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Arnaldo Cipolla

giornalista, esploratore e scrittore italiano

Arnaldo Cipolla (1877 – 1938) giornalista, esploratore, scrittore italiano.

Citazioni di Arnaldo CipollaModifica

  • Così dal cuore dell'Asia arriva in Europa il sangue della guerra, l'essenza dionisiaca della velocità, il petrolio di Kirkuk. Arrivare e combattere per il petrolio. Strike oil! Grido dell'americano del 1860, grido attuale di tutti gli uomini, grido delle brigate inglesi inviate in Palestina a salvaguardare il 30 per cento d'interesse netto che il petrolio largisce agli azionisti della City. (da Sino al limite segreto del mondo, Bemporad – Firenze, 1937)
  • Noi vediamo e vedremo sempre l'Irak sotto l'aspetto petrolifero . Il primo accordo anglo-francese per i petroli dell'Irak data dalla grande guerra (1916).. ..L'accordo di San Remo finì per attribuire ai francesi la parte germanica sequestrata all'Armistizio, cioè il quarto della produzione dell'"Irak Petroleum", mentre altri due quarti erano assegnati all'Inghilterra e l'ultimo quarto agli Stati Uniti d'America. (da Sino al limite segreto del mondo, Bemporad – Firenze, 1937)
  • Quando si parla della preda coloniale germanica della grande guerra che Inghilterra e Francia hanno carpito in Africa ed altrove non facendone menomamente partecipe l'Italia, loro alleata, anzi la vera salvatrice delle fortune dell'Intesa, si dimentica il petrolio dell'Irak il tesoro inesauribile dal quale l'Italia venne inesorabilmente esclusa. Egoismo più odioso di questo non si poteva attuare. Esso giustifica qualunque rivendicazione italiana nell'avvenire. (da Sino al limite segreto del mondo, Bemporad – Firenze, 1937)

Nell'impero di MenelikModifica

  • La legge abissina vieta in modo perentorio e minaccia le pene più gravi a coloro che si permettessero di sospettare pubblicamente lo stato meno che ottimo della salute dell'Imperatore. In Abissinia il Negus che riassume in sè tutti i poteri non è concepibile agli occhi della folla che come una divinità sottratta alle cause comuni che possono indebolire gli organismi dei semplici mortali. (p. 15)
  • La potenza di Taitù dipendeva essenzialmente dalla vita di Menelik, la sua caduta poteva essere una delle prove più sicure della morte dell'Imperatore. (p. 15)
  • Menelik checchè se ne dica lascerà l'Abissinia ben poco differente dal punto di vista dell'unità nazionale da quello che era agli inizi del suo regno. L'amalgama dei cento popoli compresi entro i confini dell'impero è apparente, incerta, come lo era venticinque anni or sono. Il prestigio personale dell'Imperatore ha sopito le cause di conflagrazione interna, ma non le ha certo neutralizzate, e dato che nessuna nazione europea ha per ora nelle sue vedute, l'idea di attentare alla integrità dell'impero, rimane senz'altro scartata la possibilità di una provocazione che riesca a suscitare un movimento simile a quello verificatosi nel novantasei contro di noi. Al giorno d'oggi scioani, galla, tigrini ed amhara si odiano non meno profondamente di come si odiavano per il passato. (pp. 19-20)
  • Menelik aveva compreso che la condizione essenziale per la salvezza del suo stato stava nella assimilazione delle forme civili e fece quanto di meglio poté per imporle ai suoi popoli. (p. 26)
  • Al colle dello Scudo d'oro ci si affaccia sull'immensa, ubertosa e ridente conca di Adua. Non vi è nulla che possa riprodurre il contrasto fra quell'impareggiabile bellezza di paesaggio e il ricordo tragico della battaglia che le impervie altissime ambe limitanti ad oriente l'orizzonte sembrano materializzare per l'eternità. (p. 32)
  • L'interno di Adua, capitale del Tigrai, è quello che in brutto, costituisce l'interno di una cittaduzza araba; straducole dove si stenta a passare a cavallo, qualche stravagante costruzione in pietra che fa l'ufficio di chiesa, dinanzi alla quale i componenti della carovana si arrestano per genuflettersi e baciare la rozza porta di canne; una distesa disordinata di capanne, un gran numero di recinti conventuali, una spianata sconnessa del mercato, una quantità spaventosa di cani e tre europei residenti. E basta. Ma all'infuori dei cani, autori gratuiti di una costante e infernale sinfonia notturna, il soggiorno vi è dolcissimo per la mitezza del clima e la bellezza della campagna circostante. (pp. 33-34)
  • Chi ha vissuto in Abissinia, chi ha conosciuto quel popolo, chi ha visto ed ha percorso il campo di Adua, sa benissimo che noi eravamo sufficienti per vincere. Immenso, immenso quel campo, tale da accogliere non quattro brigate combattenti, ma quattro corpi di armata addirittura. E quella sproporzione tra l'enormità della distesa delle posizioni e l'esiguità del nostro corpo di operazioni è stata la ragione prima dell'insuccesso. Lasciamo le altre. Che vale oramai parlare dell'insipienza dei capi, dell'ingiustizia della fatalità? L'Italia conosce a menadito quella storia. Oramai a che servirebbe, sopratutto quando si pensa che anche la sconfitta non ebbe mai un valore capitale e che nessuno dopo quella giornata ci sbarrava il cammino, ma che noi avevamo innanzi un esercito in piena rotta, decimato oltre che dagli effetti delle nostre armi, da una folla di altre cause di disgregazione? (p. 54)
  • Non c'è un solo villaggio nell'Abissinia settentrionale e centrale che non ricordi vittime perdute ad Adua. È per questo che il sentimento che ha lasciato la sconfitta nello spirito abissino non è affatto di disprezzo verso di noi. Gli abissini hanno compreso di averci vinto perché ci hanno sorpreso in piena manovra. (p. 57)
  • Constatavo da per tutto che la venerazione per Menelik era il solo sentimento generale che non si discuteva. Il prestigio del suo nome era immenso, esso formava la sola molla che regolasse quel disordinato organismo, ma lo era in quanto Menelik personificava il vittorioso che aveva compiuto la più grande impresa guerresca contemporanea. Quando la mente dell'imperatore si modernizzò sino a comprendere la convenienza di sfruttare i benefici della vittoria per fare dell'Abissinia uno stato relativamente ordinato, dove l'avvento al potere supremo più non rappresentasse il risultato di convulsioni interne, il suo popolo non lo comprese e non lo seguì, perché non comprende e non comprenderà mai come si possa aspirare al trono, vale a dire ad essere universalmente ubbidito e temuto, senza avere conquistato quella suprema potenza colla spada in pugno. Esso si spiega che si possa ubbidire all'imperatore, ma non alla sua volontà postuma. Ritenere ciò equivale attribuire all'Abissinia una mentalità ed un sentimento che essa ancora non possiede. (p. 77)
  • L'ideale diremo così che sta in cima dei pensieri di un azebù galla consiste nell'assalire e nell'uccidere i componenti di qualche disgraziata carovana poco difesa, più che per depredarla, per evitare gli uomini.
    L'azebù galla che non è riuscito ancora a compiere una di tali imprese, è considerato come imbelle. Nessuna donna consentirebbe ad unirsi a lui, e non gli è permesso di portare la capellatura a treccie, segno che distingue simile specie di eroi. (p. 77)
  • [Sugli azebù galla] Nessun capo abissino e neppure quelli che potevano disporre di veri eserciti ai loro comandi osò mai avventurarsi in mezzo delle sterminate pianure dove essi vivono numerosissimi. Nessun abissino osa frequentare i loro mercati. Sono idolatri, non coltivano la terra, si cibano soltanto di latte e passano per i cavalieri più abili dell'impero. (p. 78)
  • Gli azebù galla sono considerati dalle altre popolazioni come una razza di schiavi. È in mezzo ad essi che si compiono ancora oggi le retate più numerose di quegli infelici. (p. 78)
  • La cultura in Abissinia è assolutamente primitiva basandosi soltanto sul Vangelo dopo del quale lo spirito etiopico mostra di ignorare o per lo meno di trascurare qualsiasi altra manifestazione che possa essere sortita dal pensiero umano. (p. 80)
  • La posizione dello schiavo in Abissinia non è certo la medesima che esisteva nell'Africa Centrale prima della occupazione europea. Gli schiavi che vivono in Etiopia non sono nè percossi nè soggetti a lavori inumani, ed il loro padrone deve in certo qual modo rispondere dinanzi al Feta negast (la legge abissina) della vita del suo schiavo. Ma questi derelitti che disimpegnano tutti i lavori più gravosi, non hanno nè famiglia, nè beni, nè diritti e la questione della schiavitù in Abissinia, che le potenze civili si sono tacitamente impegnate di non sollevare, costituisce un obbrobrio che non accenna affatto a diminuire. (pp. 97-98)
  • Tutti sanno che Menelik ha aderito alla conferenza di Bruxelles per l'abolizione della schiavitù e chi è stato in Abissinia sa pure come sia assolutamente proibito e mostrare di sapere che la schiavitù è in fiore. (p. 98)
  • Yasu, il figlio di Micael, l'erede del trono, mi ha lasciato una indimenticabile impressione di dolcezza, di bontà e di mitezza. (p. 109)
  • Sembra felicissimo di potere dire quello che pensa. Ha una voce squillante ed armoniosa, delle mosse rapide, nervose, degli occhi grandi, straordinariamente grandi ed espressivi che sorridono sempre. (p. 110)
  • Mi ero immaginato Yasu di una ingenuità assai diversa di come le sue prime parole me lo facevano apparire. In tutto il mondo etiopico non esiste una figura che contrasti maggiormente con l'ambiente. Simpatia, squisitezza di sentimenti e di modi, leggiadria dell'aspetto esteriore, tutte le qualità insomma che formano la seduzione dell'adolescenza, Yasu le possiede e le ispira. (p. 110)
  • [Su Gugsà Oliè] È magro, ha rari capelli grigi e pochi peli sul mento. Il colorito della pelle è molto chiaro. Parla piano lentamente socchiudendo gli occhi e come cercando le frasi. Io non ho molta voglia di fargli dei complimenti. (p. 126)
  • Gli abissini non possegono nulla di quello che forma la joie de vivre. Non sembrano mai lieti, sono dilaniati e decimati da una quantità di malattie che i selvaggi ignorano, hanno soppresso l'amore sopprimendo nella donna la sorgente della sensualità, hanno soppresso la danza, hanno delle chiese misteriose ed impenetrabili al volgo. [...] Io credo fermamente che questa condizione di cose, questo immenso velo di tristezza che si estende in tutta l'Etiopia e ne fa la vita priva di ogni bellezza, sia opera di quella specie di cristianesimo rozzo, crudele, impenetrabile che ha preso a prestito una folla di credenze dalle religioni feroci degli avi antichissimi e che è rimasto giudaico nel fondo, con tutta l'ineffabile melanconia che ha caratterizzato le forme e la vita del popolo ebreo. Del resto, quella povera gente è la più pacifica del mondo. Fra di essa non deve mai succedere un delitto, sembra un paese rassegnato sotto il peso di un doloro che tolga alle anime degli uomini ogni motivo per amare la vita. (p. 152-153)
  • Gli abissini hanno ricevuto dall'Europa il dono delle sue armi perfezionate ma non quello di sapervi adattare il loro costume guerriero. (p. 174)
  • Dal punto di vista abissino Ras Oliè non era un cattivo amministratore, proteggeva anzi i contadini (gli abissini benintesi non i suoi sudditi di altre razze) ed aveva come pregio una certa rude sincerità che lo rendeva abbastanza amato. Era anche favorito dal fatto di comandare il più bel paese di Abissinia ed il più fertile. (p. 192)
  • Oliè dunque non era un cattivo capo, ma aveva delle crisi veramente pazzesche per cui più di una volta i sudditi medesimi furono costretti ad imbavagliarlo ed a legarlo. (p. 192)
  • I giudizi abissini sono condotti con sottigliezza ed acume. L'amministrazione della giustizia forma del resto l'occupazione principalissma di tutti coloro che detendono un comando od una carica. Dopo la passione per le armi, credo che quella per i tribunali sia nell'anima abissina la più forte. (p. 202)
  • La mentalità abissina non fa distinzione fra il merito di sopprimere un nemico della patria e quello di abbattere un elefante. È gloria del medesimo genere, onorata dagli stessi segni esteriori in vita ed in morte, con l'anellino d'oro appeso all'orecchio a mò di pendente e con il fascio delle bacchette sulla fossa. (p. 210)
  • Gli abissini si riservano un solo mestiere per il quale dimostrano ottime attitudini ed una passione straordinaria: quello del commerciante girovago, del nagadi; il vero, l'instancabile viaggiatore del suo paese, occupazione che risponde del resto alla passione per la vita nomade diffusissima in Etiopia. (p. 214)
  • La conquista dei galla, iniziata da Menelik nel 1870 ebbe fine nel 1897 con l'assoggettamento dei borana. I galla difesero con la forza della disperazione le loro terre: solo le scordie fra tribù e tribù e i fucili dei quali l'Europa aveva invaso l'Abissinia finirono per avere ragione sul loro valore e sul loro numero. Decimati dalla strage e dalle carestie susseguenti alle guerre ed alle razzie che popolarono l'Abissinia di schiavi, i galla si sottomisero agli scioani, ma l'odio di razza cova in loro tenace e paziente fomentato dalle tristi condizioni provocate dal governo dispotico e crudele dei luogotenenti abissini. (p. 239)
  • I galla non hanno una religione ben determinata ma tengono in onore più di qualunque altro popolo d'Abissinia e forse di Africa la carità e la tolleranza. Le loro credenze sono un miscuglio di giudaismo, di islamismo e di paganesimo. Adorano Oul dio del cielo assisstito da quarantaquattro geni secondari e quelli fra i galla che sono cristiani continuano ad invocare cotesti geni fra le preghiere di un cristianesimo denaturato. L'islamismo dei galla, dov'è diffuso, ha essenzialmente carattere di opposizione politica agli abissini copti. (p. 250)
  • Il Tigrè vive e respira unicamente sulla nostra Eritrea, sul porto di Massaua. (p. 272)

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