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Mario Borsa

giornalista italiano

Citazioni di Mario BorsaModifica

  • Il pubblico ha avuto appena una vaga e imperfettissima idea di ciò che è avvenuto nel 1921 e 1922. Le purghe di olio di ricino, le randellate, le spedizioni punitive, i bandi, le distruzioni e incendi di cooperative, camere del lavoro […] trovano appena cenni fuggevoli, attenuati, deformati nella cronaca dei nostri giornali.
    La stampa italiana, fatte poche onorevoli eccezioni, aveva disertato il campo; aveva tradito la sua missione. […] Io ho sempre pensato che se la stampa italiana in quel periodo avesse dato prova di maggior coraggio e previdenza, il fascismo non avrebbe preso un così largo sviluppo o, almeno, non sarebbe caduto in tanti eccessi. Ma la stampa ha lasciato fare senza opporre alcuna seria resistenza. Il suo silenzio poteva benissimo interpretarsi come una approvazione, una giustificazione, una sanatoria. Nel fatto era una deplorevole complicità. (da La libertà di stampa, Corbaccio, Milano, 1925)

Il teatro inglese contemporaneoModifica

IncipitModifica

Una delle maggiori privazioni in Londra, per chi si interessi con amore e serietà di cose artistiche, è la mancanza di un buon teatro di prosa. Se – anziché nella metropoli moderna di un grande impero – si fosse in una regione semibarbara dell'Africa o dell'Asia, questa mancanza la si sentirebbe meno. Ma Londra, pur troppo, è piena di teatri!

CitazioniModifica

  • Il Barrie è un fenomeno psico-artistico dei più curiosi. A me fa l'effetto di un ragazzo che, arrivato a una certa età si sia piantato lì, abbia fatto un capriccio e non abbia più voluto crescere. Letterariamente egli è rimasto sempre un énfant-prodige. E badate che ha i suoi quarantacinque anni suonati! (cap. 2, p. 60)
  • [Arthur Wing Pinero] A vederlo non lo si direbbe quello che è. Ha tutta la compostezza di un borghese facoltoso; anche il volto sbarbato, dall'occhio piccolo e nero come il carbone, dal sopracciglio sporgente a tettuccio e sempre foltissimo, malgrado lo strazio che ne hanno fatto i suoi caricaturisti, non ha proprio – buon per lui! – l'espressione stereotipata di un artista inspirato! Ma nella conversazione si avverte subito la vena sottile e quieta di un umorismo sapiente. (cap. 2, p. 68)
  • Gli è che ai tre maggiori poeti dell'era vittoriana mancò la dote prima e più necessaria per il teatro. Lirico lo Swinburne, epico il Tennyson, analitico il Browning, nessuno fu mai capace di vedere il mondo obiettivamente: nessuno ebbe quella che gli inglesi chiamano la stereoscopic imagination, cioè la facoltà di metterci davanti le cose nella loro solidità.
    Tale immaginazione possiede invece Thomas Hardy e sua è una delle più curiose e interessanti contribuzioni al teatro letterario. (cap. 5, p. 201)
  • Thomas Hardy è un grande pessimista. La sua fisionomia di pensatore e di artista sta tutta qui. Ma questa basta a fermarne l'originalità. I moderni, generalmente, traggono il loro pessimismo dall'impressione, dallo studio e dalla rappresentazione più della società che dell'individuo. [...]. Nei romanzi dell'Hardy è altra cosa.
    Il suo lo si potrebbe definire un pessimismo puro. Esso gli è inspirato non dalla società umana, ma dall'uomo; non da tutto ciò che è contingente nella vita, ma dalla vita in sé e per sé, dallo stesso fenomeno biologico. (cap. 5, pp. 202-203)
  • Il Phillips è la contradizione vivente del vecchio adagio latino: carmina non dant panem! A lui un volumetto di poesie, premiato nel 1898 col primo premio del giornale l'Academy, ha dato finora venticinquemila lire all'anno! Senza dire della fama. Marpessa – un breve poemetto romantico – ebbe dieci edizioni in Inghilterra e in America ed è diventato popolarissimo. (cap. 5, p. 217)
  • Non vi è nulla di più capriccioso a questo mondo del successo letterario. Il Phillips è certamente un poeta – armonioso, pieno, grazioso, amante, come il Keat[1], della frase tornita – ma la sua grande voga è inesplicabile. Comunque l'ebbe e un attore-direttore fu abbastanza accorto da sfruttarla. (cap. 5, pp. 217-218)
  • Alcuni considerano il Phillips come il D'Annunzio della scena inglese, ma il confronto non è possibile. I due nomi si possono avvicinare solo per questo che entrambi i poeti fanno del teatro letterario per la rappresentazione scenica. La loro arte tuttavia e il loro temperamento sono affatto dissimili. E, limitando il giudizio all'opera teatrale dei due, io direi che quella del Phillips, sebbene certo meno inspirata, meno imaginosa, meno vibrante e meno luminosa di quella del D'Annunzio, è però più sincera nella concezione, più seria nell'espressione e più rispondente alle tradizioni e alle ragioni della scena nella forma. (cap. 5, p. 220)
  • [William Archer] È colto. La sua coltura è delle più larghe e delle più solide: ha fatto lunghi studi sulla letteratura drammatica nazionale e su quella antica e moderna degli altri paesi: conosce e parla alla perfezione il francese, il tedesco, il norvegese e, credo, l'italiano: scrive con una semplicità, con una chiarezza e con una precisione mirabili: il suo stile, nutrito di idee originali, è sciolto, naturale, fluido e screziato di un facile e geniale umorismo. Soprattutto ci si sente dentro una volontà, una vigoria, una fede. (cap. 6, p. 229)
  • Il primogenito dell'Irving[2], che segue lodevolmente le orme paterne, [...] è uscito dall'Università di Oxford e attori universitari sono pure il Bourchier[3] e il Benson. Quest'ultimo mi parlava una sera nel suo camerino del teatro Kennington, fra un atto e l'altro di As you like it, delle ragioni che hanno favorito l'arte drammatica in Grecia, in Roma e nell'Inghilterra Elisabettiana, come avrebbe potuto fare un professore di storia letteraria, erudito e geniale.
    Per questa loro coltura gli attori inglesi non si trovano a disagio in mezzo agli uomini di studio, agli uomini di Stato, agli scienziati, ai romanzieri, ai poeti e agli artisti. Essi non formano una casta, non vivono a sé, respirando esclusivamente l'atmosfera falsa e viziata del palcoscenico, ma vengono costantemente in contatto colla parte più eletta del pubblico. (cap. 6, pp. 239-240)
  • Unico, glorioso rappresentante della grande arte tragica era fino a ieri, lo ripeto, sir Henry Irving. Ricordo ancora gli entusiasmi della primavera del 1905. Irving! Irving! Irving! Il pubblico lo voleva alla ribalta un'altra volta prima di sfollare il teatro, dopo l'ultima del Becket al Drury Lane. Irving! Irving! Irving! Il grande attore si ripresentò per la dodicesima volta. Aveva già ringraziato ed aveva già fatto il suo solito discorsetto. Che altro aveva a dire? Sorrise, s'inchinò e agitando famigliarmente la mano: «Addio!» disse. No! no! Non addio! non addio! «Allora, buona notte!» sclamò[4] l'Irving sempre sorridendo e si ritirò.
    Da quella sera non è più ricomparso su un teatro londinese. Nell'agosto intraprese una tournée in provincia e il 13 ottobre, rientrando all'Hôtel Midland dopo la rappresentazione della sua favorita tragedia del Tennyson[5], cadde su una sedia fulminato da sincope. (cap. 6, pp. 240-241)

Memorie di un redivivoModifica

IncipitModifica

Le moi est haïssable, dice il Pascal e dice bene. Il lettore che non mi conosce né sa né importa che sappia. Non è per lui, infatti, che scrivo. Scrivo soprattutto per i vecchi amici e colleghi che mi furono compagni di viaggio attraverso paesaggi lontani su cui il sole è tramontato per sempre.

CitazioniModifica

  • Giovanni Bertacchi studente, aveva un suo rilevo particolare, qualche cosa, per dirla con due brutte e presuntuose parole venute di moda nei giornali, di «inequivocabile e inconfondibile». Il suo aspetto secco e angoloso era di una insignificante irregolarità, ma chi, ricordando il complimento fatto un giorno dal poeta Malherbes a Maria de' Medici, avesse notato quelle sue manine piccolissime, bianche, nervose, o avesse osservato quei suoi occhi, che a furia di guardar dentro l'anima delle cose non vedevano, talvolta, quello che c'era di fuori, non avrebbe potuto a meno di sospettare nel giovane paesano, una fine e nobile spiritualità. (cap. 2, p. 41)
  • Il Rovetta era un lavoratore metodico, compassato nella sua arte come nella sua persona. Faceva vita piuttosto ritirata ma quando si conversava con lui si avvertiva subito l'osservatore attento, malizioso e qualche volta anche un po' acido. (cap. 3, p. 77)
  • [Gerolamo Rovetta] Era sua abitudine annotare in un taccuino ciò che lo colpiva di più nelle persone: tratti curiosi, motti debolezze, talché i personaggi dei suoi drammi come dei suoi romanzi parevano copiati dal vero. (cap. 3, p. 77)
  • [Gerolamo Rovetta] Discorreva, in quel suo veronese un po' tagliente, della sua arte come di un mestiere, quasi ostentatamente. A sentir lui doveva fare, per sbarcare il lunario, tanti romanzi e tante commedie all'anno. Non scriveva per amore dell'arte. Aveva bisogno di successo. Per questo era abile nel fiutare il vento. Mi ricordo che il vento soffiando allora molto da sinistra, egli, ancorché di principi conservatori, scrisse Marco Spada, una commedia nella quale i milanesi credettero, non a torto, di ravvisare alcune notabilità del mondo politico e giornalistico d'allora, come Dario Papa, Anna Kuliscioff ed altri. (cap. 3, pp. 77-78)
  • Che differenza fra Ibsen e Björnson! Il primo cortese, ma chiuso, freddo e riservato; il secondo aperto, festoso e loquace. Anche fisicamente i due erano uno l'opposto dell'altro: Ibsen piuttosto piccolo e pingue con due lunghe basette bianche e due occhi singolarissimi, celesti, grandi, spalancati dietro gli occhiali, duri, fissi, imperscrutabili e scrutatori ad un tempo; Björnson alto e tarchiato, con una magnifica testa leonina e dei capelli ancora biondicci alla base che gli salivano maestosi sulla fronte superba: gli occhi erano pieni di fuoco e parevano – malgrado i 65 anni che aveva allora – pieni di vigoria. Anche e più spiritualmente i due contrastavano: pensatore, pessimista, aristocratico l'uno; tribuno, ottimista, democratico l'altro. (cap. 5, pp. 132-133)
  • [Paolo Valera] Socialista feroce a parole, rivoluzionario a parole, sanguinario a parole, egli ha, a parole, sbranato la borghesia e polverizzato tutto il mondo capitalistico. Aveva il genio dell'ingiuria. Gli uomini contro cui la sua penna si accaniva finivano a brandelli. Non aveva coltura. Aveva letto opuscoli libertari: le sue conoscenze storiche si limitavano alla Rivoluzione Francese, alla Comune al nichilismo: ma scriveva bene, con una lingua sua e uno stile inimitabile. (cap. 6, pp. 149-150)
  • Alcuni in Milano non avranno dimenticato il nome di Emma Ivon: nessuna altra donna fece tanto parlare di sé la cronaca mondana. Si sapeva che aveva cominciato la bella vita a 15 anni; si facevano tanti nomi: perfino quello di un re. [...]. Io ricordo, ragazzo, d'averla vista recitare; non valeva gran che: anzi, la si sarebbe detta un'oca. Ma la sua presenza sulla scena impressionava; era alta, maestosa, con fattezze fidiache, lineamenti perfetti, due grandissimi occhi neri inespressivi ma incantevoli e una carnagione bianca come il latte. (cap. 6, p. 150)
  • [Emma Ivon] Non c'era calore né nella sua voce, né nel suo cuore: ma quella bellezza fredda e marmorea aveva del portentoso. Tutti i giovani eleganti ne andavano matti. Immaginate quando si seppe del suo arresto, di un bambino non nato da lei, ma fatto passare per suo, e di altre brutture. Vi fu il processo: vi fu la condanna, e da ultimo vi fu l'assoluzione in Corte d'Appello per un cavillo legale. (cap. 6, pp. 150-151)
  • Il Guerin Meschino[6] che aveva ribattezzato gli uomini più in vista del tempo e chiamava Crosuè Carducci il Carducci, Matilde Cacao la Serao, Giulebbe Giacosa il Giacosa, e Mappamondo degli Amici il De Amicis, parlava di Teodoro Moneta come di T'adoro Moneta. (cap. 6, p. 153)
  • Al Moneta successe nella direzione del Secolo Carlo Romussi, che da tempo ne era il redattore capo e, anche più del Moneta, il vero ispiratore. Credo che per più di un quarto di secolo il Romussi sia stato l'uomo più combattente e più combattuto nel mondo politico-giornalistico milanese.
    I conservatori lo accusavano di essere un settario, ma ahimè l'accusa veniva dagli uomini della Perseveranza[7], la quale, in omaggio alla serenità politica, era arrivata al punto, per esempio, di non pubblicare nemmeno la notizia della morte di Maurizio Quadrio![8] I cattolici e clericali lo esecravano come un mangiapreti. Eppure mi ricordo di aver visto una fotografia di Carlo Ramussi accanto al cardinale Ferrari, tutti e due sorridenti e ritti proprio sotto i piedi della Madonnina del Duomo. Tutti riconoscevano in lui un galantuomo ma alcuni lo dicevano bizzoso e piccino. (cap. 6, pp. 153-154)
  • [Carlo Romussi] Piccino di statura lo era certamente. Mi pare di vederlo o meglio di intravederlo perchè il Romussi correva sempre. Non stava mai fermo un minuto. Pareva il moto perpetuo. Veniva giù in furia dal Corso e sgambettava su per via Pasquirolo. Era rapido anche nel parlare e nello scrivere: tutto nervi, tutto scatti: il più frettoloso, il più scompaginato, il più frammentario uomo che io abbia conosciuto. (cap. 6, pp. 154)
  • La democrazia italiana, a differenza delle democrazie dell'Inghilterra e della Francia nate dalla lotta per la conquista delle libertà interne, era nata dalla lotta per la conquista dell'indipendenza nazionale. Era quindi stata e continuava ad essere soprattutto garibaldinismo, irredentismo, combattentismo, senza un serio e fervido contenuto di principî nel campo politico, sociale ed economico. Credo che questa sia stata la maggiore disavventura della nostra vecchia democrazia. (cap. 6, p. 163)
  • [Nicola II di Russia] La voce pubblica gli attribuiva tendenze miti e quasi mistiche. Il Blowitz, corrispondente da Parigi del Times, lanciava un giorno la notizia sensazionale che il giovane Czar voleva chiudersi in un convento e farsi frate. Certo era un debole e lo si vide anche più tardi quando soggiacque alle funeste influenze della Czarina e di Rasputin. (cap. 8, p. 208)
  • [Sullo scrittore britannico H. G. Wells] Uomo veramente mirabile! Chi, infatti, più degno di ammirazione di colui che, non potendo ragionevolmente credere nelle cose che sono, ha ancora il coraggio di credere irragionevolmente in quelle che saranno? (cap. 10, p. 281)
  • [Thomas Hardy] Una sera, che ero fra gli invitati a un pranzo dell'Omar Kayam Club – uno dei tanti club girovaghi londinesi, che raccoglieva, di prefernza, gente di penna – mi trovai accanto a un vecchierello che doveva aver passato di un bel po' la sessantina: piccolo, esile, con una faccia sparuta e triangolare, con due occhiettini rotondi, pungenti e neri come due capocchie di spillo e due baffetti grigi e appuntiti. Io mi presentai a lui e lui si presentò a me come si costuma in casi simili. Ma quando egli fece il suo nome e io gli dissi tutto l'onore che provavo nel sedere accanto al maggior romanziere inglese allora vivente, egli arrossì come una fanciulla e si impappinò come uno scolaretto. Che la timidezza avesse in lui qualche cosa di morboso era noto a quanti lo frequentavano, ma io non lo avrei creduto se non fosse stato per quell'incontro. (cap. 10, p. 286)
  • [John Galsworthy] Era un uomo chiuso, riservatissimo, di maniere delicate, quasi femminili. Non si sarebbe sospettato in lui quell'indagatore così sagace e quel commentatore così coraggioso ed ironico della vita inglese quale apparve nei suoi romanzi. Il suo dire era tutto reticenze: il suo giudizio tutto attenuazioni. Pareva sempre dubbioso delle sue opinioni e desideroso più di udire quelle degli altri che di esprimere le proprie. Shy as a school-boy (timido cime un ragazzetto di scuola) lo ha definito un suo biografo, e la definizione non poteva essere più esatta. (cap. 10, p. 288)
  • Il Brangwyn è stato definito il Witman[9] della pittura. Temperamento pensoso, simpatizzante, ama il popolo e la sua vita povera e rude. Sente la nobiltà del lavoro e la sua arte tizianesca, così maschia, così massiccia, così rigogliosa di colore e ricca di forme, è come un solo inno luminoso, esiodiano[10] alla dura, semplice, eterna operosità fisica. Ama le cose, ne ascolta, ne intende e ne traduce il linguaggio prediligendo i motivi e le scene di lavoro e di fatica. (cap. 10, p. 296)
  • Il Pontremoli non è mai stato un giornalista, né si è mai piccato di esserlo. Io che lo conosco bene per essere stato suo amico fin dai primi anni della nostra giovinezza (e mi compiaccio di esserlo ancora oggidì) ho sempre pensato che egli avrebbe dovuto nascere e operare nella City come un company promoter, personaggio quale esiste solo in Inghilterra, dove esplica la sua attività nell'imbastire affari su affari, promovendo e lanciando continuamente nuove società. Con la sua vena improvvisatrice e la sua genialità di risorse, il Pontremoli sarebbe stato indubbiamente un brillante e fortunato company promoter. (cap. 12, p. 337)
  • Il Magrini ebbe una giovinezza dura e avventurosa. Triestino, studiosissimo, mazziniano, animato da un grande fervore italiano e da un alto idealismo morale, cominciò a scrivere a quindici o sedici anni nel giornale locale l'Indipendente e a frequentare la compagnia sospetta dei più accesi patrioti irredenti. La polizia austriaca non tardò molto a mettere gli occhi su di lui e un brutto giorno piombò in casa sua per arrestarlo. (cap. 12, p. 343)
  • [Luciano Magrini] Non badava a fatiche, a privazioni, a pericoli. Seguì i serbi durante la prima guerra mondiale nella loro tragica ritirata. Era il solo giornalista italiano, ma aveva a compagni alcuni giornalisti inglesi, americani e francesi. Incredibili furono le difficoltà del viaggio attraverso monti e fiumi, per strade impervie e regioni disabitate, sotto la pioggia incessante, senza un ricovero e quasi senza viveri. I suoi colleghi ad uno ad uno rimanevano indietro, vinti dalla fatica, dai disagi e dalla fame. Ma il Magrini avanti, di giorno e di notte, sprovvisto di tutto, sostenuto dalla sua passione giornalistica e dal suo amore per il giornale. Arrivato a Salonicco, prima di riposare e di prendere cibo, stese un telegramma di tremila parole e perché non aveva più un soldo in tasca corse dal Console italiano e si fece prestare la somma occorrente per spedirlo. Da giorni, anzi da settimane, nessuno aveva saputo più nulla dell'esercito serbo: fu il telegramma del Magrini che fece improvvisamente la luce sulla sua drammatica anabasi. Ebbe un grande successo qui, in Francia e in Inghilterra. (cap. 12, pp. 344-345)
  • [Luciano Magrini] Egli faceva inchieste scrupolose; sapeva avvicinare tutti quanti – re, principi, generali, statisti, rivoluzionari – sapeva far parlare tutti quanti; entrava nel vivo delle questioni, le sviscerava, le penetrava a fondo. I suoi lavori sulla Cina, sul Giappone, sull'India, sulla Russia, sulla Germania, sul Brasile, per citare solo alcuni dei quindici o venti che ha pubblicato, fanno bella testimonianza del suo metodo e del suo ingegno. Non vedeva mai uomini, paesi e problemi, con occhi superficiali. Il suo studio sull'India – tradotto anche in tedesco come lo furono parecchi altri – è una bella, acuta, indagine sul ghandismo e su altre manifestazioni del pensiero indiano. Il suo Delitto di Saraievo è indubbiamente la più singolare documentazione delle tenebrose origini di quello storico avvenimento. (cap. 12, pp. 345-346)
  • Il mentecatto Francesco Coppola inneggiava in quei giorni [all'inizio della prima guerra mondiale] nell'Idea nazionale al nazionalismo combattente: «non più classe contro classe , ma nazione contro nazione», non più, dunque, lotta incruenta e pacifico lavoro di riforme sociali per affermare e limitare, rispettivamente, i diritti delle diverse classi, ma lotta cruenta fra le nazioni per depredarsi a vicenda e prendere l'una il posto dell'altra; inneggiava al «ritorno dei popoli alla verità eroica», cioè alla guerra per la guerra contro l'«internazionalismo pacifista», cioè contro il solo ideale degno di un europeo sano di mente e di cuore, che sarebbe stato e sarebbe quello di contrapporre al nazionalismo bestiale e distruttore un internazionalismo umano e costruttore; inneggiava al sovvertimento dell'«equilibrio mondiale anacronistico», vale a dire al sovvertimento di quell'equilibrio che da due secoli si era cercato di stabilire sulla base di un diritto internazionale; inneggiava, in fine, alle «assise della nuova storia e della nuova civiltà», vale a dire di una civiltà – come si è visto poi – amorale e immorale che doveva fare un fascio di tutte le libertà, proclamando ed esaltando la legge del più forte. (cap. 13, p. 374)
  • [Cesare Battisti] Mi pare ancora di vederlo, con quel suo fare apparentemente stordito, alto, magro, sottile, pallido, con quella barbetta a punta e quei capelli diritti sulla fronte che gli allungavano straordinariamente il viso, dandogli una linea quasi ascetica, e quel suo occhio franco e fermo in cui si leggeva tutta la serenità della sua nobile anima. (cap. 13, p. 376)
  • [Cesare Battisti] Era uomo di poche parole, quasi timido e impacciato. Non aveva nulla del tribuno. Anche la sua oratoria era disadorna, ma così spontanea e onesta. Si sentiva in lui una grande fede, a cui una non meno grande bontà toglieva ogni arroganza e ogni acredine. (cap. 13, pp. 376-377)
  • [La prima guerra mondiale] La guerra aveva lasciato libero sfogo agli istinti più animaleschi, svegliando in tutti la smania di godere sensualmente una vita che poteva sfuggire da un momento all'altro. Sapete che cosa si è trovato, a guerra finita, in molte trincee di tutti i paesi belligeranti? Una gran quantità di libri pornografici. (cap. 13, p. 386)
  • Ricordo Kerenski. Viveva [a Parigi, ai tempi della Conferenza di pace del 1919] in una modestissima camera che egli faceva echeggiare della sua terribile voce di basso profondo. Si capisce come la sua fortuna sia stata oratoria e, forse, esclusivamente oratoria. Alto, tarchiato, con una testa piccola in confronto del torso e delle spalle enormi, i capelli corti tagliati alla Brutus, parlava con grande amarezza di tutto e di tutti. L'aveva specialmente con Clemenceau...[11] (cap. 13, p. 388)
  • Si disse che essa [la Società delle Nazioni] mirava alla preservazione dello statu quo e questo, in parte, è vero; si disse che in essa le grandi Potenze, preoccupate dei loro interessi, facevano sempre prevalere la loro volontà, e questo pure è, in parte, vero. Noi [l'Italia], ad esempio, come grande Potenza ci siamo energicamente opposti a che la piccola Grecia portasse davanti a Ginevra la questione di Corfù – per quanto fosse di competenza della Società – e l'abbiamo spuntata. Tuttavia se la Società delle Nazioni fallì, non fallì per ciò che aveva di difettoso e di manchevole, nel suo meccanismo, ma per la bestiale avversione dei vari nazionalismi. (cap. 13, p. 410)
  • Mussolini non è stato un grand'uomo. «Alcuni nascono grandi», dice un clown di Shakespeare, «alcuni lo diventano, altri sono sorpresi dalla grandezza che è loro gettata sulle spalle». La grandezza di Benito Mussolini fu tutta in questa sorpresa. È stata la borghesia italiana a gettargli sulle spalle un grandezza, di cui nemmeno la sua incommensurabile vanità avrebbe mai osato sognare. Presa dalla paura del bolscevismo, la nostra borghesia credette di vedere in lui un baluardo contro il suo dilagare. Lo incoraggiò, lo applaudì, aiutò con tutti i mezzi lo squadrismo, gli aprì la strada che conduceva a Roma e, quando fu là, gli fece omaggio di tutte le sue libertà, di tutte le sue guarentigie, di tutte le sue dignità, mettendosi in ginocchio e leccandogli i piedi. (cap. 14, pp. 417-418)
  • Alla direzione politica [del Secolo] era stato chiamato dal Resto del Carlino Mario Missiroli, uomo pulito di dentro e di fuori, che ha sempre avuto il solo torto di correr dietro alla sua penna, la quale correva ora a destra ora a sinistra, pur di correre, senza una bussola per orientarsi, trovare la strada buona e mantenervisi. Poiché il fascismo pareva forte egli la lasciava andare in quella direzione. (cap. 14, p. 423)
  • La generazione che era cresciuta nello spirito del Risorgimento si trovava separata da un abisso dalla generazione cresciuta nell'asfissiante atmosfera nazional-fascista. Giuseppe Mazzini aveva detto: «Io amo la mia patria perché amo tutte le patrie», ma un emerito accademico e non meno emerito imbecille, il prof. E. Bodrero, scriveva nel 1927 nelle sue Vittorie dottrinali del fascismo (p. 17): «Per noi l'umanità si compone di soli 42 milioni di abitanti viventi in Italia e di 10 milioni viventi all'estero; il resto non ha alcun valore».
    L'egregio filosofo si sarà ora accorto che per noi il «resto» ha avuto purtroppo un qualche valore![12] (cap. 15, p. 441)
  • Scrivere, dunque, con sobrietà e con chiarezza. Perché la chiarezza è l'onestà dello scrittore: diffidare degli aggettivi che crescono nell'orto dei giornalisti come la gramigna. Il primo periodo dei Promessi sposi consta di 117 parole. Sapete quanti aggettivi vi sono? Quattro! Un giornalista italiano che scrivesse un periodo di 117 parole con 4 aggettivi soltanto dovrebbe ricevere il premio dell'Accademia d'Italia. (cap. 15, p. 451)

Citazioni su Mario BorsaModifica

  • Vedo che l'esattezza dell'esposizione del Borsa e la giustezza dei suoi giudizi vengono riconosciute da uno dei più esperti critici teatrali inglesi, da William Archer (in un articolo della Tribune, del 3 novembre 1906). L'Archer rimprovera soltanto al Borsa la troppa severità della tesi generale, che un teatro inglese contemporaneo non esista: la quale tesi gli sembra contradetta dalle analisi particolari che l'autore poi dà delle singole opere. E mi pare che l'Archer abbia ragione, e che un teatro in cui sono opere come quelle che Borsa fa conoscere ai lettori italiani, sia bene qualcosa di esistente; perché l'esistenza di un teatro non può significare chiaramente altro che l'esistenza di alcuni autori e di alcune opere, fornite di caratteri originali. (Benedetto Croce)

NoteModifica

  1. Keat?, prob. John Keats.
  2. Harry Brodribb Irving (1870–1919), figlio maggiore dell'attore Henry Irving.
  3. Arthur Bourchier (1863–1927).
  4. forma antica per esclamò.
  5. Alfred Tennyson (1809–1892), poeta inglese, autore anche di drammi teatrali.
  6. periodico satirico e umoristico italiano fondato nel 1882 a Milano.
  7. La Perseveranza, quotidiano milanese di orientamento moderato e conservatore.
  8. Maurizio Quadrio (1800–1876), patriota italiano.
  9. propr. Walt Whitman, poeta, scrittore e giornalista statunitense.
  10. di Esiodo, poeta greco antico.
  11. Georges Clemenceau (1841–1929), all'epoca primo ministro francese e uno degli artefici del trattato di Versailles.
  12. Evidente allusione alla disfatta italiana nella seconda guerra mondiale.

BibliografiaModifica

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