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Ramón Gómez de la Serna

scrittore e aforista spagnolo

Citazioni di Ramón Gómez de la SernaModifica

  • Il gatto firma ogni suo pensiero con la coda.[1]
  • Pittura austera, pittura di Castiglia, pittura della concentrazione, pittura pregna di luce interiore, dove lo spazio esiste per lo spazio, come l'arte esiste per l'arte. [...] Velázquez è l'indice della bilancia della Spagna nel momento in cui la bilancia saliva più in alto e nei suoi piatti stava l'oro del Secolo d'oro. È l'equazione plastica reale e aurifera perfetta.[2]
  • L'indimenticabile ed eterna Napoli, che a volte prende sembianze mortali e va in rovina solo per esaltare ancora di più la sua sopravvivenza, l'incanto imperituro, la voluttuosità inesauribile che strugge il cuore con un piacere malinconico e ardente, con un supremo "qualcosa" che non è il golfo azzurrino, né le sue grotte trasparenti, né il suo vulcano dongiovannesco, né la sua Pompei, che ride e vive in idillio perpetuo nelle sue rovine, ma qualcosa di così particolare e così suo, che fa vivere nella nascosta trattoria l'averno e il cielo, l'angelico e l'umano, ciò che è stato e ciò che sarà poi, ed ancor più, il più struggente non voler morire che ho mai conosciuto.[3]

Mille e una gregueríaModifica

Prologo dell'autoreModifica

  • Le greguerías hanno qualcosa dell'indovinello, evitano l'aspetto del colmo e non devono mai essere barzellette o facezie, per quanto lo possano sembrare. Non devono somigliare a nulla che sia già stato detto. Non sono riflessioni né hanno niente a che vedere con esse, giacché bisogna diffidare delle riflessioni, che sono come quelle palle di neve che fabbricano i monelli cattivi nascondendo una pietra dentro la neve. La greguería non è nemmeno aforistica. L'aforisma è enfatico e sentenzioso. Io non lo pratico. (p. 11)
  • Umorismo + metafora = greguería (p. 11)

Greguería‎s‎Modifica

  • L'amore nasce dal desiderio improvviso di rendere eterno ciò che è passeggero. (p. 19)
  • Se uno conosce troppo se stesso, smette di salutarsi. (p. 19)
  • Il sogno è un deposito d'oggetti smarriti. (p. 19)
  • Nell'elenco del telefono siamo tutti esseri microscopici. (p. 20)
  • L'anguria è un salvadanaio di tramonti. (p. 20)
  • Il tram approfitta delle curve per piangere. (p. 21)
  • L'arcobaleno è il nastrino che si mette la natura dopo essersi lavata la testa. (p. 22)
  • La lucertola è la spilla dei muretti. (p. 22)
  • La polvere è piena di vecchi e dimenticati sternuti. (p. 23)
  • La matita scrive ombre di parole. (p. 24)
  • Collana di perle: rosario del peccato. (p. 24)
  • La medicina si offre di curare tra cent'anni quelli che stanno morendo adesso. (p. 25)
  • Le serre sono carceri modello per piante. (p. 25)
  • Un secondo è un secolo in miniatura. (p. 25)
  • La cometa è una stella coi capelli sciolti. (p. 26)
  • La luna depone un uovo nei telescopi che la guardano a lungo. (p. 27)
  • Venezia è il posto dove navigano i violini. (p. 28)
  • Tuono: un baule rotola giù dalle scale del cielo. (p. 28)
  • Il Colosseo in rovina è come una tazza sbreccata della colazione dei secoli. (p. 28)
  • Russare è sorbire rumorosamente minestra di sogni. (p. 29)
  • Le ghiande nascono col portauovo. (p. 31)
  • Le note del pentagramma pare che vadano al funerale. (p. 31)
  • Chitarra: donna con quattro fianchi. (p. 31)
  • Il primo sonaglio e l'ultimo aspersorio si somigliano troppo. (p. 31)
  • L'olivo è lo specchio dell'alba. (p. 32)
  • Se si potesse sfruttare la noia disporremmo della più potente fonte d'energia. (p. 32)
  • Le candele sgocciolano cammei. (p. 32)
  • L'arcobaleno è la sciarpa del cielo. (p. 33)
  • Le vongole sono le nacchere del mare. (p. 33)
  • L'acqua non ha memoria: per questo è così limpida. (p. 34)
  • Bar povero: un'oliva e molti stuzzicadenti. (p. 34)
  • La luna è un occhio di gatto; il grande gatto guercio della notte. (p. 34)
  • Datemi un amico e vi solleverò il mondo.[4] (p. 34)
  • Ciò che dà più fastidio a un coltello è tagliare un limone. (p. 34)
  • Il formicaio è un crampo della terra. (p. 36)
  • Gli orgogliosi dicono "colonna vertebrale" e i modesti "spina dorsale". (p. 36)
  • La pipa non brucia: quindi se l'umanità fabbricasse le case con legno di pipa i pompieri sarebbero inutili. (pp. 36-37)
  • Nell'aceto c'è tutto il malumore del vino. (p. 38)
  • Il leone darebbe metà della sua vita per un pettine. (p. 38)
  • La barba viene dagli antenati. È sempre quella di un bisnonno. (p. 38)
  • La giraffa è una gru che mangia erba. (p. 39)
  • Il caffellatte è una bibita mulatta. (p. 40)
 
Ramón Gómez de la Serna nel 1928
  • I lillà sono la camicetta di percalle della primavera. (p. 40)
  • Il cucchiaino risveglia il caffè addormentato che ci eravamo dimenticati di prendere. (p. 40)
  • Cadono i ventagli: autunno dell'estate. (p. 41)
  • Il cigno è la S capolettera nella poesia dello stagno. (p. 41)
  • Nel fiume passano, affogati, tutti gli specchi del passato. (p. 41)
  • La nostra vera e definitiva proprietà sono le ossa. (p. 41)
  • Oh, se ci fosse un'ora di più nella giornata, un'ora eccezionale, un'ora a buon mercato: la venticinquesima ora! Non abbiamo bisogno che di quest'ora durante la quale capiremmo tutto... (p. 43)
  • La tarma che ammazziamo ci lascia una polverina di seta rubata. (p. 43)
  • Il tratto più aristocratico della bottiglia di champagne è che non consente che le si rimetta il tappo. (p. 43)
  • Il mare vede soltanto viaggiare: lui non ha mai viaggiato. (p. 43)
  • A ogni colpo, il cannone rincula come spaventato da quel che ha appena fatto. (p. 43)
  • Durante l'accordatura, i violini si arricciano i baffi. (p. 43)
  • Sul primo tram mattutino c'è ancora il sonno del giorno precedente. (p. 45)
  • La nocciolina americana è un frutto col ditale. (p. 45)
  • Il mappamondo ci serve il mondo con un paio di uova fritte. (p. 45)
  • Com'è amaro vedere il tempo nella clessidra! È come bere un bicchiere di deserto. (p. 46)
  • Il cappello che scappa sembra sia scappato con tutte le idee del tipo che gli corre dietro. (p. 46)
  • Le pantofole sono le uniche a compatire l'uomo. (p. 47)
  • La soda è l'acqua col singhiozzo. (p. 47)
  • I gelati sono così allegri perché sono come parrucche da clown. (p. 47)
  • C'è in ogni armadio un paio di calzini che non si usano mai, ma che sono semenza di calzini. (p. 48)
  • La cosa peggiore dei medici è che ti guardano come se tu non fossi te stesso. (p. 49)
  • Ci sono coppie di sposi che si voltano le spalle mentre dormono per non rubarsi a vicenda i sogni ideali. (p. 51)
  • L'orecchio umano interroga sempre, perché, se si osserva bene, ha una forma interrogativa. (p. 52)
  • Quando si sfonda una tasca comincia la peritonite del vestito. (p. 53)
  • Mentre scrive la ricetta, il dottore ci guarda un'ultima volta per valutare se prescrivere una medicina di quelle care o di quelle a buon prezzo. (p. 53)
  • Quella sogliola era così sottile che sembrava un conto anticipato sul vassoio d'argento. (p. 53)
  • I parafulmini sono gli stuzzicadenti della luna. (p. 53)
  • La memoria non ci muore dentro grazie alle cose che non ci restituisce e di cui si nutre, contando sul nostro oblio. (p. 54)
  • Spesso la luna si prova delle nuvole come se fossero dei cappelli. (p. 55)
  • Azionava il suo accendino come uno che si suicida elegantemente. (p. 56)
  • L'opera è la verità della menzogna, il cinema è la menzogna della verità. (p. 56)
  • Il fulmine è un cavaturaccioli incollerito. (p. 58)
  • Quel che dà più piacere alle anziane è poter dire: "torna di moda". (p. 58)
  • La differenza che c'è tra le ninfe e le sirene è che le ninfe danno baci dolci e le sirene salati. (p. 58)
  • Sulla carta vetrata c'è la mappa del deserto. (p. 58)
  • Le rondini mettono tra virgolette il cielo. (p. 60)
  • La meridiana segna le ore col pugnale che uccide. (p. 61)
  • Il cipresso è un pozzo che si è fatto albero. (p. 61)
  • Sulla zebra è rimasta l'ombra della gabbia che la portò sulla terra il primo giorno della creazione. (p. 65)
  • Quando un medico accosta l'orecchio al petto d'un malato, ha tutta l'aria di voler origliare dietro una porta chiusa. Ha l'assai indiscreta pretesa di ascoltare le confidenze che un polmone fa all'altro. (p. 70)
  • Fumo: scialle del fuoco. (p. 70)
  • Il bacio è un prestito o un regalo? (p. 70)
  • Il telefono è la sveglia dei svegli. (p. 74)
  • Lo spaventapasseri sembra una spia fucilata. (p. 74)
  • Fetta di cocomero: luna di sangue. (p. 75)
  • Giorno senza quotidiani: l'assassino esibizionista rimanda il delitto a dopodomani. (p. 76)
  • Il foglio bianco è una bella materia piena di luce lunare, una materia nobile come l'argento, degna di essere lavorata. (p. 76)
  • Gàbbiani: ancore delle navi che percorrono i cieli. (p. 76)
  • Il 9 è l'orecchia dei numeri. (p. 78)
  • I gelsomini sono le zagare da sposa della luna. (p. 78)
  • Reminiscenza: ruminare ricordi. (p. 78)
  • Gufo: gatto impiumato. (p. 79)
  • Il neonato saluta se stesso dando la mano al proprio piede. (p. 81)
  • La tragedia della goccia d'acqua che gocciola di notte nel lavandino angoscia più d'ogni altra cosa il cuore umano. (p. 84)
  • L'asso di denari si dovrebbe cambiare in valute. (p. 86)
  • L'unico che cambia veramente la faccia del pianeta è chi ara modestamente il proprio campo. (p. 89)
  • La lima è lo spazzolino da denti dei metalli. (p. 89)
  • Sembra sempre che al pavone gli abbiano pestato la coda. (p. 89)
  • Gli applausi sono come le costolette: molto osso e poco da mangiare. (p. 91)
  • I tram tendono a rapire la signora che sale, lasciando a piedi il marito. (p. 91)
  • Mercoledì: giorno lungo per definizione. (p. 92)
  • La luna è piena di abiti di suicidi. (p. 92)
  • Nessuno può strangolare una fisarmonica. (p. 96)

SeniModifica

IncipitModifica

I seni dalla finestra
Da vicino non voleva mostrarli, ma siccome noi uomini siamo tanto insistenti le proposi che me li lasciasse vedere dalla finestra, di sera, quando io, che abitavo di fronte, mi fossi affacciato per darle la buona notte.
Che paura che se ne pentisse! Sarebbe rimasta abbandonata a se stessa. Sarebbe bastato che guardasse l'angelo che sosteneva l'acquasantiera, e la promessa sarebbe finita.
Con tali dubbi giunse l'ora tranquilla che nella grande inquietudine era piena di rumori e di orecchi. Lei sapeva da quale lato della camera poteva essermi visibile.

CitazioniModifica

  • Allorché i seni fuggiranno da noi, ci lasceranno sempre i seni della corsa, i seni della fuga, vaghe siluette di seni come stampi di fumo.
  • Seni accorti, rotondi, bianchi, dalla carnagione delicata e tersa; quanta consistenza avete dato ai seni e quante migliaia di volte a voi son ricorso per staccare il biglietto della mia fortuna! (p. 30)
  • I suoi seni, nessuno li aveva mai toccati. Avevano avuto nel suo petto una serietà perfetta. Eran destinati a morire inattivi sull'albero solitario. (p. 33)
  • Il termine di un'esistenza può essere la contemplazione cenobita di alcuni seni, la contemplazione dell'eremita che prende nelle mani i seni di una donna e li guarda come scorgendo in essi tutta la menzogna della vita, visibile e palese. (p. 34)
  • Nulla vidi, e pur vidi un seno penzolante, né grande né piccolo, degno di rappresentare i seni in un amore eterno.

SghiribizziModifica

CitazioniModifica

  • Gli ussari indossano radiografie. (p. 11)
  • Lasciare sbottonato un bottone è indizio di franchezza e generosità. (p. 12)
  • All'ombelico manca un bottone. (p. 12)
  • Quando sulla nostra manica manca un bottone, ci sentiamo disonorati. (p. 12)
  • Non basta che ci caschi un bottone. Il peggio è quell'escrescenza di filo che rimane al suo posto. (p. 12)
  • Al tempo delle tuniche le donne ebbero molto a soffrire, non essendo stati ancora inventati i bottoni. (p.13)
  • La corsa d'un punto di calza che si smaglia è la corsa più veloce che si conosca. (p. 13)
  • Sulle terrazze la biancheria stesa intesse relazioni nuove. (p. 14)
  • Le calze poste ad asciugare sono come l'ombra delle gambe. (p. 14)
  • La compunzione del genuflettersi si dimezza, se mettiamo un fazzoletto sotto il ginocchio. (p.16)
  • Il fazzoletto di seta è l'addio di una carezza. (p. 16)
  • Udendo il camiciaio che chiede se ci servano anche i calzini, i nostri piedi diventano rossi. (p. 17)
  • L'uomo che si attacca un bottone dimentica di fare il nodo al filo e perde il bottone. (p. 18)
  • La donna si netta con un minuscolo fazzolettino così i grandi dolori come i grandi raffreddori. (p. 105)
  • La mano d'una donna nell'atto in cui esplora la calza, se mai si fosse smagliata, si tramuta nella mano di un'odalisca. (p. 108)
  • Vi sono donne la cui seduzione principale consiste nel sistemare in forma di fiore il fazzoletto che sporge dal taschino dell'uomo. (p. 110)
  • La donna senza calze mette paura perché porta in giro le sue pazze gambe senza camicie di forza. (p. 110)
  • Il bottone che perdiamo nell'uscire di casa, e che siamo costretti a farci cucire, forse ci salva da un incidente ch'era preparato per noi, se fossimo usciti in tempo. (p. 312)
  • Le porte ce l'hanno a morte col vento. (p. 317)
  • Il vento non sa sfogliare a modo le pagine d'un libro: o ne muove una sola o tutte insieme, con la furia d'un lettore impazzito. (p. 318)
  • Piace al vento giocare con la sabbia del deserto come ai bimbi con quella del mare. (p. 319)
  • Il brutto del vento è che non possiede un pettine. (p. 319)

Incipit di alcune opereModifica

Il torero CarachoModifica

Caracho era nato a Madrid, da una guardia civile e da una portinaia.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

L'incongruoModifica

Gustavo nacque di sei mesi, in un palco del Teatro dell'Opera, e il suo arrivo prematuro fece sospendere per cinque minuti la rappresentazione degli Ugonotti.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni su Ramón Gómez de la SernaModifica

  • Le volte (le parecchie volte) che mi succede di star male e di chiedere a un libro non un ennesimo contagio di complice desolazione ma l'inganno di un'euforia, la mano cerca negli scaffali pagine liete: il grande Feydeau, il grande Wodehouse... Se danno poco profitto e il sollievo ritarda, la risorsa suprema è tradurre qualcuna fra le innumerevoli (dodici mila? quindici mila?) greguerías di Ramón Gómez de la Serna. Magro il mio spagnolo, scolastico il vocabolario di cui mi servo, ma bastevoli a fare emergere, parola dopo parola, con lo stesso sfizio che se ne fossi io l'autore, da quei brevi o minimi testi un'acutezza bizzarra, un'analogia strabiliante, uno scatto di elettrico umore, come di fronte a un funambolo che guizzi da un trapezio all'altro, prima di scomparire a rompersi il collo dentro un buco del telone. Poiché questo sono le greguerías: piroette e volteggi mentali, matrimoni morganatici fra creature di sangue diverso, combinati da un mezzano illusionista, dietro i cui passi penetriamo nel più mercuriale degli universi, un luogo ubiquo che è tutti i luoghi e nessuno, e dove fiori, pietre, animali, tavole pitagoriche e abbecedari, meteore e wagons-lits s'intrecciano con allegria, come in una quadriglia di lancieri o in una tela di Mirò. Giochi di prestigio adorabilmente datati, che domandano orecchie e occhi bambini. (Gesualdo Bufalino)
  • Ramón si è attaccato, come la chiocciola al guscio, al tavolino. Ha comprato una, due, cinque, sette penne stilografiche: una, cinque, dieci, cento, cinquecento risme di carta. Ha cominciato a scrivere a tredici anni. Continua. Nella sua vita i personaggi sono lui, la sua penna e la sua lampada. Nel mondo non si dovranno apporre lastre di marmo a tutte le cantonate, e incidervi le parole "Qui ha vissuto...". No. Ci sarà una sola casa dove si metterà una lapide: "Qui Ramón ha scritto mille volumi". Paziente come un cinese, prolifico come un latino, metodico come un tedesco. Ci sono, in lui, finalmente pacificate, la cicala e la formica di La Fontaine. La cicala canta. La formica raccoglie: raccoglie gli archivi di appunti, di note, di memorie, di spunti, di idee, di tracce, di progetti. Una idea sul tramonto, una idea sullo sguardo delle donne, una sull'alba, una sui toreri, una sulle medicine contro la gotta, uno sui pianoforti abbandonati. Via, via, via: tutto il giorno, tutti i mesi, tutte le stagioni, tutti gli anni. (Orio Vergani)

NoteModifica

  1. Citato in Frédéric Vitoux, Passi felpati: dizionario amoroso dei gatti, traduzione di Giovanni Zucca, Rizzoli, Milano, 2008, p. 99. ISBN 978-88-17-02779-3
  2. Da Don Diego Velázquez, 1943; citato in Velázquez, I Classici dell'arte, a cura di Elena Ragusa, Rizzoli/Skira, Milano, 2003, pp. 183-188.
  3. Da Prólogo a La mujer de ámbar, Espasa Calpe, Madrid, 1981; citato in L'averno e il cielo, Napoli nella letteratura spagnola e ispanoamericana, a cura di Teresa Cirillo Sirri e José Vicente Quirante Rives, traduzione per Ramón Gómez de la Serna di Teresa Cirillo Sirri, Libreria Dante & Descartres, Napoli, 2007, p. 87. ISBN 978-88-6157-015-3
  4. Cfr. Archimede: «Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo.»

BibliografiaModifica

  • Ramón Gómez de la Serna, Il torero Caracho, 1926.
  • Ramón Gómez de la Serna, Mille e una greguería, a cura di Danilo Manera, Robin Edizioni, 2002.
  • Ramón Gómez de la Serna, Seni (Senos), prefazione di Orio Vergani, traduzione di Mario Da Silva, dall'Oglio editore, 1966.
  • Ramón Gómez de la Serna, Sghiribizzi, Scelta e traduzione di Gesualdo Bufalino, Bompiani, 1997. ISBN 88-452-2967-3

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