Apri il menu principale
Robert Byron

Robert Byron (1905 – 1941), scrittore britannico.

Citazioni di Robert ByronModifica

La via per l'OxianaModifica

IncipitModifica

Venezia, 20 agosto 1933. Qui sto da re. Non c'è confronto con la pensione della Giudecca di due anni fa. Questa mattina siamo andati al Lido, e dal motoscafo il Palazzo Ducale mi è parso più bello di quanto non l'abbia mai visto da una gondola. In una giornata di calma, dev'essere la peggiore località balneare d'Europa: l'acqua pare saliva calda, i mozziconi di sigaro galleggianti ti finiscono in bocca e le meduse sono a frotte.

CitazioniModifica

  • Gita in macchina alla Malcontenta[1] per il tè. Abbiamo preso la nuova strada costruita sulla laguna a fianco della ferrovia. La famosa villa, magnificata in tutti i libri sul Palladio, stava cadendo in rovina quando la vide Landsberg[2], nove anni fa: senza porte né finestre, era usata come magazzino di svariati prodotti agricoli. Landsberg l'ha resa abitabile. Le proporzioni del grande salone e delle sale di ricevimento sono un peana matematico. Un altro avrebbe riempito le sale di cosiddetti mobili italiani tutti dorature, fondi di antiquario. Landsberg ha fatto fare dei mobili di legno naturale in paese. Non c'è niente «d'epoca», tranne le candele, di cui non si può fare a meno in mancanza dell'elettricità. (p. 26)
  • La bellezza di Gerusalemme, nella sua cornice naturale, può essere paragonata a quella di Toledo. La città sorge in mezzo alle montagne, scenario di cupole e torri racchiuso fra mura merlate, arroccato su una spianata rocciosa alta sulla valle incassata. La vista si estende lontano, fino alle colline del Moab, e la conformazione del paese fa pensare a una carta geografica fisica, con i rilievi che salgono in curve regolari, stratificate, e le valli improvvise segnalate da ombre drammatiche. La terra e la roccia riflettono i bagliori dell'opale di fuoco. Tale saggio di disposizione urbana, casuale o studiato che sia, ha dato origine a un'opera d'arte. (p. 40)
  • Se Tel Aviv fosse in Russia, il mondo esalterebbe il suo piano urbanistico, gli edifici, la sua vita cittadina improntata al sorriso, 'le sue attività intellettuali, la sensazione di una gioventù al potere. La differenza con la Russia è che invece di essere delle mete per l'avvenire, tutte queste cose sono già realizzate. (p. 48)
  • La moschea degli Omayyadi [a Damasco], molto restaurata dopo l'incendio del 1893, risale all'VIII secolo. Il grandioso porticato, sopra il quale corre una galleria, possiede le belle proporzioni e lo stesso ritmo imponente, nella sua nudità islamica, della Biblioteca del Sansovino a Venezia. Originariamente, questa nudità era rivestita di mosaici scintillanti. Ne rimangono dei frammenti: i primi paesaggi della tradizione europea. Nonostante il loro pittoresco di tipo pompeiano, con i palazzi a colonnati e i castelli sulle rocce, sono veri e propri paesaggi e non semplici decorazioni, come rivela l'attenzione, pur entro costrizioni formali, per l'individualità di un albero o l'energia di un ruscello. La fattura non può essere che greca; preannunciano infatti, molto appropriatamente, le vedute di Toledo dipinte dal Greco. Ancor oggi, nell'istante in cui il sole colpisce un frammento del muro esterno, si può immaginare l'antica magnificenza del verde e dell'oro, quando l'intero cortile splendeva delle magiche scene concepite dalla fantasia degli arabi per compensare le aride eternità del deserto. (p. 52)
  • Baalbek è il trionfo della pietra, una magnificenza lapidaria il cui linguaggio, ancora visivo, riduce New York a una dimora di formiche. È una pietra color pesca, striata di oro rossiccio così come le colonne di St Martin-in-the-Fields sono striate di fuliggine. Ha la consistenza del marmo, senza trasparenza ma con una lieve velatura, come quella delle prugne. L'ora ideale per vederla è l'alba: lo sguardo sale lungo le sei colonne, i cui fusti di pesca e d'oro splendono con la stessa luminosità dell'aria cerulea, e perfino i basamenti privi di colonne hanno un'identità vivente, baciata dal sole, sullo sfondo delle profondità violette del firmamento. Sale ancora lo sguardo lungo questa carne scavata, lungo i fusti tre volte enormi, fino ai capitelli sbrecciati e al cornicione grande come una casa, tutti insieme sospesi nel celeste. Lo sguardo spazia oltre le mura, fino ai ciuffi verdi dei pioppi dai tronchi bianchi; oltre ancora, al Libano scintillante in lontananza di toni violacei, azzurri, oro e rosa. E poi scende seguendo le montagne fino al vuoto: il deserto, solitario mare di pietra. Bevi l'aria vibrante. Accarezza la pietra con mano delicata. Da' il tuo addio all'Occidente, se lo possiedi, quindi volgiti a Oriente, turista. (p. 57)
  • Il suddetto arco [l'arco di Ctesifonte in Iraq] ha un'altezza di 40 metri e la luce di 27. Costruito di fango, è durato ciò nondimeno quattordici secoli. Esistono delle foto che presentano due lati invece di uno, e anche la facciata dell'arco. Nell'insieme, i mattoni crudi sono di un bellissimo beige biancastro, e risaltano contro il cielo che è di nuovo azzurro, ora che siamo fuori da Baghdad. La base è stata consolidata di recente, probabilmente per la prima volta dalla sua costruzione. (p. 63)
  • Nelle grotte di Taq-e-Bostan [sito archeologico dell'Iran] hanno lavorato sicuramente diversi scultori. I volti degli angeli sopra l'arco sono di tipo copto, i panneggi hanno la delicatezza e il sottile rilievo delle medaglie bronzee del Rinascimento. Il rilievo è più accentuato nei due pannelli all'interno dell'arco, pur diversi fra di loro: squisitamente finito e modellato quello di sinistra, incompiuto l'altro, che è sbozzato in una serie di superfici piatte che si direbbero aggiunte alla roccia, invece di emergere da essa. Dietro queste scene di caccia e di corte, movimentate e cinematografiche, si erge sul fondo, con violento contrasto, la figura gigantesca di un re a cavallo di una ferocia vacua che fa pensare a un monumento tedesco ai caduti in guerra. È un esempio tipico di arte sasanide. È difficile pensare che gli altri artisti avessero qualcosa di persiano. (p. 69)
 
Gonbad-e Alaviyan
  • A Hamadan [in Iran] ci siamo risparmiati le tombe di Ester e di Avicenna, abbiamo invece visitato il Gonbad-e-Alaviyan, mausoleo selgiuchide del XII secolo, dove i pannelli di stucco al naturale sfoggiano motivi vegetali lussureggianti, con profusione di rilievi e incavi e tuttavia con solenne splendore, paragonabile a quello di Versailles — anzi, anche superiore, se si considera la loro economia di mezzi, giacché la magnificenza ottenuta semplicemente con un poco di stucco e uno scalpello, invece che con i materiali più preziosi, è la magnificenza del puro disegno. Questo mausoleo, finalmente, purifica la bocca dal gusto dell'Alhambra e del Taj Mahal, per quel che riguarda l'arte islamica. È per liberarmi di quel gusto che sono venuto in Persia. (p. 70)
  • A Ray, a quindici chilometri circa da qui [Teheran], c'è una torre funeraria con grandi scanalature; la parte inferiore è selgiuchide. Ce n'è un'altra più lontano, a Veramin, più aggraziata ma meno imponente. Questa di Ray è sormontata da un tetto; ci vive un oppiomane, che ci ha gettato un'occhiata mentre si faceva da mangiare e ha detto che quella è casa sua e ha tremila anni. La moschea di Veramin risale al XIV secolo. Vista da lontano, ricorda le rovine di un'abbazia, quella di Tintern per esempio; al posto della guglia però ha una cupola, che poggia su un tamburo ottagonale e ricopre la cella quadrata all'estremità occidentale. Il complesso, di mattoni nudi color caffelatte, è solido, semplice e di belle proporzioni; esprime un'idea di serenità, che è assente nelle facciate indiane o moresche. All'interno c'è un mihrab in stucco; la tecnica è la stessa che nel Gonbad-e-Alaviyan di Hamadan, ma i motivi decorativi, di epoca più tarda, sono rozzi e confusi. (p. 75)
  • La cupola di Sultaniya [Soltaniyeh nel nord-ovest dell'Iran] dominava il deserto. Per arrivare fin là abbiamo dovuto percorrere un intero sistema d'irrigazione. Laggiù abbiamo trovato un paese diverso. Anche se la distanza dalla strada principale è soltanto di poche miglia, al posto del moderno copricapo pahlavi si vedevano gli antichi berretti a forma d'elmo, che sono documentati nei bassorilievi di Persepoli. La gente lì parla in maggioranza turco. (p. 77)
 
Mausoleo di Oljeitu a Soltaniyeh
  • Questo notevole edificio [Il Mausoleo di Oljeitu a Soltaniyeh in Iran] fu terminato dal principe mongolo Uljaitu nel 1313. La cupola ovoidale, di circa 33 metri d'altezza, poggia su un'alta costruzione ottagonale ed è racchiusa in una cinta di otto minareti, che s'innalzano agli angoli del parapetto dell'ottagono. La muratura è rosata, i minareti invece erano originariamente turchese. Dello stesso colore sono i trifogli profilati di lapislazzuli, che scintillano lungo la base della cupola. Situato al centro della pianura desertica, stretto dalle catapecchie di fango, questo gigantesco mausoleo è una testimonianza di quella virilità dell'Asia centrale, che sotto i selgiuchidi, i mongoli e i timuridi ha prodotto le opere più ispirate dell'architettura persiana. Certo, qui la visione è puramente frontale: è il prototipo del Taj Mahal e di tanti altri edifici religiosi. Ma emana ancora forza e serenità, mentre i suoi discendenti si limitano alla raffinatezza scenografica. Possiede l'audacia dell'invenzione autentica; gli abbellimenti sono sacrificati all'idea e il risultato, nonostante le possibili imperfezioni rappresenta il trionfo dell'idea sulle limitazioni tecniche. La grande architettura è in larga misura di questo tipo. Viene in mente Brunelleschi. (p. 78)
  • Le caratteristiche di Tabriz sono un panorama di monti cangianti, preceduti da rilievi giallo limone; un vino bianco discreto e una birra disgustosa; chilometri di bazar, con bellissime volte in mattoni; un nuovo giardino comunale, ornato di una statua bronzea di Marjoribanks avvolto in un mantello. Vi sono due monumenti antichi: le rovine della famosa Moschea Azzurra, con un rivestimento di mosaici del XV secolo; l'arg, o cittadella, una montagna di piccoli mattoni color ruggine, disposti con arte sapiente, che forse un tempo fu una moschea, in questo caso una delle più grandi mai costruite, L'unica lingua che vi si parla, funzionari a parte, è il turco. I mercanti, ricchi in passato, sono stati rovinati dalla fissazione di Marjoribanks per l'economia pianificata. (p. 82-83)
  • I funzionari di Maragheh [città nel nord ovest dell'Iran] avevano sentito parlare del Rasatkhaneh, che significa «casa delle stelle», cioè osservatorio, ma non l'avevano mai visto. Fu eretto da Hulagu nel XIII secolo[3], e le osservazioni che vi furono fatte sono state l'ultimo contributo islamico all'astronomia, fino a Ulugh Beg [sovrano timuride], che all'inizio del XV secolo riformò il calendario. Ci siamo avviati di buon'ora e, superata una montagna al galoppo, abbiamo trovato un altopiano con diversi tumuli verso i quali convergono, dai quattro punti cardinali, dei sentieri acciottolati che s'intersecano ad angolo retto. Tali sentieri, secondo noi, sono stati tracciati per facilitare i calcoli astronomici, mentre i tumuli sono i resti degli edifici. (p. 85)
  • Una serie di terrapieni e di linee in rilievo rivelano il perimetro della città antica [Tus in Iran]. Un vecchio ponte a otto arcate attraversa il fiume; un massiccio mausoleo sormontato da una cupola in mattoni del colore di petali di rosa appassiti si erge sullo sfondo delle montagne azzurre. Nessuno sa dire alla memoria di quale personaggio sia dedicato, per quanto la somiglianza con il mausoleo del sultano Sanjar a Merv faccia pensare che sia stato costruito nel XII secolo. È tutto quanto sopravvive dello splendore di Tus. (p. 115)
  • La strada che dalla Persia porta a Herat segue da presso le montagne fino all'incrocio con la strada di Kushk, e di qui comincia a scendere verso la città. Siamo arrivati in una notte buia, anche se c'erano le stelle. E sempre misterioso, questo tipo di notte; in un paese sconosciuto, dopo l'incontro con le selvagge guardie di frontiera, ha prodotto in me un'eccitazione come raramente ho provato. La strada si è addentrata di colpo in una foresta di ciminiere giganti, i cui contorni neri cambiavano posizione sul cielo stellato al nostro passaggio. (p. 121)
 
Il mausoleo di Goharshad a Herat
  • Se la si osserva nei particolari, la decorazione del mausoleo[4] è inferiore a quella dei due minareti. Il tamburo della cupola è cinto di alte lastre coperte di esagoni di mosaico lilla, combinati con triangoli di stucco rilevato. La cupola invece è turchese, e le nervature, come quelle del mausoleo di Tamerlano a Samarcanda, sono cosparse di rombi bianchi e neri e ogni nervatura è a tre quarti di tondo, con il diametro di una canna d'organo di venti metri. Le pareti del mausoleo sono spoglie, a parte pochi mattoni invetriati e un curioso bow-window a tre finestre, che fa pensare a una villa di Clapham. Ma una certa rozzezza di questi elementi presi separatamente è superata dall'armonia delle proporzioni e dalla solidità della concezione. È difficile, in architettura, battere il modulo della cupola a nervature in quanto a effetti di cieca e monumentale ostentazione. (pp. 133-134)
  • Il prospetto settentrionale [della cittadella fortificata di Herat] consiste di un massiccio bastione lungo circa quattrocento metri, intervallato dalle sporgenze delle torri semicircolari. Di queste, quella all'estremità occidentale ha un motivo di mattoni azzurri inseriti nella superficie di terra secca, una combinazione di materiali insolita, che autorizza a pensare che almeno questa torre risalga alla ricostruzione di Shah Rukh. Dopo averla esaminata, sono ritornato all'angolo più distante della piazza d'armi cintata che separa la cittadella dalla città nuova per fare una fotografia. Mi sono così trovato nei pressi di un parco d'artiglieria di una ventina di pezzi, che a distanza poteva sembrare una discarica di vecchi carrozzini per bambini. (p. 137)
  • Attraversati i bui labirinti [Si descrive la Moschea del Venerdì di Herat] della città vecchia, mi sono trovato in una corte lastricata di circa cento metri per sessantacinque. Quattro iwan, che sono degli ambienti a volta aperti sul lato frontale, interrompono i portici lungo i lati. L'iwan occidentale, il più importante, è fiancheggiato da due torri massicce sormontate da cupole azzurre. Queste ultime, insieme a un pino mediterraneo dal tronco inclinato che sorge in un angolo, sono le uniche note di colore nel complesso dominato dal bianco della calce e dai mattoni sbrecciati, con qualche frammento di mosaico. Una vasca quadrata riflette un mullah e i suoi alunni che stanno passando, tutti vestiti di bianco. Il silenzio e la luce solare trasmettono pace al lastricato consunto. (p.143)
  • Senza contare i turkmeni, di cui non meno di 25.000 hanno passato la frontiera in un solo anno, fuggono in Persia dalla Russia circa mille persone all'anno. Di queste, la maggioranza non è antibolscevica ma fugge per non morire di fame. (p.181)
  • [Riguardo alla Piazza Naqsh-e jahàn di Esfahan] Due piani di arcate cieche imbiancate racchiudono uno spazio rettangolare di quattrocento metri circa per centocinquanta. Sul lato vicino a me si vedono le rovine della Porta del Bazar; di fronte, sul lato opposto, si apre il portale azzurro della moschea dello Shah, dietro il quale sono raggruppati in linea obliqua, orientata verso la Mecca, la cupola, l'iwan e i minareti; davanti a ciascuno sono piantati due segnaporta di marmo per il gioco del polo. A destra è situato l'Ali Qapu, una sorta di scatola da scarpe in mattoni, con di fronte la cupola fiorita della moschea di Sheikh Lutfullah, che si scorge di sghembo sopra una nicchia azzurra. C'è simmetria, ma non troppa. La bellezza risiede nel contrasto fra lo spazio rigoroso e la libera diversità degli edifici. A sciupare l'effetto, e a indicare che i nobili bakhtiyari non possono più giocare a polo o far passeggiare i cavalli in questo luogo, il progresso ha collocato al centro uno specchio d'acqua, cinto da una ringhiera di ferro in stile gotico e di nuove aiuole di petunie. (pp. 187-188)
  • Nel cuore della città [Di Esfahan], la moschea del Venerdì è più antica, essendo stata costruita nell'XI secolo. Qui, come nella moschea del Venerdì di Herat, in un solo edificio e nei suoi restauri è illustrata tutta la storia della città. La grazia del colore dei Safawidi, come già quello dei Timuridi, impallidisce davanti alla sua venerabile grandiosità. Molte parti sono rozze, alcune sono brutte. Ma la grande cupola ovoidale di mattoni disadorni, costruita dal selgiuchide Malek Shah, ha poche rivali in quanto a espressione di assoluta serenità che è prerogativa delle cupole islamiche. (p. 188)
  • [Riferendosi a Shiraz] Il Sud, benedetto Sud! Mi dà la stessa ebbrezza di una prima mattina sulle rive del Mediterraneo. Il cielo splende terso. Le guglie nere dei cipressi si stagliano sulle colline biancastre come gusci d'uovo e sul viola sormontato di neve dei monti lontani. Cupole turchese a forma di porro, sui loro lunghi fusti, sovrastano un mare di piatti tetti di fango. Nel giardino dell'albergo gli alberi di mandarino sono carichi di frutti. Sto scrivendo a letto, con le finestre aperte: la dolce aria primaverile reca un alito di paradiso nello stambugio senz'aria della sera prima. (p. 191)
 
Il palazzo di Ardashir
  • Il palazzo di Ardeshir[5], fondato al principio del III secolo d.C., è una pietra miliare nell'evoluzione dell'edilizia. Ha introdotto il pennacchio, un semplice arco che abbraccia l'angolo fra due pareti, negli stessi anni in cui in Siria appariva il Pendentif, volta a forma di aquilone sorretta da un solo pilastro; da queste due invenzioni derivano due stili architettonici fondamentali, sulla scia di due religioni: lo stile medioevale persiano, che si diffonde nella Mesopotamia, nel Levante e in India; e lo stile romanico-bizantino, che si è diffuso fino ai limiti dell'Europa settentrionale. Anteriormente, non si sapeva come posare una cupola su quattro muri ad angolo retto, o su un edificio di una forma qualunque, la cui superficie interna superasse largamente quella della cupola. Da allora in poi, con lo sviluppo dei pennacchi e dei Pendentif, e con il moltiplicarsi dei primi fino a formare intere zone di stalattiti e ali di pipistrello, è diventato possibile costruire cupole su edifici di qualsiasi forma e dimensione. Lo sviluppo di questa possibilità nel mondo cristiano ha raggiunto il suo culmine in Santa Sofia a Costantinopoli, e ha cominciato una seconda vita con la cupola del Brunelleschi a Firenze. Quello islamico attende di essere documentato, se c'è qualcuno capace di non perdere le staffe tra le rivalità della moderna archeologia. Una cosa è certa: senza questi due princìpi, uno dei quali ha qui il suo prototipo, l'architettura che conosciamo sarebbe diversa e molti edifici noti nel mondo intero, come San Pietro, il Campidoglio di Washington e il Taj Mahal, non esisterebbero. (pp. 210-211)
  • Visto da tergo, il castello [a proposito del castello Qala-ye-Dukhtar a Firuzabad in Iran] sorge su un promontorio ed è difeso su tre lati dai precipizi, che scendono quasi a filo dei muri esterni. L'ultimo tratto dell'ascensione passava per una sella che unisce il promontorio alla parete rocciosa. Questa conduce alla parte posteriore dell'edificio, rivolta a nord, un bastione possente privo di porte e finestre, ricurvo come se contenesse uno stadio. E sostenuto da contrafforti alti e sottili, assai ravvicinati e collegati in alto da archi tondi. [...] Il castello è costruito su tre livelli. Dal basso, nella gola, è visibile l'apertura nera di un arco che dà accesso al piano interrato, sul lato est. Non ci sono potuto arrivare, perché la rampa a spirale che conduce giù era interrotta e non avevo nessuna voglia di scendere dall'esterno. Le rampe sono due, all'interno di torrette quadrangolari, e originariamente conducevano dalla parte inferiore dell'edificio, passando per gli angoli orientali della sala in cui mi trovavo, fino al terzo livello. (pp. 211-212)
  • L'arco dirimpetto, nel lato sud [a proposito del castello Qala-ye-Dukhtar], si pare su una piattaforma erbosa fra alte pareti, che arrivano sull'orlo della gola una ventina di metri più in là. Queste pareti, come si può vedere dalla sommità semicircolare della parete arretrata, reggevano una volta a botte di una dozzina di metri di diametro. La quarta parete è sempre stata aperta. Dunque il Qala-ye-Dukhtar di Firuzabad presenta un altro prototipo sasanide dell'altro grande contributo persiano all'architettura islamica, dopo la cupola su pennacchi: l'iwan, o sala aperta sul lato frontale. Questo elemento ha modificato più di ogni altro la natura delle antiche moschee. In principio era usato su un solo lato, per indicare il santuario e la direzione della Mecca. In seguito è stato usato pure sugli altri lati, per spezzarne la monotonia. È diventato sempre più alto; la sua cornice piatta, una sorta di schermo, è diventata il terreno delle più varie ornamentazioni e iscrizioni. Si è arricchito di minareti ai lati, di arcate e cupole in alto. Le sue stravaganze hanno cambiato il volto di ogni città dell'Islam, ed è stata una bella soddisfazione, mi sono detto, trovarmi a mangiare un'arancia addossato a un vecchio noce nel luogo preciso dove quell'idea ha preso corpo. (pp. 212-213)
 
Il bassorilievo
  • [A proposito di un bassorilievo nei pressi del castello di Qala-ye-Dukhtar] Rappresenta il solito dio con un re, in questo caso Ormazd e di nuovo Ardeshir, che stringono un anello; il re ha un'acconciatura a palloncino, che per certi autori sarebbe un sacchetto per i capelli, è accompagnato da numeroso seguito ed è ritratto in atteggiamento di difesa (secondo l'artista, di deferenza), come usa nel pugilato moderno. Scolpita su un tratto di cupa roccia violacea, piccola e sperduta fra quelle immense rupi dove l'unica vita e data dal fiume, dagli alberi e dal martin pescatore, quella teoria di antiche figure commemorava non tanto il trionfo dei Sasanidi, quanto l'epoca oscura che avevano sconfitto. Né le sculture, né il luogo sono cambiati, a parte il fatto che i viaggiatori sono più scarsi e la strada e più ardua; una volta infatti c'era un ponte vicino al bassorilievo e il fiume è ancora spartito dalle macerie di un pilone di pietre squadrate, in cui la malta ha resistito tredici secoli di intemperie. (p. 216)
  • La statua a tutto tondo di Sapore, tre volte più grande del naturale, è superiore ai bassorilievi soltanto per la sua posizione, che si trova all'entrata di una caverna[6], a qualche chilometro nella valle situata dietro la gola. Per arrivarci bisogna arrampicarsi per duecento metri circa, che terminano con un tratto verticale. Non riuscivo a salire, e la valle ai miei piedi sembrava che ondeggiasse. Ma prima che potessi oppormi, gli abitanti del villaggio mi hanno tirato su come un fagotto, così come avevano fatto con la colazione al sacco e il vino. La statua doveva essere alta sei metri circa, dunque da terra fino al tetto della caverna. Attualmente, in una cavità giace una testa incoronata con una barba alla Velazquez e i riccioli di un'infanta spagnola, sulla quale è appoggiato un torso infiocchettato di nappine di mussola. Il signor Hyde vi ha inciso il proprio nome nel 1821, e noi abbiamo fermato appena in tempo Jamshid Taroporevala, il nostro autista indiano, che voleva aggiungerci il suo. Due piedi calzati di scarpe a punta quadrata occupano tuttora il piedestallo. (pp. 218-219)
  • [A proposito dei bassorilievi di Naqsh-e-Rostam in Iran] In quell'unica frase di giganteschi ideogrammi essi hanno fissato un momento decisivo nella storia delle idee umane, l'emergere dalla preistoria all'era moderna del diritto divino dei re. (p. 221)
  • [Descrizione dell'Investitura di Narsete a Naqsh-e-Rostam] Il re, vestito di pantaloni di mussola da mandriano, con le scarpe a punta quadra da cui sventolano lunghi nastri e l'acconciatura a palloncino, si oppone a una figura allegorica la cui corona municipale, su un alto strato di riccioli a salamino, potrebbe essere un bozzetto di Bernard Partridge. Questa creatura, il cui sesso è controverso, tiene un anello indicante il patto stipulato con il re. Tra i due si vede la figura di un bambino, dietro il re c'è invece un uomo con il berretto frigio. Questo pannello si trova ora sotto il livello del terreno, ed è stato messo in luce da uno scavo. (p. 222)
  • [Descrizione de Il trionfo di Sapore I a Naqsh-e-Rostam] La scena, in grandezza tre volte il naturale, mostra Sapore I a cavallo in atto di ricevere l'omaggio di Valeriano inginocchiato. L'atteggiamento del cavallo è tipicamente romano, tuttavia manca di forza. Come tutte le sculture sasanidi, è priva di muscolatura: un manichino impagliato. Una delle teste sul lato est ha l'aria achemenide. È possibile che ci fosse qui una scultura più antica, che i Sasanidi distrussero per fare posto alla loro propaganda? (pp. 222-223)
  • [Riguardo alla cosiddetta ka'ba di Zoroastro a Naqsh-e-Rostam] Se appartenesse a un paese mediterraneo, sarebbe salutata come la fonte originale dell'architettura domestica nell'Italia del Quattrocento e nell'Inghilterra georgiana. A differenza del tempio greco, che si è sviluppato da una forma lignea e dalla necessità di risolvere il problema del carico di punta, questa cappella funeraria deriva da una forma di mattoni crudi o cotti, esprimente un'idea di serenità; la sua bellezza consiste nella disposizione degli elementi ornamentali sulle pareti lisce. Si è stupiti di vedere questo principio, su cui si è basata tutta l'edilizia domestica di qualità a partire dal Rinascimento, pienamente affermato nella Persia del VI secolo a.C. È altrettanto sorprendente che i visitatori di Naqsh-e-Rustam le abbiano dedicato così scarsa attenzione, da questo punto di vista. (pp. 224-225)
  • [...] [a proposito della tomba di Ciro il Grande] un sarcofago di marmo bianco su un alto zoccolo appoggiato alcuni gradini, che sorge isolato fra i campi arati. E carico d'anni': ogni pietra è stata singolarmente baciata, ogni giuntura incavata da innumerevoli mani, come attraverso l'azione del mare. Nessun ornamento, nessun richiamo all'attenzione disturba la sua serenità solitaria. È sufficiente che Alessandro ne sia stato il primo turista. Anticamente si trovava all'interno di un tempio, di cui ci si può ancora fare un'idea dai basamenti delle colonne. (p. 233)
  • Secondo l'iscrizione che corre lungo la cupola [descrive la moschea del venerdì di Esfahan], la torre funeraria fu costruita nel 1088 da Abu al-Ghanaym Marzuban, ministro di Malek Shah. Ci si domanda quale occasione abbia prodotto in quel momento un'opera di tale genialità. Fu l'influenza di una nuova mente originaria dell'Asia centrale sull'antica civiltà dell'altopiano, il frutto dell'unione di vigore nomadico e di estetismo persiano? I Selgiuchidi non furono gli unici conquistatori della Persia che produssero tale effetto. La dinastia ghaznavide prima di loro, quelle dei mongoli e dei Timuridi dopo, vennero tutte dalle regioni a nord del fiume Oxus e ciascuna produsse un nuovo rinascimento in suolo persiano. Perfino i Safawidi, che ispirarono l'ultima e più languida fase dell'arte persiana, erano originariamente turchi. (p. 241)
 
La moschea di Sheikh Lutfullah
  • Se la piccola stanza a cupola, infatti, è pura forma, non ha colore, e annulla la sua ornamentazione nella serietà della costruzione, la moschea di Sheikh Lutfullah [a Esfahan] nasconde qualsiasi traccia di costruzione o di forma dinamica sotto una fantasmagoria di superfici delicatamente curve, la variegata progenie del pennacchio originario. La forma c'è, e deve esserci; ma come sia creata, e che cosa la sostenga sono problemi di cui l'occhio superficiale non è consapevole, e così si vuole che sia, perché non si distolga dalla festa del colore e del disegno, Questi ultimi sono elementi normali nell'architettura persiana. Qui però raggiungono una qualità che deve sbalordire l'osservatore europeo, non perché infrangano quello che egli considerava il suo monopolio, ma perché prima di vedere quest'opera non avrebbe potuto immaginare che il disegno astratto potesse avere uno splendore così vertiginoso. (p. 242)
  • [Riguardo alla moschea di Sheikh Lutfullah a Esfahan] La cupola è suddivisa a spicchi in forma di limone, che partendo da un pavone stilizzato al vertice via via si allargano, e sono circondati da mattoni opachi; contengono intarsi di fogliame sull'intonaco unito. Le pareti, che lungo i contorni presentano larghe fasce di iscrizioni bianche su fondo turchino, sono similmente intarsiate di ricchi arabeschi o di quadrati baroccheggianti sull'intonaco ocra scuro. Gli intarsi sono di tre colori: turchino, verdazzurro pallido, e una sfumatura molto ricca e indefinibile, come il vino. Ogni arco è incorniciato da un torciglione turchese. Il mihrab della parete occidentale è smaltato di fiorellini su sfondo turchino cupo.
    Ogni elemento del disegno, ogni piano, ripetizione, singolo ramo o fiore ha la sua severa bellezza. Ma la bellezza dell'insieme appare quando l'osservatore si muove. Anche qui la luce diretta è spezzata dall'azione reciproca di superfici opache e invetriate, sicché a ogni passo queste si ridispongono secondo infinite nuove figure; senza contare che anche il disegno della luce filtrata dai larghi trafori delle finestre è incostante, per effetto dei trafori esterni situati a una certa distanza, che raddoppiano la varietà di ciascuna mutevole sagoma.
    Non ho mai trovato prima d'ora uno splendore di questo genere. Mi sono tornati alla mente altri interni a cui paragonarlo, mentre ero là: Versailles, oppure il Gabinetto di porcellana di Schônbrunn, il Palazzo Ducale, San Pietro. Tutti sono fastosi, ma nessuno altrettanto fastoso. La loro fastosità è tridimensionale ed è ottenuta con tutto lo sforzo dell'ombra. Nella moschea di Sheikh Lutfullah si tratta di una fastosità unicamente di luce e di superficie, di disegno e di colore. La forma architettonica è secondaria. (pp. 243-244)
  • Yazd si distingue dalle altre città della Persia. Non possiede, per proteggersi dalle impervie terre desertiche che la circondano, una cintura di giardini o di fresche cupole azzurre. Città e deserto hanno in comune il colore e la sostanza: la prima è il frutto del secondo, e le alte torri di ventilazione, che attestano il calore che vi domina, sono il genere di foresta che può çrescere naturalmente nel deserto. Esse conferiscono alla città un profilo irreale [...] Le torri di Yazd sono quadrangolari e prendono il vento dai quattro lati mediante profonde scanalature, che lo spingono in basso verso i vani sottostanti. Due vani di questo tipo alle due estremità di una casa creano una corrente che la percorre tutta. (p. 247)
  • [Descrivendo la Torre di Gonbad-e Kavus in Iran] Un cilindro affusolato in muratura color caffelatte balza da uno zoccolo circolare fino a un tetto a punta grigio-verdastro, simile a uno spegnitoio per candele. Il diametro alla base è di quindici metri, l'altezza complessiva di circa quarantacinque. Tra zoccolo e tetto corrono lungo il cilindro dieci contrafforti triangolari, che intersecano due basse fasce di iscrizioni in caratteri cufici, una in alto sotto il cornicione, l'altra in basso sopra la stretta apertura nera.
    I mattoni usati sono lunghi, sottili e con gli spigoli ancora integri come quando sono usciti dalla fornace, per cui dividono ombra e sole su ogni contrafforte con la precisione di un coltello. Di mano in mano che i contrafforti retrocedono dalla direzione del sole, le ombre si allargano sulla parete curva del cilindro, di modo che le strisce di luce e ombra, mutando di ampiezza, raggiungono un effetto straordinario. E il contrasto fra questo effetto verticale e l'abbraccio orizzontale delle fasce a caratteri cufici a conferire all'edificio il suo aspetto particolare, che non ha riscontri in architettura. [...] si chiede come abbia potuto l'uso del mattone, all'inizio del secondo millennio dopo Cristo, produrre un monumento più eroico, con un più geniale rapporto tra superfici e ornamentazione, di quanti se ne siano visti da allora in quel materiale. (p. 275-276)
  • Da tre giorni sto leggendo Proust (e comincio a notare che il contagio dell'eccesso di particolari si sta infiltrando in questo diario). Quando descrive come egli sia stato affascinato dal nome Guermantes, penso a come sono stato affascinato io dal nome Turkestan. (p. 318)
  • Il nazionalismo afghano non è smaccato come quello persiani, perché i governanti hanno imparato [...] che il popolo a cui cercano di instillarlo è ancora pronto a lottare, prima di rinunciare alle sue tradizioni per un piatto di lenticchie tecnologiche. (p. 347)
  • I soggetti [I Buddha di Bamiyan in Afghanistan] inducono a pensare che idee persiane, indiane, cinesi ed ellenistiche siano confluite a Bamiyan fra il V e il VI secolo, E interessante avere una prova di questo incontro, ma il frutto che ha prodotto non è gradevole. L'unica eccezione sta nella fila più bassa di Bodhisattva, che secondo Hackin sono più antichi di tutto il resto. Esprimono quel sentimento di calma aggraziata, ma inespressiva, che è quanto di meglio possa offrire l'iconografia buddhista. (p. 370)

NoteModifica

  1. Si tratta della villa palladiana Villa Foscari a Mira in Veneto
  2. Alberto Clinton Landsberg che la acquistò nel 1925 ristrutturandola.
  3. Hulagu Khan è stato un condottiero mongolo che conquistò gran parte dell'Asia sud-occidentale giungendo sino all'Iran
  4. Il mausoleo di Goharshad a Herat in Afghanistan è la tomba di Goharshad moglie del sovrano timuride Shah Rukh
  5. Si trova a Firuzabad nel sud dell'Iran
  6. La cosiddetta grotta di Sapore I nei pressi di Bishapur in Iran.

BibliografiaModifica

Altri progettiModifica