Livia Drusilla

imperatrice romana, consorte dell'imperatore Ottaviano Augusto

Livia Drusilla Claudia (58 a.C. – 29), nobildonna romana, moglie dell'imperatore romano Augusto, madre di Tiberio e di Druso maggiore.

Livia Drusilla: busto nel Museo archeologico nazionale di Atene

Citazioni su Livia Drusilla

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  • Bisogna confessare, che tra tutte le Imperadrici Romane, Livia sia stata quella, che più delle altre abbia onorata la sua dignità, e ne abbia più decorosamente sostenuto il carattere. Augusto medesimo è a lei debitore d'una gran parte della sua gloria, poiché si sa che consigliava con lei i più importanti e difficili affari, e spesse volte seguiva le sue decisioni. (Jacques Roergas de Serviez)
  • Livia si può dire che chiuda la serie delle donne della repubblica [romana]. Ella è l'ultima delle donne della repubblica e la prima dell' impero; proprio come è Augusto, rispetto agli uomini suo tempo. (Ettore Ciccotti)

  Citazioni in ordine temporale.

  • Livia fu, per lunghissimi anni, fedele compagna e consigliera di Augusto: di carattere virile, di grande cultura, gli fu di aiuto nel Governo; rigida di costumi, discreta, dissimulatrice, modesta, dolce e compiacente con Augusto, fingeva di non vederne le infedeltà e, secondo alcuni, anzi, si adattava a procurargli altri svaghi; severa, implacabile con gli avversari, scaltra, dominatrice, fu avida di comando e gelosa del grado acquistato colle sue grazie.
  • Livia, bella anche nella vecchiaia, poco larga d'affetto ai figli e nepoti, piacevole più che non fossero le antiche matrone, superba madre, dal giorno in che conobbe di non poter aver figli da Augusto, ebbe l'unico fine di conservare, un giorno, nelle proprie mani l'Impero, sotto il comando apparente del figlio maggiore Tiberio, che fu educato a seguire con piena fede la politica di Augusto.
  • Consigliera all'Imperatore [Augusto] di clemenza pubblica, incoraggiò il marito nella severità familiare; matrigna implacabile, ava senza viscere, tenne i figli propri in continua soggezione e li trattò duramente per abituarli a riconoscere, un giorno, che il grado supremo supremo lo dovevano a lei.

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