Marco Tabarrini

politico e avvocato italiano

Marco Tabarrini (1818 – 1898), politico e avvocato italiano.

Marco Tabarrini

Commemorazione di Pietro CapeiModifica

  • Nelle questioni storiche, le quali, per la più parte, sono questioni essenzialmente giuridiche, giovava molto al Capei la cognizione pienissima che egli aveva della storia del diritto dai Romani a noi, ond'è che pochi poteano stargli a pari nell'intendere l'Italia antica e l'Italia medioevale. (p. 10)
  • Agli uomini invecchiati nella pratica amministrativa, dava noia la sua dottrina; e molti sorridevano a sentirgli citare un testo del Codice o delle Pandette, per applicare un articolo di regolamento. Ma egli [Pietro Capei] saviamente avvisava, che se la pratica degli affari amministrativi non si riconduce ai principii generali del diritto, cade facilmente in un gretto empirismo; e se la scienza fa divorzio dall'arte di Stato, i governi si riducono macchine di amanuensi. (p. 12)
  • Nel render conto delle opere altrui, egli [Pietro Capei] non era di quelli che prendono il titolo del libro, e su quel tema fanno un discorso alla libera per conto proprio; ma analizzava con diligenza l'opera esaminata, per modo che il lettore poteva farsene un'idea esattissima; che mi pare il fine precipuo che dovrebbero avere le riviste critiche. (p. 14)

Studj di critica storicaModifica

  • Vi fu chi scrisse, tenere la storia l'ultimo luogo della cronologia letteraria delle nazioni; perché ai popoli, finché dura potente la virtù dell'operare, manca il tempo e la voglia di farsi narratori delle proprie geste; ed il bisogno del raccontare viene dal riposo, come il bisogno di vivere nel passato viene da stanchezza o da vergogna del presente. (Degli studii storici in Italia, p. 1)
  • Chi conosce di quanto sapere fosse dotato Giovanni Targioni, e quale immensa copia di peregrine notizie avesse adunato nei suoi lunghi e laboriosi studj, non maraviglierà che questa sua opera postuma, sebbene da lui scritta per ammaestramento del figlio, sia degna per ogni rispetto del suo nome, e possa star con onore fra le molte che scrisse per essere pubblicate. (Sulla Storia delle Scienze fisiche in Toscana [...], pp. 449-450)
  • [...] oltre all'essere dottissimo nelle scienze della natura, [Giovanni Targioni] possedeva un tesoro di patria erudizione come pochi ebbero, poté sull'argomento delle scienze fisiche delineare a gran tratti un quadro generale della coltura toscana nelle diverse epoche della sua vita civile. (Sulla Storia delle Scienze fisiche in Toscana [...], p. 450)

Vite e ricordi d'italiani illustri del secolo XIXModifica

  • [...] in lui accanto al geologo crebbe lo storico; ed il Repetti ebbe sopra molti naturalisti questo pregio singolare, di completare la descrizione dei fatti della natura con la descrizione dei fatti dell'uomo; al quale ben può dirsi che la terra serva insieme di subietto per il magistero delle sue arti, come di teatro per la successione degli avvenimenti di cui esso è l'attore. (p. 4)
  • [Giovanni Targioni Tozzetti] [...] seppe delle cose naturali quanto potea sapersi ai suoi tempi, e nella storica erudizione ebbe pochi che lo pareggiassero nel secolo eruditissimo in cui visse. (p. 4)
  • Aveva egli [Emanuele Repetti] stretta amicizia col napoletano colonnello Gabriele Pepe, uomo di alti spiriti e di singolare dottrina, che aveva combattuto le guerre napoleoniche portando nella giberna Sallustio e Giulio Cesare, e così formandosi di buon'ora a quella severa educazione di intelletto e di costume, che diede al suo carattere un'austerità antica, ed ai suoi scritti un'impronta classica ad un tempo e originale. (pp. 6-7)
  • Nulla di più facile, ed insieme nulla di più difficile dello scrivere un articolo per un giornale; se si lascia correr la penna sopra un argomento, e con poche generalità, affogate in un mare di parole, si dispensa a capriccio il biasimo e la lode, essa è opera di fanciulli [...]. (p. 9)
  • Non sembra che sulle prime il Ripetti assegnasse a queste sue peregrinazioni scientifiche uno scopo determinato, oltre le indagini geologiche: ma più volte egli narrò, come appunto in uno di questi suoi viaggi per la Toscana, gli nascesse l'idea di un Dizionario geografico, fisico e storico che tutta la illustrasse e che apertosene a G. P. Viesseux col quale viaggiava, ne avesse conforti ed eccitamenti tali, che senza più, appena tornato a Firenze, si mise all'opera, con quel coraggio e quella alacrità infaticabile, che formavano la parte più bella della sua natura. (p. 12)
  • Quando si pensa che il Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, è opera di un solo uomo, cominciata e condotta a termine nel breve spazio di quattordici anni, e quando l'autore correva verso il suo settantesimo compleanno, non si può a meno di non maravigliare di tanta stupenda operosità, specialmente se si pone a riscontro colla deplorabile infingardia dei tempi. Basta aver avuto fra mano l'opera del Repetti, per farsi una giusta idea delle grandissime difficoltà che dové superare il suo autore, nell'imprendere a descrivere minutamente un paese come è la Toscana, così vario nella formazione geologica del suo territorio, così ricco di prodotti sì naturali come manufatti, così facondo di monumenti e di memorie municipali: e non lasciare senza illustrazione una sconosciuta borgata, un castello rovinato; [...]. (pp. 12-13)
  • Il conte Serristori non era uomo da riposare negli ozi della vita domestica, e appena lasciato l'Oriente si diede a preparare una Statistica generale dell'Italia; opera in quei tempi malagevole, per non dire impossibile, tanto erano imperfetti i dati sparsamente raccolti, tanto gelosi i governi a tenerli celati. Ma nessuna difficoltà valse a distogliere il Serristori dal suo proposito, e con frequenti viaggi e pazienti ricerche, poté finalmente venire a capo del suo lavoro; il quale se non riuscì come il suo autore avrebbe voluto, pur rimase per molti anni l'unico libro che gli Italiani potessero consultare per conoscere le forze economiche del loro paese, e quanto altro sull'Italia non dicono i poeti e gli scrittori di romanzi. (p. 48)
  • La statistica per sé sola è nulla, e si presta compiacente a sostegno di tutte le teorie; ma dove se ne usi secondo ragione, può dar gran lume ai governi, e risparmiare errori economici che hanno apparenza tradizionale di verità. (pp. 48-49)
  • L'educazione militare [di Luigi Serristori] e una certa naturale fierezza lo facevano a prima vista austero e contegnoso, onde i mal conoscenti di lui gli apponevano durezza e aridità di cuore. Chi peraltro andava oltre quelle apparenze, temperate anch'esse dalle maniere di gentiluomo, trovava in lui squisita delicatezza di sentimenti, impeti passionati e generosi, ed un tesoro di affetti inesauribile. Chi poi lo conobbe nell'intimo della famiglia, non vide mai padre e marito più sollecito e affettuoso [...]. (p. 51)
  • [...] il Vieusseux era veramente nato fatto per essere capitano, e un sicuro istinto lo guidava anche dove gli avrebbe fallito la dottrina. Egli, che poco sapeva di lettere, riusciva, forse appunto per questo, a tenere in accordo gli umori diversi dei letterati; e con sottile acume giudicando delle attitudini di ciascuno, incorava tutti a fare, mostrava la via, rompeva gli ostacoli, conciliava tutto e a tutto trovava compensi. Von l'Antologia egli aprì libero campo alle prove di tutti; e quel giornale si levò presto colla critica e colla erudizione ad un'altezza, che neppur da lungi avean toccato le effemeridi che lo avean preceduto. (p. 65)
  • Editore e direttore delle opere che di mano in mano uscivano dal suo Gabinetto, [Vieusseux] a tutto provvedeva con meravigliosa prontezza e avvedimento. Quello che di più degno negli studi e nelle istituzioni educative si tentò in Toscana in questi ultimi quarant'anni, si deve in gran parte alla sua opera e ai suoi consigli. E chi non lo crede, volga gli occhi indietro, e ci mostri in Firenze alito fecondo di vita intellettuale che non derivasse da lui. (p. 67)
  • [...] gli otto anni che il Milanesi stette nell'Accademia [fiorentina delle belle arti] non furon perduti né per lui né per gli studi suoi. Fece amicizia con molti artisti, allora giovani e promettenti, oggi in fama di scultori e di pittori egregi;[1] e con loro si piaceva discorrere le ragioni dell'arte, aiutandoli del suo sapere storico nelle artistiche composizioni e del suo gusto nella esecuzione. Queste dolci consuetudini gli valsero molti conforti nella vita, e gli crebbero la passione che ebbe sempre vivissima d'illustrare la storia delle arti italiane, non con astruserie metafisiche, ma stampandone i documenti reconditi e rari. (pp. 109-110)
  • Tutti conoscono, o per relazione o per vista, l'Archivio centrale di Stato di Firenze, fondato nel 1853. Fra le lodi che n'ebbe il professor Bonaini, al quale si deve un'istituzione così grandiosa e bene ordinata in servigio delle scienze storiche, non ho mai sentito dargli quella, che a me pare la maggiore, di avere scelto al governo delle diverse sezioni uomini versati negli studi della storia e di molta coltura di lettere, quel meglio insomma che poteva dare la Toscana. Così egli saviamente provvide che gli Archivi non fossero una amministrazione di più nello Stato, ma un centro di studi, una scuola perenne di buona erudizione. (p. 110)
  • Carlo Milanesi era d'aspetto franco e geniale, e l'anima gli traspariva dagli occhi vivissimi; l'ingegno aveva pronto insieme e paziente d'ogni più umile lavoro; i modi semplici e casalinghi. Allo stile facile e pulito non cercò ornamenti artificiosi, ma l'uso delle scritture antiche gli dette una venustà naturale e scorrevole, come acqua limpida derivata da pura sorgente. (p. 114)
  • Nella critica storica [Milanesi] si aiutò sempre coi documenti e seguì la buona tradizione italiana instaurata dal Muratori. (p. 114)
  • Il libro sulla Fortuna delle parole fu quello che aprì al Manno la porta dell'Accademia della Crusca, ed è ormai nelle mani di tutti, e tutti lo leggono con utilità pari al diletto. La filologia non aveva mai saputo deporre con tanta disinvoltura il viso arcigno e le vesti polverose, per farsi gaia e festiva, scherzando sulle etimologie e moralizzando sulle trasformazioni delle lingue. (p. 116)
  • [...] è raro che il sapere del giureconsulto e dello statista vada unito a coltura letteraria e maestria di scrivere, come nel Manno; il quale, in mezzo ad uffici altissimi, scrivendo libri di storia e di amena letteratura, diede all'Italia esempio nobilissimo di magistrato scrittore. (p-117-118)
  • [...] nelle adunanze accademiche [della Crusca, Brunone Bianchi] rischiarava con erudita dottrina i dubbi e le quistioni proposte; né mai falliva la memoria nelle citazioni degli scrittori latini e italiani a lui familiarissimi. Tenace nelle sue opinioni, le difendeva con calore e qualche volta con brusca eloquenza, che s'aiutava degli atticismi più salati del parlare fiorentino. (p. 134)
  • [...] per quanto fosse solenne grammatico, [Brunone Bianchi] rifuggiva da ogni ombra di pedanteria, e anco tentato, sdegnava sempre di trincerarsi in quel campo, comodo rifugio dei disputatori volgari. La perizia grande che avea del latino, lo aiutava maravigliosamente a rintracciare le origini ed i significati di molte parole e modi che entrarono nella lingua più per opera degli scrittori che del popolo; e questi legami latini che uniscono il linguaggio dell'Italia moderna a quello dell'Italia antica, erano da lui tenuti in conto, come tradizione letteraria che abbraccia il presente e il passato della nazione. D'altra parte era tenerissimo dello schietto linguaggio popolare toscano, e in esso riconosceva la fonte viva della lingua e delle sue più naturali eleganze. (p. 134)
  • Quello che il Bianchi valesse come scrittore, sapeva mostrare ogni anno nelle relazioni degli studi accademici, fatte nelle solenni adunanze della Crusca, ed accolte sempre con favore dai numerosi ascoltatori. In esse egli riusciva a vestire di forme nuove ed argute argomenti aridissimi e triti; sia che dichiarasse gl'intendimenti dell'Accademia nella compilazione del Vocabolario, sia che ne difendesse la parte già divulgata da censure immeritate. Né la filologia era capace di contenerlo nei suoi cancelli, ché spesso il suo discorso, presa occasione dagli avvenimenti del tempo, divagava nelle questioni politiche e civili, nelle quali l'amore della patria e della libertà gli davano impeti di sdegnosa eloquenza. (pp. 134-135)
  • Il Capei portava con sé riputazione di sapere, coscienza scrupolosa nell'adempimento del proprio ufficio, severità per le discipline scolastiche. Il modo suo d'insegnare, sulle prime, non avea nulla di attraente; arido nella forma, dogmatico e dottrinale nella sostanza, chiuso nella precisione delle formule dei romani giureconsulti, sembrava fatto per mortificare le fantasie giovanili. Ciò non di meno i giovani lo seguivano con amore, poiché presto si avvedevano che quel paziente tirocinio conduceva ad una perfetta cognizione del diritto romano; e che decifrando con diligenza quelle lezioni pienissime di dottrine giuridiche e di illustrazioni storiche, la mente era nutrita di cose e non pasciuta di parole. (pp. 145-146)
  • La Crusca nel 1612 diede all'Italia un Vocabolario della lingua, quando nessuno ci pensava, quando ancora ne mancavano la lingua francese, l'inglese, la spagnola e la tedesca. Lo ha ristampato quattro volte per emendare, accrescere e perfezionare l'opera sua, ed ora attende alla quinta ristampa. (p. 160)
  • Nato di famiglia patrizia, [il marchese Ferdinando Bartolommei] aveva le maniere e l'animo di gentiluomo; ma non dimenticando che il patriziato fiorentino ha origini popolane, aborriva da ogni superbia. Lo vidi la prima volta, sono già molti anni, giovane e leggiadro cavalcare tra le amene colline della Valdinievole. Mi passò da canto galoppando, mentre io mi riposava polveroso e stanco da una gita pedestre sulla montagna pistoiese. Lo guardai e dissi fra me: A che penserà questo signorotto che misura le sue terre a falcate di cavallo? E mille supposizioni, e non tutte benigne, mi passarono per la mente. E avevo torto; perché il nobile cavaliere, forse fin d'allora, pensava all'Italia. (p. 163)
  • Il Bartolommei al pari di tutti apriva il cuore a speranze sconfinate; al pari di pochi, apriva la borsa ad ogni bisogno. La risoluzione di ogni difficoltà era sempre: Andiamo da Ferdinando. (p. 164)
  • Tornato [ il Bartolomei nel 1850] dopo un anno [di esilio], si diede tutto alla domestica economia, e notabili miglioramenti introdusse nella sua bella tenuta delle Case. Prendendo esempio dalle ricche colture lombarde, formò praterie, accrebbe il bestiame e tentò l'industria del formaggio. E di queste riforme agrarie, da lui studiate in tutti i loro particolari, e misurate alla ragione del tornaconto, più volte egli tenne discorso all'Accademia dei Georgofili, a cui si pregiava di essere ascritto, dando con rara sincerità le cifre dei suoi conteggi, anche quando erano sfavorevoli ai suoi tentativi e condannavano i suoi concetti. (pp. 165-166)
  • Per me credo che nel nostro popolo, a malgrado di certa sconcezza e trivialità di apparenze, ci sia tanto sentimento morale ancora vivo da poterci fondar sopra una buona educazione civile. Chi è contristato dai vizi dell'operaio delle città, volga gli occhi al popolo cento volte più numeroso delle campagne; e vedrà se è virtù in quelle genti laboriose, che non hanno altro conforto che la famiglia, altra rimunerazione che un tozzo di pan nero. Tutto sommato, credo che l'Italia abbia meno plebe di molte altre nazioni. (p. 167)
  • Sebbene ora sia moda fra noi di predicare ai quattro venti che in Italia tutto è miseria, corruzione e viltà, pure io non mi attenterò mai di gettare questo fango sulla mia patria, e credo noi non peggiori di altri popoli che hanno vanto di civili. Quello che mi pare necessario è, che negli istituti popolari l'indirizzo morale debba essere mantenuto con ogni cura, affinché quel po' di bene che ancora abbiamo nella coscienza popolare non si perda miseramente. E quando parlo di indirizzo morale, intendo di quella morale che ha un fondamento religioso, perché della morale indipendente possono appagarsi soltanto coloro che alle società umane credono sufficiente fondamento il codice penale e i carabinieri. (pp. 167-168)
  • [...] il Canestrini trasse da tanta diuturnità di lavoro [per cercare le risposte ai quesiti storici che Adolphe Thiers gli poneva], non solo una pratica grandissima degli archivi fiorentini, ma ben anche una rara suppellettile di erudizione storica, dalla quale se egli, com'era assiduo nel ricercare, così fosse stato operoso nell'ordinare e nello scrivere, avrebbe potuto trarre maggior frutto che in effetto non ricavasse, raccomandando il suo nome ad opere originali, senza contentarsi del modesto titolo di illustratore. (p. 171)
  • [Giuseppe Canestrini] Egli visse modestamente del frutto dei suoi lavori, qualche volta rasentando la povertà, ma sempre tirò avanti con molta fortezza d'animo, senza pretensioni e senza lamenti. (p. 173)
  • [Giuseppe Canestrini] Visse celibe, e di questa sua condizione solitaria sentì i vantaggi e i danni; perché se gli fu comoda per avere libertà e indipendenza dagli altri, gli negò peraltro molti conforti, dando al suo umore certe asprezze che non erano nella sua natura; di che più d'una volta mi fece egli stesso confessione assai dolorosa. (p. 173)
  • Questo fiore di gentiluomo [il conte Prospero Balbo], statista e letterato di vaglia, al quale il Piemonte deve quel grandioso svolgimento di coltura italiana, che fu preludio alle egemonia nazionale tentata più tardi con singolare fortuna, amava i giovani d'ingegno e ben promettenti, e non stentò ad ammettere il Cibrario nella sua segreteria in ufficio modestissimo, ma che fu il primo gradino di quella scala che egli poi salì fino al sommo. (pp. 174-175)
  • Studiare la storia della sua patria quando di grande più non le restava altro che il nome, era indizio nel Sagredo di generosa natura che sente i doveri della sua origine; studiarla in relazione alla storia generale d'Italia e nel concetto di rialzarne le sorti, mostra ingegno conoscente dei diritti imprescrittibili delle nazioni, ed animo non pieghevole al fatto della servitù straniera. Questo carattere hanno tutti gli scritti storici del Sagredo da noi conosciuti [...]. (pp. 182-183)
  • [...] primeggiano sicuramente [tra tutti gli scritti storici del Sagredo] il Sommario Storico della Repubblica Veneta, premesso al libro intitolato Venezia e le sue lagune, ed il commentario sulle Consorterie delle arti edificatrici in Venezia, nel quale non solo è dovizia di erudizione, ma ben anche di dottrina economica, che illustra il passato senza chiudere gli occhi sul presente e sull'avvenire. (p. 183)
  • [Narrava Cesare Capoquadri], che quando salito in fama di avvocato, la sua anticamera era affollata di clienti d'ogni condizione, rammentando le umiliazioni del Collegio, voleva che l'usciere dasse la precedenza ai più meschini, non curando le impazienze dei titolati. (p. 187)
  • All'Università [il Capoquadri] provò sulle prime quel combattimento interiore che provano tutti i giovani, i quali hanno applicato con passione alle lettere. Lo studio della Giurisprudenza gli appariva arido, le formule del diritto romano gli sembravano cancelli incomodi all'intelligenza. Era la fantasia giovanile che non voleva piegarsi alla severità della scienza, e il Capoquadri la prendeva forse come tanti altri, per una vocazione letteraria del suo ingegno. (p. 188)
  • Il Capoquadri, educato nella scuola antica, alle lentezze che le erano proprie, aggiungeva quella della sua natura e del suo ingegno. Lo studio di una questione gli teneva occupata la mente per mesi interi; e quando aveva formata la sua tesi con larga preparazione di dottrine, ed ordinatane la dimostrazione, altrettanto tempo spendeva ad escogitare e risolvere tutti gli obietti che avrebbero potuto oppugnarla. Ed in questo processo critico l'acutezza del suo intelletto era meravigliosa, perché rare volte accadeva che l'avversario potesse proporgli difficoltà che gli non avesse già pensate e risolute. Era, come egli diceva, una tortura che infliggeva a sé stesso per assicurarsi della dialettica del suo ragionamento. (p. 191)
  • Molte e rare qualità aveva il Puccinotti per riuscire medico eccellente; vastità di sapere letterario e scientifico, buono indirizzo filosofico così nelle indagini delle cose naturali, come nelle ricerche puramente morali; cuore ottimo e pietoso, animo pacato e severo costume. (p. 277)
  • Egli [Puccinotti] seguace fedele di Galileo, di cui dichiarò pubblicamente le idee filosofiche all'Ateneo Italiano, al pari di lui e della sua scuola, distinse sempre il mondo materiale dal mondo morale, e studiandone le relazioni reciproche, non chiese ai cadaveri il segreto della vita, né cercò con la chimica le leggi del pensiero. Non credé mai che una scienza sola potesse spiegare l'universo. Egli coordinò nella sua mente tutte le scienze, perché cooperassero in lui alla più larga comprensione del vero, assegnando però a ciascuna il suo campo d' azione, i limiti della propria potenza. Così egli poté evitare quell'abietto materialismo in cui ora precipita la scienza, e respingere del pari la dottrina panteistica; nella quale sembrano riposare quelli, i quali sdegnando l'assoluto predominio della materia bruta, l'accettano dopo averla deificata. (p. 278)
  • [...] il Puccinotti fu il primo a sfrondare di tutte le inutilità scolastiche questo ramo della medicina pubblica [la medicina legale], che tanto preme alla giustizia penale, dandogli ordine e forma scientifica. (p. 280)
  • Nella Storia dell'Agricoltura toscana, il nome del Lambruschini rimarrà congiunto principalmente agli insegnamenti per allevare e custodire il baco da seta, che fu sempre oggetto principale delle sue cure. I frutti della sua lunga esperienza compendiati in un libro di semplice ed elegante dettato, diffusero metodi ragionati di allevamento, i quali sostituiti all'empirismo ed al pregiudizio, assicurarono la produzione serica nei tempi prosperi, e minorarono i danni dei disastri dei quali anche questa nostra ricchezza venne colpita. (pp. 292-293)
  • Il Lambruschini pensava saviamente che i tentativi i quali allora si facevano per rialzare le condizioni d'Italia, sarebbero sempre tornati vani, finché si manteneva nei ricchi il vivere scioperato e nel popolo l'ignoranza. E vedendo che la fortuna delle nazioni dipende in gran parte dall'avviamento che si dà alla gioventù, cosa molto curata dai popoli antichi e pochissimo dai moderni, pose all'Italia il problema dell'educazione; e si diede a studiarlo scientificamente nella Guida dell'Educatore [...]. (p. 293)
  • [Tornato a Firenze nel 1861] In questa quiete, egli [Niccolò Tommaseo] alternava i lavori filosofici coi letterari, la filologia con la morale, l'estetica con la pedagogia, e di tratto in tratto anche un raggio di poesia rischiarava la fredda oscurità della sua solitudine. Quando poi lo assaliva l'umor nero, dava la via a quelle razzaie di sarcasmi sulle cose correnti, dalle quali amici ed avversari erano ugualmente scottati, ma che brillavano sempre d'un po' di luce di verità. (pp. 345-346)
  • [Niccolò Tommaseo] Il suo stile era spesso diseguale, e quasi tormentato nella sintassi; ma pochi potevano eguagliarlo nella proprietà; nessuno nella efficacia e nel numero. Nei suoi scritti sono pagine di vera eloquenza, e certe idee egli solo sapeva dire in modo così evidente e colorito. La piena conoscenza delle lingue antiche e moderne e la pratica grande dell'uso toscano lo avevano aiutato a dare allo stile una impronta originale, ugualmente lontana dal vecchio pedantismo e dalla volgarità che ora si prende per naturalezza. (p. 347)
  • [Bettino Ricasoli] Aveva domato il corpo come un anacoreta, tanto da disporne a sua volontà. Ridotti al minimo i suoi bisogni, non pativa né fame, né freddo, né sonno, e credeva che così potessero far tutti. Ad un suo segretario che dopo aver lavorato con lui dodici ore continue, chiedeva di ristorarsi, fece portare un bicchier d'acqua. Quando cominciò ad ammalarsi di cuore, domandato se aveva sofferenze: No, rispose, soltanto ora mi accorgo di avere il corpo. (p. 373)
  • Se dovessimo esprimere in pochi tratti il nostro giudizio sopra quest'uomo illustre [Bettino Ricasoli], diremmo, che come gentiluomo, egli era uno di quei tipi di onestà generosa e di fierezza signorile, che ora scompaiono nel mare magno della democrazia; e che, come uomo di Stato, le qualità che mancavano a lui possono trovarsi in molti, ma quelle che gli erano proprie, non le ha nessuno. Auguriamo di gran cuore alla nostra Patria che non vengano giorni nei quali s'abbia a dire: Perché non c'è più il barone Ricasoli! (p. 377)
  • Se non avessimo avuto il Canova, grandissimo dinanzi ad ogni scuola, male sapremmo dire chi avrebbe potuto sostenere la riputazione artistica dell'Italia nel primo ventennio del secolo presente[2]. (pp. 382-383)
  • Il Selvatico, cercando la cagione principale di tanta decadenza [dell'arte italiana], credé di trovarla nelle Accademie di belle Arti, e nei viziosi insegnamenti che in esse si davano ad una gioventù mal preparata ed illusa sulla sua vocazione. Egli rifece la storia di questi istituti, sorti in Italia quando il genio artistico si spense col tramonto di ogni libertà e di ogni grandezza; e notando come dai Caracci, che ne furono i fondatori, fino a noi, non ne fosse mai uscito un artista sommo, ma uno sciame di mediocri, concluse coll'invocare l'abolizione delle Accademie. (p. 383)
  • L'indole focosa e battagliera del Selvatico lo travolse fino da principio in fiere polemiche con quanti contradicevano alle sue idee sull'arte, o ne scrivevano la storia con criteri diversi dai suoi. Anche negli scritti storici e precettivi, egli tanto si infervora in un concetto, che lo ingrandisce nella dimostrazione, ne moltiplica le conseguenze per modo da trovarsi, quasi senza accorgersene, portato fuori del vero. (pp. 383-384)
  • Chi non é più giovane ha conosciuto il Rosini, e forse lette le molte sue opere in verso e in prosa, oggi poco meno che ignote alla nuova generazione. Letterato all'antica, d'ingegno facile, che tutto sfiorava senza approfondire nulla, teneva come aberrazioni tutte le novità che avevano invaso le lettere dopo il Parini, l'Alfieri ed il Monti; seguitando a scrivere libri scoloriti, senza pensiero, e con una forma di stile per un Toscano incredibile, ed appellandosi ai posteri dalla noncuranza dei contemporanei. (p. 384)
  • Nel carattere di Carlo Fenzi due sentimenti predominarono sempre; il senso del vero ed il senso del retto. Il primo, lo condusse ben presto a far ragione di quella rettorica settaria, che pone le parole in luogo dei fatti, e turba la ragione con paradossi che si fanno accettare soltanto da fantasie malate; il secondo, lo salvò sempre dall'associare il suo nome ad opere che egli reputasse disoneste. In questo, né rancori partigiani, né riguardi ad amici lo fecero deflettere dai suoi propositi. (p. 403)
  • Restaurato colla vittoria il predominio austriaco in Italia [dopo i moti del 1848], Carlo Fenzi portò con dignità e senza inutili iattanze la parte del vinto; ma con quella tenacità di propositi che gli era propria, fu tra i primi a bandire la formula – bisogna ricominciare. – E come egli aveva il giudizio che non rifiuta le lezioni dell'esperienza, fu pure tra quelli i quali capirono che a ricominciare cogli stessi mezzi, e per l'istessa via, si sarebbero ripetuti gli stessi errori, per far capo alle medesime catastrofi. (p. 404)

Citazioni su Marco TabarriniModifica

Aurelio GottiModifica

  • Con tali uomini e con tali studi, o piuttosto con l'ingegno e con l'anima che aveva, il Tabarrini non poteva essere fin d'allora che un liberale, e tra i liberali uno di quelli che traendo dalla storia dell'Italia nostra la ragione e il diritto del suo avvenire, ne avevano più sicuro il sentimento e ne sapevano temperare la passione. Nel 1846, quando dal pensare e dallo scrivere d'indipendenza e di libertà d'Italia, si passò a fare quel meglio e quel più che allora si potesse per conquistare davvero una cosa e l'altra, il Tabarrini non stette con le mani in mano, ma fece nobilmente e virtuosamente la parte sua fin da principio.
  • Il Tabarrini aveva un altissimo sentimento della vita e dei suoi doveri, e tutte le volte che gli occorse di parlare ai giovani o alle giovanette, non disse mai una parola che non avesse potuto ripetere al figliuolo suo o alle figliuole. C'è del Tabarrini un racconto, Dio e la povera gente, stampato la prima volta nella Rassegna Nazionale di Firenze [...], proposto come libro di lettura alle scuole secondarie inferiori, col titolo Un solitario.
    Questa breve scrittura è propriamente un'opera d’arte e di coscienza; esso è uno di quei libri che non si leggono mai una volta sola, vi spira dentro un'aria de' suoi monti e vi risuona, mi si conceda di dire, come il canto dell'anima sua dinanzi alle maraviglie della natura e al sentimento di Dio; è tutto un racconto non favoloso, ma tratto dal vero e con intento altamente morale.
  • Il Tabarrini era cosi fatto, che non si poteva conoscere e stimare senza amarlo, e una volta che uno gli aveva preso a voler bene, gli confidava facile l'anima propria.

NoteModifica

  1. Fra questi vanno nominati il Dupré e Luigi Mussini. [N.d.A.]
  2. L'Ottocento.

BibliografiaModifica

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