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Francesco II delle Due Sicilie

Re delle Due Sicilie
Francesco II delle Due Sicilie

Francesco d'Assisi Maria Borbone (1836 – 1894), ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie.

Indice

Citazioni di Francesco II delle Due SicilieModifica

  • Ho fatto ogni sforzo per persuadere S.M. la Regina a separarsi da me, ma sono stato vinto dalle tenere sue preghiere, dalle generose sue risoluzioni. Ella vuol dividere meco, sin alla fine, la mia fortuna, consacrandosi a dirigere negli ospedali la cura dei feriti e degli ammalati; da questa sera Gaeta conta una suora di carità in più.[1]
  • I miei affetti sono qui. Io sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole d'addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed ammirevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi fonte di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.[2]
  • Non so che cosa voglia dire l'indipendenza italiana; io penso soltanto all'indipendenza napoletana.[3]
  • Non sono i miei sudditi che mi hanno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l'ingiustificabile invasione d'un nemico straniero.[2]
  • Voi sognate l'Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete infelici. I napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere.[2]
  • Popoli delle Due Sicilie [...] si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie [...] quando veggo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati [...] calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore Napoletano batte indignato nel mio petto [...] contro il trionfo della violenza e dell'astuzia. Io sono Napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria [...] i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni le mie ambizioni. [...]ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento [...] Ho creduto di buona fede che il Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico [...] non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra [...] Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l'Amministrazione è un caos: la sicurezza individuale non esiste [...] Le prigioni sono piene di sospetti [...] in vece di libertà lo stato di assedio regna nelle province [...] la legge marziale [...] la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi che non s'inchinino alla bandiera di Sardegna [...] E se la Provvidenza nei suoi alti disegni permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero [...] mi ritirerò con la coscienza sana [...] farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria, per le felicità di questi Popoli che formano la più grande e più diletta parte della mia famiglia.[2]
  • Signori! Negare a voi il diritto di gioire della presa di Gaeta sarebbe illogico. Ma festeggiarla sotto gli occhi di Francesco II nel dì in cui egli tornava più tradito che vinto, dall'ultima sconfitta; festeggiarla in Roma, dove il Re spodestato con la sua famiglia aveva trovato un ospitale asilo... è tal fatto, che congiunge crudeltà, codardia, inciviltà, dappocaggine, infamia. (dal manifesto stampato a Roma a firma di Francesco, 14 febbraio 1861, contro "la baldoria e la gazzarra contro Francesco II, inscenata al suo arrivo al Quirinale" il giorno stesso del suo arrivo da Gaeta[2])
  • L'anno che finisce fu per me tristo e affliggente. Lo spasimo che soffre il mio desolato paese, la lontananza della mia diletta moglie, i tormenti di vario genere in famiglia, la condotta impassibile dei Governanti... tutto ciò fu cagione delle mie lugubrazioni e dei miei tormenti, fisici e morali. (dal diario[2])
  • Albano per me era un'ancora di salvezza. Ora, se domandate donde vi scrivo, io vi risponderò dall'inferno perché l'aria che a Roma si respira è di fuoco! (dal diario, agosto 1861[2])
  • Vivo qui isolato ad Albano tranne quando per dovere mi reco alla rumorosa Città Eterna per ossequiare il Santo Padre e per attingere nuove sui destini barbari del mio paese natale, che vedo dibattersi, ammiserirsi e dissanguarsi tra il dimenare di partiti estremi. (dal diario, 1 settembre 1861[2])
  • Io sono Napolitano; nato tra voi, non ho respirato altr'aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo, che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni mie ambizioni.[4]
  • Il mondo intero l'ha veduto, per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal mio nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio Consiglio; ma nella sincerità del mio cuore io non potea credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire dopo tante nostre sventure un'era di persecuzione . e così la slealtà di pochi e la clemenza mia hanno aiutato la invasione Piemontese, pria per mezzo degli avventurieri rivoluzionarii e poi della sua Armata regolare, paralizzando la fedeltà de'miei Popoli, il valore dei miei soldati.
    In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia di sangue; ed hanno accusata la mia condotta di debolezza. Se l'amore più tenero pei miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nell'onestà degli altri, se l'orrore istintivo al sangue meritano questo nome, io sono stato certamente debole.[5]
  • Ho creduto di buona fede che il Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un'alleanza intima pei veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversarii.[6]
  • Non sono i miei sudditi, che han combattuto contro di me; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l'ingiustificabile invasione d'un nemico straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani del Piemonte. Che ha dato questa rivoluzione ai miei Popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il paese.[7]
  • Sparisce sotto i colpi dei vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie sono state dichiarate provincie di un Regno lontano. Napoli e Palermo son governati da prefetti venuti da Torino.
    Vi è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell'avvenire. Unitevi intorno al trono dei vostri Padri. Che l'oblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei Popoli ed alle istituzioni che ho loro accordate. Indipendenza amministrativa ed economica per le Due Sicilie con Parlamenti separati: amnistia completa per tutti i fatti politici; questo è il mio programma. Fuori di queste basi non vi sarà pel paese che dispotismo o anarchia.
    Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto quì per non abbandonare così santo e caro deposito.[8]
  • Militi dell'armata di Gaeta, da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l'attacco delle bande rivoluzionarie di stranieri, l'aggressione di una Potenza, che si diceva amica, niente ha potuto domare la vostra bravura, stancare la vostra costanza. In mezzo a sofferenze di ogni genere, traversando i campi di battaglia, affrontando il tradimento, più terribile che il ferro ed il piombo, siete venuti a Capua e Gaeta, segnando il vostro eroismo sulle rive del Volturno, sulle sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi dentro a queste mura gli sforzi d'un nemico, che disponeva di tutte le risorse d'Italia.
    Grazie a Voi è salvo l'onore dell'Armata delle Due Sicilie; grazie a Voi può alzar la testa con orgoglio il vostro Sovrano; e sulla terra di esilio, in che aspetterà la giustizia del Cielo, la memoria dell'eroica lealtà dei suoi Soldati, sarà la più dolce consolazione delle sue sventure.
    Una medaglia speciale vi sarà distribuita per ricordare l'assedio; e quando ritorneranno i miei cari soldati nel seno delle loro famiglie, tutti gli uomini di onore chineranno la testa al loro passo, e le madri mostreranno come esempio ai figli i bravi difensori di Gaeta.[9]

Citazioni su Francesco II delle Due SicilieModifica

  • «Cavour, aggiungono i suoi detrattori, avrebbe dovuto rifiutare schiettamente la proposta di alleanza, non già mostrare di accettarla, e di celato usare tutti gli artifizi della sua volpina politica per mandarli a monte.»
    Ma anche qui ci sia lecito ripetere: siamo sinceri e imparziali tanto verso una parte, quanto verso un'altra. Come si può, invero, pretendere Cavour che agisse schiettamente, e non pretendere nel tempo stesso che il Borbone agisse del pari?
    In sostanza, niuno potrebbe negarlo, l'alleanza era tanto uggiosa al Borbone, quanto al conte di Cavour. Era fra essi una lotta di astuzia, di abilità, in cui la vittoria sarebbe toccata al più abile, al più valente, o, se vuolsi, al più fortunato dei due.
    Ora, come in un duello, una finta che metta l'avversario fuori di guardia, e lo scopra per più facilmente ucciderlo, è ammessa dalle leggi della cavalleria, mentre nel corso ordinario della vita ogni finzione sarebbe rigorosamente bandita dalla condotta d'un uomo onesto, così non si può far carico al conte di Cavour, come non deve farsi carico al Borbone, se, nelle condizioni in che si trovarono l'uno rimpetto all'altro, usarono l'astuzia e l'inganno.
    Cavour, s'è visto, aveva fatto tutti gli sforzi immaginabili per schermirsi di entrare in negoziati col Borbone; non riuscitovi, perché, tranne l'Inghilterra, tutta l'Europa lo richiedeva in termini più che imperiosi, cedette.
    In altre parole, egli scese sul terreno, sul quale il Borbone lo sfidava. (Luigi Chiala)
  • Come mai suo padre, servitore della prode monarchia, parlava ancora rispettosamente dei vili tiranni? Dell'ordinamento costituzionale, il giovanetto aveva udito spiegare la perfezione: Re e Popolo partecipi del governo, quello coi ministri, questo coi deputati; il Senato di nomina regia moderatore della Camera elettiva; il potere giudiziario libero e indipendente fra il legislativo e l'esecutivo: che cosa poteva opporre suo padre a questa perfezione? Un più grave e doloroso stupore egli doveva provare, udendo in famiglia affermare che, senza il tradimento, né mille né diecimila garibaldini avrebbero potuto abbattere un regno come quello di Francesco II! (Federico De Roberto)
  • Francesco II era più infelice di me, perché soffriva insulti e maltrattamenti nel suo palazzo peggio di me. Vigilato e sorvegliato da tre polizie, la papale, la francese e quella del comitato liberale. (Carmine Crocco)
  • Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità , colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell'esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone. (Matilde Serao)
  • Il Montezuma di Gaeta. (Antonio Ghirelli)
  • La ridicolizzazione attraverso cui la storiografia post-risorgimentale ha consegnato ai posteri un'immagine storpiata di quel sovrano, è nient'altro che un'ennesima manifestazione di infierimento su un vinto. (Paolo Mieli)
  • O Francesco, sei piccino, | ma mi sembri tanto grante | che Golia, quel gran gigante, | e pigmeo accanto a te. | Possa presto la fortuna | Farti ascendere sul trono; | e sarà il più bel dono | che può farci il nostro re. (Francesco Paolo Ruggiero)
  • [Il] Piccolo Giobbe. (Papa Pio IX)
  • Se l'Italia, nonostante la cronica instabilità, non è più quella di Franceschiello, lo si deve soprattutto alle classi medie, pilastri di una società economicamente e civilmente evoluta. (Roberto Gervaso)

NoteModifica

  1. Citato in P. G. Jaeger, Francesco II di Borbone, l'ultimo Re di Napoli, Milano 1982, p. 204.
  2. a b c d e f g h Citato in Giuseppe Campolieti, Re Franceschiello. L'ultimo sovrano delle Due Sicilie, Mondadori, Milano, 2005.
  3. Citato in Giovanni Artieri, Napoli, punto e basta?, Divertimenti, avventure, biografie, fantasie per napoletani e non, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1980, p. 559.
  4. Dal proclama reale, Gaeta, 8 dicembre 1860; citato in Lucio Severo, Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61, 1865, pp. 123-124.
  5. Dal Proclama Reale Gaeta 8 Dicembre 1860, in Lucio Severo, Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61, p. 124
  6. Dal Proclama Reale Gaeta 8 Dicembre 1860, in Lucio Severo, Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61, p. 125.
  7. Dal Proclama Reale Gaeta 8 Dicembre 1860, in Lucio Severo, Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61, pp. 125-126.
  8. Dal Proclama Reale Gaeta 8 Dicembre 1860, in Lucio Severo, Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61, pp. 126-127.
  9. Dall' Ordine del giorno di Sua Maestà il Re Francesco II alla Guarnigione di Gaeta, in Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61, pp. 112-113.

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