Publio Virgilio Marone

poeta romano
Virgilio

Publio Virgilio Marone (70 a.C. – 19 a.C.), poeta romano.

Citazioni di Publio Virgilio MaroneModifica

AttribuiteModifica

  • Mantova mi generò, il Salento mi rapì, mi tiene oggi Napoli: cantai i pascoli, le campagne, i condottieri.
[Iscrizione funebre sulla tomba, Napoli] Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope: cecini pascua, rura, duces.

BucolicheModifica

IncipitModifica

Titiro, tu riposando alla cupola vasta di un faggio,
mediti un canto silvestre sulla sampogna leggera;
noi lasciamo i confini, lasciamo le dolci campagne,
noi fuggiamo la patria.

CitazioniModifica

  • Un dio ha creato per noi queste possibilità di ozio.[1]
Deus nobis haec otia fecit. (I, 6)
  • Non affidarti troppo al colore, all'apparenza delle cose.
Nimium ne crede colori. (II, 17)
  • Ognuno è attratto da ciò che gli piace.
Trahit sua quemque voluptas. (II, 65)
  • Chiudete i ruscelli, o fanciulli, i prati hanno bevuto abbastanza.
Claudite iam rivos, pueri, sat prata biberunt. (III, 111)
  • Si nasconde una serpe nell'erba.
Latet anguis in herba. (III, 93)
  • Muse di Sicilia, solleviamo il tono del canto: | non tutti amano gli arbusti, le umili tamerici; | se cantiamo le selve, siano le selve da console.
Sicelides Musae, paulo maiora canamus | non omnes arbusta iuvant humilesque myricae; | si canimus silvas, silvae sint consule dignae. (2012, IV, 1,2,3)
  • Il lupo non si preoccupa di quante siano le pecore.
Lupus ovium non curat numerum. (VII, 51)
  • Non tutti possiamo ogni cosa.
Non omnia possumus omnes. (VIII, 63)
  • Tutto porta via il tempo, anche l'animo.
Omnia fert aetas, animum quoque. (IX, 51)
  • Non cantiamo ai sordi.
Non canimus surdis. (X, 8)
  • L'amore vince tutto: e anche noi cediamo all'amore.[2]
Omnia vincit Amor: et nos cedamus Amori. (X, 69)

Egloghe (cf. Bucoliche)Modifica

  • Ognuno è tratto dal suo piacere. (II, 65)
Trahit sua quemque voluptas.
  • Quale pazzia ti prese? (II, 69)
Quae te dementia cepit?.
  • Alle Muse piacciono i canti alterni. (III, 59)
Amant alterna Camoenae.
  • Cominciamo da Giove, o Muse; tutto è pieno di Giove. (III, 60)
Ab Jove principium, Musae; Jovis omnia plena.
  • Chiudete, fanciulli, i rigagnoli: già bevvero abbastanza i prati. (III, 111)
Claudite jam rivos, pueri: sat prata biberunt.
  • Passiamo a cantare cose un poco più nobili. (IV, 1)
Paulo majora canamus.
  • Si rinnova il gran giro dei secoli. (IV, 5)
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
  • Arcadi entrambi. (VII, 4)
Arcades ambo.
  • La divinità si compiace del numero dispari. (VIII, 75)
Numero deus impare gaudet.
  • Coglieranno le tue frutta i nepoti. (IX, 50)
Carpent tua poma nepotes.

EneideModifica

  Per approfondire, vedi: Eneide.

GeorgicheModifica

IncipitModifica

Clemente BondiModifica

Ciò che più pingui e floride le messi
Renda, e in quale stagion romper la terra,
E a l'olmo giovi maritar la vite;
Qual cura aver de' buoi, qual de la greggia
Debbasi, e quanta esperienza ed arte
Chieggian l'api frugali, augusta Bice,
Io qui prendo a cantar. O voi, del mondo
Astri lucenti, che il volubil anno
Guidate in cielo con alterno giro,
Voi Bacco, ed alma Cerere, per cui
Cangiò la terra le Caonie ghiande
In pingui spiche, e d'Acheloo le tazze
Empì de l'uve il nettare scoperto,
Voi, de' coloni tutelari numi,
Driadi e Fauni or qua volgete il piede,
Ch'io canto i vostri doni.

[Virgilio, Georgiche, traduzione di Clemente Bondi, in "Opere edite e inedite in versi ed in prosa", Venezia, Presso Adolfo Cesare, 1801]

Carlo SaggioModifica

Che cosa faccia ubertose le messi e sotto che stelle,
o Mecenate, convenga voltar la terra, e le viti
congiungere agli olmi, qual cura dei bovi, che impegno
alle bestie, ed alle api frugali quanta esperienza,
questo incomincio a cantare.

[Virgilio, Le Bucoliche. e Le Georgiche, traduzione di Carlo Saggio, Rizzoli, 1954]

CitazioniModifica

  • Ogni difficoltà è vinta dall'aspro lavoro, e dal bisogno che incalza nelle dure vicende. (I, 145-146).
Labor omnia vincit | Improbus, et duris urgens in rebus egestas.
  • Te, Lario grandissimo. (II, 159)
Te, Larii maxime.
  • O Benaco, che gonfi le tue onde e fremi come il mare. (II, 160)
Fluctibuset fremitu adsurgens, Benace, marino.
  • Salve, terra Saturnia, grande madre di grani e di uomini. (II, 173-174)
Salve, magna parens frugum, Saturnia tellus, | Magna virum.
  • Loda i grandi poderi, ma coltivane uno piccolo. (II, 412-413)
Laudato ingentia rura, | Exiguum colito.
  • O troppo fortunati agricoltori se conoscessero la loro felicità! (II, 458-9)
O fortunatos nimium, sua si bona norint | Agricolas!
  • Felice chi poté conoscere le cagioni delle cose. (II, 490)
Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
  • L'amore per tutti è lo stesso. (III, 244)
Amor omnibus idem.
  • Ma fugge intanto, fugge irrecuperabile il tempo. (III, 284)
Sed fugit interea, fugit inreparabile tempus.
  • Il lavoro è tenue, ma darà non tenue gloria. (IV, 6)
In tenui labor, at tenuis non gloria.
  • Ben io qui canterei, qual sia de gli orti | la cultura miglior, come di Pesto | due volte rifioriscano i rosai. (IV, 118-119; 1801, 177-179)
Pingues hortos quae cura colendi | ornaret, canerem, biferique rosaria Paesti
  • Se si può confrontare con sì grandi cose queste così piccole. (IV, 176)
Si parva licet componere magnis.
  • Finché il re è sano e salvo, tutte [le api] la pensano in egual maniera, | ma, perduto il re, il patto è infranto. (IV, 212-213)
Rege incolumi mens omnibus una est; | amisso rupere fidem.
  • A questi indizii, e prodigiosi esempi | riflettendo talun pensò, che l'api | abbian celeste origine, ed un raggio | chiudano in sen de la divina mente: | poiché diffuso per le terre e i mari, | e pe i campi del ciel vuolsi che immenso | spirito il mondo informi, e da lui vita | traggan uomini, armenti, augelli e fiere; | e in lui di nuovo poi da i corpi sciolte, | non soggette a perir, tornino l'alme | a rïunirsi, e redivive il volo | spieghino al cielo ad abitar le stelle. (IV, 219-227; 1801, 338-349)
  • Per la morte non c'è spazio, ma le vite volano e si aggiungono alle stelle nell'alto cielo. (IV, 226-7)
Nec morti esse locum, sed viva volare sideris in numerum atque alto succedere caelo.

Citazioni su Publio Virgilio MaroneModifica

  • Facesti come quei che va di notte, | che porta il lume dietro e sé non giova, | ma dopo sé fa le persone dotte. (Dante Alighieri, Divina Commedia)
  • [...] il sommo poeta latino fu considerato tôcco dalla grazia divina, circonfuso di luce, dotato di poteri soprannaturali, così da vivere, da apparire come un fantasma benefico dopo la morte. (Olga Visentini)
  • La lampada accesa è il simbolo di Roma eterna, Virgilio ne è l'anima vigile e operante. (Olga Visentini)
  • Lasciate il passo, scrittori latini, lasciate il passo, scrittori greci: sta per nascere un non so che, più grande dell'Iliade. (Sesto Properzio)
  • Onorate l'altissimo poeta. (Dante Alighieri, Divina Commedia)
  • Vergilio è la più larga fonte di espressioni proverbiali o quasi proverbiali, di origine letteraria, vale a dire di quelle espressioni, che si fissarono nella memoria del popolo o degli scrittori di ogni età per effetto appunto dei versi suoi, studiati e imparati a memoria. (Carlo Pascal)

NoteModifica

  1. Citato in Paola Mastellaro, Il Libro delle Citazioni Latine e Greche, Mondadori, Milano, 1994. ISBN 978-88-04-47133-2
  2. Cfr. la voce Omnia vincit amor su Wikipedia.

BibliografiaModifica

  • Virgilio, Bucoliche Il poema della natura, Traduzione e note di Luca Canali, Bur Rizzoli – Corriere della Sera, Milano, 2012.
  • Virgilio, Georgiche, traduzione di Clemente Bondi, in Opere edite e inedite in versi ed in prosa, Presso Adolfo Cesare, Venezia, 1801.
  • Virgilio, Le Bucoliche. e Le Georgiche, traduzione di Carlo Saggio, Rizzoli, 1954.

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OpereModifica