Licurgo Cappelletti

insegnante, storico e scrittore italiano

Licurgo Cappelletti (1842 – 1921), insegnante, storico e scrittore italiano.

Della civiltà e della sua storiaModifica

IncipitModifica

L'uomo è un essere morale, vale a dire un essere intelligente e libero. Egli non può conservare la sua esistenza che in riconoscere gli esseri coi quali è in rapporto, e in osservare questi rapporti medesimi. La conoscenza degli esseri forma la sua scienza: l'osservazione dei rapporti costituisce la sua giustizia. La sapienza è all'uomo necessaria per procedere moralmente, quanto il lume per dirigere sicuramente i suoi passi; e perché egli è libero, la vera regola delle azioni gli è necessaria per non fare una falsa elezione.

CitazioniModifica

  • La divina Commedia è con ragione chiamata la Bibbia nazionale, è il vero poema cosmopolitico insieme ed italiano. (cap. XIII, p. 31)
  • L'uomo è insaziabile; non potendo misurare l'eternità, egli misura i secoli. (cap. XIV, p. 32)
  • La riforma [protestante], in generale, è una rivoluzione religiosa insieme e politica: ella però non intese di fare alcun cangiamento alla religione Cristiana: ella accetta la rivelazione e i dogmi formulati dai concilii dei primi secoli. La decadenza del Cristianesimo e la corruzione del Papato provocarono la riforma. (cap. XIV, p. 33)
  • L'individualismo entrò in seguito nella religione, e surse Calvino. Entrato ancora nella politica vennero fuori i pubblicisti protestanti. L'individualismo nella filosofia tenne fra i suoi seguaci Montaigne; e in ultimo arrivò a combattere contro l'autorità. Tutte queste cose altro non furono che cause indirette della famosa rivoluzione francese del 1789. (cap. XV, p. 34)

Le donne della rivoluzioneModifica

IncipitModifica

  • Uno scrittore contemporaneo ha detto che "il regno di Maria Antonietta riassume tutti i contrasti della vita umana[1]." Infatti, quest'infelice principessa provò tutto ciò che un'umana creatura può provare: l'amore de' parenti, l'affetto del marito, la tenerezza de' figli, il rispetto de' sudditi, l'adulazione dei cortigiani, l'odio delle fazioni, i sarcasmi e la maldicenza dei nobili, la diffidenza della Corte, le ingiurie della plebe, le umiliazioni della monarchia atterrata, vilipesa, insultata; quindi, bevendo il calice sino alla feccia, soffrì la prigionia più atroce; vide il suo sposo e sovrano immolato sopra un patibolo; strappati dal seno i propri figli; e finalmente, trascinata dinanzi a un tribunale di sangue, e fatta segno alle più infami e calunniose accuse, fu condannata a morte ed uccisa.

CitazioniModifica

  • Il conte Giovanni du Barry era soprannominato Jean le roué; egli cercava di guadagnare anche sulle sue amanti (ne aveva una collezione completa: alte, basse, nere, bionde, castagne, ecc.); ma, nel secolo passato ciò non era una vergogna; certi scrupoli non esistevano; ognuno faceva il comodo suo; tant'è vero che la Polizia se ne ingeriva pochissimo, perché l'immoralità non aveva nulla a che fare colla politica. Un uomo immorale era chiamato un uomo di spirito; ed un uomo onesto, che avesse gridato contro tale immoralità, sarebbe stato arrestato senza tanti complimenti, e poi chiuso nella Bastiglia. (p. 48)
  • Teresa [Cabarrus] giunse a Parigi in tutto lo splendore della sua bellezza spagnuola: la sua apparizione fu come uno sprazzo di vivida luce nelle sale aristocratiche della superba metropoli. Ella aveva sedici anni; possedeva moltissimo spirito; parlava molto, e parlava bene, con quell'accento colorito che è una proprietà esclusiva delle donne meridionali: ella cantava con quella soave noncuranza di chi nasconde il proprio sapere. Alessandro Lameth[2] diceva: "La natura le ha detto: canta! ed ella ha cantato; le ha detto: balla! ed ella ha ballato". Infatti danzava come cantava, cioè con quella grazia innata, e con quella gaiezza di cuore delle creature predilette dal cielo. (p. 269)

Letteratura spagnuolaModifica

  • Fra i più illustri scrittori di questo secolo [XVI] devesi annoverare don Diego Hurtado de Mendoza, il quale appartiene a quella categoria d'uomini insigni che sapevano maneggiare bene la spada come la penna, e di cui la Spagna ci ha dato tanti splendidi esempî. (cap. V, p. 30)
  • Erudito e letterato, Mendoza è il primo storico spagnuolo che abbia saputo unire l'eloquenza alla politica; egli ha saputo altresì riprodurre naturalmente la maniera dei grandi storici dell'antichità. [...]. Lo scrittore che Mendoza ha scelto a modello, è lo storico latino Sallustio. Egli ne imita felicemente le sentenze, e qualche volta la concisione e l'oscurità. (cap. V, pp. 31-32)
  • Ferdinando de Herrera, detto il divino, fu uomo di focosa immaginazione, di alti pensamenti e di erudizione vastissima. [...]. Fu poeta d'ingegno vigoroso, pieno di ardore per aprire una nuova via e per affrontare le critiche: ma il nuovo stile, che egli volle introdurre nella poesia spagnuola, lo aveva già prima maturato nella sua mente: le sue espressioni non venivano dal cuore, e in mezzo alle sue più grandi bellezze si manifesta sempre l'artifizio. (cap. V, p. 34)
  • Herrera, quantunque grande poeta, aprì la via alle stravaganze dei cultisti, che esagerarono la sua maniera, senza possedere le sue profonde e svariate cognizioni, né l'elevatezza naturale del suo talento. Egli, come ben dice il Baret, merita di essere studiato dai giovani poeti, come Michelangelo dai disegnatori. (cap. V, p. 34)
  • Le produzioni religiose di Lope de Vega sono le più estranee al nostro gusto ed alle nostre abitudini. Bisogna essere spagnuolo, ovvero entrare nello spirito, nelle credenze forti e sincere, nelle abitudini di questo paese per non essere urtato da quel miscuglio di sacro e di profano, da quelle allegorie bizzarre, da quell'apparecchio assai simile alla pompa delle opere in musica, che s'incontrano in quei drammi sacri. (cap. IX, pp. 62-63)
  • Malgrado le sue tendenze teologiche, malgrado una certa affettazione, malgrado una certa oscurità nello stile, Calderon non è uno scrittore nojoso come credono taluni, ma invece è un autore sublime. (cap. X, p. 76)
  • I lavori drammatici di Solis sono abbastanza regolari, condotti con vivacità, e notevoli per intreccio. Egli varia, assai più che Calderon, i caratteri de' suoi personaggi, ma è ben lunge dal possederne la la forza non che la ricchezza d'immaginazione. [...] Ma egli gode fama nella repubblica delle lettere più come storico che come commediografo. (cap. XI, p. 80)
  • Il merito di Molina consiste soprattutto nello stile, ov'egli spiega una straordinaria ricchezza di poesia, ed una profonda conoscenza della lingua castigliana, specialmente della lingua popolare. Ed ivi sta tutta la sua arte. (cap. XI, p. 82)
  • Rivale felice di Molière, Tirso de Molina ha imprestato il tipo del suo don Giovanni a Goethe e a Byron, ed ha ispirato una delle più belle opere di Mozart; e questa non è al certo una piccola gloria per il suo nome. (cap. XI, p. 82)
  • Uno degli autori comici che goderono maggior riputazione nel secolo XVII, fu don Francesco de Rojas Zorilla [...] i suoi lavori drammatici gli hanno creato una fama durevole, e specialmente la bellissima commedia che ha per titolo: Garcia del Casteñar, la quale anche ai giorni nostri gode di una straordinaria popolarità. Essa ci offre delle situazioni veramente energiche, condotte con naturalezza, e sviluppate con talento. Però Rojas non raggiunge sempre la medesima altezza in tutti i suoi lavori: negli uni, egli tocca il ridicolo per la bizzarria del soggetto come per l'affettazione dello stile; negli altri, al contrario, si manifesta gran pittore di caratteri ed eccellente scrittore. (cap. XI, pp. 84-85)
  • Formatosi sugli antichi modelli, Melo è un pensatore ed uno scrittore di prim'ordine: supera perfino Mendoza[3] per l'insieme delle qualità che costituiscono il vero storico, cioè: l'elevatezza del carattere, l'equità dei giudizi, la bellezza energica dello stile. I discorsi introdotti nel racconto, secondo la maniera degli antichi, sono notevoli per la loro eloquenza. Lungamente dimenticata, l'opera di Melo non rivide la luce che al cominciamento del secolo attuale. (cap. XIII, p. 110-111)
  • Luigi di Granata, che il Baret stima degno di essere paragonato a Bousset[4] ed a Massillon[5], fu il primo scrittore religioso ed il miglior predicatore dei tempi suoi. [...]. Il suo stile è un modello di eleganza, d'energia e di grandezza; ed essendo egli profondamente versato negli studi classici dell'antichità, il suo periodare somiglia molto a quello di Cicerone; tanto è vero che gli Spagnuoli lo riguardano come il primo prosatore del loro gran secolo. (cap. XIV, pp. 116-117)
  • Modesto Lafuente è quegli a cui spetta incontestabilmente il primo posto in questo ramo [la storia] della letteratura spagnuola contemporanea. Egli è autore d'una Storia generale di Spagna in ventotto volumi. È questa un'opera grande, intorno a cui Lafuente ha lavorato per ventidue anni consecutivi, senza che abbia mai palesato la benché menoma fatica, la più lieve esitazione. (cap. XVIII, p. 164)
  • Patriotta sincero, Lafuente non è per nulla accecato dall'amor proprio nazionale: egli conosce il lato debole del suo paese, e gli dice la verità con una franchezza ed un coraggio altamente ammirabili. (cap. XVIII, p. 164)
  • Emilio Castelar non appartiene menomamente a questa categoria di repubblicani [che abbiamo qui in Italia]; egli, quantunque invochi di sovente le conclusioni della scienza e le esigenze della ragione umana, non trascura mai l'ideale, l'infinito, il sentimento. I suoi principi democratici nulla contengono di antireligioso, di materialista. (cap. XIX, p. 172)
  • Castelar ha scritto molto, e intorno a soggetti svariati. Quantunque egli abbia l'anima ardente d'un poeta, non ha mai scritto un verso, e possiede una mediocre facoltà inventiva. (cap. XIX, p. 173)
  • [...] in tutte le opere dei filosofi spagnuoli si manifesta una generale tendenza verso lo spiritualismo. Il sensualismo di Locke e di Condilac, lo scetticismo di Hume, il positivismo d'Augusto Comte, non sono in Ispagna seriamente discussi; o, per dire il vero, non sono compresi[6]. (cap. XIX, p. 174)
  • Don Giacomo Balmes [...] fu sacerdote di gran talento, e quantunque abbia vissuto soli 38 anni, pure esercitò una grande influenza su' suoi contemporanei. Egli impiegò tutte le facoltà di una natura ardente, vigorosa, appassionata, severa, a difendere la sua fede contro i colpi terribili, che continuamente le scagliavano gli avversarî del cristianesimo. (cap. XIX, p. 175)
  • Fondatore della lingua classica [portoghese], insieme a Miranda[7], e suo emulo nell'agone poetico, fu Antonio Ferreira [...]. I suoi compatriotti lo hanno chiamato l'Orazio portoghese. Ed infatti egli aveva preso a modello il grande poeta venosino[8]. Adottò esclusivamente i metri italiani, e non compose giammai né redondilhas, né versi d'altra specie nell'antico stile nazionale. (La letteratura portoghese, cap. III, pp. 183-184)
  • Ferreira, oltre le sue opere drammatiche, ci ha lasciato una quantità di epistole, di odi, di sonetti, di elegie, nelle quali, per vero dire, l'immaginazione lascia qualche cosa a desiderare. Questo illustre scrittore ha però dato prova di un alto talento drammatico nella sua Ines de Castro, soggetto tentato da molti scrittori d'ogni paese. (La letteratura portoghese, cap. III, p. 184)
  • Nella tragedia di Ferreira si ammirano soprattutto i Cori, il cui lirismo elevato ricorda sovente le poetiche ispirazioni del dramma antico. Lo spirito cavalleresco aggiunge a questa tragedia l'elevatezza del sentimento moderno, e quantunque vi difetti l'azione, pure in alcune scene non si può a meno di provare una profonda emozione. (Cenno storico sulla letteratura portoghese, cap. III, p. 184)
  • La letteratura portoghese, che non è certo ricca di uomini insigni, come lo sono quelle delle principali nazioni d'Europa, ha però un poeta che essa può altieramente contrapporre ai poeti i più grandi, i più gloriosi degli altri paesi. Questi è Luigi de Camoens [...]. (Cenno storico sulla letteratura portoghese, cap. IV, p. 186)
  • Manuel de Faria e Souza (1590–1649) fu un poeta il quale, a' suoi tempi, si creò una grande reputazione, che però la posterità non gli ha conservata. Scrisse parecchie Egloghe erotiche, rustiche, critiche, marittime, funebri, venatorie, monastiche, fantastiche, ecc. È un vero assedio che confina col ridicolo. (Cenno storico sulla letteratura portoghese, cap. VI, p. 196)
  • Souza ha scritto in lingua castigliana la Europa portoghese, la quale non è che una storia generale del Portogallo, che comincia dalle origini de mondo. In questo lavoro l'autore si occupa più dello stile e della pompa della narrazione che dell'esattezza storica: il gongorismo[9] prevale in ogni pagina del libro, e nuoce singolarmente alle qualità che debbono primeggiare in uno storico. (Cenno storico sulla letteratura portoghese, cap. VI, p. 196)

Storia di Vittorio Emanuele II e del suo RegnoModifica

IncipitModifica

La battaglia di Novara e l'abdicazione del re Carlo Alberto avevano reso assai tristi le condizioni de Piemonte. La sera stessa del fatale 23 marzo, il re abdicatario, accompagnato da due sole persone di servizio, s'incamminò alla volta del suo lontano e solitario esilio. Il duca di Savoia, suo figlio primogenito, saliva al trono, assumendo il nome di Vittorio Emanuele II.

CitazioniModifica

  • Era il Siccardi maleviso ai clericali ed ai reazionari, perché lo si sapeva tenero delle libertà statutarie ed avverso alle pretese della curia romana. Massimo D'Azeglio, il quale voleva frenare il partito clericale, credé bene di affidare al Siccardi il ministero della giustizia e dei culti, sapendolo uomo energico e risoluto, e, meglio d'ogni altro, atto a combattere e a vincere, nelle riforme legislative, la lotta con Roma. (vol. I, cap. IV, pp. 92-93)
  • La nomina di Cibrario [al ministero delle Finanze nel governo di Massimo d'Azeglio] fu soggetto di severi commenti: tutti si meravigliavano, e giustamente, che a un dicastero così importante fosse proposto un uomo, perito nelle storiche e nelle letterarie discipline, ma di cose amministrative e finanziarie totalmente digiuno. (vol. I, cap. VII, p. 170)
  • Il marchese Cosimo Ridolfi, già aio degli arciduchi Ferdinando e Carlo[10], per antica dimestichezza affezionato alla dinastia, scrisse una lettera al granduca [Leopoldo II di Toscana], nella quale gli mostrò come fosse giunto il momento di decidersi, abbracciando una politica nazionale e abbandonando quella reazionaria e anti-italiana, fino allora seguita. La lettera terminava col consigliare il sovrano ad abdicare in favore dell'arciduca Ferdinando, principe ereditario. Lo scritto del marchese Ridolfi pervenne a Leopoldo II alle 9 ant. del giorno 27 aprile; pochi minuti dopo, al latore della medesima fu data la seguente laconica risposta: «Sua Altezza ringrazia». (vol. II, cap. II, p. 31)
  • L'incontro fra i due sovrani [Napoleone III di Francia e Francesco Giuseppe I d'Austria], scortati ciascuno da un brillante e numeroso seguito, avvenne a circa due chilometri da Villafranca. Si strinsero la mano, come fossero stati due vecchi amici; e dopo essersi presentati reciprocamente il proprio seguito, presero la via che conduceva al villaggio. Ivi giunti, si fermarono dinanzi ad una casa di modesta apparenza; e saliti al primo piano, entrarono in un salotto, dove stettero chiusi per circa un'ora e mezzo. Nessuna traccia scritta, nessun processo verbale rimase degli accordi stati combinati fra loro. Soltanto si seppe che essi, separandosi con grandi dimostrazioni di scambievole cortesia, avevan preso l'impegno di riassumere entro brevissimo tempo, in una convenzione scritta, i patti verbalmente fra loro stabiliti. (vol. II, cap. IV, p. 82)
  • [Francesco II delle Due Sicilie] [...] giovine d'indole buona, ma guasto dalla educazione ricevuta. Tenuto sempre lontano dal governo, di cui gli facevano soltanto appurare i formulari ed i regolamenti intramezzati dalle massime di puro dispotismo, e sottoposto alla matrigna Maria Teresa d'Austria[11], che voleva farne un imbecille per sostituirgli sul trono Luigi conte di Trani, figlio di lei primogenito; questo principe infelice prendeva le redini dello Stato in un momento, in cui l'idea dell'unità nazionale si faceva gigante, e si presentava agli oppressi popoli del mezzogiorno, come unico mezzo per redimerli da un governo divenuto insopportabile ad un popolo civile. (vol. II, cap. VIII, p. 175)

Storie e leggendeModifica

  • Il padre di Nerone chiamossi Cneo Domizio Enobarbo, uomo bruttato d'infami delitti, e degno compagno di Agrippina, come confessava egli stesso, quando agli amici, congratulantisi per la nascita di un figliuolo, rispose che "da Agrippina e da lui non poteva nascer cosa che non fosse detestabile e dannosa al genere umano". E questo figliuolo, chiamato Domizio da prima, fu più tardi Nerone. (Un imperatore artista, II, p. 5)
  • Lollia Paolina, dalla madre di Nerone [Agrippina minore] temuta come rivale, fu esiliata, e poco tempo dopo uccisa. Costei possedeva circa otto milioni in pietre preziose: era anche bella, e lo spirito superstizioso dei Romani considerava come un presagio di suprema felicità un doppio dente canino, che non deturpava affatto la sua bocca. E allorché il centurione le presentò la testa della sua rivale, Agrippina volle passare il dito tra le labbra già decomposte e toccare i due denti che l'avevano tanto impensierita. (Un imperatore artista, III, p. 7)
  • Nerone era un giovinetto intelligente, e quasi timido: dinanzi a sua madre tremava come una foglia; la sua giovine età, la sua inesperienza, l'ebbrezza degli onori supremi a lui tributati, non gli permisero di sottrarsi all'impero della genitrice, verso la quale sentivasi avvinto dal timore e dalla riconoscenza. (Un imperatore artista, III, p. 8)
  • Le argomentazioni favorevoli e contrarie alla esistenza della Papessa Giovanna hanno dato motivo a qualche scrittore di affermare che il papato di questa donna venne considerato tanto vergognoso per la Chiesa romana, che fu proibito di parlarne a coloro, che ne furono testimonî; cosicché degli storici contemporanei all'avvenimento, alcuni ne tacquero per rispetto, altri per timore.
    Questa affermazione non regge affatto alla critica, come adesso dimostreremo. Ammesso che il fatto sia realmente successo, io non trovo ragione alcuna di averlo taciuto, perché la Chiesa Cattolica Romana non può riceverne né danno né disdoro. Non vi sono stati forse dei Papi, che hanno tenuta una condotta tutt'altro che lodevole, senza che la suprema autorità della Chiesa vi abbia scapitato nella sua essenza divina? Gli storici, anche i più ossequenti alla ortodossia romana, non hanno negato né attenuato i difetti, gli errori e anche i delitti commessi dai pontefici; e i nomi di Giovanni XII, di Urbano VI, di Alessandro VI, ecc. sono stati tramandati alla posterità nella loro vera luce, senza scuse e senza attenuanti. (La Papessa Giovanna, XV, p. 92)
  • Sembra davvero impossibile come una storiella, oggi riconosciuta universalmente per falsa, abbia, per alcuni secoli, tenuta desta l'immaginazione popolare; e come poeti, storici, critici e romanzieri (non esclusi i pittori e gli scultori) si sieno occupati di essa. Ma ciò non deve affatto meravigliarci. Basta che una sola persona sparga una notizia, sia pur essa inverosimile, la quale alletti l'immaginazione del pubblico con qualcosa di strano e di meraviglioso, perché tutti se ne impadroniscano, la propalino colle relative aggiunte e la diano a credere come vera. Cosi è accaduto della Papessa Giovanna. (La Papessa Giovanna, XXII, p. 109)
  • Un orribile fatto avveniva in Ferrara nel 1508. La mattina del 6 di giugno, Ercole Strozzi, il più amabile cavalier di Ferrara, l'amico dell'Ariosto e del Bembo, fu trovato morto, avvolto nel suo mantello, sulla via presso la chiesa di S. Francesco: aveva segate le canne della gola, e ventidue ferite per tutto il corpo: ciocche di capelli, ch'ei portava lunghi e ondeggianti, strappate dal cranio, erano sparse intorno per terra. Né sì seppe mai, dice un cronografo ferrarese, chi avesse commesso quest'omicidio; il podestà, notò il Giovio[12], non ne istruì il processo: e il duca Alfonso[13], che era, ed amava apparire, mantenitor severissimo delle leggi, lasciò questa volta che la giustizia tacesse. (Lucrezia Borgia, VII, p. 149)
  • [Filippo II di Spagna] [...] vecchio tiranno cupo e severo, talmenteché il carattere stesso degli Spagnuoli fu alterato dal suo regno lugubre; anzi per lungo tempo la nazione portò l'impronta del proprio signore. (Filippo II e Don Carlos, I, p. 169)
  • L'imperturbabilità di Filippo [II] nelle azioni più vergognose e più inique confonde talmente le idee, che non possiamo non chiedere a noi stessi se un uomo, capace di commettere simili nefandezze, meriti di essere perseguitato come una bestia feroce col ferro e col fuoco, oppure chiuso in una cella da matti. Certamente la sua coscienza non era eguale a quella degli altri uomini. (Filippo II e Don Carlos, VI, p. 188)
  • La tranquillità dell'animo suo può paragonarsi soltanto a quella del carnefice, che versa il sangue umano e non ha punti rimorsi, sapendo di essere lo strumento della legge. Filippo [II] era – almeno egli lo credeva – l'istrumento della Divina Provvidenza; e le sue passioni, anche le più odiose, gli sembravano una voce venuta dall'alto. (Filippo II e Don Carlos, VI, p. 188)
  • Gli ambasciatori veneti, i quali, come ognun sa, avevano incarico dal proprio governo di studiare il carattere dei principi e di riferirne al Gran Consiglio, scrivevano ai reggitori della Repubblica che "l'Infante [Don Carlos][14] annunziava una crudeltà precoce"; e fra le altre prove, che ne davano, c'era questa: "uno de' suoi maggiori divertimenti è quello di fare arrostire delle piccole lepri vive". (Filippo II e Don Carlos, VI, p. 189)
  • Tutti gli scrittori del tempo, gli oratori veneti, le persone che bazzicavano, a corte, sono unanimi nel dire che [Don Carlos] era bruttissimo. L'ambasciatore austriaco, barone di Dietrichstein, il quale gli voleva molto bene, ce lo descrive "con una gobba in mezzo al dorso, una spalla più alta dell'altra, il petto incavato, la gamba destra insensibilmente più corta della sinistra, la bocca sempre aperta, la lingua balbuziente, la voce debole e acuta, la faccia giallognola, gli occhi senza espressione". (Filippo II e Don Carlos, VI, p. 191)
  • [Don Carlos] [...] l'ambasciatore francese Fourquevaulx, che lo conosceva ben da vicino, lo chiamava: contraffatto nella persona e nei costumi; e dire che questo aborto di natura era un mangiatore prodigioso! Egli divorava un cappone intero, e poi s'ingoiava parecchie libbre di frutta. Odiava il vino; ma era capace di bere, durante il giorno, una quantità enorme di acqua diacciata[15]. (Filippo II e Don Carlos, VI, p. 192)

NoteModifica

  1. F. De Vyré, Marie-Antoinette, sa vie, sa mort. Paris, Plon, 1889; pag. 1. [N.d.A.]
  2. Alexandre de Lameth (1760-1829), politico e generale francese.
  3. Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco.
  4. Jacques Bénigne Bossuet (1627 – 1704).
  5. Jean-Baptiste Massillon (1663 – 1742).
  6. Infatti le fredde teorie dei filosofi della Germania e dell'Inghilterra non possono allignare presso una nazione attiva, entusiasta, che sente vivamente, e solo verso il cielo rivolge tutte le sue aspirazioni ideali. [N.d.A.]
  7. Francisco de Sá de Miranda (1481 – 1558), poeta e drammaturgo portoghese.
  8. Orazio nacque a Venosa, comune dell'attuale provincia di Potenza.
  9. Estetica letteraria del barocco spagnolo (dal poeta Luis de Góngora).
  10. Ferdinando IV d'Asburgo-Lorena (1835 – 1908) ultimo Granduca di Toscana e il fratello Carlo Salvatore d'Asburgo-Lorena (1839 – 1892).
  11. Maria Teresa d'Asburgo-Teschen (1816 – 1867), arciduchessa austriaca, seconda moglie di Ferdinando II di Borbone.
  12. Elogia virorum liter. ill. Basileae, 1577. [N.d.A]
  13. Alfonso I d'Este (1476 – 1534), terzo duca di Ferrara, Modena e Reggio e terzo marito di Lucrezia Borgia.
  14. Don Carlos era il figlio primogenito del re Filippo II di Spagna.
  15. Toscanismo per "ghiacciata".

BibliografiaModifica

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