolce e graziosa, di umore allegro e burlevole, di libere maniere, di temperamento amoroso; ed amava ardentemente i piaceri e i divertimenti; inclinazione funesta, che la fece cadere ne' maggiori sviamenti. (tomo V, p. 25)
  • Nata Faustina [minore] con disposizioni perverse, imitò le colpe di sua madre [Faustina maggiore], come se fosse stata cosa fatale il portare quel nome, e non essere sregolata. Egli è vero, che, se la fisonomia suol'essere lo specchio dell'anima, non si dovevano attendere da quella principessa direzioni molto prudenti, vedendosi dipinto sul di lei volto il genio, gli appetiti del cuore. (tomo V, p. 52)
  • Aveva [Faustina minore] piccolo il capo, la faccia eminente in fuori, gli occhi piccoli, ma vivaci, e l'aria di una stolida. Incapace di riflessioni e di contegno, nimica del rimordimento della coscienza e degli scrupoli, non seppe mai opporre agl'impeti del proprio temperamento il debito della convenienza, onde sarebbe difficile il ritrovare una principessa, che siasi lasciata condurre ad eccessi più vergognosi. (tomo V, p. 52)
  • In Faustina [minore] si rinnovarono i disordini di Messalina, bruttandosi con scelleratissime azioni; e confesso, che non potrebbe farsene la narrazione senza offendere il pudore, ed eccitarne l'aborrimento. (tomo V, p. 62)
  • Era allora Lucilla nel più vago fiore della sua giovanezza. Non eccedeva li tredici, o quattordici anni, e [il padre] Marco Aurelio l'aveva presa come l'oggetto de' suoi pensieri, a fine di renderla degna dell'alto posto, cui destinata l'aveva. Ella era ben fatta della persona, e Vero[5] le doveva essere debitore della sua tenerezza, e di tutte le sue premure, non solamente a cagione del merito suo personale, ma ancora per gratitudine alle obbligazioni, che aveva a suo padre. Ma la sproporzione della età non era un piccolo impedimento, per avere ad unir que' due cuori; Lucilla era giovanetta, e Vero già arrivato al trentaduesimo anno, ed era stato innamorato di qualchedun'altra. Quindi è, che ci accaderà di vedere, ch'egli non parve mai appassionato per Lucilla, e che Lucilla non sentì mai per Vero accendersi in petto fiamme d'amore. (tomo V, pp. 105-106)
  • [...] l'imperadore [Marco Aurelio], che sapeva quanto necessaria fosse nella Scizia la sua presenza, scelse prontamente la sposa [per il figlio Commodo], gettando gli occhi sopra Crispina la qual era una delle più amabili persone di Roma, figliuola del senatore Bruzio Presente, il cui merito fu più d'una volta onorato col consolato; ma essa non possedeva le belle paterne virtù. Aveva tratto col nascere un temperamento, ed un cuore soggetto alle amorose passioni; e malgrado la gravità ed il contegno, ch'esigeva da lei l'alto posto, cui la innalzava la scelta fatta da Marco Aurelio, ebbe in lei più forza l'inclinazione perversa, che il suo dovere. Con iscandalose licenze disonorò la sua dignità, e fu la cagione della propria rovina, e della morte, con cui Comodo gastigò poi le sue infedeltà. (tomo V, pp. 134-135)
  • Crispina vedeva, e sapeva tutte le scelleraggini dello sposo [Commodo], ed avrebbe avuto gran torto a dolersene, giacché le sue non erano meno orribili. Quella imperadrice condotta dal temperamento, e poco intimorita dalle sanguinose esecuzioni fatte ogni giorno da suo marito, cercò imitando l'esempio dello sposo, i piaceri stranieri, e menò la vita in mille dissolutezze. Con le sue prostituzioni si vendicò delle di lui infedeltà; e nel tempo, che l'imperadore con le sue iniquità disonorava l'imperio, ella con le sue sozzure disonorava ad un tempo e l'imperio e l'imperadore. (tomo V, p. 139)
  • Crispina pagò ben presto la pena de' suoi disordini. Fu sorpresa ella un giorno sul fatto, e Comodo in quel momento, toccato dal punto d'onore, la mandò in esilio a Caprea[6]. (tomo V, p. 139)

Tomo VI

modifica
  • Traeva Marzia, concubina di Comodo imperadore, l'origine da una famiglia di liberti, ed era dotata di rara bellezza, di pronto ingegno, artifizioso ed accorto, capace de' più gravi maneggi di un gabinetto. Si fece amare da Comodo, e per la bellezza e per la facilità in secondarlo, e per tutte quelle artifiziose carezze, solite alle donne del suo carattere, le quali bramano di piacere. In fatti, ella seppe così bene riuscire a rendersi schiavo il cuore di Comodo imperadore, ch'egli ebbe per lei gli stessi riguardi, e la medesima tenerezza che averebbe potuto avere per una moglie; anzi può dirsi, che se non fu imperadrice dichiarata, n'ebbe però gli onori e l'autorità. (tomo VI, p. 5)
  • Avendo Pertinace col suo merito illustrato l'oscurità della nascita, e guadagnata co' suoi servigi la grazia dello imperadore, cercò di far qualche parentela che gli facesse onore, e rivolse lo sguardo sopra Flavia Tiziana, dama romana di allegro genio, e sempre disposta a seguire le sue inclinazioni piuttosto che il suo dovere. Era essa figlia di Flavio Sulpiziano, uomo, che, per le sue molte ricchezze, aveva acquistato gran credito nel senato. Fu sensibile alla lunga servitù di Pertinace, ed il suo cuore, naturalmente disposto alla tenerezza, non ricusò lungamente di ascoltare le premure di un uomo che faceva in Roma brillante figura, e le cui grandi azioni promettevano impieghi sempre maggiori. Si conchiuse ben presto quel matrimonio; ma non molto tardarono li due contraenti a disonorarsi con la licenziosa lor vita. (tomo VI, pp. 22-23)
  • Scantilla, guidata dalla sua vanità, ispirò al marito [Didio Giuliano] il desiderio di acquistarsi l'impero, ed a profondere abbondanti tesori per giugnervi. Ma i suoi consigli furono fatali allo sposo, né ad altro servirono, che a fargli comperare a caro prezzo una morte funesta e infelice [...]. (tomo VI, p. 37)
  • Non si raccoglie dalla storia quale fosse la famiglia di Scantilla, né il suo carattere; è ad ogni modo facile il congetturare, che quella dama fosse più vana che prudente; poiché da lei in gran parte vennero le premure che disposero l'animo di Giuliano a comperare l'imperio, in tempo che tutti li senatori di merito e di qualità erano spaventati dalla morte di Pertinace[7] [...]. (tomo VI, p. 38)
  • Rivolse [Scantilla] subito gli occhi al trono, e dallo splendore di quell'oggetto restò abbagliata ; imperciocché nulla pensando ai pericoli quasi inseparabili dalle gran dignità, comecché ben recente ne avesse l'esempio, persuase il marito di abbandonare la tavola, e portarsi senza frapporre veruno indugio a far le sue offerte ai soldati. Gli rappresentò, che quando l'imperio era posto in vendita, nessuno più di lui era in istato di comperarlo, essendo egli quello che in danaro contante superava qualunque altro senatore si fosse; e che non doveva lasciarsi sfuggire un'occasione così favorevole. (tomo VI, p. 40)
  • Giulia [Domna], moglie di Severo, tra le imperatrici è quella che più delle altre ha fatto parlare il mondo, e che ha reso nelle storie famoso il suo nome, o sia a motivo della sua esaltazione, di sue galanterie, dell'amore per le scienze, della stima avuta per gli scienziati, o per le sue disgrazie, e per la stessa sua morte. (tomo VI, p. 69)
  • Aveva Giulia [Domna] tratta col nascere una somma bellezza, ed insieme una funesta disposizione a farne mal uso. Tutti quelli che la conobbero, la trovarono amabile, e molti la trovarono facile e la licenziosa sua vita servì per pruovare, che bellezza e prudenza rade volte si uniscono in una stessa persona. (tomo VI, pp. 70-71)
  • Era [Giulia Domna] dotata di uno spirito pronto, fino e dilicato, ma artifizioso, pieno di malizia e finzione, come sono di loro natura li popoli della Siria. Con la immaginativa vivace e feconda, con la profonda penetrazione, entrava con ammirabile facilità nel midollo de' più difficili affari; e col giusto discernimento, nella diversità de' pareri, rade volte s'ingannava nella scelta. Infatti, l'imperadore Severo che conosceva la finezza del genio della sua sposa, con lei consigliava le materie più importanti e più dilicate, e frequentemente il suo parere abbracciava. (tomo VI, p. 71)
  • [Giulia] Mesa possedeva un merito sodo, una prudenza senza difetti, ed una ferma saviezza capace dei maneggi della più fina politica, misurava colla ragione tutti i suoi passi, e tutte le sue azioni regolava colla modestia. Con animo grande, nobile cuore e spirito vasto, fece vedere che nessuna meglio di lei sapea vivere in corte. (tomo VI, p. 90)
  • Tanto capace di nascondere i suoi più veri pensieri, quanto di penetrare quelli degli altri, [Giulia Mesa] seppe sempre trarre vantaggio dalle notizie ricavate; dovendosi confessare, che lo innalzamento di Elagabalo, e quello poi di Alessandro [Severo], al trono imperiale, sia stato l'opera della sua politica e del suo coraggio. Nella corte di [Settimio] Severo apprese quella esperienza di cui seppe così bene servirsi. (tomo VI, p. 90)
  • [Giulia Mesa] Visse con [la sorella] Giulia [Domna] perfettamente unita, ed usando dei grandi riguardi, chiuse gli occhi per non vedere li di lei traviamenti; né, vedendola sregolata, impiegò verso la imperadrice né rimproveri, né rimostranze, procurando di non mostrarsi né fastidiosa, né incomoda per non divenirle odiosa. Sapeva ella assai bene, trovarsi di quelli che nella dissoluta lor vita molto più della vergogna temono i rimproveri che loro si possono fare. (tomo VI, pp. 90-91)
  • Plautilla era bella; nei lineamenti del volto aveva un certo non so che di vivace e toccante; ma era posseduta da un umor fastidioso. Siccome la superbia è seguace della fortuna, così aveva ella preso una cert'aria di superiorità, che non incontrava il genio di tutti. (tomo VI, p. 102)
  • Vedutasi [Plautilla] sposa dell'erede del trono, divenne più feroce e imperiosa, e si pose in capo di comandare a Caracalla come il padre suo comandava a Severo. Censurava ogni sua azione, e senza verun rispetto biasimava la sua condotta con maniere pungenti le quali penetravano nel più profondo del cuore di Caracalla, che non era per altro dotato di un naturale assai tollerante. (tomo VI, p. 104)
  • Spedì [Caracalla] [...] a Lipari alcuni ministri della sua crudeltà, i quali privaron di vita la principessa infelice. Così finì di vivere Plautilla, che sarebbe stata più tranquilla, ed in conseguenza più avventurosa nella oscurità di una condizione mediocre, se non si fosse lasciata abbagliare dagli splendori dell'imperiale diadema. (tomo VI, p. 132)

Tomo VII

modifica
  • Era ella [Nonia Celsa] figliuola di certo Diadumenieno, della cui famiglia s'ignorano le notizie. Può ben essere, che fosse congiunta alla famiglia di quei due grandi Uomini, de' quali portava il nome, che furono tanto famosi tra quelli, che si distinsero nella jurisprudenza; ma la Imperadrice, di cui parliamo, non ebbe la loro virtù; anzi il suo dolce temperamento e amoroso, la fece piegare, ove la invitavano le delizie e i piaceri. Non isdegnò di ascoltare i sospiri continui di un numero infinito di amanti, che le spiegavano le tenerezze de' loro amori; e porgeva loro l'orecchio con quel diletto, che suol essere un contrassegno troppo sicuro degli avvantaggi, che la passione amorosa riporta sopra de' cuori. Quell' amore, che nel principio era un semplice divertimento, si cambiò in un commercio amoroso, che la rese ben presto soggetta alle pubbliche mormorazioni. Fu accusata di troppa gratitudine verso le premure de' suoi amanti, ed avvalorò ella que' molesti sospetti con la irregolarità del suo vivere, la quale degenerò finalmente in aperta dissolutezza; essendo pur troppo vero, che quando una femmina ha oltrepassati i confini dal pudore prescritti, non ha più ritegno veruno, e si abbandona agli sfrenati suoi appetiti. (tomo VII, p. 10)
  • Era Annia Faustina una delle più degne persone, che vivessero in Roma, o considerata nella sua nascita o nella bellezza, ed era pronipote dello imperadore Marco Aurelio, il cui nome, e memoria si trovavano singolarmente venerati da tutti i Romani. Allo splendore della origine accoppiava poi anche il merito personale, onde non aveva di che invidiare le più amabili dame di Roma, ed in una tenera giovanezza, ed in una età ancora acerba faceva mostra di una consumata prudenza, insolita ritrovarsi nel sangue delle Faustine. (tomo VII, p. 40)
  • [...] anche le più violenti passioni trovano il loro fine fatale, quando giungono al conseguimento della cosa desiderata. Egli è però vero che quella di Elagabalo non cessò, anzi solamente cambiò di oggetto, coll'accendersi per Cornelia di quel medesimo fuoco che arso lo aveva per Faustina.
    Cornelia Paola traeva l'origine da una delle più illustri famiglie di Roma. Si crede che fosse vedova e madre, sul fondamento del pretesto preso da Elagabalo per isposarla. Quel principe, ugualmente facile ad innamorarsi ed a cessare di essere innamorato, vide appena Cornelia, che la giudicò degna del solo suo amore. A lei rivolse tutti gli affetti, fece lo spasimante; e perché non gli piaceva di tenere lungamente in angustia[8] la sua passione, le parlò tosto di matrimonio. (tomo VII, pp. 45-46)
  • Era [Cornelia Paula] una bella donna, ben fatta della persona, atta a piacere; la sua nascita non era inferiore all'alta fortuna, ed erano stati sempre governati dalla prudenza li suoi costumi. Malgrado nulladimeno quelle belle qualitadi, appena pochi giorni passarono, ch'ella venne a noja allo imperadore. E perché conosceva la ingiustizia del suo operare, si trovò molto imbrogliato nell'addurre una qualche ragione plausibile, che servisse a giustificarlo. Cornelia dopo il suo matrimonio non aveva fatta veruna cosa, che meritasse l'ingiuria di quell'oltraggioso ripudio; ed il pubblico, che non di rado vuol criticare le azioni de' principi, era curioso di sapere qual pretesto produrebbe lo imperadore per colorire la sua incostanza. (tomo VII, pp. 48-49)
  • Si trovava tra queste [vestali] una chiamata Giulia Aquilia Severa, figliuola del senatore Aquilio Sabino, eletto due volte console da Caracalla. Roma forse non aveva la più bella di lei; e l'abito di vestale, in vece di minorare le sue bellezze, accrescevale, e furono tali che bastarono ad accendere il cuor di Elagabalo. Appena la vide che per lei sospirò, né essendo uomo da soffrire lungamente la sua passione, visitò frequentemente la bella prigioniera. (tomo VII, p. 50)
  • La vestale [Aquilia Severa], infedele al suo impegno, non ebbe senza dubbio molta difficoltà ad avvezzarsi allo splendore degli ornamenti imperiali. Bisogna anche dire, che la sola ambizione sia stata quella, che la fece acconsentire a quelle nozze che tanto la disonoravano. Oltre la trasgressione de' voti violati con tanto scandalo, anche la volubilità di Elagabalo che si maritava e smaritava, s'è permesso dire così, ogni giorno, doveva arretrarla, e farle fuggire le premure dell'amante capriccioso. (tomo VII, p. 54)
  • [Annia] Faustina e Cornelia [Paula], ridotte alla loro prima fortuna, piagnevano la loro pazza credulità; senza però che nessun'apparenza potesse far credere, che Severa fosse per fissare il cuore istabile di un principe, incapace di nutrire nel seno un amore sincero e costante. Né passò lungo tempo, che la caduta della vestale giunse a recare qualche conforto alle sventurate due imperadrici. Infastidito anche di questa, Elagabalo la ripudiò, ed è probabile che allora facesse entrare [il padre] Sabino nella disgrazia della figliuola. (tomo VII, p. 54)
  • In età di soli tredici anni giunse Alessandro [Severo] allo imperio. Il decreto medesimo che confermò la sua elezione, conferì a Mammea sua madre il titolo di Augusta, di Madre della Patria, e quegli altri preziosi, ma vani, soliti prodigamente darsi dal senato alle mogli e alle madri degl'imperadori. Debbesi però confessare, che quegli onori tante volte dall'adulazione concessi a tante principesse che n'erano indegne, ebbero la fortuna di essere premii del merito, nell'esser dati a Mammea. Era ella prudente, e si conduceva in modo da non essere dalla detrazione attaccata. Non fece in tutta la sua vita un solo passo che potesse far dubitare dell'onor suo; ed ebbe il glorioso vantaggio di conoscere la religione di Gesù Cristo, col mezzo di Origene, che le ne procurò la ventura. (tomo VII, pp. 76-77)
  • Il nome della moglie di Massimino è stato incognito per lungo spazio di tempo; il consentimento però universale de' moderni scrittori si è, ch'ella si chiamasse Paolina, cui non mancavano le doti della bellezza, ma soprattutto quelle di molta saviezza. Aveva il cuore alla beneficenza inclinato, alla moderazione ed alla clemenza. (tomo VII, p. 115)
  • [Marcia Otacilia Severa] Le medaglie coniate in suo onore le fanno avere una fisonomia grave, un'aria modesta e molta bellezza. Ebbe la fortuna di conoscere la religione di Gesù Cristo, e di essere addottrinata nelle sue massime. Bisogna però confessare, che maggiore del Cristianesimo da lei professato fu la sua ambizione, onde senza rispettare la sua religione diede mano a' progetti ingiusti di suo marito, e si rese complice de' suoi delitti. (tomo VII, pp. 145-146)

Tomo VIII

modifica
  • [Erennia Etruscilla] Nulla si intorno la sua famiglia e patria; e le medaglie non le danno troppa bellezza, ma gli occhi piccoli, fisonomia poco aggradevole, e l'aria di donna di condizione bassa, anziché nobile. (tomo VIII, p. 5)
  • Nelle medaglie [Mariniana] comparisce con aria di femmina savia e di grave fisonomia; diffatti è a credersi, che Valeriano[9] in lei cercasse una sposa, i cui costumi rassomigliassero a' suoi. (tomo VIII, p. 17)
  • Salonina, che nelle greche medaglie è nominata Chrisogona, era dotata di rara bellezza, accresciuta anche più da una savia prudenza, da cui non fu abbandonata giammai. E siccom'era dotta, si recava a gloria lo stimare gli uomini dotti, li quali tenne sotto la sua protezione avendo, tra gli altri, dati frequenti e generosi attestati di ben distinta parzialità a Plotino filosofo. (tomo VIII, p. 20)
  • [Il Senato di Roma] [...] dichiarò Augusta la imperadrice Mariniana, la cui esaltazione ad altro non servì, che a far maggiormente risplendere la sua modestia. È facile lo immaginarsi quanto fosse grande il piacere di Valeriano in vedere una moglie e una nuora [Cornelia Salonina, moglie di Gallieno], servire a tutto il sesso d'illustre esempio con le loro virtù. (tomo VIII, p. 21)
  • Insieme col marito ebbe la disgrazia di cadere nelle mani dei persiani, anche Mariniana, in cui ugualmente il barbaro re [Sapore][10] non rispettò né il sesso né la dignità. La trattò rusticamente, onde una imperadrice Romana si vide obbligata a tollerare, nella sua depressa costituzione, ingiurie indegne anche di una femmina uscita dalla condizione più vile del popolo. Egli è ben difficile il resistere a colpi così possenti! Mariniana aveva, oltre la sua disgrazia, sempre nella mente e negli occhi quella ancora di Valeriano. I persiani rendevano di giorno in giorno le loro catene sempre più dure e pesanti, aggiugnendo alla miseria della schiavitù, quella pure degli oltraggi e degli scherni. La sventurata imperadrice non ebbe la forza necessaria per sopportarli, onde morì col dolore di lasciare lo sposo tra le mani di un principe, che faceva servire di trastullo alla sua corte la più augusta persona dello universo. (tomo VIII, p. 24)
  • [Zenobia] Era ella una principessa illustre, originaria di Siria, ebrea di nazione, se debbesi prestar fede agli autori ecclesiastici, e discendeva da Cleopatra, regina di Egitto, tanto famosa per la bellezza quanto per le disgrazie di Marc'Antonio suo amante. Con le bellezze però non aveva ereditate le debolezze di quella regina; e correva in concetto d'essere la più bella donna di tutto l'oriente, ma in quella sua bellezza aveva un non so che di maschile, da cui si comprendeva il di lei coraggio. (tomo VIII, pp. 36-37)
  • Era [Zenobia] di color bruno, ed aveva grandi gli occhi e neri, da' quali uscivano guardature, per così dire, di fuoco. Ogni parte di sé medesima la costituiva superiore ad ogni altra; né meno pregevoli erano le doti del cuore e dell'animo. Dotata di grande intendimento, aveva una giusta politica, ed un coraggio incapace di avvilirsi, o di cedere alle difficoltà. Nessuna impresa era sì grande, che non riuscisse alle sue forze inferiore. (tomo VIII, p. 37)
  • Aveva egli [Vittorino][11] per madre la famosa Vittoria, o sia Vittorina, principessa di animo eccelso e di vasta ambizione dotata. Alcuni credono che fosse sorella di Postumio; egli è però certo, ch'ella non cedeva nel merito in conto veruno a Zenobia. Tra le altre cose sapeva con tant'arte insinuarsi nel cuor de' soldati, che delle loro volontà disponeva assolutamente. (tomo VIII, p. 44)
  • Il maggiore tiranno, di cui avesse Gallieno[12] a temere, fu quella principessa [Vittoria][13]. Con le sue idee piene di grandezza e di coraggio; con le imprese eseguite con fermezza, e per lo più con fortuna; con i consigli suggeriti dalla prudenza; con l'animo sempre superiore ad ogni accidente, e con la mente di ripieghi feconda, si fece riputare il più pericoloso di tutti gl'inimici dello imperio. Fece darsi il titolo di Augusta, e di madre degli eserciti, e ne sostenne con molta gloria la dignità sino alla morte. (tomo VIII, p. 44)
  • [Vittoria] Fu ammirata come l'onore del proprio sesso nell'Occidente, nel tempo medesimo che Zenobia si rendeva così celebre nell'Oriente: e fu veduto lo imperio sì ben governato da due donne. (tomo VIII, pp. 44-45)
  • Severina non era bella, ma in iscambio aveva un'aria grave, un cuor grande e nobili le inclinazioni. Seguì lo Sposo [Aureliano] in tutte le militari sue spedizioni, anche dopo d'essere imperadrice; né gli fu di piccolo giovamento, per assicurarlo dell'amor delle truppe con liberalità fatte a proposito, e con cortesie obbliganti fatte anche al menomo de' soldati. Queste notizie sono per la maggior parte tratte dalle medaglie; imperocché dagli storici non abbiamo nemmeno il suo nome. (tomo VIII, p. 83)
  • [Prisca] [...] era ella una femmina, le cui inclinazioni riguardavano il bene del pubblico. E difficile il dubitare, ch'ella non avesse cognizione della religione di Gesù Cristo, e non la professasse col cuore in segreto. Pare, che rendano testimonio bastevole della sua fede la sua prudente condotta, l'austerità de' costumi, la modestia usata dopo salita sul trono dello imperio, e la somma pazienza con cui tollerò le persecuzioni. (tomo VIII, p. 106)
  • Subito che Diocleziano fu proclamato imperadore, il senato, seguendo il solito suo costume, decretò il titolo di Augusta a Prisca, ma quell'onore, ben lungi dall'essere dannoso alla sua modestia, ad altro non servì, che ad accrescere in lei la virtù. Collocata sopra il più luminoso trono del mondo, conservò quella stessa moderazione, che l'aveva resa così stimabile nella prima sua condizione, e fece vedere; darsi certe anime generose, che non si lasciano abbagliare, dal falso splendore di ridente fortuna. (tomo VIII, pp. 109-110)
  • Galeria Valeria Eutropia era nata in Siria, ed aveva tutti i vizi di quella nazione. Alcuni credono che fosse parente, o in qualche modo congiunta di Eutropio, padre dello imperadore Costanzo. Era dotata di una di quelle bellezze, che toccano i cuori, di genio allegro, con molta inclinazione a' piaceri, d'indole amorosa, e facile a compiacere. (tomo VIII, p. 112)

Tomo IX

modifica
  • Le qualità di quella principessa [Flavia Giulia Costanza] non erano comuni a molte altre, mentre non avea veruna delle debolezze naturali al suo sesso, ed accresceva con le doti dell'animo le bellezze del corpo. In lei era un coraggio virile, una consumata prudenza, una fina politica, una soda virtù. (tomo IX, p. 7)
  • [Flavia Giulia Costanza] Faceva che si ammirasse, accoppiata ad uno spirito pronto, molta cognizione degli affari, una eloquenza vivace, ed una costanza che difficilmente cedeva; e tra le altre cose quella certa disposizione a' maneggi, co' quali sapeva accordare i sentimenti più disparati. (tomo IX, p. 7)
  • [Flavia Giulia Costanza] [...] rimaneva così ostinatamente ferma ne' suoi voleri, che quasi mai abbandonava le prime sue fantasie, quando non si fosse trattato di concepirne delle straordinarie, e di quelle, che la distinguessero dal volgo dell'altre persone. Era suo diletto l'aguzzare lo ingegno intorno a tutte le cose, non escludendo nemmeno le materie di religione, dal che nacque un pregiudizio considerabile per gl'interessi della Chiesa di Dio. (tomo IX, pp. 7-8)
  1. Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo settimo e ultimo re di Roma.
  2. Dal lat. serpĕre «strisciare».
  3. Marco Lollio, politico e militare romano.
  4. Gneo Domizio Corbulone, politico e militare romano.
  5. Lucio Vero (130-169), imperatore romano, fratello d'adozione di Marco Aurelio.
  6. Isola di Capri.
  7. L'imperatore Pertinace era stato ucciso dai pretoriani dopo tre mesi di regno.
  8. Nel testo "augustia".
  9. Imperatore romano dal 253 al 260.
  10. Sapore I (215 circa – 270), re sasanide di Persia.
  11. Marco Piavonio Vittorino (... – 270/271), imperatore dell'Impero delle Gallie, nome dato alle province dell'Europa settentrionale secessioniste dall'Impero romano.
  12. Publio Licinio Egnazio Gallieno (218 – 268), imperatore romano dal 253 alla sua morte.
  13. Vittoria è inclusa nella lista dei Trenta Tiranni della Historia Augusta.

Bibliografia

modifica

Altri progetti

modifica