Mario Missiroli

scrittore e giornalista italiano (1886-1974)

Mario Missiroli (1886 – 1974), scrittore e giornalista italiano.

Mario Missiroli al centro tra Buzzati e Afeltra (1952 circa)

Citazioni di Mario Missiroli

modifica
  • [Un giorno venne a trovarlo al Corriere un uomo presentandosi come vecchio fascista. «Noi, che siamo stati veri fascisti...»] Ah, no, guardi: i veri fascisti siamo stati noi [indicando anche Indro Montanelli, che era presente], che dapprima non ci abbiamo creduto, poi abbiamo fatto finta di crederci, poi forse ci abbiamo veramente creduto, e ora non sappiamo neppure se ci abbiamo creduto o no. (citato in Simonelli, p. 250)
  • Caro Pietro! [...] voi avete fatto la bestialità di volere la repubblica... La repubblica è all'incanto: la compra il maggior offerente, e quindi l'America... Solo la monarchia sarebbe stata costretta a fare una politica nazionale; la triplice... La triplice con la vecchia Germania e con quella nuova Austria che va da Trieste a Vladivostock: la Russia...[1]
  • [Indro Montanelli] È uno che riesce a spiegare agli altri quello che non capisce nemmeno lui.[2]
  • Ho sempre pensato che è lo Stato che crea con la spada la Nazione e non la Nazione lo Stato, poiché la Nazione è informe...[3]
  • Il torto è mio, ma non capisco quello che lei vuol dire... Il torto è mio... Il torto è mio certamente, ma non lo capisco... Ho letto Kant, e l'ho capito. Ho letto Schopenhauer e l'ho capito. Ho letto la Fenomenologia dello spirito, e l'ho capita. Ma la sua critica cinematografica non la capisco... Il torto è mio, ma la prego di riscriverla... Le ripeto: il torto è mio, non s'offenda...[1]
  • Io non sono un uomo d'azione, ma di pensiero. Mi sono sempre astenuto dal diventare un uomo politico e dal farmi eleggere deputato. Più che all'azione sono condotto alla meditazione, a osservare i fatti politici, a spiegarli e a commentarli...[3]
  • [Commentando il discorso di Mussolini per l'entrata in guerra dell'Italia] L'imperativo del Duce sarà gloriosamente attuato con una luminosa vittoria delle armi italiane: vinceremo perché è il Duce che ci guida![4]
  • La disfatta. Essa ha avuto un gran peso sul destino del nostro Paese e ha aperto gli occhi agli italiani sulle sue vere condizioni che la retorica patriottarda e demagogica aveva annebbiato. La disfatta è stata un doloroso risveglio alla realtà. Quando l'arrosto brucia in cucina è tutto il pranzo che salta. Se fossi più giovane e avessi energie da spendere e speranze da tenere accese vorrei fare un giornale come quello di Maurras, l'«Action française».[3]
  • [Un giorno Gaetano Baldacci entrò nella sua stanza mentre stava scrivendo un articolo di fondo. «Disturbo?»] Ma no, accomodati. Tanto è lo stesso articolo che scrivo da trent'anni... (citato in Simonelli, p. 30)
  • Mai fidarsi dei politologi, sono come i meteorologi. (citato in Simonelli, p. 259)
  • [Contro il disegno di legge per l'abolizione del diritto ereditario] Nella società dell'avvenire, i padri potranno trasmettere ai figli soltanto il cancro e la sifilide.[5]
  • Noi liberali dobbiamo molto a Hegel. Egli ha contribuito a darci non solo una dottrina, ma una convinzione e una norma di pensiero e di vita. Forse per questo ci rifiutiamo di aderire a certe posizioni dogmatiche e passiamo per clericali dinanzi agli anticlericali e anticlericali dinanzi ai clericali.[3]
  • [Uno sconosciuto gli chiese di pubblicare i suoi scritti: «Il fascismo non mi ha lasciato scrivere per vent'anni. Per vent'anni sono stato costretto al silenzio...»] Poteva almeno leggere, amico mio. (citato in Simonelli, p. 250)
  • [Parlando di Stalin nel giorno della sua morte] Quando suonò l'ora della prova suprema, l'uomo si mostrò pari a sé stesso e ai grandi compiti che aveva cercato e che la storia gli aveva assegnato. La condotta della guerra, che culminò nella epica difesa di Stalingrado, offrì intera la misura dell'uomo.[6]
  • Se fossi più giovane e avessi energie da spendere e speranze da tenere accese vorrei fare un giornale come quello di Maurras, l'«Action française.[3]
  • Una smentita è una notizia data due volte.[7]

La politica estera di Mussolini 1922-1938

modifica
  • Il Patto di Locarno fu [...] un tentativo estremamente apprezzabile di uscire dalla cerchia malefica delle alleanze contrapposte (già formate o in via di gestazione o, comunque, possibili a formarsi), per sostituirvi gli accordi fra parti antagonistiche. Stresemann insistette ripetutamente [...] che Locarno, per produrre tutti i suoi effetti, avrebbe dovuto essere ben di più che una serie di paragrafi giuridici; occorreva uno spirito nuovo, sistematico, di collaborazione. (p. 46)
  • Come il Patto di Locarno, quello Kellogg ha carattere negativo. Esso contiene l'impegno a non ricorrere alla guerra, ma non fornisce nessun mezzo per realizzare una collaborazione positiva fra gli Stati. Certo, l'impegno di non ricorrere alla forza, in quanto mantenuto, costituisce un beneficio insigne per l'umanità; ma, precisamente, è dubbio che esso possa venire mantenuto sempre e dappertutto ove non si istituisca e non si faccia funzionare un complesso d'istrumenti adatti a risolvere pacificamente, e soddisfacentemente per le varie parti, le questioni che il Patto per sé non può eliminare. (p. 48)
  • Obbedendo alle ideologie più che alle esigenze della realtà il ministro Eden aveva compromesso tutte le situazioni che aveva preso a trattare. Egli restava fermo alle pregiudiziali della Società delle Nazioni rifiutandosi di riconoscerne l'irreparabile decadenza. A questa intransigenza seguiva una incomprensibile ostinazione nelle procedure, un irrigidimento nei melodi che non riuscivano mai ad adeguarsi alla realtà della vita. (p. 85)
  • [...] le principali caratteristiche del Patto tripartito si possono riassumere in quattro capisaldi: 1) l'accordo anti-Komintern non è un ordinario atto diplomatico, come quello che ha un contenuto e finalità ben più vaste e costituisce una solenne affermazione di civiltà e di ordine; 2) con la firma del Patto tripartito, tre grandi Potenze si schierano contro l'insidia bolscevica; 3) il Patto non nasconde finalità occulte o diverse da quelle dichiarate, avendo un carattere eminentemente difensivo, non diretto contro alcuno Stato ed essendo aperto a tutti gli Stati disposti ad associarvisi; 4) l'accordo è uno strumento al servizio della pace oltre che della civiltà, perché contrapponendosi alle insidie della propaganda bolscevica, che mira a scatenare la guerra, premessa dell'avvento comunista voluto da Mosca, è una garanzia per il libero svolgimento della vita nazionale di ogni popolo e, per ciò stesso, della pace mondiale. (p. 107)

Opinioni

modifica
  • Accettare la morte non significa affrontare la morte. I gladiatori, che erano dei professionisti della morte, riuscirono sempre dei pessimi soldati. Nel suicida non è difficile scorgere un insano amore alla vita, un edonismo irragionevole, incapace di concepire l'avversità come un elemento insopprimibile dell'esistenza. La morbosa pietà per i suicidi è una delle forme della pubblica immoralità. (10, p. 25)
  • L'ottimismo è una filosofia meramente negativa, che, rifiutandosi di accettare il male, porta distruzione: al suicidio nell'individuo, alla rivoluzione nella politica. Il pontefice massimo dell'ottimismo è Robespierre. (10, p. 25)
  • L'educazione religiosa voleva creare la personalità, armonizzando, in una felice sintesi, la scienza e la fede, la coltura e il carattere. Infranta quell'unità, lo Stato moderno si studiò di largire una scienza rigorosamente «obiettiva», spoglia, cioè, di qualsiasi contenuto morale, non riuscendo a sostituire nulla agli antichi valori etici, che aveva distrutto. L'obiettività del sapere non è, certo, un'invenzione dello Stato borghese; ma lo Stato borghese ne ha fatta la sua dottrina e l'ha, con somma cura, spogliata di ogni riferimento pratico e morale per evitare che si traducesse in uno strumento rivoluzionario. Una scienza avulsa dalla vita, una scienza prevalentemente indirizzata allo studio delle leggi obiettive della natura, è indotta a tacere del mondo storico. Tacere significa aderire allo stato di fatto. (12, pp. 28-29)
  • La scuola dispensa dei «risultati», in modo meccanico e dogmatico. Le verità del libero esame, per le quali i precursori soffrirono il martirio e fecero olocausto della vita, le solenni verità, che diedero allo spirito umano il senso della liberazione e, quasi, della redenzione, nell'insegnamento scolastico si trasformano in comodi dogmi. Dal punto di vista del libero pensiero e del razionalismo critico, i teoremi della matematica e della fisica, come sono impartiti nelle scuole, non sono meno assurdi del mistero della Trinità o del dogma dell'immacolata concezione. Il professore, anche se volesse, non potrebbe rinnovare il tragico lavorio dell'esperienza scientifica per le condizioni stesse nelle quali deve svolgersi il suo insegnamento. Ed anche volendolo, nell'enorme maggioranza dei casi, non lo saprebbe. Il professore è quasi sempre un curato della scienza, uscito dall'università come i parroci escono dal seminario. Della scienza ha la stessa nozione, che dei misteri della fede ha il curato della sua parrocchia. Questi due signori, che si guardano in cagnesco, sono fratelli. Potrebbero farsi vicendevolmente da bidello e da chierico. La scienza, la vera scienza, quella, cioè, che educa, quella scoperta da Platone, che la identificava con la virtù, resta privilegio di pochi, di rari spiriti eletti. Alla massa ne perviene uno scheletro immondo. Ma la moltitudine se ne vendica, raffigurandosela sotto la forma di un diploma per i concorsi. (14, pp. 33-34)
  • Non confondiamo l'istruzione con la coltura. La istruzione è un seme che non fruttifica, un insieme di nozioni aride, che soddisfano la vanità. La scienza astratta, la scienza positiva, è la suprema vanità, l'ultima miseria, la più tragica espiazione dell'orgoglio. Diventa grande quando avverte la propria inutilità e si lascia vincere dalla disperazione. Quando si rinnega e si riconcilia con gli uomini e con Dio. Solo allora diviene coltura, amore, melanconica visione della vita, fonte di bene, perdono e carità. L'istruzione è l'antitesi della coltura, maschera e simulazione. È incapace di parlare al dolore. La coltura non contraddice all'ignoranza, perché è il rimpianto dell'innocenza. (19, p. 41)
  • Uscita vittoriosa da una guerra tremenda, la Francia non può perdonare a coloro, che furono contrari ad una politica, che trovò nella guerra l'inevitabile soluzione. Condannando Caillaux, assolve se stessa. Si persuade di non aver errato. Gli stati sono come la Chiesa: pretendono ad una infallibilità, che si alimenta di vittime innocenti. Dal punto di vista giuridico la condanna di Caillaux è assurda; ma da quello politico la sua assoluzione era impensabile. In questa insanabile contraddizione l'individuo non poteva non essere sacrificato. (31, p. 60)
  • Ottenere il massimo rendimento dal lavoro manuale, risparmiando tutti i movimenti inutili: ecco il taylorismo. (51, p. 90)
  • Sono noti i meravigliosi risultati del sistema Taylor. Ma gli operai non hanno mai voluto saperne. Disperdendo tanta energia, essi sono i primi e più veri sfruttatori di sé stessi e della società. Ciò basta a dimostrare l'assurdo fondamentale dell'organizzazione socialista. (51, p. 90)
  • Barbusse è un demagogo italiano, che scrive in francese. Egli deve per tre quarti la propria celebrità al pubblico femminile. Per quasi due anni egli fu l'autore prediletto delle signore dell'aristocrazia e dell'alta borghesia, molte delle quali non si accorgevano, celebrando questo mediocre scrittore, di tradire un intimo e segreto disfattismo, che sopravviveva intatto, nonostante la loro attiva partecipazione ai comitati di resistenza e l'incondizionata ammirazione dei bollettini di Cadorna. (100, p. 156)
  • Essendogli venuta meno la materia offerta dalla guerra, Barbusse si è rifugiato nella politica, palesando la mentalità, i gusti, lo spirito, le abitudini di un piccolo borghese individualista ed esasperato. Egli muove ancora dai vecchi pregiudizi democratici e riporta la democrazia al suo assurdo anarcoide. Per questo letterato, che è vissuto della guerra, la guerra è passata invano. È un mediocre caso di pescecanismo[8]. (100, pp. 156-157)
  • I grandi spiriti, che abbandonarono la fede, da Renan a Loisy, confessarono, senza rossore, il loro disagio, e rimpiansero sempre il passato, riguardando la loro deviazione come una mutilazione e una sventura. Una profonda amarezza, che nessun applauso può dissipare, è nelle loro pagine, nelle loro parole. Sono sempre sul limitare della confessione. In ogni apostata c'è un'anima che implora in segreto la grazia divina. (106, p. 166)
  • L'ateismo non è quasi sempre la falsa risonanza di una fede? (106, p. 166)
  • Un'illusione democratica è che il femminismo rappresenti l'estremo sviluppo logico dei principii liberali, la più ardita esperienza rivolta al progresso ed all'emancipazione universale. Nulla di più falso. Il femminismo può sembrare un'audace novità solo alle dattilografe, le quali, per aver letto un volume di Ellen Key[9], s'illudono d'aver toccato la vita al fondo dei più amari e ardui problemi. Il femminismo è un motivo eterno, un momento necessario nell'evoluzione dello spirito. Quando lo Stato, che è creazione maschile, discende verso la sconfitta e la rovina, ecco apparire il femminismo e comparire insieme con la peste. (134, p. 211)
  • Il materialismo storico non ha nulla a che fare col materialismo filosofico (tanto è vero che che il Lange[10] non ne parla nemmeno nella sua celebre Storia del materialismo), e non ha affatto la pretesa di spiegare, mediante motivi economici o materialistici, i sentimenti in genere e la psicologia individuale in ispecie. Il materialismo storico è una concezione, che pone, alla base della storia e della vita sociale, i rapporti di produzione e l'antagonismo delle classi. Secondo questa dottrina le ideologie collettive o di classe sono in diretta dipendenza dell'economia e dei processi di produzione, ma non i sentimenti individuali. Il materialismo storico non esclude l'eroismo. Avviso ai socialisti! (156, pp. 236-237)
  • [Antonio Graziadei] Più che nell'invidia e nell'ambizione, gli ondeggiamenti del deputato di Imola vanno ricercati in quello spirito critico, sarcastico e beffardo, che è proprio dei romagnoli. Ad un temperamento corrosivo egli unisce una tal quale capacità di intendere obiettivamente i punti di vista più opposti, le tesi più disparate. E poiché intendere è, quasi sempre, sinonimo di amare, l'on. Graziadei si trova spesso nella penosa situazione di chi deve amare le idee più contraddittorie. Di qui il virtuosismo dialettico di questo annoiato don Giovanni delle idee, innocente guardiano di harem disabitati. (160, pp. 240-241)
  • L'assunzione al Senato di Alberto Bergamini è un omaggio reso al giornalismo, al lavoro, all'ingegno, alla probità. Non v'è giornalista, che non debba esserne lieto. Se c'è un uomo, il quale possa vantarsi di essere figlio delle proprie opere, di dovere unicamente a sé stesso, questi è Alberto Bergamini, il demoniaco direttore del Giornale d'Italia. È nato a San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna. Età: è di quelli che non invecchiano mai. (163, pp. 243-244)

Citazioni su Mario Missiroli

modifica
  • Alla direzione politica [del Secolo] era stato chiamato dal Resto del Carlino Mario Missiroli, uomo pulito di dentro e di fuori, che ha sempre avuto il solo torto di correr dietro alla sua penna, la quale correva ora a destra ora a sinistra, pur di correre, senza una bussola per orientarsi, trovare la strada buona e mantenervisi. Poiché il fascismo pareva forte egli la lasciava andare in quella direzione. (Mario Borsa)
  • Il fascismo trovò, tra i suoi oppositori più accaniti, Mario Missiroli, che si batté a duello con Mussolini. Egli non credette alla forza e al successo delle «camicie nere» fino al giorno in cui, mentre cercava faticosamente di salire sul tram, uno squadrista che lo incalzava, dopo avergli inflitto una serie di spintoni, non gli ebbe affibbiato, in risposta alle sue proteste, due sonori schiaffi che gli fecero volar via gli occhiali cerchiati d'oro. Mario li raccolse con dignità, vi fiatò sopra, li ripulì col fazzoletto e concluse in tono ammirativo: «Però!... Picchiano bene, veh!...» (Indro Montanelli)
  • Se tra i suoi amici volete trovargli un opposto, pensate a Sorel: al valore che hanno i fatti, le date, le citazioni, nel pensiero di Sorel. La filosofia di Sorel è tutta lì. Come nessun'altro, egli sa l'arte di far parlare filosoficamente, con una precisione minuta e quasi pettegola, la storia, e la cronaca.
    La forma mentis di Missiroli, che sembra aver qualche somiglianza con quella dello scrittore francese, è invece agli antipodi. La realtà non ha vera presa, non ha possibilità d'arresto sul suo pensiero. Di qui quello scattare pronto, ma spesso come esangue e innaturale, della sua logica. (Pietro Pancrazi)
  • Una delle idee cardinali, giustissima, intorno a cui si muovono le concezioni del Missiroli, è che il dissidio reale in cui è presa tragicamente l'anima della nostra generazione è quello che si svolge fra la tradizione trascendentalistica del cristianesimo cattolico e la tendenza immanentistica pura della filosofia, nata dalla Rinascita. Il Missiroli è fra i pochissimi scrittori in Italia che questo dissidio han cercato di delineare più efficacemente. (Ernesto Buonaiuti)

Bibliografia

modifica
  1. a b Citato in Indro Montanelli, Pantheon minore (incontri), Longanesi e C., 1950.
  2. Citato da Indro Montanelli stesso nell'intervista di Roberto Arnaldi, Radio Montecarlo, 1973. Audio disponibile su Youtube.com.
  3. a b c d e Citato in Bonaventura Caloro, È lo stato che crea la nazione, La Fiera Letteraria, aprile 1973.
  4. Dall'articolo La guerra liberatrice, giugno 1940; citato in Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Universale economica Feltrinelli, Milano, 1963, Appendice 4, p. 415.
  5. Citato in Leo Longanesi, In piedi e seduti, Longanesi & C., 1968.
  6. Citato in Luciano Canfora, 1956 L'anno spartiacque, 2016, ISBN 8838935726, p. 26.
  7. Citato in Alessandro Rovinetti, Comunicazione pubblica: sapere & fare, 2006, p. 89.
  8. Nel primo dopoguerra, erano definiti "pescecani" coloro che si erano arricchiti profittando del conflitto.
  9. Ellen Key (1849–1926), scrittrice svedese.
  10. Friedrich-Albert Lange (1828– 1875), filosofo, sociologo e giornalista tedesco.

Altri progetti

modifica