Joris-Karl Huysmans

scrittore francese
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Joris-Karl Huysmans, nato Charles-Marie-Georges Huysmans (1848 – 1907), scrittore francese.

Joris-Karl Huysmans

Citazioni di Joris Karl HuysmansModifica

  • L'arte è l'unica cosa pulita sulla terra, a parte la santità. (da Le folle di Lourdes)
  • Il pessimismo non ha mai consolato né i malati nel corpo, né gli infermi nell'anima. (da Controcorrente, a cura di V. Finzi Ghisi, traduzione di C. Sbarbaro, Garzanti, 1975)
  • Politica, volgare distrazione degli spiriti mediocri. (da Controcorrente)
  • Un colorista rivelatore [...] che contribuì più di Manet al movimento impressionista, un artista dalle retine malate, che, nella sua esasperata percezione visiva, scoprì i prodromi di un'arte nuova: in tali termini si può sintetizzare il troppo dimenticato Cézanne.[1] (da Certains, 1889)

ControcorrenteModifica

IncipitModifica

A giudicare dai pochi ritratti conservati nel castello di Lourps, la famiglia di Floressas des Esseintes era stata un tempo composta da atletici soldatacci, di brutali guerrieri. Stretti nelle vecchie cornici con le spalle possenti sembravano voler spezzare, intimorivano con la fissità dello sguardo, i mustacchi a yagatan, i petti bombati che riempivano l'enorme guscio della corazze.

CitazioniModifica

  • Virgilio, colui che i cattedratici chiamano il cigno di Mantova, sicuramente perché non è là che è nato, gli appariva come uno dei più insopportabili scocciatori che l'antichità abbia mai prodotto, oltre che uno dei più terribili pedanti. I suoi pastori tutti lindi e agghindati, che si inondano a turno di versi sentenziosi e freddi, il suo Orfeo che egli paragona a un usignolo in lacrime, il suo Aristeo che piagnucola a proposito di api, il suo Enea, personaggio indeciso e incostante che si muove come un'ombra cinese, con gesti legnosi, dietro il trasparente e mal oliato poema, lo esasperavano. (pp. 28-29)
  • Dalle rive del Danubio, migliaia di uomini su piccoli cavalli, infagottati in casacche di pelli di topo, Tartari orrendi, con enormi teste, nasi schiacciati, menti deturpate da cicatrici e sfregi, musi gialli senza un pelo, si precipitano a tutta velocità all'attacco dei territori del Basso Impero, travolgendoli come una fiumana. ( p. 37)
  • La scelta delle pietre costituì uno scoglio. Il diamante è diventato particolarmente comune da quando tutti i bottegai ne portano uno al mignolo. Gli smeraldi e i rubini d'Oriente sono meno sviliti, risplendono di bagliori rutilanti, ma, a lungo andare, ricordano un po' troppo i fanali verdi e rossi che certi omnibus portano sui lati. (p. 43)
  • Quanto ai topazi, che siano giallo bruno o giallo miele, sono pietre a buon mercato, care alla piccola borghesia che vuole poter chiudere uno scrigno dentro l'armadio a specchio. (p. 43)
  • D'altra parte, sebbene la Chiesa abbia conservato all'ametista un carattere sacerdotale, al tempo stesso untuoso e grave, anche questa pietra si è degradata finendo alle orecchie sanguigne e alle dita grassocce delle macellaie che vogliono adornarsi di monili autentici e massicci spendendo poco. (p. 43)
  • Tra queste gemme, solo lo zaffiro ha conservato una luce inviolata dalla stupidità industrialpecuniaria. Le sue scintille, che sprizzano da un'acqua limpida e fredda, hanno in qualche modo salvaguardato da ogni profanazione la sua nobiltà discreta e altera. Purtroppo, alla luce artificiale le sue fresche fiamme non crepitano più; l'acqua azzurra viene riassorbita, sembra riaddormentarsi per risvegliarsi scintillando solo allo spuntar del giorno. (p. 43)
  • [Su L'apparizione di Gustave Moreau] Comunque fosse, un'irresistibile malia si sprigionava da quella tela, ma l'acquerello intitolato L'apparizione era forse più inquietante ancora. In esso, il palazzo di Erode si innalzava, come un'Alhambra, su leggere colonne iridate di piastrelle moresche che sembravano connesse con una malta d'argento, con un cemento d'oro. Da losanghe di lapislazzuli partivano arabeschi che si dispiegavano lungo le cupole dove, su tarsie di madreperla, guizzavano bagliori di arcobaleno, fuochi di prisma. L'omicidio era compiuto; adesso il boia se ne stava impassibile, con le mani sull'elsa della lunga spada macchiata di sangue. La testa mozzata del santo si era sollevata dal bacile posato sul pavimento e, livida, con la bocca esangue, aperta, il collo cremisi grondante di sangue, guardava. (p. 56)
  • Aveva fatto tappezzare il salottino di rosso vivo, e appendere a ogni parete stampe, racchiuse entro cornici di ebano, di Jan Luyken, un antico incisore olandese quasi sconosciuto in Francia. Di questo artista bizzarro e lugubre, veemente e truce, possedeva la serie delle Persecuzioni religiose, spaventose tavole raffiguranti tutti i supplizi che la follia religiosa ha inventato, tavole in cui urlava lo spettacolo delle sofferenze umane, dei corpi arsi sulle graticole, dei crani scoperchiati da sciabole, perforati da chiodi, tagliati in due da seghe, degli intestini dipanati dal ventre e avvolti su cilindri di legno, delle unghie strappate lentamente con tenaglie, delle pupille perforate, delle palpebre arrovesciate con spilli, degli arti smembrati, rotti con cura, delle ossa messe a nudo e raschiate a lungo con lame. (p. 60)
  • La vita di Jan Luyken costituiva per lui un'attrattiva in più e spiegava del resto il carattere allucinato della sua produzione. Calvinista fervente, settario incallito, fanatico di cantici e di preghiere, l'incisore componeva poesie religiose e le illustrava, parafrasava in versi i salmi, si sprofondava nella lettura della Bibbia e ne usciva estasiato, attonito, con la mente ossessionata da storie cruente, la bocca deformata dalle maledizioni della Riforma, dai suoi canti di terrore e di ira. (p. 61)
  • [Su Jan Luyken] Inoltre, disprezzava il mondo, donava i suoi beni ai poveri, viveva di un tozzo di pane. Aveva finito con l'imbarcarsi in compagnia di una vecchia serva che aveva contagiato con il suo fanatismo e andava alla ventura, dove approdava la sua nave, predicando ovunque il Vangelo, cercando di non mangiare più, divenuto pressoché folle, quasi selvaggio. (p. 61)
  • Gli tornavano in mente frammenti degli scismi, brani delle eresie che avevano diviso per secoli le Chiese di Occidente e di Oriente. Qua Nestorio contestava alla Vergine il titolo di madre di Dio, poiché, nel mistero , dell'Incarnazione, aveva portato in grembo la creatura umana e non il Dio; [...]. (p. 79)
  • Una nuova pianta, di un genere affine a quello dei Caladium, l'Alocasia Metallica, lo esaltò ancor di più. Era rivestita di uno strato di verde bronzo su cui guizzavano riflessi argentei; era il capolavoro dell'artificio: lo si sarebbe detto un pezzo di tubo di stufa foggiato a punta di lancia da un fumista burlone. (p. 88)
  • Gli uomini scaricarono poi dei ciuffi di foglie a losanga, verde bottiglia, nel cui centro s'innalzava un bastoncino in cima al quale tremolava un grande asso di cuori, lucido come un peperone; quasi a sfidare tutti gli aspetti conosciuti delle piante, dal centro di questo asso color vermiglio intenso zampillava una coda carnosa, cotonosa, bianca e gialla, diritta in alcuni esemplari; in altri a cavatappi come un codino di maiale, nella parte più alta del cuore. Si trattava dell'Anthurium, genere importato di recente in Francia dalla Colombia. (p. 88)
  • Cypripedium, dalle linee complicate, incoerenti, immaginate da un inventore folle, somiglianti a uno zoccoletto, a un vuotatasche sopra cui si arrovesciasse una lingua umana dal frenulo teso, come se ne vedono disegnate sulle tavole dei testi che studiano le affezioni della gola e della bocca; due piccolle alette rosso giuggiola, che sembravano prese a prestito da un mulino giocattolo, completavano il barocco accostamento di una lingua vista dal basso, color feccia di vino e ardesia, e di una borsetta lucida il cui interno trasudava una colla vischiosa. Des Esseintes non riusciva a distaccare lo sguardo da quell'inverosimile orchidea venuta dall'India. (p. 89)
  • Des Esseintes guardava con aria attonita, sentendo risuonare i nomi ostici delle piante verdi: l'Encephalartos horridus, un gigantesco carciofo di ferro, color ruggine, come se ne mettono sui portali dei castelli per impedirne la scalata. (p. 89)
  • Allora si accorse che restava ancora un nome sulla sua lista. La Cattleya della Nuova Granada. Gli indicarono una campanula alata di un lilla scialbo, di un malva quasi spento. Si avvicinò, ci mise il naso sopra e indietreggiò bruscamente: il fiore esalava un odore di abete verniciato, di cassetta dei giocattoli, evocando gli orrori di Capodanno. Pensò che avrebbe fatto bene a diffidarne, quasi rimpiangendo di avere ammesso tra le piante inodori in suo possesso quell'orchidea che sapeva di ricordi quanto mai sgradevoli. (p. 90)
  • Più affettato, più temperante, più grave era l'apologista prediletto della Chiesa, l'inquisitore della lingua cristiana, Ozanam. Benché si sorprendesse difficilmente, des Esseintes si stupiva moltissimo della sicurezza di questo scrittore che parlava degli oscuri disegni di Dio senza produrre le prove delle sue inverosimili asserzioni. (p. 148)
  • [Su Frédéric Ozanam] Con il più imprudente sngue freddo, costui distorceva i fatti, confutava, ancor più sfrontatamente dei panegiristi degli altri partiti, gli atti riconosciuti dalla storia, garantiva che la Chiesa non aveva mai nascosto la considerazione in cui teneva la scienza, definiva le eresie miasmi impuri, trattava il buddismo e le altre religioni con un tale disprezzo che giungeva a scusarsi di insozzare la prosa cattolica con l'attacco stesso sferrato alle loro dottrine. (p. 148)
  • [Su Frédéric Ozanam] A momenti, la passione religiosa infondeva un certo ardore nella sua oratoria, sotto i cui ghiacci ribolliva una corrente di sorda violenza. Nei suoi numerosi scritti su Dante, su san Francesco, sull'autore dello Stabat, sui poeti francesi, sul socialismo, sul diritto commerciale, su ogni argomento, quest'uomo patrocinava il Vaticano, a suo avviso infallibile, e giudicava tutte le cause con lo stesso criterio: a seconda che si avvicinassero alla sua o se ne discostassero in maggiore o minore misura. (p. 148))
  • Tale maniera di considerare le questioni da un solo punto di vista caratterizzava anche lo scadente scribacchino che alcuni gli contrapponevano come rivale: Nettement. Questi era meno manierato ed esibiva ambizioni meno altere e più mondane; a più riprese era uscito dal chiostro letterario in cui si relegava Ozanam e aveva dato uan scorsa alle opere profane per sottoporle a giudizio. Vi si era accostato a tentoni, come un bimbo in una cantina, vedendo attorno a sé solo tenebre, scorgendo in quel buio solo il fioco lume del cero che gli rischiarava il cammino. (p. 148)
  • Quasi isolato nella pia cerchia allarmata dal suo comportamento, Ernest Hello aveva finito con l'abbandonare la strada maestra che conduce dalla terra al cielo. Di certo nauseato dalla banalità di tale itinerario e della ressa dei pellegrini letterati che da secoli percorrevano in fila indiana la stessa via, camminando gli uni sulle orme degli altri, fermandosi negli stessi posti per scambiarsi gli stessi luoghi comuni sulla religione, sui Padri della Chiesa, sulle stesse credenze, sugli stessi maestri, aveva preso le scorciatoie sbucando nella tetra radura di Pascal. (pp. 149-150)
  • Contorto e prezioso, dottorale e complesso, Hello, con le sue acute sottigliezze analitiche, ricordava a des Esseintes gli studi minuziosi e approfonditi di alcuni degli psicologi increduli del secolo precedente e del suo. (p. 150)
  • Come Hugo, di cui ricordava qua e là lo zoppicare di idee e frasi, Ernest Hello si era dilettato a fare il piccolo san Giovanni a Patmos; pontificava e vaticinava dall'alto di una roccia fabbricata nei negozi di oggetti sacri di cattivo gusto di rue Saint-Suplice, arringando il lettore con una lingua apocalittica insaporita a tratti dall'amarezza di un Isaia. (p. 151)
  • [Su Ernest Hello] A questa strana mescolanza si aggiungeva la passione per le beate sdolcinature, per le traduzioni delle Visioni di Angela da Foligno, libro permeato di una stupidità senza pari, e per le opere scelte di Jan Ruysbroeck il Mirabile, un mistico del XIII secolo la cui prosa offriva un amalgama, incomprensibile ma attraente, di esaltazioni tenebrose, di effusioni carezzevoli, di trasporti ardenti. Tutta la posa del tracotante pontefice che era Hello veniva a galla nella strampalata prefazione scritta per questo libro. Come egli faceva notare, «le cose straordinarie si possono solo balbettare», e infatti lui balbettava nel dichiarare che «la tenebra sacra in cui Ruysbroeck dispiega le sue ali d'aquila è il suo oceano, la sua gloria, e i quattro punti cardinali sarebbero per lui un abito troppo stretto». (pp. 151-152)
  • Incespicando, si diresse verso l'armadio, guardò l'organo a bocca senza aprirlo e afferrò dal ripiano più alto una bottiglia di bénédictine, tenuta in serbo a causa della forma, che gli sembrava suggerisse pensieri al tempo stesso moderatamente lussuriosi e vagamente mistici. Adesso però lo lasciava indifferente; fissò con sguardo spento la bottiglia panciuta, di un verde scuro, che in altre occasioni gli faceva venire in mente i priorati del Medio Evo, con l'antico ventre monacale, la testa e il collo rivestiti di un cappuccio di pergamena, il sigillo di ceralacca rossa inquartato di tre mitre d'argento su campo azzurro e fissato al gozzo, come una bolla, mediante piombini, con l'etichetta scritta in latino altisonante su una carta ingiallita e come stinta dal tempo: liquor Monachorum Benedictorum Abbatiae Fiscanensis. (pp. 159-160)
  • [Sul liquore bénédictine] Sotto quel saio rigorosamente abbaziale, segnato con una croce e le iniziali ecclesiastiche DOM e stretto nelle sue pergamene e nelle sue legature come un documento autentico, dormiva un liquore color zafferano di una finezza squisita. Esalava un aroma quintessenziato di angelica e di issopo mescolati ad alghe marine dal sapore di iodio e di bromo attenuato dallo zucchero; stimolava il palato con un ardore alcolico mascherato da una dolcezza tutta virginale e candida; deliziava l'odorato con una punta di corruzione avvolta in una carezza al tempo stesso infantile e devota. (p. 160)
  • [Sul liquore bénédictine] L'ipocrisia che risultava dallo straordinario contrasto tra il contenente e il contenuto, tra la linea liturgica della bottiglia e la sua anima tutta femminile, tutta moderna, un tempo l'aveva fatto fantasticare. Davanti a quella bottiglia aveva infine pensato a lungo ai monaci stessi che la vendevano, ai benedettini dell'abbazia di Fécamp che, appartenendo alla congregazione di Saint-Maur, celebre per gli studi storici, militavano sotto la regola di san Benedetto, ma non seguivano affatto le osservanze dei monaci bianchi di Citeux e di quelli neri di Cluny. (p. 160)
  • Spossato, finì con l'accasciarsi davanti alla scrivania e, appoggiarsi al ripiano, meccanicamente, senza pensare a nulla, prese in mano un astrolabio posato come fermacarte su un mucchio di libri e di appunti. Aveva acquistato lo strumento, di rame dorato inciso, fabbricato in Germania nel XVII secolo, da un rigattiere di Parigi dopo una visita al museo di Cluny, dove era rimasto a lungo estasiato davanti a un meraviglioso astrolabio di avorio cesellato, che lo aveva conquistato con il suo sapore cabalistico. (p. 166)

Citazioni su ControcorrenteModifica

  • Il volume in cui non ci siano documenti accertati, il libro che non mi insegna niente, non mi interessa più. (da Prefazione dell'autore scritta vent'anni dopo il romanzo, p. 217)
  • C'erano molte cose che Zola non poteva capire; anzitutto, il bisogno che sentivo di spalancare le finestre, di fuggire da un ambiente in cui soffocavo; poi, il desiderio imperioso di scuotere i pregiudizi, di spezzare i limiti del romanzo,di farvi integrare l'arte, la scienza, la storia, di utilizzare insomma questo genere ormai solo come una cornice in cui inserire lavori più seri. A quel tempo, era soprattutto questo il mio chiodo fisso, sopprimere l'intreccio tradizionale, persino la passione, la donna, e concentrare il fascio di luce su un unico personaggio, fare a tutti i costi una cosa. (da Prefazione dell'autore scritta vent'anni dopo il romanzo, pp. 227-228)

Incipit de Le Sorelle VatardModifica

Suonarono le due del mattino.
Céline fece a sua sorella quello stupido scherzo che consiste nel mettere un dito sotto il naso di una persona seduta, la cui testa sta cadendo dal sonno.
«Ma che cretinata!» gridò Cécile risvegliandosi bruscamente. Le altre operaie si buttarono via dalle risate.[2]

Citazioni su Joris Karl HuysmansModifica

  • La forma letteraria di Huysmans ricorda quelle inverosimili orchidee dell'India che fanno sognare così profondamente il suo des Esseintes, piante dalle esfoliazioni inattese, dalle inconcepibili fioriture, che hanno una maniera di vita organica quasi animale, atteggiamenti osceni o colori minacciosi, qualcosa come appetiti, istinti, quasi una volontà.
    Spaventa per forza dominata, violenza repressa, vitalità misteriosa.
    Huysmans concentra idee in una sola parola e comanda ad un numero infinito di sensazioni di stare nell'angusto involucro di una lingua da lui dispoticamente piegata alle ultime esigenze della più irriducibile concisione. La sua espressione, sempre armata e in atto di sfida, non sopporta mai costrizioni, neppure quella di sua madre, l'Immagine, che oltraggia alla minima velleità di tirannia e trascina continuamente, per i capelli o per i piedi, nella tarlata scala della Sintassi atterrita. (Léon Bloy)

NoteModifica

  1. Citato in Stefania Lapenta, Cézanne, I Classici dell'arte, Rizzoli – Skira, Milano, 2003, pp. 183-188 e frontespizio. ISBN 88-7624-186-8
  2. Citato in Fruttero & Lucentini, Incipit, Mondadori, Milano, 1993.

BibliografiaModifica

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