Alberto Ronchey

giornalista, saggista e politico italiano (1926-2010)

Alberto Ronchey (1926 – 2010), giornalista, scrittore e politico italiano.

Alberto Ronchey

Citazioni di Alberto Ronchey

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  Citazioni in ordine temporale.

  • [Su New York World's Fair 1964] Non è un «tradeshow», una fiera commerciale: non vi si compra, vende o negozia alcunché. È solo una foresta di simboli della civiltà industriale adattati all'edificazione di massa, un grandioso lunapark moraleggiante.[1]
  • Scompariva il solo governante del mondo ex coloniale che non fosse un dittatore.[2]
  • Nehru non ha governato l'India, ma le sue classi dirigenti educate. Egli presentò al mondo, fors'anche senza volerlo, un'India non vera; fu avvocato della libertà e dignità di arabi e congolesi, viet-minh e indonesiani, ma alle sue spalle sopravviveva uno sfacelo di quei valori, custodito e santificato nell'India di Benares, dei villaggi, delle caste, delle stragi religiose, della fame imposta per comandamento religioso.
    Quasi tutto è antiumanistico nella società indù.[3]
  • Tutto nell'induismo congiura contro la vita e l'energia dell'uomo.
    L'India importa vaccini, sieri, DDT, antibiotici, ma respinge il modo di vita occidentale. La scienza occidentale chiude in India l'età delle ecatombi, ma il brahmanesimo detta il suo comandamento vegetariano come due secoli fa, quando viveva la decima parte dell'odierno popolo indù: e questo avviene con cupa ostinazione, indifferenza, superbia teologica, con lo stesso orgoglio col quale si portano i costumi nazionali anziché gli abiti europei, fra milioni di uomini che si distendono al sole nel torpore dell'inedia, un limbo che non è molto più su della morte.[3]
  • Indira Gandhi rappresenta, si può dire, un sincretismo indiano alla ricerca di soluzioni spregiudicate, anche se finora deluso dalle prime esperienze. Essa guarda insieme agli esempi dell'Asia Centrale e al Giappone.[4]
  • L'India d'oggi è alla ricerca d'un leader nuovo capace di guidare il Paese verso una società da secolo ventesimo, d'imporre una tensione, di esprimere forti idee fondate sulle esperienze del mondo contemporaneo. Tale leader potrebb'essere anche una donna di gran nome di stile indù e di cervello moderno.[4]
  • Negli anni trenta, il nostro era un paese «in via di sviluppo», che dopo il decollo industriale, almeno nel Nord, poteva maturare le sue strutture economiche. Il fascismo era stato liberista fino al 1925, fu dirigista dopo la depressione e infine fu autarchico; ma non tentò un programma d'investimenti su larga scala per lo sviluppo accelerato. Scelse la via dell'espansione militare, che poneva a rischio ogni cosa.[5]
  • L'Italia fu in pratica il primo esempio di quel fenomeno che oggi taluni studiosi definiscono «neo-imperialismo»: ossia un imperialismo senza il background storico e le «basi materiali e tecniche» per essere tale. Nonostante le tradizioni della sua cultura di élite (una élite molto ristretta), era un paese per metà avviato allo sviluppo e per metà depresso, con un forte tasso d'aumento della popolazione e una violenta carica di nazionalismo, travolto da miti irrazionali.[5]
  • Fino all'autunno del '65, Sukarno era non solo eroe popolare e profeta d'una incredibile dottrina musulmana-nazionalista-comunista; era anche un dio. Nell'isola di Bali veniva identificato con Vishnu, il dio della pioggia. In Giava credevano che fosse dotato di «kesaktian», il potere magico soprannaturale che protegge dai demoni. I servi del suo palazzo usavano vendere ai contadini bottiglie dell'acqua in cui aveva preso il bagno; e i contadini bevevano quell'acqua.[6]
  • L'estremo nazionalismo è un fenomeno comune a tutti i paesi nuovi e trova un terreno fertile soprattutto là dove si teme che la sovranità possa essere facilmente perduta. Ma, in particolare, il nazionalismo che Sukarno aveva predicato agl'indonesiani già negli anni quaranta non conosceva limiti.[6]
  • Sukarno intendeva che persino le Filippine, oltre alla Malesia e alla Nuova Guinea, erano parte del suo sogno della «grande Indonesia».[6]
  • La storia degli Stati nazionali, nel «terzo mondo», continua ad essere una tragedia per coloro stessi che escono vincitori da quei terribili conflitti civili. Nemmeno i nazionalisti di Giakarta, in realtà, sanno come potranno scrivere nei libri di storia: «Il primo presidente del paese fu pessimo».[6]
  • [Sull'Italia fascista] Non era permesso criticare il governo, né descrivere sui giornali gli squilibri della società; e i sindacati erano soggetti allo Stato corporativo.[7]
  • La potenza industriale gravita sempre più da questa parte degli Urali. Ogni anno affiorano risorse nuove: ancora ferro e carbone per la siderurgia, e minerali pregiati per l'industria dei metalli non ferrosi, e oceani di petrolio da Tiumen in su. [...]
    Fu nel '57 che tre sapienti sovietici, Lavrentiev, Sobolev e Khristianovitch, trovarono qui il luogo propizio a fondare una «comunità del pensiero» come i cosacchi erigevano i loro posti fortificati, e i santoni ortodossi i loro monasteri. Akademgorodok nacque fra un potenziale tecnologico non affinato dalla sottile ragione e un delicato paesaggio: il lago artificiale detto «mare d'Ob». Le scure abetaie, i boschi di betulle diritte con la scorza bianca che si sfoglia a liste sottili come di seta, così russe, così fedeli alla natura della Moscovia, che sembrano prese dai racconti di caccia di Turgenev. [...]
    Ma i protagonisti della vera vicenda di Akademgorodok, al di là dei vecchi accademici e degli studenti, sono in gran numero i giovani professori e ricercatori. L'età media degli scienziati è trentaquattro anni: è il fenomeno più singolare, e da questo dato sta nascendo la leggenda dei «ragazzi di Novosibirsk».[8]
  • In un ospizio fuori Mosca, malato, cieco e ormai pazzo, è morto Varlam Tichonovic Shalamov, autore dei "Kolymskie rasskazy", i racconti della Kolimà[9], il massimo testo tramandato della letteratura concentrazionaria nell'epoca del terrore staliniano. Lassù, già dagli anni '30, si operava la "perekovka", la così detta riforgiatura degli uomini a 50 sotto zero, fra norme di lavoro forzato che imponevano di scavare fino a 800 "pudy" al giorno nella "merzlotà", il ghiaccio fossile delle miniere d'oro, e le interminabili fucilazioni d'ogni notte, fra torce fumanti e fanfare. Là, prima che a Treblinka-Auschwitz, apparve l'uomo demolito dalle violenze fisiche e ideologiche del XX secolo, il "dochodjaga", il corpo senza peso, il relitto umano giunto alla fine (da "dochodit", giungere) moltiplicato su scala di massa già impensabile nelle premonizioni di Dostoevskij o Korolenko.[10]
  • La prospettiva del settennato all'Eliseo, secondo un presidenzialismo prolungato e immune da numerosi vincoli rispetto al sistema americano, sembra ispirare a François Mitterrand un particolare senso di fruizione del potere.[11]

La Stampa,7 gennaio 1962

  • La perdita di Goa, Damao e Diu, come la guerriglia dell'Angola, ha rinfocolato il nazionalismo portoghese, consolidando il regime di Salazar ad onta del movimento rivoluzionario di Delgado. Ma non è facile sapere che cosa pensi la gente, seduta al caffè del sabato sera, e non possiamo prevedere che cosa avverrà quando, riassorbito il Katanga dal Congo ex-belga, si riproporrà inevitabilmente la crisi dell'Angola, o quando nasceranno nuove crisi nel Mozambico o a Macao, nella Guinea portoghese o a Cabinda.
  • [Sull'Estado Novo] Le risorse del paese, gravemente sottosviluppato, si limitano ad un incremento del reddito che negli ultimi dieci anni ha raggiunto appena una media del 3,5 per cento. Il reddito pro capite è il più basso d'Europa; l'agricoltura occupa il 47 per cento della manodopera e contribuisce al riddito lordo nella misura del 22 per cento.
  • I portoghesi, primi fra i colonizzatori, sono rimasti anche gli ultimi, dopo la liquidazione delle colonie tedesche, spagnole, italiane, olandesi, inglesi, francesi e belghe.

La Stampa, 16 gennaio 1962

  • La censura è amministrata dai militari e assistita da un avvocato. Nelle riunioni dell'opposizione clandestina, sempre più numerose in ogni quartiere di Lisbona e rievocanti linguaggi e costumi del nostro 1943, mi vengono mostrati i pacchi delle bozze di stampa sospese dalla censura. Non sono ammesse critiche di sorta all'indirizzo del capo del governo e dei ministri, all'assetto economico della società, alle istituzioni corporative, alla politica estera e coloniale della classe dirigente. Devono essere sottoposti alla censura anche i titoli, le fotografie, le citazioni della stampa estera. I brani di notizie soppressi d'autorità devono essere sostituiti, non si tollerano spazi bianchi. I testi approvati in bozza recano un timbro circolare: «Visado pela censura».
  • La censura abbrevia persino le parole del Papa, quando si giudica che il pubblico non sia maturo a comprenderla.
  • I portoghesi vengono tenuti per mano, come bambini. Non s'incontra un intellettuale che non dichiari di aver esaurito ogni capacità di sopportazione. A questo punto intervengono i bufos, o poliziotti. Ho incontrato per due sere gente appena uscita dal carcere e forse prossima a tornarci: avvocati, professori, studenti, giornalisti.

La Stampa, 20 gennaio 1962

  • Le indie portoghesi sono cadute press'a poco senza colpo ferire, come dimostra il numero dei prigionieri, mentre Salazar avrebbe voluto una difesa di otto giorni almeno, per giuocare tutte le sue carte diplomatiche presso le Cancellerie occidentali e l'Onu; l'Alfonso De Albuquerque è affondata senza il suo comandante: simili fatti non s'innestano coerentemente sulle premesse.
  • Nelle Indie portoghesi tutto è avvenuto in poche ore; invano il governo ha rinviato l'annuncio della resa per testimoniare una resistenza. Mancò la difesa simbolica del principio, così com'era mancata una politica, sacrificata al principio. La diminuzione di prestigio è vistosa, anche in termini di politica interna portoghese, e ciò contribuisce ad accentuare le recriminazioni antiamericane, antinglesi e persino antivaticane. Si cercano cabecas de turco, teste di turco; Salazar ne ha bisogno. S'immagina una congiura antiportoghese di tutti coloro che hanno sempre considerato il nuovo mondo afro-asiatico con spirito più realistico.
  • Certo i fatti di Goa potranno provocare nelle provincie portoghesi d'oltremare reazioni a catena, simili a quelle suscitate dagli eventi di Dien-Bien-Fu nelle amministrazioni francesi d'Asia e d'Africa. L'eco già risuona da un capo all'altro del vasto impero: la guinea portoghese ambita dal Senegal, il Mozambico minacciato dal Tanganika, la mezza isola di Timor minacciata dall'Indonesia, la provincia di Cabinda sull'estuario del fiume Congo, la città di Macao sulle soglie della Cina comunista, i piccoli possedimenti africani, e soprattutto l'Angola.
  • È in corso la disgregazione dell'ultimo impero coloniale, che fu anche il primo e ch'era rimasto intatto dal XVIII secolo.

La Stampa, 5 settembre 1969

  • Viet, nella lingua annamita, traduce il cinese Yueh, che significa gente della periferia della Cina; e Nam traduce il cinese Nan, che significa Sud o «del Sud». In parte i vietnamiti stanno ai cinesi come gli jugoslavi – o «slavi del sud» – ai russi. E così forse il capo carismatico dei vietnamiti, l'oscuro e favoloso Ho Chi Minh, avrebbe potuto essere il Tito dell'Asia. Ma gli eventi hanno preso altre vie. Mentre Ho Chi Minh scompare, e la fama leggendaria del nome (divenuto dome di guerra permanente) supera di gran lunga quella d'un Tito, il suo «popolo militare» può riassumere gli ultimi trent'anni con il seguente bilancio: combatté i giapponesi e si ritrovò con i colonialisti francesi, poi combatté i francesi e si ritrovò con gli americani, infine ha combattuto a oltranza gli americani e potrà scoprire d'averlo fatto per i cinesi.
  • Fra i capi del mondo asiatico, è stato il prototipo del «rivoluzionario di professione leninista».
  • La sua personalità era forte, ma elusiva, e duttile come la sua versatilità linguistica, come i suoi innumerevoli nomi; come la natura della lotta che egli conduceva da mezzo secolo fra clandestinità e battaglie campali. Egli ostentava bonomia più d'ogni altro capo comunista, fino a qualificare sé stesso «Bac Ho», lo zio Ho, nei proclami al popolo; ma è pure nota l'estrema durezza di cui seppe dar prova, per esempio, nelle stragi dei trotskisti vietnamiti. Egli non aveva molto l'aria d'essere un teorico e sembra che non volesse preoccuparsi molto di questo aspetto del suo compito, sino a non nascondere neanche «la noia o la diffidenza destate in lui dai dibattiti dottrinari».
  • La sua biografia come leader vietnamita è interamente di guerra: prima contro il Giappone, poi contro la Francia e infine contro gli Stati Uniti. Anche la sua ideologia era di guerra, e derivava in gran parte dai trattati militari di Mao Tse-tung, adattati poi al contesto dell'Indocina da Truong Chinh e dal generale Vo Nguyen Giap.
  • [Su Võ Nguyên Giáp] Egli ha elaborato anzitutto la norma che prima dell'offensiva finale le forze di guerriglia devono accertare l'esistenza di alcune condizioni: che l'esercito e il popolo siano persuasi in assoluto della loro superiorità morale sul nemico, che siano garantiti i rifornimenti, che la situazione internazionale sia favorevole, che sia diffusa la certezza psicologica del successo.

La Stampa, 1 maggio 1974

  • Chiuso nella sua dignità di capo incontrastato d'una società arcaica, Salazar argomentava sul terreno giuridico da professore anziano di Coimbra, sogliando antichi trattati.
  • Il paleo-imperialismo portoghese è sopravvissuto in virtù d'una dottrina pauperistico-autoritaria su basi religiose. Tale dottrina ha avuto per alcuni decenne e conserva tuttora il nome di salazarismo. Per gli studenti di Coimbra, «era uma vez um tirano - que nao deixava o poleiro - e dizia muito serio: - da qui só para o cemiteiro»
  • Nei secoli passati il Portogallo era vissuto delle ricchezze d'Oltremare, soprattutto del Brasile. Quando perse il Brasile e illanguidirono i commerci, il Paese si trovò pover; non poté nemmeno trarre vantaggio dalle risorse delle restanti colonie. Nacque un costume di povertà, un abito mentale che accomunava fierezza nazionale, piccolo commercio, memorie delle antiche gesta sui mari. Per Salazar, professore cattolico e nazionalista figlio di un piccolo amministratore terriero, la miseria era castità.

Corriere della sera

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  • Da un decennio, per la prima volta, il terrorismo rivoluzionario ha fatto irruzione in alcune democrazie liberali. In queste società, nessuno ha l'obbligo di identificarsi con lo Stato, anche se è lo Stato di diritto. Ma quando la non identificazione si traduce in rifiuto, e il rifiuto in ribellione terroristica, è necessario il più attento esame delle teorie conflittuali che alimentano il fenomeno. (19 febbraio 1978)
  • Una contestazione rivoluzionaria globale, senza basi nazionaliste-separatiste o razziali o etnico-religiose, si manifesta in Italia, Germania e Giappone, sebbene con intensità commisurata alle condizioni economiche e politiche. Sono le tre nazioni, per coincidenza, che hanno perso l'ultima guerra. E i terrorologi indicano altre vicende comuni: la democrazia sopraggiunta solo con la sconfitta militare, la rapida sostituzione dei sistemi di valori, l'improvvisazione d'una ideologia della prosperità materiale con tre miracoli economici ora interrotti. (19 febbraio 1978)
  • Dunque l'estremismo del pensiero ha trovato in alcune società il terreno propizio a trasformarsi in estremismo delle azioni. È accaduto specialmente in Italia. Qui, dove la sfida terroristica ha le basi sociali maggiori, il diffondersi delle ribellioni violente è stato favorito non solo dalla peggiore crisi economica e dallo stallo politico di trenta anni senza ricambio di governo, ma dal modo in cui la stessa evoluzione pragmatica del PCI è avvenuta nell'ultimo decennio. (19 febbraio 1978)
  • Il PCI, tra l'esasperazione ideologica della cultura prevalente in questa società di frontiera, non trattiene e non controlla più i settarismi, anche se li combatte, ma nello stesso tempo non affronta un'aperta e motivata revisione dell'ideologia leninista. Così il virus rivoluzionario, un tempo custodito fra strutture di partito autoritarie in attesa dell'ora X, ora circola nel vuoto aperto a sinistra e non incontra anticorpi. La questione ideologica è stata troppo a lungo svalutata. L'ideologia sarà solo un sistema di cose che si dicono, ma le cose dette pesano. Bisogna spiegare almeno perché erano sbagliate, se non si crede che la degradazione della convivenza sia solo questione di polizia. (19 febbraio 1978)

Accadde in Italia

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Per un verso la rivoluzione che molti aspettano, oppure temono, è già avvenuta. Che cos'è una rivoluzione? Distruzione di un sistema di potere e insediamento d'un altro potere. Nei modelli storici tradizionali, i due processi erano simultanei, o immediatamente successivi. Ora invece quasi tutto è accaduto, ma non l'insediamento formale del nuovo potere, rinviato e affidato alle procedure elettorali perché le condizioni tecnico-materiali e i rapporti di forza del mondo industriale non consentono un assalto alla Bastiglia o al Palazzo d'Inverno. Da mezzo secolo, le rivoluzioni armate prevalgono solo nel Terzo Mondo.

Citazioni

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  • La contraddizione fra privato e pubblico è un circolo vizioso, specialmente in Italia. Meno servizi effettivi reca il depauperato investimento pubblico, più rissosa e incontenibile è la corsa generale per accrescere i redditi privati e viceversa. Lo stesso impiego statale, parastatale e municipale è in questa corsa, finché la spesa pubblica si riduce ai semplici redditi d'uso privato dei dipendenti pubblici. (cap. V, p. 50)
  • La forza propagatrice della siderurgia è un mito, una ex verità, che ora ha deluso il Sud come l'intero Terzo Mondo. Era una verità quando la tecnica dei trasporti rimaneva costosa e arretrata; allora la meccanica doveva nascere per forza presso i forni metallurgici, o persino insieme. (cap. VI, p. 65)
  • L'intolleranza è anche nel linguaggio della crisi italiana. Prevalgono le ideologie dell'indignazione, per le quali esiste un nemico oggettivo in quanto male assoluto. Gli avversari sono «cricche» o «lacché» di questo nemico e dunque la storia stessa, osservava il poeta Guido Ceronetti, non sarà che «un continuo abbottonarsi e sbottonarsi di livree». L'esistenza degli altri sembra insieme abusiva e inverosimile. (cap. VIII, p. 78)
  • Tra due forme di ipocrisia come l'eufemismo indulgente e il moralismo facile, si può smarrire il senso degli scandali sul finanziamento dei partiti. È necessario anzitutto disporre in ordine i fatti. I partiti moderni sono nati come strumenti empirici, per questo non si sapeva bene come andassero finanziati. Ma la questione in tempi frugali, non aveva gran peso. Poi, con i grandi «apparati», il peso della questione è diventato imponente. Ora il finanziamento privato è sospetto, anche quando non è reato, perché le donazioni possono arrivare soltanto da chi ha denaro, e chi ha denaro ha pure interessi. A sua volta il finanziamento pubblico, deciso di recente in Italia, è impopolare senza un persuasivo sistema di controlli sui bilanci per escludere che s'aggiungano sovvenzioni d'altre fonti (private, o semipubbliche, o persino straniere). (cap. X, p. 101)
  • Perché in Occidente non ci sono forti partiti comunisti se non nelle nazioni cattoliche? Perché in Italia non ci fu mai un bipartitismo dopo quello dei Guelfi e Ghibellini, che finì così male? Perché tuttora sussiste l'usanza dello sciopero generale? Perché dopo Mussolini, i socialisti sono deboli e non esistono conservatori dichiarati? Perché dopo una tradizione di personalità flamboyantes[12], è popolare un uomo dal volto pallido e così triste come Berlinguer? (cap. XIII, pp. 127-128)
  • [Aldo Moro] È l'incarnazione del pessimismo meridionale. Secoli di scirocco, fu detto, sono nel suo sguardo. (cap. XIX, p. 204)

Atlante ideologico

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Nel raccogliere l'essenziale dalle ideologie del nostro tempo, si deve tener presente quanto il grande Bacone fosse grato a Machiavelli «perché ci ha detto quel che gli uomini fanno, e non quel che vorrebbero fare».

Citazioni

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  • Nel Sud del mondo, l'aumento della popolazione ha un ritmo esplosivo. Nel Nord del mondo il ritmo di sviluppo esplosivo appartiene alla produzione. Il divario fra civiltà industriali e preindustriali si accresce vertiginosamente: questo è il fatto principale, comunemente accettato per sicuro, che oggi sconvolge ogni rapporto fra l'input dei dati socio-economici e l'output delle idee politiche. E mentre le distanze storiche aumentano, quelle geografiche si riducono a quantità trascurabili. (I - Ideologie, «idologie», p. 9)
  • A grandi linee, l'ideologia di Nehru può essere definita un paziente, moderato illuminismo pratico, non alieno dal compromesso con le tradizioni storiche, lo spirito e la cultura induisti, ma ostile alle loro degenerazioni e insofferente della loro staticità. (III - Gandhismo e nehruismo, p. 38)
  • Per la dottrina taoista, nulla è immobile e fisso: dunque non possono esserci norme o convenzioni fisse. L'universo «respira» per l'interazione variamente combinata e interpretabile di due forze opposte – lo Yin e lo Yang – che sono come le due facce di una moneta, la sinistra e la destra, il cielo e la terra, e sono unite e ancorché opposte e contengono ciascuna sovente un piccolo nucleo dell'altra. Almeno una traccia di Yin e Yang è rimasta nella dialettica marxista-leninista così come Mao Tse-tung l'ha interpretata nel suo fondamentale saggio Sulla contraddizione[13] [...] (IV - Marx maoista, p. 50)
  • L'Africa oltre i deserti non fu mai, secondo l'intera storiografia occidentale, un continente-meta. Essa fu sempre il continente ostacolo: gli Europei dovevano «circumnavigare» l'Africa. Il continente si chiamò «nero» anche perché non se ne aveva nozione a causa dei deserti, del clima, dell'assenza di documentazione scritta sulle antiche culture africane: e il pensiero tradizionale europeo concedeva un valore esclusivo alla cultura scritta rispetto a quella orale. Nelle illustrazioni sulle «cinque razze dell'uomo», dal bianco di Emerson fino all'africano Bantù, questi rappresentò sempre l'infimo, la condizione «selvaggia». (Africanismo e «négritude» (Nuova etnologia e sviluppo), p. 116)
  • Nasser credeva nella possibilità dello sviluppo tecnico ed economico dei popoli arabi unificati, credeva che la guida di tale unificazione dovesse spettare all'Egitto, credeva in un socialismo che soprattutto fosse potere dello Stato e riflettesse in qualche misura i principi dell'Islam di Maometto e dei primi califfi, specialmente Abu Bakr e Omar[14]. (IX. Politica e petrolio di Allah, p. 132)
  • Nel mondo della proliferazione [nucleare], ha osservato l'analista Kahn, le piccole e medie potenze avrebbero non solo più probabilità di far scoppiare un'arma accidentalmente, più probabilità di guerre-lampo, ma potrebbero trascinare nei loro conflitti più facilmente le super-potenze medesime, secondo un processo a catena, definito guerra-catalitica. (X. Clausewitz H (Il determinismo atomico), p. 146)
  • Plechanov, il fondatore della scuola marxista russa, già maestro di Lenin, aveva avvertito che se i bolscevichi avessero preso il potere con la forza sarebbero stati costretti a praticare il despotismo, perché «non si saltano i gradini della storia». Aveva pronosticato a lungo che con un putsch armato sarebbe stato possibile creare solo un socialismo «da impero degli Incas». (XI. Marx sovietico, p. 169)
  • Gli Stati Uniti d'America sono anzitutto la prima società super-nazionale. Il mondo è nei loro confini: Sassoni e Slavi, Latini e Africani, Baltici e Caucasici, con la carica di violenza e pregiudizi che è nella storia del mondo. [...] Non esistono altri esempi d'una simile esperienza umana. L'URSS è super-nazionale come Stato, non come società. Ciascuno dei molti popoli sovietici ha un proprio territorio, mentre le genti degli Stati Uniti sono confuse, i loro gruppi nazionali formano al massimo piccole isole, grumi, quartieri etnici sparsi dovunque senza un ordine politico. (XIII. Il grattacielo di Babele (L'America «post-industriale»), p. 202)
  • Zbigniew Brzezinski, il giovane e celebre professore di scienze politiche alla Columbia University, giunge a conclusioni analoghe [a quelle di John Kenneth Galbraith] allorché osserva che l'America è oggi in uno stato di transizione fra l'èra dell'industria convenzionale e un'età che egli definisce tecnetronica: «In una società industriale, il modo di produzione passa dall'agricoltura all'industria sostituendo l'azione dell'uomo presso la macchina all'uso della forza umana e animale. Nella società tecnetronica, l'azione dell'uomo alle macchine è sostituita dall'automazione e dalla cibernetica... Nella società industriale, la guida passa dall'élite rurale-aristocratica a quella urbana ‹plutocratica›... Nella società tecnetronica post-industriale, la preminenza del potere finanziario o della plutocrazia, è insidiata a causa d'una leadership politica sempre più influenzata da uomini che posseggono perizia e talento intellettuale di tipo nuovo. La conoscenza diviene uno strumento di potere.»[15] (XIII. Il grattacielo di Babele (L'America «post-industriale»), pp. 208-209)
  • Quando Hitler ordinò lo sbarco in Norvegia, Brandt partecipò alla resistenza con le bande partigiane. Alcuni Tedeschi, ligi al culto guglielmino dell'onor nazionale, anche se estranei al nazismo, non hanno mai voluto assolvere quei trascorsi del Cancelliere social-democratico: anzitutto l'aver combattuto «contro soldati tedeschi, le armi in pugno e l'uniforme norvegese», e l'aver atteso tre anni dopo la fine della guerra per chiedere la nuova cittadinanza germanica. (XV. L'Europa maggiore, p. 258)
  • Giunto alla guida della SPD[16] dopo trentatré anni di traversie, [Willy Brandt] non è un «socialista di cattedra», al vecchio modo tedesco, né di «apparato». Campione d'una nuova élite empirica, è sordo a ogni eco dell'ideologia marxista, legato piuttosto dalle sue personali esperienze a quel riformismo scandinavo che è saturo di cultura anglosassone. (XV. L'Europa maggiore, p. 259)
  • Per dieci anni, secondo la visione di De Gaulle, la politica interna francese non ha avuto altro scopo che servire i fini supremi della politica estera, intesi come prestigio e potenza formali. Egli credeva ancora che il singolo Stato nazionale potesse avere un'efficace politica estera nell'epoca dei grandi Stati plurinazionali, mentre l'economia non doveva essere che l'intendenza logistica al seguito delle bandiere. (XV. L'Europa maggiore, p. 267)
  • In Francia l'ex marxista Raymond Aron, gran sociologo della società industriale, continua la sua polemica anti-ideologica [...] Dopo quindici anni, dato su dato, Aron non cessa di scomporre il marxismo-leninismo nei suoi meccanismi di «falsa coscienza e deformazione interessata del reale», di ricavare tutte le conseguenze dalla rovina dello stalinismo, «la forma estrema, caricaturale, di ciò che chiamavo ideologia, ossia la messa in forma pseudo-sistematica d'una visione globale del mondo storico». (XV. L'Europa maggiore, p. 268)
  • Durante la guerra [seconda guerra mondiale], Salazar cedeva le basi delle Azzorre agli alleati e in pari tempo esponeva sulla sua scrivania un ritratto di Mussolini. Ordinò lavori pubblici e curò l'escudo; nel dopoguerra aderì alla NATO, ma chiudendo il Paese all'aria dell'Ovest. Aveva adottato una politica devota al semplice pareggio contabile delle finanze. Era stato, per l'appunto, professore di diritto finanziario: conosceva la scienza delle finanze dei suoi tempi, non l'economia. (XVI. L'Europa minore arcaica, p. 277)
  • Salazar non credeva nei piani d'investimento e nell'industria. Non sperava in un proletariato industriale, che avrebbe potuto essere comunista. Ma era questo un timore disceso da nozioni superate: ad onta delle profezie marxiste, il comunismo ha trionfato solo nel mondo pre-capitalistico e quasi feudale, dalla Russia alla Cina. (XVI. L'Europa minore arcaica, p. 277)

USA-URSS i giganti malati

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I due massimi sistemi del nostro tempo, imposti come superpotenze dalla seconda guerra mondiale e dall'eclisse dell'Europa, si sono formati nel corso di alcuni secoli. «La Siberia aperta ai russi nell'era in cui le Americhe s'aprivano agli europei occidentali», ricorda Fernand Braudel. «Due economie dei grandi spazi, due umanità alla conquista di immense pianure», secondo l'immagine di Raymond Aron. «L'una fida nell'iniziativa individuale, l'altra nell'autorità dello Stato», avvertiva già nel 1835 Alexis de Tocqueville.

Citazioni

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  • Sul terreno della civiltà materiale, l'Angloamerica era stata la prima fra le società moderne a inficiare l'antica legge sull'inevitabilità della miseria di massa, la «tradizione della disperazione» di Ricardo e Malthus, avendo avviato per prima a soluzione il problema di produrre su larga scala superando l'economia della scarsità. (p. 9)
  • Il carterismo è stato un'espressione contemplativa, erratica e spesso penitenziale della «crisi d'epoca» americana, che è insieme economico-energetica, strategica, politica, per certi aspetti istituzionale dopo Watergate e l'eclissi o la vanificazione dei poteri presidenziali. Il reaganismo, forse più che una soluzione, è anch'esso un'espressione della crisi. Ma un'espressione di segno contrario, assertiva e fiduciosa benché semplificatoria: una forma di atavismo americano. (p. 33)
  • L'analisi di Daniel Bell distingue tre sfere nello scenario di quell'Estremo Occidente che è la società americana: l'economia (guidata finora dal principio del minimo costo, dell'ottimalità produttiva, dell'efficienza), la politica (dove il principio fondamentale è la legittimazione del consenso, anzi la partecipazione di tendenza egualitarista) e la comune cultura (dove il principio dominante è l'auto-realizzazione individuale, anzi oggi l'auto-gratificazione e l'edonismo di massa). Ma questi principi contrastano fra loro, perché nello stesso tempo muovono la gente verso finalità incompatibili. (p. 56)
  • Mai la superpotenza americana era apparsa così impotente come fra la vertenza con l'Iran, l'invasione sovietica in Afghanistan e la guerra iracheno-iraniana. Da quel cubo in cemento e vetrate asettiche della C Street, Il Dipartimento di Stato, oggi il mondo può apparire una scaturigine inesauribile di cattive notizie. Nel retroterra del continente Angloamerica, i cittadini della «superpotenza impotente» sono indignati per le offese patite, ma ormai dagli anni del Vietnam sembrano contemplare le turbolenze del mondo come quegli antichi ateniesi, che «accortisi dell'errore d'essersi immischiati in tutte le liti» secondo il detto di David Hume «non si curarono più affatto di politica estera». (p. 68)
  • Il concetto di «deterrente» effettivo, sul quale già insistevano Kissinger e Schlesinger, accolto infine da Carter, è stato riassunto con la seguente definizione: «Volendo impedire a qualcuno di fare A contro di voi, minacciando di fare B contro di lui se lo fa, dovete anzitutto esser sicuri che la minaccia B sia plausibile»[17]. (p. 73)
  • Uno studio recente del demografo Maksudov, condotto sui censimenti dell'URSS, calcola che diciassette milioni e mezzo furono le vittime dirette dello stalinismo[18]. (p. 116)
  • Quante innovazioni scientifiche o tecniche, fra quelle che modificano la vita materiale degli uomini, sono venute dall'URSS negli ultimi decenni? Non il transistor o il computer, l'energia elettrica nucleare o le fibre sintetiche, il radar o il laser, gli antibiotici o i vaccini antipolio, le scoperte genetiche o la «rivoluzione verde» delle sementi ibride. Nell'URSS furono a lungo proibiti campi di studio come la cibernetica e la genetica. Tuttora uno scienziato non può dedicarsi a ricerche autonome, ma è vincolato a quelle permesse dal piano. La ricerca può considerarsi avanzata solo nella tecnologia militare, mentre nel campo della geologia è favorita da una tradizione che risale al XVIII secolo e alla circostanza che l'URSS possiede tutti i tipi di minerali (gli Stati Uniti ne devono importare la metà). (p. 123)
  • Leonid Il'ič Brežnev ha rappresentato il potere per sedici anni, dopo le convulsioni del decennio chrusceviano, il fugace governo di Malenkov, l'orrido trentennio di Stalin e il mito della Russia «misera e gloriosa» di Lenin. Il periodo più recente è stato caratterizzato dalla prevalenza d'una oligarchia conservatrice, o «gerontocrazia repressiva». Brežnev è stato il fiduciario dell'oligarchia. (p. 173)
  • Scacciato dalla Russia per decreto di un'autorità che non poteva tollerarlo più né imprigionarlo ancora, prima Solženicyn fronteggiò con asprezza e superbia resistenti a ogni omologazione le insidie pubblicitarie dei mass-media occidentali, inalberando la sua ideologia amoderna, amarxista, aliberale, russa indigena, arcaica non meno di quella sua barba da profeta in battaglia. Poi scomparve nelle campagne del Vermont e tacque: «Qui è troppo facile parlare, non parlo». (p. 195)
  • L'opera e la figura di Solženicyn, genio collerico della Russia, sono state fra le rivelazioni del nostro tempo. Con la sua imponente rappresentazione dei gulag ha scosso nell'intimo la cultura ideologica europea, a sinistra e anche all'estrema sinistra, più di Trockij e Chruščëv insieme, più di Orwell, Koestler, Gide, Serge, Merleau-Ponty e dei loro attenti lettori. (p. 196)
  1. Da Le prodigiose conquiste della tecnica esposte alla Fiera mondiale di New York, La Stampa, 23 aprile 1964, p. 5.
  2. Da L'India dopo Nehru: un enigma fra tragica miseria e caute speranze, La Stampa, 14 giugno 1964
  3. a b Da La religione in India è l'ostacolo più grave sulla via del progresso, La Stampa, 9 luglio 1964
  4. a b Da Indira, figlia e collaboratrice di Nehru è la più forte personalità dell'India, La Stampa, 30 luglio 1964
  5. a b Da L'avventura fascista ha ritardato il progresso dell'economia italiana?, La Stampa, 17 aprile 1965
  6. a b c d Citato in Il sanguinoso tramonto di Sukarno padre della patria, dittatore e play-boy, La Stampa, 22 febbraio 1967
  7. Da Va male in Italia, La Stampa, 7 settembre 1969
  8. Da La Stampa, in Tommaso Pisanti e Giuliana Rose, un anno un mondo. Antologia per la Scuola Media con letture epiche, vol III, Loffredo Editore, Napoli, stampa 1978, pp. 492-493.
  9. Cfr. voce su Wikipedia.
  10. Da Addio a Shalamov, L'Espresso, 7 febbraio 1982, p. 21.
  11. Da Le rose che non colse, L'Espresso, 16 maggio 1982.
  12. Fiammeggianti.
  13. Mao Tse-tung, On contradiction (1932), in Selected works, vol. I, 1960, pp. 311 segg. [N.d.A., p. 50]
  14. ʿOmar (oʿUmar) ibn al-Khaṭṭāb, secondo califfo islamico dopo Abū Bakr. Cfr. voce su Wikipedia.
  15. Z. Brzezinski, America in the technetronic age, «Encounter», gennaio 1968. [N.d.A., p. 209]
  16. Partito Socialdemocratico Tedesco (in tedesco: Sozialdemokratische Partei Deutschlands). Cfr. voce su Wikipedia.
  17. Cfr. It has to deter, in "The Economist", 16 agosto 1980; G. BUIS, Le virage nucléaire de Washington, in "Le Nouvel Observateur", 16 agosto 1980. [N.d.A., p. 73]
  18. In "Cahiers du monde russe et sovietique", XVIII-3, Parigi luglio-settembre 1977, pp. 223-267. [N.d.A., p. 116]

Bibliografia

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  • Alberto Ronchey, Accadde in Italia (1968-1977), Garzanti, Milano, 19774
  • Alberto Ronchey, Atlante ideologico, Garzanti, Milano, 1973.
  • Alberto Ronchey, USA-URSS i giganti malati, Rizzoli, Milano, 1981.

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