Emanuela Martini

critica cinematografica italiana

Emanuela Martini (1948), critica cinematografica italiana.

Citazioni di Emanuela MartiniModifica

  • Gioco al gatto col topo, ma con tanta attrazione reciproca e un'occasionale alleanza, tra un maturo ladro d'arte e una giovane investigatrice delle assicurazioni, in realtà ladra anche lei: forse un po' troppo maturo lui (Sean Connery, in una parte che fino a una quindicina di anni fa gli sarebbe calzata a pennello), tanto sinuosa lei (Catherine Zeta-Jones) da riuscire a insinuarsi attraverso una cortina di raggi infrarossi (nelle scene, quelle preparatorie e quella dell'esecuzione del furto, più riuscite del film) e da far crollare il rigido isolamento del complice. "Entrapment", con i suoi set internazionali e i suoi tempi lunghi di ideazione e sviluppo del piano, pare un po' un film di una volta, tra i James Bond e i colpi d'oro degli anni '60, con un momento di alta spettacolarità tecnologica, quando i protagonisti fuggono servendosi dei cavi sospesi nel vuoto tra due torri di Kuala Lumpur. Diretto con mestiere da un regista senza particolare personalità (Jon Amiel, che ha spaziato in passato dal dramma in costume "Sommersby" al thriller "Copycat"), gioca soprattutto sulla fascinosa alchimia dei due interpreti. Appesantito da alcuni tempi morti.[1]
  • [Su Déjà vu - Corsa contro il tempo] L'idea poteva effettivamente essere utile per svecchiare un materiale piuttosto abusato; ma disgraziatamente sceneggiatori e regista cadono nel più imperdonabile degli errori: se si viaggia nel tempo, mai lasciare spazio ai paradossi, che modificherebbero la Storia. E qui ce n'è uno enorme.[2]
  • [Su Claudio G. Fava] Si presentava con i suoi occhiali spessi, l'impeccabile cravatta o l'inconfondibile papillon, la voce "cantante" dall'inflessione ligure (che si divertiva a stravolgere camaleonticamente nell'imitazione di molti altri dialetti e altre lingue), e "porgeva" il racconto dei film che amava, mescolando Storia e storie, temi e linguaggio con l'abilità del grande divulgatore. Era leggermente snob, coltissimo e dalla battuta prontissima, ma soprattutto possedeva la capacità rara ed enorme di saper trasmettere la passione per il cinema e, in generale, per la cultura.[3]

Da Il ballo dei vampiri

Articolo su Dracula di Bram Stoker, Cineforum, ed. 321, 1993.

  • È chiaro che il dandy di Coppola (letteralmente un dandy, dalla cima della tuba smisurata, agli occhialini, alla passione per l'assenzio, cui spetta un'ode non meno appassionata che al sangue e una visione pari a quella di Nastassja Kinski nel bicchiere in Un sogno lungo un giorno), questo dandy che sa colpire con un solo sguardo («vedimi ora!») e sa affascinare le donne virtuose con belle maniere un po' esotiche e con i segreti dei cibi, dei gioielli (le lacrime mutate in diamanti) e delle invenzioni bizzarre (il cinema, naturalmente), viene dritto da Byron, da Baudelaire, dal Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. E questa è un'invenzione fedele di Coppola: fedele al secolo e agli umori in cui lord Ruthwen e Dracula furono immaginati, in cui l'eccentricità e l'eleganza elevate a filosofia di vita e ad arte rappresentarono una delle risposte (talvolta la più estrema) al perbenismo ipocrita e schiacciante. Il vampiro di Coppola non catalizza solo la sensualità repressa, ma anche la qualità estetica della vita, fino alla follia estrema della passione amorosa.
  • Il ciclo Hammer che esplode nel 1958 con Dracula di Fisher, segue nello spirito il testo di Stoker facendo venire in superficie proprio tutto quel rimosso sessuale, quel terrore-attrazione per l'alterità, quella dinamica fra razionalità, misticismo stregoneria, che correvano sotto le pagine del libro e, in genere, sotto la narrativa britannica sette e ottocentesca.
  • È stato certamente il terrore erotico della Hammer che ha aperto la strada agli accoppiamenti insoliti della Mosca e alle vertiginose esibizioni della Cosa, anche se l'immaginario di Cronenberg e Carpenter è lontanissimo da quello gotico-vittoriano.
  • Quello con cui Coppola si discosta decisamente dalla Hammer è Van Helsing, ricondotto a un ruolo secondario, vagamente laido e a tratti macchiettistico. Non ricorda più l'eroe asessuato e implacabile del ciclo Hammer, il Van Helsing di Peter Cushing, ma piuttosto uno degli assistenti del barone Frankenstein, Thorley Walters in Frankenstein Created Woman di Fisher, quando non addirittura il professar Abronsius di Jack MacGowran in Per favore non mordermi sul collo di Polanski. Certamente, il Dracula di Coppola non avrebbe sopportato un antagonista capace di rubargli la scena e le inquietudini; ma il regista inserisce comunque un personaggio che richiama Peter Cushing, Richard E. Grant nella parte del dottor Seward, intento alle sue pratiche con i pazienti del manicomio, soddisfatto di una stanzetta monacale. È un discendente diretto non di Van Helsing ma del barone Frankenstein di Cushing e Fisher, tutto nervi e rigore, in maniche di camicia e grembiulone di cuoio.

Da Un tipo gentile

Prefazione di Mario Galeotti, Peter Cushing e i mostri dell'inferno, Edizioni Falsopiano, 2020

  • Ha dato vita e corpo al ciclo più interessante prodotto dalla Hammer Film (quello dedicato al Barone Frankenstein) e, attraverso il cacciatore di vampiri Van Helsing, il puntiglioso detective Sherlock Holmes e molti altri scienziati, stregoni, studiosi, Peter Cushing ha ben impersonato le contraddizioni dell'epoca vittoriana e, più in generale, della società britannica. Anche se meno iconico dell'arcinemico Christopher Lee (ma in realtà nella vita furono molto amici), Cushing fu certamente attore più raffinato, sottile e ironico, il più importante dei torbidi "eroi" della compagnia che alla fine degli anni Cinquanta rilanciò l'horror richiamandosi alle sue origini gotico-romantiche. Tuttavia, fu meno star di Lee, e la sua figura e la sua impronta recitativa non sono state troppo analizzate, almeno in Italia.
  • Era riservato, gentile, mite, rigorosamente professionale, alieno dai riti del divismo, legatissimo alla moglie Helen (della cui morte non si consolò mai), religioso, vegetariano per gran parte della sua vita, una colonna della Vegeterian Society. Elegante, viso affilato e occhi azzurri, Peter Cushing era la quintessenza dell'inglese.
  • [Su Terence Fisher] Un autore sul quale, a parte qualche inglese e soprattutto i francesi, si è studiato poco e con parecchio snobismo.
  • Non c'è dubbio che il physique du role e la finezza interpretativa di Peter Cushing abbiano contribuito a tracciare fisionomie assai complesse, non liquidabili come stereotipi, le cui sfaccettature "maligne" s'intrecciano tra loro, lasciando comunque aperte e irrisolte le scambievoli connessioni tra Bene e Male.

NoteModifica

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