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Vittorio Pica

scrittore e critico d'arte italiano
Vittorio Pica nei primi anni del Novecento

Vittorio Pica (1862 – 1930), scrittore e critico d'arte italiano.

Indice

Citazioni di Vittorio PicaModifica

  • Aubrey Beardsley, il giovane disegnatore inglese, che un morbo implacabile doveva, nella primavera del 1898, trascinare nella tomba appena ventiseienne, è, a parer mio, una delle personalità più spiccate che l'aristocratica arte del bianco e nero abbia avuto in quest'ultimo ventennio.
    Dinanzi all'opera sua così numerosa, così varia ed a cui egli ha saputo, fondendo gli elementi più disparati, imprimere un'originalità spiccatissima ed affatto individuale; dinanzi all'opera sua, che, acerbamente censurata dagli uni ed enfaticamente glorificata dagli altri, ha esercitata un'influenza così larga e così profonda sui disegnatori dell'Inghilterra e dell'America Settentrionale, suscitando tutta una falange d'imitatori, non si può rimanere indifferenti e se, già altra volta si è ceduto al fascino dell'arte d'eccezione, si finisce ben presto col non trovare esagerato l'epiteto di geniale attribuitole dai ferventi suoi ammiratori.[1]
  • Artista cerebrale, invaghito dei simboli, delle allegorie e delle fantasticherie satiriche e disegnatore analitico e minuzioso, il Martini, al contrario del maggior numero degli odierni illustratori, non ricerca punto la modernità realistica, sia vezzosamente elegante, sia rudemente brutale, né, in quanto alla tecnica, ama servirsi dei contrasti d'impressionistica virtuosità delle macchie nere di seppia con quelle bianche di biacca, che tanto giovano a fissare gli effetti di luce e l'instantaneità dei movimenti: ciò spiega come egli non risenta in alcun modo dell'influenza dei maggiori vignettisti contemporanei e si riavvicini invece ai maestri antichi che egli adora e studia di continuo, e ciò dà un carattere di particolare austerità estetica, anche nella maggiore giocondità dell'ispirazione, all'arte sua e la dispone in specie alle composizioni semplicemente ornamentali della pagina stampata, alle copertine e agli ex-libris e la fa più adatta ad interpretare i poeti che i novellieri della vita di tutti i giorni ed a rappresentare i soggetti del passato o che si svolgono fuori d'una precisa nozione di tempo e di luogo che gli aspetti fugaci e spesso frivoli dell'attualità.[2]
  • Ma laddove il Martini ha, a parer mio, dato tutta la misura del suo straordinario talento di commentatore grafico di un grande scrittore e di concettoso ed ultra-suggestivo riassuntore figurativo delle fantasiose sue concezioni è nelle numerose tavole da lui eseguite finora ed a cui succeder debbono ancora parecchie altre per illustrare le Storie straordinarie e le Storie serie e grottesche di Edgar Allan Poe.
    L'immaginativa del giovane trevigiano, postasi in stretto contatto con quella del geniale letterato americano, mentre intensificava e raffinava tutte le varie sue doti, ha sagacemente saputo rinunciare a quel senso di voluttà, che pure esaltasi e trionfa in tanta parte dell'opera sua anteriore, ben comprendendo che esso sarebbe riuscito inopportuno per comprendere e fare poi comprendere agli altri l'essenza dell'idealismo, schivo da ogni più lontana ombra sensuale, di Edgar Poe.[3]

L'arte mondiale alla V Esposizione di VeneziaModifica

  • Nel gruppo dei pittori dell'Alta Italia, che qui a Venezia, è il più numeroso e presenta maggiore varietà di opere, gli artisti più originali e più interessanti a me sembra che siano quest'anno due luministi, Angelo Morbelli e Vittore Grubicy[4], i quali, però, il primo nel quadro di figura ed il secondo nel paesaggio, applicano, con sagace descrizione, la tecnica della divisione dei colori[5].
    Il ciclo di sei quadri, che il Morbelli ha intitolato Il poema della vecchiaia, rappresenta, con un'efficacia patetica, mirabile nella sua semplicità, alcune scene dell'esistenza triste e monotona che uomini e donne aggrinziti, incanutiti e curvi dagli anni, menano nelle vaste e nude sale dell'ospizio Trivulzio, che la carità milanese ha creato a rifugio della vecchiaia dei perseguitati dalla miseria e dalla mala sorte. Ecco della pittura psicologica, senza esagerazioni politico-sociali e senza mistificazioni letterarie, che io giudico, nella sua soave schiettezza, buona e vera ed a cui do, con vivo entusiasmo, il mio plauso! (cap. 6, pp. 151-153)
  • [Mario de Maria] La sua pittura, sapiente e laboriosa come fattura ed insolita e spesso bizzarra come ispirazione, rivela un mirabile artefice della tavolozza, rivela un'immaginativa esuberante ed alquanto sbrigliata di una forza inventiva tutt'altro che comune, rivela uno spirito che ha in odio la volgarità e ricerca, con ansia febbrile, l'eccentricità e che, talvolta, per la sua passione dell'insolito, scivola nel manierato e nell'artificioso. È una pittura che si può amare o odiare, ma dinanzi alla quale non si può rimanere indifferenti e che, vista una volta, difficilmente si dimentica. (cap. 7, p. 180)
  • Molto vivaci sono state le discussioni che si sono accese intorno a varie delle opere di Marius pictor[6], siccome già da parecchi anni egli suole firmare le sue tele, e ciò di leggieri si spiega se si considerano gli spiccati caratteri di personale originalità che esse presentano. Le intelligenze placide e positive, che in arte come in ogni cosa, prediligono l'ingenuità e la naturalezza e che pretendono sia da condannarsi ogni ispirazione estetica non attinta direttamente alla realtà esteriore e consueta, tale quale manifestasi ai sensi di ogni persona, non possono certo nutrire simpatia pei quadri dell'ardimentoso pittore bolognese, che dimostrasi, in compenso, mirabilmente atto ad ammaliare le pupille dei raffinati. (cap. 7, pp. 180-184)
  • Tra i pittori romani primeggia Giulio Aristide Sartorio, con vari di quei così caratteristici suoi paesaggi a tempera e con una vastissima tela, che occupa tutto il fondo della sala del Lazio e che evoca con abbastanza efficacia, malgrado la disposizione alquanto scenografica e malgrado qualche deficienza formale, specie nel primo piano, la maestà selvaggia e un po' triste della campagna romana, coi suoi immensi pascoli, coi suoi numerosi greggi e coi suoi barbuti mandriani dalle gambe coperte di pelli caprine. (cap. 7, p. 196)
  • Di Federico Rossano vi è una delle sue abituali scene di campagna francese lungo un fiume e durante la tristezza dell'inverno, dipinta con tanta squisita eleganza e con tanto sentimento di poesia che quasi non si riesce più a rimproverargli l'eccessiva monotonia della sua ispirazione. (cap. 7, p. 196)

NoteModifica

  1. da Attraverso gli albi e le cartelle (Sensazioni d'arte), Seconda serie, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1907, p. 94.
  2. da Attraverso gli albi e le cartelle, p. 190.
  3. da Un illustratore italiano di Edgar Poe, Emporium Rivista mensile illustrata d'arte letteratura scienza e varietà, Istituto italiano d'arti grafiche Bergamo - Editore, volume XXVII, pp. 272-274.
  4. Vittore Grubicy de Dragon (1851-1920), pittore, incisore e critico d'arte italiano.
  5. Ambedue gli artisti citati furono esponenti del divisionismo.
  6. Pseudonimo utilizzato da Mario de Maria.

BibliografiaModifica

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