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Ferdinando Vegas

professore universitario italiano

CitazioniModifica

  • Qualcosa si muove nell'Africa nera; un'irrequietezza serpeggia, attraverso tutto il continente, dal Capo di Buona Speranza al Golfo di Guinea. È il popolo nero, la massa sinora amorfa, che si viene svegliando; movimento ancora slegato e lento, ma che potrebbe sfociare, tra non molti anni, in risultati improvvisi, inattesi da chi non si sia curato di scrutare i primi sintomi del fenomeno.[1]
  • La resa di Dien Bien Phu sanziona pertanto l'impossibilità della Francia di risolvere da sola la guerra d'Indocina. Per di più, dato che la fortezza era ormai assurta a un simbolo, politico e psicologico, la sua resa viene ad appesantire la situazione di partenza degli occidentali a Ginevra.[2]
  • [Sulla conferenza di Bandung] Sono raccolti insieme Paesi indipendenti di antica e fresca data e Paesi appena sul cammino della libertà; rivali dell'ultima guerra mondiale e di conflitti ancora in sospeso; regimi anticomunisti, legati da alleanze all'Occidente, altri invece comunisti, quasi in guerra con esso, altri infine di «terza forza» a tendenza neutralista. Che cosa significa dunque questa adunanza così disparata, quale motivo unitario stringe insieme elementi tanto eterogenei? Il comune denominatore è facile da scorgere, ed è la protesta dei popoli di colore contro gli uomini bianchi, l'anticolonialismo: termine ormai in gran parte superato nella realtà dei fatti, ma che tuttavia desta ancora echi profondi nell'animo dei popoli fino a ieri soggetti alla dominazione europea.[3]
  • [Sul colpo di Stato in Etiopia del 1960] L'ironia della storia vuole che il vecchio sovrano, ormai quasi settantenne, venga ripagato così poco generosamente proprio da quelle forze che egli stesso ha suscitato, con l'identico scopo che oggi si prefiggono i suoi avversari: porre termine a tremila anni di feudalismo e di ingiustizia in Etiopia.[4]
  • [Sull'autoimmolazione durante la Crisi buddhista del Vietnam] Questo gesto, assurdo per la mentalità occidentale, si spiega invece benissimo con la mentalità orientale, in particolare le dottrine indiane, fra le quali appunto è il buddismo. Secondo queste dottrine (le stesse da cui derivano gli scioperi della fame dei resistenti indiani) le conseguenze di un atto violento e cruento ricadono su chi ne porta la responsabilità morale. Il gesto del bonzo di Saigon, quindi, non è stato un «suicidio inutile», come l'ha infelicemente definito Diem, ma ha voluto proprio mettere sotto accusa Diem, accollargli le conseguenze religiose dell'orrendo sacrificio.[5]
  • In sostanza i buddisti rimproverano a Diem una politica di vessazioni e discriminazioni, tanto più odiosa in quanto praticata dal rappresentante d'una piccola minoranza, dato che i cattolici sono poco più di un milione e trecentomila, meno del dieci per cento dell'intera popolazione sud-vietnamita.[5]
  • Goulart, che gli avversari dipingono come un pericoloso sovversivo di estrema sinistra, è in realtà un tipico esponente di un certo generico programma brasiliano: sincero indubbiamente, ma molto più capace di parole che non dei fatti, duri e severi, che sarebbero necessari per dominare la crisi di crescenza del Brasile.[6]
  • Diem giustificava i suoi eccessi con la necessità di condurre fino in fondo la lotta contro i guerriglieri nazional-comunisti (Viet-cong) e tutti coloro che, anche indirettamente, li appoggiassero o fossero comunque sospettabili di simpatia per il comunismo; con una definizione così elastica degli avversari del regime, anche le persecuzioni contro i buddisti finivano col rientrare, per Diem, nella lotta anti-comunista.[7]
  • Tre miliardi di dollari, dal 1955 ad oggi (quasi duemila miliardi di lire), sono stati erogati a favore del governo di Saigon, con un ritmo sempre crescente, che ormai tocca il mezzo miliardo l'anno; sedicimila soldati americani, in veste di «consiglieri militari», partecipano alla lotta contro i guerriglieri Viet-cong, con rilevanti sacrifici di vite umane e di materiali. Kennedy poteva quindi, per domare Diem, minacciarlo di ridurre almeno le sovvenzioni, ma, così facendo, avrebbe messo a repentaglio lo scopo stesso della presenza americana nel Vietnam meridionale, ossia il successo sperato conto i comunisti. Una guerra del genere, contro un nemico che controlla circa metà del territorio e della popolazione e che sente profondamente di battersi contro gli imperialisti bianchi, però, non si può vincere solo sul terreno militare; la vera vittoria si può riportare solo sul terreno politico, proprio là dove il malgoverno di Diem la rendeva impossibile.[7]
  • Diem applicava la tradizione confuciana che il dotto (il mandarino) ha il diritto di governare con benevolenza paterna i milioni di illetterati; purché sia rigorosamente disciplinato e dia l'esempio. Diem, certamente, era personalmente onesto, frugale, indefesso lavoratore, pio osservatore delle pratiche religiose; ma tutte queste doti non toglievano che il suo paternalismo si trasformasse sempre più in oppressivo dispotismo, date le condizioni del Paese e gli uomini di cui Diem si era circondato, il tristemente famoso clan familiare: dal fratello Ngo Dinh Nhu, lo spietato capo della polizia, alla di lui moglie, una esaltata fanatica.[8]
  • Si può quindi parlare di regime autoritario, ma il termine rimane astratto se non lo si cala nelle concrete condizioni della Persia. Nonostante le antiche e gloriose tradizioni di civiltà, esso è un Paese sottosviluppato, con il solito corteggio di deficienze e di squilibri che caratterizzano tali Paesi.[9]
  • Resta intanto a merito dello Scià l'aver tentato di rompere la crosta millenaria che soffocava la società persiana, incanalando il Paese lungo linee di sviluppo relativamente equilibrate. In questo senso il regime autoritario del sovrano si può rassomigliare al dispotismo illuminato dei monarchi europei del Settecento, che imponevano dall'alto le riforme ritenute indispensabili per il progresso.[9]
  • Gli accordi di Ginevra (20 luglio '54), che misero fine alla prima guerra d'Indocina, prevedevano la divisione del Vietnam lungo il 17º parallelo, come pura linea di demarcazione militare; la divisione stessa era provvisoria, in attesa che elezioni generali, da tenersi entro due anni, stabilissero il regime del Vietnam unito. Gli Stati Uniti, presenti a Ginevra ma non firmatari degli accordi, intesero invece la soluzione come una spartizione di fatto, definitiva: il Vietnam settentrionale ai comunisti, quello meridionale al «mondo libero». Dulles, che allora dirigeva la politica estera americana, considerava il comunismo come il male in assoluto; il suo scopo nell'Asia orientale meridionale era quindi il containment della Cina ed il Vietnam meridionale doveva servire da bastione.[10]
  • Diem, anziché le riforme, intraprese la costruzione di un regime personale, tirannico e corrotto, e gli Stati Uniti non seppero dissociarsene in tempo, restando così presi in un ingranaggio fatale.[10]
  • L'ultimo presidente legittimo, Goulart, passava per un pericoloso uomo di sinistra; tacciato di filo-comunismo; era invece un tipico politicante della vecchia scuola di Vargas, tra nazionalista e progressista. Bastò che tentasse una modesta riforma agraria perché l'«oligarchia» reagisse violentemente.[11]
  • Pur appartenendo allo stesso ceppo etnico, la maggioranza degli eritrei è composta di tigrini, mentre il gruppo dominante in Etiopia è quello degli amhara; è risaputo che il filo conduttore della storia etiopica, dal secolo scorso, consiste nel tentativo degli amhara di unificare e sottomettere il territorio che oggi forma l'Etiopia, suscitando la resistenza degli altri popoli, non solo degli eritrei. Questi, inoltre, non professano tutti la religione riconosciuta ufficialmente fondamentale in Etiopia, la cristiano-copta; una parte del milione e mezzo di eritrei stimata tra il 40 e il 50 per cento, quelli che abitano la parte occidentale della regione, è di religione musulmana. Infine gli eritrei, essendo stati prima a lungo sotto il dominio coloniale italiano, e poi per un decennio sotto l'amministrazione inglese, hanno ricevuto apporti culturali più vari che non gli etiopici.[12]
  • L'Eritrea fu dotata di un parlamento e di un governo autonomi; l'arabo e il tigrino furono riconosciuti come lingue ufficiali, ma Addis Abeba dimostrò subito la volontà di integrarla nell'impero, come avvenne nel '62, con l'eliminazione completa di ogni forma di autonomia. La rivolta degli eritrei rientra dunque, per il suo aspetto fondamentale, nel novero dei conflitti etnico-religiosi che affliggono diversi paesi africani di recente indipendenza. Però erra si inserisce anche in un contesto internazionale, quello dello scontro di movimenti rivoluzionari e regimi conservatori.[13]
  • [Sulla guerra civile in Etiopia] Nell'incertezza e nella confusione che tuttora circondano gli avvenimenti d'Etiopia un solo dato di fatto risulta indiscutibile: che il ritmo della lotta politica continua ad essere scandito da sussulti violenti e da stragi efferate.[14]
  • L'ambizioso progetto dello Scià di ammodernare l'Iran facendo leva sugli ingenti proventi del petrolio ha certamente ottenuto dei risultati positivi: consistente diminuzione dell'analfabetismo, aumento sensibile nel reddito medio annuo pro capite, abolizione del rapporto feudale fra i contadini ed i proprietari delle terre. Il prezzo pagato è stato però troppo alto sul piano sociale, per lo sconvolgimento provocato dal tentativo di innestare un eccesso di sviluppo in una situazione che era pur sempre, sostanzialmente, di sottosviluppo.[15]
  • [Sulla guerra sporca] Nei cinque anni di Videla indubbiamente un risultato era stato conseguito: l'annientamento della guerriglia condotta sia dai «montoneros» di origine peronista sia da formazioni che con diverse interpretazioni si richiamavano al marxismo. Così il regime militare si era guadagnato l'approvazione della grande maggioranza della popolazione, che considerava la guerriglia un fenomeno estraneo all'Argentina.
    Ma questo non significava che gli argentini approvassero i metodi estremamente brutali dei militari, gli arresti, le torture, le migliaia di «scomparsi».[16]
  • Minacciati di perdere la propria identità, diversa da quella pure affine degli amhara (il gruppo dominante in Etiopia), con una loro storia particolare sotto il dominio italiano, gli eritrei dunque insorsero: per l'indipendenza o almeno il ritorno all'autonomia ed insieme come avanguardia dell'intera rivoluzione etiopica contro il regime feudale ed oppressivo del Negus.
    Quando però questo regime fu rovesciato, gli eritrei non ne trassero alcun vantaggio: i nuovi governanti di Addis Abeba, ferocemente nazionalisti, al contrario inasprirono la lotta per stroncare l'insurrezione eritrea.[17]
  • Gli eritrei sono scesi in campo sin dal 1961, quando ancora sull'Etiopia regnava Hailé Selassié, hanno sperato che la caduta della monarchia, con la rivoluzione del 1974, ponesse fine alla politica accentratrice di Addis Abeba, ma sono stati subito delusi.
    Il regime rivoluzionario, infatti, si è rivelato erede di quello imperiale, mantenendo anzi accentuando la repressione, sicché il conflitto si è inasprito. [...] Si è così giunti alla situazione paradossale che un movimento marxista lotta contro un regime professamente marxista, quasi a dimostrazione che il movente nazionale è più forte di quello ideologico.[18]
  • È un fatto, ad ogni modo, che Menghistu, anche in questo erede della tradizione imperiale, ritiene più conveniente puntare contemporaneamente su due tavoli: su quello sovietico, dove raccoglie l'appoggio militare che gli garantisce la sopravvivenza politica, e su quello occidentale, sul quale trova l'assistenza economica, indispensabile per la sopravvivenza stessa dell'Etiopia.
    Quasi tutti i progetti di sviluppo economico e sociale, infatti, sono finanziati dall'Occidente, in massima parte della Comunità Europea. Menghistu sta dunque tentando la difficile via di una rivoluzione eretica che Mosca vede con perplessità, ma deve assecondare, perché la posta in palio nel Corno dell'Africa è troppo importante.[18]

Da Pesante eredità

La Stampa, 20 settembre 1955

  • L'avvento di Perón al potere, nel 1945, era avvenuto in parte come conseguenza dell'insurrezione di anni prima, che aveva installato al governo una giunta militare; e in parte per la pressione delle masse scatenate nelle vie della capitale, quando i colleghi della giunta avevano tentato di eliminare Perón.
  • Purtroppo, anziché servire i veri interessi del popolo, Perón, da tipico dittatore non senza inclinazioni fasciste, perferì servirsi del popolo come sgabello al suo potere personale.
  • I lavoratori, certo, hanno ottenuto dei benefici non disprezzabili, specie sul piano sociale; ma essi stessi, ed insieme tutto il popolo argentino, li hanno dovuti pagare a caro prezzo. L'esperimento peronista, con il suo ambizioso piano di industrializzazione a tappe forzate, ha infatti condotto un Paese, di natura sua ricco, sull'orlo della rovina economica.

Da La pesante eredità di Perón

La Stampa, 21 marzo 1962

  • Dalla caduta di Perón (settembre '55) l'Argentina non riesce a trovare pace: se pessima era la dittatura, purtroppo i regimi successivi non hanno saputo dare al paese un minimo di stabilità e di ordine.
  • Semplificando al massimo, si può dire che in Argentina è in corso una confusa lotta triangolare fra elementi democratico-liberali (Frondizi) conservatori (militari) e demagogico-nazionalisti (comunisti, peronisti e filocastristi). Frondizi si trova pertanto costretto a lottare su due fronti, in una rischiosa posizione intermedia di equilibrio, che egli ha dovuto assumere non solo per ragioni tattiche, ma anche per necessità oggettiva. Con i militari, infatti, il presidente condivide il ripudio intransigiente del peronismo come rozza dittatura; contro i militari, invece, egli ritiene che il peronismo esprimesse, in maniera distorta e abnorme quanto si voglia, delle reali esigenze dell'Argentina nell'attuale fase storica.
  • L'unico merito di Perón fu di essersi fatto il portabandiera delle masse popolari urbane; non si dimentichi che era arrivato al potere dalla carica di sottosegretario al Lavoro, una via piuttosto insolita per un militare sudamericano.
  • È inutile ripetere come Perón, per incompetenza e demagogia, anziché soddisfare le giuste esigenze popolari, sottopose l'Argentina a un esperimento pittoresco e violento, lasciandola infine sull'orlo del disastro economico. Frondizi ha dunque ereditato un compito quasi impossibile: restaurare l'economia del paese, adottando pesanti, ma indispensabili, misure di austerità, ed insieme non deludere le aspirazioni popolari.

Da Nehru ordina all'esercito «Cacciate i cinesi dall'India»

La Stampa, 13 ottobre 1962

  • [Sulla Guerra sino-indiana] L'origine della disputa va ricercata nella realtà geografica: l'impervia collocazione delle regioni contese, sperdute fra vette e valli dell'Himalaia, sicché tracciare delle linee di confine precise è impresa praticamente impossibile. E infatti il confine fra Cina e India esiste teoricamente sulla carta, ma non è mai stato delimitato sul terreno. Questo vale per tutte le zone in contestazione, teatro degli scontri armati: il Ladakh, all'estremo nord-ovest dell'India, e la regione della frontiera di nord-est, al capo opposto, come indica il suo stesso nome.
  • E invero gli scontri di confine, ben più che da motivi tecnici, sono determinati da ragioni politiche di fondo; anzitutto l'avversione del regime comunista cinese per l'esperimento di pianificazione nella libertà che l'India sta conducendo. Se questo riesce, sarà il modello seguito dagli altri paesi dell'Asia sud-orientale; perciò Pechino vuole fare mostra di forza, soprattutto per imporsi agli occhi dei paesi vicini.
  • Il giuoco cinese, in conclusione, è vasto ed insieme assai sottile; ma è pure un giuoco d'azzardo quanto mai rischioso, perché Nehru, l'apostolo della non violenza, non la spinge certo sino alla passività inerme: più d'una volta, al contrario, ha già dimostrato di essere un abile politico realista.

Da È stato il «padre» dell'India moderna

La Stampa, 13 ottobre 1962

  • Come Gandhi si identifica con la lunga lotta (pacifica) per l'indipendenza dell'India, così Nehru fa tutt'uno con la costruzione dell'India indipendente in uno Stato moderno.
  • Contro le immense e numerose differenze di stirpi, lingue, religioni e culture, lo sforzo unitario di Nehru è riuscito a tenere insieme e ad avviare ad un inizio di fusione un «sottocontinente» di 460 milioni di abitanti.
  • Il neutralismo indiano era molto di più che una politica dettata da ragioni contingenti: era una vera e completa dottrina delle relazioni internazionali, elaborata da Nehru su principi che egli riteneva permanenti ed universali: la non violenza, la rottura del circolo vizioso tra violenza e paura; la fede che la forza morale può resistere con successo alla forza materiale, la fiducia nella convivenza pacifica tra paesi a regimi diversi. Ne derivavano: la condanna dell'imperialismo e del colonialismo, il ripudio dei blocchi e in genere della politica di potenza, il rifiuto della guerra fredda, l'opera instancabile di mediazione nei conflitti di Corea e di Indocina, l'organizzazione dei paesi non impegnati, con alla testa l'India stessa.

Da L'Indonesia si ritira dall'Onu

La Stampa, 3 gennaio 1965

  • Il ritiro dell'Indonesia dall'Onu è un'impennata nel migliore (o peggiore) stile di Sukarno, un fatto della massima gravità.
  • Il motivo addotto per il gesto indonesiano appare un pretesto piuttosto fragile; l'elezione della Malaysia ad uno dei seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza, infatti, non modifica in nulla lo status giuridico internazionale della Malaysia stessa, siccome Sukarno poteva continuare a non riconoscerla, senza per questo dover ricorrere ad un passo così avventato.
  • L'azione contro la Malaysia, più che un fine in sé, è l'ultimo tentativo, in ordine di tempo, di Sukarno per galvanizzare il nazionalismo indonesiano; un diversivo, cioè, dalle gravissime difficoltà in cui versa l'Indonesia. Eppure, se c'era un paese sorto dalla dissoluzione degl'imperi coloniali che fruiva in partenza d'invidiabili possibilità, questo era proprio l'Indonesia. Grande è quindi la responsabilità di Sukarno per avere così miseramente sciupato tali possibilità.
  • Questi, presidente a vita della Repubblica, partecipe maggiore dell'indipendenza (che inizialmente aveva negoziato con gli occupanti giapponesi), è un nazionalista borghese; la sua ideologia è estremamente confusa ed eclettica, un miscuglio di nazionalismo, marxismo, radicalismo illuministico, religiosità islamica e fascismo.

Da I "nipoti" dello zio Ho

La Stampa, 5 settembre 1969

  • Giap e Pham Van Dong sono stati [...] considerati, rispetto ad Ho, come Lin Piao e Ciu En-lai rispetto a Mao.
  • Giap deve molto, in materia di strategia, e lo riconosce francamente, alle lezioni di Mao, della «lunga marcia» e dell'esperienza cinese in genere; però non accetterebbe di veder ridurre il Vietnam al rango di satellite di Pechino; anzi, considera l'eventualità come una catastrofe per il suo paese.
  • Intellettuale, giornalista, Truong Chinh è l'autore di un libro, La resistenza vincerà, che fu il manuale di base dei guerriglieri vietnamiti, tanto che alcuni studiosi lo ritengono ancora più importante degli scritti di Giap.
    Ma Truong Chinh è un dottrinario, a lui si deve una riforma agraria che fu attuata con un ritmo così sfrenato da concludersi in un disastro e da costare al suo autore, nel '56, la perdita della segreteria del parito. In fondo, però, anche Truong Chinh è un uomo formato dallo «zio Ho», che gli ha conservato la sua fiducia e lo ha mantenuto nel Politburo; si deve quindi prendere con beneficio d'inventario la qualifica che gli viene attribuita dai capofila dell'ala «cinese» del comunismo vietnamita.

Da Una dinastia per mezzo secolo

La Stampa, 17 gennaio 1979

  • Reza Khan riuscì anzitutto a riportare l'ordine e la sicurezza, stroncando per sempre il prepotere delle tribù che spadroneggiavano nel Paese; si dedicò quindi ad un'energica opera di rinascita e di ammodernamento, su una linea analoga a quella di Kemal in Turchia, però senza la forte accentuazione occidentalizzante. Furono così conseguiti notevoli progressi, che sono lo sviluppo delle comunicazioni, l'inizio dell'industrializzazione, il miglioramento delle condizioni sanitarie e l'impulso all'istruzione; nel 1935, un improvviso decreto tolse il velo alle donne.
    Ma Reza, in fondo un rozzo soldato, ammiratore quindi della forza, commise l'errore fatale, durante la seconda guerra mondiale, di propendere per la Germania; un errore che, nel 1941, costò all'Iran l'occupazione congiunta anglo-sovietica e allo Scià la perdita del trono.
  • Innegabilmente l'Iran ha fatto cospicui passi avanti, però il tentativo di innestare un sovrasviluppo in una situazione di sostanziale sottosviluppo ha avuto effetti negativi sull'economia, sconvolgente sul piano sociale, esplosive infine sul piano politico.
  • Per un quarto di secolo l'esercizio d'un potere sempre più personale, gli ingenti proventi del petrolio, la posizione di favore goduta presso gli Stati Uniti, come pilastro del sistema occidentale nella cerniera tra Oceano Indiano e Medio Oriente, tutto questo ha tolto al second Pahlavi una visione realistica delle forze che contavano nell'Iran: quelle suscitate dalla sua stessa «rivoluzione bianca», quelle nazionalistiche e quelle tradizionali religiose.

Da Il Brasile prova senza militari

La Stampa, 14 novembre 1982

  • Goulart aveva accentuato i toni di sinistra, urtando così contro l'opposizione moderata e conservatrice per la quale simpatizzavano i militari. Furono queste forze ad abbatterlo.
  • Vargas aveva distrutto un sistema dominato dai grandi proprietari fondiari, che poggiava economicamente sul reddito delle esportazioni agricole; di contro aveva stimolato l'industrializzazione, oltre ad attuare un vasto corpo di riformer sociali.
  • [Sulla dittatura militare brasiliana] Il regime si macchiò dei peggiori crimini contro i diritti umani, compresa la tortura, meritandosi una ben triste fama internazionale.

NoteModifica

  1. Da Il risveglio dell'Africa, La Stampa, 12 luglio 1951
  2. Da È uno scacco non una disfatta, La Stampa, 8 maggio 1954
  3. Da La miseria problema n. 1, La Stampa, 20 aprile 1955
  4. Da L'oscura rivolta, La Stampa, 15 dicembre 1960
  5. a b Citato in Un Paese dominato da una famiglia di fanatici, La Stampa, 23 agosto 1963
  6. Citato in La crisi dell'America Latina, La Stampa, 9 ottobre 1963
  7. a b Citato in Un regime che non poteva durare, La Stampa, 2 novembre 1963
  8. Da I fanatici figli del mandarino, La Stampa, 3 novembre 1963
  9. a b Da Dispotismo illuminato, La Stampa, 27 ottobre 1967
  10. a b Citato in Come l'America fu coinvolta in una «guerra sbagliata», La Stampa, 2 novembre 1968
  11. Citato in Una società in crisi, La Stampa, 15 dicembre 1968
  12. Da La rivolta in Eritrea, La Stampa, 20 giugno 1969
  13. Da La rivolta in Eritrea, La Stampa, 27 agosto 1970
  14. Da È Mengistu, un altro militare il nuovo "leader" dell'Etiopia , La Stampa, 5 febbraio 1977
  15. Da Sconfitta dello Scià, La Stampa, 9 settembre 1979
  16. Da Argentina, torna la scuola dei duri, La Stampa, 13 dicembre 1981
  17. Da Le due spine di Menghistu, La Stampa, 23 febraio 1982
  18. a b Da Guerre e pace per Menghistu, La Stampa, 18 agosto 1983

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